Economia, Politica e Società

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

In e-mail il 10 Novembre 2018 dc:

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

6 Novembre 2018

Gli eventi che si sono abbattuti sull’Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro Paese. Otto metri quadri al secondo con un tasso demografico quasi a zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L’abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l’onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva, con i Patti di Stabilità, delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all’urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi.

Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l’abolizione delle Province ha cancellato l’intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell’ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all’«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell’ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all’interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l’enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. “Prima gli italiani” significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l’industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell’ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Santi privilegi, governo genuflesso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

Santi privilegi, governo genuflesso

8 Novembre 2018

La Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che lo Stato italiano dovrà recuperare enormi arretrati sulla vecchia imposta comunale relativa ai beni ecclesiastici (scuole, cliniche, alberghi, strutture turistiche…). Qualcosa che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi.

Si tratta di privilegi scandalosi, garantiti dai famigerati Concordati e soprattutto codificati da tutti i governi capitalistici, gli stessi che in questi decenni hanno imposto ai lavoratori lacrime e sangue con la benedizione del clero. Il governo Amato, nel mentre picconava pensioni e risparmi, decretava l’esenzione fiscale per i beni del clero (1992). Il governo Berlusconi, che tagliava otto miliardi alla scuola pubblica, confermava la loro esenzione totale (2005). Il governo Prodi (Rifondazione Comunista inclusa) sanciva che l’esenzione avrebbe riguardato solo “gli edifici adibiti ad attività non esclusivamente commerciali” (2007), laddove l’avverbio “esclusivamente” serviva alla Chiesa per mantenere l’esenzione per una miriade di proprietà finalizzate al lucro ma provviste di una cappella. Una truffa. Oggi le scuole cattoliche di ogni ordine e grado (8800) che hanno rette inferiori ai settemila euro sono esentate da IMU e TARI. Lo stesso vale per le strutture sanitarie assistenziali cattoliche (ambulatori, ospedali, case di cura…) che sono convenzionate con la struttura sanitaria nazionale. Per non parlare degli alberghi ecclesiastici (uno su quattro a Roma) che al 50% non versano un euro di IMU. Si potrebbe continuare.

E ora? Ora assistiamo all’imbarazzato mutismo di tutti gli attori politici di fronte alla sentenza europea. Per applicare la sentenza della Corte Europea sarebbe necessaria una legge. Ma chi vuole intestarsi questa legge, o anche solo la sua proposta? Nessuno.

I vecchi partiti liberali di centrosinistra e centrodestra, organicamente legati al capitale, e dunque anche al Vaticano, se ne guardano bene. Il loro europeismo si arresta di fronte alla Chiesa. I nuovi partiti borghesi populisti oggi al governo fanno lo stesso. Altro che “governo del cambiamento”! Il M5S ha pubblicamente dichiarato che ha da tempo archiviato la pratica (“se ne occupava in passato il senatore Perilli, che ora non sta trattando alcun provvedimento inerente alla sentenza”). Come dire un conto l’opposizione, un conto il governo. La Lega ha dichiarato che la sentenza europea è un’operazione “contro l’Italia, perché sanno benissimo che non potremo chiedere alla Chiesa quelle cifre”. Del resto, chi poteva attendersi il contrario? Il premier Conte ardente fedele di Padre Pio; Di Maio reverente verso le lacrime di San Gennaro; Salvini impugnatore di crocifissi durante i comizi, potrebbero mai entrare in collisione con la Chiesa? Non si tratta peraltro di convinzioni individuali, religiose o meno. Si tratta dei legami materiali tra il capitale finanziario con cui i partiti borghesi – di ogni colore – governano e il fiorente capitalismo ecclesiastico che del capitale finanziario internazionale è parte integrante e inseparabile.

La sentenza europea può forse servire a Bruxelles nel negoziato in corso col governo italiano sulle politiche di bilancio. Di certo non servirà per incassare i soldi evasi dalla Chiesa.

La verità è che solo la classe lavoratrice può porre nel proprio programma la totale abolizione dei privilegi clericali, perché è l’unica classe che può rovesciare il capitale, e dunque il capitalismo ecclesiastico. Partiti borghesi e populisti stanno tutti dall’altra parte della barricata, compreso il governo “del popolo”, più che mai genuflesso all’Altare.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Prima l’ambiente e la salute

In e-mail da Democrazia Atea il 07 Agosto 2018 dc:

Prima l’ambiente e la salute

La gestione dei rifiuti in Italia non è considerato dal punto di vista ambientale, ma purtroppo, come molte altre cose che riguardano l’ambiente, solo dal punto di vista economico e di potenzialità redditizia.

La criminalità organizzata ha preso in mano da anni queste attività, creando il fenomeno delle Ecomafie.
Non è un caso che il nostro Paese abbia numerose procedure di infrazione aperte per il mancato recepimento di direttive europee sul tema ambientale.
La collusione tra politica e criminalità impedisce al nostro Paese di fare progressi in questo campo, mette a rischio la salute dei cittadini e dell’ambiente, e grava sui cittadini anche dal punto di vista economico a cause delle conseguenti sanzioni.

La direttiva 2008/98/CE è stata in realtà recepita con il DL 205/2010 ma il rapporto Rifiuti Urbani 2013 dell’ISPRA mostra un quadro sconfortante.
La percentuale di raccolta differenziata in Italia, analizzata nel suo complesso, ha raggiunto il 52,6%, poco al di sopra della percentuale obiettivo del 2007.
L’obiettivo 2012, che è del 65%, è troppo lontano da raggiungere: a livello regionale solo Veneto e Trentino hanno raggiunto l’obiettivo 2011 del 60%, e, a livello provinciale, solo 19 province italiane si sono adeguate a questo obiettivo.

L’analisi di questo documento potrebbe occupare pagine e pagine, ma il risultato è che l’Italia deve rivedere e aggiornare tutto il sistema di gestione, adeguandosi e anche proponendo soluzioni alternative rispetto alla legislazione europea.

Il primo caposaldo deve essere, invece della parola riciclaggio, la parola riduzione.

La parola riciclaggio ci autorizza a produrre tonnellate di rifiuti nell’utopia che possano essere riciclati, e ci deresponsabilizza.
Dobbiamo produrre meno rifiuti, cambiando le modalità di produzione e distribuzione, riducendo al minimo gli imballaggi superflui, e anche trovando nuove modalità igienicamente compatibili che permettano utilizzo di materiali non plastici.

Il secondo caposaldo deve essere: no alla plastica.

La plastica non è riciclabile, può essere riutilizzata ma prima o poi diventa un rifiuto da smaltire, la cui combustione, se non effettuata sotto un controllo competente, può produrre materiale tossico.

Il terzo caposaldo: chi produce rifiuti paga per lo smaltimento.

I cittadini non possono pagare un prodotto ad un prezzo che comprende anche il suo imballaggio o contenitore, e poi dover pagare anche per lo smaltimento dello stesso.
Questo autorizza le industrie a non curarsi della quantità di rifiuti che producono.
Sarebbe auspicabile, per alcuni prodotti, il vecchio vuoto a rendere, che permetteva un riciclo vero e continuo, senza creare inutili intermediari che si occupano del riciclaggio.

Il quarto caposaldo: responsabilizzare.

I cittadini devono essere informati e responsabilizzati sulla quantità di rifiuti che producono e sui metodi alternativi.
Sapere che tutto ciò che esce da casa finisce in una discarica in qualche lontano luogo ci fa disinteressare, almeno fino a quando, come è successo, il lontano luogo diventa un luogo vicino casa nostra.

Il quinto caposaldo: i rifiuti devono essere gestiti creando un reddito alla comunità interessata.

Berlino è un esempio di come lo smaltimento dei rifiuti possa rappresentare un modo di trovare risorse per la comunità.
Le scelte legislative hanno responsabilizzato i produttori e i consumatori ed è stata veicolata una propensione al riciclo che oggi costituisce fonte di ricchezza.

Il metodo adottato a Berlino non privilegia tuttavia il parametro della redditività, ma antepone sempre la salute dei cittadini e dell’ambiente.

 

Economia, Politica e Società

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Inoltrato in e-mail il 26 Luglio 2018 dc, pubblico nonostante provenga da un partito stalinista:

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Sergio Marchionne, l’a.d. di FCA, è morto. 
I comunisti non versano lacrime per un manager che è stato per 14 anni il salvatore dei profitti della famiglia Agnelli, lo spietato estorsore del plusvalore creato dal lavoro non pagato degli operai, il buttafuori dei sindacalisti combattivi e il compratore dei collaborazionisti che hanno appoggiato i suoi piani, i quali sono ora “profondamente addolorati”.

Il dirigente d’azienda più pagato d’Italia (nel 2015 ha intascato 54 milioni di euro, più o meno il monte salari annuo degli operai di Mirafiori) realizzò dopo la grande crisi del 2008 l’acquisizione della Chrysler, grazie ad un accordo con Obama. 
Cinque miliardi di profitti annui sono il suo ultimo bottino, ottenuto spremendo come limoni gli operai.

Nessuna meraviglia se viene santificato dalla borghesia, che lo qualifica come “un gigante”. 

Senza dubbio lo è stato dello sfruttamento e del comando capitalistico, che sono tanto più feroci quanto più si sviluppa la produzione su larga scala.

Per i proletari d’avanguardia la morte di Marchionne – un manager integrato nell’oligarchia finanziaria, che usava il bastone in fabbrica e il pullover in TV – è più leggera di una piuma. 

Sono altre le questioni che pesano: quale sarà il futuro delle fabbriche? 
Quali ricadute occupazionali? 
Come far ripartire la lotta?

Con la nomina del nuovo a.d. Manley, che viene dalla Chrysler, è prevedibile che FCA se ne andrà sempre più verso gli USA dove il marchio Jeep viene maggiormente prodotto e venduto.

Lo spostamento della produzione dall’altra parte dell’Atlantico sarà anche una conseguenza della politica di Trump, che condiziona tutte le multinazionali dell’auto. 

La minaccia del presidente nordamericano di imporre dazi doganali del 25% sulle vetture importate non può essere ignorata dalla famiglia Agnelli, pena la perdita di ingenti profitti.

A ciò va aggiunto un altro fattore: la strategia di FCA è sempre più centrata su SUV Jeep, auto di lusso Maserati e auto “premium”. 

I vertici aziendali hanno capito che non possono battere la concorrenza di monopoli come Volkswagen, Renault, Ford, Toyota, in un mercato automobilistico come quello europeo che è sempre più saturo a causa della riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. 

Per sopravvivere puntano su auto di alta gamma dai volumi di vendita inferiori.

L’ennesimo piano industriale FCA non offre alcuna certezza per il futuro degli stabilimenti italiani e nessun dettaglio su tempi e luoghi di produzione dei nuovi modelli. 

Non è difficile prevedere la fermata a breve della produzione della Fiat Punto a Melfi, e lo stop dell’Alfa Romeo Mito a Mirafiori, per concentrarsi sulla produzione di un SUV Maserati.

La produzione di Panda e 500 finirà in Polonia, dove il prezzo orario della forza-lavoro è circa un terzo di quella italiana. 
Forse a Pomigliano si produrrà un piccolo SUV Jeep.

A Melfi, una volta eliminata la Punto, rimarrà la Renegade, ma bisognerà vedere con quali volumi produttivi. A ciò si aggiunge l’addio al diesel che viene prodotto a Pratola Serra e a Cento, mentre la 500 elettrica è ancora un sogno.

Praticamente in Italia non verranno più prodotte utilitarie con il marchio Fiat. 

La fine dell’era Marchionne segna anche l’epilogo di un processo iniziato da decenni che comporterà riflessi devastanti sul piano occupazionale in tutte le fabbriche, non solo Mirafiori e Pomigliano. 

Si prospettano cassa integrazione a go-go e licenziamenti che diverranno massivi quando scoppierà la nuova crisi. 
Altro che la piena occupazione promessa da “Marpionne”!

Quale risposta mettere in campo? 
La forza di Marchionne e di FCA nell’ultimi anni si è basata sulla debolezza e sulla divisione degli operai, favorite dai collaborazionisti politici e sindacali.

Questo significa che nella misura in cui si svilupperà la mobilitazione e il fonte unico di lotta degli operai sarà molto più difficile per FCA far passare il suo piano antioperaio.

Sosteniamo perciò l’azione comune dal basso, realizzata sulla base della difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli sfruttati. 

La solidarietà e l’unione sono necessità assoluta per gli operai dinanzi a cui sta il capitale monopolistico. Smascheriamo tutti coloro che vi si oppongono, svigorendo la lotta operaia e dividendo i lavoratori per aiutare i capitalisti.

Non bisogna aspettare che cali la mannaia. 
Nemmeno è possibile nutrire illusioni su FCA e sui sindacati complici. 
Tanto meno ci si può fidare di un governo nazional-populista spudoratamente asservito ai padroni, che oggi onora il suo manager preferito.

Bisogna ripartire al più presto con le assemblee e gli scioperi contro l’intensificazione dello sfruttamento, per forti aumenti salariali e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per la difesa dei posti di lavoro stabili in tutte le fabbriche, contro i licenziamenti di massa e quelli politici.

Questa lotta riguarda l’intera classe operaia, che con essa riprenderà fiducia nella sua enorme forza e nella giustezza dei suoi scopi: l’abolizione della schiavitù salariata e la socializzazione dei mezzi di produzione, per farla finita con lo sfruttamento, l’oppressione, la miseria, le guerre di rapina.

Perciò diciamo che è sempre più necessaria una direzione politica che sostenga nella lotta gli interessi comuni degli operai, portandovi la coscienza di classe: il partito indipendente e rivoluzionario degli operai. Tutti i proletari avanzati possono e debbono dare un importante contributo in questo senso.

Uniamoci, lottiamo, organizziamoci assieme!

25 luglio 2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Visita il sito http://www.piattaformacomunista.com

Economia, Politica e Società

Uccidiamoli a casa loro

In e-mail da Democrazia Atea il 24 Luglio 2018 dc:

Uccidiamoli a casa loro

Generalmente le società civili adottano criteri di condivisione delle esperienze e delle conoscenze per arrivare alle migliori soluzioni possibili.

Le società civili organizzano convegni di medicina, di diritto, di economia, organizzano meeting, conferenze, perché la condivisione delle conoscenze diventa il modo migliore per ipotizzare risposte possibili e ridurre i margini di errore.

Anche negli USA si organizzano eventi per trovarsi preparati agli scenari futuri, ed essendo gli statunitensi degli inguaribili guerrafondai, i loro meeting sono incentrati sugli scenari di guerra.

Negli USA si organizzano dei giochi di guerra, durante i quali si devono misurare le capacità delle forze armate americane di affrontare ogni tipo di crisi.

Il War College in Pensilvanya ha ospitato Unified Quest 08, un evento durante il quale si radunarono militari di ogni età, provenienti da tutto il mondo, ma anche rappresentanti delle accademie, dell’industria, di molte agenzie governative per discutere le risposte ai conflitti globali del futuro.

Ed è curioso constatare che quando il Pentagono orchestra un “gioco di guerra” preventivando come comportarsi in un possibile conflitto, di lì a poco quella guerra ipotizzata, con stupefacente puntualità, si verifica.

Nel 2008 Unified Quest aveva ipotizzato quattro scenari e tra questi, quello nigeriano, collocandolo temporalmente nel 2013.

Era la prima volta che gli USA pianificavano uno scenario africano.

Con singolare “coincidenza”, l’anno successivo, nel 2009, il gruppo terroristico Boko Haram, presente in Nigeria già dal 2002 ma con attività che non avevano destato immediata preoccupazione, ha cominciato la sua ascesa vertiginosa, frutto di finanziamenti improvvisi, e ha scatenato i primi attentati in concomitanza con la creazione dell’Africom, un nuovo comando militare destinato al continente africano e creato dal Pentagono.

Gli orrori legati a questo gruppo terroristico sono inenarrabili, ma è necessario risalire a chi quell’orrore lo ha lucidamente pianificato.

I maggiori finanziatori di Boko Haram sono il fondo fiduciario Al-Muntada, con sede nel Regno Unito, e la Società mondiale islamica dell’Arabia Saudita, dunque Regno Unito e Arabia Saudita, entrambi fedeli alleati degli USA.

Zbigniew Brzezinski, già co-fondatore della Commissione Trilaterale, ideatore del progetto CIA di sostegno ai mujaheddin in Afghanistan, durante l’amministrazione Obama teorizzò la politica di deflagrazione degli stati nazionali per arrivare a micro-Stati divisi per etnie o religione, talmente irrilevanti da non poter essere minimamente in grado di opporsi ad una qualsiasi multinazionale del petrolio di medie dimensioni, e tra gli obiettivi di distruzione degli stati nazionali c’era la Nigeria.

Destabilizzare la Nigeria significava anche indebolire il rapporto privilegiato che la Nigeria aveva con la Cina, perché il petrolio nigeriano costituisce un irrinunciabile fonte di approvvigionamento anche per Pechino.

Nel 2010, la Cina ha firmato un accordo da 23 miliardi di dollari per la costruzione di tre raffinerie di carburanti in Nigeria, e la crescente presenza della Cina nella regione è stata interpretata, manco a dirlo, come una sfida agli interessi americani.

Agli USA interessano le risorse petrolifere nigeriane e non vuole contendersele con la Cina.

Durante l’amministrazione Obama le organizzazioni terroristiche sono state spudoratamente finanziate per destabilizzare intere aree, in tutto il pianeta, con la precisa finalità di meglio consentire il raggiungimento delle predazioni economiche.

L’amministrazione Obama, consentendo che Boko Haram venisse finanziato, ha ottenuto la destabilizzazione della nazione più popolosa dell’Africa.

Da non trascurare che alla distruzione della Nigeria ha contribuito, attraverso l’ENI, anche l’Italia.

L’Eni è stata accusata di aver grandemente, se non irreversibilmente, inquinato il Delta del Niger.
L’ENI si è difesa dicendo che le perdite erano causate proprio dai terroristi che rubavano il petrolio dalle tubature.
Un accurato studio di Amnesty International ha dimostrato invece, con documenti e fotografie, che le perdite sono causate, piuttosto, dal pessimo stato di manutenzione degli impianti.

Da sottolineare come l’economia della Nigeria era prevalentemente fondata su agricoltura e pesca e come gli idrocarburi e l’inquinamento del Niger abbiano distrutto l’economia nazionale tradizionale, ad onta dei progettini di sostegno all’agricoltura finanziati proprio dall’ENI.

Il bilancio complessivo è terrificante: centinaia e centinaia di civili uccisi, esecuzioni sommarie agghiaccianti, migliaia di famiglie impossibilitate a sostenersi, fame, miseria, malattie e, su tutto, incombe la bestialità della sharia.

Così li abbiamo uccisi a casa loro.

http://www.democrazia-atea.it

Economia, Politica e Società

Tossicità e cialtroneria

In e-mail da Democrazia Atea il 20 Giugno 2018 dc:

Tossicità e cialtroneria

Molti ricorderanno che nel 2008 la parola maggiormente pronunciata negli ambienti finanziari, e non solo, era “subprime”.

I debiti “subprime” erano in effetti, prestiti per acquisti immobiliari concessi senza garanzie da alcune banche statunitensi, anche a coloro di cui era certa l’insolvenza, allo scopo di mantenere alti quegli stessi livelli di profitto che le banche d’investimento avevano realizzato già nel 2004 con la cosiddetta “bolla immobiliare”.

In Goldman Sachs avevano brindato ai profitti immobiliari e dopo che avevano concesso prestiti, consapevolmente, anche a chi non li avrebbe mai restituiti, non erano rimasti a guardare.
Avevano inventato una colossale frode, intuendo che quei debiti ingestibili avrebbero potuto essere trasformati in “misteriosi” pacchetti finanziari da vendere sotto forma di cartolarizzazioni.
In questo modo avrebbero continuato a guadagnarci sopra e nel contempo avrebbero spalmato su altri soggetti un rischio che altrimenti non sarebbero stati più in grado di gestire.

Attraverso il processo di cartolarizzazione, i mutui subprime si incrociarono con i prestiti e si trasformarono nei cosiddetti CDO Collateralized Debt Obligation: i CDO a loro volta vennero piazzati presso altre banche.
Quasi tutte le banche europee si sono avventurate nell’acquisto di queste autentiche bufale contabili.
Attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei debiti in prodotti derivati, la crisi immobiliare/bancaria americana si è trasformata in una crisi finanziaria europea, il cui effetto immediatamente evidente è stato quello di una contrazione di liquidità e di una recessione.
I prodotti derivati vennero disvelati in tutta la loro pericolosità, e furono comunemente denominati titoli “tossici”.

I bilanci delle banche, inizialmente gonfiati a dismisura sulle previsioni delle speculazioni, non mostrarono immediatamente la debolezza della loro reale patrimonializzazione.
Solo a distanza di tempo si è cominciato a fare il conto di quanti titoli tossici ci fossero nelle banche europee.
Poiché le parole contano, ed è noto come nei bilanci non possano comparire definizioni troppo esplicative, i titoli tossici si sono trasformati in titoli “illiquidi”, e sono stati catalogati in tre tipologie differenti, per meglio mascherarne la tossicità, come la stadiazione dei tumori.

I titoli di «Livello 1» sono i liquidi, e hanno prezzi riscontrabili sul mercato, poi ci sono i titoli di «Livello 2» che non hanno una immediata quotazione sul mercato ma forniscono parametri idonei a determinarne il prezzo, infine ci sono i titoli per i quali non c’è nessuna valutazione, sono gli invalutabili e sono quelli di «Livello 3» i quali, in assenza di parametri di valutazione, vengono iscritti in bilancio utilizzando modelli matematici, insomma un’altra furbata contabile.

Le banche, smascherate sulle reali consistenze patrimoniali, hanno cominciato a risanare i bilanci e a liberarsi delle tossicità.
Nel bilancio della Deutsche Bank di cinque anni fa risultavano annotati 54,7 trilioni di euro in titoli tossici.
La banca tedesca è riuscita a venderne in quantità tali da avere, al 2017, un residuo di soli 5,8 miliardi di euro, e non c’è adeguata trasparenza nel sapere come quei titoli siano stati spalmati.

La Germania non è la sola, anche le altre banche europee sono esposte agli stessi rischi e viaggiano su una polveriera.

La Banca d’Italia ha avviato uno studio, pubblicato a dicembre 2017, ed ha evidenziato come le banche europee siano esposte complessivamente per 6.800 miliardi di euro di titoli tossici, ma ha anche evidenziato come tre quarti dei titoli illiquidi siano detenuti da Germania e Francia.
Stiamo parlando di una bomba finanziaria che se dovesse esplodere, travolgerebbe non solo l’Europa.

Dalla relazione di Banca d’Italia emerge un dato piuttosto curioso che si sintetizza in un passaggio cruciale: «le banche possedenti tali titoli sono incentivate ad utilizzare a proprio vantaggio la discrezionalità concessa per la loro contabilizzazione, allo scopo di alterare i risultati di bilancio».
In altri termini, le banche tedesche e francesi hanno ottenuto dalle autorità di vigilanza europee, l’autorizzazione a non avere bilanci troppo trasparenti rispetto alla tossicità dei titoli in loro possesso.
Siffatto enunciato merita di essere approfondito, quantomeno in relazione alle finalità.
È pacifico che queste evidenze sono potenzialmente idonee a provocare una nuova crisi finanziaria dalle dimensioni imprevedibili, ma risulta davvero difficile interpretarlo come un imparziale monito agli altri Paesi affinché correggano il tiro sulle pericolose discrezionalità applicate ai bilanci delle loro banche.
E’ invece assai probabile che Banca d’Italia si sia precostituita una carta da giocare se e quando le stesse autorità di vigilanza verranno a chiedere maggior rigore alla trasparenza bancaria italiana, la cui patrimonialità è indebolita dai crediti in sofferenza.

La vigilanza della BCE, infatti, se da un lato mostra accondiscendenza verso le partite truccate dei titoli tossici delle banche tedesche e francesi dall’altra, invece, inasprisce i controlli verso i crediti deteriorati, per intenderci quelli di coloro che non sono riusciti a pagare il mutuo o non sono stati in grado di restituire i prestiti, sia famiglie che imprese.

L’inasprimento dei controlli sui crediti deteriorati innesta una spirale negativa sull’economia reale, già in asfissia, dal momento che il credito bancario è la fonte di finanziamento primaria, non solo delle imprese ma anche delle famiglie.
Ormai è la politica monetaria a dettare la politica economica, e non il contrario, e la politica monetaria si è trasformata in monetarismo neoliberista, sicché la relazione della Banca d’Italia, in questo quadro, non sarà sufficiente ad arginare una eventuale, e molto probabile, nuova esplosione finanziaria.

Né potremmo auspicare soluzioni politiche di rilievo perché siamo sufficientemente consapevoli di essere governati da una compagine cialtrona.

(Carla Corsetti, Segretario nazionale di Democrazia Atea e Coordinamento nazionale di Potere al Popolo)

Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Governo da incubo

In e-mail l’1 Giugno 2018 dc:

Governo da incubo

Presidente del Consiglio – avv.Giuseppe Conte, un “tecnico” di provata fede verso Padre Pio.

Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – Luigi Di Maio, una persona che non ha mai lavorato in vita sua.

Ministro dell’Interno – Matteo Salvini, un razzista xenofobo con inclinazioni politiche naziste, più che fasciste.

Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta – Riccardo Fraccaro, un gaffeur professionista.

Pubblica Amministrazione – avv.Giulia Bongiorno che è passata dalle sponde fasciste di AN a quelle naziste della Lega, per scatti di avanzamento di carriera.

Affari Regionali e Autonomie – avv. Erika Stefani che non avrà un mandato troppo esteso perché dovrà occuparsi soltanto di tre regioni ovvero Veneto, Emilia e Lombardia, coerentemente con il mandato che gli hanno affidato anche gli elettori del sud.

Ministro per il Sud – Senatrice Barbara Lezzi, una perito aziendale resa famosa per aver portato l’apriscatole in Parlamento nel mentre i grillini diventavano pesci in barile, pur di avere poltrone. Come Ministro del Sud, viste le prospettive leghiste, avrà il compito di partecipare alle feste nel Salento.

Ministro per la famiglia e le disabilità – Lorenzo Fontana, un fondamentalista cattolico antiabortista, che ha inserito le disabilità giusto per sottolineare uno stato patologico che medicalizzi anche i processi di inclusione. Quanto alle patologie della famiglia patriarcale avrà il compito di cristallizzarle nel più oscurantista schema fondamentalista.

Ministro affari esteri – Moavero Milanesi, quello che aveva appoggiato a spada tratta il Fiscal Compact, uno dei trattati peggiori, insieme al MES, dell’Unione Europea.

Ministro della Giustizia – Alfonso Bonafede, uno che ha frequentato per un po’ l’università e, non avendo capito cosa sia la Giustizia, ha sintetizzato il suo percorso diventando un forcaiolo.

Ministro della Difesa – Elisabetta Trenta, esperta in sicurezza, ha già dichiarato che vuole rendere moderne le tecnologie della Difesa, che poi l’ufficio dei contratti sia diretto dal marito, più che un conflitto di interessi, diventa una “convergenza parallela”.

Ministro dell’Economia – Giovanni Tria, sostenitore convinto della flat tax.

Ministro delle politiche agricole – Gianmarco Centinaio, approda alla Lega dal PDL, e si sa quanto i leghisti siano “legati” ai finanziamenti della UE per l’agricoltura.

Ministro dell’Ambiente – Sergio Costa, un generale dei carabinieri, perché questo dicastero non è per costoro visione ecologista e prospettiva di futuro per il pianeta, ma è una succursale delle procure della Repubblica.

Ministro Infrastrutture – Danilo Toninelli, perfetto per motivare i cambi di posizione da “No TAV” a “forse TAV” e non ci stupiremo se dovesse dire “ma sì TAV”, l’incoerenza che diventa responsabilità di governo.

Ministro dell’Istruzione – Marco Bussetti, un insegnante di ginnastica cattolico. Ora che gli uffici scolastici si sono già “aziendalizzati” si adeguerà.

Ministro dei Beni Culturali e Turismo – Alberto Bonisolidi, che annovera la presidenza di una associazione di scuole d’arte private. Un altro bocconiano che non si è mai occupato del patrimonio culturale.

Ministro della Salute – Giulia Grillo, parla di sanità pubblica ma non farà nulla per togliere finanziamenti alla sanità privata cattolica e non renderà più facile l’applicazione della 194.

Ministro degli Affari Europei – Paolo Savona, un berlusconiano antieuropeista esperto di affari privati assegnato agli Affari Europei, una designazione perfetta.

Sottosegretario Presidente del Consiglio – Giancarlo Giorgetti, già nel Cda della banca della Lega Nord Credieuronord, finita con esiti leghisti scontati, ovvero il fallimento.

Non ci vuole la sfera di cristallo per sapere che ci troveremo a dover fronteggiare politiche cialtrone, razziste, fondamentaliste, nazionaliste, sovraniste, regressive, misogine e antiumanitarie.

Il 2 giugno del 1946 ci liberammo di una monarchia infima e corrotta.

Il 2 giugno 2018 ci prepareremo a resistere al Governo più emetico della storia repubblicana.

Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

 

Economia, Politica e Società

Nel libro di Savona le idee del futuro Governo?

Segnalato in e-mail il 31 Maggio 2018 dc (le correzioni degli errori di grammatica e punteggiatura sono miea, Jàdawin di Atheia):

Nel libro di Savona le idee del futuro governo?

di Lucia Annunziata

Il ministro del Tesoro indicato ci consegna un’efficace argomentazione sui mali dell’Europa.
E la possibilità di uscire dall’Euro.
Salvini e Di Maio seguiranno questa strada?

C’è un dolente sottofondo nel libro “Come un incubo come un sogno” scritto dal professor Paolo Savona. È il senso di non esser riuscito a cambiare con le proprie idee il corso delle cose, su cui oggi, a distanza di tempo, pensa di aver avuto ragione.

Critico, fin dall’inizio, della fondazione dell’Euro, nel suo lavoro traccia un ritratto realistico, pessimista, e feroce del fallimento che aveva previsto: “Parte importante dei problemi che ha incontrato e incontra l’Italia riguarda i modi in cui l’Unione europea è stata costruita e opera, ossia le strutture istituzionali e la politica economica decise nel 1992 con il Trattato di Maastricht e le successive scelte”.

Ma la bizzarria del destino colpisce tutti, incluso i professori che hanno scelto di ritirarsi in una creativa solitudine, e l’occasione di cambiare le cose è arrivata, anzi è precipitata su Paolo Savona, economista di fama e prestigio, ma anche attivo partecipe, negli anni, di esperienze di gestione di grandi aziende e banche nella economia reale: il nuovo governo del cambiamento, quello che Lega e M5s stanno formando, lo ha selezionato come ministro dell’Economia, il più formidabile, centrale, operativo incarico di un governo.

Il libro, edito da Rubbettino in edicola e in libreria nei prossimi giorni, una riflessione sui grandi temi dell’economia, sulle tracce della propria autobiografia, si presenta oggi, in queste ore concitate di formazione del prossimo esecutivo, come la perfetta guida per conoscere meglio le idee sulla cui base prenderà le sue decisioni l’uomo che dovrebbe avere nella sue mani il destino del nostro Paese.

L’errore di entrare nell’Euro è basata anche sul ricordo personale di Savona, che ricostruisce gli errori di Ciampi e dell’elite nazionali: “Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri.

L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha trainato all’inizio l’idea di Europa.
I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi.

La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato.
Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica.

Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare.
Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta”.

Le conseguenze politiche di queste scelte hanno risonanza, secondo Savona, su tutto il sistema, trasformandolo da macchina che opera per il benessere dei cittadini a strumento di oppressione: “Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei Paesi firmatari sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere.

Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum.
Conosciamo le origini di questa grave limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico: torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici.

Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…

Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia”.

La Grecia, dunque.
Il fantasma è oggi lì, secondo Savona.

Ma come avvenne esattamente l’errore dell’Euro?

L’economista ha una ricostruzione da offrire che apre a un serio dubbio-ancora una volta-sulle elite. “L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa.
Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita.

Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati.
L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose.
Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro.

Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno: forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, nel quale la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo.

Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale.

Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi.
L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia.
Semmai si decidesse di farlo-e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo-si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957.

Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato.
Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza.

La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo”.

Come si vede, si tratta di forti concetti, e forti responsabilità.
Forti come le risposte che vengono proposte.

I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà.
L’enigma (peraltro di facile soluzione) è: a quale parte del Paese si riferiscono?

Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza.
Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica.

Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil.

Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi”.

“Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia.
Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo.

Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono.
La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa.

Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali”.

Ed è qui che Savona affronta la discussione più delicata nei confronti del futuro governo: “Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato).
Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare.

Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B.
Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate.
Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca.

Il Paese è in un vicolo cieco.
Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono.
Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema.

La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa”.

Insomma, la conclusione di tutto questo ragionamento è che il prossimo ministro del Tesoro non esclude la necessità di uscire dall’Euro.
Magari ha anche ragione.
Ma il ragionamento di un intellettuale è una cosa, il governare è altro.
Una domanda si impone, dunque: se e in che modo questa analisi diverrà una proposta concreta del governo?
Ameremmo risposta di Salvini e Di Maio, in queste ore prima che tutto si decida.

Economia, Politica e Società, Storia

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

“Per una sinistra rivoluzionaria”

In e-mail l’8 Dicembre 2017 dc:

Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

 8 Dicembre 2017
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Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici.

Abbiamo sottolineato l’unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana.

L’unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo” o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti.

L’unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l’unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti.

Infine, l’unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so’ pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra.

La nostra è l’unica sinistra che non c’è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

IL PROGRAMMA PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Siamo entrati nel decimo anno dall’inizio della crisi economica. Renzi, Gentiloni, Padoan e Draghi ci dicono che la crisi è oramai finita, ma le cose non stanno realmente così. La ripresa italiana è la più bassa in Europa, il nostro Pil è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi e in questi anni è andato perduto il 25% della capacità produttiva del Paese. La crisi però non ha colpito tutti allo stesso modo in questi dieci anni. Da una parte sono aumentati i disoccupati, i salari sono crollati, il lavoro si è precarizzato e molti piccoli commercianti sono stati costretti a chiudere; dall’altra le grandi aziende, le multinazionali e i gruppi finanziari hanno fatto profitti favolosi e i top manager hanno incassato compensi d’oro spropositati. Tutti i dati confermano che la disuguaglianza sociale non è mai stata così alta. Eppure tutte le forze dell’arco parlamentare italiano non fanno altro che tutelare gli interessi di questa elite economica. Basti pensare a come tutti i leader politici, Salvini e Di Maio compresi, sono andati a scodinzolare al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha dell’alta finanza. Oppure basta ricordarsi di come tutti i governi dagli anni 90’ ad oggi non abbiano fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali che riguardano tutti (sanità, pensioni, scuola, ricerca…) per drenare quattrini a favore delle grandi imprese sotto le forme più svariate (incentivi economici, sgravi fiscali, investimenti pubblici, privatizzazioni…).

Tutto questo è inaccettabile ed è durato fin troppo. È ora di una rivoluzione, che rovesci completamente questo sistema politico-economico in cui i diritti, i bisogni e le aspirazioni dei tanti sono calpestati in nome dei super-profitti di pochi. Fino ad oggi hanno governato i banchieri, gli speculatori, i faccendieri… proprio quelli che la crisi l’hanno provocata. È ora che al governo vadano i lavoratori, che invece finora la crisi l’hanno pagata. Ci hanno sempre detto che non ci sono le risorse per una politica diversa, per una politica a favore delle classi popolari. Ma in realtà queste risorse ci sono, il problema è che sono concentrate nelle mani di una ristretta minoranza. È lì che dobbiamo andare a prenderle per metterle a disposizione della società nel suo complesso. Finché non faremo questo, non ci sarà mai un vero cambiamento.

NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO

Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.

È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.

  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.
  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Mentre l’Istat ci dice che 18 milioni di italiani sono a rischio povertà, il governo ha stanziato la bellezza di 26 miliardi di euro per salvare le banche venete e il Monte dei Paschi di Siena. E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che l’intero sistema bancario italiano è in sofferenza a causa dell’alto numero di crediti deteriorati.

Anche la Banca Centrale Europea ha pompato liquidità a piene mani sui mercati finanziari per tenere a galla le banche. Il conto di questo fiume di denaro è stato presentato alle popolazioni dei vari paesi europei attraverso le politiche di austerità.

In pratica tutti i sacrifici che ci hanno imposto sono serviti per consentire alle banche di mantenere alto il livello dei profitti, proseguire nelle loro speculazioni azzardate e premiare i manager responsabili del dissesto con liquidazioni a sei zeri.

  • Nazionalizzazione del sistema bancario, senza indennizzo per i grandi azionisti e con garanzia pubblica per i depositi dei piccoli risparmiatori.
  • Creazione di un’unica grande banca pubblica nazionale, in grado di mettere in campo gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.

 

LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE E LA DIFESA DEL SALARIO

I governi in questi anni hanno trovato un modo molto originale per combattere la disoccupazione: consentire alle aziende di licenziare più facilmente, sia con il Jobs Act che con i contratti precari. Il risultato è che i posti i lavoro non sono aumentati, ma sono diminuiti. In Italia ci sono oggi più di 3 milioni di disoccupati e tutti i nuovi contratti sono a termine.

Peraltro la disoccupazione è stata trasformata in un business: gli uffici pubblici di collocamento sono stati sostituiti da agenzie interinali private e i corsi di formazione per i disoccupati sono serviti solo per incassare i fondi europei.

Anche chi un lavoro ce l’ha, ha visto ridurre drasticamente il potere d’acquisto del suo stipendio. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tanti, pur di lavorare, hanno accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Giornate di lavoro di 10-12 ore, lavoro domenicale, finte partite iva, corrieri pagati a consegna… fino al lavoro nero e al caporalato.

Siamo arrivati al paradosso del lavoro gratuito: il sociologo Domenico De Masi, tenuto in grande considerazione dal Movimento 5 Stelle, sostiene che per ridurre la disoccupazione, i disoccupati dovrebbero lavorare gratis…

Tutto questo deve essere completamente ribaltato. Per aumentare l’occupazione innanzitutto bisogna che chi ha un lavoro non lo perda; in secondo luogo il lavoro disponibile deve essere distribuito tra tutti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre ai lavoratori e ai disoccupati devono essere riconosciuti i mezzi necessari per vivere dignitosamente.

  • Abolizione del Jobs Act, ripristino dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori dipendenti. Nessuno deve essere licenziato senza giusta causa.
  • Trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
  • Salario minimo intercategoriale fissato per legge, non inferiore ai 1.200 euro mensili.
  • Una nuova scala mobile che indicizzi tutti i salari all’inflazione reale.
  • Salario garantito ai disoccupati pari all’80% del salario minimo.
  • Riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di 32 ore settimanali a parità di salario.
  • Abolizione delle agenzie interinali e ritorno al collocamento pubblico.
  • Contrasto frontale al lavoro nero, le aziende che ne fanno uso devono essere espropriate.

UN’ECONOMIA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Ci hanno sempre raccontato che “il privato funziona meglio”, eppure la crisi ha completamente sfatato questo mito. Guardiamo a cosa hanno portato le privatizzazioni: aumento generalizzato di prezzi e tariffe, peggioramento complessivo dei servizi ai cittadini e peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni hanno inoltre aperto la strada, attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti, alle infiltrazioni della criminalità organizzata in una serie di settori, come quello dei rifiuti.

Ancora più desolante è il panorama delle infinite crisi industriali. Non si contano le imprese che, nonostante gli aiuti pubblici, hanno chiuso, licenziato e delocalizzato all’estero per risparmiare sulla manodopera.

In questi casi la soluzione non può essere “l’intervento pubblico”, che in Italia va sempre a finire allo stesso modo: lo Stato ci mette i soldi, ma la gestione e i profitti rimangono nelle mani dei privati. È invece necessario rimettere in discussione la proprietà e la gestione private di una serie di attività economiche. Questo è ancor più vero nel campo dei servizi essenziali per la collettività (energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni…), che per la loro stessa natura non possono essere impostati sulla logica del profitto.

Non si tratta solo di nazionalizzazioni, ma di controllo dei lavoratori sulla produzione. Nelle grandi aziende “la proprietà” non ha alcun ruolo attivo: si tratta di cordate di grandi azionisti, che si limitano a nominare il management e intascarsi i dividendi in modo totalmente parassitario. La gestione delle imprese deve essere affidata agli operai, agli impiegati e ai tecnici che ci lavorano ogni giorno, che le conoscono in modo approfondito e che le fanno funzionare concretamente.

Aziende dirette da un comitato democraticamente eletto da tutti i lavoratori, senza il fardello degli utili agli azionisti e dei bonus milionari ai manager, potranno funzionare molto meglio di prima.

  • Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.
  • Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.
  • Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.
  • Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.
  • Tutte le azienda nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI

Viviamo in un mondo paradossale, dove tutto funziona all’incontrario. Da una parte abbiamo la disoccupazione giovanile al 35% e dall’altra riforme che continuano ad alzare l’età pensionabile. Così ci sono i giovani che non trovano lavoro e allo stesso tempo gli anziani che sono costretti a continuare a lavorare.

Si dice che questo è necessario per i conti dell’Inps. In realtà le casse dei lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in pareggio. Il problema è che sono a carico dell’Inps una gran quantità di spese che niente hanno a che fare con le pensioni. È il caso degli ammortizzatori sociali, ma anche della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni regalata da Renzi agli imprenditori assieme al Jobs Act.

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

  • Abolizione della legge Fornero.
  • In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.
  • Pensione pari all’80% dell’ultimo salario e comunque non inferiore al salario minimo.

PER UN SISTEMA SANITARIO UNIVERSALE E GRATUITO

Anni di tagli hanno devastato il sistema sanitario nazionale. Negli ospedali mancano i fondi, c’è carenza di personale e le apparecchiature non sono adeguate.

Il processo di privatizzazione ha poi portato a una divisione di classe tra pazienti di serie A, che possono permettersi di pagare le prestazioni e hanno una corsa preferenziale, e pazienti di serie B, che invece devono aspettare mesi per un esame, spesso all’interno della stessa struttura.

  • Raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità.
  • Abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata e della pratica privata all’interno delle strutture pubbliche. Per un unico sistema sanitario pubblico e gratuito.
  • Abolizione dei ticket sui medicinali e sulle prestazioni specialistiche.
  • Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica.
  • Difesa dei piccoli presidi ospedalieri.

PER UN’ISTRUZIONE PUBBLICA, GRATUITA E DEMOCRATICA

Le scuole e le università italiane versano in uno stato pietoso, soprattutto per la mancanza di risorse adeguate. Tutti i costi vengono scaricati sulle famiglie: aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contributi extra richiesti alle famiglie, riduzione delle borse di studio… In questo modo il diritto allo studio non è garantito per tutti, tanto più che aumentano i numeri chiusi e i test d’ingresso.

Il governo Renzi ha peggiorato una situazione già compromessa. Con la riforma della “Buona Scuola” le scuole sono state trasformate in aziende in concorrenza tra loro. Con l’alternanza scuola-lavoro, utilizzando la scusa di “formare i giovani”, gli studenti vanno a fornire manodopera gratuita alle aziende e l’unica cosa che imparano è ad essere sfruttati.

  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro
  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione. No a qualsiasi finanziamento alle scuole private.
  • Per un piano nazionale di edilizia scolastica.
  • No al numero chiuso e ai test d’ingresso nelle università e nelle scuole.
  • No ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche. La scuola pubblica deve essere gratuita.
  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti.

PER L’UNITÀ TRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI

Ci vogliono far credere che la colpa di tutti i mali – dalla disoccupazione ai tagli dei servizi sociali, dal degrado delle periferie al problema casa – sia degli immigrati. Tutti i partiti fanno a gara a chi adotta la posizione più razzista e repressiva sul tema dell’immigrazione. In questa competizione disgustosa il ministro Minniti si è aggiudicato il primo premio, appaltando la gestione dei profughi alle bande di tagliagole libici, in totale dispregio dei diritti umani.

Ogni menzogna è buona per alimentare il clima d’odio contro gli stranieri. La balla più clamorosa è quella per cui gli immigrati ricevono soldi dallo Stato, quando in realtà i fondi pubblici vengono intascati dai privati che gestiscono i centri di accoglienza, dove i migranti sono reclusi in condizioni disumane.

In realtà oggi in Italia gli immigrati rappresentano una parte importante della classe lavoratrice in molti settori, dall’edilizia alla logistica, dalla manifattura all’assistenza sanitaria. Ogni legge che discrimina gli immigrati non fa altro che indebolire i lavoratori nel loro complesso e alimentare una guerra tra poveri, utile solo a chi vuole mantenere l’attuale sistema di potere.

  • Abolizione del decreto Minniti, della Bossi-Fini e di tutte le leggi che discriminano gli immigrati.
  • Abolizione del reato di immigrazione clandestina.
  • Diritto di voto per chi risiede in Italia da un anno.
  • Cittadinanza dopo 3 anni per chi ne faccia richiesta.
  • Cittadinanza italiana per tutti i nati in Italia.

LA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Tutte le forze politiche oggi fanno un gran parlare di violenza sulle donne, discriminazioni di genere, di abusi sessuali… ma nei fatti quale assistenza ricevono le donne in difficoltà dallo Stato? I consultori pubblici sono stati in gran parte smantellati.

L’assistenza dei parenti anziani ricade interamente sulle famiglie. Persino il diritto all’aborto è messo in discussione dall’obiezione di coscienza dei medici, che raggiunge in media livelli tra il 70 e l’80%.

Dietro la retorica “rosa” a buon mercato la realtà è che, con il peggioramento della legislazione sul lavoro e i tagli ai servizi, è peggiorata anche la condizione delle donne. Di quale diritto alla maternità si può parlare per una lavoratrice precaria o assunta con il Jobs Act? Come potrà resistere alle molestie sessuali del suo datore di lavoro una lavoratrice che rischia di essere licenziata e lasciata in mezzo ad una strada? Come può una donna con figli emanciparsi davvero se non ci sono abbastanza posti negli asili nido pubblici e le rette degli asili privati sono proibitive?

  • Applicazione del pieno diritto all’aborto. Abolizione dell’obiezione di coscienza del personale medico.
  • Ripristino e potenziamento dei consultori pubblici.
  • Rete capillare di asili nido e scuole materne, pubblici e gratuiti, che coprano l’effettivo orario lavorativo.
  • Rete di strutture pubbliche per il sostegno ai parenti anziani.

PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

Durante la crisi il divario tra Nord e Sud si è ulteriormente accentuato. Nel Mezzogiorno il 46% della popolazione è a rischio povertà e la disoccupazione giovanile in certe zone tocca punte del 60%. Nel giro di vent’anni sono emigrati due milioni e mezzo di persone dal Sud.

La presa della criminalità organizzata sul territorio diventa sempre più soffocante. La mafia, camorra e la ‘ndrangheta monopolizzano grandi fette dell’economia e spesso l’intreccio tra amministrazioni pubbliche, gruppi imprenditoriali e organizzazioni criminali è così fitto che è impossibile distinguere tra attività legali e illegali.

  • Piano di investimenti pubblici per il potenziamento dell’industria, delle infrastrutture e dei servizi al Sud.
  • Bonifica immediata dei territori inquinati da rifiuti tossici.
  • Esproprio delle aziende legate alla criminalità organizzata e confisca dei beni dei mafiosi.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE

A mettere in pericolo l’ambiente in cui viviamo è soprattutto la logica del profitto. Inquinamento, speculazione edilizia, trivellazioni stanno distruggendo il territorio e la qualità della vita.

Si investono miliardi in grandi opere, come la Tav, che hanno un alto impatto ambientale e sono utili solo per far guadagnare le imprese di costruzione. E intanto le reti periferiche e i trasporti per i pendolari sono in stato di abbandono.

Il territorio, devastato dalla cementificazione selvaggia, è allo stremo: ogni pioggia diventa un’alluvione e ogni scossa sismica una tragedia.

  • Per un piano nazionale di riassetto idro-geologico del territorio.
  • Abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Esproprio e riconversione delle aziende che inquinano.
  • No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito.

RIPRENDIAMOCI I SINDACATI

Durante la crisi i sindacati si sono dimostrati incapaci di contrastare efficacemente l’offensiva padronale. Ogni accordo sindacale non ha fatto altro che ratificare i passi indietro del movimento operaio. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori che dovrebbero rappresentare non è mai stata così forte.

A questo si aggiunga che sono state adottate leggi volte a limitare pesantemente il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico servizio. Anche sul terreno della rappresentanza sindacale, con il Testo Unico del 10 gennaio 2014, si è imposto un giro di vite aumentando il peso degli apparati sindacali a scapito del controllo dal basso da parte dei lavoratori.

Sosteniamo tutte le lotte reali promosse dalle forze sindacali di classe, dentro una battaglia più generale per l’unificazione del movimento operaio.

I lavoratori devono riprendersi i loro sindacati e trasformarli nuovamente in organizzazioni democratiche di lotta, che siano in grado di difendere davvero i loro diritti.

  • Abolizione di tutte le leggi anti-sciopero.
  • Rappresentanze sindacali democratiche, con i soli delegati eletti dai lavoratori.
  • Piena agibilità per tutte le organizzazioni sindacali.
  • I rappresentanti sindacali devono essere revocabili in qualsiasi momento dell’assemblea che li ha eletti.
  • Salario operaio per i funzionari sindacali.

ROVESCIARE UN FISCO CLASSISTA

Si fa un gran parlare di lotta all’evasione, ma senza il minimo risultato concreto. Questo perché il sistema fiscale italiano è strutturato in modo da intrappolare i piccoli e lasciar passare i grandi. Mentre i lavoratori dipendenti vedono una fetta troppo grande della loro busta paga svanire in tasse e i piccoli commercianti sono letteralmente strangolati dalla pressione fiscale, i grandi patrimoni vengono messi al sicuro nei paradisi fiscali.

Tutti i governi si sono ben guardati da andare a toccare le rendite più alte e invece hanno spostato il peso del carico fiscale sui redditi bassi, anche attraverso il continuo innalzamento delle imposte indirette come l’Iva che, essendo slegate dal reddito, colpiscono soprattutto i ceti meno abbienti.

  • Abolizione delle imposte indirette.
  • Tassazione fortemente progressiva, che vada a colpire soprattutto i grandi patrimoni.
  • Esproprio del patrimonio dei grandi evasori fiscali.

LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI E DEMOCRATICI

Non solo siamo costretti ad una quotidianità di disoccupazione, precariato e sfruttamento, ma lo Stato pretende di regolamentare e reprimere in modo bigotto tutti gli altri aspetti della nostra vita, dalle preferenze sessuali alla gestione del tempo libero.

  • Estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.
  • La possibilità di adozione deve essere indipendente dalla composizione del nucleo famigliare.
  • Abolizione delle leggi repressive del consumo di stupefacenti e di tutte le misure liberticide sia legali che amministrative (daspo, coprifuoco ecc.) rivolte in particolare contro le forme di socialità libere e non commerciali.

PER IL DIRITTO ALLA CASA

Il problema della casa riguarda un numero di persone sempre più grande. Prezzi, affitti e mutui sono al di fuori della portata di disoccupati e lavoratori precari. Il numero di case popolari è ridotto ai minimi termini e crescono ogni anno gli sfratti, i pignoramenti e le esecuzioni immobiliari. Allo stesso tempo le città sono sempre più cementificate a causa della speculazione edilizia e in tutta Italia ci sono ben 7 milioni di case sfitte, molte di queste appartenenti alle grandi immobiliari.

  • Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.
  • Esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari.
  • Per un piano nazionale di edilizia popolare.

PER LA LAICITA’ DELLO STATO

È inaccettabile che in Italia la Chiesa cattolica eserciti continue ingerenze sui diritti e sulle libertà delle persone. D’altro canto la Chiesa non assolve solo ai suoi compiti “spirituali”, ma è una vera e propria potenza economica, che controlla uno sterminato patrimonio immobiliare, banche e grandi consorzi imprenditoriali come la Compagnia delle Opere. Come se tutto questo non bastasse, la Chiesa gode ancora di consistenti privilegi statali e finanziamenti pubblici.

  • Per la separazione tra Stato e Chiesa.
  • Abolizione del Concordato e dell’8 per mille. Nessun finanziamento pubblico o regime fiscale di favore per le confessioni religiose.
  • Esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni collaterali.
  • Abolizione dell’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

NO ALL’IMPERIALISMO

Lo Stato italiano non ha i fondi per le scuole e gli ospedali, ma spende miliardi di euro in armamenti e missioni militari all’estero. Le truppe italiane in Iraq, in Libano, etc. non sono lì per portare la pace, ma per tutelare gli interessi economici delle imprese italiane.

La proiezione estera delle imprese italiane, a partire dall’Europa dell’Est e dall’Africa, a caccia di materie prime ei di lavoro a basso costo ha un carattere classicamente imperialista.

Mentre Trump apre un focolaio di guerra dopo l’altro dalla Corea alla Palestina, è semplicemente scandaloso ma significativo che l’Italia sia ancora parte della coalizione militare della Nato guidata dall’imperialismo Usa.

  • Drastica riduzione delle spese militari.
  • Ritiro delle missioni militari all’estero.
  • Fuori l’Italia dalla Nato. Chiusura delle basi Nato e americane sul territorio italiano.

PER IL GOVERNO DEI LAVORATORI

Il sistema di democrazia parlamentare in Italia è marcio. Il parlamento non è più simbolo di “sovranità e rappresentanza popolare”, ma sinonimo di privilegi, scandali e corruzione.

Tutto si riduce ad una finzione. Ogni cinque anni ci chiamano a votare, ma tanto il programma di governo è già scritto dalle banche, dalla Confindustria e dalle istituzioni europee. Tutte le decisioni fondamentali vengono prese da una potente burocrazia statale che nessuno ha eletto: banche centrali, dirigenti dei ministeri, enti amministrativi, commissioni di esperti, garanti, magistrati, prefetti…

La risposta a questa crisi politica non è quella di “riavvicinare i cittadini” a queste vecchie istituzioni screditate in nome di una falsa democrazia. Bisogna invece creare nuove istituzioni, in grado di rappresentare davvero i giovani, i lavoratori, i disoccupati e i pensionati.

Serve una democrazia dei lavoratori, fatta di consigli di delegati eletti nei luoghi di lavoro e di studio, di comitati nei quartieri popolari, di assemblee popolari cittadine. La vecchia burocrazia statale deve essere smantellata e il controllo dei lavoratori deve essere esteso a tutti i rami della vita pubblica.

  • Eleggibilità e revocabilità di tutte le cariche pubbliche.
  • Un tetto alla retribuzione delle cariche pubbliche, che corrisponda allo stipendio medio di un lavoratore qualificato.
  • Controllo dei lavoratori a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

UNA PROSPETTIVA INTERNAZIONALISTA

Questo programma entra apertamente in contrasto con tutte le compatibilità del sistema capitalista. D’altronde il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che funziona solo per una ristretta minoranza, ma non è in grado di risolvere i problemi delle grandi masse.

Il nostro modello non è certo il “socialismo reale” che esisteva nei Paesi dell’est, dove tutto era deciso dall’alto da un’onnipotente burocrazia statale e i diritti politici dei lavoratori erano calpestati. Il socialismo per cui ci battiamo è quello in cui le principali leve dell’economia non sono nelle mani di un’oligarchia parassitaria, ma appartengono a tutti e il loro utilizzo viene pianificato democraticamente attraverso il controllo dei lavoratori.

Questo programma non può essere realizzato su scala nazionale, non vogliamo isolare l’Italia dal resto del mondo. Siamo anzi convinti che se ci mettessimo con decisione su questa strada rivoluzionaria, offrendo finalmente un’alternativa all’austerità senza fine dell’Unione Europea, saremmo seguiti dalle classi lavoratrici di un paese europeo dopo l’altro.

Solo così si potrebbe ricreare la base per un’unità genuina tra le nazioni europee, attraverso una federazione volontaria costruita su basi economiche completamente nuove.

  • Per la federazione socialista d’Europa

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

Lettera di un italiano in Svizzera

In e-mail il 17 Ottobre 2017 dc:

Lettera di un italiano in Svizzera

Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finchè non entrati in banca o ottenuto un posto fisso), né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

“Studia e farai strada”, dicevano in tanti: “una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “ce l’ho fatta!”.

Una doverosa puntualizzazione (per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze): non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perchè odio l’esterofilia imperante: quantomeno usate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poichè non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al prezzo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud, la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane – non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle – cercare lavoro al Sud? Il più delle volte un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!

Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto – gli affetti e le amicizie di una vita – per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia, ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia???

G.S. (Un italiano in Svizzera)

Economia, Politica e Società

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo!

In e-mail il 17 Giugno 2017 dc:

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo! Rimpe le uova nel paniere a padroni, politicanti e sindacalisti di regime

Il 16 giugno, lo sciopero dei lavoratori dei trasporti (aeroportuali, portuali, ferrovie, autoferrotranvieri, logistica e autostrade) ha avuto un esito complessivamente buono, ove più ove meno (sotto, un breve resoconto). Sicuramente, il successo è stato maggiore alle aspettative dei promotori, alcuni sindacati di base (Cub Trasporti, Sgb, SiCobas, con l’adesione del SolCobas e, in parte, dell’Usb). Nel successo ha pesato il grande malcontento dei lavoratori che, solo a stento, la triade Cgil-Cisl-Uil ha potuto contenere in alcune situazioni dove pesa invece il loro ruolo clientelare. Quindi, non sono in questione le tessere sindacali, bensì è in questione l’unità di lotta dei lavoratori, un’unità trasversale che si sta generalizzando. E spaventa sindacalisti e politicanti di regime.

Lo sciopero è stato proclamato contro l’incombente privatizzazione del trasporto pubblico, in particolare il trasporto di passeggeri (urbano e ferroviario). Il trasporto è tra i pochi settori che vantano ancora una prevalente partecipazione dello Stato o delle amministrazioni locali. E fa gola alle multinazionali del trasporto privato, nonché ai lupi della finanza. Il governo Gentiloni sta facendo di tutto per regalare a costoro questa gallina dalle uova d’oro. Dando un calcio in culo ai lavoratori del settore e agli «utenti» del servizio.

Le male conseguenze della privatizzazione ricadranno infatti su TUTTI: i lavoratori del settore saranno sottoposti a peggiori condizioni di lavoro, i passeggeri, i pendolari in primis, dovranno ingoiare maggiori disagi e tariffe più alte.

La posta in gioco è alta, e spiega l’acido livore scatenato dallo sciopero tra politicanti e sindacalisti, con in testa Renzi, Del Rio, Furlan. E questo livore nonostante lo sciopero si sia svolto nel completo rispetto delle «regole» (sotto, commenti a caldo).

Lor signori, le «regole» le dettano ma le rispettano finché conviene loro. O vi sono costretti.

Sappiamo per brutta esperienza che, tra le conseguenze delle privatizzazioni, c’è la flessibilizzazione del lavoro: l’outsourcing, l’esternalizzazione, ovvero il lavoro in appalto. Un altro bell’affare, dove si sono buttate le cooperative che il lavoro lo gestiscono con criteri mafiosi e con la connivenza della triade Cgil-Cisl-Uil, come si è visto nella logistica e le lotte dei facchini.

Di fronte a questa prospettiva, fa piacere che allo sciopero abbiano partecipato molti facchini, in particolare a Modena e a Piacenza, che affrontano tutt’oggi le gioie del lavoro in appalto [vedi: Si Cobas Lavoratori Autorganizzati].

E fa piacere che a Milano siano scese in piazza (del Duomo!) anche le cameriere di alcuni grandi alberghi, anch’esse sottoposte a condizioni di lavoro schiavistiche, gestite dalle solite cooperative [vedi: SOL Cobas – Sindacato degli Operai in Lotta Cobas].
Un vento nuovo comincia a soffiare. Il vento caldo delle lotte.
Dino Erba, Milano, 17 giugno 2017.

Resoconto

A Roma chiusa la metropolitana, la linea ferroviaria Roma-Lido e la linea urbana Roma-Viterbo. Funziona invece, ma con forti riduzioni di corse la Termini-Centocelle. Sospese le limitazioni al traffico nella ztl centrale. Particolari disagi al traffico nel quadrante sud della Capitale a causa di alcuni incidenti. La situazione all’aeroporto di Fiumicino è regolare perché, in vista dello sciopero indetto da alcuni sindacati autonomi, Alitalia, “per limitare i disagi”, ha preventivamente cancellato oppure anticipato o posticipato l’orario di partenza di alcuni voli, informando peraltro per tempo i passeggeri delle modifiche attuate.

A Milano, secondo quanto riferito dall’Atm, le linee metropolitane 1, 2 e 3 dovrebbero continuare a funzionare, mentre la 5 sul sito della municipalizzata risulta interrotta. La situazione nelle stazioni è di affollamento, ma non si segnalano problemi di rilievo, probabilmente anche grazie all’utenza parzialmente diminuita per la fine delle scuole.

Caos a Venezia con Piazzale Roma invaso dalle auto di chi è costretto per ragioni di lavoro a raggiungere con questo mezzo il centro storico, presi d’assalto i taxi.

A Torino, invece, oggi il trasporto pubblico funziona regolarmente: uno sciopero è in calendario per il 6 luglio.

Disagi contenuti a Napoli. La protesta, indetta da alcune single sindacali minori, non coinvolge l’Anm, che gestisce bus, funicolari e il Metrò linea 1, né l’Eav, da cui dipendono le ferrovie Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea. Sciopero in corso, invece, sulla linea 2 del Metrò, gestita da Trenitalia.

Il Gruppo FS ha confermato il regolare funzionamento delle Frecce Rosse.

Lievi disagi solo per i voli in Puglia a causa dello sciopero di 24 ore del trasporto pubblico. I bus dell’Amtab a Bari circolano regolarmente.

Pochi disagi anche a Palermo: nell’azienda degli autobus del capoluogo, l’Amat, sono 230 su 1700 gli autisti che hanno incrociato le braccia. Un bilancio delle corse soppresse sarà disponibile solo dalle 14, ma al momento il traffico non sembra risentire particolarmente dell’astensione. Qualche difficoltà si è registrata nei voli.

[http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html]

Commenti a caldo …

Il gangster Renzi contro lo sciopero

Dopo lo sciopero riuscito del 16 giugno, la rabbia del capo del partito dei padroni, Pd, è esplosa. Per Renzi il diritto allo sciopero va regolamentato. Cioè per il gangster Renzi il diritto di sciopero va eliminato. Per Renzi vanno bene solo le processioni organizzate il sabato e la domenica. Processioni rigorosamente fuori dall’orario di lavoro.

Durante i 1000 giorni in cui il gangster ha fatto tutto ciò che poteva a favore dei padroni, si è dimenticato del diritto di sciopero. In questi anni sono state fatte leggi e leggine contro lo sciopero.  Nessuna legge può fermare i lavoratori stanchi di subire la miseria in cui li costringono i padroni. Renzi siamo solo all’inizio.

 [Un lavoratore – da Operai Contro]

Allora fatemi capire: lo sciopero una volta era uno strumento di lotta in mano ai lavoratori (in Italia, altrove lo è ancora), oggi è regolamentato da leggi fatte dal governo, oggi è diventato uno strumento dei governi e dei padroni, ho sentito la signora a capo della Cisl criticare lo sciopero di oggi dei trasporti, ho sentito un uomo del governo (commissione di garanzia: Giuseppe Santoro Passarelli – vedi http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html) affermare che in Francia ad esempio non c’è una legge sullo sciopero, quando hanno provato a farla c’è stato uno sciopero a oltranza (“selvaggio”, si dice qui) e l’hanno respinta, “ma qui da noi non è possibile” ha aggiunto con convinzione. Beh, in effetti ha ragione lui, non appare proprio possibile. Perché ci siamo fatti portare via tutto, perfino l’unico prezioso strumento di lotta dei lavoratori. Pensiamoci però un momento. Ribaltare tutta questa situazione, invece, è ancora e sempre possibile. Basta volerlo. E farlo. [Silvia Ferbi]

Economia, Politica e Società

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

In e-mail il 18 Maggio 2017 dc:

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

da http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia.

È una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica.

Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica.

Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un gestore (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita.

Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto.

Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

È facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno.

Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante.
Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi.

Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833.

Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato.

Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”.

Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle.

Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute.

Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

Vittorio Agnoletto  15 maggio 2017

Economia, Politica e Società

Lettera a Gad Lerner

In e-mail il 12 Maggio 2017 dc: era ora che qualcuno le cantasse chiare, anche se troppo educatamente, a quel venduto e traditore di giornalista “di sinistra”

Lettera a Gad Lerner

Carissimo Gad Lerner abbiamo visto la sua trasmissione “Operai” di domenica 7 maggio 2017, su Rai Play.

Sa, noi operai alla Fiat Melfi, oggi FCA, lavoriamo il sabato e la domenica notte, per cui il reportage in diretta non l’abbiamo potuto vedere e come noi anche tanti altri operai che lavorano nelle tante fabbriche dell’indotto.

Dopo la lettura di alcuni brani di Marx, facendo riferimento anche al tempo trascorso e al riposo della buonanima di quella vecchia talpa di Karl presso il cimitero Highgate a Londra, lei ha detto che “gli operai non se la passano molto bene”. Se avesse detto il contrario lì, proprio dove è sepolto Marx, lo avrebbe fatto sicuramente rivoltare nella tomba. Noi per primi sappiamo che “non ce la passiamo bene” e sappiamo che pochissimi non operai in questa società comprendono cosa questo concretamente significhi.

Vogliamo dire qualcosa affrontando solo la questione che riguarda la Fiat. Troppo lunga sarebbe la lettera per affrontare tutte le questioni, compresa quella dei tanti lavoratori sfruttati nella logistica.

Lei ha detto che l’operaio in alcuni ambienti non può essere considerato un uomo sfruttato, come è stato in passato ma un “uomo nuovo”, che oggi “ha a che fare con padroni magari gentili”. Sembra proprio che lo dica riferendosi agli ambienti Fiat.

Guardi, ci creda, magari bastasse la sua trasmissione a farci sentire “uomini nuovi”! Noi non ci sentiamo affatto “uomini nuovi”, molti di noi operai a 50 anni sono già consumati, affetti da malattie professionali.

Per avere la sensazione di avere “a che fare con padroni magari gentili”, come lei ha detto nella trasmissione, noi operai, che veniamo bastonati con provvedimenti disciplinari, repressione e licenziamenti, sappiamo bene cosa dovremmo fare: piegare la testa, produrre senza dire niente e magari farci consumare anche prima senza opporre nessuna resistenza a difesa della nostra salute.

Lei parla di padroni, molte volte sono “spesso invisibili”, in verità si fanno vedere rare volte, tanto cosa importa, c’è chi lavora per loro. Quando si fanno vedere è un teatrino, arrivano in fabbrica e tutto deve essere tirato a lucido. La fabbrica deve luccicare. Una presa per i fondelli. Sembra la visita a una caserma.

Questo “padrone invisibile”, quando non viene, manda gli amministratori delegati. Viene il voltastomaco, noi sgobbiamo e loro prendono un sacco di soldi.

Esiste una piramide di responsabili, dal direttore di fabbrica, ai Repo, ai Gestori Operativi, fino all’ultimo capetto che ne fa le veci, compresi i vigilanti, che nella sua trasmissione non si sono visti, e che fanno rispettare la legge del padrone e che come sentinelle o meglio secondini fanno sì che tutto proceda come stabilito. Noi siamo sotto e manteniamo col nostro lavoro tutti quanti!

E come lei ha detto dobbiamo “cambiare natura”, forse al padrone non basta neanche più avere lo schiavo, vuole il “servo”.

La mattina si chiama col telefono o con un sms “il servo” e dopo un’ora questi deve essere in fabbrica. E se non serve, scusi il gioco di parole, può rimanere a casa. Tanto adesso basta una telefonata. Appena la produzione si riduce viene buttato sul lastrico e licenziato. In tante fabbriche dell’indotto è già così. Contratti interinali, contratti a un mese, a quindici giorni, a una settimana, tutto a scadenza come lo yogurt, è tutto così precario.

Con le continue e rinnovate organizzazioni di lavoro, i pezzi saranno anche più comodi metterli e montarli, come ha fatto credere il padrone a lei, ma la produzione è aumentata, i tempi sono sempre più ridotti, e incollati alla linea bisogna rimanere.

Anche le pause hanno ridotto. Se lavori senza lamentarti per i tempi sempre più esigui, magari prendendo antinfiammatori e antidolorifici a 50 anni, in quel caso tutta la piramide di controllo non avrà da ridire e non sarà solo il padrone ad apparire gentile.

Hanno reso le postazioni di lavoro più comode, a detta loro ma, a fronte di operazioni semplificate, ci hanno aumentato a dismisura i ritmi e nessuno che non sia operaio può immaginare cosa significhi ripetere in continuazione, migliaia di volte in un giorno, sempre le stesse semplici operazioni, senza avere neanche la possibilità di andare in bagno al di fuori delle pause ridotte che ci sono concesse. Anche la mensa è stata messa a fine turno. Lavoriamo praticamente ininterrottamente senza avere il tempo di riposarci.

La fabbrica, lei saprà signor Lerner, è lo specchio della società e, come nella società, ci sono posti di lavoro più comodi e leggeri, ci sono quelli pesanti e che ti consumano prima.

Ci sono geometri, ingegneri e architetti, poi carpentieri, muratori e manovali, ovviamente gli ultimi più consumati e meno pagati.

C’è il funzionario del comune, fino all’ultimo impiegato, poi chi pulisce i bagni e chi lava a terra. Inutile dire che la differenza si può ben vedere, anche sui soldi che si prendono a fine mese.

Così è anche la fabbrica, l’abbiamo descritta prima, ci sono impiegati, lavoratori e operai. Gli operai sono quelli più sfruttati, sottopagati e consumati.

In fabbrica ovviamente si debbono fare i conti anche con l’opportunismo operaio, non solo con quello strato di aristocrazia operaia che milita nel sindacato. Operai che tentano, tramite il sindacato filo-padronale, di avere un posticino più leggero.

Lei è andato ad intervistare proprio due lavoratori con la tessera del sindacato Fismic, e conosciamo tanti come loro che, grazie a quella tessera in tasca, pensano di ottenere una postazione di lavoro più leggera e tranquilla. Uno dei due sembrerebbe, dalla sua pagina Facebook, anche simpatizzante di Salvini, certo non c’entra niente con la fabbrica ma qualcosa vorrà pur dire…

Vedrà che, se non l’avevano ottenuto prima un posticino tranquillo, con quei sorrisini e occhiolini al padrone otterranno a breve quel posto dopo aver fatto apparire la fabbrica quasi come un paradiso.

D’altronde molti pensano di farsi gli affari propri, esattamente come quando ci fu la famosa marcia dei 40mila, che poi così tanti non erano, in cui in tanti pensarono che stare sotto l’ascella del padrone li avrebbe beneficiati.

Basterebbe andare a chiedere a tanti di loro che fine hanno fatto. Interessante e istruttiva è quella intervista fatta a una lavoratrice che fece parte di quella famosa marcia https://www.youtube.com/watch?v=UAJmJLgzK8k . Quanti lavoratori pensarono di farsi gli affari propri in quell’occasione e adesso hanno figli e nipoti che sono precari, sottopagati e disoccupati.

Magari nelle prossime trasmissioni, visto che ne sono rimaste ancora parecchie e che siamo ancora alla prima puntata, faccia un salto alla Fiat di Pomigliano, presso il reparto-confino di Nola, dove gli operai che sono stati reintegrati dai giudici ancora non hanno varcato i cancelli della fabbrica perché la legge del padrone va oltre le sentenze dei giudici.

Magari faccia un salto anche a Melfi dove migliaia di operai vengono posti in cassa integrazione, fra cui quelli che hanno problemi di salute a causa dei ritmi di lavoro forsennati, mentre altri più giovani e freschi sono comandati a bacchetta e utilizzati quotidianamente.

Chieda dove si trova l’ex-Itca, dove sono stati deportati operai che non si assoggettavano e che non giravano la testa dall’altra parte quando la Fiat cercava di aumentare i ritmi di lavoro, subendo migliaia di provvedimenti disciplinari.

Se le resta tempo vada anche dagli operai dell’Innse di Milano, quelli della ex-Innocenti che sono da oltre un mese fuori ai cancelli a protestare contro licenziamenti e repressione.

Trovare difensori inaspettati, come ha detto lei nella figura del Papa, serve a poco o niente di fronte alla sete di profitti che i padroni hanno sempre di più. Magari potesse liberarci della nostra condizione di schiavi salariati chi predica da posti comodi e tranquilli!

I padroni hanno dimostrato che il loro sistema non va bene, se ne fregano delle prediche.

Da un lato miliardi di sfruttati, di donne e uomini che non riescono a sopravvivere, dall’altro lato uno strato di privilegiati. Sto parlando dei tempi di oggi e della condizione degli operai di oggi, non quella scritta e analizzata da Marx più di cento anni fa. O forse la situazione è la stessa e il problema della nostra liberazione dal lavoro sotto padrone si pone ancora?

Economia, Politica e Società

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

In e-mail da Dino Erba l’11 Aprile 2017 dc. Per l’estrema importanza del suo contenuto pubblico l’articolo anche sul mio sito http://www.jadawin.info/ alla pagina “Politica e Società-14.2017 dc”

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016

Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.

Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell’esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch’io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più “potere d’acquisto” significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l’Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un’invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all’operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all’operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l’allungamento della giornata lavorativa e con l’abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne L’Ideologia tedesca):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato… devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di “Nuit Debout”? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l’epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo…)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo blog e una del mio sito!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell’8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.

Aline

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell’apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell’era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest’ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell’orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l’auto-organizzazione e l’auto-determinazione sono l’esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell’organizzare per conto nostro i rapporti sociali – senza l’intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle “teste di ponte” per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c’è tutto un mondo da guadagnare.

Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest’ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per “politica”: per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.

Jàdawin di Atheia

Economia, Politica e Società

Decrescita felice e Chiesa povera

In e-mail da Dino Erba il 6 Aprile 2017 dc (impaginazione adattata da me, ho corretto alcuni errori, non ho riportato le immagini dell’originale, in formato pdf):

DECRESCITA FELICE E CHIESA POVERA

UN PERFETTO OSSIMORO
FRUTTO MARCIO DEL BINOMIO LATOUCHE-FRANCESCO I

Il tempo passa, ma l’orizzonte economico è sempre cupo. Peggio. Le tensioni sociali crescono e in molte aree del mondo sono sfociate in guerre, più o meno civili. Non è uno scenario rassicurante. Soprattutto perchè dimostra che il modo di produzione capitalista non funziona così bene come ci dicevano pochi anni fa. Inevitabilmente, sorgono proposte alternative, che prospettano un diverso modo di produzione. E ce ne per tutti i gusti. Le varie proposte, pur riflettendo situazioni assai differenti, e spesso contrastanti, cercano di conciliarsi tra loro, proponendo soluzioni compatibili con il sistema complessivo, ovvero con il modo di produzione capitalistico. Pur criticandolo aspramente. O meglio criticandone aspramente le presunte distorsioni, che invece sono consustanziali al sistema.

SPEREQUAZIONE DILAGANTE

Orbene, già da alcuni anni si assiste a una polarizzazione della ricchezza, da cui la crescente sperequazione sociale (il cosiddetto Coefficiente di Gini), che la crisi ha stimolato. Per inciso, questa tendenza non fa altro che confermare la tesi marxista sulla miseria crescente. Più volte contestata dagli apologeti del capitalismo, sempre confermata dai fatti. A questo proposito si veda: ANTONIO PAGLIARONE, La polarizzazione delle società industriali avanzate ovvero la de-integrazione (www.countdowninfo.net/); AA. VV., La legge della miseria crescente, «N+1», n. 20, dicembre 2006 (www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/20/rivista_20_completa.p/).

Non ci vuole un particolare acume sociologico per capire che gli effetti della sperequazione hanno conseguenze differenti in un Paese di vecchia industrializzazione (area OCSE) come l’Italia rispetto a un Paese cosiddetto in via di sviluppo come il Perù. Le differenze comportano anche una differente percezione della povertà: nell’immaginario collettivo italiano la povertà è rimossa, in quello peruviano è incombente.

A questo proposito, faccio un paragone tra le condizioni economiche dei due Paesi, considerando: PIL pro ca- pite, Coefficiente di Gini, Tasso di disoccupazione, Popolazione sotto il livello di povertà. Resta esclusa la cosiddetta «qualità della vita», su cui ci sarebbe troppo da disquisire, ma da tener comunque presente.

Ho scelto il Perù come termine di confronto poichè è un Paese in via di sviluppo dell’America Latina, continente che, a differenza di Africa e Asia, non è sconvolto da traumi bellici (guerrilla a parte). Inoltre, il Perù, a differenza di altri Paesi latini, non è stato soggetto a particolari «turbative» di carattere economico e politico, come il Venezuela di Chavez o il Brasile di Lula. Ovvero, il Perù riflette nel bene e nel male una situazione simile a quella di altri Paesi del Terzo Mondo. Infine è un Paese cattolico.

– Salvo diversa indicazione, per omogeneità riferisco i dati della CIA (www.cia.gov/library/publications/the- world-factbook).

Italia: PIL pro capite (purchasing power parity) 30.100 $ (2012), posizione a livello mondiale: 45 (su 228 Paesi). Coefficiente di Gini 31,9 nel 2011 (27,3 nel 1995), posizione a livello mondiale 106.
Tasso di disoccupazione: medio alto (10,90%), posizione a livello mondiale 117.
Popolazione sotto il livello di povertà (dati Istat e Caritas): 14% (2012).

Perù: PIL pro capite (purchasing power parity) 10.700 $ (2012), posizione a livello mondiale: 109.
Coefficiente di Gini 46 nel 2010 (51 nel 2005), posizione a livello mondiale: 34.
Tasso di disoccupazione: medio (7,7%), posizione a livello mondiale 89.
Popolazione sotto il livello di povertà: 31,3% (2010). L’ultimo rapporto dell’UNICEF del 2004 sulla situazione dell’infanzia in Perù indica che due terzi dei bambini tra gli 0 e i 17 anni di età, vivono al di sotto della soglia di povertà.

In Italia, con un PIL pro capite stagnante (o in regresso), la sperequazione è aumentata.

Così come in altri Paesi OCSE, con in testa gli USA. Fanno eccezione Germania, Paesi Scandinavi e pochi altri, grazie ai quali la media UE ha registrato un leggero miglioramento, passando dal 31,2 del 1996 al 30,7 del 2011, con una posizione a livello mondiale 113. Tenendo presente che nei Paesi UE il PIL pro capite da qualche anno ha registra incrementi molto contenuti e spesso decrementi.

In Perù, con un PIL pro capite in leggera crescita, la sperequazione è diminuita. Il Paese resta comunque ai «piani alti» della sperequazione, per di più con un’alta percentuale di poveri. Con maggiori o minori accentuazioni, questa situazione è comune ad altri Paesi dell’America latina. Per esempio, seppur più ricchi in termini di PIL pro capite, Cile, Argentina, Messico, Brasile presentano una sperequazione molto più forte. Ricordiamo che i piani alti della sperequazione sono occupati sia da Paesi africani in condizioni di miseria endemica, ma anche dal rampante Sudafrica (al 2° posto dopo la Namibia), sia da Paesi asiatici altrettanto rampanti (Thailandia al 12° po- sto, Hong Kong al 13°).

Lo scenario socio-economico complessivo presenta:

a) aree di povertà endemica (buona parte dell’Africa); b) aree cadute nella stagnazione (OCSE); c) aree in espansione, con un basso PIL pro capite e una forte accentuazione della sperequazione, come in Cina, dove trionfa la sperequazione: in due anni, il coefficiente di Gini è balzato dal 41,5 (2007) al 48 (2009), mentre il PIL pro capite di 9.100$ resta sempre ai piani bassi, 118° posto nella classifica mondiale, dopo Cuba e Tunisia.

Comune alle tre aree è la crescita delle tensioni sociali, seppur con forme e modalità differenti.

In questo scenario sociale sempre più ingiusto dovrebbero farsi avanti i movimenti che reclamano una più equa distribuzione della ricchezza, come avveniva in un passato non troppo remoto. Invece viene dato spazio ai movimenti che propongono la povertà! Come mai?

SORELLA POVERTÀ & FRATEL PROFITTO: UN MATRIMONIO DI INTERESSE

Tra i sinistri intellettuali, grande risonanza viene data a Serge Latouche, con la sua decrescita «felice». Poi vedremo per chi è felice…

Latouche si rivolge soprattutto al ceto medio benestante dei Paesi OCSE che, con la crisi, vede i propri redditi calare e, di conseguenza, vede calare anche i consumi. Sono però consumi in buon parte voluttuari o, più sottilmente, riconvertibili. E il buon Latouche invita il ceto medio a far di necessità virtù, come fa il dietologo con il paziente sovrappeso, proponendo un regime alimentare più salutare.

Lo affianca Papa Bergoglio, popstar del momento, che si rivolge ai poveri, o meglio ai proletari del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina. Dove un desarrollo economico, sempre assai balzano, accompagna o accresce la miseria di massa.

La sinfonia è diversa, la musica è la medesima. Entrambi non mettono in discussione la sperequazione. Nella migliore delle ipotesi entrambi chiedono la razionalizzazione delle risorse, accompagnata da solidarietà, o meglio dalla sussidiarietà, per addolcir la pillola.

In entrambi i casi, la musica stona.

Bergoglio, evocando Francesco, si fa male da solo. Non dice che il movimento francescano, dopo la morte del Poverello d’Assisi, fu subito messo in riga dal Papato. E chi non abbassò la testa finì al rogo, come fra Dolcino e molti altri. Ma non basta bruciare i ribelli, quando permangono le cause della ribellione. Motivo per cui, i discepoli di fra Dolcino sono sempre risorgenti, come Camilo Torres, soprattutto nei Paesi dell’America Latina, da cui Bergoglio proviene. Il nuovo papa ha il crocifisso di ferro (invece che d’oro, nota mia) ma lo IOR resta la banca del Vaticano. Cambia la forma ma resta la sostanza.

Il discorso di Latouche forse è più pericoloso. La decrescita «felice», non mettendo in discussione il processo di accumulazione del capitale, riguarda esclusivamente i consumi. In pratica, Latouche non fa altro che giustificare la riduzione dei consumi, che è già in atto, e che apparentemente coinvolge tutta la società, ma in realtà gli effetti sono differenti e soprattutto sono del tutto iniqui: la riduzione dei consumi è inversamente proporzionale al reddito. Per prima cosa non colpisce assolutamente i ricchi, anzi, il lusso la fa da padrone: mentre se per il ceto medio può comportare una parziale diminuzione del superfluo e dell’accessorio, per i proletari significa una secca perdita dell’essenziale. Sul piano promozionale, la decrescita «felice» – spesso sponsorizzata dai ricchi – trova eco tra i ceti medi, soprattutto in Occidente, dove molti pasciuti moralisti proclamano crociate anticonsumistiche e molti pasciuti «alternativi» sostengono la green economy, con tutte le sue perversioni (Grillo docet). Ed è in questo ambientino che, in tempi di crisi, nascono le pallide vestali dei sacrifici. Sacrifici per che cosa? E qui casca l’asino.

La decrescita «felice», in pratica, si traduce in una razionalizzazione delle risorse, ma a esclusivo vantaggio del capitale. Essa, santificando la riduzione dei consumi, giustifica la riduzione del reddito. Dopo di che, le risorse, o meglio i quattrini (tolti da salari, pensioni, assistenza sociale), non più destinati al consumo, diventano capitali «liberi», disponibili per l’accumulazione, che oggi significa soprattutto speculazione finanziaria.

La decrescita «felice» è un gatto che si morde la coda: oggi come oggi, fornendo risorse alla speculazione, favorisce la sperequazione. È un rimedio peggiore del male. Uno specchietto per le allodole sciocche della piccola borghesia. Sciocche ma pericolose, come i volonterosi carnefici di Hitler.

 

PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO

Nel 1952, in tempi di ricostruzioni economiche nazionali e socialiste, il Partito comunista internazionalista aveva messo a punto delle ipotesi di de-sviluppo, come primi passi di un governo rivoluzionario proletario, post capitalista, ovvero frutto di una rivoluzione in cui i proletari mandano fuori dai piedi la borghesia e iniziano un processo di distruzione del modo di produzione capitalistico (e NON di costruzione del socialismo, che non ha nulla da costruire). Il programma colpisce al cuore il processo di accumulazione, attraverso il disinvestimento dei capitali da destinare all’accumulazione, favorendo invece i consumi. Ovviamente, a proposito di consumi, occorre combattere sia l’idiota pauperismo – con l’estemporaneo corollario neo-luddista – sia l’altrettanto idiota edonismo (che confonde il comunismo con il Paese del Bengodi!). Privilegiando invece una concezione cosmica, fondata sul rapporto uomo-natura.

Riporto i punti principali del Programma rivoluzionario immediato, da leggere con grano salis…
a) «Disinvestimento dei capitali», ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo. b) «Elevamento dei costi di produzione» per poter dare, fino a che vi è (sono, nota mia) salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro. c) «Drastica riduzione della giornata di lavoro» almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali. d) Ridotto il volume (riduzione del, nota mia) della produzione con un piano «di sottoproduzione» che la concentri sui campi più necessari, «controllo autoritario dei consumi» combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria. e) Rapida «rottura dei limiti di azienda» con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo. f) «Rapida abolizione della previdenza» a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale. g) «Arresto delle costruzioni» di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile. h) «Decisa lotta», con l’abolizione delle carriere e (dei, nota mia) titoli, «contro la specializzazione» professionale e la divisione sociale del lavoro. i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento».
[«il programma comunista», a. II, n.1, 8-24 gennaio 1953 – http://www.sinistra.net/lib/bas/progra/vako/vakoabefui.html/%5D.

 

DINO ERBA, Milano, 18 marzo 2013

Economia, Politica e Società

A Locri casca l’asino…democratico

In e-mail il 21 Marzo 2017 dc

A Locri casca l’asino…democratico

La sceneggiata del signor Mastella & Compari a Locri (19 marzo) ha suscitato alcune, molte, tante perplessità, di cui il compagno Carlo Pallavicini si é fatto coraggiosamente portavoce, precisando il reale stato delle cose. Ovviamente, le sue precisazioni hanno pestato le code di paglia degli amici di don Ciotti/Libera (& compari), al punto che costoro vorrebbero denunciare il compagno Carlo. Alle loro minacce, il compagno Carlo risponde.

Apprendo da amici che persone riconducibili a “Libera” sarebbero intenzionate a denunciarmi per le mie opinioni scritte fra ieri sera ed oggi rispetto alla ipocritissima – e a mio avviso impresentabile – giornata nazionale che con cui lo Stato oggi si è lavato la coscienza dichiarandosi “antimafia”.

Attendo con ansia questo ennesimo gesto, una volta di più (ce ne fosse bisogno) rivolto esclusivamente a combattere chi la mafia la contrasta davvero, a rischio della propria pelle, a partire dalle sue occasioni di guadagno, per poterli mettere in mutande conducendo una sacrosanta battaglia per la libertà di opinione, che li riveli per quelli che sono.

Non sarebbero nuovi a gesti inqualificabili e vigliacchi come questi, ricordiamo che già il 1 marzo il PM Maresca (conflitto in casa loro quindi) fu costretto sotto minaccia di denuncia a ritrattare delle dichiarazioni che aveva rilasciato circa il “regime di monopolio” (parole sue) in cui viaggia una certa associazione rispetto al grosso business dei beni confiscati alle mafie.

Che vengano avanti dunque, queste persone evidentemente così deboli di argomentazioni e timorose del fatto che, se non fossero costretti dalle scuole, non avrebbero nessun ragazzo al loro seguito.

Per quanto mi riguarda non ci stancheremo di fare lotte sociali e fare davvero antimafia, senza guadagnarci un euro e anzi venendo fisicamente e penalmente perseguiti e perseguitati dai loro amici che oggi hanno fatto parlare dai palchi qua e là per lo stivale.

Non ci stancheremo, a costo di mille denunce e mille anni di carcere, di denunciare l’ipocrisia dello Stato e la sua attiva complicità nel favorire gli interessi economici delle mafie. Non ci stancheremo di ripetere che no, non siamo “tutti sbirri” come hanno gridato oggi, ma fieramente antagonisti a questo sistema corrotto. Non ci stancheremo di camminare per il vero e il giusto, nonostante l’infamia armata dei falsi e degli ipocriti.

Non ci stancheremo di ricordare chi era davvero il loro modello generale Dalla Chiesa, non ci stancheremo di rivendicare il nostro diritto a dissentire.

Costoro, invece che perdere tempo con denunce e infamate simili, si prendano un bel libro di Gramsci e studino la questione meridionale, che evidentemente ne hanno parecchio bisogno.

Ah, per finire ricopio qui sotto i due post da cui (presumo, anche se come è evidente hanno ben poco a cui appigliarsi) sia derivata la loro smania di infamata, così che tutti possano farsi un’idea e loro riflettere una volta di più su che bella figura farebbero a stare zitti.

Post 1 (di ieri sera): “Le scritte a Locri contro “don Ciotti” (“don ciotti sbirro” e “più lavoro meno sbirri”) non sono opera, come dicono i TG, della ‘ndrangheta. Sono opera di qualcuno che sa e probabilmente vive sulla propria pelle come ci siano delle incoerenze nella autonominatasi antimafia che delega alle forze dell’ordine quella che è invece una enorme questione sociale. Quelle scritte sono giuste, anche se a qualcuno potrà dare fastidio la nettezza dovuta a sintesi. Ma nella sintesi sta il succo della faccenda.”

Post 2 (di stamattina, 21 marzo): “Ascolto la diretta di Radio Popolare mentre viaggio in macchina e confermo, come per fortuna ha detto anche qualche ascoltatore, che la giornata di Locri è veramente la sagra dell’ipocrisia: quando la mafia si occupava principalmente di spaccio di eroina lo Stato la aiutava (magari commissionando a qualche fascista l’omicidio di chi faceva controinchiesta sul tema), quando si occupava principalmente di appalti edilizi si voltava dall’altra parte (magari mettendo a palazzo Chigi chi quell’affare dirigeva), ora che lucra sulla schiavizzazione dei migranti al lavoro manda a pestare (se serve a bruciare, li senza la divisa..) chi chiede che quella schiavitù finisca (per non parlare dell’ostinazione nel far girare gli appalti per le opere ingiustificabili e dannose come la TAV, che sotto le coop rosse anche le coop ndranghetine devono mangiare…).

No, cari liberini e boyscout che vi adunate, il nemico lo avete alla vostra testa, e in questo momento siete solo suoi portatori d’acqua.

P.S. io non dimentico chi era davvero il generale Dalla Chiesa … Capito?! Capito cosa spaventa questa gente?
CHI PENSA CON LA PROPRIA TESTA SENZA FARSI INDOTTRINARE
DA CHI NON NE HA I TITOLI.

VEDI: HTTPS://WWW.FACEBOOK.COM/CARLO.PALLAVICINI.3/POSTS/10154815978588429 (nota mia: il post non è visibile il 5 Aprile 2017 dc)

Economia, Varie: attualità, costume, stampa etc

Imprecisione ed incoerenza anche in Zeus News

Imprecisione ed incoerenza anche in Zeus News

di Jàdawin di Atheia

Zeus News (Indirizzo) è un sito che si descrive così: Zeus News è un notiziario dedicato a quanto avviene nel mondo di Internet, dell’informatica, delle nuove tecnologie e della telefonia fissa e mobile…

Invia, a chi ne fa richiesta, una newsletter con alcuni degli articoli pubblicati, raggiungibili direttamente dai link presenti nelle e-mail.

A mio avviso proprio un sito dedicato a Internet, all’informatica e alle nuove teconolgie dovrebbe essere preciso e coerente, quanto più possibile, in quello che scrive.

Ebbene, oltre che avere, tra gli “esperti” su Telecom Italia un dipendente della stessa che è spesso più disinsformato ed impreciso di chi in Telecom non è, continua a fare confusione, come gli stessi dirigenti di Telecom Italia, i suoi dipendenti e tutti i giornalisti e i sindacalisti, sullo stesso nome di questa azienda.

Ora, un po’ di chiarezza: nel 1995 dc naque, per dedicarsi all’attività di vendita e gestione della telefonia mobile, la società Telecom Italia Mobile Spa come scissione parziale di Telecom Italia Spa. Questa società faceva parte del Gruppo Telecom Italia e veniva per lo più nominata con la sua sigla, TIM (o Tim, se si preferisce).

Nel 2004 dc, il giorno 1 Marzo,  Telecom Italia Mobile Spa-TIM viene incorporata nuovamente in Telecom Italia Spa e la sua attività prosegue come linea-divisione interna di Telecom. Vengono create due società, probabilmente tuttora esistenti, per dividere ulteriormente l’attività ex-Tim tra la parte italiana, di cui si sarebbe dovuta occupare Tim Italia Spa, e la parte internazionale, che sarebbe stata affidata a Tim International B.V., entrambe controllate al 100% da Telecom Italia Spa. A giugno avviene il completamento dell’incorporazione di Tim in Telecom. Le due società citate rimangono esistenti e “vuote”, senza compiti e senza attività, pronte all’occorrenza, evidentemente.

Nel 2014 dc Telecom Italia inizia a fare dei cambiamenti, per lo più senza sostanza e senza senso, e a scegliere il marchio TIM (che ovviamente si ostinano a chiamare brand – e l’operazione rebranding, in piena coerenza con lo smodato uso dell’inglese a tutti i costi anche nel nominare la propria struttura interna) per tutte le attività di telefonia. In un comunicato in e-mail ai dipendenti e nella propria Intranet, verso la fine del 2015 dc, vuole convincere i più riottosi che “noi siamo TIM!”, salvo poi, alla fine dello stesso comunicato, affermare che anche indicare Telecom Italia “va bene”!

Concludendo, richiamo i pochi miei lettori alla sostanza: NON ESISTE Tim Spa, invece CONTINUANO AD ESISTERE Telecom Italia Spa, AL CUI INTERNO c’è la ex-Telecom Italia Mobile-TIM Spa, e, come scatole vuote (se ancora esistono), Tim Italia Spa e Tim International B.V. Ragion per cui NON HA SENSO ed è INESATTO, IMPRECISO, FALSO, NON RISPONDENTE AL VERO E FUORVIANTE dire e scrivere “Tim ha fatto…”, “Tim ha detto….”, “Le azioni di Tim…..”!

Nell’articolo  Il governo si prepara a entrare in Telecom Italia, pubblicato il 23 Dicembre 2016 dc e che mi ha dato lu spunto per scrivere queste brevi note,  Zeus News si contraddice fin dal sottotitolo, scrivendo La CDP è pronta a rilevare quote di TIM. Nel corso dell’articolo c’è sei volte Tim e una volta Telecom Italia.

Leggi l’articolo originale su ZEUS News – http://www.zeusnews.it/n.php?c=24906

AGGIORNAMENTO dell’11 Marzo 2017 dc:

Ho richiesto, tramite pratiche.it, una Visura Camerale Storica: è un documento in pdf di oltre 2000 pagine nel quale sono elencate tutte le variazioni, di qualsiasi tipo, di Telecom Italia Spa da una certa data ad oggi. La denominazione dell’azienda compare nel documento in TUTTO MAIUSCOLO in questo modo

TELECOM ITALIA SPA O TIM S.P.A.

A parte che non si dovrebbe mai usare il tutto maiuscolo (e in questo caso la “o” tra la prima denominazione e la seconda, che è congiunzione-nel senso “Telecom Italia Spa oppure Tim Spa-, nel tutto maiuscolo potrebbe sembrare parte stessa della denominazione!, ma questo và ascritto alle Camere di Commercio, ritengo, e non certo alle aziende) e che la sigla di Società per Azioni compare la prima volta senza punti e la seconda con i punti, il che è ridicolo e senza senso, si deduce che l’Azienda ha fatto una variazione proprio della denominazione ufficiale in tempi molto recenti (tra la fine del 2016 dc e l’inizio del 2017 dc, secondo me), ma di questa stessa variazione non c’è traccia nella visura camerale storica che ho consultato. In ogni caso il ridicolo rimane, faccio sempre l’esempio, già usato in altre occasioni, dell’azienda Star: se avesse fatto coma ha fatto Telecom Italia avrebbe potuto decidere di chiamarsi come il suo prodotto di maggior successo, la Patatina Pai e, per adeguarsi formalmente, avrebbe modificato la propria denominazione in STAR SPA O PATATINA PAI SPA……

 
Economia, Politica e Società

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

In e-mail il 13 Febbraio 2017 dc:

Riceviamo da Loren Goldner, traduciamo e volentieri diffondiamo.

Tom & Jerry

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

Tanto per cominciare, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato metodo del Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento, per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale.

Trump ha perso tutto il Northeast (stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli Usa, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli Usa non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al  voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/un necessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera élite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese “La gente comune è nauseata dagli esperti”.

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori,  attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump.  Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty DeVos che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri; un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa; un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere; un Segretario di Stato, Tillerson,  che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli Usa.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli Usa.  Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che il riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “stati blu” (democratici) e gli “stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative” tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo Usa per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac” Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative”, che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Economia, Politica e Società

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

In e-mail l’8 Febbraio 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio.

Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze”, di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C: è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu