Marxista? Comunista? Vediamo…


Marxista? Comunista? Vediamo…

di Jàdawin di Atheia (Ultimo aggiornamento 9 Marzo 2020 dc)

Ogni tanto è tempo di bilanci. Forse anche di parziali, o complete, “svolte”.

La mia inguaribile tendenza a “mettere nero su bianco” alcune riflessioni mi induce, anche questa volta, a scriverne. Non certo per avere un “pubblico”: non nego che mi farebbe piacere, ma sono rassegnato da tempo a parlare al vento. E, comunque, mi faccio bastare di parlare soprattutto a me stesso.

L’inizio

Non avendo, intorno ai miei quattordici anni, né idee chiare né programmi di vita (non che ora,  cinquant’anni dopo, sia molto più “deciso” di allora!), mio padre decise per me e mi iscrisse a Ragioneria, al diurno. Era l’anno 1968-1969 dc: fui presente a qualche assemblea,  partecipai a due cortei con sciopero più che altro (come molti,  tantissimi altri) seguendo l’onda. Al terzo corteo, con alcuni compagni delle medie anche loro a Ragioneria, non partecipai: tornai a casa, mi cambiai e andai a giocare a calcio. I miei genitori erano contenti che avessi evitato di mischiarmi a quei “facinorosi” (il termine usato non fu magari lo stesso ma il significato era più o meno identico).

L’anno dopo, il 1969-1970 dc, fui iscritto alle serali,  per iniziare a lavorare e “dare una mano” alla famiglia.

Sorvolo sulle mie disastrose esperienze lavorative dovute, in parti non uguali,  alla mia imbranataggine e all’assoluta mancanza di voglia e motivazione al lavoro.

Ci furono poi la radicalizzazione, le bombe, e nuovi compagni di classe, più politicizzati, che mi “traviarono”. Mi “convinsi” al comunismo marxista perché, grazie ad alcune letture, avevo già scoperto che il marxismo comprendeva l’ateismo. E ritenevo comunque giusto che si volesse cambiare la società e il mondo intero, indubbiamente pieni di ingiustizie.

Già alla prima riunione espressi le mie critiche al culto di Mao, assolutamente irrazionale. Ma non insistetti oltre. Anche perché proporre una visione un po’ razionale a menti intorbidite dal fanatismo è impresa nemmeno ardua, direi impossibile.

Come molti miei coetanei non approfondii le letture per motivare le mie scelte: bastavano le parole dei compagni più “navigati” e quelle,  assolutamente di cui non dubitare,  dei leader. Devo forse dire che,  seppure avessi letto molto meno di alcuni,  avevo comunque letto molto più di altri: “Manoscritti economico-filosofici del ’44”, “Per la critica della filosofia… ” di Marx,  “Stato e rivoluzione” e “Che fare?” di Lenin,  “L’Uomo a una dimensione” ed “Eros e civiltà” di Marcuse e il primo saggio in assoluto,  “Saggezza e illusioni della filosofia” di Piaget, e altri. Non sono mai stato sicuro,  allora come oggi,  di quanto li avessi compresi.

Ritenevo giusto,  però,  fare la rivoluzione per cambiare il mondo,  ma veramente!

È questo il punto fondamentale.

Ero stato orgoglioso, tronfio, supponente e sprezzante col mio ateismo, mi ritenevo diverso e “superiore” agli amici del quartiere e così rimasi isolato e poi solo.

Il fatto che alcuni di quegli amici, e anche alcuni compagni di scuola delle medie e della prima ragioneria diurna, fossero di destra completarono il mio isolamento.

L’isolamento, unito ad una quasi costante presa in giro da parte di alcuni che, appena mi vedevano, mi sembrava si mettessero d’accordo contro di me (ora si chiamerebbe bullismo…), mi indusse a starmene per conto mio: per circa due anni i miei pomeriggi e i miei fine settimana li passai da solo. Andavo al cinema, la domenica, con i pochi soldi che mi rimanevano in tasca o giravo per Milano, soprattutto in autunno e inverno e con nuvole e pioggia, a esplorare i posti più strani e misteriosi e, guarda caso, meno frequentati.

Nello stesso modo, nella mia “attività politica”, mi ritenevo superiore a tutti gli altri (quelli “spoliticizzati”, i “qualunquisti”), che non avevano il giusto livello di “coscienza” e di militanza.

In realtà disprezzavo il popolo in generale e la classe operaia in particolare: consideravo queste masse piuttosto incolte, ignoranti, stupide, becere, cafone.

