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La lunga notte delle Scuole Armate italiane

Dal sito La Bottega del Barbieri 18 Giugno 2018 dc:

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

di Antonio Mazzeo (*)

Se in tempi di “pace” le forze armate superano ogni limite di decenza nelle loro sempre più invasive occupazioni di scuole e attività didattiche, è doveroso interrogarsi su cosa potrebbe accadere in caso di “guerra guerreggiata” nell’Italia della cosiddetta Terza Repubblica. Peggio di così l’anno scolastico 2017-18 non poteva concludersi: sfilate, parate, cori e bande musicali di studenti e militari “uniti nel Tricolore”; party-saluti di alunne e alunni in basi e installazioni di guerra, con tanto di selfie ai piedi di cingolati, carri armati, cacciabombardieri e sottomarini; saggi ginnico-militar-sportivi e gare di corsa al passo dei bersaglieri; borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte.

Sono centinaia ormai le “esperienze” didattico-educative che le forze armate, in assoluta autonomia e fuori da ogni doveroso controllo degli insegnanti, impongono alle studentesse e agli studenti italiani. Realmente impossibile censirle, ma tra quelle svolte nelle ultime settimane ce ne sono alcune che meritano essere menzionate per la loro gravità e il prevedibile impatto negativo sul processo di formazione e crescita di tanti nostri figli.

Giovedì 31 maggio 2018, ad esempio, una rappresentanza del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin” (il reparto d’eccellenza delle forze speciali di terra che opera in tutti gli scenari di guerra internazionali) si è recata presso l’Istituto scolastico “Leonardo da Vinci” di Guidonia (Roma) per incontrare gli alunni della scuola elementare. “Il primo incontro tra gli Incursori e la classe era avvenuto nei giorni precedenti proprio presso l’aeroporto militare di Guidonia dove i bambini assistevano alle prove della parata prevista per la Festa del 2 giugno ed in maniera del tutto spontanea ed assolutamente inattesa per gli uomini del Col Moschin, gli alunni si sono lanciati in acclamazioni e applausi riecheggiando il grido Arditi lanciato dagli incursori”, riporta l’ufficio stampa dello Stato Maggiore dell’Esercito. “Incuriositi da tale spontaneo slancio, gli Incursori hanno avvicinato la scolaresca che li ha travolti con slancio affettuoso. In particolare un bambino, che si era infortunato poco prima, ha raccontato che siccome gli arditi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi, avrebbe sopportato il dolore come loro. Non potendo lasciar passare così tale manifestazione di affetto gli Incursori hanno, a loro volta, fatto una sorpresa ai bambini e incontrandoli in aula regalando il crest del 9° reggimento Col Moschin e ringraziandoli da parte di tutti gli Incursori dell’Esercito”. Coronano l’articolo che ci riporta ai tempi più bui dell’Istituto Luce, numerose fotografie che ritraggono le lezioni frontali degli ufficiali-arditi in una classe di primaria dove le divisioni di genere sono giù belle e strutturate: i bambini mostrano orgogliosi bicipiti e pettorali, le bambine sorridono estasiate.

Innocenze rubate, coscienze stuprate, i corpi sottratti, cooptati, convertiti in icone di guerra e di morte. La “campagna” militare nelle scuole di Guidonia ha avuto un’indicazione precisa, inequivocabile: Adotta un sorriso di un soldato. Una serie d’iniziative che hanno coinvolto oltre 800 studenti delle scuole di ogni ordine e grado, promosse dal personale del 60° Stormo dell’Aeronautica Militare alla vigilia della “Rivista” per la Festa della Repubblica. “Il progetto mira a creare una possibilità di contatto tra le realtà sociali attraverso una comunicazione comune, quella di sorridere insieme”, si legge nel sito internet dell’Aeronautica. “La fatica della marcia sotto il sole o sotto l’acqua, l’impegno di tutti gli organizzatori per la buona riuscita viene ricompensata dal sorriso, anche se timido, che i bambini e gli adolescenti esternano senza pregiudizio o filtro ma in maniera del tutto incondizionata. L’incontro tra il personale militare di Guidonia e gli studenti avviene attraverso la presentazione dei simboli, delle uniformi e della storia dei Reparti che ogni anno prendono parte alla Sfilata. (…) L’attività ludica e culturale allo stesso tempo si trasforma in un valore aggiunto che consolida quella relazione emotiva, la quale attraverso l’espressione facciale del sorriso, innesca automaticamente sentimenti quali l’empatia, la serenità e la voglia di stare tutti insieme uniti nella gioia. Riconoscere i Reparti attraverso le loro uniformi e le attività esperienziali, quali la marcia insieme ai soldati, sono stati i punti cardini della relazione soldato-bambino in Patria”.

Non è andata purtroppo meglio a 3.000 studenti frequentanti gli istituti scolastici napoletani dove la Divisione “Acqui” (alla guida delle brigate terrestri d’élite “Granatieri di Sardegna”, “Aosta”, “Pinerolo”, “Sassari” e “Garibaldi”), ha oraganizzato e gestito in prima persona il Progetto Legalità, “per tracciare l’importanza delle Forze Armate e in particolare dell’Esercito Italiano, non solo nel solco del centenario della Grande Guerra, ma anche su alcune attività del territorio nazionale, come ad esempio con l’Operazione Strade Sicure”. “Nell’ambito delle attività didattiche e di orientamento del percorso scolastico – prosegue il comunicato dell’Esercito – un team di soldati della Acqui ha divulgato nelle classi l’importanza dei valori di fiducia, coraggio, solidarietà, dignità e sacrificio”.

Abdicando alle proprie funzioni costituzionali, tantissime scuole hanno affidato alle forze armate la rielaborazione e la narrazione “storico-culturale” della Prima Guerra Mondiale, una delle peggiori carneficine della storia dell’umanità. Un processo di mistificazione, quello condotto dai militi-arditi-insegnanti che culminerà con i Festeggiamenti della Vittoria del prossimo 4 novembre, prevedibile apoteosi della partnership scuole–forze armate e della militarizzazione a fini dichiaratamente bellici del sistema educativo nazionale, contro il sapere libero e critico.

