Nell’inferno del saccheggio africano

In e-mail il 27 Febbraio 2021 dc (questa volta non mi sono limitato a correggere alcuni errori, ma ho sostituito Santa Sede con Vaticano!):

Nell’inferno del saccheggio africano

di Marco Castaldo

L’uccisione nella Repubblica Democratica del Congo dell’ambasciatore italiano e del carabiniere che gli faceva da scorta offre l’occasione per riflettere su quello che è un vero e proprio inferno causato dalle potenze coloniali in quel continente in una fase di crisi, come quella attuale, del moto-modo di produzione capitalistico, aggravata per di più dalla pandemia del Covid-19.

Ovviamente si sprecano da una parte le parole di riprovazione e di orrore nei confronti dei responsabili del fatto di sangue, mentre dalla parte opposta si sprecano gli elogi per le qualità delle due vittime cadute nell’imboscata in quel paese. E il popolo “beve”.

Passano pochi giorni e tutto si dimentica, tutto riprende come prima. Eppure tutti quelli che devono sapere sanno, ma tutti fingono di non sapere. Tutti conoscono la verità, ovvero gli interessi da cui sono mosse determinate strutture statali e/o umanitarie, ma tutti mentono spudoratamente sapendo di mentire.

Eppure la verità è talmente evidente in certi ambienti che nel darne notizia – come nel caso del telegiornale delle 20 de La7, il suo direttore Mentana dice due cose in netto contrasto fra loro: «Diamo notizia del tremendo fatto di sangue avvenuto nel Congo, un paese poverissimo», per poi proseguire affermando, poche parole dopo: «una nazione ricchissima di materie prime di importanza strategica». Una realtà talmente forte che, come la tosse, non può essere contenuta e fuoriesce dalle labbra di un noto asservito al potere del capitale.

Due verità che vengono lasciate poi cadere nelle distratte cene degli italiani assopiti dai colori regioni attribuiti dal governo e dalle paure per la pandemia. Dalle parole di un altro noto giornalista e scrittore, come Domenico Quirico, vien fuori un quadro orrido nella sua descrizione delle varie tribù di disumani più simili alle bastie che al restante dell’umanità. Lui, “profondo” conoscitore dell’area subsahariana e dell’estremismo islamista, non perde occasione per sputare fango sui martoriati popoli africani schiavizzati da secoli dai popoli “civili” dell’Occidente sviluppato.

Eppure, nonostante le montagne di parole per imprigionarla, la verità emerge forte e potente quando sono costretti a dire: «Le guerre nel Kivu [regione del Congo che si affaccia sul lago Kivu] hanno nomi misteriosi, legati non alla geopolitica ma alla tavola di Mendeleev: il coltan, l’oro, il tungsteno, il tantalio che resiste alla corrosione, o la cassiterite che serve per saldare e per leghe speciali».

A differenza degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, in questi ultimi decenni è calato un silenzio tombale sulla rapina coloniale delle potenze occidentali in Africa e, quel che è peggio, è calato anche il silenzio nei confronti della Cina che in quel continente e in concorrenza con i Paesi occidentali sta facendo man bassa delle risorse minerarie di ogni tipo. E fa specie, lo diciamo senza veli, che a tale silenzio partecipano anche formazioni politiche che si autodefiniscono di sinistra e che guardano alla Cina come modello sociale centralizzato e possibile struttura sociale diversa dal capitalismo.

Non ci lasciamo impressionare neppure da incantatori di serpenti come certi padri missionari comboniani che si presentano con l’aspetto caritatevole, ma sono l’altra faccia della stessa medaglia del colonialismo capitalistico mondiale, che denuncia sì l’impotenza delle istituzioni internazionali come l’Onu o la stessa Fao, ma poi fungono da controllori della realtà.

Non ingannino perciò certe iperboliche espressioni come «Questo è il Congo di tutti i giorni! Un paradiso della natura, un inferno per gli uomini. Con una guerra civile da 20 anni, per prendersi le ricchezze minerarie. […] chi è il mandante di questo delitto? La gara per le commodities: il petrolio di Viruga e nei grandi laghi, il gas naturale a Kivu, il coltan per fare i telefonini, il cobalto in mano ai cinesi, il columbio, i diamanti, il rame, l’uranio, praticamente tutto … L’ordine è fregare al Congo tutte le materie prime. E far scappare la gente che ci abita sopra, pagando mercenari per ammazzare».

Una fredda e lucida analisi dove però manca l’agente fondamentale, ovvero il soggetto vero di tale devastazione. Il missionario che scrive per L’Osservatore Romano, il quotidiano del Vaticano, rimuove totalmente il ruolo centrale dell’Occidente, ovvero di un mercato capitalistico originato dal colonialismo e che si è via via esteso in tutto il mondo, al punto da ingolfarsi, producendo una crisi per la produzione di valore che mette a confronto il continente asiatico, con la Cina che fa da traino, e l’Occidente con il suo centro maggiore, gli Usa, in una crisi senza precedenti nella storia moderna.

Ora, il padre missionario comboniano dice che «l’ambasciatore Luca Attanasio è morto da santo, mentre andava ad aiutare».

Non è questo il punto in discussione – è bene ripeterlo all’infinito – non è la persona fisica, che abbia studiato alla Bocconi di Milano o meno. Per il materialista si tratta del ruolo che va ad assumere in determinati rapporti che obbediscono a determinate leggi. È questa la questione che non si vuole o non si riesce a capire neppure dai cosiddetti intellettuali di sinistra che brancolano nel buio della democrazia tradita senza riuscire ad afferrare il senso storico del moto di produzione capitalistico di questa fase.

Quando il padre comboniano parla della «gara per accaparrarsi le commodity» da parte di gruppi locali, omette di dire che si tratta di una guerra che viene scatenata dalle grandi compagnie occidentali o/e – come negli ultimi anni – dai grandi gruppi cinesi statali o privati. Si tratta di licenze per lo sfruttamento delle risorse minerarie che lasciano solo briciole ai gruppi locali che equivalgono a misere rendite, mentre la produzione di valore, che avviene attraverso la trasformazione delle materie prime in prodotti destinati al mercato, va solo a beneficiare le potenze straniere, e l’insieme delle nazioni africane ricche di ingenti risorse minerarie rimangono povere.

Si tratta di un meccanismo semplice che Tom Burgis descrive in modo didascalico nel suo libro La macchina del saccheggio (Francesco Brioschi Editore, 2020), quando scrive: «L’esportazione di petrolio, gas e minerali in forma grezza contribuisce a tenere gli Stati africani ricchi di risorse all’ultimo gradino dell’economia globale, eliminando ogni possibilità di industrializzazione».

Sicché certe domande sono oziose: «Non è chiaro che cosa cercassero i killer. Soldi? Un’azione terroristica? O magari un’arma di ricatto sugli investimenti energetici, anche italiani, nel nord di Kivu?». È un modo per sviare dalla questione di fondo, ovvero per imbrigliare il lettore in vie di fuga e non affrontare la questione delle questioni: la presenza degli italiani nel Congo come nel resto dell’Africa per curare gli interessi del “nostro” capitalismo nazionale, cioè delle nostre imprese e delle nostre banche. Sic et simpliciter.

Che ruolo può assolvere anche il più buono, il più bravo, il più coraggioso, il più generoso, il più onesto degli uomini in simili meccanismi se non quello della piccola rondella d’ingranaggio funzionale agli interessi di società che sovrastano in modo impersonale la persona e l’individuo? È questo il punto teorico e politico che racchiude il senso del capitalismo neocoloniale, in modo particolare in questa fase. Divide et impera è la legge che regola i rapporti tra i Paesi capitalisticamente più forti nei confronti del continente africano, dove vengono letteralmente comprati e armati gruppi etnici per contrapporli ad altri gruppi e alimentare una guerra continua per avere buon gioco nella rapina coloniale.

Sul fatto specifico accaduto nelle foreste di Goma in Congo non ci interessa avventurarci in ipotesi investigative, non è nostro mestiere. Registriamo il fatto come riflesso di una accelerazione della crisi generale del modo di produzione capitalistico in quella zona, sia all’interno delle potenze occidentali, sia fra queste e quelle asiatiche, la Cina in modo particolare, sia come milizie sparse di ribelli locali in concorrenza fra loro per accaparrarsi le “commodities”. Dunque ha ragione Burgis sul punto cruciale d’analisi che espone nel suo libro quando scrive: «Esteriormente sono rivali, eppure tutti sfruttano la ricchezza naturale la cui maledizione danneggia le vite di centinaia di milioni di africani».

Due parole chiare sull’Onu.

Da più parti (negli ambienti dell’establishment) ci si lamenta del fallimento dell’Onu, incapace cioè di mettere ordine in un’area immensa come il continente africano. Ci vuole una bella faccia tosta a sostenere una tesi tanto assurda quanto stupida, perché l’Onu può mettere ordine, e lo ha messo, quando col suo consenso sono partiti gli eserciti comandati da generali di potenze imperialiste, come nel 1991 in Iraq contro Saddam Hussein che aveva osato sfidare l’impero del male, come gesto di autodifesa delle proprie risorse petrolifere, occupando il Kuwait, oppure nei Balcani contro il ribelle “dittatore” Milosevic e per ridurre a miti consigli il popolo serbo.

Ora, illudersi che una istituzione, costituita dagli imperialisti per tenere sotto scacco l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, possa fare da tappo alle esplosive contraddizioni che tale accumulazione sprigiona, può rappresentare solo la foglia di fico sulle tragedie causate dalla rapina coloniale.

E le stesse organizzazioni cosiddette umanitarie, laiche o religiose che siano, si possono ammantare di pacifismo, ma al dunque, quando si tratta di precisare e definire i ruoli, non fanno sconti.

Si vuole un esempio?

Bene. L’organizzazione Nigrizia, di padre Zanotelli, in un documento del 2003 scriveva: «L’Onu, istituzione multilaterale per antonomasia, è indispensabile per gestire l’ordine mondiale nel rispetto di tutti i diritti umani per tutti e per un’economia di giustizia. C’è bisogno di una istituzione mondiale in cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, siano rappresentati e tutti i popoli, anche i più lontani e diseredati, possono far sentire la loro voce. Quale istituzione può perseguire i molteplici e conplessi obiettivi dello “human development” e della “human security” se non l’Onu messa in condizione di farlo? E chi deve metterla in questa condizione se non gli Stati che ne sono membri, in particolare i più potenti?»

Ecco la vera ragione, espressa a chiare lettere, della costituzione di una istituzione sorta allo scopo di garantire l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, ad opera dei più potenti. Non a caso venne tenuta fuori da quel consesso la Cina di Mao, la nazione più popolosa al mondo, mentre vi veniva accolta Taiwan. Ecco spiegata la ragione per cui si bombardò l’Iraq, per lesa maestà, perché si era annesso il Kuwait e perché da oltre 70 anni si tollera che lo Stato di Israele criminalizzi il popolo palestinese, dopo averlo espropriato delle proprie terre.

Signori, siamo seri, ma veramente vorreste farci credere che il vero volto degli occidentali sia la faccia sorridente del povero Luca Attanasio circondato dai bambini neri e sorridenti con il lecca lecca in mano, oppure le suorine che insegnano l’italiano ai bambini nelle comunità missionarie? Quella è la maschera del rapinatore dietro cui si nasconde il brigante. Come si fa a mantenere le Missioni religiose? Come si finanziano? Chi le deve finanziare? Oppure: come si mantengono le cosiddette organizzazioni non governative, le Ong? Come si tiene una nave in mare con l’equipaggio, il carburante e la manutenzione, pronta per “soccorrere” in mare i poveri disperati, i naufraghi fatti arrivare nel mare nostrum per essere buttati sul mercato del lavoro in competizione con i lavoratori autocton, per abbassarne il costo e reggere la concorrenza delle merci prodotte?

Come si tiene in vita una Comunità, tipo S. Egidio, presente in più parti del mondo? Col solo volontariato? Ma allora veramente si dà da bere al popolo “sovrano” che la befana vien di notte a portare i doni calandosi dai comignoli delle case. Suvvia, d’accordo che bisogna costruire le notizie, ma c’è un limite a tutto.

Sicché il tutto, tradotto, ci dice che nel Congo, come nel resto dell’Africa, è in atto un saccheggio da parte delle potenze economiche maggiori e che questo produce delle reazioni uguali e contrarie da parte di gruppi sociali che si difendono come possono.

Sono questi i criminali? Si, ma in sedicesimo rispetto a chi, lontani migliaia di chilometri dalle loro terre, le ha invase prima ed ha continuato a rapinarle poi con i mezzi della finanza e della corruzione.

Sicché i veri responsabili dell’uccisione dell’ambasciatore Attanasio, del povero carabiniere Iacovacci e di Mustafa Milambo stanno a Roma, a Milano, a Torino, a Parigi, a Berlino, ad Anversa, a Bruxelles, a Londra, a New York, a Pechino, a Shangai e così via, ed è fuorviante cercarli nelle foreste del Kivu.