Nella mia mente i compagni, di cui mi sentivo  parte orgogliosa, si sacrificavano per fare la rivoluzione, cercando disperatamente, ed in tutti i modi, di convincere, coinvolgere, propagandare, dibattere con queste persone. A quei tempi era uso chiamare, sbrigativamente e con malcelato disprezzo, con l’appellativo di “borghesi” tutti quelli che si disinteressavano della politica.

Anche il nome di Avanguardia Operaia (Organizzazione Comunista Avanguardia Operaia era il nome completo), la formazione politica di riferimento, non mi piaceva molto: avrei preferito Avanguardia Comunista o Avanguardia Proletaria.

Quando, in “Che fare?” del 1902 dc, lessi che Lenin aveva teorizzato la figura del “rivoluzionario di professione” (ovviamente il termine “professione” era da intendere, secondo me, in senso lato) e che, forse in altri scritti, la coscienza rivoluzionaria non poteva nascere dalla classe operaia e proletaria stessa ma doveva esservi infusa dall’esterno (ovvero dai militanti colti ed istruiti, direi io), per poi creare ed accrescere l’avanguardia rivoluzionaria, beh, mi dissi che allora avevo ragione io!

Interpretai tutto ciò come la conferma dell’ignoranza, dell’impreparazione, della mancanza di cultura della classe proletaria, riconosciute (di fatto, se non in modo esplicito) dallo stesso leader rivoluzionario Vladimir Ilich Ulianov “Lenin”!

Ovviamente tutte queste considerazioni le tenni per me: non potevo certo parlarne liberamente tra i compagni!

Già intorno al 1973 dc scrissi un brevissimo appunto su un biglietto riflettendo sul fatto che il potere politico, in Italia, non poteva essere conquistato con una rivoluzione di massa ma con un colpo di Stato di un’avanguardia rivoluzionaria.

La motivazione non era espressa, ma era la stessa di cui ho parlato poco prima: l’indifferenza, l’ignoranza, l’incultura, la stupidità della stragrande maggioranza della gente!

Nel mio ragionamento non facevo riferimento solo alla classe operaia-proletaria, ma a tutta la popolazione. Ed erano i primi anni Settanta! Non mi dilungo su cosa ho pensato delle generazioni successive e cosa penso di quelle attuali…

Nel 1975 dc ero disoccupato, e feci alcuni lavori tramite una cooperativa di facchinaggio e manovalanza: non ho più nessuna remora ad ammettere che quando dovetti indossare una tuta di operaio fui profondamente a disagio.

La fine dell’impegno

In altra parte di questo blog ho parlato più diffusamente della mia evoluzione (o involuzione) politica: basti dire che divenni trotzkista già intorno al 1973 dc e che svolsi un po’ di attività politica (in realtà, essendo disoccupato, partecipai più che altro alle riunioni e alle manifestazioni) nella sezione italiana della Quarta Internazionale all’incirca tra il 1975 dc e il 1979 dc.

Nel periodo iniziale in cui gravitavo intorno ad Avanguardia Operaia, e fino all’inizio del 1973 dc, non c’erano grandi dubbi: gli slogan erano Ira, Feddayn, Tupamaros, Vietcong, Viva Marx, Viva Lenin, Viva Mao Tse Tung e via ideologizzando.

Dopo che, leggendo e riflettendo, divenni apertamente trotzkista iniziarono battute e sorrisini da parte dei “compagni”. Uno dei quali, ottimo elemento e dirigente di AO, riferendosi esplicitamente al sottoscritto disse più o meno “per quanto riguarda stalinisti e trotzkisti tra cinquant’anni saranno tutti morti e il problema non si porrà più”.

Ottima analisi politica, non c’è che dire! Inevitabili gli ammiccamenti e le occhiatine da parte dei presenti.

Per loro e tutti gli altri la rivoluzione, se non proprio dietro l’angolo, era dopo l’isolato accanto. Si trattava di lavorare “per creare le condizioni”. Peccato che, nel far questo, non si facevano scrupolo di picchiare chiunque la pensasse diversamente, con tanti saluti a qualsiasi “progetto” di costruzione di uno straccio di partito in grado di “guidare” il proletariato verso la rivoluzione.

Entrai nel servizio d’ordine dei lavoratori studenti e vi rimasi fino a che ne fui allontanato, naturalmente senza comunicazione alcuna, perché, secondo motivazioni da me chieste, sarei stato troppo impulsivo. Alla faccia! Ah ma certo, l’impulsività andava bene solo se era adeguatamente “organizzata”!

Più o meno nello stesso periodo entrai nella cellula di AO e vi rimasi per qualche riunione. Le riunioni erano più che altro monologhi del leader di turno che “spiegava” il marxismo leninismo (che, nella loro accezione, comprendeva il maoismo ma non lo stalinismo – funambolismo teorico!). Anche qui, senza comunicazione, io e il compagno Giuseppone non venimmo più invitati: sapemmo poi che “facevamo troppe domande”!