Ci troviamo di fronte a un processo inarrestabile? Non lo crediamo, anzi riteniamo che sia ancora possibile intervenire contro questa “marcia sulla scuola” di generali, ammiragli, paramilitari e nostalgici dell’Italia colonial-fascista. Per questo facciamo nostro l’appello lanciato qualche giorno fa da un gruppo di insegnanti (primi firmatari Luca Cangemi, RSU del Liceo “Lombardo Radice” di Catania; Marina Boscaino, docente e pubblicista di Roma; Dina Balsamo dell’IC “G.Romano” di Eboli; Natya Migliori dell’IIS di Palazzolo Acreide; Piero Bevilacqua, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ecc.) per “aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti”. “Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo e sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico”, scrivono i promotori dell’appello docenticontrolaguerra.

Chi ha cuore le sorti della scuola pubblica italiana e ritiene doverosa e imprescindibile la difesa della sua vocazione autenticamente democratica, ugualitaria e pacifista, può socializzare nei territori e negli spazi scolastici la Campagna Scuole Smilitarizzate che è stata promossa da Pax Christi Italia “proprio per arginare la crescente invasione e occupazione dei militari nelle scuole, e rivendicare invece all’istituzione scolastica un ruolo educativo e di formazione delle coscienze nel solco della Costituzione per un mondo di pace”. Scuole Smilitarizzate chiede alle istituzioni di ogni ordine e grado di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, dalla propaganda all’arruolamento alla “sperimentazione” della vita militare degli studenti; dall’organizzazione di visite a strutture riferibili ad attività militari, all’alternanza scuola-lavoro nei corpi armati e nelle industrie belliche. “Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, afferma Pax Christi. “Così si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.

(*) ripreso da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/

Mia nota: bello l’appello, ma proveniendo da Pax Christi perde di qualsiasi significato…

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Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

In e-mail il 18 Maggio 2017 dc:

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

da http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia.

È una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica.

Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica.

Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un gestore (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita.

Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto.

Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

È facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno.

Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante.
Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi.

Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833.

Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato.

Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”.

Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle.

Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute.

Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

Vittorio Agnoletto  15 maggio 2017

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

In e-mail il 29 Novembre 2016 dc (non do un giudizio sui gruppi che firmano il documento), originale qui:

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

Pubblichiamo alcune riflessioni frutto di tre dibattiti sviluppati fra compagne e compagni comunisti a Roma e Viterbo nel mese di novembre 2016.

L’avvicinarsi dell’oramai fatidica giornata referendaria del 4 dicembre va intensificando il dibattito nell’opinione pubblica e negli ambienti militanti e moltiplicando le prese di posizione sui temi della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. I partecipanti alla sfida elettorale stanno caricando l’ennesima chiamata al voto referendario di significati e valenze (riformiste o difensive) che nulla hanno a che vedere con le reali motivazioni alla base della modifica costituzionale e del sistema di voto.

L’estremo trasversalismo dei due schieramenti del si e del no, mascherato dallo “scontro” tra riformatori moderni e difensori amanti della “costituzione più bella del mondo”, esprime invece una aspra lotta tra chi continua a sostenere il processo di integrazione europea e chi si dice favorevole al mantenimento dello status quo, ancora legato a logiche nazionali e clientelari.

 Insomma, comunque vada, lor signori padroni e servitori cascano in piedi, scaricando crisi e riforme contro di noi.

La Costituzione del ’46: il compromesso della borghesia post fascista.

La Costituzione, lungi dal rappresentare uno strumento di difesa della classe lavoratrice o addirittura un’arma da utilizzare per un’offensiva rivoluzionaria, fu dalla sua promulgazione la fonte principale di legittimazione della nuova classe dirigente ascesa al potere e il canale di riciclaggio di forze sociali ed economiche che del fascismo avevano costituito il nerbo del consenso (forze armate, Chiesa e gruppi padronali).

I rapporti di forza creati dalla Resistenza costrinsero i padri costituenti ad acrobazie per rassicurare le classi lavoratrici sulla presunta neutralità dello Stato repubblicano. E se è vero che i provvedimenti più efficaci per garantire sulla carta tale neutralità entrarono in funzione solo dopo decenni, sin da subito le più rilevanti scelte strategiche della nuova classe dirigente furono fatte in ossequio dei dettati costituzionali.

La Repubblica fondata sul lavoro riconosceva di fatto il primato delle forze produttive e non intaccava un sistema di relazioni industriali che, rimanendo rigidamente gerarchico e sbilanciato a favore del padronato, inaugurava la stagione più difficile per la classe lavoratrice, costituzionalmente impossibilitata a dispiegare quel patrimonio di lotta di classe che la stagione della Resistenza aveva comunque rilanciato.

Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in nome del primato del “lavoro”, ovvero della produzione industriale, fu costituzionalmente garantita l’azione di contenimento delle spinte operaie causate dalla repressione interna alla fabbrica da parte dei padroni e da quella dello Stato, nonché da forze sindacali intimamente connesse ai partiti e alla logica dei bassi salari, tutti protagonisti consapevoli della distruzione ambientale e della tragedia dell’emigrazione operaia. La riforma agraria del governo De Gasperi pose fine al movimento di occupazione delle terre e significò la consacrazione costituzionale della piccola proprietà privata e del modello rurale maschile e cattolico.

E di fronte alla nuova composizione operaia e al ciclo di lotte degli anni ’60, le soluzioni eversive di Stato, la violenza stragista e le tentazioni golpiste mostrarono quanto l’involucro costituzionale divenisse superfluo quando non in grado di mantenere i rapporti sociali ed economici in termini favorevoli ai padroni.

E di fronte all’offensiva rivoluzionaria delle avanguardie e delle masse maschili e femminili coscienti negli anni ’70, la  corporazione politica si compattò in nome della costituzione e per conto della costituzione. Lo stesso Pci si autolegittimò tra le sfere dello stato militare e tra gli uffici riservati e reclamò assieme a gran parte dei sinceri democratici la feroce repressione “antiterrorista”, bloccando in maniera apparentemente definitiva il processo di autonomia e di potere operaio e il movimento femminista rivoluzionario.

