Archivi tag: Stato

Catalogna: nulla sarà come prima

In e-mail il 2 Novembre 2017 dc ricevo da Dino Erba una pubblicazione in formato .pdf dal titolo Catalogna. Nulla sarà come prima. Tra gli autori figura anche Dino Erba: essendo lungo 48 pagine ne fornisco qui il link, precisando che non sono d’accordo con la definizione di Stato che viene data (ma non intendo discuterne qui).Catalogna. Nulla sarà come prima-ottobre 2017 dc

Annunci

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

In e-mail da Dino Erba l’11 Aprile 2017 dc. Per l’estrema importanza del suo contenuto pubblico l’articolo anche sul mio sito http://www.jadawin.info/ alla pagina “Politica e Società-14.2017 dc”

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016

Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.

Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell’esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch’io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più “potere d’acquisto” significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l’Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un’invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all’operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all’operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l’allungamento della giornata lavorativa e con l’abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne L’Ideologia tedesca):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato… devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di “Nuit Debout”? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l’epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo…)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo blog e una del mio sito!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell’8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.

Aline

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell’apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell’era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest’ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell’orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l’auto-organizzazione e l’auto-determinazione sono l’esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell’organizzare per conto nostro i rapporti sociali – senza l’intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle “teste di ponte” per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c’è tutto un mondo da guadagnare.

Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest’ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per “politica”: per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.

Jàdawin di Atheia

A Locri casca l’asino…democratico

In e-mail il 21 Marzo 2017 dc

A Locri casca l’asino…democratico

La sceneggiata del signor Mastella & Compari a Locri (19 marzo) ha suscitato alcune, molte, tante perplessità, di cui il compagno Carlo Pallavicini si é fatto coraggiosamente portavoce, precisando il reale stato delle cose. Ovviamente, le sue precisazioni hanno pestato le code di paglia degli amici di don Ciotti/Libera (& compari), al punto che costoro vorrebbero denunciare il compagno Carlo. Alle loro minacce, il compagno Carlo risponde.

Apprendo da amici che persone riconducibili a “Libera” sarebbero intenzionate a denunciarmi per le mie opinioni scritte fra ieri sera ed oggi rispetto alla ipocritissima – e a mio avviso impresentabile – giornata nazionale che con cui lo Stato oggi si è lavato la coscienza dichiarandosi “antimafia”.

Attendo con ansia questo ennesimo gesto, una volta di più (ce ne fosse bisogno) rivolto esclusivamente a combattere chi la mafia la contrasta davvero, a rischio della propria pelle, a partire dalle sue occasioni di guadagno, per poterli mettere in mutande conducendo una sacrosanta battaglia per la libertà di opinione, che li riveli per quelli che sono.

Non sarebbero nuovi a gesti inqualificabili e vigliacchi come questi, ricordiamo che già il 1 marzo il PM Maresca (conflitto in casa loro quindi) fu costretto sotto minaccia di denuncia a ritrattare delle dichiarazioni che aveva rilasciato circa il “regime di monopolio” (parole sue) in cui viaggia una certa associazione rispetto al grosso business dei beni confiscati alle mafie.

Che vengano avanti dunque, queste persone evidentemente così deboli di argomentazioni e timorose del fatto che, se non fossero costretti dalle scuole, non avrebbero nessun ragazzo al loro seguito.

Per quanto mi riguarda non ci stancheremo di fare lotte sociali e fare davvero antimafia, senza guadagnarci un euro e anzi venendo fisicamente e penalmente perseguiti e perseguitati dai loro amici che oggi hanno fatto parlare dai palchi qua e là per lo stivale.

Non ci stancheremo, a costo di mille denunce e mille anni di carcere, di denunciare l’ipocrisia dello Stato e la sua attiva complicità nel favorire gli interessi economici delle mafie. Non ci stancheremo di ripetere che no, non siamo “tutti sbirri” come hanno gridato oggi, ma fieramente antagonisti a questo sistema corrotto. Non ci stancheremo di camminare per il vero e il giusto, nonostante l’infamia armata dei falsi e degli ipocriti.

