Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Risoluzione finale del 7 dicembre

In e-mail il 10 Dicembre 2019 dc:

Risoluzione finale del 7 dicembre

Conclusione condivisa dell’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019

 

ass_concl

La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l’importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d’opposizione.

Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell’ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall’Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l’hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) un’ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.

Politiche all’insegna della cultura liberista imperante, dell’austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.

Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di rappresentare un’alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all’affermazione del primo governo Conte le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.

L’impegno condiviso è quello di ricostruire un’opposizione che, sostenendo, valorizzando e unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell’Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.

Puntiamo ad un’opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti e femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza, che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.

Un’opposizione che, in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell’evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assuma l’impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimi.

Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l’insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.

Ciò che si propone, al fine di sostanziare un’opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un’azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:

– per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all’acquisto degli F35;

– per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell’economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;

– per una generalizzata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;

– per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti;

– per l’abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell’iniziativa in altri Paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.

Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell’opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell’unità d’azione.

Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un’articolazione territoriale.

Anche a tal fine si rivolge l’invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.

Ciò su cui si conviene è la promozione di un’unità d’azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell’iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un’unità d’azione funzionale a sostanziare l’obiettivo condiviso.

L’unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!

 

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista

«Marxisti» per Conte premier

In e-mail il 27 Agosto 2019 dc:

«Marxisti» per Conte premier

«Marxisti per Conte: da D’Alema al PRC, la sinistra che vuole baciare il rospo». Così titola oggi il quotidiano La Repubblica, in relazione all’annunciato governo PD-M5S. Non esagera, e il fatto è clamoroso. Sinistra Italiana e PRC, in forme diverse, rivendicano la formazione del nuovo governo e auspicano l’eventuale presidenza Conte, in oggettiva compagnia di ampi settori di Confindustria, del Vaticano, di Comunione e Liberazione, della burocrazia sindacale. È triste, ma è la realtà.

SINISTRA ITALIANA PRENOTA UN POSTO AL GOVERNO (O NEL SOTTOGOVERNO)

La Direzione Nazionale di Sinistra Italiana ha così deciso lo scorso sabato, con 60 voti a favore e un solo contrario. «Siamo di fronte alla possibilità di una vera svolta… È possibile un limpido accordo tra sinistra, PD, M5S per la formazione del nuovo governo… Siamo ottimisti… L’agenda che si va definendo rompe col renzismo e Salvini», dichiara enfaticamente la risoluzione approvata. Si dà pertanto mandato a Loredana De Petris e a Nicola Fratoianni di negoziare il “governo di svolta”.

C’è davvero da stropicciarsi gli occhi.

Il M5S ha governato con la Lega sino a poche settimane fa, e avrebbe continuato per altri tre anni se non fosse stato scaricato da Salvini: ha votato senza fiatare tutte le misure più reazionarie contro gli immigrati e contro le lotte dei lavoratori (decreto sicurezza bis), ha gestito in prima persona le campagne securitarie contro i “taxi del mare” (Di Maio). Si è rivelato una volta di più per quello che è: un partito di vocazione reazionaria, buono per tutte le stagioni. Non “uno vale uno”, ma uno vale l’altro, l’importante è la propria salvezza istituzionale (nel loro linguaggio, “le poltrone”).

Il PD è il punto di riferimento dei poteri forti, il partito che più di ogni altro ha scardinato i diritti del lavoro (art.18), ha colpito la scuola pubblica (Buona Scuola), ha cogestito la secessione dei ricchi (Emilia-Romagna), ha promosso in prima persona la segregazione dei migranti in Libia (Minniti) concimando il peggiore terreno della destra. E ora, in pochi giorni, PD e M5S sarebbero diventati i garanti di una svolta storica?

La presunta rottura col renzismo e con Salvini è aria fritta, persino formalmente.

Giuseppe Conte, candidato premier per ogni governo, ha detto in queste ore che non rinnega il governo con Salvini, né lo hanno fatto i Cinque Stelle. Quanto ai renziani, sono i principali sponsor del nuovo governo e parte decisiva dei gruppi parlamentari che gli voteranno la fiducia. Dov’è la rottura?

Naturalmente il nuovo governo farà un po’ di maquillage, limerà i decreti più impresentabili (ma non più di tanto), venderà come “svolta” ogni mutamento di virgola, confezionerà il tutto con toni aulici e profetici. Ma solo per nascondere una politica di conservazione sociale su tutte le questioni decisive. A questo serve la stessa fumosità dell’agenda, dalla “tutela dell’ambiente” alla “pace nel mondo” ai “valori” della democrazia. E questo dimostra lo stesso documento della Direzione di Sinistra Italiana, che non a caso si guarda bene dal rivendicare, ad esempio, come condizione dell’accordo, la semplice abrogazione del Jobs act, della Buona Scuola, della legge Fornero, chiamandole con nome e cognome. Perché sa che l’accordo di governo con PD e M5S richiede la rinuncia persino alle misure più elementari di svolta, e ciò che conta per Sinistra Italiana, al di là delle chiacchiere, non è “la svolta” ma il rientro sospirato nel gioco politico di governo, meglio con qualche sottosegretariato. Questa è la prosa, per la poesia c’è sempre tempo.

RIFONDAZIONE COMUNISTA INVOCA IL GOVERNO PD-M5S

Anche Maurizio Acerbo insiste da quindici giorni sulla rivendicazione di un governo tra PD e M5S, con accorati appelli pubblici, quasi giornalieri. Tutta l’argomentazione muove dall’esigenza di “mettere Salvini all’opposizione”. Cosa naturalmente giusta, ma ad una condizione: non lasciare il monopolio dellopposizione… a Salvini. E dunque denunciare la natura trasformista del nuovo governo e dei suoi attori, spiegare la sua natura di classe, combattere l’eterna illusione di un possibile governo amico, contrastare la subordinazione annunciata della burocrazia sindacale al nuovo governo .

Purtroppo il segretario del PRC fa l’opposto. Qua e là dichiara le proprie “divergenze programmatiche e di visione” con PD e M5S (come se si trattasse di un confronto politico-culturale, e non di una opposta collocazione di classe), ma al centro di tutto pone l’appello a PD e M5S perché facciano un governo insieme («è loro dovere di fronte al Paese e alla storia»), rivendica apertamente Conte presidente del Consiglio («Il veto su Conte è assurdo, perché l’avvocato comunque è più solido di Di Maio o Fico»), loda Maurizio Landini per il suo sostegno all’operazione («ho apprezzato le parole di Landini perché ha dimostrato autonomia», non si capisce francamente da chi).

Tutto questo non segna una collocazione di opposizione, ma tutt’al più di pressione critica sul nuovo governo. Al quale Acerbo raccomanda una solo misura decisiva: la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Che naturalmente sarebbe importante in sé, ma non definisce affatto la natura di classe del governo che eventualmente la vara.

E qui torniamo al punto.

I comunisti sono per definizione, come diceva la grande Rosa Luxemburg, un partito di opposizione irriducibile a tutti i governi del capitale. Rimuovere in tutto o in parte questo principio elementare significa solo preparare disastri per i lavoratori, per i comunisti e per le stesse ragioni della democrazia politica, come dimostra la lunga storia dei fronti popolari di staliniana memoria. Farlo, per di più, di fronte a un governo PD-M5S, dopo l’esperienza degli ultimi vent’anni, è davvero un’enormità, che persino i giornalisti borghesi sono costretti a segnalare con una certa incredulità.

Vedremo gli sbocchi del negoziato di governo, ormai in pieno corso. Ma quello che oggi si annuncia è il ritorno della sinistra cosiddetta radicale nel governo della borghesia, o nella sua orbita.

Una volta fu Romano Prodi, con la partecipazione suicida della grande (all’epoca) Rifondazione, oggi forse è Giuseppe Conte con la raccomandazione di ciò che è sopravvissuto a quel suicidio. Col risultato di regalare proprio a Salvini, il peggiore degli arnesi reazionari, la rendita di posizione di unico avversario del governo.

La storia si ripete, e non certo in meglio.

Il M5S non sarebbe nato senza l’autodistruzione di Rifondazione tra le braccia di Prodi, né Salvini avrebbe il consenso che ha tra gli operai senza le compromissioni della sinistra politica e sindacale nell’austerità. Ogni volta che si è fatto il “fronte democratico contro la destra” è proprio la destra che ha sfondato. Non è bastata la lezione dei fatti? Si vuole ogni volta ricominciare da capo?

Partito Comunista del Lavoratori

Il bilancio di Tsipras

In e-mail l’11 Luglio 2019 dc:

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l’avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell’esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo.

Il crollo dell’economia greca, il lungo calvario dei memorandum e l’esperienza della crudele austerità dettata dalla troika avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L’ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa.

Il trionfo dell’oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative.

Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell’accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C’è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa.

Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l’alternativa c’era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista: solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere.

Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito?

Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l’affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l’unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto.

La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l’hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s’era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall’inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori.

Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci a cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l’enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne.

Ha ragione.

Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell’unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all’umiliazione del debitore.

Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati.

E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell’Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza.

Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l’esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gli italiani sono ricchi?

In e-mail il 20 Maggio 2019 dc:

Gli italiani sono ricchi?

Certooo! Affaristi, faccendieri e, soprattutto, evasori fiscali.

Riflettendo sul Rapporto Bankitalia-Istat

«L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito. […] Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro».

Salvatore Morelli, Rapporto sulla diseguaglianza economica in Italia, a cura di Oxfam, 2017 (https://www.lenius.it/disuguaglianza-nel-mondo/).

Il 10 maggio, i media (chi più chi meno) hanno suonato la grancassa sulla ricchezza degli italiani. A onor del vero, la notizia era un po’ stantia, risale al novembre scorso. È uno studio di Bankitalia, basato su dati Istat (vedi: https://www.repubblica.it/economia /2018/11/07/news/bankitalia_la_ricchezza_degli_italiani_vale_10_mila_miliardi_cresce_la_finanza-2110371 57/).

Probabilmente, la riesumazione di questa notizia è nata dall’esigenza di buttar acqua sul fuoco attizzato dalle polemiche elettorali, i cui riflessi sullo spread potrebbero ricadere non solo sul governo ma sul sistema-Italia, nel suo complesso. Non per nulla, la questione è stata subito messa in sordina. Per la cronaca, l’articolo più approfondito è: Davide Colombo, Il tesoretto delle famiglie italiane: una ricchezza di 9.743 miliardi, «Il Sole24 Ore», 10 maggio 2019.

Qualche ragionamento, invece, getterebbe un po’ di luce sul comportamento politico degli «italiani» (calderone in cui si confondono borghesi&proletari). Con scelte politiche anomale, rispetto a quelle di altri Paesi dell’Unione europea, dove, sebbene un po’ ammaccati, resistono gli storici partiti: centro democristiano e sinistra socialista che, in Italia, sopravvivono in quel pateracchio politico che è il Partito democratico, un connubio di ex democristi (Renzi) ed ex piccisti (Zingaretti), con qualche outsider (Gentiloni). Mentre emergono forze politiche, dette populiste e sovraniste, che, in altri Paesi (con poche eccezioni, come l’Ungheria), hanno un peso assai più ridotto.

Un ceto medio pletorico: anomalia Made in Italy

Certamente, alle radici dell’anomalia italiana ci sono i mutamenti economici e sociali che, in questo ventennio, hanno investito il Bel Paese, e che la crisi (2008) ha poi accentuato, riplasmando i vecchi assetti politici. Ma fino a un certo punto la composizione sociale italiana è mutata. Essa mantiene la sua peculiare caratteristica: un ceto medio pletorico, impegnato in attività autonome.

Allevato nella bambagia della Prima repubblica democristian-piccista, con l’ausilio di qualche sinistro/sinistro (piccolo è bello!), il cetomedioautonomo ha trovato una felice sponda nella Seconda repubblica berlusconiana (con metastasi leghista) che ne sposò l’evoluzione immobilar-finanziaria (speculativa).

Ed è questo ceto che connota politicamente l’andazzo italiano. Un forte ceto medio potrebbe essere indice di stabilità sociale se anche le altre classi (quelle fondamentali) – proletariato (lavoratori dipendenti e pensionati) e borghesia (industriali, banchieri, manager…) –, vivessero una situazione tendenzialmente equilibrata, in cui si riducessero le diseguaglianze, in termini di distribuzione della «ricchezza». Così non è. E da tempo.

L’indice di Gini, che misura la sperequazione, a livello europeo colloca l’Italia alla ventesima posizione su 28 (con un coefficiente pari a 0,331 (vedi dettagli in: https://www.lenius.it/disuguaglianza-nel-mondo/).

In poche parole, in Italia c’è una forte sperequazione sociale: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In soldoni, il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’85% della ricchezza e il restante 60% più povero deve arrangiarsi col 15%. I 14 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 30% più povero della popolazione.

Con la crisi, il fenomeno si è generalizzato e accentuato. E, in Italia, assume particolari implicazioni sociali e politiche.

Lo scarica barile

La costante polarizzazione della ricchezza in poche mani si ripercuote su tutti gli strati sociali: con in alto la borghesia e in basso il proletariato. Chi sta in mezzo, ovvero il cetomedioautonomo, per scansarne le conseguenze, si rivale su chi sta in basso, ovvero sul proletariato, provocando, non sempre inconsciamente, l’aumento dell’estorsione di plusvalore e la riduzione dei servizi sociali.

In questa rivalsa, il cetomedioautonomo è favorito dalla sua consistenza, grazie alla quale gioca un pesante ruolo politico, con la parola d’ordine: meno tasse. Ovvero, niente tasse, visto che già ne pagan pochine … Pochine ma fastidiose. Per loro.

Entriamo nel merito del problema e cerchiamo di capire come si collocano i vari strati sociali nella ripartizione della ricchezza. Leggiamo che cosa afferma il Rapporto sulla ricchezza di Bankitalia-Istat.

1)   La finanza, contribuisce per il 41% (pari a 4.374 miliardi) alla ricchezza dei soliti «italiani».

Risparmiatori e speculatori

L’Italia è un Paese di santi, poeti, navigatori e risparmiatori. O meglio piccoli risparmiatori (circa il 60% degli italiani). Nonostante la crisi, anzi proprio per la crisi, molti proletari (per lo più pensionati del bel tempo che fu) scelgono di tirar la cinghia e risparmiare, per far fronte a un futuro incerto e precario: figli precari, salute precaria … E questo risparmio forzoso avviene a dispetto della crescente pressione dei promotori finanziari, a caccia di quattrini, da gettare nella fornace speculativa. Nonostante le recenti vicende del Monte dei Paschi di Siena, della Popolare di Vicenza ecc. ecc. consigliano: prudenza!

Comunque sia, in questi ultimi anni, la possibilità di incrementare i risparmi riguarda solo un terzo delle famiglie «italiane». Di trippa per gatti non ce n’è molta.

Ma ai capitalisti, questi risparmi fanno gola, per loro sono quattrini immobilizzati, che prendono polvere, sfuggendo investimenti, perlopiù speculativi (vedi: Samuele Maccolini, I risparmi degli italiani? Sintomo di paura nel futuro, Rapporto Censis/Conad, https: //www.linkiesta.it/it/article/2018/12/28/risparmio-italiani-conad-censis/40550/).

Capovolgendo la frittata, possiamo dire che questi risparmi, benché forzosi, creano una netta divisione di classe, tra rentier borghesi e piccoli risparmiatori proletari.

I risparmi che si mutano in investimento finanziario riguardano quasi esclusivamente, se non in toto, la borghesia e il ceto medio.

Passiamo all’aspetto cruciale, la casa, entriamo in un terreno ancor più minato! Che però è al centro delle implicazioni politiche.

2)   Le abitazioni, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano quasi la metà della ricchezza complessiva (il 49%). Se poi aggiungiamo terreni e attività cosiddette reali si toccano i 6.295 miliardi, pari al 59%.

Casa dolce casa… Ma quanto ci costi!

Croce e delizia degli italiani! La casa molti italiani furono costretti ad acquistarla quando, con la definitiva soppressione del blocco del canone di locazione (1978), le case in affitto sparirono e, al tempo stesso, l’edilizia pubblica declinava. Una vera pacchia per vecchi e nuovi proprietari di immobili. A evitare eccessive tensioni sociali, provvidero gli ultimi riflessi del boom economico e del Welfare State.

– Sulla casa vedi: Il problema della casa in Italia: politiche, problemi, lotte, in https://centrostudiudine.word press.com/2016/11/26/il-problema-della-casa-in-italia-politiche-problemi-lotte/.

E così, oggi, il 73% degli italiani possiede una casa, alcuni due o più. Fenomeno, quest’ultimo, unico in Europa. Per quale motivo? Almeno dagli anni Settanta molti emigrati dal Sud al Nord Italia o lavoratori confluiti dalla campagna alla città possedevano o avevano acquistato (a volte costruito) una casa nelle località d’origine. Nessun lusso! Anzi, la casa sarebbe diventata una croce prima per far fronte ai mutui, poi per le tasse e per le necessità di manutenzione, infine per adempiere alle normative in materia di sicurezza.

Per inciso, a cavallo degli anni Settanta/Ottanta, l’onere per l’acquisto della casa (il mutuo ma non solo) contribuì a smorzare le lotte operaie, allora in corso, contro le ristrutturazioni industriali.

La casa sembra una ricchezza, in realtà è una pesante palla di piombo al piede, per moltissimi italiani, in primis per i proletari (Vedi: Roberta Cucca, Luca Gaeta, Ritornare all’affitto: evidenze analitiche e politiche pubbliche (2015), abstract disponibile in http: //www.for-rent.polimi.it/wp-content/uploads/2016/01/ Cucca_Gaeta_paper2015.pdf).

Questa è una situazione che spinge molti proletari ad allearsi coi borghesi, in un fronte comune anti tasse. Da cui il successo elettorale della Lega, per esempio.

Ma, in questo fronte, i proletari che la loro abitazione la abitano si trovano in compagnia di borghesi, piccoli e grandi, che con le loro abitazioni fanno affari, affittandole o vendendole al miglior offerente, speculando ed evadendo il fisco. E, con la fregola turistica che pervade oggi l’Italia, questo è un bel business (Airbnb ecc. ecc.) che coinvolge del tutto marginalmente i proletari.

Chi evade il fisco e chi ne paga il conto

Nel fronte anti tasse, i proletari sono la massa di manovra di una battaglia destinata a esiti catastrofici per tutti gli strati sociali coinvolti, che verranno travolti dallo scoppio della prossima bolla immobiliare. A tutto vantaggio del Capitale, senza aggettivi e senza nazione.

Ma fino a quando?

Già oggi il fronte anti tasse mostra tutta la sua precarietà, e non certo a vantaggio di chi ha sostenuto e sostiene tasse, sacrifici e lacrime (PD & Co.).

I proletari che ancora sbarcano il lunario, grazie alla casa e grazie ai risparmi, vivono in un’isola felice, circondata, però, dal mare sempre più tempestoso dei senza risorse, dei senza tetto, dei senza salute, dei senza risparmi, dei senza lavoro…

Prima di farsi trascinare nella lotta di tutti contro tutti, è bene darsi una mossa, rifiutando alleanze contro natura e deleghe canagliesche.

Dino Erba, Milano, 20 maggio 2019.

Meno alberghi, più case

In e-mail il 14 maggio 2019 dc:

Meno alberghi, più case

Nell’agosto 2018 i quotidiani locali tentavano, entusiasticamente, di sdoganare l’ennesimo delirante progetto della “Giunta dei Felici”, progetto banalmente definito “Prè-visioni”. Titolo azzeccato perchè, ancora più banalmente, tutto il pateracchio è fondato sulle visioni fobiche ed alienate del genio del Politecnico Universitario, un vero terremoto di professoressa, tale Morbiducci, alla quale i caruggi, così come li abbiamo sempre abitati, proprio non piacciono. Troppe stradine e poca luce “nei quartieri dove il sole non dà i suoi raggi”.

Perciò la sismica professoressa suggerisce alle brillanti menti della Giunta di radere al suolo un paio di palazzi in via Prè per sostituirli col … nulla, un nulla giustificato da alcuni spiazzi arredati con panchine e tavoli colorati, pomposamente definiti “piazzette universitarie” (forse sponsorizzate dall’Ikea University?) e tanta luminosissima segnaletica per i turisti da convogliare a Palazzo Reale.

Poi, via i caratteristici negozietti popolari e multietnici, poichè anche questo alla prof non piace: facciamo largo al pret-a- porter prefabbricato (ad esempio le Prè-viste nuove lavanderie, per affrontare torme di studenti fuori sede che correranno a frequentare un’università in totale decadenza, o le Prè-viste eno-birrerie ideali per sbronzare e spennare studenti e turisti). Infine, al posto del mercato rionale, vuoi mettere un fantascensore per Palazzo Reale, con annesso bar pasticceria per ricchi?

Che figata! Plaude la Giunta Felice. E le e i residenti? Che si prè-vede per chi, in questo storico quartiere, vive e lavora? Chi se ne frega, si arrangino: infatti, nessuna menzione, nessun dubbio, nessuna soluzione o proposta per la viva realtà di via Prè fa capolino nel progetto: solo tanta, tantissima luce. Da affittare. E tanti turisti da spennare, e tanti studenti e tanta manodopera da sfruttare e affitti da aumentare e immobili su cui speculare.

Fortunatamente la presunzione e l’incompetenza di giunta e professoressa sono state bloccate da quegli stessi vincoli burocratici di solito largamente usati dagli speculatori dell’industria del turismo, degli immobili e del terziario istituzionalizzato. L’U.n.e.s.c.o., minacciando di ritirare i fondi destinati alla tutela di edifici da… abbattere, ha costretto la gang dei felici alla ritirata strategica.

Ciò non impedisce al piano di coatta gentrificazione del centro storico di andare avanti, a suon di campagne per il decoro o per la sicurezza. Capitali ed intrallazzatori sono ben tutelati dalle leggi e dalla burocrazia che aggrediscono i salari e le condizioni di lavoro.