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

In e-mail il 24 Febbraio 2021 dc:

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

di Lucio Manisco

Il neo-presidente del Consiglio non ama parlare, ma quando ha parlato per più di un’ora al senato ha intonato una filastrocca di traguardi da raggiungere senza indicare scadenze, mezzi e procedure.

Non siamo astuti come lui ma le astuzie altrui meritano la nostra attenzione.

Ne abbiamo decifrate due.

Per la sua politica contro il cambiamento climatico ha usato il termine di “transizione” verso direttive a tal uopo. E del rilancio dell’economia ha detto che debbono essere “selettive”.

Allusioni indicative? Non tanto.

Per citare l’Alighieri i termini usati erano “Sì come cosa in suo segno diretta”. La transizione vuol dire solo prender tempo, rinviare, fors’anche devolvere a governi futuri quel compito. I provvedimenti economici e finanziari per il Super Mario vanno promossi con metodo selettivo: sostenere fiscalmente le aziende produttive e privare di qualsiasi sostegno quelle – la maggioranza – colpite dalla crisi che rischiano il fallimento. Il che, diciamo noi, vuol dire disoccupazione di massa e povertà senza ritorno.

Il Draghi è un “Chicago’s boy”, un prodotto della scuola economica iper-libertista fondata da ultra-conservatori del calibro di Milton Friedman e George Stigler. Ha lasciato vistose tracce, su quanto ha appreso alla Goldman Sachs ed ha applicato alla BCE.

Ritenere che possa cambiare idea a Palazzo Chigi è una pia illusione. Anzi, la grave crisi che ha colpito il Bel Paese potrà stimolare la sua creatività e il suo rigore.

Non riuscirà ad aumentare significativamente il Pil di 1.649 miliardi ma cercherà di ridurre l’astronomico debito pubblico di 2.620 miliardi.

Come?

Ristrutturare e mimetizzare la destinazione dei 209 miliardi rateizzati dall’Unione Europea?

Troppo poco! Tagliare lo Stato sociale e la sanità, investendo quel che resta nelle misure anti covid-19 e le vaccinazioni. Scelta obbligata per un regime capitalistico. E se non basta ancora, affittare il Colosseo alla McDonald’s e vendere la Fontana di Trevi.

Non è solo una battuta: mentre il signor Draghi strangolava la Grecia un giornale inglese menzionò la possibilità per il British Museum di comprarsi metà dell’Acropoli.

La politica estera: il Draghi si dichiara atlantico convinto proprio mentre la Merkel e Macron, al Presidente Biden che al G-7 proclama “l’America è tornata”, ribattono che per l’Europa ci vuole più autonomia. I mass media italiani evitano di menzionare quanto sopra: il silenzio è totale: “tutto tace, questa pace fuor di qui dove trovarla?”.

Non prevediamo come il cieco indovino Tiresia il futuro. Guardiamo al presente stato delle cose senza transizioni e selettività.

Il governo del banchiere taumaturgo

Il governo del banchiere taumaturgo

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo del banchiere taumaturgo

di Michele Castaldo

Non solo i racconti delle religioni, ma anche la storia laica è ricca di personaggi raccontati in modo mitologico, in genere dopo la loro morte, anzi nella stragrande maggioranza dei casi dopo che da moltissimi anni avevano abbandonato la grigia terra. Nel caso di Mario Draghi, ancora in vita, è già un mito, ovvero l’uomo dei miracoli in economia. E chi se no poteva essere chiamato a governare un paese in crisi? Sicché le speranze superano la fantasia e nel personaggio si ripongono le certezze di uscire dalla crisi e di riprendere il cammino fulgido del capitalismo italiano. Dunque da destra, da centro e da sinistra, tutti concordi nell’applaudire finalmente l’uomo giusto, quello che ci salverà dalla pandemia del Covid-19 con la vaccinazione di massa e ci rilancerà come paese nella nuova fase economica, politica, sociale, culturale e ambientale. Insomma un nuovo mondo di un nuovo benessere.

L’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Il tentativo di queste note è quello di cercare di ragionare con freddezza evitando stupidi proclami. Ce n’è già troppi in giro che vi si dedicano.

Partiamo da un primo dato di fatto: il banchiere Mario Draghi è stato chiamato (da Mattarella o dai grandi gruppi dell’economia?) perché, come dice il filosofo Cacciari, la politica ha fallito. Il che è vero, ma siamo alla constatazione del fatto, non alla sua spiegazione. Allora dovremmo cercare di spiegare perché la politica ha fallito. Se in meno di tre anni cadono due strani governi di segno “opposto” vuol dire che c’è qualcosa di grosso che si muove nelle viscere della terra che sobbalza poi in superficie.

Renzi, che aveva voluto e si era adoperato perché nascesse il governo Conte.2 di segno opposto al Conte.1, si scinde dal Pd e dopo che per alcuni mesi ha pungolato il nuovo esecutivo a aumentare il passo – perché la crisi è grave – annuncia il ritiro degli esponenti di Italia Viva dalla compagine governativa. È matto il Matteo o c’è di mezzo qualcosa di grosso? Come sempre, se il dito indica la luna, i fessi guardano il dito. In realtà Renzi era ed è la punta dell’iceberg di necessità oggettive del capitalismo italiano che andavano affrontate di petto e con coraggio. Altrimenti detto: tutto il can can sul Recovery Fund e Recovery Plan si deve sintetizzare in questa semplice domanda: in che modo devono essere distribuite le risorse del nuovo debito che la Bce concede all’Italia per aiutarla a uscire dalla doppia crisi, della pandemia Covid-19 e dell’economia? Tutto il resto sono parole da intrattenitori dei talk show che avvolgono in fumisterie misteriose una cosa semplice da capire, perché il popolo meno capisce e più è possibile prenderlo per i fondelli; una legge antica quanto è antico il mondo.

Non per fare dietrologia, o, peggio ancora, andare alla ricerca di complotti e complottisti, ma solo per informare il lettore di queste note, che il 26 gennaio si dimette Conte.2 e il 28 gennaio, edito da Solferino-Corriere della sera, viene pubblicato un testo molto piccante di un autore di tutto rispetto, Roger Abravanel, il cui titolo dovrebbe far rizzare i capelli ai moderni democratici: Aristocrazia 2.0. Un libro che si fa leggere allegramente, perché l’autore non ha remore, non si nasconde, non usa le mezze frasi dei mestieranti della politica o dei filosofi da strapazzo, ma chiama le cose per nome. Un libro che mette in guardia una certa quota dell’establishment italiano da seri rischi, perché zavorrato dal familismo e da valori tradizionali. Il che sembra aver ispirato Matteo Renzi nella sua azione degli ultimi anni e additato dai mediocri equilibristi della democrazia parlamentare come uno che ribalta il tavolo.

Il propugnatore di una moderna classe di aristocratici la dice chiara: il post-Covid colpirà le piccole imprese e le grandi sfrutteranno meglio l’economia della conoscenza. Ecco la posta in palio, ecco perché viene chiamato Mario Draghi a dirigere un’operazione economica e politica per conto del capitale italiano nei confronti della valanga della concorrenza asiatica che si approssima. E Matteo Renzi ben si presta a un’operazione di prospettiva strategica, altro che chiacchiere. Pertanto la domanda è: com’è possibile che il governo della repubblica sia appeso a un personaggio che conta il 2% nei sondaggi? È da falsi ingenui di costruttori di “moderni” sistemi rappresentativi. La risposta è semplice: la forza delle leggi dell’economia sovrasta di gran lunga la volontà di chi si propone di tarpare ad esse le ali, in modo particolare in una fase di grave crisi dell’insieme del modo di produzione capitalistico, come in questo momento. Questa è la verità nuda e cruda.

Che l’Italia, sul piano politico, ovvero della rappresentatività delle varie necessità economiche e sociali, fosse una baraonda lo abbiamo potuto verificare sì nei momenti più acuti della crisi pandemica del 2020 e tuttora in corso, ma dovremmo anche avere la decenza di dire che la confusione tra il governo centrale e le varie regioni ha origine nella cosiddetta distribuzione dei poteri e delle autonomie. In un momento di grandi difficoltà, il buon senso consiglierebbe di centralizzare tutto e di organizzare in modo piramidale ogni iniziativa. E se l’italianizzato R. Abravanel nel suo libro indica la Cina piuttosto che l’Italia, come modello da seguire in certi frangenti gravosi, e quello attuale certamente lo è, tutto gli si può rimproverare meno che di essere un idealista comunista.

Col rischio di scandalizzare una certa sinistra ipocrita e meschina, andrebbe detto che nel 2016 Renzi tentò il colpo gobbo col referendum sul «combinato disposto» di ridurre il peso delle autonomie regionali per avocare allo Stato centrale le decisioni più importanti sul piano economico e su quello delle opere pubbliche, e rendere più funzionali alcune strutture burocratiche che la nuova fase di crisi richiedeva. Premesso che in campo non c’era un movimento reale di mobilitazione di massa che si opponesse all’iniziativa renziana, confluirono nel No politico al referendum tanto la destra sovranista quanto la sinistra, anche quella cosiddetta estrema, in nome della democrazia rappresentativa e delle autonomie regionali. A distanza di qualche anno, qualche domanda andrebbe posta. Ma il popolo politico metabolizza tutto con grande celerità. Poi però la borghesia italica messa alle strette, per la famosa valanga che avanza, mette da parte la baraonda dei politici e chiama a scendere in campo, e fare il lavoro sporco, direttamente chi di economia se ne intende e sa come manovrare senza scrupolo le vere leve del potere, cioè quello economico.

Non ci si meravigli, peraltro, se nella formazione del nuovo governo della Repubblica compaiono ancora più politici che tecnici: saranno i politici ad obbedire ai tecnici e non viceversa, in quanto sono i tecnici che devono dirigere la barca in una certa direzione. Ma perché? Perché – dice Abravanel – «il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Ma perché? Perché – dice il moderno aristocratico Abravanel – « il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Dalla lettura del testo che sto citando emerge con chiarezza la necessità di uno sforzo ulteriore, un vero e proprio colpo di reni per contrastare la concorrenza – la famosa valanga asiatica – in Occidente, e per quel che da vicino ci riguarda, in Italia, senza precedenti. Non a caso si criticano le baronie universitarie e i salotti del capitalismo familista. L’autore di Aristocrazia 2.0 suona la sveglia per un capitalismo impigrito e zavorrato che alla lunga rischia di fare la fine dell’Argentina. Dunque, detto in modo brutale, certe pere cotte alla Conte.1 e Conte.2, non servono. Tanto meno servono certe prediche domenicali contro la selezione « darwiniana » della specie, che si impone come una assoluta necessità in questa fase. Sicché « I docenti che strombazzano a destra e a manca la diseguaglianza difendono un modello d’istruzione tipico di quelle società medioevali, pensato per chi non deve guadagnarsi da vivere grazie all’istruzione, ma studia per hobby e per fare bella figura nella società, tanto il lavoro non è necessario per produrre ricchezza perché la posizione o la ricchezza si ereditano », leggiamo a p. 210.

È certamente difficile digerire un linguaggio crudo come questo, che disegna certamente uno spaccato richiamando «il 6 politico, gli studenti fuori corso e i Mario Capanna alla Statale di Milano». È una rottura epocale dovuta alla pressione delle leggi oggettive del capitale che si innalzano verso un nuovo ciclo concorrenziale a una potenza superiore. Un ciclo nel quale invocare Spinoza per un diritto eguale o una fervida democrazia fra gli uomini equivale e perdere tempo. Abravanel, con la chiamata alla guerra per la costituzione di una nuova classe aristocratica che si ponga come missione, attraverso la ricchezza individuale, di produrre un nuovo sviluppo per l’umanità, in realtà chiama alla guerra tutte le classi sociali che il modo di produzione capitalistico ha sin qui prodotto per un nuovo balzo in avanti, una ristrutturazione “rivoluzionaria” al suo interno. L’idea che l’insieme del modo di produzione possa viaggiare dritto verso la catastrofe non lo sfiora minimamente.

Più di un autore occidentalizzato, come per esempio Parag Khanna, di origine indiana, oltre al nostro italianizzato Abravanel, ci invita a guardare all’Asia per come riesce a preparare la sua classe dirigente, la sua burocrazia, le sue istituzioni e la sua attività imprenditoriale, e in modo particolare ci indica l’isola-città di Singapore come esempio da seguire. Addirittura, ci viene riferito che «I più impegnati a studiare il modello meritocratico di Singapore sono stati i cinesi che da vent’anni vedono come obiettivo della loro burocrazia la crescita economica del Paese diventata il motore di una profonda meritocrazia nel settore pubblico cinese che riscopre i valori degli antichi mandarini». Chissà cosa penseranno certi orfani del maoismo che guardano ancora alla Cina come possibile modello del comunismo.

A certe esortazioni a fare come Singapore, almeno per quel che ci riguarda, si potrebbe facilmente aggiungere che l’Occidente ha fatto talmente schifo col suo liberismo, grazie ai super-profitti del colonialismo, che i popoli asiatici una volta conquistata la possibilità di uno sviluppo autoctono cercano di capitalizzare al meglio le proprie risorse.

Il dottor Abravanel ne ha per tutti e in modo particolare per quelle strutture, come le università, che dovrebbero formare, in una fase come quella attuale, l’Aristocrazia 2.0. «Forse con l’unica eccezione della Bocconi (privata), il sistema delle università pubbliche italiane, anche quello delle migliori, si è chiamato fuori” dalla corsa per la leadership intellettuale dei paesi avanzati. […] Hanno abbandonato la competizione per l’eccellenza. La classifica QS del 2020 dimostra che tra le prime cento non c’è nessuna italiana. La prima a comparire, il Politecnico di Milano, è al numero 149 ».

Insomma il quadro è chiaro, l’eccellenza universitaria dovrebbe avere queste caratteristiche: «I laureati al MIT hanno creato aziende come Intel, Qualcomm, Akamai, Bose, Raytheon, Dropbox con un fatturato stimato in 3 mila miliardi di dollari e tre milioni di high value jobs; studenti come Bill Gates e Mark Zuckerberg che hanno fondato Microsoft e Facebook». Dunque l’università italiana va ristrutturata da cima a fondo e lo deve fare in funzione di una nuova aristocrazia che faccia da volano per l’economia italiana chiamata ad affrontare una sfida epocale.

Non vogliamo intrattenere oltre il dovuto il lettore su questo argomento, i cui capisaldi sono chiari come la luce del sole, ma soltanto evidenziare il fatto che negli Usa, il Paese che viene citato come esempio per le sue università, Harvard e Oxford, giusto per dirne qualcuna cui guardare, bene, proprio in quel Paese, nel 2020, cioè in piena pandemia, si sono verificati fatti di un certo rilievo storico, anche se solo apparentemente di segno opposto, come le rivolte per l’uccisione di G. Floyd e l’occupazione di Capitol Hill da parte degli elettori di Trump, originati però dagli stessi fattori, cioè dalla crisi economica di sistema che ha ispirato il libro di Massimo Gaggi dal titolo Crack America. E c’è stato chi ha identificato le ragioni di quel crack in una causa precisa: nel blocco dell’ascensore sociale denunciato da Michel Sandel nel suo saggio The Tiranny of Merit (La tirannia del merito) che ancor prima di essere pubblicato in Italia (lo sarà nel prossimo aprile 2021 per la Feltrinelli) il nostro Abravanel ha già criticato in modo frontale per riaffermare che non esistono alternative a una legge naturale come quella della selezione darwiniana della specie umana, dunque avanti tutta con la costituzione anche in Italia di una moderna aristocrazia in missione storica per un nuovo sviluppo dell’economia, in vista di una sfida globale.

Vorremmo essere chiari su un punto qualificante: ogni tesi, la più razionale che possa sembrare, cammina sempre sul filo del rasoio e se viene assolutizzata presenta sempre i rischi di scivolare da una parte o dall’altra. A dimostrazione di non avere preconcetti riguardo alla tesi di Abravanel sulla meritocrazia, diciamo che in astratto essa è preferibile rispetto al clientelismo e alle raccomandazioni. Ma non avremmo risolto il problema, perché lavorare per merito o far carriera per lo stesso motivo, in una società di liberi e uguali in cui dovesse vigere il principio comunitario, non ci sarebbe nulla da obiettare, il merito si dimostrerebbe nei fatti. Ma viviamo da alcuni secoli in rapporti sociali dove vige il principio dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un principio che in partenza costituisce perciò il fattore discriminante di un uomo nei confronti del suo simile. Sicché il merito non si misura in astratto, ma commisurato a quella funzione prestabilita di meccanismi oggettivi per l’accumulazione e lo sfruttamento. In simili rapporti ha buon gioco la posizione di chi sostiene che l’applicazione della legge del merito è la più sana e corretta che si possa applicare nei rapporti sociali. Una “correttezza” – come dice lo stesso Abravanel – che va bene per la destra, in funzione dell’accumulazione capitalistica, e va bene alla sinistra perché esalta il merito, dunque l’eguaglianza del diritto eguale, di fronte alla discriminazione della raccomandazione e della corruzione.

Senza nasconderci dietro il dito, la tesi del filosofo Michael Sandel, che compare chiara e netta nell’intervista rilasciata a Corriere della sera del 6 dicembre 2020, è: « Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Si tratta di una posizione teorica debole, incapace cioè di affondare il bisturi alla radice del male per estirparlo, e per questa ragione ha buon gioco Abravanel nel criticarla, semplicemente perché la forza delle leggi dell’economia e dei rapporti impersonali dei ruoli dell’attuale sistema sociale non possono essere affrontati con l’arma della morale. Lo stesso Sandel dopo aver criticato la sinistra americana per aver accettato e fatto proprio il principio del merito, arriva alla conclusione che « La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico», figurarsi di fronte all’ipotesi dell’Aristocrazia 2.0 di Abravanel.

Ma resta il punto fermo: la questione non è merito sì merito no, ma la funzione del rapporto dell’uomo con i mezzi di produzione in funzione dell’accumulazione di capitale si o no. Questa è la questione che si comincia finalmente e seriamente a porre in questa fase storica. E che sia gravida di scenari preoccupanti lo dimostra ancora una volta proprio l’autore che stiamo esaminando, che paventa un pericolo Argentina per l’Italia: « I mercati stanno accettando che aumenti, come aumenterà il debito di altri Paesi (il nostro di più), e il Recovery Fund è una garanzia almeno nell’immediato, ma se il Paese non inizia a rendere credibile una vera inversione di tendenza sulla crescita, ferma da quarant’anni, non saremo debitori credibili e il default con controllo dei capitali dello “scenario Argentina” diventerà sempre più probabile (p.275) ».

Ora, chi sia stato o chi sia Mario Draghi non ci interessa un bel niente, perché le forze impersonali del capitale e dei riflessi sui meccanismi sociali si imporranno anche a lui come si sono imposte alla necessità di chiamarlo alla Bce prima e a dirigere l’attuale governo oggi. Non a caso la Lega sovranista e salviniana si è subito adeguata al nuovo ruolo, pronta ad applicare la massima ciceroniana: ubi bene ibi patria (Nota mia: dove sto bene li è la mia patria). Se l’Europa ci finanzia, viva l’Europa. E pazienza – saranno costretti a dire Georgetti e suoi seguaci – se a farne le spese saranno piccole aziende o aziende in difficoltà, perché la crisi pandemico-economica seleziona e non tutti potranno allo stesso modo sopravvivere, anzi mors tua vita mea. Un concetto che Ferruccio De Bortoli va ripetendo continuamente: la pandemia farà chiudere un bel po’ di aziende.

Stesso discorso per quanto riguarda personaggi della portata di Roberto Cingolani, il fisico posto al Ministero per la Transizione Ecologica come bandierina del nuovo corso, che il M5S metterà al petto come trofeo per il sostegno a questo governo. Contenti loro, attratti nella rete governativa del nuovo salvatore della patria, felici noi. Attenzione bene, però, che la campana suona proprio per un settore specifico di elettori 5Stelle, cioè di giovani diplomati e laureati che hanno riposto grandi speranze nel voto al grillismo e ai governi cui stanno partecipando e che pagheranno un prezzo molto alto perché la digitalizzazione, come sostiene Abravanel, è più selettiva che mai (e serviranno ancor meno i 30 e lode rilasciati nel sud italiano), anzi proprio con essa si dovrà procedere per riuscire a formare dei manager rampanti e aristocratici in funzione di una imprenditoria capace di reggere alla valanga in arrivo.

Per quanto riguarda l’ambientalismo la nostra diffidenza non è riferita al personaggio e tanto per essere chiari diciamo che a fine febbraio del 2020 un nome altisonante come Carlo Rovelli, anche lui fisico su Corriere della sera scriveva: « Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita ». Eravamo allora alle prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia. Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblicava sempre su Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno, risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza potesse creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: « Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi ».

Per concludere diciamo che il mondo capitalistico occidentale da alcuni anni si sta avvitando su sé stesso continuando a indebitarsi e scommette continuamente sulla possibilità di una nuova ripresa economica. L’Italia non fa eccezione, anzi è stretta nella morsa non solo di concorrenti asiatici spietati, ma anche dei paesi europei che sono al contempo alleati e concorrenti, e degli stessi Usa che la dovrebbero “proteggere”. Sicché il nuovo debito del Recovery Plan, che non è un nuovo piano Marshall come dicono gli imbonitori di professione, si presenta come una scure sull’insieme dell’economia italiana per due motivi: primo perché si tratta di una coperta fin troppo corta per poter coprire tutte le necessità dei settori sociali coinvolti nella crisi economica e in quella pandemica; e secondo motivo perché per pagare il nuovo debito in assenza di una robusta ripresa economica saranno dolori.

Non vorremmo apparire profeti di sventura, ma vediamo troppe spie rosse lampeggiare che ci dicono che il modo di produzione capitalistico è arrivato a un punto dove non è più possibile fare “miracoli”, perché il paradiso è diventato piccolo ed è pieno di santi che implorano il padreterno, che ormai è vecchio, stanco, stufo e anche rincoglionito e non sa più a chi dare retta, tanto è vero che sono in difficoltà anche i banchieri di Dio. Farà eccezione Mario Draghi? Sognare non costa niente e illudersi ancor meno. Gli Usa solo un anno fa pensavano di aver sistemato una questione internazionale con l’Iran con l’uccisione di Soleimani e si sono ritrovati con una destabilizzazione interna di un certo interesse storico. L’ondata arriverà inevitabilmente anche in Europa e l’Italia è certamente fra le prime candidate.

In ultimo una nota su Alessandro Di Battista.

Riccardo Cocciante negli anni ’70 cantava: «povero diavolo, che pena mi fai». Si, i personaggi del M5S fanno pena. E chi si erge da padreterno per condannarli sbaglia e non di poco, perché non ha la forza e la capacità di affrontare una questione molto complicata che sta sotto la tragedia di una generazione tradita da un sistema sociale che l’aveva illusa, contro cui si è scagliata rabbiosamente, così come poteva, illudendosi, da dilettante allo sbaraglio, che pensa di cambiare il mondo. Tutti i nuovi movimenti sociali nascono con le stesse caratteristiche, quelle di spaccare il mondo se riescono a prendere le redini in mano, poi le prendono e vengono imbrigliati dai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Il M5S non poteva fare eccezione, era un movimento composito e come tale doveva – alla prova delle dure leggi dell’economia – sbriciolarsi, non morire.

Ad Alessandro Di Battista va riconosciuto un solo merito, quello di aver denunciato, attraverso il libricino Politicamente scorretto, la forza di ingabbiamento delle stanze ovattate del potere politico e istituzionale. Lui però non sa che quel potere obbedisce agli ordini di leggi potenti come quelle del capitale. Questo è il suo limite. Un limite che può essere perdonato ad un giovane digiuno di teoria, di storia e di filosofia, che si presenta come ribelle, ma non a vecchi marpioni alla Grillo, abituato a rasentare in mille modi il potere economico e dunque anche a conoscere il potere politico. E se si pone come argine ai movimenti di piazza, come il Beppe andava continuamente ripetendo, è reazionario. E chi all’estrema sinistra si era illuso di cavalcare e utilizzare il M5S è servito. La decenza consiglierebbe il silenzio, ma chi ha le mani infarinate non riesce a tacere. Difatti Di Maio, il più scaltro e coerente di tutti gli altri, non tace, mentre Grillo inneggia al grillismo di Draghi. Poi ci sono gli illusi cresciuti alla scuola di Indro Montanelli che si appellano ai giudici, alle leggi e alla Costituzione e frignano per la caduta di Conte.2 dopo aver sostenuto vergognosamente il Conte.1 con Salvini ministro degli Interni.

Mentre Cocciante canta ancora: «Povero diavolo che pena mi fai, e quando a letto lui – il capitale – ti chiederà di più, glielo concederai perché tu fai così, come sai fingere se ti fa comodo! ».

 

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

di Lucio Garofalo

Ricordo che i golpe, un tempo, venivano attuati dai militari, oggi li ispirano i grandi banchieri e i tecnocrati dell’alta finanza, emissari della Confindustria ed alti referenti del Vaticano.

Tuttavia, in modo ipocrita li chiamano “governi tecnici”. Lungi da me l”intenzione di formulare un’analisi dietrologica: qui mi limito ad una presa d’atto, ad una mera constatazione di quanto è accaduto sotto i nostri occhi nell’ultimo mese.