Non ci stancheremo di ricordare chi era davvero il loro modello generale Dalla Chiesa, non ci stancheremo di rivendicare il nostro diritto a dissentire.

Costoro, invece che perdere tempo con denunce e infamate simili, si prendano un bel libro di Gramsci e studino la questione meridionale, che evidentemente ne hanno parecchio bisogno.

Ah, per finire ricopio qui sotto i due post da cui (presumo, anche se come è evidente hanno ben poco a cui appigliarsi) sia derivata la loro smania di infamata, così che tutti possano farsi un’idea e loro riflettere una volta di più su che bella figura farebbero a stare zitti.

Post 1 (di ieri sera): “Le scritte a Locri contro “don Ciotti” (“don ciotti sbirro” e “più lavoro meno sbirri”) non sono opera, come dicono i TG, della ‘ndrangheta. Sono opera di qualcuno che sa e probabilmente vive sulla propria pelle come ci siano delle incoerenze nella autonominatasi antimafia che delega alle forze dell’ordine quella che è invece una enorme questione sociale. Quelle scritte sono giuste, anche se a qualcuno potrà dare fastidio la nettezza dovuta a sintesi. Ma nella sintesi sta il succo della faccenda.”

Post 2 (di stamattina, 21 marzo): “Ascolto la diretta di Radio Popolare mentre viaggio in macchina e confermo, come per fortuna ha detto anche qualche ascoltatore, che la giornata di Locri è veramente la sagra dell’ipocrisia: quando la mafia si occupava principalmente di spaccio di eroina lo Stato la aiutava (magari commissionando a qualche fascista l’omicidio di chi faceva controinchiesta sul tema), quando si occupava principalmente di appalti edilizi si voltava dall’altra parte (magari mettendo a palazzo Chigi chi quell’affare dirigeva), ora che lucra sulla schiavizzazione dei migranti al lavoro manda a pestare (se serve a bruciare, li senza la divisa..) chi chiede che quella schiavitù finisca (per non parlare dell’ostinazione nel far girare gli appalti per le opere ingiustificabili e dannose come la TAV, che sotto le coop rosse anche le coop ndranghetine devono mangiare…).

No, cari liberini e boyscout che vi adunate, il nemico lo avete alla vostra testa, e in questo momento siete solo suoi portatori d’acqua.

P.S. io non dimentico chi era davvero il generale Dalla Chiesa … Capito?! Capito cosa spaventa questa gente?
CHI PENSA CON LA PROPRIA TESTA SENZA FARSI INDOTTRINARE
DA CHI NON NE HA I TITOLI.

VEDI: HTTPS://WWW.FACEBOOK.COM/CARLO.PALLAVICINI.3/POSTS/10154815978588429 (nota mia: il post non è visibile il 5 Aprile 2017 dc)

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

In e-mail il 29 Novembre 2016 dc (non do un giudizio sui gruppi che firmano il documento), originale qui:

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

Pubblichiamo alcune riflessioni frutto di tre dibattiti sviluppati fra compagne e compagni comunisti a Roma e Viterbo nel mese di novembre 2016.

L’avvicinarsi dell’oramai fatidica giornata referendaria del 4 dicembre va intensificando il dibattito nell’opinione pubblica e negli ambienti militanti e moltiplicando le prese di posizione sui temi della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. I partecipanti alla sfida elettorale stanno caricando l’ennesima chiamata al voto referendario di significati e valenze (riformiste o difensive) che nulla hanno a che vedere con le reali motivazioni alla base della modifica costituzionale e del sistema di voto.

L’estremo trasversalismo dei due schieramenti del si e del no, mascherato dallo “scontro” tra riformatori moderni e difensori amanti della “costituzione più bella del mondo”, esprime invece una aspra lotta tra chi continua a sostenere il processo di integrazione europea e chi si dice favorevole al mantenimento dello status quo, ancora legato a logiche nazionali e clientelari.

