«Marxisti» per Conte premier

In e-mail il 27 Agosto 2019 dc:

«Marxisti» per Conte premier

«Marxisti per Conte: da D’Alema al PRC, la sinistra che vuole baciare il rospo». Così titola oggi il quotidiano La Repubblica, in relazione all’annunciato governo PD-M5S. Non esagera, e il fatto è clamoroso. Sinistra Italiana e PRC, in forme diverse, rivendicano la formazione del nuovo governo e auspicano l’eventuale presidenza Conte, in oggettiva compagnia di ampi settori di Confindustria, del Vaticano, di Comunione e Liberazione, della burocrazia sindacale. È triste, ma è la realtà.

SINISTRA ITALIANA PRENOTA UN POSTO AL GOVERNO (O NEL SOTTOGOVERNO)

La Direzione Nazionale di Sinistra Italiana ha così deciso lo scorso sabato, con 60 voti a favore e un solo contrario. «Siamo di fronte alla possibilità di una vera svolta… È possibile un limpido accordo tra sinistra, PD, M5S per la formazione del nuovo governo… Siamo ottimisti… L’agenda che si va definendo rompe col renzismo e Salvini», dichiara enfaticamente la risoluzione approvata. Si dà pertanto mandato a Loredana De Petris e a Nicola Fratoianni di negoziare il “governo di svolta”.

C’è davvero da stropicciarsi gli occhi.

Il M5S ha governato con la Lega sino a poche settimane fa, e avrebbe continuato per altri tre anni se non fosse stato scaricato da Salvini: ha votato senza fiatare tutte le misure più reazionarie contro gli immigrati e contro le lotte dei lavoratori (decreto sicurezza bis), ha gestito in prima persona le campagne securitarie contro i “taxi del mare” (Di Maio). Si è rivelato una volta di più per quello che è: un partito di vocazione reazionaria, buono per tutte le stagioni. Non “uno vale uno”, ma uno vale l’altro, l’importante è la propria salvezza istituzionale (nel loro linguaggio, “le poltrone”).

Il PD è il punto di riferimento dei poteri forti, il partito che più di ogni altro ha scardinato i diritti del lavoro (art.18), ha colpito la scuola pubblica (Buona Scuola), ha cogestito la secessione dei ricchi (Emilia-Romagna), ha promosso in prima persona la segregazione dei migranti in Libia (Minniti) concimando il peggiore terreno della destra. E ora, in pochi giorni, PD e M5S sarebbero diventati i garanti di una svolta storica?

La presunta rottura col renzismo e con Salvini è aria fritta, persino formalmente.

Giuseppe Conte, candidato premier per ogni governo, ha detto in queste ore che non rinnega il governo con Salvini, né lo hanno fatto i Cinque Stelle. Quanto ai renziani, sono i principali sponsor del nuovo governo e parte decisiva dei gruppi parlamentari che gli voteranno la fiducia. Dov’è la rottura?

Naturalmente il nuovo governo farà un po’ di maquillage, limerà i decreti più impresentabili (ma non più di tanto), venderà come “svolta” ogni mutamento di virgola, confezionerà il tutto con toni aulici e profetici. Ma solo per nascondere una politica di conservazione sociale su tutte le questioni decisive. A questo serve la stessa fumosità dell’agenda, dalla “tutela dell’ambiente” alla “pace nel mondo” ai “valori” della democrazia. E questo dimostra lo stesso documento della Direzione di Sinistra Italiana, che non a caso si guarda bene dal rivendicare, ad esempio, come condizione dell’accordo, la semplice abrogazione del Jobs act, della Buona Scuola, della legge Fornero, chiamandole con nome e cognome. Perché sa che l’accordo di governo con PD e M5S richiede la rinuncia persino alle misure più elementari di svolta, e ciò che conta per Sinistra Italiana, al di là delle chiacchiere, non è “la svolta” ma il rientro sospirato nel gioco politico di governo, meglio con qualche sottosegretariato. Questa è la prosa, per la poesia c’è sempre tempo.

RIFONDAZIONE COMUNISTA INVOCA IL GOVERNO PD-M5S

Anche Maurizio Acerbo insiste da quindici giorni sulla rivendicazione di un governo tra PD e M5S, con accorati appelli pubblici, quasi giornalieri. Tutta l’argomentazione muove dall’esigenza di “mettere Salvini all’opposizione”. Cosa naturalmente giusta, ma ad una condizione: non lasciare il monopolio dellopposizione… a Salvini. E dunque denunciare la natura trasformista del nuovo governo e dei suoi attori, spiegare la sua natura di classe, combattere l’eterna illusione di un possibile governo amico, contrastare la subordinazione annunciata della burocrazia sindacale al nuovo governo .