L’aumento degli affitti e la polverizzazione dei contratti di lavoro (quando ci sono) continua a costringere singoli/e e nuclei familiari a lasciare il posto all’imprenditore col portafoglio gonfio che vuole la seconda casa per l’estate. Se ti opponi, assistenti sociali, polizia e carabinieri, truppe di militari grassottelli e sudaticci sono pronti ad intervenire per dare una mano… all’agenzia immobiliare.

Ma se lo zelo dimostrato dalle forze della repressione nell’esecuzione degli sgomberi, se la violenza dei loro interventi a senso unico contro il “povero”, lo straniero, l’escluso non ci sorprendono e se nemmeno ci sorprende che la nuova borghesia illuminata (dal luccichio dell’oro) gorgheggi estasiata ad ogni scoreggia di leggina liberticida, ciò che riesce più difficile spiegare è il motivo di quella sorta di “sindrome di Stoccolma” che spinge alcuni sfruttati a schierarsi dalla parte degli sfruttatori. Forse, quando costoro fanno i cani da guardia dei padroni e gridano “all’abusivo” mentre altri tentano una soluzione pratica e diretta al problema della casa occupandone una, essi credono di difendere la loro stessa, spesso risibile, proprietà o magari ritengono di operare per la giustizia. Però, nei fatti, l’unica giustizia che difendono è quella dei padroni, che godono quando si rompe quel fronte di solidarietà tra oppressi che, nella storia, ha rappresentato una valida difesa da ingiustizie, soprusi ed abusi funzionali ai potenti, ma spesso resi operativi dai lacchè.

Per la cupidigia dei soliti noti, immobiliari pubbliche e private, armatori, catene alberghiere ecc, la conquista degli “ostici” quartieri di Prè, Maddalena e Caricamento rappresenterebbe l’atto finale della guerra contro il proletariato urbano iniziata cinquant’anni fa con la distruzione della zona di via Madre di Dio (che ha comportato, tra l’altro, lo sradicamento coatto di gran parte della popolazione originale dei caruggi, deportata verso periferie di cui nessuno si preoccupa), per la trasformazione completa del centro storico da quartiere vivo a immenso, lucente e spettacolare outlet senza saldi, da consumare piuttosto che da vivere. Una città-vetrina da sfruttare fino al midollo, progettata e costruita a misura di sfruttatore, dove chiunque stia fuori dal business viene considerato/a alla stregua di un pericolo o di un fastidio.

Sta a noi, sfruttate e sfruttati, escluse ed esclusi, capire la parte della barricata da occupare per difendere la qualità e il valore delle nostre vite e di ogni nostro giorno.

SOLIDARIETÀ CON CHI RESISTE, A GENOVA, TORINO E DAPPERTUTTO ALL’ASSALTO DEI PADRONI E DEGLI SPECULATORI

Spazio di documentazione “IL GRIMALDELLO”, via della Maddalena 81r.

FRONTEDEGRADO

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

In e-mail il 21 Maggio 2019 dc:

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

Unire le lotte contro un governo reazionario

21 Maggio 2019

prof_palermo

Quanto successo a Rosa Maria Dell’Aria, insegnante di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è una vicenda gravissima. Condannata dall’Ufficio scolastico provinciale a due settimane di sospensione dal lavoro, con dimezzamento dello stipendio, perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della Memoria, avevano presentato un video in cui paragonavano le leggi razziali del 1938 con il “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si mette così in discussione la libertà d’insegnamento e di pensiero, soprattutto quando essa consiste nel veicolare messaggi antifascisti e antirazzisti. Non provocano invece scalpore e nessun provvedimento disciplinare i casi dei docenti Manfredo Bianchi di Carrara, nostalgico della Repubblica Sociale Italiana, e Sebastiano Sertori di Venezia, antisemita dichiarato.

Questo avviene nell’Italia del governo giallo-verde, uno dei governi più reazionari della storia della Repubblica, fautore di provvedimenti antiproletari come il “decreto sicurezza”, strumento di condanna delle lotte sociali, come quella per la casa, e dei lavoratori, con l’aggravamento dei procedimenti repressivi in caso di picchetti e blocchi stradali; mentre promuove l’autonomia differenziata, utile a dividere i lavoratori della pubblica amministrazione, della sanità e della scuola con contratti regionali, distruggendo l’istituto dei CCNL e bloccando così sul nascere ogni lotta di rilevanza nazionale.

Per questo motivo giudichiamo la firma dell’Intesa del 24 aprile un cedimento dei sindacati confederali al governo, spezzando sul nascere un movimento tra gli insegnanti che vedeva per la prima volta uniti sindacati confederali, sindacati di base e associazioni della scuola in una lotta comune contro precariato e regionalizzazione.

Giudichiamo anche la solidarietà espressa nei confronti della docente di Palermo da molti nel M5S, alleato della Lega nell’approvazione dei provvedimenti reazionari suddetti, mera propaganda elettorale in vista delle elezioni europee, chiaro tentativo dei pentastellati di recuperare il voto di settori dell’elettorato di sinistra.

Come Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata, di classe e antifascista a Rosa Maria Dell’Aria ed a Lavinia Cassaro, licenziata in maniera spettacolare perché ha osato protestare contro una brutale aggressione della polizia ad un corteo antifascista.

Solo con un’ampia mobilitazione dei lavoratori, della scuola come di tutte le categorie, si può porre un argine dal basso e di massa alla deriva reazionaria che sta investendo l’Italia, e colpisce sempre più i lavoratori. Mentre infatti provvedimenti come la Legge Fornero o l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non sono stati minimamente toccati, decine di migliaia di lavoratori precari della scuola, nonostante la promessa di una loro stabilizzazione sia stata uno dei cavalli di battaglia della Lega e del M5S, non hanno visto ancora nei fatti alcun provvedimento di miglioramento della loro condizione lavorativa.

Solo costruendo una vertenza generale che unisca tutti i lavoratori si potranno difendere anche le più basilari libertà democratiche ed i fondamentali diritti, come quello al lavoro ed all’istruzione.

Giù le mani dalla scuola pubblica! Via il ministro della reazione!
No al governo Salvini-Di Maio! Via i decreti sicurezza!

Partito Comunista dei Lavoratori

Considerazioni anarchiche sul Venezuela

In e-mail il 14 Marzo 2019 dc:

Considerazioni anarchiche sul Venezuela: contro Maduro e Guaidò-Per un mondo nuovo, rivoluzionario ed autogestionario

In Venezuela è in atto una lotta per il potere tra opposti capitalismi, quasi due facce della stessa medaglia.

Da una parte un falso “socialismo” rossobruno incarnato da Maduro (erede di Chavez), regime corrotto, militarizzato e repressivo sostenuto da alcune potenze internazionali e sottomesso anch’esso agli interessi di determinate multinazionali.

Questa dittatura, nonostante il petrolio e le immense ricchezze del Paese, ha in questi anni costretto il popolo a vivere di stenti e miseria, senza cibo, sanità e medicinali. Con la violenza quotidiana dei militari, della polizia e delle squadre della morte governative.

Dall’altra vi sono i difensori del capitalismo liberale e delle false “democrazie”, che appoggiano Juan Guaidò e il suo tentativo di prendere il potere, sostenuto dalla destra fascista e appoggiato dagli Stati Uniti di Trump e dal blocco della gran parte degli Stati occidentali. 

L’interesse di questa cordata non è per le condizioni di vita e la miseria del popolo bensì l’intento è arrivare a gestire le ricchezze del Paese continuando l’arricchimento di pochi e lo sfruttamento e la miseria di molti.

In mezzo vi è il popolo manipolato e spinto a crepare per sostenere un dittatore rossobruno o un golpista burattino di Trump e delle multinazionali.