 Insomma, comunque vada, lor signori padroni e servitori cascano in piedi, scaricando crisi e riforme contro di noi.

La Costituzione del ’46: il compromesso della borghesia post fascista.

La Costituzione, lungi dal rappresentare uno strumento di difesa della classe lavoratrice o addirittura un’arma da utilizzare per un’offensiva rivoluzionaria, fu dalla sua promulgazione la fonte principale di legittimazione della nuova classe dirigente ascesa al potere e il canale di riciclaggio di forze sociali ed economiche che del fascismo avevano costituito il nerbo del consenso (forze armate, Chiesa e gruppi padronali).

I rapporti di forza creati dalla Resistenza costrinsero i padri costituenti ad acrobazie per rassicurare le classi lavoratrici sulla presunta neutralità dello Stato repubblicano. E se è vero che i provvedimenti più efficaci per garantire sulla carta tale neutralità entrarono in funzione solo dopo decenni, sin da subito le più rilevanti scelte strategiche della nuova classe dirigente furono fatte in ossequio dei dettati costituzionali.

La Repubblica fondata sul lavoro riconosceva di fatto il primato delle forze produttive e non intaccava un sistema di relazioni industriali che, rimanendo rigidamente gerarchico e sbilanciato a favore del padronato, inaugurava la stagione più difficile per la classe lavoratrice, costituzionalmente impossibilitata a dispiegare quel patrimonio di lotta di classe che la stagione della Resistenza aveva comunque rilanciato.

Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in nome del primato del “lavoro”, ovvero della produzione industriale, fu costituzionalmente garantita l’azione di contenimento delle spinte operaie causate dalla repressione interna alla fabbrica da parte dei padroni e da quella dello Stato, nonché da forze sindacali intimamente connesse ai partiti e alla logica dei bassi salari, tutti protagonisti consapevoli della distruzione ambientale e della tragedia dell’emigrazione operaia. La riforma agraria del governo De Gasperi pose fine al movimento di occupazione delle terre e significò la consacrazione costituzionale della piccola proprietà privata e del modello rurale maschile e cattolico.

E di fronte alla nuova composizione operaia e al ciclo di lotte degli anni ’60, le soluzioni eversive di Stato, la violenza stragista e le tentazioni golpiste mostrarono quanto l’involucro costituzionale divenisse superfluo quando non in grado di mantenere i rapporti sociali ed economici in termini favorevoli ai padroni.

E di fronte all’offensiva rivoluzionaria delle avanguardie e delle masse maschili e femminili coscienti negli anni ’70, la  corporazione politica si compattò in nome della costituzione e per conto della costituzione. Lo stesso Pci si autolegittimò tra le sfere dello stato militare e tra gli uffici riservati e reclamò assieme a gran parte dei sinceri democratici la feroce repressione “antiterrorista”, bloccando in maniera apparentemente definitiva il processo di autonomia e di potere operaio e il movimento femminista rivoluzionario.

E di fronte alle sfide internazionali seguite alla caduta del blocco sovietico, anche il presunto ripudio della guerra, sin dal 1949 sacrificato sull’altare dell’adesione all’alleanza militare NATO, produsse solo un fiorire di formule convenzionali (guerra umanitaria, missione di pace) a copertura della fondamentale sostanza guerrafondaia di ogni Stato borghese e di ogni blocco imperialista.

La Costituzione servì in effetti come arma nelle mani del potere, per legittimare in termini politici e giuridici la subalternità dei lavoratori e delle donne e la persecuzione dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. E non lo fece per colpa di una malcelata strumentalizzazione da parte del gruppo di potere che governò l’Italia nel secondo dopoguerra (la DC) ma perché era costitutivamente intesa a rendere più efficace lo sviluppo capitalista. Perché costitutivamente intesa a collocare  tale processo di sviluppo dentro la sfera di mercato occidentale. Perché costitutivamente borghese.

I motivi del sì, una riforma funzionale.