Purtroppo il segretario del PRC fa l’opposto. Qua e là dichiara le proprie “divergenze programmatiche e di visione” con PD e M5S (come se si trattasse di un confronto politico-culturale, e non di una opposta collocazione di classe), ma al centro di tutto pone l’appello a PD e M5S perché facciano un governo insieme («è loro dovere di fronte al Paese e alla storia»), rivendica apertamente Conte presidente del Consiglio («Il veto su Conte è assurdo, perché l’avvocato comunque è più solido di Di Maio o Fico»), loda Maurizio Landini per il suo sostegno all’operazione («ho apprezzato le parole di Landini perché ha dimostrato autonomia», non si capisce francamente da chi).

Tutto questo non segna una collocazione di opposizione, ma tutt’al più di pressione critica sul nuovo governo. Al quale Acerbo raccomanda una solo misura decisiva: la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Che naturalmente sarebbe importante in sé, ma non definisce affatto la natura di classe del governo che eventualmente la vara.

E qui torniamo al punto.

I comunisti sono per definizione, come diceva la grande Rosa Luxemburg, un partito di opposizione irriducibile a tutti i governi del capitale. Rimuovere in tutto o in parte questo principio elementare significa solo preparare disastri per i lavoratori, per i comunisti e per le stesse ragioni della democrazia politica, come dimostra la lunga storia dei fronti popolari di staliniana memoria. Farlo, per di più, di fronte a un governo PD-M5S, dopo l’esperienza degli ultimi vent’anni, è davvero un’enormità, che persino i giornalisti borghesi sono costretti a segnalare con una certa incredulità.

Vedremo gli sbocchi del negoziato di governo, ormai in pieno corso. Ma quello che oggi si annuncia è il ritorno della sinistra cosiddetta radicale nel governo della borghesia, o nella sua orbita.

Una volta fu Romano Prodi, con la partecipazione suicida della grande (all’epoca) Rifondazione, oggi forse è Giuseppe Conte con la raccomandazione di ciò che è sopravvissuto a quel suicidio. Col risultato di regalare proprio a Salvini, il peggiore degli arnesi reazionari, la rendita di posizione di unico avversario del governo.

La storia si ripete, e non certo in meglio.

Il M5S non sarebbe nato senza l’autodistruzione di Rifondazione tra le braccia di Prodi, né Salvini avrebbe il consenso che ha tra gli operai senza le compromissioni della sinistra politica e sindacale nell’austerità. Ogni volta che si è fatto il “fronte democratico contro la destra” è proprio la destra che ha sfondato. Non è bastata la lezione dei fatti? Si vuole ogni volta ricominciare da capo?

Partito Comunista del Lavoratori

Il bilancio di Tsipras

In e-mail l’11 Luglio 2019 dc:

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l’avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell’esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo.

Il crollo dell’economia greca, il lungo calvario dei memorandum e l’esperienza della crudele austerità dettata dalla troika avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L’ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa.

Il trionfo dell’oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative.

Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell’accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C’è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa.

Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l’alternativa c’era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista: solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere.

Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito?

Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l’affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l’unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto.

La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l’hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s’era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall’inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori.

Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci a cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l’enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne.

Ha ragione.

Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell’unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all’umiliazione del debitore.

Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati.

E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell’Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza.

Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l’esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gli italiani sono ricchi?

In e-mail il 20 Maggio 2019 dc:

Gli italiani sono ricchi?

Certooo! Affaristi, faccendieri e, soprattutto, evasori fiscali.

Riflettendo sul Rapporto Bankitalia-Istat

«L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito. […] Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro».

Salvatore Morelli, Rapporto sulla diseguaglianza economica in Italia, a cura di Oxfam, 2017 (https://www.lenius.it/disuguaglianza-nel-mondo/).

Il 10 maggio, i media (chi più chi meno) hanno suonato la grancassa sulla ricchezza degli italiani. A onor del vero, la notizia era un po’ stantia, risale al novembre scorso. È uno studio di Bankitalia, basato su dati Istat (vedi: https://www.repubblica.it/economia /2018/11/07/news/bankitalia_la_ricchezza_degli_italiani_vale_10_mila_miliardi_cresce_la_finanza-2110371 57/).