Ad insinuare dubbi non sono i “perfidi bolscevichi” ed i “sovversivi rossi”, bensì pennivendoli al servizio degli apparati di potere, alti funzionari organicamente inseriti nei Palazzi del potere da anni. Viceversa, stupisce (non più di tanto) che i soggetti di un fantomatico e vago “centro-sinistra”, in cui si riconoscono oggi il PD, il M5S e vari “cespuglietti”, non abbiano mai battuto ciglio, né proferito verbo, per denunciare, né per stigmatizzare una congiura di palazzo in piena regola, che è stata orchestrata da elementi politici che fanno capo al potere economico sovranazionale ed “anonimo”, vale a dire il capitalismo cosmopolita, che non è più tanto occulto ed agisce in modo eversivo.

Una trama in cui il doppiogiochista Renzi ha fornito il ruolo dell’ariete di sfondamento, per rovesciare Conte e insediare un nuovo esecutivo, di tipo “tecnico”, che dai nominativi di alcuni ministri “riesumati” alla stregua del dottor Frankenstein (Brunetta e Gelmini, giusto per citare un paio di nomi che ci fanno rabbrividire), si preannuncia già tetro e sinistro.

Mi viene in mente una vignetta disegnata da Vauro ai tempi del governo Monti, che apparve su il Manifesto, in cui un tizio chiedeva: “E la democrazia?”, e un altro rispondeva: “L’hanno pignorata le banche!”. È una sintesi geniale di quanto è accaduto ancora nella realtà odierna.

Anzitutto, la squadra del neonato esecutivo Draghi concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti e tradizionali, che da anni condizionano il triste destino del nostro Paese: le banche d’affari, la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari. Tali poteri sono rappresentati nel governo Draghi in modo completo, usando il vecchio “manuale Cencelli”.

Infatti, figurano vari portavoce della Confindustria e dei poteri economici di regime, bocconiani, nonché docenti di università private, più alcuni fiduciari delle alte gerarchie ecclesiastiche, ed infine vecchi arnesi del berlusconismo,che credevamo, in modo ingenuo, che fossero ben riposti in una soffitta, e via discorrendo.

Il loro compito sarà di ordine prettamente tecnico-esecutivo, più che politico, in quanto dovranno tradurre in atti ed in provvedimenti di legge immediati le direttive dettate dai vertici del mondo confindustriale: si tratta di una linea politica sposata in pieno dalle più alte istituzioni globali, come il FMI e tutto l’establishment al completo, bancario e finanziario, di tipo sovranazionale.

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Draghi sia solo l’esecutore di un “disegno” di commissariamento del governo del nostro Paese.

Si è passati ad un tipo di esecutivo in cui figurano i referenti delle grandi banche d’affari, i “tecnici” confindustriali ed i referenti della curia pontificia, nonché lo “stato maggiore” berlusconiano. È arduo scegliere il “meno peggio” in un calderone pieno di personaggi a dir poco discutibili, di cui già abbiamo sperimentato le “capacità”: ricordo solo l’operato del già citato Brunetta.

L’esecuzione dei principali punti programmatici, prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte dei soggetti che in vari modi costituiscono l’emanazione più diretta delle più alte oligarchie del mondo finanziario, comporterà forse ulteriori violazioni dei diritti e principi di tipo democratico e sindacale, ovvero delle residue tutele sociali che ancora hanno garantito il mondo del lavoro nei comparti della Scuola e Pubblica Amministrazione in Italia.

È assai lecito paventare il rischio che incasseremo ulteriori sacrifici in quanto lavoratori. Dalle enunciazioni ancora piuttosto vaghe e generiche, direi ambigue, a tal punto che Mario Draghi si potrebbe ribattezzare come “democristiano”, si evince una palese assenza di rottura rispetto alla linea seguita dai governi negli ultimi lustri. Al contrario, si coglie una linea di aperta continuità con la politica adottata in passato da diversi governi sul fronte economico-sociale, e in particolare sul tema dell’istruzione scolastica e della Pubblica Amministrazione.

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

In e-mail il 13 Aprile 2020 dc, pubblico colpevolmente in ritardo il 15 Dicembre 2020 dc:

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

Abbiamo messo a disposizione sul nostro sito la traduzione di un articolo di Quentin Hardy. A questo link si può scaricare l’articolo:
https://www.nautilus-autoproduzioni.org/corona-virus-il-volo-dellangelo/

«Finalmente, dopo settant’anni di boom economico e tre secoli di maratona, l’umanità rallenta la sua corsa frenetica.»

La rapidissima progressione del Covid-19 ci mette tutti in una situazione senza precedenti. Lo shock è planetario e quasi sincronizzato. Colpisce tutte le aree della società: salute, società, politica, economia. Cambia il modo di abitare, amare, vivere e sopravvivere, lavorare, parlarsi, morire ed essere sepolti. Più che mai, il mondo vacilla sulle sue basi.



Il nostro indirizzo è:
NAUTILUS AUTOPRODUZIONI
C.P. 1311
Torino, TO 10100
Italy

Siamo ignari di essere sudditi

Dal sito La Bottega dei Barbieri 25 Novembre 2020 dc:

Siamo ignari di essere sudditi

Intervista a Marco D’Eramo dopo l’uscita del libro «Dominio»

di Daniele Barbieri (*)

MarcoDeramo-Dominio

Fra tante guerre, aperte e sotterranee, la più importante degli ultimi 50 anni è stata resa invisibile. È quella dei padroni contro i sudditi. Lo aveva rivendicato 14 anni fa uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett: «certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, che la sta conducendo e stiamo vincendo».

Di questa vittoria storica ragiona Marco D’Eramo in Dominio appena uscito da Feltrinelli. Dopo aver scritto per anni sul quotidiano il Manifesto ora D’Eramo collbora con Micromega e con New Left Review. Alcuni suoi libri – come Il maiale e il grattacielo (appena ristampato) o Il selfie del mondo sono ormai classici.

«Una guerra ideologica totale» al punto che la Troika, non contenta di avere imposto lacrime e sangue alla Grecia, decise perfino «la forma delle pagnotte». La distruzione del Welfare viene chiamata «riforme strutturali». I ricchi ne parlano senza ritrosia «mentre noi – scrive D’Eramo – solo a nominare questa guerra ci vergogniamo e siamo subito sospettati di estremismo».

«Tutto avviene alla luce del sole». Il neoliberismo non complotta ma conquista le menti. Ma qualche segretuccio, per esempio sulle Fondazioni, fa comodo?

«Non ci sono segreti: il nuovo modo di nascondere è sommergerti di notizie e tu non distingui più fra informazioni pertinenti e non pertinenti. Che il Nobel dell’economia non sia un Nobel è risaputo però non lo sa nessuno. Il ruolo delle fondazioni è stato descritto decine di volte in libri, riviste importanti, autorevoli quotidiani. Le stesse fondazioni se ne sono sempre vantate pubblicamente. Fa ridere la vecchia Unione Sovietica che aveva paura delle fotocopiatrici! I nostri hanno capito che per rendere innocuo un messaggio basta sommergerlo con il rumore di fondo di altri milioni di messaggi».

Parole nuove e altre vietate (o travisate), il trionfo dell’eufemismo. È anche uno scontro sui linguaggi?

«La guerra delle idee è sempre uno scontro di linguaggi. Negli Usa per secoli è stato lecito dire negro, poi è diventato indicibile e si usava nero, ma anche questo è diventato maleducato e si è usato afroamericano e adesso nella nuova destra torna negro. Guarda Trump che usa la parola antifa(-scista) come un insulto, mentre nel dopoguerra era quasi obbligatorio dichiararsi antifa. Quando Voltaire e gli Illuministi riuscirono a imporre l’idea che il Medioevo erano i secoli bui e loro la luce avevano già vinto. Oppure: la guerra delle idee è a chi si appropria del nuovo; quando un filosofo riesce ad appropriarsi dell’etichetta di “nuovo filosofo” relega gli altri nel vecchiume. Certo che la lotta delle idee è una guerra sulle parole. Può essere anche insidiosa. Il nostro sistema sanitario è passato dalle Unità sanitarie locali alle Aziende sanitarie locali».

I neoliberisti si muovono «col denaro dello Stato» contro tutto ciò che è pubblico. È il paradosso più grande?

«Usare le risorse dell’avversario contro di lui è uno dei più antichi insegnamenti nell’arte della guerra, per esempio in Sun Zu, ed è la base di arti marziali come il judo. No, il paradosso più inquietante è che in nome della libertà ci rendono servi e in nome del privato aboliscono la privacy. È il conio di una neolingua alla Orwell: quando un’innovazione ti è presentata come smart (smartphone, smart-home) sta pur sicuro che ti stanno fregando. Guarda lo smartwork di cui tanto si ciancia: la prima forma di sfruttamento protocapitalista era il lavoro a domicilio delle filatrici».

Accenni che con le misure anti-Covid è in atto «un colossale esperimento di ingegneria sociale». Puoi chiarire?

«Non era mai successo che due miliardi di persone contemporaneamente fossero messe agli arresti domiciliari volontari e lo accettassero. Si è mai visto un esperimento sociale con due miliardi di cavie? Sono sicuro che i ricercatori di mezzo mondo, dal Pentagono a Novosibirsk all’università di Beijing, stanno studiando quel che succede: quanto a lungo saranno accettate le restrizioni? In che modalità? Con quali strumenti? Sono tutti dati preziosi per i prossimi studi comportamentali».

L’Italia (per dire un Paese) non potrà mai risanare il debito. E nessuno chiederà agli Usa di farlo. Debito e credito come armi: se esistessero ancora forze di sinistra cosa dovrebbero fare?

«Quando un partito che si dice progressista non fa parola del problema di ristrutturare il debito, gatta ci cova: vuole dire che ha già deposto le armi e accettato per sé un ruolo subalterno e ausiliare a quei poteri a cui afferma di opporsi».

Ricordi che «gli Usa dominano il mondo con la forza militare» e poi aggiungi: «non sto dicendo che l’impero Usa è pessimo», nella Storia vi fu di peggio. Se il 4 novembre Trump perdesse ma cercasse di restare lì ti sembra credibile che il capitalismo Usa vada verso una mini-guerra interna?

«Uno degli errori della sinistra è sempre sottovalutare gli avversari, in particolare degli Usa che in un solo secolo hanno conquistato il mondo militarmente ed economicamente ma anche conquistato l’immaginario mondiale, imposto lingua e sistema giuridico, controllato le reti e lo spazio. E noi continuiamo a vedere questi dirigenti americani come rozzi giovialoni un po’ ingenui! Trump sarà quello che è, ma dietro di lui, come dimostro nel libro, c’è fior fiore di intelligentsia di destra: infatti lui ha realizzato molto più di altri celebrati alfieri della reazione quali Reagan e Bush Jr».

Il post scriptum si intitola «In nome del padre, del figlio e del conto corrente» e spieghi benissimo il vecchio/nuovo ruolo delle religioni. Però su Bergoglio neanche una parola. Lo consideri un’anomalia o è solo un bluff?

«No, lo considero transitorio. Comunque in America latina il cattolicesimo è il grande perdente e i pentecostali sono i trionfatori. E io guardo al connubio Bolsonaro-pentecostali in Brasile e al patto d’acciaio Trump-Christian conservatives negli Usa».

Parli da subito di marines (che studiano l’ideologia) e poi del commercio che non esiste senza guerra. Però scrivi poco sulla nuova corsa al riarmo e sull’uso sempre più frequente di armi mostruose. Dai per scontato che tutti sappiano?

«Delle armi, della corsa agli armamenti parlano tutti ma è uno degli argomenti più innocui che vi siano: nessuna manifestazione pacifista negli ultimi 70 anni è mai servita a qualcosa. Per una buona ragione: senza le armi non si può dominare, ma non si domina solo con le armi. In un momento di disgelo Urss e Usa decisero di fare uno scambio di esposizioni di tecnologia. I sovietici mandarono a New York il solito armamentario di missilistica, Gagarin, cagnetta Laika, centrali nucleari, dighe. Gli Usa mandarono a Mosca una cucina attrezzata (di frullatore, spremiarance, tostapane, frigorifero, congelatore, lavastoviglie): da far sbavare qualunque massaia sovietica. Questa è l’egemonia: gli Usa hanno vinto la guerra fredda soprattutto perché dietro la cortina di ferro tutti sognavano America, un po’ come gli albanesi che venendo qui credevano l’Italia fosse quella mostrata dalla tv».

(*) pubblicato la settimana passata sul settimanale «Left»

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

Un interessante articolo su Hic Rhodus, pubblicato il 31 Marzo 2017 dc:

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

di Claudio Bezzi

Le etichette mi uccidono. Non ne trovo una che mi si attagli con soddisfazione. Per esempio: sono ateo, agnostico, libero pensatore, umanista, laico, cattolico a mia insaputa o cosa? Boh? Sono vegano, vegetariano, salutista, diversamente onnivoro, animalista, consapevole, antispecista o solo preda di mode effimere? Ah, saperlo! Ogni etichetta delimita in maniera apparentemente precisa un oggetto, o una persona o un suo comportamento, ma in realtà ha sempre confini vaghi, frastagliati, cangianti e, specialmente, molto diversamente interpretabili. Se poi passiamo alla politica, campo di guerra fredda civile permanente, occorre evitare attentamente e con assoluta fermezza qualunque etichetta, perché poi sei segnato per tutta la vita e qualunque cosa dici viene interpretata alla luce dell’etichetta affibbiata.

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Marco Pannella: di sinistra? Di destra?

Prima di andare avanti, alcune importanti dichiarazioni in merito all’autore di questo post. Bezzicante non è iscritto ad alcun partito; in effetti, epoche geologiche fa fui iscritto a due differenti partiti (in epoche diverse, ovviamente), molto diversi, e simpatizzante attivo di un terzo. Sono passati quarant’anni dall’ultimo, quindi rubricherei questi remoti eventi come errori di gioventù e la chiudiamo lì. Non ho neppure tessere di associazioni, fondazioni, circoli, logge, club e bocciofile, con eccezioni di una sola associazione culturale totalmente apolitica con soci di tutte le appartenenze. Questo accade perché sono un pochino indisciplinato e anarchico, tutte le consorterie mi sembrano strette e poco disponibili al mio vagare col pensiero, e mi piace pensare con la mia testa a costo di sbagliare un bel po’. Tutto quello che scrivo su Hic Rhodus (ma questo accade anche agli altri autori) è genuino frutto del mio pensiero che presumo libero, per quanto possa essere libero un pensiero calato in un contesto, in una società, in una rete complessa di relazioni, con radici nella propria esperienza, credo, valori e via discorrendo. Ovvio che ho le mie idee, le mie convinzioni e le mie preferenze politiche; vado a votare, e scelgo un partito, ma non sono di quel partito che ho votato. Semmai vi sembra un grave difetto, ma io ho votato, negli anni, per tutti i partiti dell’arco che va dal centro moderato alla sinistra, assumendomi ogni volta l’onere di ragionare su programma, candidati, opportunità e scenari politici, e anche compiendo un percorso interiore che mi ha fatto oscillare, nell’arco di decenni, da una certa area a un’altra, e ritorno. È questo che mi fa sentire libero. Non il fatto di avere ragione, che non posso essere certo di averla, ma il fatto di sentirmi libero di pensare e decidere, e cambiare oppure no, e criticare allegramente chi a mio avviso sbaglia, che sia del “mio” partito (nel senso dell’ultimo che ho votato) o di una parte avversa. E se siete lettori di Hic Rhodus potete intuire quali parti mi piacciano di più o di meno, ma certamente avrete letto critiche per ciascun partito, dall’estrema sinistra all’estrema destra, senza eccezioni.

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Giorgio Gaber: di sinistra? Di Destra?

Tutto ciò premesso, forzando questa mia antipatia per le etichette, mi domando chi sono, o cosa sono… Mi potreste dire che non siete così interessati alle mie appartenenze incasinate, lo so, ma insisto. Insisto perché, se riesco a classificarmi, potrei riuscire a farlo per altri, avendo trovato il metodo; potrei così capire, fra le altre cose, se Renzi è così a destra come dice Bersani, se D’Alema è sul serio così a sinistra come dice lui, se Grillo è più o meno fascista di Salvini e altre interessanti questioni che semplificherebbero il mio pensiero. Sempre per rendere un servizio migliore ai lettori di HR, naturalmente. Come lo troviamo questo metodo? Non c’è un “metro politico” definitivo; non c’è una bilancia della purezza ideologica, né un recipiente con le tacche per verificare il tasso di verità che ci riempie. Abbiamo solo concetti, definizioni, argomentazioni, disquisizioni. E controargomentazioni, repliche, interpretazioni, esegesi e contraddittori. Insomma (e questo dobbiamo stamparcelo bene in mente) non esiste alcun criterio per definire oggettivamente l’appartenenza politica (né etica, religiosa, artistica, filosofica…) restando solo un possibile uso pragmatico di termini convenzionali che riescono a dare idee più o meno vaghe, raramente precise, utili al più per un primo inquadramento generale, che è poi l’obiettivo più frequente.

Procediamo quindi per tentativi ed errori. Sono più a sinistra di Meloni e più a destra di Ferrero. Fin qui era facile. Ritengo di essere enormemente più a sinistra di Bersani e D’Alema, ma ho la profonda convinzione che loro pensino di essere molto più a sinistra di me. Oops…

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Mario Segni: di sinistra? Di destra?

Loro pensano che essere “di sinistra” significhi, per esempio, aiutare ad ogni costo le classi disagiate, anche spendendo danaro pubblico in attività improduttive, e ritengono – così io immagino – che desiderare meno intervento dello stato sia “liberista”. Io mi informo e scopro che liberismo è una parolaccia (avete notato quanti esponenti di sinistra parlano – spregiativamente – di liberismo, da un po’ di tempo?). I liberisti vogliono che lo Stato proprio non si impicci perché il mercato si regolerebbe da sé in un processo virtuoso che finirebbe coll’aiutare anche i disoccupati che otterrebbero lavoro e i poveracci che riceverebbero reddito. Ma poiché da qualche decennio il liberismo, o quello che si suppone essere liberismo, sta facendo strame di diritti e uguaglianze, effettivamente io proprio non voglio essere un liberista seguace di Friedman. Io sono assolutamente convinto che la società debba propendere verso l’uguaglianza (una parola chiave dell’essere di sinistra, questo lo so per certo), ma ritengo ci siano altri modi, oltre a quello di spendere denaro pubblico, per consentire, assieme, sviluppo dell’impresa ed uguaglianza, ricchezza e diritti, merito e libertà. E non vengo a scoprire che questa idea si chiama ordoliberalismo? Una scuola di pensiero che viene schifata alla grande da sinistra (quella vera, intendo) come raccontato, en passant, QUI.

Eppure non mi sembra “di sinistra” negare la libertà di impresa, se si garantisce equità e controllo sugli eccessi, per favorire semmai una spesa incontrollata che grava sempre più come un macigno sui nostri figli e nipoti; non mi sembra “equo” placare la serrata (non lo sciopero, per favore, ma la serrata) dei tassinari da parte di un governo di centro-sinistra (Gentiloni premier, Delrio ministro, del PD, no?) mantenendo un sistema che è una sentina fetida, impedendo l’arrivo della modernità rappresentata da Uber, non osservando il pessimo servizio taxi che penalizza utenti e turisti; e cosa ci sarebbe “di sinistra” nella lotta senza quartiere a una riforma seria del mercato del lavoro che garantisce i garantiti e ignora totalmente giovani e precari (sì, parliamo di Jobs Act); ed è egualitario un sistema, che non si riesce ad abbattere, che getta oneri, tasse e incertezze nel privato e tutela una minoranza di lazzaroni del pubblico? O non si tratterà anche qui di stare in corporazioni forti, serbatoi di voti per i politici e di consenso per i sindacati? Ed evitare accuratamente il merito in molteplici settori strategici, uno per tutti l’istruzione? Il merito è forse di destra?

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Susanna Camusso: di sinistra?

Ma il merito va valutato e la scuola dice no-no-no (non apriamo una polemica; se si volesse fare una seria e imparziale valutazione si potrebbe benissimo). E via discorrendo. Queste cose le dicono e le scrivono da anni i liberali democratici come Alesina e Giavazzi ma, udite udite!, anche marxisti come Gennaro Migliore, che non sarà un professore e che ha la disgrazia di militare nel PD dopo un passato rifondarolo ma, insomma, non per questo deve riceve l’aggettivazione di Kautsky e non si devono considerare con rispetto le sue posizioni. Bertinotti può andarvi meglio? Volete Sanders? Siete sicuri che Bernie Sanders sia proprio proprio “socialista” (no, non lo è proprio proprio, leggete QUI), come alcuni frettolosi commentatori nostrani hanno creduto? Volete Tsipras o saltiamo direttamente a Castro?

Insomma: molti idoli di sinistra non sono, o non sono stati, così nobili e puri come Ferrero e Fratoianni. Molti liberali, diversamente ( = in modo diverso, a partire da visioni diverse) si sono posti il problema e hanno cercato soluzioni al dilemma: sviluppo con uguaglianza. Tutto questo per dire che se andate in giro ad appiccicare etichette potreste scoprire che il mondo è più variegato e articolato delle etichette che avete in mano. Ciò non significa affatto che non ci sia una destra e una sinistra. Ci sono ed è importante riconoscerle, ne ho parlato QUI, ma con tre avvertenze: la prima, che occorre ammodernare le definizioni, perché quelle del Novecento sono ormai logore; la seconda, che servono come cornici generali che hanno molteplici e complesse variazioni, e quindi attenzione; la terza, che spesso confondiamo ‘destra’ e ‘sinistra’ con altri concetti, in parte semanticamente coestesi, come per esempio ‘conservatore’ e ‘progressista’ ma anche ‘conservatore’ e ‘riformista’, per non parlare di termini che ognuno usa come gli pare come ‘democratico’, ‘liberale’, etc. Per capirsi: Bersani, citato sopra, sarà pure “di sinistra” sotto un certo profilo, e anche un “democratico”, ci mancherebbe, ma certamente non è un “riformista” né un “progressista”. Questo ci fa capire che non esiste più un continuum lineare come nel ‘900 (Fig. 1) ma una complessità di intrecci, posizioni solo in parte sovrapponibili come in Fig. 2 (evidentemente solo indicativa):

destra sinistra.jpg

Io navigo da qualche parte nella zona rosa-arancio-arancino chiaro. A domanda rispondo “Sì, sono di sinistra”, ma non di questo e quel tipo bensì di quello e quell’altro, e anzi sono un pochino (ma poco poco) anche di quelli là con una spruzzata di quell’altro là. A questo punto volete ancora darmi un’etichetta? Ma sì, allora, chiamatemi ordoliberista se volete, che mi importa! Le etichette non sono un problema mio. Ma, vi prego, considerate anche la mia prerogativa di insofferenza e insubordinazione, così poco liberaliste! Il desiderio di uscire dagli schemi e di essere pronto alla critica, se non altro in senso storicista-marxista. Posso definirmi mandrakista? Me lo permettete? Va bene, andata: sono un ordoliberista-mandrakista. E non parliamone più.

Grazie.

Sommosse e complotti

In e-mail il 28 Ottobre 2020 dc:

Sommosse e complotti.

Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla.

Ma stronzi restano.

di Dino Erba, Milano, 28 Ottobre 2020 dc

IL «QUASI» LOCKDOWN PROCLAMATO DAL GOVERNO CONTE (DPCM, 25/10/2020) ha suscitato un prevedibile malcontento sociale che, in modo più o meno vivace, ha scaldato numerose città. Le proteste arrivano in Italia con qualche ritardo rispetto ad altri Paese, vicini e lontani. Soprattutto negli USA che le anime belle nostrane avevano decantato.

In Italia, molti politicanti e pennivendoli, schierati sia col governo sia con l’opposizione, pensavano che fosse possibile tener sotto controllo l’incipiente malcontento, orientandolo a proprio favore. E invece, il malcontento, diventato sommossa, si sta rivelando poco controllabile.

I più scalmanati, ovviamente, sono i politicanti e i pennivendoli governativi che si son messi a sbraitare contro i «violenti», invocando l’intervento repressivo delle forze dell’ordine: il braccio armato della legge! Le opposizioni sono apparentemente più moderate, nel timore di perdere credito e simpatie negli ambienti in cui vorrebbero pescare consensi. In poche parole, una reazione bipartisan.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Le reazioni forcaiole contro i cosiddetti «violenti» affondano le loro radici nella teoria del complotto, di cui ho già avuto occasione di occuparmi [Spie & Barbe finte. La concezione poliziesca della storia, 30 novembre 2014]. In sostanza, è una teoria truffaldina che ha le gambe corte. Vive solo sugli incubi della classe dominante. Incubi che hanno informato tutti i provvedimenti governativi, da quando il Covid 19 dilaga. La loro risposta: l’esercito nelle strade!

Ma non è bastato: nelle strade le sommosse sono scoppiate lo stesso.
E allora, politicanti e i pennivendoli hanno parlato di provocatori, sovversivi, fascisti, camorristi, centri sociali, pregiudicati, ultras, baby teppisti, «professionisti della violenza» (sic)… facendo di ogni erba un fascio.

Ora, non escludo che fossero presenti fascisti, camorra e mala vita. Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla. Ma a portarli a galla sono politicanti e pennivendoli, di sinistra e di destra.

Ragioniamo a bocce ferme.

Discutibile è la presenza fascista, con Giorgia Meloni che dialoga col governo «rosso giallo». Sembra che, a Milano, i fascisti abbiano fatto da «servizio d’ordine» per evitare il saccheggio dei negozi (vedi: https://www.ilmes- saggero.it/italia/dpcm_scontri_e_proteste_arresti_a_mi- lano_e_torino_news_oggi-5548998.html).

A Milano la protesta aveva come obiettivo primario Palazzo Lombardia, dove governa il leghista Fontana col forzista Gallera. Pacifico il presidio a Palazzo Marino, dove amministra l’insulso pidiota Sala.

Tanto per rinfrescare la memoria, vediamo chi amministra città e regioni toccate dalle manifestazioni.
– Torino, sindaca è la pentastellata Appendino e governatore è il leghista Cirio.
– Trieste (si parla di migliaia di dimostranti), sindaco è il forzista Di Piazza e governatore è il leghista Fedriga.
– Roma, sindaca è la pentastellata Raggi e governatore è il pidiota Zingaretti.
– Napoli, sindaco è l’eclettico De Magistris, governatore è il cabarettista De Luca.
– Catania, sindaco è il fratello italiano Pogliese, governatore è il filo fratello italiano Musumeci.

Situazioni analoghe troviamo in altre città e regioni, dove ci sono state e ci saranno proteste.

Come si vede, nelle proteste la destra (neo)fascista (Fd’I), leghista o forzista c’entra come i cavoli a merenda. In alcune occasioni (come a Milano), ha svolto funzioni di contenimento, in altre c’erano, probabilmente, «schegge impazzite» (forse Casa Pound e Forza Nuova, peraltro parlamentaristi), che non mancano mai.

Veniamo alla presenza di camorra e mala vita. A che pro? Camorra e, in genere, mala vita preferiscono condurre i loro affari all’ombra, senza destare attenzione. La loro presenza è puramente accidentale. Vedremo poi perché, anche se marginale, questa presenza ci sia. Domanda che ci porta al cuore della questione, per poter definire la natura delle proteste in corso attualmente in Italia.

CHI PROTESTA?

A un osservatore distratto, la composizione sociale delle proteste sembrerebbe piccolo borghese: piccoli imprenditori del commercio, soprattutto titolari di bar e ristoranti o di altre attività penalizzate dal DPCM del 25 ottobre. Connotazione superficiale che non spiega assolutamente una presenza attiva particolarmente eterogenea, essenzialmente giovanile. Tra l’altro, tale connotazione enfatizza il ruolo dei ceti medi.

Poveri untorelli!

Sappiamo che i ceti medi italiani sono assai ridondanti. Ridondanza favorita dalla classe dirigente italiana poiché, da oltre un secolo, sui ceti medi essa ha costruito l’asse dei propri assetti politici, in base all’evoluzione economico-sociale del Bel Paese [vedi il mio recente: DINO ERBA, Le vecchie e le nuove classi medie all’epoca della crisi del capitale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2020].

SOMMOSSE & COMPLOTTI
QUANDO LE ACQUE SI AGITANO, GLI STRONZI VENGONO A GALLA MA STRONZI RESTANO

Nonostante la batosta del crash del 2008, i ceti medi si sono rigenerati grazie alla bolla turistica che si è gonfiata con l’Expo 2015. E che il Covid 19 ha fatto scoppiare, provocando le attuali tensioni. Al contempo, è stata esasperata la competitività delle piccole aziende rivolte all’export, col risultato di ridurre all’osso i costi di produzione, limando all’osso gli investimenti produttivi (macchinari) e accrescendo lo sfruttamento operaio. Anche in questo caso il Covid 19 ha disastrato le vie dell’export.


Quindi, bolla turistica ed esasperazione dell’export, con il loro vasto indotto, sono alla base delle attuali tensioni sociali. A latere, c’è l’esercito dei lavoratori in proprio (imprese individuali): tassisti, ambulanti, idraulici, elettricisti… Ma questa spiegazione resta solo al primo livello della questione. Approfondendo, vediamo che nelle piccole imprese spesso si crea un rapporto clientelare tra padrone e lavoratore, con poche luci e molte ombre. Rapporto clientelare che assolutamente non c’è quando il padrone è una grande impresa, come nel caso dei riders di Uber Eats.

Il rapporto clientelare ha indotto molti lavoratori a unirsi alle proteste dei loro padroni. Ma, sulla piazza, si sta consumando una scissione che vede i lavoratori «incendiare» e i padroni «spegnere».

I padroni chiedono i «ristori», i cui costi ricadranno inevitabilmente sui lavoratori dipendenti (in servizio o meno) e sui pensionati.

Le proteste sono poi occasione di incontro con emigrati precarissimi delle periferie o senza dimora. E pregiudicati… Ma quale proletario ha la fedina penale pulita? In sostanza, in piazza ci sono i senza risorse di Marx o i «motherfucker» di Noi non abbiamo patria (Sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi).

Qualcuno ha obbiettato che le attuali proteste sono tardive e che, in precedenza, non si erano unite agli scioperi degli operai delle fabbriche e della logistica, i più determinati. La risposta è semplice: nelle fabbriche come nei centri logistici l’aggregazione è immediata. Altrettanto non avviene nel pulviscolo delle piccole imprese commerciali e produttive.
Siamo solo all’inizio. E incombe l’alternativa tra morire di Covid o morire di fame, di cancro, di infarto … o di lavoro.

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

In e-mail il 24 Luglio 2020 dc:

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

23 Luglio 2020

Il fatto nuovo c’è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.

Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale).

La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.

La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch’essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l’Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.

Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo.

Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l’Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.

Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.

I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l’accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato.

Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l’accordo.

Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all’Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l’accordo solo grazie all’ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l’avallo dell’accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.

Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt’altro.

UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L’Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione.

Dunque l’Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l’impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea.

Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l’1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento.

Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L’Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri Paesi.

Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.

Dunque, il primo dato certo dell’indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori.

E non è che il primo aspetto.

A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi Paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli Stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario.

Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l’esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali.

In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell’IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest’ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.

LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi Paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”.

Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni Paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l’Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.

Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l’economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l’impennata dei tassi di interesse.

Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto.

Non a caso l’avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent’anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall’Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio.

Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.

NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l’indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L’Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente.

C’è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l’autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari.

La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale.

È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni Paese. L’abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all’ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni Paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell’istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l’ha provocata, non chi l’ha subita.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

Più siamo peggio è

Nel numero 442 aprile 2020 dc di A-rivista anarchica, all’interno del Dossier Clima, c’è questa interessante intervista, che ripropongo, sul tema a me molto caro (e che mi fa tremendamente incazzare da sempre) della sovrappopolazione:

Più siamo peggio è

intervista di Carlotta Pedrazzini a Luca Mercalli

Perché, quando ci occupiamo di crisi ambientale, è importante parlare anche di controllo delle nascite? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana.

In un sistema chiuso nessuna specie può crescere all’infinito senza creare danni irreversibili all’ambiente in cui è inserita e a se stessa. Nemmeno quella umana.

Eppure parlare di controllo delle nascite in relazione alla crisi climatica e ambientale è considerato un tabù, non solo negli ambienti religiosi e di destra.

Anche la sinistra non ha mai voluto occuparsi seriamente della questione per non entrare in conflitto con la chiesa, lasciando la battaglia per il controllo delle nascite a una minoranza più radicale e anarchica, che la porta avanti da oltre un secolo.

Certo sarebbe scorretto pensare di fronteggiare il cambiamento climatico concentrandosi solo sulla demografia: il controllo delle nascite non sostituisce la critica all’attuale sistema economico e sociale generatore di diseguaglianze e inquinamento, ma questo non può farci tralasciare il tema dell’impossibilità di una crescita infinita, anche della popolazione.

Carlotta – Che relazione c’è tra crescita demografica e crisi ambientale?

Luca – Tutti noi consumiamo risorse e, in una società sempre più tecnologica, ogni persona consuma sempre più energia, beni, materie. Dunque al di là dell’emotività, dei tabù sociali e religiosi di cui possiamo caricare il problema demografico, se ci concentriamo su parametri fisici non c’è nulla da fare: il mondo ha una capacità limitata di rifornirci (di materie prime, di energia, ecc.) e di assorbire i nostri rifiuti, che diventano sempre più complessi.

Quello dell’uso delle risorse non rinnovabili e dei rifiuti non biodegradabili è un problema a lungo termine.

In passato ci sono stati momenti di crisi locali di sovrappopolazione, con relativi problemi alimentari o anche sanitari, ma gli effetti non ricadevano sulle spalle delle generazioni future – pensiamo alla Londra del Seicento, una città sovrappopolata con problemi nella gestione dei rifiuti, che erano organici e biodegradabili e dunque non producevano effetti a lungo termine.

Oggi invece è tutto cambiato, abbiamo materiali complessi, chimica di sintesi, tutto un insieme di prodotti di scarto che sono tossici e che generano lasciti a lungo termine, per secoli, per millenni.

Anche per quanto riguarda il cambiamento climatico, il danno che stiamo facendo oggi è a lunghissimo termine. Il problema odierno è quello dell’irreversibilità delle alterazioni che provochiamo. Se non ci fosse il problema dell’irreversibilità, la questione non sarebbe così pressante, invece lo diventa perché tutti i danni fatti a partire dalla rivoluzione industriale si sono trasformati in problemi globali a lungo termine che andranno a toccare il funzionamento dei processi futuri del pianeta per un periodo indeterminato, per secoli e millenni, compromettendo la vita di tutte le generazioni future.

Come si risponde, da un punto di vista ambientale, a chi parla di crisi demografica e di necessità di fare più figli per sostenere l’attuale sistema economico e sociale?

C’è chi oggi invoca l’aumento della natalità pensando, ad esempio, alle pensioni, senza riflettere sul fatto che le risorse sono finite.

Ma se il sistema pensionistico, così com’è impostato, ha funzionato bene fino a un certo punto e adesso non si sostiene più, possiamo cambiarlo.

È più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani; come diceva Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo”. Chi non si avvede? La natura, il complesso delle leggi fisiche, chimiche, biologiche che funzionano da miliardi di anni su questo pianeta. Ritengo che sia assurdo voler rimettere in moto la natalità quando si ferma, come in Italia, perché se ciò accade significa che si è raggiunto un equilibrio.

A dire il vero in Italia, anche se la natalità è rallentata, non si è comunque raggiunto un equilibrio, perché si vive molto al di sopra delle proprie possibilità in termini di risorse, che infatti vengono prelevate da altri Paesi del mondo.

Se dovessero vivere utilizzando le risorse del loro territorio, le persone che oggi abitano in Italia, 61 milioni di persone, avrebbero un tenore di vita peggiore di quello degli anni ‘30, perché la terra a disposizione non basta a produrre il cibo che consumano e l’energia che utilizzano.

Alla fine quello che conta, quando si affronta questo argomento, sono i numeri, la quantità di risorse, per questo è necessario il controllo delle nascite; queste cose erano già state dette e scritte più di quarant’anni fa, ma ci si è sempre approcciati all’argomento con un modo scostante e offensivo e il risultato è che oggi siamo ancora fermi qui.

Il concetto è trovare quello che gli ecologi, da oltre 50 anni, chiamano la “giusta capacità di carico”, ossia quel numero di persone che possono stare su un territorio – o, per estensione globale, sull’intero pianeta – vivendo bene e senza creare danni al territorio stesso. Farlo è utile e non va inteso come qualcosa di ideologico, ma di fisico; quel limite, infatti, può essere calcolato, perché ognuno di noi usa una certa quantità di energia, di cibo, di terreno, di legno, di pesce degli oceani, produce una certa quantità di rifiuti.

I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani.

È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8.

Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più?

Ovviamente la questione non è ridurre la popolazione attuale, ci tengo a sottolinearlo, ma fermarsi al momento giusto, non continuare a crescere in maniera esponenziale.

IL PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Carlotta – Chi si occupa di aborto e di controllo delle nascite spesso viene accusato di voler limitare la libertà delle donne, la loro scelta di maternità. Lo stesso succede a chi mette in relazione aumento demografico e crisi ambientale. Cosa rispondi a chi ritiene che sottolineare la correlazione tra aumento demografico e crisi climatica significa auspicare politiche autoritarie e lesive della libertà delle donne, come le politiche del figlio unico in Cina, ad esempio?

Luca – Dico che è vero il contrario. È proprio nei Paesi in cui si verificano esplosioni demografiche che la libertà delle donne è limitata.

Nelle società patriarcali africane, ad esempio, la donna fa tanti figli anche se non li vuole.

Ci sono persone che dicono che il controllo delle nascite è una limitazione della libertà delle donne, quando invece le donne che fanno tanti figli molto spesso sono quelle che non hanno la libertà di scegliere.

Cominciamo a fare in modo che queste donne abbiano la libertà di scegliere; in tutti i Paesi in cui questo è stato fatto la natalità è sempre scesa.

Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente.

Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945?

Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie.

Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica. Fare semplicemente educazione familiare e sessuale, e riconoscere alle donne il ruolo che meritano nella società, risolverebbe la questione.

Carlotta – Visto che nessuna specie, inclusa quella umana, può crescere in maniera illimitata all’interno di un sistema chiuso, è chiaro che dietro alla negazione che fare molti figli influisca sull’ambiente ci siano, di fatto, dei pregiudizi di tipo politico e religioso: politico perché non si vuole che la donna si sottragga all’unico ruolo previsto per lei nella società: il ruolo di madre; religioso perché parlare di controllo delle nascite significa parlare di contraccezione, di aborto, di sessualità libera, significa slegare il sesso dalla procreazione.

Luca – Assolutamente sì, si tratta di temi che frequento di meno perché solitamente mi occupo della parte fisica della questione, ma mi portano a dire che se non apriamo una seria discussione priva di pregiudizi, non potremo risolvere un problema così complesso.

La soluzione non ce l’ha nessuno, e io non voglio certo mettermi nella situazione di dire “so come risolvere, vi do la soluzione”. Mi limito a esporre il problema, la soluzione poi la dobbiamo trovare insieme.

Ci dovrà essere un colossale sforzo scientifico e umanistico, dove tutta la conoscenza che abbiamo dovrà essere messa a disposizione.

Quindi parliamo, affrontiamo l’argomento, perché se non lo facciamo continueremo a vivere nel problema. Se non parliamo, non troveremo certo le soluzioni.

In ultimo, ci tengo a dare qualche consiglio bibliografico: vorrei segnalare il libro di Alan Weisman, Conto alla rovescia (Einaudi 2014), un testo molto interessante proprio sul tema della sovrappopolazione, e i miei due libri Non c’è più tempo (Einaudi 2018) e Il clima che cambia (BUR 2019).

Carlotta Pedrazzini

Scordatevi la libertà che date per scontata

Da Hic Rhodus l’articolo del 25 Marzo 2020 dc:

Scordatevi la libertà che date per scontata

di Claudio Bezzi

L’articolo è incentrato sul corona virus e, soprattutto, sul dopo. Essendo molto lungo ed articolato, e con numerosi rimandi interni ed esterni, lo potete trovare per intero qui.

Di seguito riporterò solo la parte finale.


***

Molti dei marchingegni che mi hanno tolto un pezzettino di libertà sono nati probabilmente per ottime ragioni: le telecamere per scoraggiare i ladri; la tracciabilità delle carte per combattere l’evasione; i controlli all’aeroporto per contrastare il terrorismo.

Altri sono stati elaborati, in mancanza di leggi e di reali possibilità di impedirlo, per imbrogliarci, o quanto meno per sedurci, subornarci, invogliarci a comperare un certo prodotto o – udite udite! – a votare un certo partito, e sappiamo ormai bene come esistano centrali eversive dedicate a questo (si legga sempre Ottonieri su questo punto).

È spaventoso: sappiamo che ci sono centrali eversive dedicate a questo, ma non possiamo farci nulla, salvo vedere folle manipolate in occasione di importanti appuntamenti politici. E poiché gli esiti di quegli appuntamenti politici si riverberano pesantemente sulle vite di tutti, mia inclusa, io mi irrito molto e ritengo di essere privato di alcune libertà fondamentali del mio essere cittadino.

Il progresso, in particolare tecnologico, ci ha dato con una mano il potere di controllare sempre più e meglio le azioni illegali, mentre con l’altra ci ha sottratto pezzi crescenti di libertà.

Il mondo distopico che ci attende, ben previsto dalla letteratura fantascientifica, è quello del controllo totale. Un bel microchip e nessuno potrà delinquere, perché saremo tutti, sempre, sotto l’occhio dell’autorità.

Chi, a questo punto, dovesse dire “ma io sono una persona onesta, non ho nulla da nascondere, ben venga il microchip”, è un agente inconsapevole del Grande Fratello prossimo venturo.

***

L’aumento del controllo nasce come rincorsa dell’autorità al mantenimento di una funzione sempre più residuale: il Potere, così come conosciuto fino al Novecento, che si esprime con la gestione della concessione delle libertà, come scritto sopra.

Ti concedo la libertà d’impresa e ti impongo le tasse; poiché potresti non pagare le tasse ti controllo; poiché i controlli sono lunghi, complicati e colgono a caso nel mucchio, ti obbligo a procedure elettroniche che posso controllare, memorizzare, incrociare con altri dati.

Ti concedo la libertà di viaggiare, ma ci sono pericoli, potresti trasportare armi, droga o, in questi giorni (Nota mia: marzo 2020 dc), virus; allora ti obbligo a controlli sull’identità, sul carico, su cosa potresti portare illegalmente dentro il tuo corpo.

Ti concedo la libertà di produrre e commerciare, ma sotto una valanga di norme, restrizioni, vincoli, decreti, procedure sanitarie, procedure commerciali, procedure fiscali…

Oggi non esiste una sola libertà che non sia, nei fatti, monitorata e controllata come minimo, ristretta e condizionata sempre più.

***

Quale risposta dare agli agenti del Grande Fratello che non trovano poi così spaventosa questa cosa?

La risposta è la disumanizzazione già in fase avanzata di realizzazione.

In un mondo prossimo venturo non avremo, forse, criminali, ma saremo automi totalmente omologati. Mangeremo le stesse cose, vedremo gli stessi programmi tv, andremo nelle stesse palestre a tenerci forma all’insegna degli stessi ideali di bellezza e salute.

Se non vedete il nesso, e vi sembra che io abbia compiuto un salto logico, cercherò di spiegarmi avanzando in un terreno forse azzardato ma che a me appare una semplice conseguenza logica: una volta che tutti saremo profilati, controllati, “costretti” alla legalità per come stabilita dall’autorità, non credete forse che sarà decisamente facile, facilissimo, imporre comportamenti convenienti sul lavoro, sulla cultura e l’istruzione, sulla forma di cittadinanza…? Ormai nella rete, completamente dipendenti da quelle medesime tecnologie che ci controllano, cosa sarebbe dei nostri diritti?

L’autorità (che sia il Partito Comunista Cinese, il congresso degli Stati Uniti o il presidente Putin al suo venticinquesimo mandato) troverà, nel controllo assoluto, la risposta all’ingovernabilità della complessità. La complessità sarà semplicemente abolita per legge, i cittadini saranno resi inermi e prevedibili, totalmente prevedibili.

6) Una strada senza uscita

Se ritenete che io sia andato troppo avanti con la fantasia, abbandonando la strada del rigore logico, vi mostro un chiaro esempio di ciò che stiamo diventando, perché c’è un bellissimo caso empirico contemporaneo: la Cina.

Grazie al controllo capillare della popolazione, al diffusissimo riconoscimento facciale, alle forze di polizia, a leggi repressive, al controllo dell’informazione, alla possibilità di mobilitare dall’oggi al domani mano d’opera e risorse (il famoso ospedale costruito in sette giorni…) e –  si badi bene, questo è fondamentale – grazie a uno straordinario consenso di massa, tradotto in disciplina e accettazione delle privazioni di libertà, grazie a tutto questo la Cina ha pagato un prezzo sostanzialmente limitato alla crisi del coronavirus mentre noi in Italia siamo in mezzo al guado, abbiamo già da giorni superato, in numero di vittime, la Cina e, quel che è peggio, non ne vediamo la fine.

Perché l’autorità è stata debole e timida sin dall’inizio, e ha progressivamente reso più rigide le norme di comportamento inseguendo il virus e l’indisciplina dei suoi cittadini, anziché prevenire. Perché noi siamo LIBERI, e un sacco di nostri amabili concittadini ritiene che essere liberi consista, innanzitutto, nel non farsi mettere i piedi sul collo da un Conte qualunque, da un Renzi qualunque, da un Di Maio qualunque, insomma: da un’autorità qualunque.

***
Ed ecco il trade off (Nota mia: scelta? Perché ostinatamente scriverlo in inglese?).

Da un lato il virus non ci piace e ci uccide.

D’altro lato la risposta cinese ci fa orrore.

E così maciniamo morti, si deve sperare in miracoli (il caldo rallenterà il virus? Meno male che andiamo verso l’estate…), l’economia va a rotoli, l’Europa si sfascia, a New York fanno la fila per comperare armi, molto più utili del pane in tempo di crisi, insomma: assomiglia abbastanza a una piccola Apocalisse.

Vorrei segnalare che abbiamo in realtà solo tre, e non più di tre, soluzioni, ciascuna delle quali ben rappresentata da un caso storico contemporaneo:

• il timido inseguire la crisi, tipico delle società occidentali; da noi la libertà è sacra, e ne possiamo sacrificare piccoli pezzetti, un po’ alla volta, solo dopo l’evidenza della crisi, e sempre con incertezza, con limiti, con defezioni;

• il rigido intervento illiberale alla cinese, di cui sapete già;

• il laissez faire (Nota mia: lasciate fare) alla Putin, che sta con tutta evidenza fingendo che il virus non ci sia, o sia una sciocchezzuola; il coronavirus dilagherà, ammazzerà un bel po’ di persone (in prevalenza vecchi e malati, dopotutto non un grande danno, anzi…) ma non minerà le strutture fondamentali del Paese, la sua economia e, men che meno, la sua Autorità, che non avrà avuto necessità – come in Occidente – di avere un confronto difficile con la popolazione.

Se adesso riuscite a fare un ragionamento puramente logico e non emotivo, vedrete facilmente che il modello cinese ha funzionato alla grande; quello putiniano chissà, potrebbe anche essere un successo; mentre quello occidentale è sotto gli occhi di tutti: un disastro immane sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, istituzionale.

***

Attenzione perché adesso arriva la questione veramente centrale, alla quale è difficile rispondere col cuore, col fegato, con la pancia o con qualunque altra frattaglia.

La domanda che ora si pone è: cosa vogliamo, veramente, dalla vita?

Ricordate sopra l’esempio della sicurezza sociale: più controlli significano più sicurezza, ma meno libertà. Anche nel caso del coronavirus la questione si pone in maniera analoga: volete pochi contagiati e pochi morti? Occorreva da subito il pugno di ferro; vi fa orrore e preferite la libertà (e la responsabilità) individuale? Allora vi tenete i morti e il tracollo economico.

Occorre accettare il fatto che non c’è una via intermedia: salvezza del virus con libertà per tutti; no malavitosi in giro con libertà per tutti; no evasori fiscali con libertà per tutti… Chi fra voi è vecchio come me morirà prima di vedere chi avrà avuto ragione, ma i giovani saranno presi in pieno dal ciclone che si sta preparando e che arriverà in tempi brevissimi.

Questo ciclone si chiama tracollo delle democrazie occidentali nate dalle due rivoluzioni (Nota mia: una mi immagino sia la Rivoluzione Francese ma l’altra, qual’è? Quella sovietica? Non credo che l’autore pensi a quella…) e morte silenziosamente alla fine del Novecento. E con esse, evidentemente, il concetto di ‘libertà’ di cui stiamo trattando e molti altri collegati.

***

C’è una considerazione ancora, importante.

La complessità non si può spegnere.

Le tecnologie non si possono spegnere, così come non si può spegnere il progresso, coi doni che ci porta assieme alle trappole che ci tende.

Non possiamo spegnere la globalizzazione, Internet, la WTO, la ricerca biologica, quella sull’intelligenza artificiale… Non possiamo spegnere l’inquinamento, non possiamo spegnere la sovrappopolazione, come non possiamo spegnere la stupidità dilagante.

Siamo tutti su un aereo in volo, il pilota è morto, la rotta ignota e quel che accadrà, che ci piaccia o no, accadrà.

La complessità, come ho già detto, non è governabile.

Una conseguenza di questa ingovernabilità è che il modello di governo vincente, fra i tre menzionati sopra, si affermerà comunque, indipendentemente da ciò che faremo.

E onestamente, se proprio devo dirlo, non scommetterei un euro sulla vittoria finale del modello democratico occidentale. Guardo con viva simpatia al modello putiniano, così amorale e cinico che – lo confesso – ben si attaglia al mio carattere; ma il famoso euro, alla fin fine, lo piazzerei sul modello cinese. Loro sono già al traguardo, hanno già vinto.

Sono autoritari e massimalisti? Chiedetelo a un cinese tipico, anche colto, e vedrete se trovano di che lamentarsi sul modo in cui Xi Jinping ha gestito la crisi.

E con questo vi saluto.

Quando il profitto confessa il proprio crimine

In e-mail il 14 Marzo 2020 dc:

Quando il profitto confessa il proprio crimine

Il coronavirus e la ricerca scientifica

Si è soliti dipingere il coronavirus come “il cigno nero”, l’evento catastrofico assolutamente imprevedibile che cambia il quadro d’insieme. È inesatto. Indubbiamente la nuova grave epidemia ha un impatto enorme su scala internazionale, ed in particolare in Italia. Ma era talmente poco imprevedibile che una parte della comunità scientifica aveva previsto la sua eventualità.

Sono diciotto anni infatti che imperversa una stessa famiglia di virus, con epidemie che si accendono, si spengono, si riaccendono, a seconda delle mutazioni del virus, senza che vengano rintracciate cure.

Prima la SARS del 2002/2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora il SARS-CoV-2 (Covid-19).

Già, ma perché non vengono rintracciate cure?

Lo spiega candidamente la Goldman Sachs in un rapporto del 10 aprile 2018, dal titolo “Rivoluzione del genoma”.

«Esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche” Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo […] il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano.

L’esempio portato è quello dell’epatite C» (Il Fatto Quotidiano, 5 marzo). Scoperto il farmaco risolutivo, il numero dei malati crollò, e l’azienda che aveva investito nel farmaco, la Gilead Sciences, andò praticamente in rovina. «Il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma» (FQ), conclude candidamente lo studio della Goldman.

Difficile essere più chiari. È la confessione di un crimine.

Così è andata per il coronavirus.

Dopo la fine dell’epidemia della SARS il virologo francese Bruno Canard e la sua equipe di ricercatori previde il ritorno dell’epidemia nella forma di una “SARS due”, a partire dalla diffusione della sua famiglia virale, la stessa del Covid-19. «Ma il nostro appello è rimasto inascoltato, le ricerche si sono fermate, e ora si vorrebbe trovare d’incanto vaccino e medicine per il coronavirus. Ma i programmi seri di ricerca non si improvvisano. Richiedono spesso un decennio» (Le Monde, 4 marzo).

Tutto chiaro.

In tutto il mondo la ricerca scientifica pubblica è stata tagliata, e appaltata alle case farmaceutiche. E la ricerca delle case farmaceutiche segue unicamente il profitto a breve, in contrasto col senso e coi tempi della ricerca scientifica. Non si poteva descrivere meglio la natura cinica del capitalismo. Una associazione a delinquere che non può essere riformata, può essere solo rovesciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

In e-mail il 12 Febbraio 2020 dc:

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

La sezione “Pietro Tresso” di Venezia del Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria totale vicinanza e solidarietà al compagno Mattia Donadel, esponente del comitato “Opzione Zero”, e a suo padre, il compagno Cleanto Donadel, fatti oggetto del violento intervento repressivo di Polizia Locale e, soprattutto, Carabinieri, a seguito delle proteste che hanno avuto luogo durante il consiglio comunale svoltosi lunedì 10 gennaio a Mira, in cui si discuteva del progetto di ampliamento dell’inceneritore di Fusina, con la presenza del direttore di Veritas Razzini.

Mattia Donadel, da sempre attivista per i diritti sociali e a difesa dell’ambiente, sempre da una posizione di classe, nella seduta del consiglio comunale di Mira era presente come relatore da parte del comitato “Opzione Zero” per esporre il punto di vista ambientalista contro la scellerata decisione di Veritas di ampliare l’inceneritore di Fusina.

Durante la sessione del consiglio comunale è nata una protesta da parte degli attivisti del comitato, e il richiamo all’ordine impartito dal presidente del consiglio comunale Giorgio Zappalori, segretario del PD di Mira, ha fatto sì che il compagno Mattia fosse portato fuori con la forza dalla sala consiliare dalla Polizia Locale, per poi essere ammanettato dai Carabinieri, messo in stato di fermo e condotto in caserma per essere rilasciato solo a tarda notte, dopo essere stato denunciato assieme all’anziano padre.

Mattia è stato accusato di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di servizio pubblico.

Come ben sappiamo, il dissenso dà sempre fastidio, e quando il dissenso si trasforma in protesta organizzata la soluzione la si trova con l’utilizzo della forza repressiva. In questo caso le istituzioni borghesi hanno dimostrato a tutti di essere meri strumenti al servizio del capitale e del profitto: Veritas può tranquillamente spadroneggiare e a nessuno deve poter venire in mente di intralciare i progetti aziendali.

La salute della popolazione è chiaramente l’ultima delle preoccupazioni per le aziende e le istituzioni, e la verità può tranquillamente essere imbavagliata (o, in questo caso, ammanettata).

Il Partito Comunista dei Lavoratori, nel confermare il proprio sostegno al compagno Mattia e a suo padre Cleanto, oltre che a tutto il comitato “Opzione Zero”, continuerà a sostenere la lotta della popolazione del veneziano contro l’ampliamento dell’inceneritore e a denunciare l’assurdità delle rassicurazioni di Veritas che da un lato intende investire milioni di euro per quel progetto, e dall’altro dichiara che non saranno incrementati i volumi di materiale incenerito.

Emerge con forza la necessità di porre Veritas sotto il diretto controllo dei lavoratori, e che sia immediatamente costituita una commissione popolare di controllo.

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione di Venezia “Pietro Tresso”

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

Risoluzione finale del 7 dicembre

In e-mail il 10 Dicembre 2019 dc:

Risoluzione finale del 7 dicembre

Conclusione condivisa dell’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019

 

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La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l’importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d’opposizione.

Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell’ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall’Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l’hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) un’ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.

Politiche all’insegna della cultura liberista imperante, dell’austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.

Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di rappresentare un’alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all’affermazione del primo governo Conte le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.

L’impegno condiviso è quello di ricostruire un’opposizione che, sostenendo, valorizzando e unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell’Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.

Puntiamo ad un’opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti e femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza, che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.

Un’opposizione che, in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell’evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assuma l’impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimi.

Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l’insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.

Ciò che si propone, al fine di sostanziare un’opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un’azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:

– per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all’acquisto degli F35;

– per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell’economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;

– per una generalizzata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;

– per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti;

– per l’abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell’iniziativa in altri Paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.

Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell’opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell’unità d’azione.

Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un’articolazione territoriale.

Anche a tal fine si rivolge l’invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.

Ciò su cui si conviene è la promozione di un’unità d’azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell’iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un’unità d’azione funzionale a sostanziare l’obiettivo condiviso.

L’unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!

 

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

In e-mail il 23 Dicembre 2019 dc:

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

cheminots2019

Dopo 18 giorni di sciopero a oltranza contro “la legge Fornero di Macron”, i ferrovieri francesi non mollano.

Il governo cerca di montare l’opinione pubblica contro lo sciopero usando il ricatto del Natale e combinandola con qualche piccola concessione.

La burocrazia del secondo sindacato dei ferrovieri francesi (UNSA Ferroviaire) usa queste concessioni come pretesto per sfilarsi dal fronte dello sciopero e dichiarare la “tregua natalizia”.

La moderata CFDT, che solo il 14 dicembre era scesa in sciopero contro l’aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, si è affrettata ad “apprezzare il nuovo gesto di dialogo che viene dal governo”, lanciando un messaggio implicito di smobilitazione.

Infine, il fronte intersindacale (CGT, FO, Solidaires, FSU, UNEF…) che dirige lo sciopero e rivendica, a differenza della CFDT, il ritiro del progetto di legge governativo, annuncia una giornata di manifestazioni… per il 9 gennaio. Un annuncio che formalmente non smobilita, ma suona ambiguo sulla continuità dello sciopero nel momento più delicato e difficile per la sua tenuta.

Di fronte a questa congiunzione di fattori, il 21 dicembre la stampa borghese di Parigi si è affrettata a dare la buona novella natalizia dello sfarinamento dell’agitazione. “Il governo riesce a rompere il fronte dello sciopero”, annunciava il (pur prudente) Le Monde in prima pagina.

Ma i conti non si fanno senza l’oste.

Le assemblee dei lavoratori in sciopero hanno respinto le ingiunzioni del governo e i segnali di smobilitazione delle burocrazie.

Di primo mattino alla Gare de Lyon, all’assemblea generale della stazione di Saint-Lazare, alla Gare de l’Est e alla Gare d’Austerlitz, il pronunciamento operaio è uno solo: lo sciopero continua sino al ritiro del progetto di legge. La larghissima maggioranza delle assemblee in tutta la Francia segue a ruota. I delegati di base dei sindacati CGT e Solidaires sono la punta trainante del pronunciamento. Ma la stessa CFDT-ferrovieri è costretta a dichiarare la continuità del blocco, e persino il 50% delle sezioni dell’UNSA si ribellano ai propri dirigenti nazionali: “Non capisco la strategia del gruppo dirigente del mio sindacato… Non si spezza una lotta nel momento decisivo”, dichiara in assemblea un delegato UNSA della Gare Paris Est. Il risultato è che la Francia resta bloccata. Anche a Natale, nonostante il Natale.

Seguiremo come sempre, giorno per giorno, la dinamica dello sciopero francese.

Certo, pesa sulla prospettiva l’ipoteca della burocrazia sindacale.

Sia di quella che sogna un accordo separato col governo in cambio di una onorevole foglia di fico (CFDT), sia di quella sicuramente più combattiva che vuole sopravvivere al macronismo costringendo il governo a riconoscere la sua forza di burocrazia (CGT).

Ma i fatti dimostrano che la burocrazia non ha ad oggi il pieno controllo delle assemblee, nelle quali una nuova generazione di delegati operai si è fatta le ossa nelle lotte di questi anni (come nella lotta contro la legge El Khomri), ha accumulato una esperienza preziosa, non ha alcuna voglia di arrendersi.

Anzi, ha voglia di vincere.

Gli insegnanti hanno aderito in massa allo sciopero al fianco dei ferrovieri e, nonostante le scuole siano in vacanza natalizia, manifestano la continuità della propria lotta partecipando spesso ai picchetti degli cheminots e alle loro assemblee, mentre continua lo sciopero a oltranza della metropolitana, e la mobilitazione radicale degli infermieri, che in realtà aveva anticipato quella dei ferrovieri.

Si estenderà la lotta al settore privato, innanzitutto alle fabbriche? Questo è l’interrogativo sospeso che può decidere della piega degli avvenimenti. È ciò che terrorizza la borghesia francese. Ma anche la burocrazia sindacale.

Ai lavoratori francesi, e ai militanti marxisti rivoluzionari, impegnati in prima fila per la generalizzazione della lotta, va tutto il nostro sostegno internazionalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

In e-mail il 5 Novembre 2019 dc:

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

La battaglia dell’Ilva assume oggi una valenza centrale.

LA BUFALA DELL’ACCORDO DI UN ANNO FA

L’accordo firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale, Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell’accordo, CGIL, CISL, UIL, lo celebrarono come l’accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento ambientale, un orizzonte radioso.

Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto a copertura, incredibile a dirsi, dell’allora governo M5S-Lega, ma anche col plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”.

Del resto… garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si poteva sconfessarlo?

Ma l’anno trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica.

Riduzione dell’occupazione reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione, risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali.

Basti pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a Riva.

Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e previsto.

Il “recesso” di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.

L’IMMUNITÀ PENALE PER IL PROFITTO

Il colosso franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia dell’immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo, e che in questo tempo l’azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro.

L’esistenza stessa di questa clausola, quale condizione dell’acquisto, chiarisce, se ve n’era bisogno, la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale. Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e sindacati acconsentivano.

Ma dopo il tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione parziale dell’immunità.

E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.

LA GUERRA MONDIALE DELL’ACCIAIO

Una mossa contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari un nuovo accordo con tagli maggiori sull’occupazione? Lo vedremo. Certo l’operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell’aspetto giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell’acciaio è enorme sul piano mondiale, anche per l’ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di colpi. Questa guerra si combatte attraverso l’abbattimento dei costi: riduzione della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole ambientali (laddove esistono).

Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra, una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia. L’Italia è solo un frammento di questa partita di domino.

I grandi azionisti di Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.

NON CI SONO PADRONI BUONI

Tutta la lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A qualsiasi costo, per l’appunto, cancro incluso. Sempre con l’assistenza dello Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali.

Padron Riva comprò nel 1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per quasi vent’anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio.

La vicenda della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.

Nessuna solidarietà va data invece ai nuovi padroni.

L’interesse di classe degli operai non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o morire di cancro.

Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute, diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per questo avanziamo la parola d’ordine della nazionalizzazione dell’Ilva, senza alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.

NAZIONALIZZAZIONE E RICONVERSIONE

La produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori costi e dunque la non convenienza di mercato.

Ma la non convenienza per gli azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza della società.

Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto controllo operaio.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell’orario a parità di paga.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione dell’acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione povera dei quartieri.

Più in generale, va nazionalizzata l’intera produzione dell’acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.

DI INCOMPATIBILE C’E SOLO IL CAPITALISMO

La nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale ad essere incompatibile con le esigenze della società umana.

La battaglia per la nazionalizzazione dell’ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per un governo dei lavoratori, o non è. Il PCL farà della battaglia per la nazionalizzazione l’asse del proprio intervento tra i lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all’Ilva. Se la più grande azienda del Paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai, sommando l’indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su scala nazionale, lo scontro riguarda l’intero movimento operaio italiano. Il fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell’Ilva è la parola d’ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.

Marco Ferrando

Partito Comunista dei Lavoratori