 I promotori, dopo aver inopinatamente indicato nel referendum una sorta di plebiscito per rafforzare un governo privo della “normale” legittimazione del voto, hanno fatto poi ricorso a una serie di argomenti populisti per spiegare i motivi della scelta di modificare una parte della Costituzione. La riduzione dei costi della politica, lo snellimento delle procedure legislative, la “maggiore partecipazione dei cittadini” (sic!), la valorizzazione delle autonomie sono tutte prese per i fondelli che nascondono i reali motivi esogeni che sono alla base dell’avventura referendaria.

È  bene ricordare che essa nasce non come risposta a specifici mali italiani, ma perché coerente con i disegni di ridefinizione degli Stati nazionali dettati a livello europeo. Il processo di concentrazione continentale politica, monetaria e industriale che risponde al nome di Unione europea, processo per noi irreversibile nonostante i conati reazionari dei sovranisti, impone il riadeguamento delle forme statuali e delle costituzioni che le dettano, piegandole alle esigenze del capitalismo europeo.

In assenza di un movimento di lavoratori e lavoratrici cosciente e di profilo internazionale le costituzioni “progressiste” diventano inutili e obsolete, perché non servono più ad assorbire conflitti deboli e sconnessi (nonostante le profezie dei “nostri amici”) e risultano troppo lente e costose a fronte della velocità richiesta dai cicli attuali di estrazione di profitto.

 Il superamento della costituzione del 1948 infatti, è già avvenuto attraverso l’introduzione di meccanismi finanziari, strumenti legislativi e pratiche di governo che ne hanno” de facto” modificato la struttura e l’indizione del referendum non è -come si vuol far credere- né una gentile concessione del governo Renzi, né il frutto di una mobilitazione popolare, bensì di una clausola prevista dalla Costituzione dato che in Parlamento non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare la riforma. Altrimenti non staremmo nemmeno a discutere.

 In una formula, la riforma costituzionale vuole consacrare il processo già in atto, finalizzato a rendere più facile, economico e veloce prendere le decisioni di merda che comunque la classe dirigente ha preso, prende e continuerà a prendere.

I motivi del no, declinato a piacimento.

 Seguendo il dibattito sul referendum, balza agli occhi come il variegato fronte del no, che svaria da raggruppamenti politici che preferiamo non citare, fino a gran parte del movimento antagonista, individuino nella possibile caduta di Renzi il motivo principale della loro propaganda referendaria. Se dal punto di vista dei raggruppamenti politici tale visione è certamente comprensibile, meno chiari risultano i moventi del “no sociale”, del “no costituente” o del “no operaio”, anch’essi precipitati nella visione personalistica della politica che tanto piace al giornalismo attuale.

 Si dice che le ragioni del no rappresenterebbero dal punto di vista tecnico un vantaggio per i lavoratori, favoriti da contrappesi istituzionali. Già facciamo fatica a individuare nella storia dell’Italia repubblicana momenti in cui tali contrappesi fossero realmente serviti alla classe lavoratrice; già prendiamo atto di come tali contrappesi siano allo stato attuale svuotati di senso, logica ed efficacia dal compiuto processo di internazionalizzazione del capitale e dalla costruzione di un blocco di potere europeo.

Ci sembra poi veramente difficile comprendere perché le ragioni del no siano tecnicamente più vicine agli interessi dei lavoratori. Se andiamo a studiare la riforma proposta, l’istituto referendario, che tanta parte di movimento e di sinistra radicale hanno sempre individuato come un terreno praticabile e preferibile di democrazia diretta, riesce addirittura rafforzato, sacrificando, in finale, solo un’istituzione di regia memoria (Senato) che, al pari, per esempio, dell’arma dei carabinieri, rappresenta nel panorama politico internazionale un’anomalia tutta italiana, una vestigia di tempi passati e, per fortuna, sepolti dalla storia.