Probabilmente, la riesumazione di questa notizia è nata dall’esigenza di buttar acqua sul fuoco attizzato dalle polemiche elettorali, i cui riflessi sullo spread potrebbero ricadere non solo sul governo ma sul sistema-Italia, nel suo complesso. Non per nulla, la questione è stata subito messa in sordina. Per la cronaca, l’articolo più approfondito è: Davide Colombo, Il tesoretto delle famiglie italiane: una ricchezza di 9.743 miliardi, «Il Sole24 Ore», 10 maggio 2019.

Qualche ragionamento, invece, getterebbe un po’ di luce sul comportamento politico degli «italiani» (calderone in cui si confondono borghesi&proletari). Con scelte politiche anomale, rispetto a quelle di altri Paesi dell’Unione europea, dove, sebbene un po’ ammaccati, resistono gli storici partiti: centro democristiano e sinistra socialista che, in Italia, sopravvivono in quel pateracchio politico che è il Partito democratico, un connubio di ex democristi (Renzi) ed ex piccisti (Zingaretti), con qualche outsider (Gentiloni). Mentre emergono forze politiche, dette populiste e sovraniste, che, in altri Paesi (con poche eccezioni, come l’Ungheria), hanno un peso assai più ridotto.

Un ceto medio pletorico: anomalia Made in Italy

Certamente, alle radici dell’anomalia italiana ci sono i mutamenti economici e sociali che, in questo ventennio, hanno investito il Bel Paese, e che la crisi (2008) ha poi accentuato, riplasmando i vecchi assetti politici. Ma fino a un certo punto la composizione sociale italiana è mutata. Essa mantiene la sua peculiare caratteristica: un ceto medio pletorico, impegnato in attività autonome.

Allevato nella bambagia della Prima repubblica democristian-piccista, con l’ausilio di qualche sinistro/sinistro (piccolo è bello!), il cetomedioautonomo ha trovato una felice sponda nella Seconda repubblica berlusconiana (con metastasi leghista) che ne sposò l’evoluzione immobilar-finanziaria (speculativa).

Ed è questo ceto che connota politicamente l’andazzo italiano. Un forte ceto medio potrebbe essere indice di stabilità sociale se anche le altre classi (quelle fondamentali) – proletariato (lavoratori dipendenti e pensionati) e borghesia (industriali, banchieri, manager…) –, vivessero una situazione tendenzialmente equilibrata, in cui si riducessero le diseguaglianze, in termini di distribuzione della «ricchezza». Così non è. E da tempo.

L’indice di Gini, che misura la sperequazione, a livello europeo colloca l’Italia alla ventesima posizione su 28 (con un coefficiente pari a 0,331 (vedi dettagli in: https://www.lenius.it/disuguaglianza-nel-mondo/).

In poche parole, in Italia c’è una forte sperequazione sociale: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In soldoni, il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’85% della ricchezza e il restante 60% più povero deve arrangiarsi col 15%. I 14 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 30% più povero della popolazione.

Con la crisi, il fenomeno si è generalizzato e accentuato. E, in Italia, assume particolari implicazioni sociali e politiche.

Lo scarica barile

La costante polarizzazione della ricchezza in poche mani si ripercuote su tutti gli strati sociali: con in alto la borghesia e in basso il proletariato. Chi sta in mezzo, ovvero il cetomedioautonomo, per scansarne le conseguenze, si rivale su chi sta in basso, ovvero sul proletariato, provocando, non sempre inconsciamente, l’aumento dell’estorsione di plusvalore e la riduzione dei servizi sociali.

In questa rivalsa, il cetomedioautonomo è favorito dalla sua consistenza, grazie alla quale gioca un pesante ruolo politico, con la parola d’ordine: meno tasse. Ovvero, niente tasse, visto che già ne pagan pochine … Pochine ma fastidiose. Per loro.

Entriamo nel merito del problema e cerchiamo di capire come si collocano i vari strati sociali nella ripartizione della ricchezza. Leggiamo che cosa afferma il Rapporto sulla ricchezza di Bankitalia-Istat.

1)   La finanza, contribuisce per il 41% (pari a 4.374 miliardi) alla ricchezza dei soliti «italiani».

Risparmiatori e speculatori

L’Italia è un Paese di santi, poeti, navigatori e risparmiatori. O meglio piccoli risparmiatori (circa il 60% degli italiani). Nonostante la crisi, anzi proprio per la crisi, molti proletari (per lo più pensionati del bel tempo che fu) scelgono di tirar la cinghia e risparmiare, per far fronte a un futuro incerto e precario: figli precari, salute precaria … E questo risparmio forzoso avviene a dispetto della crescente pressione dei promotori finanziari, a caccia di quattrini, da gettare nella fornace speculativa. Nonostante le recenti vicende del Monte dei Paschi di Siena, della Popolare di Vicenza ecc. ecc. consigliano: prudenza!

Comunque sia, in questi ultimi anni, la possibilità di incrementare i risparmi riguarda solo un terzo delle famiglie «italiane». Di trippa per gatti non ce n’è molta.

Ma ai capitalisti, questi risparmi fanno gola, per loro sono quattrini immobilizzati, che prendono polvere, sfuggendo investimenti, perlopiù speculativi (vedi: Samuele Maccolini, I risparmi degli italiani? Sintomo di paura nel futuro, Rapporto Censis/Conad, https: //www.linkiesta.it/it/article/2018/12/28/risparmio-italiani-conad-censis/40550/).

Capovolgendo la frittata, possiamo dire che questi risparmi, benché forzosi, creano una netta divisione di classe, tra rentier borghesi e piccoli risparmiatori proletari.

I risparmi che si mutano in investimento finanziario riguardano quasi esclusivamente, se non in toto, la borghesia e il ceto medio.

Passiamo all’aspetto cruciale, la casa, entriamo in un terreno ancor più minato! Che però è al centro delle implicazioni politiche.

2)   Le abitazioni, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano quasi la metà della ricchezza complessiva (il 49%). Se poi aggiungiamo terreni e attività cosiddette reali si toccano i 6.295 miliardi, pari al 59%.

Casa dolce casa… Ma quanto ci costi!

Croce e delizia degli italiani! La casa molti italiani furono costretti ad acquistarla quando, con la definitiva soppressione del blocco del canone di locazione (1978), le case in affitto sparirono e, al tempo stesso, l’edilizia pubblica declinava. Una vera pacchia per vecchi e nuovi proprietari di immobili. A evitare eccessive tensioni sociali, provvidero gli ultimi riflessi del boom economico e del Welfare State.

– Sulla casa vedi: Il problema della casa in Italia: politiche, problemi, lotte, in https://centrostudiudine.word press.com/2016/11/26/il-problema-della-casa-in-italia-politiche-problemi-lotte/.

E così, oggi, il 73% degli italiani possiede una casa, alcuni due o più. Fenomeno, quest’ultimo, unico in Europa. Per quale motivo? Almeno dagli anni Settanta molti emigrati dal Sud al Nord Italia o lavoratori confluiti dalla campagna alla città possedevano o avevano acquistato (a volte costruito) una casa nelle località d’origine. Nessun lusso! Anzi, la casa sarebbe diventata una croce prima per far fronte ai mutui, poi per le tasse e per le necessità di manutenzione, infine per adempiere alle normative in materia di sicurezza.

Per inciso, a cavallo degli anni Settanta/Ottanta, l’onere per l’acquisto della casa (il mutuo ma non solo) contribuì a smorzare le lotte operaie, allora in corso, contro le ristrutturazioni industriali.

La casa sembra una ricchezza, in realtà è una pesante palla di piombo al piede, per moltissimi italiani, in primis per i proletari (Vedi: Roberta Cucca, Luca Gaeta, Ritornare all’affitto: evidenze analitiche e politiche pubbliche (2015), abstract disponibile in http: //www.for-rent.polimi.it/wp-content/uploads/2016/01/ Cucca_Gaeta_paper2015.pdf).

Questa è una situazione che spinge molti proletari ad allearsi coi borghesi, in un fronte comune anti tasse. Da cui il successo elettorale della Lega, per esempio.

Ma, in questo fronte, i proletari che la loro abitazione la abitano si trovano in compagnia di borghesi, piccoli e grandi, che con le loro abitazioni fanno affari, affittandole o vendendole al miglior offerente, speculando ed evadendo il fisco. E, con la fregola turistica che pervade oggi l’Italia, questo è un bel business (Airbnb ecc. ecc.) che coinvolge del tutto marginalmente i proletari.