Questa era la motivazione!

Tra la fine del 1974 dc e il maggio del 1975 dc lavorai come dattilografo a Quotidiano dei Lavoratori, organo della neonata Democrazia Proletaria, formata da Avanguardia Operaia, Movimento Lavoratori per il Socialismo e altre organizzazioni.

Conobbi altre compagne e compagni, che frequentai per un po’ anche fuori dalla redazione, scrissi qualche articolo, insieme a Federico P., sulla musica militante (non oso rileggere quegli articoli per scoprirvi tutte le assurdità di cui non mi resi conto allora!) e poi ne fui espulso nel modo più indecente, di cui non voglio accennare nulla per non farmi ancora sangue amaro, pur dopo tutti gli anni trascorsi.

Dopo che cambiò la direzione trovai pubblicata, con mia sorpresa, una lettera che avevo inviato al giornale, con pochi elogi e molte critiche.

Agli inizi del 1976 dc lasciai l’area di Ao (naturalmente per iscritto, consegnando il testo a una compagna che, sono sicuro, non lo consegnò al gruppo e nemmeno lo lesse in pubblico), presi contatto con la IV Internazionale e iniziai a partecipare alle riunioni di cellula, pur non essendovi entrato ufficialmente.

Per circa due anni continuai a frequentare il Cattaneo e svolgervi un po’ di attività a nome dei trotzkisti, poi lasciai tutto e continuai con la cellula, partecipando ai cortei tenendo pure lo striscione (ricordo ancora le facce degli altri compagni orfani della mia partecipazione….), facendo anche il fotografo ufficiale, con tanto di lasciapassare, che conservo ancora, del direttore di Bandiera Rossa Antonio Caronia. Antonio era anche il compagno che dirigeva la cellula a cui partecipavo e le sue riunioni.

Con gli avvenimenti del 1977 dc, e le giornate di Bologna, Caronia lasciò giornale e organizzazione, secondo lui colpevoli di avere sottovalutato il movimento del 1977 dc. Sbagliava perché, secondo me, non c’era proprio niente: non solo da sottovalutare, ma nemmeno da valutare!

Rimasi in cellula fino agli inizi del 1980 dc quando un compagno, che mi aveva già dato del lamalfiano (perché non credevo che il sistema di graduatorie per i disoccupati, usato  dall’Ufficio di Collocamento, fosse di fatto a favore dei lavoratori) e che aveva chiesto “cosa ci fa Demetrio in cellula?”: in quel periodo si concretizzarono i miei dubbi sulla stessa utilità dell’azione politica, e la certezza dell’impossibilità della rivoluzione, né in Italia, né altrove, né mai.

Me ne andai, anche qui scrivendo una relazione  e discutendola in un’ultima riunione: tra i presenti c’era un compagno che era molto assonnato per aver bevuto vino (per sua stessa ammissione) e il buon Gigi Malabarba che ribatteva alle mie riflessioni. In quelle riflessioni elogiavo Herbert Marcuse (sorvolando sull’abbaglio che aveva avuto riguardo alla Cina maoista), la Scuola di Francoforte e il tentativo di un rapporto tra il marxismo e la psicanalisi progressista.

Cessai di fare attività politica, caddi un po’ in “depressione” ma nel Settembre 1981 dc, grazie alla madre di un’amica, trovai lavoro come fattorino in una associazione di categoria.

Iniziò finalmente un buon periodo, col lavoro che mi permetteva maggior tranquillità finanziaria e che mi aveva fatto conoscere nuove amiche e amici, tra i quali voglio ricordare il bravo e simpatico Filippo Azzimonti e l’ottima Camilla Baresani, che allora usava anche il secondo cognome, Varini.

Meno di otto mesi dopo, nel Maggio 1982 dc, mio fratello riuscì a farmi entrare nella grande azienda di telecomunicazioni, nella quale lui lavorava dai primi anni Sessanta.

Iniziò così una nuova ulteriore fase, durante la quale partecipai al sindacato telefonici della CISL, la cui direzione lombarda era allora con maggioranza di DP, con riunioni, cortei, scioperi e picchetti. E qualche intervento pubblico.

Quando non ne potei più di un sindacato che, come gli altri confederali, si era venduto e “ammorbidito”, nel 1995 dc presi contatto con la FLMU-CUB (Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti-Confederazione Unitaria di Base) e ne divenni “militante”, fino a pochi anni fa. Molti dei volantini a nome CUB portano il mio contributo, a volte preponderante, a volte “mitigato” dall’apporto degli altri compagni, a volte marginale.