E di fronte alle sfide internazionali seguite alla caduta del blocco sovietico, anche il presunto ripudio della guerra, sin dal 1949 sacrificato sull’altare dell’adesione all’alleanza militare NATO, produsse solo un fiorire di formule convenzionali (guerra umanitaria, missione di pace) a copertura della fondamentale sostanza guerrafondaia di ogni Stato borghese e di ogni blocco imperialista.

La Costituzione servì in effetti come arma nelle mani del potere, per legittimare in termini politici e giuridici la subalternità dei lavoratori e delle donne e la persecuzione dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. E non lo fece per colpa di una malcelata strumentalizzazione da parte del gruppo di potere che governò l’Italia nel secondo dopoguerra (la DC) ma perché era costitutivamente intesa a rendere più efficace lo sviluppo capitalista. Perché costitutivamente intesa a collocare  tale processo di sviluppo dentro la sfera di mercato occidentale. Perché costitutivamente borghese.

I motivi del sì, una riforma funzionale.

 I promotori, dopo aver inopinatamente indicato nel referendum una sorta di plebiscito per rafforzare un governo privo della “normale” legittimazione del voto, hanno fatto poi ricorso a una serie di argomenti populisti per spiegare i motivi della scelta di modificare una parte della Costituzione. La riduzione dei costi della politica, lo snellimento delle procedure legislative, la “maggiore partecipazione dei cittadini” (sic!), la valorizzazione delle autonomie sono tutte prese per i fondelli che nascondono i reali motivi esogeni che sono alla base dell’avventura referendaria.

È  bene ricordare che essa nasce non come risposta a specifici mali italiani, ma perché coerente con i disegni di ridefinizione degli Stati nazionali dettati a livello europeo. Il processo di concentrazione continentale politica, monetaria e industriale che risponde al nome di Unione europea, processo per noi irreversibile nonostante i conati reazionari dei sovranisti, impone il riadeguamento delle forme statuali e delle costituzioni che le dettano, piegandole alle esigenze del capitalismo europeo.

In assenza di un movimento di lavoratori e lavoratrici cosciente e di profilo internazionale le costituzioni “progressiste” diventano inutili e obsolete, perché non servono più ad assorbire conflitti deboli e sconnessi (nonostante le profezie dei “nostri amici”) e risultano troppo lente e costose a fronte della velocità richiesta dai cicli attuali di estrazione di profitto.

 Il superamento della costituzione del 1948 infatti, è già avvenuto attraverso l’introduzione di meccanismi finanziari, strumenti legislativi e pratiche di governo che ne hanno” de facto” modificato la struttura e l’indizione del referendum non è -come si vuol far credere- né una gentile concessione del governo Renzi, né il frutto di una mobilitazione popolare, bensì di una clausola prevista dalla Costituzione dato che in Parlamento non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare la riforma. Altrimenti non staremmo nemmeno a discutere.

 In una formula, la riforma costituzionale vuole consacrare il processo già in atto, finalizzato a rendere più facile, economico e veloce prendere le decisioni di merda che comunque la classe dirigente ha preso, prende e continuerà a prendere.

I motivi del no, declinato a piacimento.

 Seguendo il dibattito sul referendum, balza agli occhi come il variegato fronte del no, che svaria da raggruppamenti politici che preferiamo non citare, fino a gran parte del movimento antagonista, individuino nella possibile caduta di Renzi il motivo principale della loro propaganda referendaria. Se dal punto di vista dei raggruppamenti politici tale visione è certamente comprensibile, meno chiari risultano i moventi del “no sociale”, del “no costituente” o del “no operaio”, anch’essi precipitati nella visione personalistica della politica che tanto piace al giornalismo attuale.

 Si dice che le ragioni del no rappresenterebbero dal punto di vista tecnico un vantaggio per i lavoratori, favoriti da contrappesi istituzionali. Già facciamo fatica a individuare nella storia dell’Italia repubblicana momenti in cui tali contrappesi fossero realmente serviti alla classe lavoratrice; già prendiamo atto di come tali contrappesi siano allo stato attuale svuotati di senso, logica ed efficacia dal compiuto processo di internazionalizzazione del capitale e dalla costruzione di un blocco di potere europeo.

Ci sembra poi veramente difficile comprendere perché le ragioni del no siano tecnicamente più vicine agli interessi dei lavoratori. Se andiamo a studiare la riforma proposta, l’istituto referendario, che tanta parte di movimento e di sinistra radicale hanno sempre individuato come un terreno praticabile e preferibile di democrazia diretta, riesce addirittura rafforzato, sacrificando, in finale, solo un’istituzione di regia memoria (Senato) che, al pari, per esempio, dell’arma dei carabinieri, rappresenta nel panorama politico internazionale un’anomalia tutta italiana, una vestigia di tempi passati e, per fortuna, sepolti dalla storia.

Ci risulta altresì complicato comprendere come un rafforzamento dell’esecutivo, tendenza peraltro già in atto in diversi Paesi d’Europa tramite provvedimenti eccezionali e decretazione d’urgenza, significhi ineluttabilmente un peggioramento per i lavoratori, a meno di non magnificare virtù taumaturgiche di parlamenti che da sempre sono luoghi deputati a legiferare in funzione del capitalismo e, al massimo, servono in certi casi da ostacolo non in virtù di meccanismi di rappresentanza, bensì a causa di rapporti di forza sociali ed economici più favorevoli ai lavoratori e costruiti all’esterno della sfera statale.

Ci risulta infine inaccettabile che a causa del desiderio di attaccare il processo di funzionalizzazione e centralizzazione del potere continentale si giunga a difendere di fatto una realtà infame come lo Stato-Nazione, individuandolo come bastione contro la rapacità dell’imperialismo europeo, soprattutto di marca tedesca. La forma dello Stato-Nazione non solo, come detto, ci sembra superato in termini politici ed economici, ma è stato combattuto per decenni da quelle stesse forze che il fronte del no aspira a “rappresentare”. Tale atteggiamento contraddittorio e ambiguo da ogni punto di vista giunge oggettivamente a porsi a fianco a forze “sovraniste”, se non peggio, che, molto più coerentemente, perseguono il consenso e sfruttano il risentimento popolare per indirizzarlo a una visione di dominio nazionale e identitario.

 Il problema, al nocciolo, non può quindi essere tecnico. Non può essere un problema di Europa, non può essere un problema di svolta autoritaria. Il problema è politico e ha due facce: Renzi e il movimento stesso.

 Si dice che Renzi stia perdendo consenso, che stia alla frutta, che esista un variegato blocco popolare più o meno distinto e sicuramente maggioritario antirenziano da conquistare magicamente alle ragioni del movimento e delle campagne ambientali e sociali che esistono ma che stentano, secondo tale visione, a farsi conoscere al di là dei soliti canali militanti.

Non è certo la prima volta che ad autunno le truppe del Movimento cominciano ad agitarsi per qualche “grande evento” capace di catalizzare l’attenzione, evidentemente incapaci (o forse non desiderosi) di provare a imporre e valorizzare una propria agenda di lotta. La logica da “grande evento”, così osteggiata quando si tratta di un evento capitalista, sembra in effetti da contrastare solo fino a un certo punto, ovvero fino a quando non garantisca visibilità e pubblicità alla propria autorappresentazione.

Probabilmente tutti i compagni e tutte le compagne sanno bene che una scheda in un’urna referendaria non può modificare o fermare processi che trovano nel mercato mondiale la propria storica sedimentazione e nelle istituzioni dei blocchi continentali le proprie sedi vincolanti per gli stati. Ma si lasciano comunque affascinare dal mito di una “comunità dei movimenti” e di quello delle “mille piazze” che appaiono come soluzioni adatte a liberarsi di quei fantasmi che infestano le menti e agitano le notti delle individualità che compongono l’antagonismo attuale: isolamento, marginalità e invisibilità.

 È un problema antico, certamente impossibile da evitare, che sin dagli albori del movimento rivoluzionario ha determinato scelte e revisioni di consolidati patrimoni teorici, magari mai smentiti dalla realtà dei fatti, ma spesso giudicati dalle soggettività “impazienti” come limiti all’allargamento e all’affermazione della propria opzione sociale. Eppure è un problema che la partecipazione a ogni referendum e, soprattutto, a questo referendum non fa altro che aggravare, destinando, al netto delle scelte opportuniste, l’inquietudine che anima le pur sincere coscienze di molti compagni e molte compagne a naufragare sugli scogli della poltiglia mediatica e della retorica politicista.

 Proprio nel momento storico-politico in cui grandi masse, la maggioranza dei cittadini italiani ed europei, perdono fiducia nell’istituto truffaldino del suffragio universale, rendendo il “partito dell’astensione” il primo partito, ci si mette a rincorrere tornate elettoralistiche o a mettersi al soldo di qualche magistrato-sindaco o di qualche finto partigiano.

Sinceramente la partecipazione del movimento antagonista alla sfida referendaria di dicembre ci sembra il punto più basso mai raggiunto  in termini di autonomia della classe e dei movimenti stessi, in termini di prospettiva reale e politica di cambiamento, in termini di proposta di ricomposizione delle lavoratrici e dei lavoratori, in termini di adeguamento del dibattito militante, in termini di salvaguardia del patrimonio di lotte sociali ed economiche, in termini di scissione dal pantano della politica, di chiarezza delle proprie identità e delle proprie proposte.

 L’idea di rilanciare cicli di lotte e di entusiasmo a partire da “grandi eventi” ha mostrato la sua inefficacia in decine e decine di occasioni. Al contrario, alti momenti di rivolta e insurrezione, pure se avvenuti in occasione di crisi istituzionali, sono riusciti più “forti” perché erano il risultato di un clima di conflittualità militante diffusa, oggi pressoché del tutto assente.

 Quella al referendum, anche quando non  mossa da moventi di opportunismo, anche quando non esprima il tentativo di ricondurre all’ovile elettorale, è quindi una partecipazione politica e militante insipiente, vecchia, stanca. Uno spreco di energie. Non appassionante e non produttivo.

Uscire dall’impasse

L’attuale scarnificazione dei rapporti sociali ha rivelato apertamente il carattere brutale, assassino e nocivo del modello di produzione capitalista. Il capitalismo stesso si va giovando della necessità, a causa delle sofferenze finanziarie, e della possibilità, a causa dell’assenza di conflitto reale, di fare a meno degli strumenti tradizionali di mediazione tra capitale e lavoro. La crisi dello Stato democratico non corrisponde a una crisi del dominio reale del Capitale, che, snellendo l’apparato burocratico, distruggendo il Welfare State, accorpando unità amministrative, riducendo i costi del lavoro, procede a concentrare il potere politico ed economico e tenta di rilanciare il profitto.

Il nostro problema non è quello di arginare tale riadeguamento capitalista, a meno di non destinare la nostra azione a una battaglia di retroguardia e di conservazione di un sistema preesistente che abbiamo fino ad oggi combattuto. Come Marx giudicava più conveniente per la rivoluzione la “libertà di commercio” rispetto ai protezionismi, così i rivoluzionari romani a inizi del ‘900 non rimpiangevano lo Stato pontificio, sebbene la Chiesa costituisse un freno alla speculazione capitalista nella Capitale.

E’ chiaro quindi che un intervento autonomo e di classe in questa situazione, più che attardarsi nell’utopico sogno di salvare una vecchia signora decrepita (la Costituzione) dovrebbe stare nel “movimento reale che supera lo stato di cose presenti”, cioè sfruttare le opportunità che, seppure con rapporti di forza sfavorevoli, si pongono nel corso della lotta tra le classi. E oggi queste opportunità si chiamano diffusione del modo di produzione capitalista all’intero pianeta con conseguente rottura dei confini tra generi, contaminazione migratoria e concentrazione metropolitana del proletariato.

Partecipare al referendum costituzionale non è un errore solo in termini di strategia. Ma anche in termini di un presunto interesse tattico. Sostenere che la scadenza referendaria rappresenti una opportunità da cogliere, è un segno di debolezza perché indice di una scelta subalterna allo scontro interno al sistema dei partiti sul terreno del parlamentarismo. L’agenda dei movimenti sembra ancora una volta influenzata da logiche istituzionali, tanto più se si considera l’apertura di credito riservata da ampi settori di movimento alle giunte “anomale” che governano Roma, Torino e Napoli.