Chi evade il fisco e chi ne paga il conto

Nel fronte anti tasse, i proletari sono la massa di manovra di una battaglia destinata a esiti catastrofici per tutti gli strati sociali coinvolti, che verranno travolti dallo scoppio della prossima bolla immobiliare. A tutto vantaggio del Capitale, senza aggettivi e senza nazione.

Ma fino a quando?

Già oggi il fronte anti tasse mostra tutta la sua precarietà, e non certo a vantaggio di chi ha sostenuto e sostiene tasse, sacrifici e lacrime (PD & Co.).

I proletari che ancora sbarcano il lunario, grazie alla casa e grazie ai risparmi, vivono in un’isola felice, circondata, però, dal mare sempre più tempestoso dei senza risorse, dei senza tetto, dei senza salute, dei senza risparmi, dei senza lavoro…

Prima di farsi trascinare nella lotta di tutti contro tutti, è bene darsi una mossa, rifiutando alleanze contro natura e deleghe canagliesche.

Dino Erba, Milano, 20 maggio 2019.

Meno alberghi, più case

In e-mail il 14 maggio 2019 dc:

Meno alberghi, più case

Nell’agosto 2018 i quotidiani locali tentavano, entusiasticamente, di sdoganare l’ennesimo delirante progetto della “Giunta dei Felici”, progetto banalmente definito “Prè-visioni”. Titolo azzeccato perchè, ancora più banalmente, tutto il pateracchio è fondato sulle visioni fobiche ed alienate del genio del Politecnico Universitario, un vero terremoto di professoressa, tale Morbiducci, alla quale i caruggi, così come li abbiamo sempre abitati, proprio non piacciono. Troppe stradine e poca luce “nei quartieri dove il sole non dà i suoi raggi”.

Perciò la sismica professoressa suggerisce alle brillanti menti della Giunta di radere al suolo un paio di palazzi in via Prè per sostituirli col … nulla, un nulla giustificato da alcuni spiazzi arredati con panchine e tavoli colorati, pomposamente definiti “piazzette universitarie” (forse sponsorizzate dall’Ikea University?) e tanta luminosissima segnaletica per i turisti da convogliare a Palazzo Reale.

Poi, via i caratteristici negozietti popolari e multietnici, poichè anche questo alla prof non piace: facciamo largo al pret-a- porter prefabbricato (ad esempio le Prè-viste nuove lavanderie, per affrontare torme di studenti fuori sede che correranno a frequentare un’università in totale decadenza, o le Prè-viste eno-birrerie ideali per sbronzare e spennare studenti e turisti). Infine, al posto del mercato rionale, vuoi mettere un fantascensore per Palazzo Reale, con annesso bar pasticceria per ricchi?

Che figata! Plaude la Giunta Felice. E le e i residenti? Che si prè-vede per chi, in questo storico quartiere, vive e lavora? Chi se ne frega, si arrangino: infatti, nessuna menzione, nessun dubbio, nessuna soluzione o proposta per la viva realtà di via Prè fa capolino nel progetto: solo tanta, tantissima luce. Da affittare. E tanti turisti da spennare, e tanti studenti e tanta manodopera da sfruttare e affitti da aumentare e immobili su cui speculare.

Fortunatamente la presunzione e l’incompetenza di giunta e professoressa sono state bloccate da quegli stessi vincoli burocratici di solito largamente usati dagli speculatori dell’industria del turismo, degli immobili e del terziario istituzionalizzato. L’U.n.e.s.c.o., minacciando di ritirare i fondi destinati alla tutela di edifici da… abbattere, ha costretto la gang dei felici alla ritirata strategica.

Ciò non impedisce al piano di coatta gentrificazione del centro storico di andare avanti, a suon di campagne per il decoro o per la sicurezza. Capitali ed intrallazzatori sono ben tutelati dalle leggi e dalla burocrazia che aggrediscono i salari e le condizioni di lavoro.

L’aumento degli affitti e la polverizzazione dei contratti di lavoro (quando ci sono) continua a costringere singoli/e e nuclei familiari a lasciare il posto all’imprenditore col portafoglio gonfio che vuole la seconda casa per l’estate. Se ti opponi, assistenti sociali, polizia e carabinieri, truppe di militari grassottelli e sudaticci sono pronti ad intervenire per dare una mano… all’agenzia immobiliare.