Un nuovo inizio

Nel 1982 dc, a meno di due anni dall’abbandono della politica e appena iniziato il nuovo lavoro, mi decisi finalmente ad acquistare L’Unico e la sua proprietà di Max Stirner, edito da quella che ancora ritengo forse la migliore casa editrice italiana, Adeplhi. Lo avevo visto spesso nelle librerie, e ne ero molto curioso.

Questo libro, che a dir poco divorai, con numerose sottolineature, evidenziazioni, appunti e commenti, fu una folgorazione e una conferma.

La folgorazione fu quella di leggere parole chiare, nette, definitive e sarcastiche contro tutti i fantasmi e i fanatismi (idee fisse, secondo la sua definizione!), a cominciare da TUTTE le religioni e finendo allo Stato, alla Morale, all’Idealismo, all’Altruismo.

La conferma fu che il mio egoismo, bistrattato, nascosto, deriso e camuffato, era invece l’Egoismo, motore di tutta la vita nell’universo, che finalmente qualcuno chiamava col suo nome, confermava e affermava! E di conseguenza l’individualismo (di solito accompagnato, da parte delle persone di sinistra, dall’epiteto dispregiativo di “borghese”!), bestia nera di tutto il movimento marxista e comunista.

Se è vero che quest’opera mi diede la forza di abbandonare veramente l’attività politica e reagire alle negatività che questo abbandono mi aveva causato, come il rimpianto, il rimorso, il senso di colpa, il senso di inadeguatezza e il senso di incompletezza, dall’altra parte mi diede anche, finalmente, la determinazione di essere fiero del mio pensiero, delle mie opinioni e soprattutto delle mie azioni, per quanto modeste potessero essere.

È pur vero che Stirner, che non lo era,  non mi fece diventare anarchico, come qualche distratto o fuorviato lettore, compresi molti degli stessi anarchici, pensa che fosse, ma non mi fece diventare nemmeno non-marxista, non-comunista e non-rivoluzionario!

Per questi motivi continuai a pensare che la rivoluzione proletaria fosse stata una grande occasione mancata ma che, almeno idealmente e teoricamente, continuasse ad essere l’unica possibilità per il cambiamento del sistema mondiale e, di conseguenza, la sua salvezza dalla degenerazione capitalistica e/o dall’autodistruzione dell’umanità.

Un percorso diverso

Pensando in questo modo, la vita, nei successivi quarant’anni, da un certo punto di vista non fu facile.

Il motivo? Semplicemente, il mio pensiero andava sempre a come la società avrebbe potuto essere se la rivoluzione proletaria avesse seguìto quello che io pensavo fosse il suo corso naturale (ovvero secondo le intenzioni di Marx, di Engels, di Lenin e di Trotzky), e non la degenerazione burocratica e la sua versione orrenda e infernale: lo stalinismo e poi il maoismo. Con il loro capolavoro di terrore e follia in Cambogia.

Il risultato è stato un perenne disagio nella vita e soprattutto nel lavoro, al quale ero estraneo, refrattario e intollerante, anche se, come per gli altri aspetti della mia personalità, ho sempre rifuggito naturalmente dai concetti di carrierismo, aziendalismo, ambizione e “affermazione” personale.

Tutto ciò persisteva mentre, intorno a me, vedevo illustri esempi di compagni “rivoluzionari” che si riciclavano nel sistema fino a poco prima vituperato, avversato e combattuto o, peggio, si davano “anima” e corpo alla carriera, spesso direttiva, in aziende, giornali e quant’altro. E spesso con tanto di clientelismo, affarismo, corruzione.

Senza alcun ritegno.

Così fu che, a un certo punto, all’incirca dalla seconda metà del 2018 dc e, ancor di più, durante tutto il 2019 dc, sono giunto a maturare il convincimento che non solo per me avevano perso di significato  tutto il marxismo, tutto il comunismo (e naturalmente l’anarchismo e il pensiero libertario) e il concetto di rivoluzione, ma addirittura anche quello di sinistra.

Se tutto ciò che si era riusciti ad ottenere negli ultimi cinquant’anni, e che mano a mano il sistema ci stava, e ci sta, portando via, era qualche miglioramento e riforma (sempre con grandi e faticose lotte!) allora anche nel 1980 dc, quando smisi di lottare per ma continuai a pensare per, non potevo ritenermi più né di sinistra, né marxista, né comunista, né rivoluzionario né, ahimè, trotzkista. E avrei dovuto quindi smettere di pensare per, e vivere meglio.

Ed infatti la verità è che, a malincuore, ora, anno 2020 della datazione convenzionale, non posso più ritenermi di sinistra, marxista, comunista, trotzkista.

Vorrei ancora ritenermi rivoluzionario, ma sarei orfano di una madre che in realtà è morta per sempre, dopo una vita travagliata, e quindi preferisco essere da solo, o in buona ristretta compagnia, pur nella diversità e unicità di ognuno. Con poche certezze e molte contraddizioni.

Un approdo (in una baia semideserta)

Intendiamoci: non è che, dopo tutto questo, io sia passato dalla parte opposta! Se a livello ideale l’intenzione, e l’orientamento, sono comunque a sinistra, a livello pratico, dal momento che l’unica sinistra che continuo a concepire è quella rivoluzionaria, e ritenendo impossibile questa rivoluzione, non trovo senso essere di sinistra.

Va da sé che per me essere di sinistra non è la chiacchiera da bar (o da osteria) e il segno sulla scheda elettorale, ma è impegno e militanza, altrimenti non è.

Ammettendo che sia utile e sensato, in un mondo sostanzialmente privo di senso, definire il proprio orientamento politico (in una parola: schierarsi), uno stimolo in questo senso mi è arrivato leggendo un libro (incredibile, vero?).

Ogni tanto trovo e leggo libri su Max Stirner, dal momento che il bravo Max ha scritto poco (o poco resta, e si trova, di ciò che ha pur scritto).

L’ultimo di questa serie, finito di leggere nel settembre 2019 dc, è L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti. Pubblicato da Gwyplaine Edizioni di Camerano (Ancona) nel novembre 2017 dc, ne è autore Carmine Mangone, che si può vedere anche in diversi video su YouTube.

Il libro è stimolante, interessante, contraddittorio, a tratti incomprensibile e, pure, a volte contiene, a mio avviso, vere e proprie assurdità. Ma non è qui il caso di recensire il libro, ma di evidenziare un suo concetto fondamentale, e che riguarda proprio l’argomento della presente pagina.

Nel capitolo intitolato La com-unicità, il comunismo Mangone scrive sicuramente, per me, le cose più interessanti.

È necessario, quindi, procedere a una serie di citazioni.

La questione decisiva resta la relazione tra “uno” e “molti”, ossia tra l’unico e la società umano-femminile in cui egli si trova a vivere la propria presenza…L’unicità emerge dal rapporto con l’altro…però deve passare anche attraverso una riconsiderazione critica di tale distanza-e dei rapporti materiali che la producono-per farne uno spazio di confronto, non un divario…

Il problema da affrontare è dunque quello di una comunanza accettabile…e che può aversi principalmente con la costruzione di un’unione che riesca a preservare e ad amplificare le unicità in gioco, facendo della comunanza stessa una ‘com-unicità’ (in corsivo nel testo), ossia un’associazione concordata e antiautoritaria delle individualità uniche. Beninteso, ciò che si chiama comunismo è parte del problema. Anzi, in massima parte, è stato storicamente-nelle sue varianti marxiste e libertarie-l’emergenza stessa del problema.

Questo è il concetto fondamentale che l’autore, per mantenerlo evidente, scrive col trattino: com-unicità, com-unicismo. E nella successiva esposizione narra, con parole chiarissime, il problema del comunismo.

C’era il sogno di abbattere le classi dominanti e di fare di ogni uomo il padrone della “natura”, attraverso dinamiche rivoluzionarie miranti a redistribuire la ricchezza sociale e a reindirizzare in modo equo la razionalizzazione del lavoro. C’era un progetto diffuso, una possibilità di trasformazione del mondo che vedeva coinvolta, tendenzialmente, e tramite il proletariato, buona parte del genere umano. La rivoluzione era vissuta infatti come un disegno universale di ricomposizione sociale, come una cesura storica e generalizzata per la liberazione dell’intera umanità dal giogo della valorizzazione…la valorizzazione capitalistica…allarga l’accesso sociale alla ricchezza, almeno nei Paesi occidentali, estendendosi progressivamente a tutti gli àmbiti del vivere (New deal roosveltiano, politiche economiche keynesiane, consumo di massa, socialdemocrazia, “liberalizzazione” dei consumi, ecc.).

In tal modo capitale e Stato recuperano le istanze rivoluzionarie e riformatrici incanalandole in processi di rafforzamento e ottimizzazione dei dispositivi sociali di valorizzazione…Senza perdersi in troppe argomentazioni Stirner intuisce l’involuzione autoritaria del movimento comunista e giunge a considerarlo una propaggine storica del cristianesimo…”Il comunismo, abolendo ogni proprietà personale, mi costringe ancor di più a dipendere da un altro, da un qualcosa di universale o collettivo…Il comunismo si oppone a giusta ragione all’oppressione che subisco dai singoli proprietari, ma il potere che esso attribuisce alla collettività è persino più terribile”.