 Che si tratti del governo delle città o di quello del Paese ci sembra che – in questa fase – l’agire e il pensare dei movimenti esista solo in quanto riflesso delle contraddizioni del Potere, che non si dia capacità autonoma di elaborazione ed iniziativa per tutte quelle aspirazioni/necessità di vasti settori sociali che pure esprimono una domanda politica.

 Ritenere residuali le battaglie nelle scuole, sul lavoro, in difesa dell’ambiente, sulla casa può anche paradossalmente essere giusto, ma solo se ci si interroga sull’assenza della capacità di costruire organizzazione autonoma a partire da tali lotte. Questo referendum non è evidentemente vicino ai problemi della classe cui si ritiene di appartenere, ma solo a quelli dei leader che di tale classe si ritengono i rappresentanti. È questo il ceto con il quale si pensa di ricostruire il tessuto connettivo della classe?

Dal punto di vista teorico occorre cogliere nella semplificazione dei meccanismi burocratici e nella velocizzazione istituzionale che il referendum potrebbe sancire a dicembre, ma che saranno eventualmente realizzate sotto altre forme e in altri momenti, anche senza il burattino Renzi, la nostra urgenza di riadeguare una pratica e una teoria di lavoro militante che mostra ogni giorno drammaticamente la sua insufficienza e la sua autoreferenzialità.

Certamente il lento processo molecolare di ricostruzione di un terreno propizio alla lotta di classe, necessario per sedimentare processi di autorganizzazione, è lento, talvolta noioso e quasi sempre faticoso, scandito più da denunce penali e provvedimenti amministrativi che da risultati felici e brillanti.

Dal punto di vista pratico occorre ribadire che, nonostante le difficoltà e le asperità, solo lo stimolo e la valorizzazione delle lotte e della capacità di autorganizzazione della classe lavoratrice, nonché la capacità di sedimentare, coordinare e collegare i risultati acquisiti in mesi e anni di “scavo della talpa” dentro un processo di organizzazione autonoma, fuori e contro la Democrazia e i suoi istituti e per abolire lo stato di cose presenti,  possono rilanciare un’opzione concreta di comunismo e di libertà.

Comitato di Lotta Quadraro

Centro Sociale I Pò

Assemblea per l’Autorganizzazione

Iskra Roma

Comitato di lotta Studenti, Lavoratori e Disoccupati Viterbo e Civita Castellana

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

In e-mail il 14 luglio 2016 dc:

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

LA NATURA REAZIONARIA DELLA BREXIT. PER UNA ALTERNATIVA DI CLASSE E SOCIALISTA ALLA UNIONE EUROPEA

La vittoria della Brexit, riflesso della crisi dell’Unione Europea, ha un segno reazionario.

Il No greco alla troika del luglio del 2015 era espressione di un’opposizione sociale di massa, segnata da rivendicazioni di classe e democratiche, poi tradite da Tsipras. La Brexit ha una valenza non solo diversa ma opposta. La campagna pro-Brexit è stata ispirata e diretta da forze reazionarie, apertamente antioperaie e antipopolari, attorno a una campagna centrata sulla contrapposizione ai migranti e sullo sciovinismo britannico. Una campagna che è riuscita a dirottare contro la UE un blocco sociale composito (settori di classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne, ampie fasce di piccola borghesia impoverita) capitalizzando la rabbia sociale prodotta da decenni di austerità e privazioni. La crisi del movimento operaio inglese, dentro la crisi più generale del movimento operaio europeo, ha favorito questo sbocco. Le forze diverse della sinistra che in nome di ragioni progressive o addirittura anticapitaliste hanno sostenuto la Brexit, si sono di fatto subordinate a questa dinamica reazionaria, commettendo un grave errore politico.

L’Unione Europea degli stati capitalisti è irriformabile da un punto di vita sociale e democratico. Le illusioni dell’europeismo riformista (Partito della Sinistra Europea) sono state smentite una volta di più dalla capitolazione di Tsipras alla troika. Ma un’alternativa alla UE può avere carattere progressivo solo a partire da una mobilitazione di classe e di massa che nei diversi paesi e su scala continentale metta in questione le politiche, i partiti, i governi della borghesia. La mobilitazione prolungata e di massa che a partire da marzo ha percorso la Francia contro la Loi Travail di Hollande, incidendo nel profondo sullo scenario sociale e politico francese, indica la possibile alternativa di classe alle soluzioni nazionaliste, reazionarie, xenofobe. La parola d’ordine strategica degli Stati Uniti socialisti d’Europa è la sola che può dare una prospettiva storica progressiva alla necessaria ripresa dell’iniziativa di classe in Europa, contro i governi borghesi e la loro Unione.

I RIFLESSI POLITICI DELLA BREXIT IN EUROPA

La Brexit ha aperto di fatto una fase politica nuova in Europa.

In Gran Bretagna contribuisce a riproporre, per reazione, le questioni nazionali irrisolte di Scozia e Irlanda. Nel continente alimenta tendenze contrastanti. Da un lato sospinge le iniziative composite del fronte reazionario e nazionalista in diversi paesi (Francia, Olanda, Danimarca, Austria) con analoghi contenuti xenofobi e sciovinisti. Ma dall’altro può favorire tendenze alla stabilizzazione politica conservatrice nel nome della “sicurezza contro il caos”, a fronte delle ricadute di crisi economica e bancaria che la Brexit ha alimentato: una campagna che può fare presa in ampi settori popolari e di piccola borghesia in particolare attorno alla difesa del risparmio. Il risultato delle elezioni spagnole, con l’ampia vittoria del Partito Popolare e il mancato sorpasso del PSOE da parte di Podemos, è stato segnato anche dalla reazione alla Brexit. Hollande e Renzi si propongono a loro volta di cavalcare la campagna “sicurezza” nei rispettivi Paesi.

Le conseguenze della Brexit sul piano della crisi capitalista e delle relazioni statuali interne all’Unione sono altrettanto complesse e andranno verificate nel tempo.