Ci risulta altresì complicato comprendere come un rafforzamento dell’esecutivo, tendenza peraltro già in atto in diversi Paesi d’Europa tramite provvedimenti eccezionali e decretazione d’urgenza, significhi ineluttabilmente un peggioramento per i lavoratori, a meno di non magnificare virtù taumaturgiche di parlamenti che da sempre sono luoghi deputati a legiferare in funzione del capitalismo e, al massimo, servono in certi casi da ostacolo non in virtù di meccanismi di rappresentanza, bensì a causa di rapporti di forza sociali ed economici più favorevoli ai lavoratori e costruiti all’esterno della sfera statale.

Ci risulta infine inaccettabile che a causa del desiderio di attaccare il processo di funzionalizzazione e centralizzazione del potere continentale si giunga a difendere di fatto una realtà infame come lo Stato-Nazione, individuandolo come bastione contro la rapacità dell’imperialismo europeo, soprattutto di marca tedesca. La forma dello Stato-Nazione non solo, come detto, ci sembra superato in termini politici ed economici, ma è stato combattuto per decenni da quelle stesse forze che il fronte del no aspira a “rappresentare”. Tale atteggiamento contraddittorio e ambiguo da ogni punto di vista giunge oggettivamente a porsi a fianco a forze “sovraniste”, se non peggio, che, molto più coerentemente, perseguono il consenso e sfruttano il risentimento popolare per indirizzarlo a una visione di dominio nazionale e identitario.

 Il problema, al nocciolo, non può quindi essere tecnico. Non può essere un problema di Europa, non può essere un problema di svolta autoritaria. Il problema è politico e ha due facce: Renzi e il movimento stesso.

 Si dice che Renzi stia perdendo consenso, che stia alla frutta, che esista un variegato blocco popolare più o meno distinto e sicuramente maggioritario antirenziano da conquistare magicamente alle ragioni del movimento e delle campagne ambientali e sociali che esistono ma che stentano, secondo tale visione, a farsi conoscere al di là dei soliti canali militanti.

Non è certo la prima volta che ad autunno le truppe del Movimento cominciano ad agitarsi per qualche “grande evento” capace di catalizzare l’attenzione, evidentemente incapaci (o forse non desiderosi) di provare a imporre e valorizzare una propria agenda di lotta. La logica da “grande evento”, così osteggiata quando si tratta di un evento capitalista, sembra in effetti da contrastare solo fino a un certo punto, ovvero fino a quando non garantisca visibilità e pubblicità alla propria autorappresentazione.

Probabilmente tutti i compagni e tutte le compagne sanno bene che una scheda in un’urna referendaria non può modificare o fermare processi che trovano nel mercato mondiale la propria storica sedimentazione e nelle istituzioni dei blocchi continentali le proprie sedi vincolanti per gli stati. Ma si lasciano comunque affascinare dal mito di una “comunità dei movimenti” e di quello delle “mille piazze” che appaiono come soluzioni adatte a liberarsi di quei fantasmi che infestano le menti e agitano le notti delle individualità che compongono l’antagonismo attuale: isolamento, marginalità e invisibilità.

 È un problema antico, certamente impossibile da evitare, che sin dagli albori del movimento rivoluzionario ha determinato scelte e revisioni di consolidati patrimoni teorici, magari mai smentiti dalla realtà dei fatti, ma spesso giudicati dalle soggettività “impazienti” come limiti all’allargamento e all’affermazione della propria opzione sociale. Eppure è un problema che la partecipazione a ogni referendum e, soprattutto, a questo referendum non fa altro che aggravare, destinando, al netto delle scelte opportuniste, l’inquietudine che anima le pur sincere coscienze di molti compagni e molte compagne a naufragare sugli scogli della poltiglia mediatica e della retorica politicista.

 Proprio nel momento storico-politico in cui grandi masse, la maggioranza dei cittadini italiani ed europei, perdono fiducia nell’istituto truffaldino del suffragio universale, rendendo il “partito dell’astensione” il primo partito, ci si mette a rincorrere tornate elettoralistiche o a mettersi al soldo di qualche magistrato-sindaco o di qualche finto partigiano.