“Secondo l’opinione di comunisti, dev’essere proprietaria la comunità. Al contrario, sono io il proprietario, e mi accordo con gli altri solo a proposito della mia proprietà. Se la comunità mi tratta in modo ingiusto, io mi sollevo contro di essa  e difendo la mia proprietà. Io sono proprietario, ma la proprietà non è sacra. Se i comunisti si atteggiano a straccioni, l’egoista si comporta da proprietario…Si esalta quindi il lavoro, lo si “santifica” per usarlo contro le classi agiate o improduttive, ma torna in auge così, per vie traverse, l’ingiunzione di San Paolo: <<chi non vuol lavorare neppure mangi>>…Il fatto che il comunista intraveda in te l’uomo, il fratello, è solo il lato domenicale del comunismo. Nei giorni feriali, egli non ti considera affatto come uomo in sé, bensì come lavoratore umano o come uomo lavoratore. Il principio liberale si ritrova nel primo modo in cui ti vede, mentre nel secondo si annida l’illiberalità.

Se tu fossi un “fannullone”, non disconoscerebbe in te l’uomo, ma, in quanto “uomo pigro”, ti monderebbe dalla pigrizia e ti porterebbe a credere che il lavoro è “il destino e la missione” dell’uomo”.

Si delinea così, in Stirner, un conflitto insanabile tra l’etica del lavoro e una prassi egoistica del godimento. Si comprende…chiaramente…la moderna “santificazione” del lavoro, nonché il nesso ideologico e mistificatorio tra lavoro e libertà, portato al massimo grado negli ambienti socialisti.

Il servo della gleba si trasforma storicamente in operaio, in salariato. Il suo “travaglio” diventa lavoro….in realtà, lo spossessamento della sua opera non viene a cessare, anzi si accentua, soprattutto con le innovazioni tecnologiche dell’età industriale.

Nella Costituzione sovietica del 1936, ad esempio, l’art. 118 sancisce che <<i cittadini dell’URSS hanno diritto al lavoro>> laddove l’art. 12 è quanto mai impositivo e riprende addirittura l’ingiunzione paolina: <<Il lavoro, nell’URSS, è un dovere e un impegno d’onore per ogni cittadino abile al lavoro, secondo il principio “chi non lavora, non mangia”.

Nell’URSS si attua il principio del socialismo: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro” modificando essenzialmente lo slogan comunista reso celebre da Marx in Critica del programma di Gotha (ma già formulato per sommi capi in: “Atti degli Apostoli”, 4, 35) “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

E così, nella costituzione staliniana, i bisogni cedono il posto al lavoro, vengono perciò in subordine rispetto al dovere del lavoro…ogni singolo proletario…deve quindi sottomettersi agli schemi socialisti approntati dal partito e accettarne le direttive. La transizione tra capitalismo e comunismo si rivela una trappola: la giustezza della causa impone una morale improntata al sacrificio e un livellamento sociale in cui le unicità annaspano o sono addirittura criminalizzate.

E Stirner, a tal proposito, è profetico, lungimirante e molto chiaro: Solo quando non mi aspetterò più dai singoli o da una comunità ciò che mi posso dare da me, solo allora potrò davvero districarmi dalla rete – dell’amore; la plebe cesserà di essere plebe solo quando ‘allungherà le mani’ (in corsivo nel testo)…così come ogni schiavo diventa un uomo libero non appena smette di rispettare il padrone in quanto tale. A quel punto le ‘unioni’ (in corsivo nel testo) moltiplicheranno i mezzi del singolo e ne metteranno al sicuro la proprietà contestata.

La sua (dell’individuo) proprietà – in senso stirneriano – è compressa dentro i confini del sacro e della legalità…la gestione sociale dell’individualità viene delegata ai preti, ai politicanti, ai medici, sottraendo ai singoli buona parte della loro potenza, così da renderli atti a produrre o a veicolare i valori del gruppo di riferimento…Si sacrifica allora di buon grado in cambio di un indennizzo economico e morale per ciò che gli viene sottratto, giungendo talvolta a fare la voce grossa quando non ritiene soddisfacente l’ammontare di tale indennizzo. Così facendo, il singolo introietta la morale dominante e cerca d’incarnarne i valori.

La “servitù volontaria” si evolve in volontà di servire e in desiderio di essere serviti, legittimando e rafforzando l’espropriazione sociale del sé. “Perché…voler dare la colpa agli altri, come se fossero loro a derubarci, quando in realtà la colpa è nostra, dal momento che non li derubiamo? Se esistono dei ricchi, la colpa è dei poveri”.

Il mio egoismo consapevole è un pensiero critico – nonché una critica del pensiero – che riconduce tutto a me, quindi mio proprio. Si tratta infatti di un -ismo bastardo, effimero, che sostanzia sempre un dispositivo personale. Non esistono infatti due egoismi che possano combaciare perfettamente, proprio per l’unicità manifesta del processo egoistico. Le relazioni partono da me e devono tornare a me. La compiutezza implica la chiusura del cerchio, come pure il saltarne fuori per evitare la trappola del narcisismo. Nello sviluppo della mia vita, io resto necessità a me stesso, però devo stare attento a non irrigidirmi, a non attestarmi sulle conquiste effimere della volontà.

E, quindi, la proposizione dirimente: Io mi unisco agli altri per occupare lo spazio dell’amicizia, per creare una com-unicità.

Possiamo consolidare quest’immediatezza facendola fluire in una continuità? E come?…ed è appunto in questa iterazione che risorge e insorge ogni volta la com-unicità, ossia la “storia del godimento”, la comunizzazione di questi destini singolari che si distolgono da ogni destinazione per occupare, insieme, un pezzo di vita.

…La comunicità delle unioni di base – quelle cui si riferisce Stirner – viene così trasformata in com-unità (nella società comunista)...La com-unicità può essere vista quindi come un tentativo di ‘deframmentazione’ (in corsivo nel testo) dell’egoista, nonché di uso egoistico del comune.

…I movimenti essenziali dell’unicità devono quindi agire coerentemente su due piani interrelati: lungo quello teorico, costruendo il pensiero della propria autonomia, e su quello della prassi, cercando di sviluppare le unioni egoistiche nell’ambito della vita quotidiana.

La com-unicità è un ponte tra l’uno e i molti. Si tratta evidentemente di un processo, di una relazione.

Tante sono le argomentazioni che questo libro suscita, e mi ha suscitato, e sarebbe necessario, per discuterne, allungare ancor più questo già troppo prolisso scritto.

Al di là di tutte le teorizzazioni fin qui snocciolate, alla domanda che mi potrei porre, ma non che non sono assolutamente obbligato a pormi, e cioè come posso definirmi?, la risposta non potrebbe essere, allora, che questa: se marxista, comunista, ex-comunista e post-comunista non vanno (più) bene, allora com-unicista, meglio ancora comunicista, è l’unica definizione che mi potrebbe andare comoda. Oltre a, naturalmente, individualista ed egoista (e spero che, alla luce di quanto si è abbondantemente detto, questo ultimo termine non sia travisato come al solito).

Vorrei tanto definirmi anche stirneriano, ma se lo facessi non avrei compreso granché di quanto lo stesso Stirner ha detto e scritto.

Ma nell’uso comune si può essere meno rigidi. Sì, stirneriano mi piace…

Per concludere, un po’ di parole giocate

Parlare delle assurdità, dei luoghi comuni, delle banalità della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta e dei decenni successivi, dopo tutto quello che si è detto negli anni a seguire, può risultare simile a sparare sulla Croce Rossa. E anche riferendosi alla gente in generale, al popolo, si rischia di ripetersi.

Ma non importa, perché dovrei farmi dei problemi?

Quelle che seguono sono divagazioni: non prendetele troppo seriamente, ma nemmeno troppo sullo scherzo…

Quindi:

  • essere puliti e non trasandati, ordinati (senza essere leccati), con le vesti integre (e non a pezzi), con i capelli anche lunghi ma puliti e sani, possibilmente senza (per i maschi) code, codini, treccine: evidentemente, è stato considerato a lungo di destra (o borghese), e il suo contrario, evidentemente, di sinistra (o proletario). Più ci si ritiene alternativi più sembra essere un dovere tutta questa trasandatezza, specialmente tra molti anarchici e/o frequentatori dei centri sociali, che aggiungono per parte loro, a quello già presente, un vasto campionario di tatuaggi, piercing, orecchini, collanine, anelli vistosi e truculenti etc. Beh, allora mi spiace ma sono sempre stato di destra.
  • non ne posso più della divisa borghese imperante su tutto: completo grigio o blu scuro e cravatta. Basta! Ci vuole più fantasia, senza sconfinare nel ridicolo, più varietà! Portiamo la camicia senza cravatta (e questo sarebbe di sinistra…), o magari con l’ascot (altrimenti detto, impropriamente, fazzoletto da collo). Già, ma questo è un indumento aristocratico o bohemienne, e quindi è di destra!
  • le scritte sui muri le ho fatte anch’io. Ma, con gli altri con cui le facevo, e tranne qualche eccezione, non imbrattavamo i palazzi e le chiese senza distinzione, e cercavamo di veicolare concetti almeno un po’ sensati (non sempre era così, ovviamente). Gli attuali (ormai da troppo tempo) writers (eccezion fatta per i veri artisti, che pur ci sono tra loro) sono soltanto degli imbecilli imbratta muri, andrebbero fermati con la forza e obbligati a pulire dove hanno sporcato. Sono io, allora, di destra? Ebbene sì, sono di destra!
  • buttare cartacce e rifiuti per terra, in questa società capitalista e borghese, evidentemente è di sinistra, riporre tutto negli appositi contenitori o portarseli a casa per buttarli nei propri è, sembrerebbe, di destra (in quanto manifestazioni di ordine e autorità, secondo certe menti bacate). Beh, anche qui non ho remore: sono di destra.
  • in una famosa canzone, fare la doccia è di sinistra e fare il bagno nella vasca è di destra. Per le solite menti bacate, nel primo caso si è spartani, si sta scomodi e si soffre (quindi si è di sinistra), nel secondo si è viziosi, si sta comodi e si gode (quindi si è di destra). Con buona pace di Giorgio Gaber, è vero. E io sono di destra….
  • se ti rimbocchi le maniche della camicia in modo lineare, equilibrato, ordinato e “liscio” sei, evidentemente, un personalità d’ordine e, quindi, di destra. Se invece sei di sinistra, antiautoritario, ribelle e contestatore te le rimbocchi disordinatamente in pochi secondi, lasciando in bella vista dei rotoli di camicia simili a una corda. Allora io sono, ancora una volta, indubbiamente di destra.
  • i tatuaggi e i piercing, e certi tagli di capelli, sono talmente diffusi che non possono certo essere di sinistra, ma soltanto assuefazione alle mode e stupidità becera. Meno male, perché altrimenti sarei comunque…di destra!
  • portare, girato al contrario, il berretto con la visiera è solo una forma di stupidità e imbecillità che coinvolge centinaia e migliaia di individui, tennisti e musicisti compresi. Peccato che non sia di sinistra, altrimenti sarei decisamente di destra…
  • anche indossare le scarpe senza calze o, peggio, con mini calzini corti che non si debbano vedere (ed invece si vedono quasi sempre!) è una stupida e imbecille moda. Peccato. Anche in questo caso sarei di destra.
  • ascoltare musica con gli auricolari in ambienti chiusi, come i mezzi pubblici, senza curarsi che i vicini odano un ronzio e un rumore indistinti e ne siano, probabilmente, infastiditi ma non curarsene affatto è un altro sintomo di cafonaggine, inciviltà e insensibilità talmente diffuso che, se fosse di sinistra, avremmo fatto la rivoluzione.

Anche ascoltare musica senza nemmeno gli auricolari, che è peggio, è atteggiamento diffuso. È per questo che sono di destra: li prenderei a legnate, tutti quanti!

  • non sono favorevole all’immigrazione indiscriminata, e per diversi motivi.

Fa aumentare la popolazione che, invece, dovrebbe drasticamente diminuire.

Gli immigrati hanno certo diritto a salvaguardare le proprie tradizioni purché non siano contrarie non alle “nostre tradizioni” ma al buon senso, alle leggi (se giuste), all’equità, alla libertà. Ma molti di loro tendono a prevaricare.

Gli immigrati fanno i lavori che molti italiani viziati non vogliono fare, e così facendo sono sfruttati da italiani, e stranieri, senza scrupoli e contribuiscono, alla lunga, a far sfruttare anche gli italiani.

E così mi trovo ad essere di destra anche sotto questo aspetto…

  • non mi piacciono i latinoamericani: per l’aspetto rozzo, per l’inciviltà diffusa, per la predisposizione all’aggressività immotivata, per il bigottismo che li caratterizza.

Sono di destra? Va bene!

  • sono per l’abolizione del velo per le donne, di qualsiasi taglia e foggia, e di qualsiasi religione, cattolica compresa.

Non perché non si vede il viso per motivi polizieschi, di cui non mi frega un accidente, ma perché è un costume maschilista, feudale, sessuofobico, patriarcale, intollerante, misogino. E se le donne islamiche lo ritengono una scelta, un segno di libertà beh, sono represse, sfruttate dalla loro religione patriarcale e misogina, disturbate mentalmente e, se non se ne rendono conto, bisogna farglielo capire con mezzi risoluti.

E sono per l’imposizione ai sikh di togliersi il turbante se ciò intralcia con le normali funzioni quotidiane e lavorative.

Non si adeguano? Espulsione immediata.

Sono di destra? Va bene!