È presto per valutare se la Brexit potrà aprire una nuova fase di aggravamento della crisi economica internazionale. Di certo, nell’immediato, l’annunciato distacco della Gran Bretagna dalla UE minaccia il sistema bancario europeo, segnato da diversi punti di crisi (crisi delle banche italiane e portoghesi, difficoltà delle banche tedesche e francesi). Il contenzioso sulla Unione bancaria e sulla sua regolazione interna occupa dunque una volta di più il negoziato tra i principali stati capitalisti, sotto il segno di una nuova emergenza economica.

A sua volta il negoziato sulla Unione bancaria ripropone di fatto tutti i nodi irrisolti della crisi della Unione Europea: il fallimento del fiscal compact, le contraddizioni paralizzanti del suo quadro istituzionale, i contrasti tra gli interessi nazionali (come analizzati dall’ultimo CC).

Anche su questo piano il fattore Brexit sembra agire in forme contraddittorie. Da un lato la Brexit è essa stessa un effetto esplosivo delle contraddizioni europee. E per alcuni aspetti le approfondisce. Dall’altro lato proprio l’emergenza prodotta, e l’allontanamento della Gran Bretagna, possono sospingere la ricerca di nuovi equilibri pattizi tra i principali Stati imperialisti europei. Che saranno tuttavia condizionati nel loro esito non solo dai rapporti di forza interstatuali, ma anche dal ristretto margine di manovra dei governi borghesi sul fronte del proprio consenso interno, alla vigilia di appuntamenti elettorali di grande rilevanza (elezioni presidenziali in Francia, elezioni legislative in Germania, referendum istituzionale italiano).

LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA. LA CRISI DEL RENZISMO. LE ELEZIONI DI GIUGNO

La situazione politica italiana si pone in questo quadro generale.

Il renzismo è in aperta crisi. Il progetto del partito della nazione, mirato allo sfondamento elettorale del nuovo corso renziano, ha registrato una sconfitta. I risultati elettorali delle elezioni comunali segnano una perdita consistente del PD in larga parte d’Italia, con una flessione più accentuata nelle periferie metropolitane e nel Mezzogiorno. Il significato politico è chiaro: il renzismo ha esaurito da tempo la spinta propulsiva di quel populismo sociale di governo (operazione ’80 euro’) che ne aveva accompagnato l’ascesa nelle elezioni europee del 2014. Già le elezioni regionali del 2015 registravano la dispersione di quel patrimonio di consenso. Le elezioni comunali di giugno confermano e aggravano il dato.

La sconfitta del renzismo non è solo elettorale, ma politica. Il renzismo si era offerto alla borghesia italiana ed europea come l’argine vincente contro il populismo di opposizione. La vittoria del M5S a Roma e Torino contraddice esattamente quella funzione di contenimento. La stessa legge elettorale (Italicum) coniata da Renzi a misura delle proprie ambizioni di sfondamento rischia di trasformarsi oggi in un possibile strumento dei suoi rivali.

Il Movimento 5 Stelle è il vincitore politico delle elezioni del 5 giugno, al di là del suo stesso risultato elettorale, contraddittorio. Il M5S capitalizza diversi elementi della situazione politica, tra loro connessi. Non solo l’appannamento del renzismo, ma anche la frantumazione politica del centrodestra, con la sua contraddizione irrisolta tra berlusconismo in declino e un asse lepenista che segna il passo. Soprattutto capitalizza la crisi perdurante della sinistra politica, sullo sfondo della crisi sociale e dell’arretramento della lotta di classe. Da qui la sua straordinaria capacità di richiamo trasversale su elettorati di diversa matrice e provenienza, la sua diffusione nazionale (a differenza del salvinismo), il suo consenso concentrato presso la giovane generazione, in particolare tra operai, precari, disoccupati. Ciò che rende il M5S un vincitore naturale nei ballottaggi.

A partire dalla conquista di Roma e Torino, e a fronte della crisi del renzismo, il M5S accelera la propria candidatura al governo nazionale, moltiplicando la ricerca di una propria legittimazione presso gli ambienti dominanti, interni e internazionali. Anche da qui l’importanza della controinformazione classista sulla natura reazionaria di massa del M5S. Una denuncia tanto più essenziale di fronte al moltiplicarsi delle aperture verso il grillismo da parte di settori della sinistra riformista o centrista.

La sinistra politica conferma il proprio stato di crisi. Pur in presenza della crisi del renzismo, Sinistra Italiana ha registrato un arretramento rispetto ai risultati delle liste Tsipras nelle elezioni europee del 2014. Il processo costituente del nuovo soggetto della sinistra è dunque ulteriormente zavorrato dal voto. Persistono tutti i fattori che ostacolano il suo decollo: non solo il peso delle disfatte passate, ma l’assenza di un progetto nazionale dotato di una ragione sociale decifrabile, la mancanza di una leadership riconoscibile a livello popolare, la crisi dei livelli di mobilitazione sociale cui quella stessa sinistra (politica e sindacale) concorre. In questo quadro il rafforzamento del M5S come soggetto attrattivo dell’elettorato in uscita dal PD oltre a rappresentare uno degli effetti della crisi della sinistra concorre ulteriormente ad aggravarla. A tutto ciò si aggiungono la lotta interna di cordate per l’egemonia sul processo costituente del nuovo soggetto (che attraversa la stessa SEL) e i contrasti politici sui nodi irrisolti nel rapporto col PD ed oggi anche con i Cinque Stelle.

In questo quadro generale, marcato dalla crisi congiunta del movimento operaio e della sinistra politica, dall’arretramento della coscienza e dalla espansione populista, il risultato complessivo riportato dal nostro partito, certo molto modesto, non è negativo. A Torino e Napoli abbiamo subito la concorrenza penalizzante della formazione di Rizzo (con l’aggiunta a Napoli dell’effetto particolarissimo del fenomeno “peronista” di De Magistris), ciò che ha determinato risultati negativi. Positivo il dato di Milano (con l’ampio recupero sul 2011), e molto positivo quello di Bologna e Savona (col superamento di ogni risultato precedente). Apprezzabili infine i risultati registrati nei comuni minori.

