Quando tutto il lavoro lo faranno le macchine, noi come passeremo il tempo?

Sorgente: Quando tutto il lavoro lo faranno le macchine, noi come passeremo il tempo? 31 Agosto 2015 dc.

Interessante articolo, a parte la citazione di testi in inglese senza traduzione e un’affermazione circa i “peggiori comunisti”

Jàdawin di Atheia

Qualche verità scomoda sui dati del mercato del lavoro « Hic Rhodus

Sorgente: Qualche verità scomoda sui dati del mercato del lavoro « Hic Rhodus 2 Settembre 2015 dc

L’inganno del G20

Dal sito http://www.jadawin.info una e-mail giunta il 16 luglio 2010 dc:

L’inganno del G20

di Lucio Garofalo

Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovra-nazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati auto-prodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale.

L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovra-nazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geopolitico, se è vero che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovra-nazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento sulla Terra, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia e dello sfruttamento. I popoli finora tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, esclusi dalla storia,  dissanguati da debiti usurai, non saranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di torpore e passività in cui sono immersi, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti.

Gettiti e parole…

In e-mail il 12 Febbraio 2010 dc:

Gettiti e parole…

Tagliare le tasse? A chi e perché?

Un Paese di “tartassati” ed “evasori

Non esistendo sistemi fiscali “perfetti” (un po’ come le leggi elettorali), un sistema fiscale, generalmente, può essere:

più “efficace” che giusto

o più “giusto” che efficace.

Il dramma del nostro sistema fiscale, invece, è che esso non è:

a- né efficace (stante l’enorme “buco nero” dell’evasione fiscale che ha consentito crescere negli anni)

b- né giusto (stante la grave discriminazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare a piacimento il proprio reddito!).

Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che:

a- mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!)

b- i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale:

“evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile)

“eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale)

e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo e rientri in scaglioni Irpef inferiori!).

IL “TAX FREEDOM DAY”

Del taglio delle tasse si discute oramai da anni, per lo meno dal 1994 (con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo di Silvio Berlusconi).

Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra!

L’imposizione fiscale in Italia continua ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!).

In Italia quest’anno il “tax freedom day” (ossia il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno!

Ogni contribuente italiano, in pratica, nel corso del 2010 dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno!

Un esempio di quanto il fisco sia vorace?

Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%: ciò vuol dire che una famiglia media italiana (con un reddito poco superiore ai 2.000 euro mensili, oggigiorno appena sufficiente per vivere se si è in affitto, si ha un mutuo da pagare o si hanno più figli a carico) deve restituire quasi il 40% del proprio reddito allo Stato!

Per fare qualche utile comparazione:

in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!)

mentre in Germania i redditi fino a 52 mila euro scontano un’aliquota del solo “15%”, contro un’aliquota del 42% per i redditi superiori (in Italia, invece, entro lo stesso livello di reddito l’aliquota Irpef varia dal 23 fino al “38%”!).

BERLUSCONI (LA PROMESSA): “DUE SOLE ALIQUOTE IRPEF PER GLI ITALIANI!”

“Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”.

Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

La novità principale altro non è che la riedizione (per la terza volta) della proposta con cui lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si era presentato agli elettori già 15 anni fa: la riduzione delle aliquote Irpef a due sole (del 23% per i redditi inferiori a 100 mila euro e del 33% per i redditi superiori).

IL SISTEMA DELL’IRPEF VIGENTE IN ITALIA:

In Italia l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si articola:

in “cinque scaglioni” di reddito

ad ognuno dei quali corrisponde una propria “aliquota imponibile” (progressiva all’aumentare del reddito).

Più in dettaglio:

I- per i redditi compresi tra 0 e 15 mila euro l’aliquota Irpef è pari al 23%

II- per quelli tra 15 e 28 mila euro al 27%

III- per quelli tra 28 a 55 mila euro al 38%

IV- per quelli tra 55 a 75 mila euro al 41%

V- e per quelli oltre i 75 mila euro al 43%.

Sui redditi più bassi, inoltre, grazie ad un complesso sistema di “deduzioni” dal reddito e di “detrazioni” dall’imposta, l’incidenza effettiva media dell’Irpef risulta pari:

per i redditi fino a 8 mila euro, all’1,6%

e per quelli compresi tra 8 e 15 mila euro, al 9%.

Che l’Irpef rappresenti l’“imposta perno” del nostro sistema fiscale, infine, lo dimostra il suo enorme gettito, pari:

a 163,4 miliardi di euro (contro i soli 43 dell’Ires e 38 dell’Irap)

ad oltre i 2/3 dell’intero gettito delle imposte dirette

e a ben 1/3 delle intere entrate tributarie dello Stato (pari a 471 miliardi di euro).

COSA CAMBIEREBBE CON LA RIFORMA DELL’IRPEF ANNUNCIATA?

Se la riforma prospettata dal Premier entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito con aliquote fiscali notevolmente ridotte rispetto alle attuali:

I- per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23%

II- mentre per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!

CHI BENEFICEREBBE DELLA RIFORMA?

Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti.

Più in dettaglio:

per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale!

per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%)

per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%)

mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).

Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”):

a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro       ciascuno

coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro”

mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale!

ECCO PERCHE’ L’ANNUNCIATA RIFORMA DELL’IRPEF RISULTEREBBE “CLASSISTA”, “INIQUA”, “INSOSTENIBILE” E “POPULISTA”!

I-UNA RIFORMA “CLASSISTA”!

A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime:

mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale

la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef!

A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto basti considerare il fatto che:

mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui

e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro

solo il 6, 8% dichiarano più di 40 mila euro

solo l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef)

e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro!

Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’“offesa alla dignità” di chi lavora ed un “regalo” inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari!

Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma “costosissima” ed a beneficio di una minoranza “risicatissima”???

II- UNA RIFORMA “INIQUA”!

Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Progressività dell’imposizione fiscale significa che:

a- chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito)

b- mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica.

La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta!

Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista!

III- UNA RIFORMA “INSOSTENIBILE”!

Alle considerazioni sull’“impatto sociale” della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo “impatto economico”.

Come coniugare, infatti:

la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro)

con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)?

Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare???

IV- UNA RIFORMA “POPULISTA”!

Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo:

il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef

appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi  non consente alcuna riduzione delle imposte”.

L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima “boutade berlusconiana”!

Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici:

lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010

poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo

e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo.

Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”?

Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.

UNA PROPOSTA ALTERNATIVA DI RIFORMA DELL’IRPEF E DEL SISTEMA FISCALE:

Una riduzione dell’Irpef, sia pur necessaria (specie in una fase di generale impoverimento delle classi sociali medie, di perdita di potere d’acquisto delle famiglie e di crollo dei consumi), non può che avvenire:

nel rispetto del principio di “progressività dell’imposta”

e nel quadro di una lotta senza campo contro l’evasione fiscale.

Stante le limitate risorse finanziarie di cui dispone attualmente lo Stato:

se è improponibile una “riduzione generalizzata” delle imposte per tutti

è, di contro, auspicabile una rimodulazione del carico fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie in modo da alleviare il carico fiscale specificatamente:

a- sui percettori di “redditi minori”

b- e sulle “famiglie numerose” (l’introduzione del quoziente familiare, benché richieda uno notevole sforzo riformatore, dovrebbe divenire il principale obiettivo di qualsiasi riforma fiscale).

Sarebbe allora opportuna una progressiva RIDUZIONE:

a- DEGLI SCAGLIONI DI REDDITO (portandoli da 5 a 4)

b- DELLE ALIQUOTE IRPEF.

Un nuovo possibile schema impositivo dell’Irpef, così, potrebbe essere il seguente:

I- fino a 20 mila euro di reddito, riduzione dell’aliquota Irpef al 15%

II- fino a 40 mila euro, riduzione dell’aliquota al 25%

III- fino a 60 mila euro, riduzione del’aliquota al 35%

IV- oltre gli 80 mila euro, riduzione dell’aliquota al 40%.

Una riduzione così sostanziale del gettito Irpef, ovviamente, sarebbe sostenibile solo riequilibrando il sistema fiscale nel suo complesso.

A tal fine sarebbe auspicabile:

a- l’INTRODUZIONE DI UNA “TASSA PATRIMONIALE” SUI GRANDI PATRIMONI (ossia, di valore stimato superiore a “1 milione di euro”): una sorta di “imposta di solidarietà sociale” che garantirebbe un nuovo gettito fiscale in grado di compensare, almeno in parte, la riduzione del gettito Irpef e di incentivare le fasce sociali più ricche a spendere i propri redditi piuttosto che accumularli parassitariamente.

I-                    l’AUMENTO DELLA TASSAZIONE SULLE “RENDITE FINANZIARIE”.

In Italia l’aliquota sulle rendite finanziarie è del 12,5%. Ciò significa che:

mentre chi lavora paga l’Irpef dal 23 al 43%

mentre chi fa impresa paga fino al 50% di tasse

mentre chi consuma paga l’Iva dal 4 fino al 20%

chi dispone semplicemente di rendite finanziarie (dunque guadagna sul capitale investito) paga solo il 12,5% di tasse!

Ragioni di “equità fiscale”, dunque, impongono di portare la tassazione delle rendite ad un livello più adeguato, comparabile con quello europeo: sarebbe auspicabile il raddoppio dell’imposta dal 12,5 al 25%.

II-                  l’AUMENTO DELL’IVA SUI “BENI DI LUSSO”.

E’ auspicabile spostare progressivamente l’imposizione fiscale sempre più dal reddito ai consumi, sulla base della constatazione che la capacità di consumo (salvo che per i beni primari) cresce all’aumentare del reddito: l’imposta sui consumi di beni “di lusso”, dunque, è l’imposta progressiva per eccellenza!

In Italia l’aliquota Iva varia dal 4% (per beni primari come il pane e la pasta) al 20% (per beni come i profumi): sarebbe opportuno portare al 25% l’aliquota Iva sui beni di lusso (come auto di grossa cilindrata, barche di grosse dimensioni, ville, piscine…).

III-                e la REINTRODUZIONE DELL’ICI SULLA PRIMA CASA PER I REDDITI PIU’ ALTI, ossia:

a- per i proprietari di case con redditi personali superiori ai 60 mila euro annui

b- e per i proprietari di abitazioni con un valore stimato superiore ai 500 mila euro.

Gaspare Serra

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Gruppo “PER UN FISCO PIU’ EQUO E SOLIDALE… (Tolleranza zero contro l’evasione!)”:

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