Sinceramente la partecipazione del movimento antagonista alla sfida referendaria di dicembre ci sembra il punto più basso mai raggiunto  in termini di autonomia della classe e dei movimenti stessi, in termini di prospettiva reale e politica di cambiamento, in termini di proposta di ricomposizione delle lavoratrici e dei lavoratori, in termini di adeguamento del dibattito militante, in termini di salvaguardia del patrimonio di lotte sociali ed economiche, in termini di scissione dal pantano della politica, di chiarezza delle proprie identità e delle proprie proposte.

 L’idea di rilanciare cicli di lotte e di entusiasmo a partire da “grandi eventi” ha mostrato la sua inefficacia in decine e decine di occasioni. Al contrario, alti momenti di rivolta e insurrezione, pure se avvenuti in occasione di crisi istituzionali, sono riusciti più “forti” perché erano il risultato di un clima di conflittualità militante diffusa, oggi pressoché del tutto assente.

 Quella al referendum, anche quando non  mossa da moventi di opportunismo, anche quando non esprima il tentativo di ricondurre all’ovile elettorale, è quindi una partecipazione politica e militante insipiente, vecchia, stanca. Uno spreco di energie. Non appassionante e non produttivo.

Uscire dall’impasse

L’attuale scarnificazione dei rapporti sociali ha rivelato apertamente il carattere brutale, assassino e nocivo del modello di produzione capitalista. Il capitalismo stesso si va giovando della necessità, a causa delle sofferenze finanziarie, e della possibilità, a causa dell’assenza di conflitto reale, di fare a meno degli strumenti tradizionali di mediazione tra capitale e lavoro. La crisi dello Stato democratico non corrisponde a una crisi del dominio reale del Capitale, che, snellendo l’apparato burocratico, distruggendo il Welfare State, accorpando unità amministrative, riducendo i costi del lavoro, procede a concentrare il potere politico ed economico e tenta di rilanciare il profitto.

Il nostro problema non è quello di arginare tale riadeguamento capitalista, a meno di non destinare la nostra azione a una battaglia di retroguardia e di conservazione di un sistema preesistente che abbiamo fino ad oggi combattuto. Come Marx giudicava più conveniente per la rivoluzione la “libertà di commercio” rispetto ai protezionismi, così i rivoluzionari romani a inizi del ‘900 non rimpiangevano lo Stato pontificio, sebbene la Chiesa costituisse un freno alla speculazione capitalista nella Capitale.

E’ chiaro quindi che un intervento autonomo e di classe in questa situazione, più che attardarsi nell’utopico sogno di salvare una vecchia signora decrepita (la Costituzione) dovrebbe stare nel “movimento reale che supera lo stato di cose presenti”, cioè sfruttare le opportunità che, seppure con rapporti di forza sfavorevoli, si pongono nel corso della lotta tra le classi. E oggi queste opportunità si chiamano diffusione del modo di produzione capitalista all’intero pianeta con conseguente rottura dei confini tra generi, contaminazione migratoria e concentrazione metropolitana del proletariato.

Partecipare al referendum costituzionale non è un errore solo in termini di strategia. Ma anche in termini di un presunto interesse tattico. Sostenere che la scadenza referendaria rappresenti una opportunità da cogliere, è un segno di debolezza perché indice di una scelta subalterna allo scontro interno al sistema dei partiti sul terreno del parlamentarismo. L’agenda dei movimenti sembra ancora una volta influenzata da logiche istituzionali, tanto più se si considera l’apertura di credito riservata da ampi settori di movimento alle giunte “anomale” che governano Roma, Torino e Napoli.

 Che si tratti del governo delle città o di quello del Paese ci sembra che – in questa fase – l’agire e il pensare dei movimenti esista solo in quanto riflesso delle contraddizioni del Potere, che non si dia capacità autonoma di elaborazione ed iniziativa per tutte quelle aspirazioni/necessità di vasti settori sociali che pure esprimono una domanda politica.