Noi anarchici chiamiamo alla lotta per un’altra e unica via che cancelli ogni potere statalista e capitalista, sia esso rappresentato da Maduro che da Guaidò.

Siamo con chi scende in piazza per difendere i suoi diritti e per riconquistare libertà, dignità e nuove condizioni di vita.

La nostra è la lotta per un confederalismo rivoluzionario, autogestito, assembleare e solidaristico che unisca tutte le classi oppresse del Venezuela come di ogni altra parte del mondo.

NESSUN CAPITALISMO

NESSUNA DITTATURA

Ma un mondo nuovo di Libertà e di trasformazione sociale.

Gruppo Anarchico “Malatesta” di Ancona

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

In e-mail il 10 Marzo 2019 dc:

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L’incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, la Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l’attuale governo dei parvenu e ripristini l’agognata alternanza, il pendolo che per vent’anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

 

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l’Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica.

Quale alternativa di governo in caso di frana dell’attuale esecutivo? Questo è l’interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c’entra tutto questo con la sinistra?

Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall’illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l’illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l’illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo.

Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta.

Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito.

Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia.

Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un’immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d’abito di stagione non cambia la natura del partito che l’indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale: ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD.

Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell’area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l’articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull’immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti.

Sarebbe questa… la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un’apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella.

Con quale obiettivo?

Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po’ di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri.

La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l’esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.

Partito Comunista dei Lavoratori

L’oikocrazia come “soluzione”

Da MicroMega 1 Febbraio 2019 dc:

L’oikocrazia come “soluzione” (totalitaria) al problema del rapporto tra élites e masse

di Fabio Armao

Nel mese di gennaio si è svolto, sulle pagine di la Repubblica, un ampio e ricco dibattito sul ruolo delle élites (e sul loro sostanziale fallimento) avviato da un articolo di Alessandro Baricco. Tutti gli interventi, tuttavia, hanno di fatto riproposto l’immagine di un mondo diviso in due, tra élites e masse, rimanendo ancorati a quelle categorie novecentesche che lo stesso Baricco, nel libro The Game, dimostra essere state superate dalla rivoluzione digitale.
Il problema, potremmo dire in una battuta, è che oggi non ci sono più le élites tradizionali, ma non ci sono più neanche le masse, e questo perché la Rete ha colonizzato anche la società reale oltre che il mondo virtuale. Entrambi questi attori sono sostituiti da network sociali sempre più complessi i cui “vertici” (come ci insegna la teoria dei grafi) sono rappresentati da cricche: sottoinsiemi di individui che si conoscono tra di loro. In altre parole, da clan. Le élites stavano alle classi, come i clan stanno alla società globale.

 

Come si è arrivati a questa situazione? Il passaggio di millennio, dopo la caduta dei regimi comunisti e la fine della Guerra fredda, ha visto innescarsi un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza.

La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo Stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network, né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi capaci di attingere a mix originali di risorse della più diversa natura proprio grazie alla riscoperta dei vantaggi dei legami di tipo clanico e che, in breve tempo, si dimostrano in grado di coniugare locale e globale meglio di quanto non riescano a fare le vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche.

Un esempio ovvio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta in politica, basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa o di Bolsonaro in Brasile, o ai cerchi e i gigli magici di italiana memoria (per non parlare delle web tribes (Nota mia: Tribù del Web) delle attuali forze di governo). E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élites finanziarie e dei Ceo (Nota mia: sta per Chief Executive Officer, letteralmente Ufficiale Capo Esecutivo, in Italia si dice Amministratore Delegato!) delle grandi corporation (Nota mia: corporazioni) multinazionali. Dall’età dei diritti individuali si è così transitati, senza alcuna soluzione di continuità e senza significative opposizioni, in un’era dominata dalla società globale dei clan che, per esser chiari, costituisce la morte della democrazia novecentesca.

Questa proliferazione dei clan si concretizza in una forma di governo che potremmo definire, con un neologismo, oikocrazia, termine che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan (e, per questo, costituisce la radice anche della parola economia). L’oikocrazia, quindi, vuole definire una forma politica caratterizzata da due principali elementi: la riscoperta del clan come struttura di riferimento del sistema sociale e la prevalenza degli interessi economici, privati, su quelli politici, pubblici.

In estrema sintesi, l’oikocrazia rappresenta l’inveramento del World Wide Web, ha i propri programmatori e server in Occidente e, aspetto curioso, pur avendo cominciato a manifestarsi già a partire dalla seconda metà del Novecento, ha conosciuto un’espansione senza precedenti proprio dopo il 1989, considerato anche l’anno di nascita del web su Internet. In un gioco a parti invertite, adesso è la società umana che si adegua ai progressi tecnologici, sforzandosi di emularne la ricchezza di forme e di strutture, e dando vita a modelli di network sociali sempre più complessi.

L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni (prenderne atto, tra l’altro, “risolve” l’attuale dibattito sul carattere fascista o meno di alcuni governi cosiddetti sovranisti).

Ed ha due principali corollari: 1) riporta le città al centro dell’universo politico, incrementando un processo che era già stato avviato dalla globalizzazione, trasformandole con sempre maggior frequenza in luoghi di esercizio del potere coercitivo, oltre che di riproduzione continua e inesauribile dell’accumulazione originaria delle risorse; 2) propone una ridefinizione continua degli spazi di legalità che mette di fatto in discussione la certezza stessa del diritto, come dimostra la proliferazione senza precedenti dei delitti dei potenti (corruzione, clientelismo, ecc.) che, non a caso, coinvolgono in maniera sempre più diretta gruppi di criminalità organizzata, avvantaggiati dal fatto di poter fare ricorso alla minaccia o all’uso diretto della violenza.

Visto da questa prospettiva, il “nuovo disordine mondiale” appare più comprensibile, ma questo non può essere di alcuna consolazione. L’oikocrazia, infatti, non segna solo la fine dell’età dei diritti individuali e il conseguente ingresso in un’era nella quale l’autonomia e la libertà del singolo vengono subordinate agli interessi e alla volontà della “famiglia” di riferimento. La logica che ne governa la diffusione nel World Wide Web reale prefigura la nascita di una nuova forma di totalitarismo che potremmo definire “neoliberale”.

Del vecchio progenitore statualistico, che si era incarnato nel nazifascismo e nel comunismo, l’odierno Behemoth – per riprendere il titolo dell’opera di Franz Neumann sul nazismo[1] – sembra essere una riproduzione in millesimo (e, quindi, più difficile da identificare come tale), perché si manifesta a livello micro, in una dimensione locale, in una molteplicità di luoghi differenti allo stesso tempo. Eppure mantiene intatta la propria essenza totalitaria basata su una particolare organizzazione monistica e autoritaria, che sta riducendo ogni dibattito (e la cultura stessa) a mera propaganda e riscopre la violenza come strumento quotidiano e pervasivo di risoluzione dei conflitti.

Il mostro odierno sgorga dal basso, dal territorio, generato da una logica di mercato, da una domanda ormai fuori controllo di denaro, indispensabile alla sopravvivenza stessa del capitalismo finanziario, per poi evolversi attraverso la costruzione di reti transnazionali di oikocrazie che, diversamente dal passato, non hanno più bisogno di complessi apparati istituzionali di propaganda e di sofisticate ideologie centrate sulla supremazia di una nazione, una razza o una particolare dottrina politica, perché sanno avvantaggiarsi del fatto che i moderni social media consentono a chiunque di raggiungere e mobilitare con facilità “porzioni di masse” – si tratti di un politico populista, di un leader di un gruppo terroristico o di un boss del narcotraffico.