Complessivamente, si conferma la positività della presentazione elettorale del partito ai fini della propaganda del nostro programma classista e anticapitalista e in funzione della nostra costruzione.

IL REFERENDUM ISTITUZIONALE COME SPARTIACQUE

I risultati elettorali di giugno, insieme al fenomeno Brexit, si riverberano sullo scenario politico nazionale di prospettiva. La crisi del renzismo è precipitata alla vigilia del referendum istituzionale (presumibilmente in ottobre) nel quale il capo del governo ha investito le fortune decisive del proprio progetto bonapartista. Da qui l’incertezza accresciuta del suo esito, tanto più in un quadro di crisi economica e di relazioni europee che non favoriscono nuovi margini di finanziamento di misure di populismo sociale (aumento delle pensioni minime, riduzione Irpef…). Al tempo stesso gli effetti di destabilizzazione prodotti dalla vicenda Brexit possono riconfigurare in parte, a determinate condizioni, il profilo della posta in gioco nella percezione popolare (un “voto per la sicurezza” vs l'”avventura dell’ignoto”). Questa è la nuova impostazione che il renzismo tenderà a dare alla prova per cercare di rimontare la china. Un passaggio che in ogni caso acquista oggi obiettivamente una rilevanza internazionale molto maggiore.

L’esito del referendum può costituire, per diversi aspetti, uno spartiacque nella situazione politica italiana, con diverse incognite.

Se Renzi perde lo scontro referendario, sarà il tracollo definitivo del renzismo come progetto populista bonapartista. Ciò determinerebbe una dinamica nuova, presumibilmente convulsa, di riorganizzazione degli equilibri politici e degli schieramenti, capace di investire formule di governo, legge elettorale, rapporti interni ai partiti (a partire dal PD). Si riproporrebbe, in altre forme, quel quadro di crisi di direzione politica della borghesia italiana che il renzismo ha provato a superare. Il M5S sarebbe nell’immediato il principale beneficiario di quell’esito, anche se paradossalmente privato in quel caso della legge elettorale più idonea per la sua ambizione di potere. Una contraddizione non secondaria.

Se Renzi vincerà lo scontro referendario si affermerà un nuovo modello istituzionale reazionario, con nuove pesanti ricadute sociali (salto della governabilità antioperaia).

Renzi farà leva sulla vittoria plebiscitaria per stabilizzare il proprio corso politico, cercando di sviluppare i suoi aspetti di regime. Al tempo stesso la fluidità dei flussi elettorali, sullo sfondo della crisi sociale, potrebbe ostacolare anche in quel caso l’ambita stabilizzazione politica, a favore di un M5S che uscito sconfitto dal referendum potrebbe beneficiare dell’Italicum che il referendum stesso sancisce. L’ipotesi di una affermazione del M5S alle prossime elezioni politiche, per quanto oggi prematura, non può più essere esclusa dalle prospettive possibili. Ciò porrebbe nuove incognite non solo al movimento operaio, ma alla stessa borghesia italiana circa la stabilizzazione del proprio quadro politico.

LA CENTRALITÀ DELLA BATTAGLIA CLASSISTA

Su tutto lo scenario politico e sulla variabilità delle prospettive grava la crisi perdurante del movimento operaio italiano. Nessuna variante progressiva è possibile, quale che sia l’esito del referendum, senza una ripresa della mobilitazione sociale, di classe e di massa.

Da qui la necessità di ricondurre la nostra battaglia per il No al referendum ad una ragione di classe riconoscibile: combinando la valorizzazione del fronte unico per il No a sinistra (contro ogni logica di separatismo minoritario), con la netta differenziazione politica sia dalle impostazioni puramente accademico-costituzionaliste, sia dalle torsioni populiste (il No “filo-Brexit”). Più in generale l’intero scenario nazionale ed europeo conferma la centralità della battaglia classista, in particolare tra i lavoratori e i giovani, contro tutte le varianti di populismo interclassista, e contro ogni forma di subalternità a sinistra verso il populismo.

Partito Comunista dei Lavoratori – Comitato Centrale

No al raduno nazifascista europeo

Vedi il comunicato anche nella pagina “Comunicati e notizie”

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COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA CONTRO IL TERRORISMO
PER LA DIFESA DELL’ORDINE REPUBBLICANO
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No al raduno nazifascista europeo

Il Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano manifesta la sua profonda preoccupazione per il convegno nazifascista europeo che dovrebbe svolgersi a Milano, domenica 24 gennaio 2016.

Ad esso parteciperebbero formazioni di matrice neofascista e antisemita come Forza Nuova, Alba Dorata, i tedeschi dell’NPD e British Unity.

Al pericoloso rifiorire di partiti e formazioni di estrema destra in Europa e nel nostro Paese si intrecciano, mescolandosi l’uno nell’altro, movimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti che individuano, come è già avvenuto nel corso del Novecento, un nemico esterno su cui scaricare tutte le responsabilità e le frustrazioni del nostro tempo.

Non possiamo accettare che nell’imminenza del Giorno della Memoria si svolga a Milano un raduno che si pone apertamente in contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e offende chi ha sacrificato la propria vita per la nostra libertà, combattendo nel corso della lotta di Liberazione o resistendo
nei lager nazisti.

Mentre chiediamo alle istituzioni e alle pubbliche autorità di intervenire con fermezza per impedire questo ulteriore gravissimo oltraggio a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, chiamiamo i cittadini e gli antifascisti a partecipare al presidio che si
terrà Domenica 24 gennaio 2016 a partire dalle ore 10 davanti alla Loggia dei Mercanti, luogo simbolo della Resistenza milanese.

Milano, 18 gennaio 2016

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

Comitato Provinciale di Milano
Via Federico Confalonieri 14 – 20124 Milano
Ente Morale – Decreto Luogotenenziale n. 224 del 5 aprile 1945 – C.F. 80156470157
Tel.: 0276023372 – 0276023373 – 0276020620
e-mail: anpi.milano@tiscali.it – web: http://anpimilano.com/

Il Vaticano processa. Lo Stato tace. La sinistra anche.

dal Partito Comunista dei Lavoratori il 26/11/2015 dc:

Il Vaticano processa. Lo Stato tace. La sinistra anche.