 Ritenere residuali le battaglie nelle scuole, sul lavoro, in difesa dell’ambiente, sulla casa può anche paradossalmente essere giusto, ma solo se ci si interroga sull’assenza della capacità di costruire organizzazione autonoma a partire da tali lotte. Questo referendum non è evidentemente vicino ai problemi della classe cui si ritiene di appartenere, ma solo a quelli dei leader che di tale classe si ritengono i rappresentanti. È questo il ceto con il quale si pensa di ricostruire il tessuto connettivo della classe?

Dal punto di vista teorico occorre cogliere nella semplificazione dei meccanismi burocratici e nella velocizzazione istituzionale che il referendum potrebbe sancire a dicembre, ma che saranno eventualmente realizzate sotto altre forme e in altri momenti, anche senza il burattino Renzi, la nostra urgenza di riadeguare una pratica e una teoria di lavoro militante che mostra ogni giorno drammaticamente la sua insufficienza e la sua autoreferenzialità.

Certamente il lento processo molecolare di ricostruzione di un terreno propizio alla lotta di classe, necessario per sedimentare processi di autorganizzazione, è lento, talvolta noioso e quasi sempre faticoso, scandito più da denunce penali e provvedimenti amministrativi che da risultati felici e brillanti.

Dal punto di vista pratico occorre ribadire che, nonostante le difficoltà e le asperità, solo lo stimolo e la valorizzazione delle lotte e della capacità di autorganizzazione della classe lavoratrice, nonché la capacità di sedimentare, coordinare e collegare i risultati acquisiti in mesi e anni di “scavo della talpa” dentro un processo di organizzazione autonoma, fuori e contro la Democrazia e i suoi istituti e per abolire lo stato di cose presenti,  possono rilanciare un’opzione concreta di comunismo e di libertà.

Comitato di Lotta Quadraro

Centro Sociale I Pò

Assemblea per l’Autorganizzazione

Iskra Roma

Comitato di lotta Studenti, Lavoratori e Disoccupati Viterbo e Civita Castellana

A la guerre com’ a la guerre

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori del 7 Ottobre 2015 dc:

A la guerre com’ a la guerre

corteo metalmeccanici
corteo metalmeccanici

Siamo a un passaggio inedito della vicenda sindacale italiana. Confindustria ha di fatto dichiarato la “serrata contrattuale”, dopo aver preteso la rinuncia preventiva ad ogni aumento salariale ed anzi aver chiesto indietro, in più settori, 80 euro dai lavoratori.

Il Governo non ha stanziato risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego nella legge di stabilità, visto che lo stanziamento previsto di 400 milioni corrisponde grosso modo ad un aumento di 20 euro per dipendente. E questo dopo un blocco contrattuale di sette anni e la sentenza della Consulta. Intanto lo stesso governo che ha cancellato l’articolo 18 e che diserta i propri doveri contrattuali si riserva di intervenire d’autorità sulla struttura stessa del contratto nazionale, con un colpo di mano senza precedenti.

Di fronte a questa valanga annunciata la burocrazia sindacale balbetta impaurita, in una paralisi totale di iniziativa reale. La CISL cerca di salire da sola sul carro del vincitore chiedendo in cambio una qualche foglia di fico, ma invano. La burocrazia CGIL, come un pugile suonato, si limita a ripetere parole di “critica” verso Squinzi e verso il governo, che non servono a nulla e non contano nulla. Maurizio Landini copre con la evocazione verbale di una ‘”occupazione delle fabbriche” che ovunque ha sempre evitato , la propria sostanziale passività.

La risultante è semplice: mentre governo e padronato sparano cannonate contro i lavoratori, i dirigenti sindacali abbandonano di fatto il movimento operaio, coprendosi dietro il paravento di frasi vuote. Questo è ciò che sta accadendo.

É necessario reagire. Basta balbettii. É necessario e urgente il più vasto fronte di classe e di massa, contrapposto al fronte comune tra padroni e governo. É necessario e urgente opporre alla radicalità straordinaria di padroni e governo una radicalità straordinaria, uguale e contraria, dei lavoratori e delle lavoratrici.