A questi stessi attori si deve poi anche l’evoluzione della violenza totalitaria, che non ha bisogno di assumere la forma dello scontro militare tra forze armate tradizionali, perché si accontenta di mantenere le popolazioni in una condizione guerra civile globale permanente: conflitti interni allo Stato, affidate a piccole unità di “soldati” dotati di armi “leggere”, che si trasformano nella condizione quotidiana di un numero crescente di ignari cittadini, e destinati a riverberare comunque a livello internazionale (basti pensare al fenomeno dei migranti in fuga dalla guerra)[2].

Verrebbe quasi da pensare che, prima di cadere sconfitti, i vecchi totalitarismi novecenteschi abbiano fatto in tempo a disseminare dei geni che, con il tempo, si sono riprodotti in nuove creature mischiandosi con altri fattori “ereditari” storico-culturali specifici del luogo.

Ed è come se alcuni di questi geni si fossero inoculati persino all’interno delle trionfanti democrazie, modificandone o sovvertendone, persino, la natura ma permettendo loro, al contempo, di celare tale mutazione continuando a mostrare all’esterno la propria maschera democratica. Il risultato è che, quasi senza accorgercene, abbiamo imboccato una fase di modernizzazione regressiva che – andando oltre la società del rischio prefigurata da Ulrick Beck[3] – sta già producendo una società autoimmune, incapace persino di riconoscere i propri agenti patogeni e, di conseguenza, destinata ad alimentare i propri mali, invece che a debellarli.

NOTE

[1] F. Neumann, 1977 [1942], Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo. Milano: Feltrinelli.

[2] F. Armao, 2015, Inside War. Understanding the Evolution of Organised Violence in the Global Era. Warsaw/Berlin: De Gruyter.

[3] U. Beck, 2000, La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci

Il M5S sale sugli F-35

In e-mail il 21 Dicembre 2018 dc:

Il M5S sale sugli F-35

Per anni la propaganda grillina ha tuonato contro gli sprechi dei jet militari, in particolare contro gli F-35. Per raccattare voti in tutte le direzioni, anche la posa antimilitarista è sembrata uno strumento utile.

Ora contrordine!

Scalata la vetta del governo nazionale, conquistato il Ministero della Difesa (Elisabetta Trenta), conquistato il sottosegretariato alla Difesa (Angelo Tofalo), il M5S si è messo rapidamente l’elmetto. «Da tanti anni abbiamo parlato di questi F-35 in maniera distorta… Non possiamo rinunciare a una grande capacità tecnologica per la nostra aeronautica, che ci mette avanti rispetto a tanti altri Paesi» dichiara ora compunto il sottosegretario Tofalo. Via libera dunque alla messe di miliardi per aerei da guerra.

Il M5S di governo ha bisogno di mettere radici nel cuore profondo dello Stato, innanzitutto nell’apparato militare. La nomina di alti gradi dell’Esercito o dei Carabinieri in ruoli di governo (Ambiente) e sottogoverno non è un fatto casuale. Il M5S cerca legittimazione e riconoscimenti presso i poteri forti, per questo li lusinga con particolari attenzioni. La pioggia di miliardi negli F-35 è il prezzo dell’operazione. Pagheranno la sanità, la scuola, il lavoro.

Doveva essere “il governo del cambiamento”, ma a cambiare sono solo i governanti (del capitale). Per il resto tutto come prima, a partire dal cinismo e dall’ipocrisia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

In e-mail il 12 Dicembre 2018 dc:

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all’articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l’avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell’Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.

Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell’ IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoratori precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l’anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”.

Infine l’annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l’ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l’offerta di un simile Bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L’Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe… Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall’incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi, e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l’80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.

Sino a quando reggerà questa truffa?

Partito Comunista dei Lavoratori

Tossicità e cialtroneria

In e-mail da Democrazia Atea il 20 Giugno 2018 dc:

Tossicità e cialtroneria

Molti ricorderanno che nel 2008 la parola maggiormente pronunciata negli ambienti finanziari, e non solo, era “subprime”.

I debiti “subprime” erano in effetti, prestiti per acquisti immobiliari concessi senza garanzie da alcune banche statunitensi, anche a coloro di cui era certa l’insolvenza, allo scopo di mantenere alti quegli stessi livelli di profitto che le banche d’investimento avevano realizzato già nel 2004 con la cosiddetta “bolla immobiliare”.

In Goldman Sachs avevano brindato ai profitti immobiliari e dopo che avevano concesso prestiti, consapevolmente, anche a chi non li avrebbe mai restituiti, non erano rimasti a guardare.
Avevano inventato una colossale frode, intuendo che quei debiti ingestibili avrebbero potuto essere trasformati in “misteriosi” pacchetti finanziari da vendere sotto forma di cartolarizzazioni.
In questo modo avrebbero continuato a guadagnarci sopra e nel contempo avrebbero spalmato su altri soggetti un rischio che altrimenti non sarebbero stati più in grado di gestire.

Attraverso il processo di cartolarizzazione, i mutui subprime si incrociarono con i prestiti e si trasformarono nei cosiddetti CDO Collateralized Debt Obligation: i CDO a loro volta vennero piazzati presso altre banche.
Quasi tutte le banche europee si sono avventurate nell’acquisto di queste autentiche bufale contabili.
Attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei debiti in prodotti derivati, la crisi immobiliare/bancaria americana si è trasformata in una crisi finanziaria europea, il cui effetto immediatamente evidente è stato quello di una contrazione di liquidità e di una recessione.
I prodotti derivati vennero disvelati in tutta la loro pericolosità, e furono comunemente denominati titoli “tossici”.

I bilanci delle banche, inizialmente gonfiati a dismisura sulle previsioni delle speculazioni, non mostrarono immediatamente la debolezza della loro reale patrimonializzazione.
Solo a distanza di tempo si è cominciato a fare il conto di quanti titoli tossici ci fossero nelle banche europee.
Poiché le parole contano, ed è noto come nei bilanci non possano comparire definizioni troppo esplicative, i titoli tossici si sono trasformati in titoli “illiquidi”, e sono stati catalogati in tre tipologie differenti, per meglio mascherarne la tossicità, come la stadiazione dei tumori.

I titoli di «Livello 1» sono i liquidi, e hanno prezzi riscontrabili sul mercato, poi ci sono i titoli di «Livello 2» che non hanno una immediata quotazione sul mercato ma forniscono parametri idonei a determinarne il prezzo, infine ci sono i titoli per i quali non c’è nessuna valutazione, sono gli invalutabili e sono quelli di «Livello 3» i quali, in assenza di parametri di valutazione, vengono iscritti in bilancio utilizzando modelli matematici, insomma un’altra furbata contabile.

Le banche, smascherate sulle reali consistenze patrimoniali, hanno cominciato a risanare i bilanci e a liberarsi delle tossicità.
Nel bilancio della Deutsche Bank di cinque anni fa risultavano annotati 54,7 trilioni di euro in titoli tossici.
La banca tedesca è riuscita a venderne in quantità tali da avere, al 2017, un residuo di soli 5,8 miliardi di euro, e non c’è adeguata trasparenza nel sapere come quei titoli siano stati spalmati.

La Germania non è la sola, anche le altre banche europee sono esposte agli stessi rischi e viaggiano su una polveriera.

La Banca d’Italia ha avviato uno studio, pubblicato a dicembre 2017, ed ha evidenziato come le banche europee siano esposte complessivamente per 6.800 miliardi di euro di titoli tossici, ma ha anche evidenziato come tre quarti dei titoli illiquidi siano detenuti da Germania e Francia.
Stiamo parlando di una bomba finanziaria che se dovesse esplodere, travolgerebbe non solo l’Europa.

Dalla relazione di Banca d’Italia emerge un dato piuttosto curioso che si sintetizza in un passaggio cruciale: «le banche possedenti tali titoli sono incentivate ad utilizzare a proprio vantaggio la discrezionalità concessa per la loro contabilizzazione, allo scopo di alterare i risultati di bilancio».
In altri termini, le banche tedesche e francesi hanno ottenuto dalle autorità di vigilanza europee, l’autorizzazione a non avere bilanci troppo trasparenti rispetto alla tossicità dei titoli in loro possesso.
Siffatto enunciato merita di essere approfondito, quantomeno in relazione alle finalità.
È pacifico che queste evidenze sono potenzialmente idonee a provocare una nuova crisi finanziaria dalle dimensioni imprevedibili, ma risulta davvero difficile interpretarlo come un imparziale monito agli altri Paesi affinché correggano il tiro sulle pericolose discrezionalità applicate ai bilanci delle loro banche.
E’ invece assai probabile che Banca d’Italia si sia precostituita una carta da giocare se e quando le stesse autorità di vigilanza verranno a chiedere maggior rigore alla trasparenza bancaria italiana, la cui patrimonialità è indebolita dai crediti in sofferenza.

La vigilanza della BCE, infatti, se da un lato mostra accondiscendenza verso le partite truccate dei titoli tossici delle banche tedesche e francesi dall’altra, invece, inasprisce i controlli verso i crediti deteriorati, per intenderci quelli di coloro che non sono riusciti a pagare il mutuo o non sono stati in grado di restituire i prestiti, sia famiglie che imprese.

L’inasprimento dei controlli sui crediti deteriorati innesta una spirale negativa sull’economia reale, già in asfissia, dal momento che il credito bancario è la fonte di finanziamento primaria, non solo delle imprese ma anche delle famiglie.
Ormai è la politica monetaria a dettare la politica economica, e non il contrario, e la politica monetaria si è trasformata in monetarismo neoliberista, sicché la relazione della Banca d’Italia, in questo quadro, non sarà sufficiente ad arginare una eventuale, e molto probabile, nuova esplosione finanziaria.

Né potremmo auspicare soluzioni politiche di rilievo perché siamo sufficientemente consapevoli di essere governati da una compagine cialtrona.

(Carla Corsetti, Segretario nazionale di Democrazia Atea e Coordinamento nazionale di Potere al Popolo)

L’invasione a casa loro

In e-mail il 20 Giugno 2018 dc:

L’invasione a casa loro

La corsa al grande affare dell’auto elettrica sospinge la concorrenza tra gli Stati imperialisti per l’accaparramento delle materie prime che la riguardano: litio e cobalto in primo luogo, ma anche rame e nickel. Negli ultimi due anni per effetto dell’accresciuta domanda il prezzo di litio e cobalto è più che triplicato; quello di rame e nickel segue a ruota. I profitti delle compagnie vanno alle stelle. Le aziende capitalistiche del settore minerario, dopo anni di crisi, sembrano vivere una seconda giovinezza. La Cina in particolare non bada a spese per dominare ogni fase della filiera produttiva delle batterie dell’auto futura, nella previsione che essa diventerà un fenomeno di massa e dunque un grande mercato della competizione mondiale.

L’Africa è oggi il principale teatro della corsa al cosiddetto “oro bianco” (litio).

In Congo, in Niger, in Costa d’Avorio centinaia di aziende minerarie europee e cinesi moltiplicano gli investimenti estrattivi comprando a prezzi stracciati i terreni e sfruttando per dodici ore al giorno i nuovi proletari espulsi dalle campagne. Lo sfruttamento dei bambini nelle miniere del Congo raggiunge tali livelli di orrore e di cinismo da superare abbondantemente in crudeltà la prima rivoluzione industriale in Gran Bretagna. I governi dell’Africa subsahariana sono asserviti alle grandi compagnie minerarie e si contendono i loro favori con offerte fiscali a tasso zero e un buon numero di mazzette. Gli Stati imperialisti e i loro apparati diplomatici, sgomitando gli uni contro gli altri, amministrano gli affari delle proprie aziende, facendo da intermediari. I cosiddetti aiuti allo sviluppo dell’Africa servono a oliare l’ingranaggio di questa rapina. I corpi militari delle innumerevoli missioni (prossima quella italiana in Niger) sono arma di pressione negoziale sul campo.

Analoga rapina in Corno d’Africa, con interessi diversi. L’Etiopia ne è l’epicentro. Qui si sta sviluppando un gigantesco comparto di supersfruttamento dell’industria tessile. Tutti i grandi marchi internazionali del settore – americani, europei, cinesi – si sono gettati sull’enorme disponibilità di manodopera a basso costo, senza protezione sindacale, soprattutto femminile. I soli investimenti cinesi occuperanno a breve due milioni di lavoratori e lavoratrici etiopi. I grandi marchi italiani investono qui come in Bangladesh.

L’intera filiera internazionale del fast fashion si è data appuntamento in Etiopia, per apparecchiarvi la produzione a basso costo consentita da salari da fame e orari di lavoro senza limite. La rivista Business Week racconta dei corsi lampo di cinque giorni per “imparare la disciplina” cui vengono sottoposti i giovani arruolati nel lavoro industriale che provengono dalle campagne. I loro nuovi padroni sono spesso coloro che hanno espropriato la loro terra, con l’aiuto delle autorità locali.

Naturalmente gli uffici di statistica parlano entusiasti del miracolo africano, snocciolando l’aumento del Pil dei Paesi coinvolti (il Pil della Costa D’Avorio è cresciuto l’anno scorso dell’8%). Ma chi pensa che questo significhi sviluppo dell’Africa tenga bene a mente questo dato: fame e malnutrizione conoscono oggi una nuova impennata proprio nel continente nero, per candida ammissione della stessa agenzia umanitaria delle Nazioni Unite (Le Monde, 12 giugno). «Ogni volta che la fame cresce dell’1%, le migrazioni crescono del 2%» afferma, dati alla mano, David Beasley, direttore del cosiddetto Programma alimentare mondiale, che confessa così inconsapevolmente il proprio annunciato fallimento (e l’ipocrisia delle Nazioni Unite).

Cosa resta allora di fronte a ciò delle campagne reazionarie sull’”aiutiamoli a casa loro”?

La verità capovolge l’attuale senso comune. Sono i capitalisti di “casa nostra” a invadere “casa loro”, a saccheggiare le loro risorse, espropriare le loro terre, sfruttare le loro braccia, arruolarli nelle proprie guerre. Le grandi migrazioni dall’Africa sono anche la fuga da questa rapina e dai suoi effetti. Recidere le radici dell’immigrazione significa restituire ai popoli africani la loro casa oggi occupata abusivamente dai nostri padroni. Gli stessi che “in casa nostra” tagliano salari, lavoro, pensione, salute, per ingrassare i propri profitti.

I padroni europei, americani e cinesi non devono esibire permessi di soggiorno, carte in regola, diritti di cittadinanza, per accamparsi in Africa. A loro basta il potere della propria ricchezza e la forza militare dei propri Stati: gli stessi strumenti che hanno usato in forme diverse nelle lunghe stagioni dello schiavismo e del colonialismo. Per questo la rivoluzione sociale contro il capitale è l’unica vera soluzione storica del dramma migratorio. In Europa, in Africa, ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

catalunya.jpg


Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

In e-mail l’1 Luglio 2017 dc:

Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

28 Giugno 2017
banche_venete

Il caso delle banche venete è la perfetta radiografia della natura del capitalismo e dello Stato borghese, contro tutte le false apologie della cosiddetta democrazia e della Costituzione.

I fatti sono noti, e sicuramente brutali nella loro semplicità. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono fallite. Trascinate al fallimento dalla crisi capitalistica del 2008, dall’espansione abnorme di crediti inesigibili, dal collasso dei valori azionari. Soluzione: il governo decreta la liquidazione coatta delle due banche, dividendo il loro patrimonio in due parti. Da un lato gli attivi superstiti, i crediti esigibili, depositi e obbligazioni di valore, i beni immobili, dall’altro tutta la spazzatura dei titoli tossici, crediti senza futuro, attività fallite. La parte sana viene acquistata al prezzo di 1 (uno) euro da Banca Intesa, che è, assieme a Unicredit, la principale banca italiana. La spazzatura tossica l’acquista invece il Tesoro, a carico dei contribuenti. Questi i fatti, di dominio pubblico e di per sé eloquenti: la collettività, già rapinata dalle banche, si accolla i costi del loro fallimento, a vantaggio di una banca che intasca gratis il bottino.

Ma questa è solo la cornice del quadro. I dettagli sono ancor più illuminanti.

Ricordate gli appelli retorici delle istituzioni sulla “necessaria solidarietà nazionale” per “salvare le banche”, che sono “un patrimonio di tutti”? Bene. Le banche italiane hanno rifiutato di pagare la ricapitalizzazione delle banche venete, attraverso una cassa comune, caricando l’onere sullo Stato.

Ricordate l’infinita litania sul debito pubblico della “nazione”, sulla mancanza di risorse per servizi sanità e pensioni, sulla necessità obiettiva dei sacrifici per ridurre la spesa sociale? Bene. La crisi del debito pubblico scompare quando si tratta di salvare le banche. Per comprare la spazzatura dei titoli tossici delle banche venete il governo spende per l’immediato oltre cinque miliardi. Che si aggiungono a 12 miliardi di garanzie pubbliche sui titoli regalati a Banca Intesa, che ha preteso e ottenuto copertura totale per i “futuri rischi”. Che si aggiungono a 10 miliardi già messi a garanzia dei bond emessi dalle banche venete negli ultimi mesi, nel tentativo (vano) di rimetterle in pista. Il tutto finanziato dal decreto varato a Natale che caricava sul debito pubblico 20 miliardi per il salvataggio delle banche.

Dunque: le stesse banche italiane che hanno in pancia 400 miliardi di titoli pubblici, che ogni anno intascano 70-80 miliardi di soli interessi sul debito, beneficiano di altre decine di miliardi pubblici per galleggiare sul mercato capitalistico.

Grazie a questa operazione di socializzazione delle perdite, la principale banca italiana rilancia alla grande i propri profitti e dividendi, per di più gratis. Banca Intesa ottiene infatti in regalo: 26 miliardi di crediti in ottimo stato, 25 miliardi di raccolta dai depositi, 12 miliardi di obbligazioni, 23 miliardi di raccolta indiretta, oltre alla eliminazione delle due banche concorrenti fagocitate e alla conseguente conquista di un proprio monopolio nel Nord-Est.

Grazie a questo gigantesco regalo ottenuto dallo Stato, le quotazioni azionarie di Banca Intesa sono schizzate in cielo, con immenso gaudio dei grandi azionisti. Altro giro altro regalo, verrebbe da dire: lo Stato è solamente, come diceva Marx, il comitato d’affari del capitale, tanto più in tempo di crisi.

All’altro capo c’è naturalmente chi paga la festa.

Non solo la massa dei lavoratori e della popolazione povera cui si chiederà di pagare il conto del debito pubblico accresciuto, a partire dai milioni di lavoratori statali cui si nega il contratto perché ”mancano i soldi”. Ma anche 4000 lavoratori bancari in esubero per la chiusura di due terzi delle 900 filiali delle banche venete (il terzo rimanente va gratis ad Intesa). Ma anche decine di migliaia di piccoli risparmiatori, cui le banche avevano rifilato obbligazioni subordinate truffa in cambio di laute promesse, e persino qualche migliaio di piccoli azionisti.

Il capitalismo ha le sue leggi, che non hanno riguardo per nessuno. Neppure per quella piccola borghesia che spesso si nutre dei suoi miti.

La sola alternativa a questa rapina senza fine è la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori, con la loro concentrazione in un’unica banca pubblica. È l’unica soluzione che può abolire il parassitismo del capitale finanziario e liberare immense risorse per i servizi pubblici e le protezioni sociali. È l’unica soluzione che può trasformare la banca da strumento di rapina in mezzo di sostegno alle necessità dei lavoratori. È l’unica soluzione che può proteggere lo stesso piccolo risparmio.

Ma la nazionalizzazione delle banche non sarà mai realizzata da un governo borghese, fosse pure “di sinistra”, come mostra l’asservimento di Tsipras alla troika e ai suoi banchieri. Può essere realizzata solamente da un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, in una prospettiva anticapitalista e socialista.

Come dimostrò un secolo fa la Rivoluzione d’Ottobre, l’unica che ha realizzato con mezzi rivoluzionari la nazionalizzazione delle banche.

Costruire nella classe lavoratrice, e innanzitutto nella sua avanguardia, la coscienza di questa necessità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scuole? No, “progettifici scolastici”

In e-mail il 5 Luglio 2017 dc (mancando del titolo l’ho creato io):

Scuole? No, “progettifici scolastici”

di Lucio Garofalo

Le scuole, da quando sono gestite da sedicenti “presidi-manager”, ovvero “presidi-sceriffi” o come si preferisce apostrofarli, che mirano ad esercitare un certo tipo di “politica”, intesa nell’accezione più ignobile e deteriore del termine, ossia nel senso di un’operazione di squallido proselitismo clientelare ad esclusivo vantaggio di sé e di altri notabili politici locali, non sono più ambienti sani ed integri moralmente, frequentabili dai discenti.

Le scuole, infette dai “virus” dell’utilitarismo aziendalista/capitalista, dell’affarismo e del clientelismo, non sono più ambienti educativi e adatti agli obiettivi di apprendimento e di socializzazione, in cui si estrinseca il processo di formazione dell’uomo e del cittadino.

Ormai sono diventate dei “progettifici scolastici”, vale a dire mega-fabbriche di inutili progetti-fantasma, che vengono prodotti in quantità industriale, non certo per soddisfare le istanze sociali, culturali e formative degli allievi, bensì per appagare gli appetiti venali e la sete di potere dei dirigenti e dei loro cortigiani. Ebbene, le malcapitate scuole, divorate dalla metastasi dell’affarismo e dell’utilitarismo capitalista, sono ormai diventate dei carrozzoni politico-clientelari ed assistenziali che curano gli interessi esclusivi di ristrette cricche di servi, faccendieri e traffichini che corteggiano i capi d’istituto. I quali, spesso, agiscono in maniera arrogante e dispotica, atteggiandosi quasi alla stregua di “satrapi locali”.

La legge 107 del 2015 ha istituzionalizzato tutto ciò, rendendo la vita più difficile agli insegnanti onesti e coscienziosi, intenzionati a svolgere il proprio dovere in aula.