Vaticano processa

Il processo intentato dal Vaticano contro i due giornalisti italiani Nuzzi e Fittipaldi- responsabili di “rivelazione di notizie riservate”- illustra una volta di più la natura della Chiesa e dell’attuale  Pontificato.

Il processo ha natura inquisitoria e totalmente arbitraria, da ogni punto di vista. Esso si fonda sul nuovo articolo 10 del Codice penale vaticano che prescrive pene severe, sino a 8 anni di carcere, “per chiunque riveli notizie e documenti riservati”. Un’aberrazione giuridica di per sè da un punto di vista liberale: significa di fatto negare il diritto alla libera stampa.

Ancor più aberrante la pretesa di applicare questo codice penale non a dipendenti del Vaticano ma a cittadini di un altro Stato, senza neppure la formalità di una richiesta di rogatoria. Per di più i giornalisti italiani processati non hanno potuto né conoscere per tempo gli atti di accusa nè scegliersi i propri avvocati: perchè gli articoli 24 e 26 dell’ordinamento giudiziario vaticano riservano alla “Santa Sede” il diritto di ammettere o meno un avvocato in tribunale, e la “Santa Sede” ha rifiutato gli avvocati scelti dai giornalisti. Insomma: una monarchia assoluta di natura teocratica ha una giurisdizione a propria immagine e somiglianza.

Ma non di tratta solo dell’ordinamento vaticano. Si tratta anche delle scelte politiche di chi lo guida.

Il processo in atto riconduce infatti alla precisa responsabilità di Papa Bergoglio. In primo luogo perchè il nuovo articolo 10 (iper reazionario) del Codice penale vaticano è stato voluto e dettato dall’attuale Papa nel 2013, in reazione alla rivelazione di documenti segreti avvenuta sotto il precedente Pontificato. In secondo luogo perchè è stato l’attuale Papa a dare mandato formale al Procuratore di Giustizia vaticano per mettere a processo i due giornalisti, come sottovoce, con malcelato imbarazzo, è stato ammesso dagli stessi organi di stampa.

Il fine dell’operazione è molto chiaro: il Papato vuole intimidire a futura memoria chiunque voglia denunciare e documentare l’effettiva realtà della vita della Chiesa, i suoi rapporti col capitale
finanziario e con la proprietà immobiliare (4 miliardi di patrimonio immobiliare solo a Roma), le truffe operate ai danni degli stessi fedeli con le speculazioni sull’obolo di (S.) Pietro e sull’otto per
mille, la vita dorata delle gerarchie ecclesiastiche finanziata dal denaro pubblico…. Tutto ciò che smentisce la recita francescana del Papa populista , a caccia di consensi nelle favelas africane . Per di più il Papa vuole che il processo si faccia in fretta e si concluda prima dell’ otto Dicembre (contro ogni principio di garanzia per gli “imputati”) per non fare ombra all’avvio del Giubileo e alla celebrazione solenne dell’anno della …Misericordia, cioè della sua persona.

Colpisce in questo quadro l’ermetico silenzio delle autorità italiane e dei partiti borghesi. Tutti pronti a rivendicare, nel nome della Patria e con aria sdegnata, l’estradizione dall’India di due marò accusati dell’assassinio di pescatori. Ma incapaci di balbettare una sola sillaba per difendere due giornalisti italiani accusati di libertà di stampa dallo Stato Vaticano. Nessuna meraviglia: il compromesso tra borghesia liberale e Vaticano è impermeabile ad ogni evento perchè è fondativo della Repubblica borghese.

Alle sinistre politiche e sociali, chiediamo invece: non avete nulla da
dire su un processo oscurantista contro la libertà? Fino a quando la subordinazione culturale al Papa della Misericordia, e il rispetto dell’ipocrisia istituzionale, vi imporrà il silenzio anche su questa
infamia ?

Partito Comunista dei Lavoratori

Al Pronto Soccorso

In e-mail il 4 Settembre 2015 dc:

Al Pronto Soccorso

di Lucio Garofalo

Capita, per necessità, di recarsi al pronto soccorso e, per caso, di ascoltare una conversazione tra persone “comuni e normali” (nel senso che non appartengono a ceti o a fasce sociali privilegiate) che commentano in termini negativi il funzionamento della struttura sanitaria e traggono facili illazioni sulla “mala sanità” o sul presunto “fallimento” della sanità pubblica e via discorrendo.

Il corollario finale, fin troppo banale ed ovvio, quanto allucinante, sarebbe, niente di meno, la privatizzazione del settore, come accade in America. Senza sapere che negli USA lo smantellamento della sanità pubblica (come pure della scuola pubblica) ha prodotto, da decenni ormai, guasti persino peggiori rispetto ai disguidi ed alle disfunzioni nostrane, costi sociali ed umani drammatici e spaventosi, come l’estromissione delle masse popolari più disagiate e meno abbienti da ogni tipo di cura ed assistenza medica, che negli USA sono a pagamento.

Non a caso, dopo lunghi decenni, persino Obama ha tentato di rimettere in discussione tale sistema sanitario neoliberista che, qui da noi, si vorrebbe emulare e trapiantare con oltre trent’anni di ritardo.

Quale sarebbe la mia proposta alternativa? Mantenere, anzi rafforzare il servizio gratuito della sanità pubblica, elevandone la qualità, rendendo migliori e più efficienti le prestazioni dei presidi sanitari. Come? Intensificando gli investimenti statali. Non c’è altro modo.

Lo stesso discorso vale per il comparto dell’istruzione, laddove i fondi alle scuole pubbliche vengono ridotti per dirottarli agli istituti privati. E poi ci si lagna che manca persino la carta igienica nei bagni degli alunni. O ci si lamenta di qualche lentezza, inefficienza o ritardo presso un pronto soccorso. Servirebbe decurtare, anzi abolire ogni finanziamento statale alle scuole private, anziché tagliare i fondi destinati alle strutture pubbliche.

Oltretutto, ciò sarebbe in perfetta linea con la nostra Costituzione.