Ma se lo zelo dimostrato dalle forze della repressione nell’esecuzione degli sgomberi, se la violenza dei loro interventi a senso unico contro il “povero”, lo straniero, l’escluso non ci sorprendono e se nemmeno ci sorprende che la nuova borghesia illuminata (dal luccichio dell’oro) gorgheggi estasiata ad ogni scoreggia di leggina liberticida, ciò che riesce più difficile spiegare è il motivo di quella sorta di “sindrome di Stoccolma” che spinge alcuni sfruttati a schierarsi dalla parte degli sfruttatori. Forse, quando costoro fanno i cani da guardia dei padroni e gridano “all’abusivo” mentre altri tentano una soluzione pratica e diretta al problema della casa occupandone una, essi credono di difendere la loro stessa, spesso risibile, proprietà o magari ritengono di operare per la giustizia. Però, nei fatti, l’unica giustizia che difendono è quella dei padroni, che godono quando si rompe quel fronte di solidarietà tra oppressi che, nella storia, ha rappresentato una valida difesa da ingiustizie, soprusi ed abusi funzionali ai potenti, ma spesso resi operativi dai lacchè.

Per la cupidigia dei soliti noti, immobiliari pubbliche e private, armatori, catene alberghiere ecc, la conquista degli “ostici” quartieri di Prè, Maddalena e Caricamento rappresenterebbe l’atto finale della guerra contro il proletariato urbano iniziata cinquant’anni fa con la distruzione della zona di via Madre di Dio (che ha comportato, tra l’altro, lo sradicamento coatto di gran parte della popolazione originale dei caruggi, deportata verso periferie di cui nessuno si preoccupa), per la trasformazione completa del centro storico da quartiere vivo a immenso, lucente e spettacolare outlet senza saldi, da consumare piuttosto che da vivere. Una città-vetrina da sfruttare fino al midollo, progettata e costruita a misura di sfruttatore, dove chiunque stia fuori dal business viene considerato/a alla stregua di un pericolo o di un fastidio.

Sta a noi, sfruttate e sfruttati, escluse ed esclusi, capire la parte della barricata da occupare per difendere la qualità e il valore delle nostre vite e di ogni nostro giorno.

SOLIDARIETÀ CON CHI RESISTE, A GENOVA, TORINO E DAPPERTUTTO ALL’ASSALTO DEI PADRONI E DEGLI SPECULATORI

Spazio di documentazione “IL GRIMALDELLO”, via della Maddalena 81r.

FRONTEDEGRADO

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

In e-mail il 21 Maggio 2019 dc:

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

Unire le lotte contro un governo reazionario

21 Maggio 2019

prof_palermo

Quanto successo a Rosa Maria Dell’Aria, insegnante di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è una vicenda gravissima. Condannata dall’Ufficio scolastico provinciale a due settimane di sospensione dal lavoro, con dimezzamento dello stipendio, perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della Memoria, avevano presentato un video in cui paragonavano le leggi razziali del 1938 con il “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si mette così in discussione la libertà d’insegnamento e di pensiero, soprattutto quando essa consiste nel veicolare messaggi antifascisti e antirazzisti. Non provocano invece scalpore e nessun provvedimento disciplinare i casi dei docenti Manfredo Bianchi di Carrara, nostalgico della Repubblica Sociale Italiana, e Sebastiano Sertori di Venezia, antisemita dichiarato.

Questo avviene nell’Italia del governo giallo-verde, uno dei governi più reazionari della storia della Repubblica, fautore di provvedimenti antiproletari come il “decreto sicurezza”, strumento di condanna delle lotte sociali, come quella per la casa, e dei lavoratori, con l’aggravamento dei procedimenti repressivi in caso di picchetti e blocchi stradali; mentre promuove l’autonomia differenziata, utile a dividere i lavoratori della pubblica amministrazione, della sanità e della scuola con contratti regionali, distruggendo l’istituto dei CCNL e bloccando così sul nascere ogni lotta di rilevanza nazionale.

Per questo motivo giudichiamo la firma dell’Intesa del 24 aprile un cedimento dei sindacati confederali al governo, spezzando sul nascere un movimento tra gli insegnanti che vedeva per la prima volta uniti sindacati confederali, sindacati di base e associazioni della scuola in una lotta comune contro precariato e regionalizzazione.

Giudichiamo anche la solidarietà espressa nei confronti della docente di Palermo da molti nel M5S, alleato della Lega nell’approvazione dei provvedimenti reazionari suddetti, mera propaganda elettorale in vista delle elezioni europee, chiaro tentativo dei pentastellati di recuperare il voto di settori dell’elettorato di sinistra.

Come Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata, di classe e antifascista a Rosa Maria Dell’Aria ed a Lavinia Cassaro, licenziata in maniera spettacolare perché ha osato protestare contro una brutale aggressione della polizia ad un corteo antifascista.

Solo con un’ampia mobilitazione dei lavoratori, della scuola come di tutte le categorie, si può porre un argine dal basso e di massa alla deriva reazionaria che sta investendo l’Italia, e colpisce sempre più i lavoratori. Mentre infatti provvedimenti come la Legge Fornero o l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non sono stati minimamente toccati, decine di migliaia di lavoratori precari della scuola, nonostante la promessa di una loro stabilizzazione sia stata uno dei cavalli di battaglia della Lega e del M5S, non hanno visto ancora nei fatti alcun provvedimento di miglioramento della loro condizione lavorativa.

Solo costruendo una vertenza generale che unisca tutti i lavoratori si potranno difendere anche le più basilari libertà democratiche ed i fondamentali diritti, come quello al lavoro ed all’istruzione.

Giù le mani dalla scuola pubblica! Via il ministro della reazione!
No al governo Salvini-Di Maio! Via i decreti sicurezza!

Partito Comunista dei Lavoratori

Considerazioni anarchiche sul Venezuela

In e-mail il 14 Marzo 2019 dc:

Considerazioni anarchiche sul Venezuela: contro Maduro e Guaidò-Per un mondo nuovo, rivoluzionario ed autogestionario

In Venezuela è in atto una lotta per il potere tra opposti capitalismi, quasi due facce della stessa medaglia.

Da una parte un falso “socialismo” rossobruno incarnato da Maduro (erede di Chavez), regime corrotto, militarizzato e repressivo sostenuto da alcune potenze internazionali e sottomesso anch’esso agli interessi di determinate multinazionali.

Questa dittatura, nonostante il petrolio e le immense ricchezze del Paese, ha in questi anni costretto il popolo a vivere di stenti e miseria, senza cibo, sanità e medicinali. Con la violenza quotidiana dei militari, della polizia e delle squadre della morte governative.

Dall’altra vi sono i difensori del capitalismo liberale e delle false “democrazie”, che appoggiano Juan Guaidò e il suo tentativo di prendere il potere, sostenuto dalla destra fascista e appoggiato dagli Stati Uniti di Trump e dal blocco della gran parte degli Stati occidentali. 

L’interesse di questa cordata non è per le condizioni di vita e la miseria del popolo bensì l’intento è arrivare a gestire le ricchezze del Paese continuando l’arricchimento di pochi e lo sfruttamento e la miseria di molti.

In mezzo vi è il popolo manipolato e spinto a crepare per sostenere un dittatore rossobruno o un golpista burattino di Trump e delle multinazionali.

Noi anarchici chiamiamo alla lotta per un’altra e unica via che cancelli ogni potere statalista e capitalista, sia esso rappresentato da Maduro che da Guaidò.

Siamo con chi scende in piazza per difendere i suoi diritti e per riconquistare libertà, dignità e nuove condizioni di vita.

La nostra è la lotta per un confederalismo rivoluzionario, autogestito, assembleare e solidaristico che unisca tutte le classi oppresse del Venezuela come di ogni altra parte del mondo.

NESSUN CAPITALISMO

NESSUNA DITTATURA

Ma un mondo nuovo di Libertà e di trasformazione sociale.

Gruppo Anarchico “Malatesta” di Ancona

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

In e-mail il 10 Marzo 2019 dc:

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L’incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, la Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l’attuale governo dei parvenu e ripristini l’agognata alternanza, il pendolo che per vent’anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

 

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l’Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica.

Quale alternativa di governo in caso di frana dell’attuale esecutivo? Questo è l’interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c’entra tutto questo con la sinistra?

Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall’illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l’illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l’illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo.

Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta.

Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito.

Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia.

Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un’immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d’abito di stagione non cambia la natura del partito che l’indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale: ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD.

Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell’area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l’articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull’immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti.

Sarebbe questa… la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un’apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella.

Con quale obiettivo?

Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po’ di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri.

La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l’esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.

Partito Comunista dei Lavoratori