Va preparato uno sciopero generale vero capace di bloccare l’Italia sino a quando la resistenza di padroni e governo non sarà piegata.

Va predisposta una cassa di resistenza nazionale a sostegno di questo sciopero. Va organizzato in tutto il Paese un piano d’azione di massa che accompagni lo sciopero e lo sostenga ( blocco delle merci, occupazione delle aziende che ignorano i diritti sindacali, ecc.). Non si dica che “non vi sono le forze”. Gli otto milioni di lavoratori , privati e pubblici, interessati ai contratti sono una grande forza. Cui si possono unire milioni di precari, di disoccupati, di popolazione povera del Nord e del Sud, colpiti parallelamente da una legge di stabilità che taglia le prestazioni sanitarie per finanziare la detassazione delle ville e nuovi regali fiscali ai profitti.

Questa forza complessiva deve essere semplicemente motivata, organizzata, e resa cosciente di sé. Se questa forza sarà dispiegata davvero tutto diventerà possibile. Se questa forza, come in passato, verrà ignorata e dispersa, padroni e governo avranno la vittoria in tasca. Con un nuovo effetto di demoralizzazione e passivizzazione di milioni di lavoratori. A beneficio dei Grillo e dei Salvini.

Facciamo appello a tutte le avanguardie di lotta ovunque collocate perchè uniscano la propria azione attorno alla parola d’ordine di uno sciopero generale vero, unitario e di massa. Perchè facciano di questa parola d’ordine uno strumento di battaglia politica tra i lavoratori e nei propri sindacati. Perchè si apra il varco di un movimento unitario reale di lotta. Perchè emerga ovunque l’esigenza di una direzione alternativa ad una burocrazia sindacale fallimentare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Borghesia e Sottoproletariato

da Democrazia Atea il 21 Aprile 2015 dc:

Borghesia e Sottoproletariato

Se non ci fossero stati i social network le espressioni di bassezza dei nostri connazionali avremmo potuto intuirle a distanza, illudendoci che forse potesse trattarsi di qualche sporadico mentecatto.

Invece ciò che abbiamo letto in queste ore nei commenti sui social sulla tragedia degli africani va nella direzione opposta a quella auspicata.

Il sottoproletariato italiano, ovvero quel proletariato che non ha coscienza della propria condizione, quello che non conosce solidarietà né dignità umana, quel sottoproletariato che vive esaltandosi nell’odio verso una nuova categoria di ultimi, oggi si è sentito protagonista perché Salvini ha dato voce al suo istinto, quell’istinto viscerale che si nutre del disprezzo per coloro che sono ancora più poveri di quanto sia possibile immaginare.

Mettere i piedi in testa agli ultimi significa per molti godere dell’illusione di scalare un gradino in più nella gerarchia sociale della ricchezza e del benessere.

Ascoltare Salvini oggi è stata una esperienza antropologicamente interessante perché con le sue considerazioni è riuscito ad unire in un afflato di comuni istinti il sottoproletariato con la borghesia reazionaria.

Li ha uniti nel credere, con convinzione, che i poveri dell’Africa ci stessero invadendo, e che fossero colpevoli di non aver accettato di morire nelle loro terre durante le guerre che abbiamo portato loro in casa, ma di essere morti in prossimità delle nostre coste.

E mentre la gran parte degli italiani è stata attratta da Salvini che l’ha dirottata verso la preoccupazione di dover arginare l’arrivo dei barconi, la restante parte continua ad essere attratta da Renzi il quale nel corso dell’ultimo summit NATO ha sottoscritto un impegno ad innalzare la spesa militare portandola da 80 milioni di euro al giorno a 100 milioni di euro al giorno, per alimentare quella macchina da guerra che sta devastando i Paesi di provenienza dei migranti.

Sostenere Salvini significa accecarsi vergognosamente contro i sintomi, incapaci di focalizzare le cause.

Sostenere Renzi, invece, significa condividere, senza dubbi interpretativi, una politica di armamenti e di guerre.

Entrambi si contendono il primato della “migliore” italianità

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu