Comunicati, Economia, Politica e Società, Scienza e Natura

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

In e-mail l’1 Aprile 2019 dc:

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

1 Aprile 2019

Testo del volantino nazionale

volantino_clima

Il futuro dell’umanità è in pericolo.

La temperatura del pianeta continua a crescere, l’aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l’inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica.

Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c’entra. Ipocriti! È vero l’opposto.

Alla base di tutto sta proprio un’organizzazione della società e dell’economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili.

È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi.

E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l’intera organizzazione della società. Un’organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni Paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile.

Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell’umanità. Una riconversione ecologica dell’economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile.

Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni Paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell’economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l’ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare.

Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.

Partito Comunista dei Lavoratori
Comunicati, Economia, Politica e Società

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo

In e-mail il 24 Marzo 2019 dc:

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo

23 Marzo 2019

“La Cina è vicina”, gridavano i maoisti di casa nostra cinquant’anni fa, nel nome della cosiddetta rivoluzione culturale. In realtà presentavano l’operazione burocratica stalinista della frazione di Mao contro la frazione di Liu come elisir del socialismo da indicare a modello. Ma nonostante tutto si riferivano a una Cina che era allora uno Stato operaio, seppur burocraticamente deformato, entro un quadro mondiale ancora segnato dal confronto tra imperialismi d’Occidente e blocco staliniano ad Est.

Ripetere oggi “la Cina è vicina” è cosa diversa, a fronte della realtà capitalistica e imperialistica della Cina attuale, restaurata dalla stessa burocrazia stalinista. Eppure è la cantica che si leva in questi giorni da diversi ambienti intellettuali e politici dell’area sovranista, in occasione degli accordi tra Italia e Cina.

«Accordo Italia-Cina: un’occasione storica per la difesa degli interessi del nostro popolo», scrive Mauro Gemma (Associazione Marx XXI). «Il PCI è per l’adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta» dichiarano Mauro Alboresi e Fosco Giannini, a nome del proprio partito. Ma anche l’area di Contropiano, seppur con toni meno enfatici, presenta l’accordo come «ossigeno puro per un’economia [italiana] asfissiata dalla austerità teutonica» (Francesco Piccioni).

La base di partenza è duplice. Da un lato, la caratterizzazione della Cina come Paese socialista. Dall’altro, la rappresentazione dell’Italia come Paese oppresso dalla Germania e dalla UE “tedesca”. Se queste sono le premesse, cosa c’è di meglio per “il nostro Paese” dell’abbraccio liberatorio con Xi Jin Ping? L’accordo con la Cina diventa la celebrazione della “sovranità” riconquistata dell’Italia. Le obiezioni dell’imperialismo USA, le resistenze di Germania e Francia, non provano forse la bontà dell’accordo?

C’è davvero da stropicciarsi gli occhi di fronte a una rappresentazione tanto grottesca.

L’imperialismo USA fa i propri interessi, e dunque teme l’espansione della potenza imperialista cinese, sua rivale strategica. L’imperialismo tedesco fa i propri interessi, e dunque vuole tutelare la primazia dei propri affari con la Cina, e in Cina contro la concorrenza italiana. L’imperialismo francese fa i propri interessi, ha con l’Italia un contenzioso aperto su vari tavoli, e per questo osteggia l’operazione.

Ma l’imperialismo italiano?

Già, perché anche il “nostro” Paese è un Paese imperialista, che ha i suoi propri interessi.

Più precisamente, l’Italia è la settima potenza mondiale e la seconda manifattura d’Europa. È alleata degli USA e della Germania, ma non è una loro colonia. Contende alla Germania l’egemonia nei Balcani, contende alla Francia l’egemonia nel Nord Africa, contende alla Spagna un’area di influenza in Sud America. Per questa stessa ragione oggi l’imperialismo italiano mira ad allargare il proprio bacino d’affari con la Cina e verso la Cina, il più grande mercato di merci e capitali esistente al mondo, e al tempo stesso la più grande potenza imperialista emergente.

La natura concreta dell’accordo è evidente per entrambi i contraenti.

L’imperialismo cinese attraverso i porti italiani, Trieste in primis, allarga il canale di espansione in Europa, sbocco importante dei propri capitali in eccesso. L’imperialismo italiano attraverso l’accordo mira a contropartite altrettanto appetitose: l’apertura degli appalti pubblici in Cina per i costruttori italiani, l’allargamento delle esportazioni italiane nell’enorme mercato cinese, la compartecipazione italiana agli investimenti cinesi in Africa. La nomenclatura delle imprese italiane coinvolte negli accordi Italia-Cina è significativa: Ansaldo, SNAM, CDP, ENI, Intesa, Danieli… tutti i più grandi capitalisti italiani, nessuno escluso.

Non meno significativo è l’appoggio della grande stampa padronale all’accordo italo-cinese. Persino la stampa borghese liberale, oggi all’opposizione del governo giallo-bruno, ha coperto e sostenuto l’accordo, sino ad offrire pagine intere, un lungo e largo tappeto rosso, all’intervento cerimonioso del leader cinese (Corriere della Sera). Per non parlare della Presidenza della Repubblica, grande sponsor istituzionale dell’intesa.

Del resto il significato dell’accordo è stato illustrato nel modo più semplice da Du Fei, presidente della cinese CCCC, azienda gigantesca di costruzioni con 70 miliardi di dollari di fatturato e 118 mila dipendenti: “La torta è grande, mangiamola insieme” (testuale!).

Questo è “l’ossigeno puro” dell’intesa: riguarda i profitti, non altro.

Il problema, allora, non è essere “a favore” o “contro” l’intesa tra l’imperialismo cinese e l’imperialismo italiano, ma di avere un angolo di sguardo indipendente sulla faccenda.

Un angolo di sguardo che muova dall’interesse indipendente dei lavoratori, italiani e cinesi, e da una prospettiva socialista contro ogni imperialismo (USA, UE, Cina…), a partire dall’imperialismo nazionale di casa nostra.

L’unica intesa Italia-Cina che ci può interessare è quella che passa per la costruzione di un’alleanza internazionale tra operai italiani e operai cinesi contro i rispettivi capitalisti e imperialismi. “Proletari di tutti i Paesi, unitevi” significa questo. L’”unitevi” rivolto all’imperialismo italiano e cinese muove da una logica opposta: subalterna verso l’imperialismo di casa nostra e verso la realtà dell’imperialismo mondiale. Subalterna verso gli sfruttatori della classe lavoratrice, verso i nemici della causa socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori
Economia, Politica e Società

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

In e-mail il 3 Gennaio 2019 dc:

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

2 Gennaio 2019

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d’insieme. Doveva essere “la manovra del popolo”, è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell’indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all’assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell’operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2018). Siamo al punto che persino Matteo Renzi, sulle colonne di Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere-elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact – cioè il patto col capitale finanziario – i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l’operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull’Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021.

Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari” attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazza-salari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l’«abolizione della povertà», l’«orgoglio ritrovato dell’Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l’anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata.

La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell’edilizia scolastica.

Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previste sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici.

Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità.

Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi.

Si tagliano verticalmente, com’è noto, le spese per l’assistenza e l’integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro vengono decurtati da 18 a 24 su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All’altro capo della società le cose vanno diversamente.

Le imprese incassano la deducibilità dell’Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l’ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro.

Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65000 euro nel 2019, e sino ai 100000 nel 2020.

Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell’aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d’interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l’intero edificio della società borghese.

Nulla muterà per loro.

Continueranno a pagare l’80% del carico fiscale.

Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico.

Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall’abolizione dell’articolo 18.

Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l’uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell’organico aziendale).

Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale.

Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l’interrogativo su quale classe governerà l’Italia: se i padroni o i lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

Il “sacco di Milano”

In e-mail il 14 Dicembre 2019 dc:

La spirale dell’urbanistica predatoria: il “sacco di Milano”

dell’avvocato Sullam

Il futuro degli ex scali ferroviari e dell’ex Area Expo è al centro del dibattito urbanistico e della politica milanese. La “valorizzazione” di queste aree, già di proprietà pubblica, è l’ultima tappa della più che ventennale politica di “rigenerazione urbana”, che ha riempito le tasche di finanzieri, banchieri, immobiliaristi, promotori e costruttori edili, architetti di fama, affaristi vari, mentre svuotava i portafogli dei lavoratori e dei giovani, costretti a pagare fitti crescenti e mutui gravosi o ad allontanarsi sempre più dalla metropoli.

Il filo ininterrotto di quello che si può chiamare “il Sacco urbanistico di Milano” si dipana dalla Giunta Albertini a quella Moratti e passa poi dal “centro-destra” al “centro-sinistra” di Pisapia e Sala.

1. La Giunta Albertini (1997-2006) avvia e gestisce il Sacco di Milano.

La Giunta Albertini, sostenuta da Forza Italia – Lega Lombarda – Alleanza Nazionale e spalleggiata in Regione dalla Giunta Formigoni, dominata dai ciellini, si insedia nel 1997, quando si è ormai conclusa la lunga smobilitazione della grande industria milanese e – con essa – di gran parte della rete di piccole e medie fabbriche ad essa collegata.

Milano si è trasformata da metropoli industriale in città-ufficio e metropoli finanziaria, sede di banche, assicurazioni, società immobiliari, che si sono impadronite o possono disporre delle aree industriali dismesse, la cui superficie complessiva supera i 1000 ettari. La Giunta Albertini, con l’Assessore all’urbanistica, il ciellino Lupi1, avvia il piano battezzato “Ricostruire la Grande Milano”, la cui filosofia consiste nel lasciare mano libera ai proprietari e costruttori nell’utilizzo di ogni area disponibile, grande o piccola, in deroga al Piano Regolatore.

In pratica ogni proprietario è padrone a casa sua, libero di costruire cià che vuole dopo averlo richiesto all’Amministrazione comunale. A tal fine vengono utilizzati tutti gli strumenti della cosiddetta urbanistica contrattata, che pone il Comune al servizio delle promozioni edilizie: PII (Piani di Intervento Integrato); PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana); Varianti al Piano Regolatore Generale, mediante i quali il privato strappa al Comune elevati indici di edificabilità, che indicano i metri quadrati costruibili per ogni metro quadro di terreno.

Già sotto la precedente giunta leghista Formentini era stata approvata la Variante al PRG Bicocca, madre di tutte le operazioni di cosiddetta rigenerazione urbana, che consentiva di edificare sull’area degli ex stabilimenti Pirelli un enorme quartiere universitario e residenziale (ben 570.000 mq di “superficie lorda di pavimento” su 750.000 mq di terreno, con un indice dello 0,76) per salvare i conti del disastrato monopolio della gomma, che con Tronchetti Provera alla guida giocava la carta della speculazione immobiliare (Pirelli RE – Real Estate).

Sotto il binomio Albertini – Lupi si assiste all’orgia edilizia, con l’esplosione delle sopraelevazioni degli stabili esistenti, consentita da una speciale normativa regionale, e – per quello che qui interessa – con l’approvazione e l’avvio di altri 16 programmi, per complessivi 5.000.000 mq di superficie territoriale e oltre 2.500.000 mq di superficie lorda di pavimento, che si riportano nella tabella seguente (che comprende anche la Variante Bicocca).

1 Lupi metterà a frutto l’esperienza iniziata a Milano varando nel 2014 il suo Piano Casa in qualità di ministro dei lavori pubblici. Vedi l’articolo “Il piano casa Renzi – Lupi, un sogno per gli immobiliaristi, un incubo per i proletari” su R.C. marzo-aprile 2014.

 

Ambito

Sup. territ.

S.L.P.

Indice

Pll Montecity Rogoredo

1.150.000

614.000

0,53

Variante al PRG Bicocca

750.000

570.000

0,76

Accordo di programma Bovisa

642.000

250.000

0,39

PRU Rubattino ex Innocenti Maserati

611.200

301.950

0,49

PRU Palizzi Ex Finalube

453.870

135.935

0,30

Accordo di programma Portello

380.000

158.000

0,42

Pompeo Leoni Ex Om

313.900

153.082

0,49

Pll Adriano Marelli

310.000

230.000

0,74

Accordo di programma e PRUSST Porta Vittori

300.000

120.000

0,40

Citilife area Ex Fiera

255.000

300.000

1,18

Garibaldi repubblica (escluso il polo istituzionale)

230.000

116.000

0,50

PRU Lorenteggio ex Dalmine Scac

166.311

68.610

0,41

Lodi Ex Tibb Tecnomasio

68.600

33.054

0,48

Variante al PRG Ansaldo

47.000

70.500

1,50

Ex Motta

32.600

21.244

0,65

Via Grazioli

23.729

5.4233

0,65

Via Savona e Brunelleschi

27.424

22.508

0,82

TOTALI

5.761.534

3.170.306

Indice medio 0,63

Ciascuno di questi interventi attrae – come un magnete – una miriade di operazioni edilizie minori, su piccole aree vicine o su edifici da ristrutturare. Inoltre, la Giunta dà il via al Piano Parcheggi, che prevede lo scavo di decine di autorimesse sotterranee, con un investimento previsto di 2 miiardi di Euro.

Dietro ad ogni operazione, grande o piccola che sia, stanno le banche – Intesa/Unicredit/BPM in testa – che aprono le vanne del credito facile per importi miliardari a favore di immobiliaristi, promotori e costruttori, con la speranza di recuperarli presto e di erogare nuovi mutui ai compratori dei singoli appartamenti. È una ruota che gira vorticosamente, mossa dall’aspettativa di prezzi crescenti.

Il decennio Albertini termina in un’atmosfera euforica col varo dei maggiori interventi di rigenerazione urbana: CityLife sull’area della Fiera in zona Sempione (il nostro Central Park secondo Albertini), Porta Nuova sull’area Garibaldi-Repubblica (il nuovo centro direzionale, residenziale e commerciale di lusso), Montecity Rogoredo sulle aree ex Montedison di Linate ed ex acciaieria Redaelli di Rogoredo (destinata a diventare la nuova Montenapoleone secondo il promotore Zunino che le aveva acquistate), sotto il segno degli Archistar di fama mondiale, che li hanno progettati.

Tra il 2000 e il 2015 viene stravolto il tessuto urbano di Milano, definitivamente occupato da quartieri residenziali di gran lusso per i nuovi ricchi, costruiti come gated communities, aree urbane privatizzate, recintate e sorvegliate (CityLife e Bosco Verticale a Porta Nuova); da quartieri riservati ai ceti medi più abbienti, peraltro incompiuti e sforniti di qualsiasi servizio a parte il supermercato “Esselunga” che si installa ovunque (Lambrate-Rubattino; Rogoredo; Pompeo Leoni- ex OM; Crescenzago ex Marelli) e da centri direzionali sorti sulle aree dismesse dall’industria.

Questi quartieri vengono innestati nel corpo della città senza un disegno urbanistico complessivo, anzi contro di esso: non hanno strade di accesso né linee di trasporto pubblico adeguate ai nuovi flussi di traffico, le infrastrutture sono molto ridotte rispetto al costruito, vi è carenza di servizi comuni aperti e fruibili dalla cittadinanza, se non a pagamento.

Soprattutto, la loro edificazione elimina in radice la possibilità di costruire quartieri popolari o servizi comuni, perchè ogni area disponibile è stata consegnata alla predazione privatistica, che si avvita sulla valorizzazione di ogni centimetro quadrato di terreno e così esclude un utilizzo sociale del territorio urbano.

 

Giunto al termine del mandato, nel 2005 Albertini vuole chiuderlo in gloria: il Comune stipula con Ferrovie dello Stato S.p.A. l’Accordo Di Programma (ADP) per la riqualificazione di sette scali urbani, aventi una superficie complessiva di circa 1.300.000 mq (130 ettari), su cui costruire – mediante appositi PII – nuovi quartieri residenziali e direzionali con alta densità edilizia. È la prima volta che gli scali ferroviari, ormai in gran parte inutilizzati dopo la smobilitazione delle industrie, fanno capolino nella politica urbanistica meneghina.

A conclusione dell’esame della politica urbanistica del decennio Albertini va anche detto che l’esperienza di deroga generalizzata alla regolamentazione urbanistica vigente, accumulata a Milano, viene messa a frutto dalla contigua Regione Lombardia con il varo della L.R. 12/2005, che in luogo del rigido Piano Regolatore Generale istituisce il Piano di Governo del Territorio, strumento super-flessibile a disposizione della proprietà immobiliare e della speculazione edilizia, che viene di seguito esaminato.

2. La Giunta Moratti (2006 – 2011): i sogni del PGT e di Expo 2015.

Albertini lascia il posto di Sindaco a Letizia Moratti, collega di centro-destra, esponente di un proprio gruppo politico-affaristico collegato, ma concorrente, con Berlusconi. Il nuovo Assessore all’urbanistica è Masseroli, ciellino come Lupi e come lui sodale di Formigoni, Presidente della Giunta regionale, che si dedica alla stesura del nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT), mentre la Sindaca, collaborando con il governo Prodi, lancia la candidatura di Milano a sede dell’Expo Universale del 2015. PGT e Expo sono le due gambe su cui deve avanzare la “trasformazione urbana” di Milano, avviata da Albertini.

Il PGT viene adottato nel febbraio 2011 al termine della sindacatura Moratti, ma la Giunta non riesce a pubblicarlo prima delle elezioni del maggio seguente. Il PGT Masseroli serve a consolidare ed “eternizzare” la predazione privatistica del territorio milanese, rompendo con la tradizione urbanistica borghese del ‘900, che con il Piano Regolatore Generale ordinava lo sviluppo della città secondo le esigenze dell’industria (aree industriali, aree residenziali, aree di edilizia popolare, aree a verde, ecc…) e afferma il dominio della finanza parassitaria su tutto il territorio.

Il Piano Regolatore assegnava a ogni terreno una destinazione d’uso precisa, che ne determinava il valore, ben diverso se l’area era agricola, industriale, commerciale, residenziale libera ovvero pubblica, ecc.

Il PGT Masseroli introduce invece il principio dell’indifferenza funzionale, che abolisce la suddivisione del territorio urbano, propria del Piano Regolatore, in zone a diversa destinazione allo scopo di consentire ai proprietari di costruire immobili per qualsiasi uso o di ristrutturarli mutando le destinazioni d’uso precedenti, secondo le cangianti esigenze del mercato immobiliare e della richiesta di servizi.

Il PGT, inoltre, assegna ad ogni proprietario di suolo urbano un eguale diritto di edificazione, in base al criterio della perequazione estesa introdotto dalla Legge Regionale 12/2005 (democrazia della proprietà immobiliare ovvero dei ricchi).

Di conseguenza questo diritto, che inerisce al terreno, non può andare perduto: semplicemente, se il proprietario – privato o pubblico o ente religioso o morale che sia – di un determinato terreno non può edificarlo perchè l’area è destinata a verde pubblico o a servizi (ospedali, caserme, scuole e perfino chiese), egli può trasferire il diritto di edificare su un altro terreno di sua proprietà o cederlo a proprietari di altri terreni, sommandolo al diritto pertinente a quell’area.

Il trasferimento del diritto può così avvenire da terreni periferici a terreni centrali o comunque aventi una rendita differenziale più elevata, aumentando la volumetria disponibile per costruzioni che hanno maggior valore di mercato ed incoraggiando la costruzione in altezza, lanciata sotto Albertini con le tre Torri di Citylife, la torre Unicredit e il Bosco Verticale di Porta Nuova, il “Formigone” nuova sede della Regione, ecc..

Va anche sottolineato che il PGT Masseroli assegna ad ogni metro quadrato di terreno cittadino un indice unico di edificabilità pari a 0,5 che è elevatissimo (si possono costruire 0,5 mq per ogni mq di terreno posseduto o trasferire il diritto su altri terreni).

 

Il territorio urbano viene così trasformato in capitale da vendere senza più vincoli, spostando i diritti edificatori da aree di minor valore a aree più pregiate, come se fossero mattoncini Lego.

I diritti di edificazione perequati e la indifferenza funzionale propria di qualsiasi area diventano un assegno circolare nelle mani dei proprietari, privati, pubblici o religiosi che siano. La circolazione dei terreni e quella degli immobili dismessi viene così facilitata. Con essa cresce la centralizzazione della proprietà immobiliare in poche mani, favorendo la valorizzazione e rigenerazione urbana di aree sempre più grandi.

La finanza mette così definitivamente le sue mani sulla città, in quanto con il PGT si passa dal periodo anarchico dell’urbanistica contrattata in deroga al PRG all’anarchia urbanistica eretta a sistema: finanzieri immobiliaristi costruttori, accumulate diritti di edificazione, costruite dove più vi conviene e come volete, arricchitevi!

Il PGT, quindi, apre la strada allo sconvolgimento permanente della città e con esso della vita quotidiana dei cittadini, che – a seconda delle scelte dei padroni della metropoli – potranno trovarsi in pochi anni circondati da enormi palazzi, quartieri direzionali, centri commerciali, che tolgono aria, luce e panorama e portano traffico, inquinamento, rifiuti, sporcizia.

Completa il PGT la densificazione edilizia. Masseroli consente di costruire con alti indici di edificabilità, in previsione dell’aumento della popolazione residente da 1.300.00 a 1.700.00 persone. Anche a Milano arriva il tempo dei grattacieli, con la giustificazione ecologica di evitare il consumo del suolo.

Si affianca al PGT il progetto Expo 2015, che Milano strappa nel 2008 alla concorrente turca Smirne.

Senza entrare nell’analisi complessiva di Expo 20152, va sottolineato – sul piano strettamente urbanistico – che la scelta del terreno per la sede dell’Expo, da parte della Moratti, non è affatto casuale.

L’area Expo, situata all’estrema periferia nord-ovest di Milano e in parte nel Comune di Rho, è un terreno agricolo, confinante con la Fiera di Milano-Rho e con l’area di Cascina Merlata, chiuso da svincoli autostradali e rilevati ferroviari, inquinato dagli sversamenti della ex raffineria IP su cui è sorta la nuova Fiera.

Ha tre proprietari: la Fondazione Fiera, che ne possiede poco più del 50 per cento ma ha sulle spalle un forte debito, l’immobiliarista Cabassi, proprietario di un terzo circa, e il Comune di Milano per il residuo.

Vale 16 € al mq, prima della sua trasformazione in area edificabile, grazie alla quale il valore si decuplica al momento della vendita alla società pubblica Arexpo, creata proprio a questo scopo e munita di un mutuo di 300 milioni di Euro erogato dalle grandi banche nazionali. Arexpo acquista il terreno: la Fondazione Fiera Milano, che è un feudo di Comunione e Liberazione in combutta con Assolombarda, può coprire il suo indebitamento e Cabassi realizzare, a spese pubbliche, una forte plusvalenza. Inoltre, la Lega Coop, che intende costruire sulla contigua area di Cascina Merlata un grande quartiere residenziale in una zona poco servita e collegata, potrà trarre vantaggio dalle opere e infrastrutture previste per Expo3.

2 Vedi l’opuscolo (Nota mia: non presente qui)
3 Riportiamo la propaganda veicolata da un articolo di “MilanoToday”: “A Cascina Merlata sorgerà “Uptown, il nuovo ‘quartiere’ di lusso di Milano, […] interamente geotermico e teleriscaldato. Il primo in Italia totalmente a impatto zero, con edifici in classe A e zero emissioni. Il tutto, naturalmente, senza perdere di vista la bellezza”, una cittadella di 12 mila abitanti comprensiva di “Uptown park”, un parco verde urbano di 250 mila metri quadri attrezzati, di “Uptown school”, un plesso scolastico che va dalla materna alla media, e di “Merlata Mall”, il centro commerciale più grande di Milano (cfr. “MilanoToday”, 1o giugno 2016).

 

Dietro alla scelta della Moratti, caduta su un terreno estremamente periferico, inquinato e chiuso da barriere autostradali e ferroviarie, stanno quindi interessi potenti. Inoltre, il terreno individuato dalla Sindaca, che si può ormai chiamare l’area del miracolo a Milano, si trova sulla storica direttrice nord-ovest di sviluppo della metropoli, che segue la linea del Sempione, che va da Citylife al Portello-Fiera e da questo alla nuova Fiera Milano-Rho. Infine, ai lati di questa direttrice stanno le vicine aree della Bovisa e dello Scalo ferroviario Farini, la più importante di quelle indicate nell’Accordo di Programma Comune/F.S del 2005.

Moratti e Masseroli continuano, peraltro, a trattare con F.S. riguardo agli scali4; e l’Accordo di Programma per la loro trasformazione urbana viene inserito nel nuovo PGT, che prevede un’altissima volumetria a favore di F.S.

I sogni di gloria di Moratti e Masseroli si infrangono sul muro della crisi finanziaria e immobiliare, che dal 2008 al 2011 travolge anche Milano, e affondano nel pantano dei conflitti di potere tra le cordate affaristico-politiche, che puntano a controllare i finanziamenti pubblici miliardari da stanziare per Expo 2015.

4 Sotto la Giunta Moratti, Comune e Ferrovie dello Stato proseguono la trattativa per il riutilizzo degli scali: nel 2007 si insedia una segreteria tecnica; nell’aprile 2008, viene effettuata la Valutazione Ambientale Strategica, pubblicata nel dicembre 2009. Viene delineato un nuovo quadro programmatico che disciplina gli scali come ATU (Ambiti di Trasformazione Urbana). Il Comune concede un’elevata potenzialità edificatoria, pari a 0,65 mq per ogni mq di superficie, addirittura aumentata a 1 mq per mq di superficie nel PGT approvato all’inizio del 2011!

Qui interessa il primo aspetto, perchè la crisi immobiliare travolge i protagonisti dell’urbanistica contrattata.

Cade per primo Zunino, il cui gruppo Risanamento fallisce, facendo abortire il progetto Montecity, di cui è stato realizzato solo il quartiere di edilizia convenzionata, con l’abbandono della nuova Montenapoleone progettata dall’architetto Norman Foster5.

Lo segue nella rovina il gruppo Coppola, impegnato nella costruzione del quartiere di lusso sull’area dell’ex Scalo Vittoria, tuttora incompleto e vuoto.

Soprattutto crolla il gruppo Ligresti Sai-Fondiaria, che sotto l’ala di Mediobanca ha avuto per decenni il controllo di oltre metà delle aree edificabili di Milano e aveva costituito un gigante assicurativo-immobiliare-edilizio6.

La voragine dei debiti accumulati dai grandi immobiliaristi piomba i bilanci delle maggiori banche milanesi, i cui crediti sono ormai incagliati o inesigibili. Le grandi e piccole operazioni edilizie lanciate sotto Albertini e proseguite con il vento in poppa sotto la Moratti si arenano nella crisi delle vendite e nel gelo del credito bancario, che sgonfia la corsa al rialzo dei prezzi degli immobili, carburante della spirale speculativa avviata dal 1996. Il mercato immobiliare e la politica urbanistica milanese ballano ormai sui debiti, travolgendo la Giunta Moratti e portando al potere la Giunta Pisapia.

3. La Giunta Pisapia (2011-2016) tiene a galla i padroni della città.

Pisapia e la sua alleanza di centro-sinistra sbaragliano la Moratti nel giugno del 2011, sull’onda di un vasto malcontento popolare e anche con il sostegno di importanti frazioni della finanza meneghina, scontenta della paralisi del centro-destra cittadino. Assessore all’urbanistica e Vice Sindaca è l’avvocata amministrativista De Cesaris, rappresentante della lista arancione del Sindaco, che si assume il compito di far approvare definitivamente il PGT Masseroli, adeguandolo alla

5 Il fallimento di Risanamento travolge anche il progetto di Renzo Piano per l’area ex Falck di Sesto san Giovanni.
6 Ligresti aveva acquisito con Generali ed Allianz l’area ex Fiera Milano, dove stava edificando Citylife (da cui era dovuto uscire cedendo la propria quota ai due soci), possedeva tutte le cascine ai confini di Milano, in particolare l’area in zona Ripamonti destinata alla costruzione del CERBA del Prof. Veronesi (che non vedrà mai la luce). Il suo gruppo, quindi, avrebbe tratto enormi vantaggi dal PGT di Masseroli.

 

mutata situazione economica e del mercato, mentre Pisapia si getta a corpo morto nell’opera di condurre in porto Expo 2015, collaborando con il Commissario Straordinario Beppe Sala. Non vi è quindi alcun mutamento di rotta rispetto agli obiettivi della Giunta precedente.

La Giunta Pisapia per prima cosa vara definitivamente il PGT il 22 maggio 2012, apportandovi le modifiche sulle quali per mesi la De Cesaris ha raccolto le osservazioni e l’adesione degli operatori e professionisti del settore edilizio.

Viene conservata l’essenza del PGT Masseroli: la perequazione e l’indifferenza funzionale, per lasciare mano libera alla predazione privatizzatrice del territorio.

Si riduce invece l’indice unico di edificabilità da 0,5 a 0,35 mq/mq, perchè i progetti ottimistici di sviluppo della città, cui si era ispirata la Giunta Moratti, non hanno più ragione di essere nel pieno della crisi sistemica, con migliaia di nuovi appartamenti invenduti nella metropoli e il credito bancario quasi inesistente: sognare di aumentare la popolazione cittadina di 400.000 abitanti e di aprire migliaia di nuovi cantieri per costruire grandi volumetrie, oltre che inutile, è pericoloso per la tenuta dei prezzi immobiliari e la conclusione di tutti i progetti in corso, che trovano compratori con estrema lentezza7. La modifica del PGT, approvata dalla Giunta Pisapia serve pertanto a mettere in sicurezza i valori immobiliari.

In secondo luogo, Pisapia coadiuva Sala nel tentativo di riprendere il tempo perduto tra il 2008 e il 2011 per il progetto Expo, avviando l’esecuzione delle opere indispensabili per inaugurare l’Esposizione nel 2015. Tra il 2011 e l’inizio del 2015 Milano si fa bella per Expo, spendendo centinaia di milioni di Euro sottratti dal bilancio comunale agli interventi sociali ed investendone altri in Arexpo.

La Giunta, attenta alle esigenze di finanzieri, costruttori, albergatori e operatori turistici, affittacamere e professionisti vari, sostiene Expo 2015 per affermare un nuovo Modello Milano, efficiente, concorrenziale, attrattivo per capitali turisti e uomini d’affari, e per contribuire così alla ripresa del mercato immobiliare. La validità, per la finanza immobiliare, della politica urbanistica della Giunta Pisapia viene confermata dagli investimenti miliardari dei fondi sovrani dei petro-Stati del Golfo Persico, che acquistano tra il 2013 ed il 2016 grandi immobili di pregio e l’intero quartiere di Porta Nuova, da poco terminato dal promotore Coima di Manfredi Catella.

Rispetto alle esigenze abitative dei lavoratori e dei giovani, quindi, nulla cambia tra Moratti e Pisapia, tra centro-destra e centro-sinistra. La stella polare di entrambi è l’interesse dei padroni della città, la valorizzazione dei terreni, delle case e della metropoli nel suo complesso: che è il motore del processo di espulsione dei ceti popolari dalla metropoli, se non riescono a pagare affitti esosi o mutui che li strangolano.

Il successo di Expo 2015, gli investimenti immobiliari esteri e il relativo alleggerimento della stretta creditizia, favorito dalla BCE, consentono di riprendere il filo della trasformazione urbana, interrotto dalla crisi del 2008-2011.

A metà del 2015, al centro della politica urbanistica, messo in cascina il PGT e aperti i cancelli di Expo, stanno due questioni: l’uso delle aree ferroviarie e il destino dell’ex area Expo.

Si tratta, in complesso, di circa 2.500.000 mq, 250 ettari, su cui si intrecciano gli interessi delle società pubbliche proprietarie delle aree (gruppo FS e Arexpo), delle banche interessate al finanziamento dei vari progetti, dei costruttori, ecc. E sono le due questioni sulle quali la Giunta Pisapia si sfalda8.

La crisi della Giunta si manifesta sul nuovo Accordo Di Programma (ADP) con il Gruppo F.S. per la rigenerazione e riqualificazione urbana degli scali ferroviari, trattato a lungo dall’Assessore De Cesaris e sottoscritto dal Sindaco nel giugno 2015, per sostituire il precedente ADP Moratti del 2009.

7 Ad esempio, Citylife, che prevedeva di terminare i lavori entro il 2015, è costretta ad eliminare parte del progetto e chiedere alla Giunta Pisapia, che la concede, la proroga del termine dei lavori al…2023
8 Il 22 marzo 2015 lo stesso Pisapia aveva annunciato la propria intenzione di non ricandidarsi per un secondo mandato nel 2016.

 

L’ADP De Cesaris riguarda sette scali ferroviari che, dal più grande al più piccolo, sono i seguenti: Farini (superficie utilizzabile e trasformabile di 500.000 mq); Porta Romana (220.000 mq); San Cristoforo (120.000 mq); Porta Genova (100.000 mq); Lambrate (50.000 mq); Certosa e Rogoredo (30.000 mq ciascuno).

A parte gli scali molto periferici di San Cristoforo, Rogoredo, Certosa e Lambrate, quelli di Farini e Porta Romana sono ormai divenuti semi-centrali e quello di Porta Genova centralissimo. Inoltre, Farini ha una posizione strategica tra l’asse del Sempione e il nuovo centro di Porta Nuova; mentre Porta Genova e Porta Romana si trovano nelle ex aree industriali colonizzate da moda, design, Università Bocconi.

L’ADP Moratti concedeva a F.S. un’alta densità edilizia, pari a 822.000 mq di superficie lorda di pavimento, ma prevedeva la quota del 50% da destinarsi all’edilizia a canone agevolato o concordato e all’edilizia convenzionata in proprietà, da costruire in ciascuno degli scali (si affermava il principio del mix abitativo, che impone la presenza del cosiddetto housing sociale accanto all’edilizia di pregio).

L’ADP De Cesaris riduce la s.l.p. (superficie lorda di pavimento) a 674.500 mq, destina maggiori superfici a verde, ma consente a F.S. di riservare ben 518.000 mq all’edilizia residenziale più pregiata, sacrificando la superficie destinata all’edilizia popolare e convenzionata a 155.000 mq (pari a 2.600 alloggi di 60 mq).

Per giunta prevede la concentrazione dell’housing sociale negli scali super periferici di Certosa, Rogoredo e Lambrate, che rimangono in funzione; riserva a verde tutto lo scalo periferico di San Cristoforo destinato a diventare un parco lineare di 140.000 mq lungo il Naviglio; concede in tal modo a F.S. l’opportunità di destinare ad edilizia di pregio le aree degli scali più centrali di Porta Genova, Farini, Porta Romana, concentrando negli ultimi due i diritti edificatori e contribuendo ad aumentare i ricavi dell’operazione Scali.

La valorizzazione delle aree garantita dal Comune al Gruppo F.S. è dunque massima, mentre è minima la cura per le esigenze abitative dei lavoratori e dei giovani, confinati in zone disagiate. L’indice di democraticità urbanistica della Giunta di centro-sinistra è addirittura inferiore a quello dell’aristocratica Moratti!

L’Assessore De Cesaris si dimette il 14/7/20159, aggravando la crisi della Giunta Pisapia, che difatti non riesce a far ratificare dalla propria maggioranza e dal Consiglio Comunale la Delibera con cui il Sindaco aveva sottoscritto l’ADP pattuito con il Gruppo F.S.

In questo quadro politico la Giunta Pisapia non può neppure pensare di cimentarsi sulla questione del futuro utilizzo dell’Area Expo. Entrambe le questioni vengono lasciate alla Giunta che dal giugno 2016 prenderà il posto di quella arancione.

4. La Giunta Sala (2016 in avanti) prosegue il Sacco di Milano.

La nuova Giunta di centro-sinistra si insedia nel luglio 2016. Assessore all’urbanistica è il piddino Maran. Nel programma di Sala, ex Commissario Straordinario di Expo 2015, campeggiano: il varo dell’ADP per gli ex scali ferroviari; l’utilizzo dell’ex Area Expo; l’aggiornamento del PGT, che dipende dai primi due punti; il risanamento di quartieri Aler degradati, situati vicino a ex-scali ferroviari (Giambellino e Corvetto).

Per quanto riguarda gli scali Maran non perde tempo. Concorda con F.S. Sistemi Urbani S.r.l. (società cui sono state conferite le aree degli ex scali da valorizzare) una campagna di marketing urbano, mediante articoli sui maggiori quotidiani e soprattutto con la mostra alla Triennale – intitolata Dagli scali, la nuova città – che nel dicembre 2016 presenta dei progetti di massima dei nuovi quartieri, elaborati da vari Archistar con la solita tecnica del rendering-fumo negli occhi. Il Comune spaccia queste iniziative – attuate dal promotore edilizio F.S. Sistemi Urbani – come parte dell’attività di ascolto e partecipazione dei cittadini, mentre tratta con F.S. qualche modifica dell’ADP De Cesaris – Pisapia, abortito nel 2015. In questo clima promozionale, il 23 giugno 2017

9 Viene sostituita da Alessandro Balducci, professore di pianificazione e politiche urbane e Pro-Rettore del Politecnico di Milano

 

viene stipulato da Comune di Milano, Regione Lombardia, F.S. (con F.S. Sistemi Urbani e RFI) il nuovo ADP, cui partecipa perfino un fondo immobiliare privato proprietario di un’area all’interno dello Scalo Farini10. Il Consiglio Comunale approva l’ADP venti giorni dopo: ci sono voluti 15 anni, ma F.S. ce l’ha fatta.

10 L’ADP Sala prevede lo stesso elevato indice di edificazione (0,65) concesso da Pisapia a F.S., che così ottiene la possibilità di edificare 674.000 mq di s.l.p. Di questi, solo 155.000 mq, pari al 23% saranno dedicati a edilizia agevolata o a canone concordato, come con Pisapia, più ulteriori 47.180 mq per abitazioni di edilizia convenzionata (7% del costruito, appartamenti da 2.700-3000 €/mq). Muta la quota di edilizia non residenziale (uffici, servizi, commerci), che sale dal 6% al 30% della volumetria, riducendo la quota dell’edilizia residenziale libera di pregio al 40% pari a 269.600 mq. Dato che l’ADP Sala – Maran prevede più aree verdi, la volumetria sarà costruita in altezza, con nuove torri abitative che svetteranno sulla città. In cambio, come già previsto nell’ADP De Cesaris, per soddisfare l’interesse pubblico che ha consentito di ricorrere allo strumento amministrativo dell’ADP e non a quello più complesso della Variante al PGT, F.S. s’impegna ad investire ben…..50 milioni di Euro per lo sviluppo della Circle Line, linea su ferro attorno a Milano, sfruttando i collegamenti già esistenti tra gli ex scali. L’interesse pubblico di tutta l’operazione Scali si riduce pertanto, come il biblico piatto di lenticchie, ad un investimento di …50 milioni nella rete ferroviaria milanese, a fronte di un utile 20 volte superiore.

L’ADP è una vittoria per F.S. ed una sconfitta per la cittadinanza milanese. Con esso il Comune riconosce F.S., attraverso Sistemi Urbani S.r.l., come legittimo proprietario privato delle aree su cui insistono i 7 scali ferroviari e sancisce il suo diritto di deciderne la destinazione urbanistica con operazioni di trasformazione e rigenerazione, volte a massimizzare la propria rendita immobiliare ed il profitto ottenibile come promotore edilizio.11

Come è apparso molto chiaramente con la citata campagna di marketing urbano che ha preparato il terreno al varo dell’ADP, il Comune di Milano svolge una funzione ancillare rispetto agli interessi privati di F.S., come fece ai tempi dell’Amministrazione Albertini con gli speculatori immobiliari allora attivi e potenti.

Si tratta di una questione politica e giuridica di grande importanza, perchè le aree degli scali ferroviari furono acquisite dallo Stato e conferite alle Ferrovie dello Stato per lo sviluppo dei trasporti pubblici.

La loro natura demaniale imporrebbe, una volta terminata la destinazione ferroviaria al servizio di industrie da tempo smobilitate, una nuova destinazione ad uso pubblico e al servizio della città, certamente non l’utilizzo delle aree per far sorgere quartieri destinati ai ricchi, desolatamente vuoti come molti immobili di CityLife o le Torri Solaria a Porta Nuova. Né l’originaria natura delle aree e l’interesse pubblico potrebbero essere superati dal fatto che l’Ente F.S. sia stato trasformato in S.p.A., posseduta al 100% dal Ministero dei Trasporti, e abbia poi costituito un gruppo di società operative, tra cui la suddetta F.S. Sistemi Urbani S.r.l. cui ha conferito quei terreni.

11 Secondo l’urbanista Gabriele Mariani, su Arcipelago Milano del 31/5/2017, il totale degli oneri di urbanizzazione e dei costi di costruzione, progettazione, finanziari dell’intera operazione sui 7 scali ammonterebbe a 1,259 miliardi di euro, mentre i ricavi sul costruito vendibile liberamente ammonterebbero a 2,244 miliardi, con una plusvalenza di 985 milioni. L’urbanista Roberto Camagni giunge a una stima leggermente superiore, includendo anche la vendita degli immobili di edilizia convenzionata.

Invece, sta avvenendo esattamente il contrario nel nome della tutela del patrimonio di F.S. in vista della quotazione in Borsa della società e dei guadagni dei privati che ne acquisteranno le azioni.

Si chiude così nel peggiore dei modi un ventennio di predazione privatizzatrice del territorio urbano, favorita da tutte le amministrazioni comunali, e inizia la fase della privatizzazione speculativa delle grandi aree in origine demaniali, che ormai rappresentano la maggior riserva per le future operazioni di rigenerazione urbana e speculazione fondiaria.

In questa nuova fase, sarà lo Stato proprietario a speculare sulle aree da valorizzare in barba alla loro destinazione pubblica. Infatti, dopo la questione degli ex scali ferroviari, si aprirà quella dell’utilizzo della Piazza d’Armi di Baggio nonché delle caserme Montello, Rubattino, Mameli, dei Magazzini raccordati Centrale e di altri terreni di proprietà pubblica, tutte inserite nel PGT vigente dal 2012 come ATU (Ambiti di Trasformazione Urbana) al pari degli ex scali ferroviari.

 

Si può quindi concludere che la ri-generazione degli ex scali ferroviari o delle caserme, previste nel PGT di Milano, servirà – attraverso la gestione diretta delle operazioni immobiliari oppure attraverso la vendita dei terreni pubblici ai grandi promotori finanziario-immobiliari – a generare rendite e profitti privati in danno della cittadinanza, definitivamente spogliata della possibilità di utilizzare socialmente aree demaniali, sulle quali si svilupperà ulteriormente la città dei ricchi e degli affari, riservata ai possidenti e al consumo pagante12.

La logica di privatizzazione immobiliare caratterizza anche il progetto messo in piedi da governo, Comune di Milano, Regione Lombardia per utilizzare l’ex area Expo, ma in questo caso si va oltre: l’operazione potrà andare in porto solo se ci saranno finanziamenti pubblici molto ingenti, all’ombra dei quali gli investitori privati avranno profitti e rendite garantiti nel tempo. Vediamo in quale modo.

12 Nel 2013 il Ministero dell’Economia ha costituito Invimit Sgr (investimenti Immobiliari Italiani Sgr), che così si presenta: “L’obiettivo di fondo …è, operando in ottica e con logiche di mercato, di cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, attraverso l’istituzione, l’organizzazione e la gestione di fondi comuni di investimento chiusi immobiliari, come previsto dagli artt. 33 e 33-bis del Decreto Legge 98/2011” intitolato Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria, emanato dal Governo Monti. Invimit dovrebbe essere il veicolo per la vendita del demanio statale e di quello degli Enti Locali, in collaborazione con ANCI e Cassa Depositi e Prestiti

La società pubblica Arexpo13 ha indetto nel febbraio 2017 un bando ristretto per affidare in concessione ad uno sviluppatore immobiliare tutta l’area, destinata a diventare sede del Parco della Scienza del Sapere e dell’Innovazione.

Lo sviluppatore deve presentare un idoneo masterplan per l’area, a suo tempo perfettamente attrezzata ed infrastrutturata a spese pubbliche, sulla base del quale potrà gestirla per 99 anni, in cambio del pagamento di un canone annuo, con cui Arexpo restituirà il mutuo contratto con le banche per acquistare il terreno destinato all’Esposizione.

L’investimento richiesto al vincitore del bando è elevato, nell’ordine di alcuni miliardi di Euro. La garanzia dell’investimento sta nel fatto che nel Parco della Scienza si insedierà l’Human Technopole dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che occuperà il Palazzo Italia già costato 60 milioni di Euro; verranno trasferiti da Città Studi i Dipartimenti Scientifici dell’Università Statale di Milano; verrà costruito il nuovo Ospedale Galeazzi del Gruppo Rotelli-Policlinico San Donato.

13 Azionisti di Arexpo sono attualmente: il Ministero dell’Economia, 39,28%; Regione Lombardia e Comune di Milano, ciascuno per il 21,05%; Fiera Milano per il 16,80%; Comune di Rho per lo 0,61%. L’ex Assessore all’urbanistica De Cesaris è stata nominata nel CdA Arexpo, mentre il Presidente è Giovanni Azzone, rettore del Politecnico, ed Amministratore Delegato è il leghista avvocato Giuseppe Bonomi, in rappresentanza della Regione. È da notare il fatto che il Politecnico appoggia il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale nell’area Expo, perchè interessato ad espandersi a Città Studi.

Questo nucleo dovrebbe attrarre migliaia di ricercatori, dipendenti, docenti, medici, degenti e loro familiari, oltre a quasi 20.000 studenti, consentendo allo sviluppatore di urbanizzare l’area secondo il masterplan approvato, costruendo immobili direzionali, destinati ad ospitare imprese specializzate nella ricerca, immobili residenziali, per negozi e servizi, la cui locazione o cessione lo ripagherà dei costi e gli garantirà profitti…secolari.

A parte il cospicuo finanziamento statale di 150 milioni annui per 10 anni, già stabilito dal governo Renzi in favore di Human Technopole, è previsto l’ulteriore investimento di 380 milioni di Euro, da parte dell’Università Statale, per consentire la costruzione delle nuove sedi, aule, laboratori delle facoltà scientifiche. Questo ulteriore importo è posto per un terzo a carico del governo, dovrebbe provenire per un altro terzo dalla cessione delle sedi universitarie di Città Studi e per il resto da un prestito bancario la cui restituzione graverà sul bilancio dell’Università per decenni.

Si tratta di enormi risorse pubbliche, che per quanto riguarda il trasferimento delle facoltà scientifiche verranno spese inutilmente, essendo quelle strutture perfettamente inserite nel quartiere di Città Studi, ove sono sorte e si sono nel tempo rinnovate, con investimenti meno gravosi14.

Come detto, l’Area Expo è proprio l’area dei miracoli: in passato, la vendita ad Arexpo, a prezzo decuplicato, di questa landa agricola e inquinata ha consentito a Fondazione Fiera di sanare i propri debiti; nei decenni a venire sarà una benedizione per i profitti dello sviluppatore immobiliare e consentirà ad Arexpo di ripagare il mutuo contratto con le banche; nel frattempo farà girare tanti soldi nei cantieri per costruire il Parco della Scienza e per sostituire, a Città Studi, le ex facoltà scientifiche abbandonate dalla Statale.

14 Contro il trasferimento delle facoltà scientifiche si stanno mobilitando comitati di residenti di Città Studi, timorosi di vedere stravolto il quartiere che è da sempre organizzato attorno alla vita universitaria e anche di perdere fonti di reddito garantite dalla presenza degli studenti (locazioni, servizi, ecc.)

 

Come si vede, anche nel Modello Milano ̧ magnificato dal potere e dalla sua stampa come campione nella ricerca-tecnologia-industria 4.0 – etc. etc., vale sempre il vecchio adagio: finchè gira il mattone tutto gira…ma a spese di chi? E con questo veniamo alle questioni di classe poste dallo sviluppo del parassitismo finanziario-immobiliare.

5. I due volti della metropoli del capitale parassitario: case di lusso e posti-letto in alloggi e tuguri sovraffollati.

La politica urbanistica è sempre stata una delle manifestazioni più importanti del potere borghese. Fino al 1980 circa essa ha contemperato i rapporti tra i proprietari fondiari e quelli tra la proprietà fondiaria e le altre frazioni della borghesia, tra le quali predominava il capitale industriale, che aveva la necessità di disporre di aree per la produzione e di una crescente forza-lavoro, da alloggiare a buon mercato.

Il predominio dell’industria ha quindi favorito, in determinati periodi, la costruzione di case popolari e alloggi a riscatto.

Il processo di accumulazione del capitale è entrato in crisi dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso. Dagli anni ‘80 si è affermato il capitale parassitario (unione di capitale bancario- assicurativo-industriale-immobiliare), con la trasformazione dei grandi gruppi monopolistici in gruppi parassitari finanziario-immobiliari, non solo proprietari di fabbriche in funzione ma – sempre di più – di fabbriche smobilitate, le cui enormi aree sono divenute terreni da valorizzare, fonte di elevate plusvalenze e rendite, essenziali nell’epoca della crisi dell’accumulazione e dei crolli finanziari.

Il dominio di questa forma di capitale ha inciso sulla politica urbanistica, in particolare a Milano e in Lombardia, sostituendo – come abbiamo descritto – la rigidità dei piani regolatori generali con la flessibilità dei piani di governo del territorio, adattabili ad ogni occasione ed esigenza di valorizzazione urbana. Questa svolta è stata senz’altro utile al capitale parassitario ed alle sue grandi iniziative immobiliari, ma ha soddisfatto gli interessi di tutta la proprietà immobiliare, grande media e piccola, che ha avuto campo libero per sopraelevazioni, ristrutturazioni, sanatorie, ecc.

Orbene, abbiamo verificato che a Milano i grandi progetti di riqualificazione e trasformazione urbana sono stati decine negli ultimi 25 anni e che sono state migliaia le iniziative edilizie di importanza minore.

L’intensa attività edilizia si è sviluppata perchè il mercato immobiliare della metropoli ha garantito un crescente livello di canoni e prezzi: Milano, infatti, è la metropoli del caro-affitti e dunque delle rendite elevate, che hanno contribuito a tenere i prezzi di vendita di case e terreni al livello necessario per le aspettative ed iniziative dei grandi, medi e piccoli speculatori immobiliari.

Il caro-affitti a Milano poggia su due talloni: il posto letto e l’aumento continuo dei canoni dell’edilizia residenziale pubblica, in una situazione – che dura da un trentennio – di blocco della costruzione di alloggi popolari e di abbandono del patrimonio esistente.

Il posto letto riguarda sia gli immigrati, per i quali puà raggiungere anche i trecento euro al mese in alloggi e tuguri periferici malridotti e stipati di disperati, sia gli studenti fuori-sede, per i quali è più elevato ancora (dai 400 Euro nella camera a due letti ai 600 Euro della singola). Si tratta di decine di migliaia di contratti per gli uni e per gli altri15.

15 Oltre ai contratti per il posto letto il successo di Expo 2015 ha messo le ali al mercato delle locazioni turistiche, tipo Air BnB, che spinge in su i canoni dei contratti di locazione ordinaria.

Quanto ai canoni delle case popolari, dal 1997 in avanti si sono accavallate le leggi regionali, che hanno portato gli affitti e anche le spese a un livello vicino a quello dell’edilizia privata, escludendo dagli aumenti del canone solo la c.d. fascia sociale, che corrisponde ai pensionati con la minima16.

16 Dopo un ventennio di aumenti dei canoni e abbandono del patrimonio, peraltro, lo stesso concetto di edilizia residenziale pubblica, vecchio di un secolo, sta per essere sostituito dalla Regione Lombardia – come vedremo in altro scritto – con quello di servizio abitativo.

Al contempo, il blocco della costruzione di alloggi popolari e l’esistenza di uno stock di circa 10.000 alloggi vuoti, perchè inagibili e non manutenzionati da ALER e Comune di Milano, hanno ridotto al lumicino le assegnazioni di case di edilizia residenziale pubblica, gettando sul mercato privato non meno di 20.000 nuclei familiari iscritti nelle graduatorie.

 

Su questi solidi talloni, il mercato dell’affitto a Milano è sempre stato tonico per la proprietà, anche nelle fasi più acute della crisi tra il 2010 e il 2014 e malgrado la continua riduzione dei salari individuali e dei redditi familiari dei lavoratori, ed è stato mantenuto vitale da un sistema di leggi statali e regionali, che hanno tutelato i proprietari e sfavorito gli inquilini (vedi la L. 431/1998 che ha definitivamente liberalizzato gli affitti e l’introduzione della cedolare secca sui redditi da locazione privata; vedi le leggi regionali sull’ERP e i contributi in conto affitto agli inquilini, che sono serviti ai locatori privati per non abbassare canoni insostenibili).

La buona salute del mercato locativo si è così tradotta nella possibilità di spuntare canoni di 600-700 Euro mensili per il bilocale e di 800-900 Euro per il trilocale nei quartieri periferici, e affitti molto superiori nelle zone semicentrali e centrali della città.

Insomma: investire nel mattone a Milano è convenuto, soprattutto a fronte del calo dei tassi obbligazionari e dei crack borsistici.

Sulla base di questi specifici rapporti economici e sociali, favorevoli alla rendita, il capitale parassitario finanziario-immobiliare ha potuto valorizzare Milano, stravolgendo nell’ultimo quarto di secolo l’urbanistica e il volto della metropoli, nella quale sono sorti i nuovi quartieri di lusso e sono stati gentrificati i vecchi quartieri popolari, con il progressivo allontanamento di pensionati, lavoratori, giovani di fronte all’avanzata dei ceti possidenti.

Tuttavia, bisogna sempre avere presente che la Milano metropoli competitiva, città della finanza, dei quartieri per ricchi e polo mondiale del consumo di lusso, non potrebbe esistere se le dominanti imprese bancarie e finanziarie, se i gruppi della moda e le imprese della ricerca, se i gruppi della sanità privata e la miriade di aziende commerciali, pubblicitarie, turistiche, di ristorazione, ecc. non avessero a disposizione la massa di forza-lavoro flessibile e sottopagata, locale e immigrata, femminile e maschile, che la fa funzionare di giorno e di notte.

Forza-lavoro che per sopravvivere si ammassa in periferia e nell’hinterland, in abitazioni dai canoni troppo elevati per i suoi salari, dalle quali viene poi espulsa e costretta a ricercare soluzioni peggiori, in coabitazione o in tuguri da occupare provvisoriamente.

La metropoli del capitale parassitario ha dunque due volti, inscindibili e contrapposti, perchè lo splendore del primo vive dell’immiserimento e della fatica del secondo.

6. Il ruolo delle amministrazioni locali nella metropoli del capitale parassitario.

La moderna questione delle abitazioni a Milano, determinata da questi precisi rapporti di classe favorevoli al capitale parassitario finanziario-immobiliare e – dietro ad esso – a tutta la proprietà immobiliare, ha portato le amministrazioni locali (Regione e Comune di concerto con Governo e Prefettura) ad adeguare la propria azione al servizio del blocco di potere dominante e contro il proletariato.

Gli assessorati all’urbanistica di Regione e Comune sono diventati un apparato tecnico, numeroso e ben pagato ai suoi vertici, al servizio della valorizzazione immobiliare, cui si è votato anima e corpo, partecipando ai progetti di urbanistica contrattata con i potenti rappresentanti della finanza immobiliare e i professionisti al loro servizio e poi elaborando il sistema legislativo e regolamentare della massima libertà del capitale edilizio e immobiliare su tutto il territorio (e anche al di sotto della superficie), espresso dal PGT.

Dal canto loro gli assessorati all’edilizia residenziale pubblica, della Regione e del Comune, sono da più di vent’anni i gestori della liquidazione del settore.

 

L’edilizia residenziale pubblica è stata praticamente strozzata con la fine del sistema Gescal di finanziamento della costruzione di alloggi popolari in affitto o a riscatto, terminato definitivamente nel 1992. Successivamente, sotto l’impulso di leggi statali e regionali, essa è entrata nella fase della vendita di parte del suo patrimonio e dell’aziendalizzazione della gestione (sostituzione degli Istituti Autonomi con le ALER), fondata sull’aumento dei canoni e sulla carenza di alloggi da assegnare, perdendo così la sua storica funzione di calmiere del mercato delle locazioni.

Ed ormai, dopo la bancarotta dell’ALER, si prepara una nuova fase nella quale, come è avvenuto per la sanità, si apriranno le porte alla totale privatizzazione del settore, con l’ingresso di grandi investitori privati.

Non si puà peraltro affermare che lo Stato e le amministrazioni locali mancano di terreni e risorse per costruire alloggi popolari: è vero invece il contrario. I terreni di proprietà pubblica ci sono, ma vengono riservati all’edilizia di pregio sul mercato. I capitali ci sarebbero, ma vengono dirottati verso le opere di imbellettamento della città per i ricchi ed il consumo, come il progetto di Riaprire i Navigli (Nota mia: sono favorevole, complessivamente, alla riapertura dei Navigli).

La riapertura dei Navigli, per cui il progressista Pisapia fece addirittura un referendum nel 2011, è già stata avviata con la riqualificazione della Darsena. Oggi, essa aleggia nei progetti della Giunta Sala, che sarebbe disponibile ad investire decine, se non centinaia di milioni di Euro, per dare lustro alle zone più centrali della città e più valore immobiliare ai ricchi proprietari dei palazzi che vi si affacciano (Nota mia: è questo, purtroppo il punto dolente).

In questo quadro, il Settore ERP del Comune di Milano, che gestisce le graduatorie e le assegnazioni, si è trasformato nell’arcigno notaio della non-assegnazione: lo stesso PGT De Cesaris-Pisapia del 2012 fa – vedi pagina 69 – l’inventario dell’impotenza, contabilizzando tra il 2009 e il 2012 una media di 1.100 assegnazioni di alloggi (di cui la metà da graduatoria e l’altra metà in deroga alla graduatoria, per l’emergenza abitativa), a fronte di domande di assegnazione pari a 22.193 nel 2009, 20.120 nel 2010, 21.396 nel 2011 e 23.424 (dato previsto) a fine 2012.

Il PGT prevede altresì che nel quinquennio successivo fino al 2017 possa aversi la disponibilità di 6.800 alloggi (di cui 2.500 inutilizzati e recuperabili) a fronte di uno stock di 29.000 domande di assegnazione, con un deficit o bisogno abitativo di edilizia popolare pari a 22.200 abitazioni.

È questo il risultato delle decine di programmi di urbanistica contrattata delle Giunte Albertini e Moratti, il cui scopo era quello di produrre migliaia di abitazioni di pregio e signorili, proprio come l’ADP per la rigenerazione degli Scali ferroviari, che si limita a programmare la costruzione di uno stock di 2.600 piccoli alloggi in housing sociale, pari al….10% del fabbisogno stimato nel PGT.

Impotenti sul piano delle assegnazioni, i dirigenti e funzionari del Settore ERP e dei gestori ALER e MM, con l’appoggio di Polizia Locale, Assistenti Sociali, Polizia di Stato e Carabinieri, hanno sistematicamente operato per arginare e reprimere le occupazioni di alloggi popolari sfitti, che riguardano una piccola percentuale del patrimonio pubblico ma sono un indicatore dell’intollerabilità della situazione abitativa del proletariato giovanile italiano ed immigrato.

Gli occupanti vengono da anni immediatamente individuati e se possibile sloggiati, denunciati come delinquenti da privare dei diritti essenziali17 e indicati come responsabili della carenza di alloggi da assegnare a coloro che sono in graduatoria: alloggi che non ci sono e, soprattutto, non ci saranno, perchè questo è il risultato della spirale crescente dell’urbanistica predatoria a Milano, sotto il dominio del capitale parassitario finanziario-immobiliare

17 Vedi l’art. 5 del Decreto Lupi del 2014, che impone il taglio delle utenze e il blocco anagrafico degli occupanti.

 

7. Lottare contro il dominio del capitale parassitario sulla metropoli.

Il capitale parassitario finanziario-immobiliare domina la metropoli a partire dal territorio, dal suo utilizzo, dal potere di impadronirsi di aree, immobili, strutture sia private sia pubbliche per ricavarne plusvalenze e rendite.

Per di più, il suo organico collegamento con la finanza pubblica fa di quest’ultima una leva a disposizione delle operazioni immobiliari. E questo tratto, relativamente recente per quanto riguarda in modo specifico il sostegno pubblico all’investimento edilizio- immobiliare e non a quello nel campo produttivo, dà un indice del grado di parassitismo raggiunto dal sistema capitalistico italiano.

In secondo luogo, come abbiamo visto nel caso milanese, l’avanzata di questa forma di capitale sul territorio trascina e rafforza tutte le frazioni della proprietà immobiliare.

Si crea così un blocco sociale di interessi parassitari molto più esteso che nelle precedenti fasi dello sviluppo capitalistico, che – distogliendo e congelando enormi risorse nel settore immobiliare alla ricerca di plusvalenze e rendite – contribuisce sia alla stagnazione/recessione produttiva sia alla creazione di bolle speculative che incidono gravemente sulla solidità delle banche. È questo un ulteriore indice del marcimento del sistema capitalistico italiano.

In terzo luogo, e conseguentemente, la crescita della presa di questo blocco sulla metropoli produce un processo di immiserimento relativo ed anche di impoverimento assoluto del proletariato metropolitano.

Il processo di immiserimento relativo del proletariato va considerato sia in rapporto all’enorme accumulo di ricchezza mobiliare e immobiliare nelle mani del capitale parassitario locale e internazionale, che investe su Milano, sia in rapporto specifico con il costo della vita metropolitano.

A Milano, infatti, è più alto che in altre città e regioni d’Italia il costo dei mezzi di sussistenza, a cominciare dal costo dell’abitazione: qui – per così dire – si è costretti a mangiare mattoni, ovverossia a pagare affitti molto elevati, alte spese condominiali, rate di mutuo spesso insopportabili.

È più elevato il costo dei trasporti, della formazione, etc., necessari alla riproduzione della forza-lavoro. Inoltre, nella metropoli finanziaria che funziona 24 ore/giorno per 365 giorni all’anno, gravano sui lavoratori il peso esistenziale della disponibilità totale al lavoro nonchè l’aumento del ricatto padronale, della precarietà del lavoro e del sottosalario. In questa condizione di precarietà strutturale il passo dall’immiserimento relativo all’impoverimento assoluto può essere molto breve.

In quarto luogo, e conseguentemente a quanto sin qui considerato, si può affermare che il dominio del capitale parassitario e della rendita sulla metropoli si presenta come dominio totale: territoriale, sociale, lavorativo, culturale, politico.

E pertanto si è dotato, nel tempo e sempre più incisivamente, di un nuovo apparato tecnico-burocratico-amministrativo-poliziesco, in Regione Comune Questura Prefettura, e di un arsenale di leggi e regolamenti, che servono da un lato a spianare la via al libero investimento finanziario-immobiliare, dall’altro a prevenire e reprimere i conflitti sociali (abitativi, ambientali, di uso del territorio, ecc…) prodotti da tale assoluta libertà.

 

Per togliere di mezzo qualsiasi equivoco, va chiarito che questo arsenale legislativo ha fatto tabula rasa, sul terreno urbanistico e sul terreno dell’edilizia residenziale pubblica, di tutti i principi giuridici progressisti elaborati nella fase di crescita dell’accumulazione del capitale, trainata dall’industria.

Nell’epoca del dominio del capitale parassitario svanisce la nozione di bene pubblico, che non viene più considerato nella sua funzione e destinazione materiale, bensì solo per la sua stima di valore in danaro, base per la sua vendita e trasformazione in proprietà privata, fonte di rendita e plusvalenza per il capitale parassitario che se ne può appropriare, col pretesto della riduzione del debito pubblico. Quindi, con questo pretesto, oggi di tutto si fa mercato.

Del pari il diritto all’abitazione, che pur non avendo rango costituzionale aveva ispirato il sistema dell’edilizia residenziale pubblica, non ha più ragione di esistere se non come diritto ad abitare una casa di cui si è proprietari o di pagare un affitto di mercato a chi (ente pubblico o privato locatore) ne è proprietario. In altri termini, nulla si può avere fuori dal mercato immobiliare e chi sta fuori dal mercato può crepare.

Giungiamo così alla conclusione che la lotta al dominio del blocco di potere parassitario- finanziario-immobiliare sulla metropoli ha senso ed è possibile solo se poggia sul proletariato e ne rappresenta gli interessi di classe, economici e politici, in modo autonomo dagli interessi della moderna piccola e media borghesia metropolitana, che in gran parte dipende dal capitale parassitario e dallo sviluppo delle sue iniziative favorevoli alla proprietà immobiliare.

Questa lotta non può limitarsi a rivendicazioni immediate e particolari, anche se sacrosante, quali la soddisfazione del bisogno abitativo; la riduzione dei canoni a livelli sopportabili per i salari; il mantenimento del patrimonio edilizio pubblico, la sua manutenzione e la costruzione di nuovi alloggi; la destinazione a scopi sociali di aree demaniali e il divieto della loro appropriazione privata, che costituirebbe una perdita definitiva per la cittadinanza e ne escluderebbe gran parte dal loro uso, riservato al solo consumo pagante e/o al censo di chi vi abita.

Ogni rivendicazione deve essere collegata alla condizione proletaria (aumento del salario, salario minimo garantito, riduzione dell’orario) e inserita nel quadro della lotta al potere, della denuncia della specifica azione e funzione dell’apparato dello Stato, della Regione e del Comune a favore del capitale parassitario, che richiedono la costituzione di una forte e ramificata organizzazione politica e rivoluzionaria, capace di riunire le mille spinte e comitati che agiscono e lottano nella metropoli finanziaria. (I.)

LA CASA POPOLARE: UN NUOVO AFFARE PER LA FILIERA DEL SETTORE IMMOBILIARE E PER LA FINANZA E UN SOGNO SEMPRE PIU’ IRREALIZZABILE PER I POVERI.

Il Consiglio regionale lombardo ha approvato nel luglio 2016 la nuova legge regionale (L.R.n.16/2016 – Disciplina regionale dei servizi abitativi) in tema di case popolari, apportando alcune modifiche nel maggio 2017.

Si tratta di un nuovo affare per la filiera legata al settore immobiliare e per la finanza parassitaria, per vendere ciò che resta del patrimonio pubblico e per contribuire a finanziare le imprese del settore, attraverso i fondi per la ristrutturazione degli alloggi, per garantire la proprietà immobiliare contro la morosità ed impedire la riduzione dei canoni nel settore privato ed infine per sottoporre ad un controllo asfissiante i poveri, per i quali la casa popolare resta una chimera.

MITO E REALTÀ DELL’EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA

Una interessata leggenda racconta che l’edilizia residenziale pubblica sia stata – e dovrebbe essere – un’attività diretta all’acquisizione, alla costruzione e al recupero di fabbricati da destinare ad abitazioni per i c.d. meno abbienti, al fine di realizzare il miglioramento delle condizioni di vita di questi ultimi, applicando il principio solidaristico nel quadro della c.d. giustizia distributiva.

Sfatiamo il mito e passiamo alla sostanza delle cose, con particolar attenzione a questo ultimo provvedimento legislativo.

Mai la borghesia italiana ha avuto alcun afflato solidaristico verso i ceti meno abbienti.

Mai si è sognata di costruire case popolari per venire incontro alle esigenze del proletariato.

Nel secolo scorso l’edilizia popolare ha avuto la stessa dinamica di altri ambiti economici. Dinamica contraddistinta dai conflitti interni alla classe dominante, e dagli appetiti delle varie frazioni capitaliste, nonché dalle lotte del proletariato. Sviluppo e contrazione delle costruzioni pubbliche si sono alternate quali conseguenze del processo di industrializzazione e di concentrazione operaia e proletaria nelle città (a partire dalla legge Luzzatti del 1903), dell’avvento del fascismo (con la contraddittoria politica sull’urbanesimo, l’abrogazione del blocco dei fitti ed il divieto agli allora IACP di produrre direttamente cementi e materiali vari, con la volontà di agevolare le imprese edili), della seconda guerra mondiale (a seguito delle distruzioni di parte del patrimonio pubblico e conseguente ricostruzione – legge Tupini e quasi contestuale Piano Fanfani, nel 1949), dell’ondata migratoria interna e della congiunturale politica di finanziamento dell’edilizia pubblica da parte dello Stato (che tra il 1952 ed il 1954, ha destinato a tale scopo il 25% della spesa pubblica); della fine del c.d. miracolo economico e della crisi del 1975; sino alla complessiva finanziarizzazione dell’economia italiana dagli anni ‘90 in avanti.

In questa cornice il proletariato e le classi popolari si sono mossi per contrastare e combattere l’afflato solidaristico della classe dominante, che si è manifestato, nel corso del tempo, con l’emigrazione forzata, l’eliminazione del blocco dei fitti, l’affitto di veri e propri tuguri, la costruzione di quartieri dormitorio e di case minime al minor costo possibile e con materiali il più scadenti possibile (il razionalismo urbanistico), l’aumento dei fitti, gli sfratti e gli sgomberi.

Una serie di lotte sono state via via organizzate per ottenere abitazioni dignitose, contro il caro canone e per l’occupazione collettiva degli alloggi pubblici irragionevolmente lasciati vuoti. Vale la pena di rammentare, in proposito, la lotta contro l’aumento dei canoni, condotta tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ‘70, che vide la partecipazione di centinaia di nuclei familiari impegnati in manifestazioni per l’autoriduzione dei fitti, che portò gli allora IACP e le Giunte Comunali a fare marcia indietro, e le lotte per ottenere la sanatoria delle occupazioni c.d. abusive, che portò a regolarizzare le situazioni abitative.

In questo quadro l’edilizia popolare ha sempre avuto quale convitato di pietra – direttamente o indirettamente – il capitale finanziario (banche e assicurazioni), che sin dai primi anni del secolo scorso consentì ai Comuni di ottenere finanziamenti per costruire case popolari, mantenendo, sempre, una condizione di supremazia sui Comuni e, poi, sugli IACP, così determinando il processo di sviluppo e/o contrazione dell’edilizia popolare.

A ciò si aggiunga che l’intervento dello Stato è sempre stato caratterizzato da un lato da un finanziamento estremamente ridotto dell’edilizia pubblica – a parte il suddetto periodo del dopoguerra, finalizzato principalmente ad incrementare l’occupazione lavorativa – e, dall’altro, dal tentativo di subordinare le gestioni locali a strumenti di intervento centralistico (INA CASA e, poi, GESCAL), col precipuo scopo di garantire la rendita immobiliare e favorire la greppia industriale legata al cemento e quella finanziaria.

Giusto perchè non tutto trapassi impunemente nel dimenticatoio, è opportuno rammentare, in proposito, che lo Stato ha sempre – sin dal 1923 – concesso l’esenzione dall’imposta sui fabbricati e dalle imposte locali a privati e società che avessero costruito case popolari, nonché contributi e fondi vari ed ancora va rammentato l’intervento dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA).

L’INA, attraverso il settore specificamente costituito in proposito nel quadro del Piano Fanfani, Gestione INA-casa, ha gestito per anni la distribuzione dei fondi per la realizzazione delle case popolari, intervenendo persino sulle modalità di definizione delle caratteristiche degli alloggi, con l’obiettivo di costruirne il maggior numero con il minor costo, spesso in deroga alle previsioni dei P.R.G., provvedendo all’acquisto dei terreni, spesso collocati in posizione periferica, contribuendo, in tal modo, al finanziamento diretto ed indiretto della rendita attraverso la valorizzazione fondiaria dei terreni privati, al finanziamento della filiera legata alle costruzioni immobiliari (imprenditori del cemento ed articolazioni varie), alla cementificazione territoriale ed alla realizzazione di quelli che sono diventati veri e propri quartieri dormitorio destinati al proletariato urbanizzato.

Ed allorché il patrimonio INA-Casa venne posto in liquidazione (1963, inizio GESCAL), lo Stato favorì la cessione degli alloggi in proprietà.

In un quindicennio il giro di investimenti raggiunse quasi 900 miliardi di lire. Altro che principio solidaristico e giustizia distributiva.

VENIAMO AD OGGI

Certe premesse vanno rammentate, perchè consentono di comprendere meglio l’attualità.

La nuova legge regionale lombarda in materia di edilizia pubblica è solo l’ultimo tassello di una serie di interventi statali (vedi, di recente, il Piano Casa statale del 2014) e regionali, ma contiene alcuni elementi di novità. In realtà si può affermare che questa legge segna un punto di non ritorno nella dinamica di smantellamento definitivo dell’edilizia residenziale pubblica, decretandone persino la fine nominalistica.

La nuova legge, infatti, non indica più neppure i termini edilizia residenziale pubblica, che – dopo oltre un quarantennio – letteralmente spariscono e vengono sostituiti da nuovi termini: servizi abitativi pubblici e servizi abitativi sociali. La modifica non è semplicemente semantica, risponde alla realtà ed alle nuove esigenze, in parte ormai affermate ed in parte ancora da imporre. Ma la fine delle case popolari è un fatto assodato, come meglio si capirà al termine dell’esame della legge, suggellata anche da una delle disposizioni transitorie e finali.

Vediamo, dunque, l’impianto della normativa, con riferimento specifico agli elementi più caratteristici relativi alla logica affaristica e di controllo dei poveri che la impregna.

L’incipit, ovviamente, è come da leggenda. Il fine della disciplina introdotta sarebbe quello “di soddisfare il fabbisogno abitativo primario e di ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari, nonché di particolari categorie sociali in condizioni di svantaggio” (art.1 c.1); il nuovo sistema dei servizi abitativi dovrebbe assolvere “a una funzione di interesse generale e di salvaguardia della coesione sociale” (idem, c.2).

Passiamo oltre. Non senza sottolineare come il passaggio semantico sia significativo: il fabbisogno abitativo viene soddisfatto attraverso servizi. E i servizi – come è noto – debbono essere pagati.

La legge procede sin da subito ad evidenziare il lato affaristico che la contraddistingue, indicando i soggetti che provvederanno ad erogare e gestire i servizi abitativi al fianco delle Aler e dei Comuni: i c.d. “operatori accreditati, quali soggetti del terzo settore, cooperative ed altri operatori anche a partecipazione pubblica” (artt. 1 e 4). Insomma anche soggetti privati entrano nel business. Ma, in fondo, non è che la presa d’atto di quanto già avvenuto: cooperative varie ed MM Casa, società del Comune di Milano – tanto per indicarne alcuni – ne fanno già parte.

A questo punto, occorre comprendere cosa diavolo siano questi novelli servizi abitativi, tra i quali, peraltro, viene immediatamente in evidenza il tratto di sostegno alla rendita immobiliare. L’articolo 1 distingue infatti: a – i servizi abitativi pubblici che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari in stato di disagio economico, familiare ed abitativo (traduzione: genericamente i poveri); b – i servizi abitativi sociali che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari aventi una capacità economica che non consente né di sostenere un canone di locazione o un mutuo sul mercato abitativo privato né di accedere ad un servizio abitativo pubblico (traduzione: quelli che possono pagare un canone vicino anche se non eguale a quello di mercato); c – le azioni per sostenere l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione che riguardano il mercato abitativo privato e i servizi abitativi sociali (…) e le azioni volte a favorire la proprietà dell’alloggio (…) (traduzione: garanzia pubblica del versamento del canone a favore dei proprietari privati e degli operatori accreditati che gestiscono gli alloggi non destinati ai poveri, garanzia alle banche ed alle finanziarie erogatrici di mutui per l’acquisto di immobili).

L’inizio, quindi, è promettente, ma lo sviluppo non è da meno.

L’art. 3 dopo aver elencato le funzioni dei comuni, tipiche di questo ambito, introduce una novità. Stabilisce infatti che i comuni possono attivare servizi di agenzie per l’abitare riguardanti l’orientamento dei cittadini in merito alle opportunità di reperire alloggi in locazione a prezzi inferiori a quelli di libero mercato, lo svolgimento di azioni di sostegno alla locazione e di attività di garanzia nei confronti dei proprietari nei casi di morosità incolpevole.

Queste agenzie per l’abitare – visto lo scopo – non pare che si differenzino molto dalle normali agenzie immobiliari18.

La legge, poi, stabilisce che: ”Al fine di incrementare l’offerta di servizi abitativi pubblici e sociali, l’apporto di unità abitative di proprietà da parte degli operatori accreditati, costituisce titolo preferenziale nelle procedure di evidenza pubblica per l’affidamento della gestione dei servizi abitativi pubblici e sociali” (art. 4). In sostanza, gli operatori accreditati19 che dispongono di alloggi vuoti e vogliono evitare i problemi delle possibili morosità o degli sfratti, possono metterli a disposizione dei servizi abitativi. In tal modo non solo godranno di maggiori titoli per entrare nel business (accreditamento) bensì otterranno la garanzia del versamento del canone e, occorrendo, disporranno di procedure più snelle e rapide per gli eventuali sfratti.

Il settore immobiliare ringrazia sentitamente.

 

18 Per inciso vale la pena di rilevare come queste agenzie per l’abitare somiglino molto alle agenzie per il lavoro di cui al Decreto legislativo 276/2003 (“Art. 4. Agenzie per il lavoro 1. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è istituito un apposito albo delle agenzie per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale. Il predetto albo è articolato in cinque sezioni: a) agenzie di somministrazione di lavoro abilitate allo svolgimento di tutte le attività di cui all’articolo 20; b) agenzie di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato abilitate a svolgere esclusivamente una delle attività specifiche di cui all’articolo 20, comma 3, lettere da a) a h);c) agenzie di intermediazione; d) agenzie di ricerca e selezione del personale; e) agenzie di supporto alla ricollocazione professionale”) e ad uno dei decreti del Jobs Act (quello concernente gli ex disoccupati oggi semplicemente lavoratori a disposizione – “La rete dei servizi per le politiche del lavoro è costituita dai seguenti soggetti, pubblici o privati: (…) : e) le Agenzie per il lavoro, di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e gli altri soggetti autorizzati all’attività di intermediazione ai sensi dell’articolo 12 del presente decreto;”). Queste ultime si dovrebbero occupare di reperire lavoro per i disoccupati. Viene da pensare che le amministrazioni comunali e gli uffici provinciali del lavoro non abbiano personale sufficiente per fronteggiare queste incombenze. Ma, come è noto, a pensar male si fa sempre bene. In realtà, alle diverse, ma affaristicamente simili, filiere, si aggiungono nuovi soggetti che partecipano alle rispettive greppie.

19 Qui occorrerebbe aprire il capitolo del c.d. accreditamento, ma l’esperienza, in Regione Lombardia, del sistema di accreditamento nella sanità è un esempio sotto gli occhi di tutti.

 

I SERVIZI ABITATIVI PUBBLICI

Tralasciamo le disposizioni concernenti le Aler – oggetto di una parte importante della legge che merita un commento a sè quanto meno in ordine alla concentrazione e centralizzazione delle Aziende – e passiamo alle specifiche indicazioni concernenti i servizi abitativi.

I primi servizi presi in considerazione dalla disciplina sono i servizi abitativi pubblici: quelli – rammentiamo – destinati genericamente ai poveri. Ma è proprio la legge che dispone che non tutti i poveri possono beneficiare di tale provvidenza. La nuova disciplina infatti stabilisce che “I nuclei familiari in condizioni di indigenza accedono ai servizi abitativi pubblici attraverso la presa in carico da parte dei servizi sociali comunali, nell’ambito di programmi volti al recupero dell’autonomia economica e sociale”. Segue la definizione della condizione di indigenza, corrispondente ad una soglia di povertà assoluta e di grave deprivazione materiale (…)”, con parametro economico l’assegno sociale erogato dall’INPS.

In sostanza i poveri – per essere tali – sono solo quelli individuati e riconosciuti come tali dagli organismi assistenziali. Come nel medio evo, ma con metodi attualizzati dalla moderna filantropia, mediante il sistema di controllo pervasivo dei servizi sociali. E per i pochi beneficiari, non solo si tratta di passare attraverso la cruna di un ago, bensì occorrerà anche sottoporsi ai diktat dei servizi (il c.d. programma di recupero dell’autonomia economica e sociale)20.

E non basta. Siccome è noto che la povertà aumenta e non si può certo provvedere a tutti i poveri, lo stesso articolo pone dei paletti. Nei servizi abitativi pubblici, le assegnazioni riguardanti coloro che sono presi in carico dai servizi sociali comunali, sono disposte nella misura massima del 20 per cento delle unità abitative annualmente disponibili”.

20 Si tratta, ancora una volta, dello stesso sistema utilizzato sempre per i disoccupati dal predetto decreto del Jobs Act al fine di ottenere qualche agevolazione (Art. 19 – Stato di disoccupazione – 1. Sono considerati disoccupati i lavoratori privi di impiego che dichiarano, in forma telematica, al portale nazionale delle politiche del lavoro di cui all’articolo 13, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego).

Per gli altri, evidentemente, resta sempre la ….provvidenza. O la strada.

Tralasciamo le modalità di accesso a tale servizio, perchè verranno disciplinate attraverso regolamenti e vedremo che cosa verrà fuori. Tuttavia, un elemento di un certo interesse appare subito. Il regolamento che dovrà occuparsi di disciplinare le condizioni oggettive e soggettive di disagio, nonché i relativi punteggi per la formazione delle graduatorie, non pare che debba esplicitamente prevedere l’ipotesi dello sfratto da una abitazione privata tra quelle che determinano l’esistenza della condizione di disagio ed un maggior punteggio ai fini dell’assegnazione, come sino ad ora è avvenuto.

Ipotesi – lo sfratto – che ha caratterizzato – e caratterizza – i nuclei familiari in condizioni di indigenza che dovrebbero essere i principali fruitori di questi servizi.

Per la precisione, l’ipotesi dello sfratto viene autonomizzata e può dar luogo ad una assegnazione di tipo emergenziale ma limitata nel tempo. La legge stabilisce infatti che “Al fine di contenere il disagio abitativo di particolari categorie sociali, soggette a procedure esecutive di rilascio degli immobili adibiti ad uso di abitazione e per ogni altra esigenza connessa alla gestione di situazioni di grave emergenza abitativa, (…), ALER e comuni destinano una quota del proprio patrimonio abitativo a servizi abitativi transitori, (…), nella misura massima del 10 per cento delle unità abitative disponibili alla data di entrata in vigore della presente legge.

Le unità abitative a tali fini individuate sono temporaneamente escluse dalla disciplina dei servizi abitativi pubblici. Tali unità abitative sono assegnate ai nuclei familiari in possesso dei requisiti per l’accesso ai servizi abitativi pubblici per una durata massima di dodici mesi non rinnovabili, (…). I comuni possono incrementare la disponibilità di servizi abitativi transitori con unità abitative conferite da soggetti pubblici e privati, compresi gli operatori accreditati, da reperire attraverso procedure ad evidenza pubblica e da disciplinare mediante apposite convenzioni (…)”21.

21 Nota bene: nella versione della legge antecedente alle modifiche intervenute nel maggio 2017 la misura del 10 per cento delle unità destinate a tali soggetti aveva un riferimento mobile, ovverosia dovevano essere le unità disponibili annualmente. Ora sono a termine: solo quelle disponibili all’atto della entrata in vigore della legge. Una volta terminate non è dato capire che succederà.

Insomma: gli sfrattati – che come è noto sono in assoluta maggioranza per morosità (22) – non hanno diritto, in quanto tali, ai servizi abitativi pubblici. Le unità abitative a disposizione degli sfrattati saranno limitatissime (il 10% delle disponibili) e per giunta per un periodo ridicolo (dodici mesi). In compenso, i soggetti privati – nessuno escluso – potranno conferire propri alloggi. Temporaneamente. Ovvio. E l’affare prosegue.

Naturalmente, ma questa non è una novità, il canone di locazione dei servizi abitativi pubblici è destinato a compensare i costi di gestione, compresi gli oneri fiscali, e a garantire la manutenzione ordinaria per la buona conservazione del patrimonio immobiliare. Tuttavia, tra le novità, occorre segnalare l’estensione del sistema dei controlli sui servizi abitativi pubblici, che prevede la realizzazione di impianti di videosorveglianza – che, se ritenuti costi di gestione, partecipano alla formazione del canone – e la possibile utilizzazione di servizi di guardia particolare giurata.

Per i fruitori – pochi – dei servizi abitativi pubblici – i poveri – ci sarà quindi un accurato e pervasivo sistema di controllo (preventivo: quello dei servizi sociali; e permanente: videosorveglianza e guardie giurate). Risultato: soldi anche per le imprese che si occuperanno dei sistemi di videosorveglianza e per quelle di guardiania. La filiera si estende a nuovi soggetti.

Non poteva mancare l’ennesima previsione di vendita degli alloggi pubblici. Vuoti liberi od assegnati. Non importa. La legge stabilisce che gli enti proprietari possono procedere alla alienazione e valorizzazione di unità abitative esclusivamente per esigenze di razionalizzazione, economicità e diversificazione della gestione del patrimonio, nella misura massima del 15 per cento delle unità abitative di cui risultano proprietari alla data di entrata in vigore della presente legge.

 

22 Provvedimenti di sfratto emessi a Milano – Ministero dell’Interno – Ufficio Centrale di Statistica – Gli sfratti in Italia – Anno 2015.

Necessità locatore

  1. 2005  3
  2. 2006  (a) 35
  3. 2007  32
  4. 2008  74
  5. 2009  76
  6. 2010  87
  7. 2011  (a) 20
  8. 2012  (a) 167
  9. 2013  (a) 0
  10. 2014  0
  11. 2015  (a) 0

a) – Dati incompleti

Finita locazione

1.210 852 728 772 246 695 718 821 243 197 169

Morosità /

Altra causa

1.270 1.236 1.302 1.434 2.252 5.684 4.359 3.936 3.886 4.330 4.076

Totale

2.483 2.123 2.062 2.280 2.574 6.466 5.097 4.924 4.129 4.527 4.245

In particolare, per quelli liberi, è prevista la vendita degli alloggi ubicati in aree o immobili di pregio e di quelli non assegnabili perché in stato di grave degrado.
Tuttavia, è notorio che le ultime procedure di alienazione non sono andate proprio a buon fine. Alla Regione sono noti i dati relativi alla composizione sociale e alle capacità economiche degli assegnatari (23) e gli alloggi vuoti spesso non sono affatto appetibili. Quindi è prevista una alternativa alla vendita, definita valorizzazione. Ovverosia:

a) la locazione a canone agevolato, di norma non inferiore al 40 per cento del canone di mercato; b) la locazione nello stato di fatto, a soggetti intermedi, quali enti, associazioni senza scopo di lucro e istituzioni, con finalità statutarie di carattere sociale;
c) la locazione a usi non residenziali, al fine di promuovere la diversificazione funzionale all’interno dei quartieri e l’insediamento di attività economiche di nuova formazione.
Insomma, al posto di destinare risorse per la rimessa in pristino degli alloggi e la conseguente assegnazione ai poveri, gli alloggi verranno locati ad altri soggetti con un canone agevolato ovvero a soggetti intermedi.

I SERVIZI ABITATIVI SOCIALI

Lo spezzettamento del complesso patrimoniale pubblico regionale in servizi abitativi pubblici e sociali ha una finalità precisa, che ben si comprende leggendo anche le disposizioni riguardanti questi ultimi.

La legge stabilisce che “Ai fini della presente legge il servizio abitativo sociale consiste nell’offerta e nella gestione di alloggi sociali a prezzi contenuti destinati a nuclei familiari con una capacità economica che non consente loro né di sostenere un canone di locazione o un mutuo sul mercato abitativo privato, né di accedere ad un servizio abitativo pubblico”. Ed il servizio abitativo sociale “comprende sia alloggi sociali destinati alla locazione permanente o temporanea, sia alloggi destinati alla vendita dopo un periodo minimo di locazione di otto anni.”

In sostanza questi servizi sono destinati a coloro che, pur non potendo accedere al mercato privato immobiliare (locazioni o proprietà), possiedono comunque una capacità reddituale che consente loro di versare un canone appetibile per i gestori (Aler o privati).

E questi alloggi potranno anche essere ceduti al termine di un periodo di locazione corrispondente al termine del primo rinnovo di una locazione privata.

Rientrano tra questi servizi quelli a canone agevolato, quelli abitativi temporanei, i residenziali universitari e i fondi immobiliari. Vediamo di cosa si tratta.

Innanzitutto, i servizi abitativi a canone agevolato sono quelli cui si applica un canone che copre gli oneri di realizzazione, recupero o acquisizione, nonché i costi di gestione (art. 33). Ed il canone, come abbiamo sopra visto è stabilito attraverso una convenzione che deve indicarne anche i criteri i parametri e i prezzi di cessione per gli alloggi concessi in locazione con patto di futura vendita.

I servizi abitativi temporanei sono invece quelli da destinare al soddisfacimento del fabbisogno temporaneo di particolari categorie sociali, determinato da situazioni meritevoli di tutela, quali ragioni di lavoro, studio, salute.

Infine, vengono costituiti i Fondi immobiliari per l’acquisizione, la realizzazione e la gestione integrata di immobili per i servizi abitativi sociali nonché per la promozione di strumenti finanziari anche innovativi dedicati a questo tema, con la partecipazione di soggetti pubblici o privati. A tal fine, la Regione si avvale della collaborazione di Finlombarda s.p.a (…). Tale linea di intervento è rivolta alle persone che non possiedono i requisiti per accedere a servizi abitativi pubblici, disponendo di un reddito che tuttavia non consente di accedere agli affitti a libero mercato.

23 Nel patrimonio residenziale gestito dalle Aziende Casa abitano poco meno di 2 milioni di persone. Le situazioni di estrema fragilità sociale sono vastissime. In particolare tra questi vi sono: 150 mila disabili, 500 mila ultrasessantacinquenni, 124 mila immigrati extracomunitari. Ed un terzo delle famiglie dichiara redditi al di sotto di 10 mila euro l’anno.

AZIONI PER L’ACCESSO ED IL MANTENIMENTO DELL’ABITAZIONE: UNA GARANZIA PER LA RENDITA IMMOBILIARE E FINANZIARIA

 

Terminiamo l’esame della nuova normativa con le c.d. azioni per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione

Si tratta di un complesso di iniziative tutte finalizzate a favorire la proprietà immobiliare e la rendita finanziaria, senza dimenticare imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o cooperative edilizie.

Si parte con i c.d. aiuti ai nuclei familiari in difficoltà nel pagamento dei mutui. E si stabilisce che la Regione promuove intese con gli istituti bancari per sostenere i cittadini in grave difficoltà economica, ovvero in situazione di insolvenza temporanea dovuta a morosità incolpevole nel pagamento delle rate del mutuo per l’acquisto della prima casa o per sfratti dovuti a pignoramenti immobiliari. Quale tipo di intese saranno promosse è facile da immaginare. L’aiuto, più che alle famiglie in difficoltà, è fornito alle banche, delle quali sono arcinote le esposizioni conseguenti ai mutui non onorati.

Si prosegue con i c.d. aiuti ai nuclei familiari per l’acquisto dell’abitazione principale. E si stabilisce che la Regione promuove misure di agevolazione finanziaria per favorire l’acquisto della prima casa da destinare ad abitazione principale. Cosa siano le misure di agevolazione finanziaria non ci vuole una scienza per comprenderlo. Comunque, è evidente che i beneficiari di ultima istanza saranno ancora banche e finanziarie.

Si passa poi alle c.d. iniziative per il mantenimento dell’abitazione in locazione. La legge prevede:
a) il sostegno economico ai conduttori, con contratto registrato ad uso abitativo, in difficoltà nel pagamento del canone di locazione di cui alla legge 431/1998;
b) l’attuazione di iniziative finalizzate al reperimento di alloggi da concedere in locazione a canoni concordati, ovvero attraverso la rinegoziazione delle locazioni esistenti, di cui all’articolo 11 della legge 431/1998;
c) il contrasto del fenomeno della morosità incolpevole intesa come situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare.

Si tratta, quindi, di misure che mirano a sostenere il mercato delle locazioni private, garantendo il versamento del canone ai proprietari, ovvero facilitando questi ultimi attraverso contratti a canone concordato. L’iniziativa, in questo caso, è destinata alla rendita immobiliare.

Tutto bisogna porre in essere, per scongiurare un calo dei canoni.

In più, per completare l’opera, viene stabilito che le predette iniziative possono essere intraprese attraverso la costituzione di agenzie per la casa, fondi di garanzia o attività di promozione in convenzione con imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o cooperative edilizie. Un aiutino anche a questi ultimi non guasta, vista la nota crisi del settore. Dall’altro lato si prevede che comunque le forme di sostegno ai nuclei familiari in condizioni di indigenza devono prevedere la presa in carico da parte dei servizi sociali. Ovverosia che gli indigenti non possono scampare al controllo preventivo dei servizi sociali.

Ancora, si prevedono aiuti ai nuclei familiari in condizione di morosità incolpevole. Ma su questo argomento si demanda il tutto ai regolamenti di Giunta. Staremo a vedere.

Non poteva mancare la costituzione dello specifico Fondo per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione, destinato alle finalità di questa ultima parte della disciplina ed in particolare per la concessione di contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione, a favore dei conduttori con contratto registrato ad uso abitativo in situazione di difficoltà nel pagamento dei suddetti canoni.

Infine, un aiuto anche ai costruttori. Nella più classica delle tradizioni.

Tra le disposizioni transitorie e finali la legge dispone che:
per gli interventi finalizzati alla realizzazione di unità abitative destinate a servizi abitativi pubblici e sociali, il contributo sul costo di costruzione non è dovuto; per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi abitativi pubblici, se previsti all’interno del piano dei servizi, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria non sono dovuti; per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi abitativi sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria possono essere ridotti da parte dei comuni fino al 100 per cento degli stessi; per gli interventi di manutenzione straordinaria e di ristrutturazione riguardanti servizi abitativi pubblici e sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, se dovuti, sono quelli riguardanti gli interventi di nuova costruzione ridotti della metà, salva la facoltaà per i comuni di deliberare ulteriori riduzioni.

Come abbiamo anticipato all’inizio dell’esame della nuova disciplina, di case popolari, per i ceti meno abbienti, non si potrà più parlare.

Abbiamo visto come la suddivisione del complessivo patrimonio, che costituiva l’edilizia residenziale pubblica sul territorio regionale, in servizi abitativi pubblici e sociali comporti che per i poveri sostanzialmente non resti più nulla.

Ed a suggellare la normativa vi è la disposizione prevista dall’art. 43 c. 10:

“Ai fini di quanto disposto dalla presente legge, l’espressione ‘edilizia residenziale pubblica’ presente in altre disposizioni regionali, legislative o regolamentari, deve intendersi equivalente all’espressione ‘servizi abitativi pubblici’, qualora non diversamente specificato, individuando un servizio di interesse economico generale, e in quanto tale, oggetto di specifici obblighi di servizio pubblico”.

Solo quelli pubblici. Più chiaro di così.

CHE FARE

La questione alloggi è un nodo dei rapporti sociali. Il nodo che intercorre tra proprietari (privati e pubblici) e non proprietari di casa (in Italia il 15% circa della popolazione, ma a Milano il 40%) nel quadro dello sfruttamento capitalistico del lavoro salariato.

Mentre abbondano case vuote – private e pubbliche – nelle metropoli ed anche nei piccoli centri, aumentano sfratti e sgomberi. Ed il bisogno abitativo, che non può trovare alcuna soddisfazione nel mercato privato, non ha alcuno sbocco nell’edilizia pubblica.

Nel 2014 il Piano Casa statale Renzi – Lupi aveva posto le premesse per questo ultimo sviluppo cui la Regione Lombardia si è adeguata (vedi R.C. Marzo/Aprile 2014). Il che prelude ad analoghi interventi anche in altre regioni.

La nuova legge regionale lombarda si inserisce nel solco tracciato del sostegno senza limiti alla rendita ed alla finanza, dell’abolizione dell’edilizia residenziale pubblica, smantellata e trasformata in un servizio abitativo finalizzato a produrre profitti per le imprese private che verranno accreditate ed otterranno la gestione degli immobili e strumento per ulteriori speculazioni ed affari di imprese varie, attraverso la svendita del residuo patrimonio pubblico esistente, la ristrutturazione la demolizione e ricostruzione. Profitti garantiti – nelle intenzioni – dalla svendita, dall’aumento dei canoni e delle spese e dall’eliminazione – sfratti e sgomberi – degli inquilini – operai, proletari, disoccupati, pensionati – non in grado di acquistare l’alloggio posto in vendita e neppure di versare canoni e spese.

Ma l’esplosività della questione abitativa, raggiunta dopo un decennio di crisi, è il risultato combinato della prolungata – ed ormai datata – politica di abbandono e privatizzazione del patrimonio pubblico, del tentativo di sostenere comunque rendita e finanza e della riduzione- perdita del salario, come dimostrano l’aumento esponenziale degli sfratti per morosità nel privato e nel pubblico e l’accumulo del debito nei confronti dei gestori pubblici del patrimonio abitativo. Debito che ha raggiunto cifre da capogiro e che viene a sua volta garantito attraverso l’istituzione di fondi e la capillare azione di recupero forzoso della morosità.

Date queste premesse risulta evidente come la questione abitativa sia irresolubile sul mero terreno della difesa della casa o, peggio ancora, in nome di un inesistente diritto alla casa nel quadro del sistema capitalista.

Il punto centrale è – e resta – il rapporto tra capitale e lavoro.

Ormai da un trentennio i salari scendono ma da un decennio salari e pensioni si perdono, mentre tra la gioventù è dilagata la precarietà strutturale e la conseguente gratuitificazione del lavoro.

E se non ci sono i soldi per sopravvivere è difficile pensare che ve ne possano essere per impiccarsi con un mutuo o per pagare l’affitto.

Ma se è vero che il fattore principale e determinante del livello dei consumi (qui inteso come quantità di mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per riprodursi socialmente, di cui il “bene casa” costituisce un articolo) è dato dal livello del salario, è altresì vero che il livello del salario non si determina automaticamente per effetto delle cosiddette “leggi di mercato”, ma sulla base dei rapporti di forza tra padroni e operai. Rapporti che, per quanto riguarda i lavoratori, sono determinati dalla loro capacità di lotta e di organizzazione.

In questi ultimi anni è rimasto certamente alto il livello di conflitto tra il variegato movimento per la casa e il potere centrale e locale. Roma, Napoli, Torino, Milano – solo per citarne alcune – hanno assistito a manifestazioni di varia natura. Tuttavia – nella sostanza – il movimento si è contraddistinto essenzialmente per iniziative contro gli sgomberi nel pubblico ed in parte contro gli sfratti nel privato. Picchetti anti sfratto sono stati effettuati in diverse città per contrastare sfratti e sgomberi e decine di manifestazioni sono state effettuate per evidenziare la drammatica situazione dei senza casa.

Tuttavia, persino il livello insostenibile dei canoni nel privato, specialmente nelle città, è rimasto in secondo piano nelle azioni del movimento per la casa. E del tutto priva di adeguata risposta è stata l’iniziativa di varie Aziende e Comuni per riscuotere i canoni non versati dai c.d. morosi, per debiti che ormai complessivamente raggiungono cifre assolutamente impagabili.

Ma se la specializzazione di un movimento sulla questione abitativa, senza alcun rapporto con quel che accade nel lavoro è di per sè negativa, l’estrema specializzazione sul solo fronte degli sgomberi e degli sfratti. Pur se nell’immediato ed in qualche caso si è rivelata utile, non intacca minimamente la prospettiva del potere e l’attuazione dei suoi piani.

La questione abitativa è un problema della più generale condizione di esistenza proletaria e va affrontato nel quadro complessivo, con adeguate indicazioni di lotta.

In primo luogo, i comitati per la casa che compongono il variegato movimento per la casa non possono continuare ad agire come membra separate dell’organismo proletario ed agitare la questione abitativa come “vertenza sociale” slegata dai più urgenti e centrali problemi di vita e di sopravvivenza delle masse proletarie come quello della mancanza perdita e stracciamento del salario. La lotta sul terreno casa deve porre a base dell’azione specifica la rivendicazione generale, immediata e comune a tutti i lavoratori, del salario minimo garantito di € 1.250,00 mensili intassabili a favore di disoccupati cassintegrati sottopagati pensionati con importi inferiori. Su questa base incardinare la richiesta specifica di azzerare la morosità nei confronti di tutti gli inquilini e occupanti colpiti da disoccupazione riduzione perdita di salario.

In secondo luogo, i lavoratori non debbono né sottostare né rimettersi alle decisioni statali e debbono sempre porre i loro bisogni e interessi a base di ogni loro richiesta. La rivendicazione giusta è che i canoni, in generale per case private e pubbliche e salve le situazioni di bisogno e/o di indigenza, in cui va applicato l’esonero, non superino il 10% del salario o della pensione del maggiore percettore.

In terzo luogo, va svolto nei caseggiati popolari un lavorio capillare e metodico di propaganda e di organizzazione allo scopo di convogliare nelle azioni di difesa e di lotta inquilini e occupanti, eliminando attriti e divisioni tra assegnatari e occupanti, tra occupanti “storici” e occupanti “recenti” ed emarginando le condotte prevaricatrici individuali o di gruppo.

Gli inquilini e gli occupanti debbono costituire la prima linea di difesa e di lotta nel blocco degli sfratti e degli sgomberi e un baluardo nella difesa degli occupanti per necessità. Una parte di questo lavorio va svolta inoltre tra i richiedenti alloggio in lista di attesa per accelerare l’assegnazione delle case sfitte ed esercitare una pressione crescente per la requisizione e assegnazione di case vuote.

In quarto luogo i comitati per la casa debbono stringere forti legami tra di loro, creare un fronte comune attrezzarsi adeguatamente per potere affrontare la militarizzazione urbana. Gli sgomberi sono da tempo azioni militari ad alta intensità di guerra. E lo “stop agli sgomberi” richiede adeguati livelli di organizzazione. Fondamentale e decisiva nell’impedire gli sgomberi è la resistenza degli inquilini, la solidarietà del caseggiato, poi conta il resto.

Trascinare nell’azione i caseggiati, coinvolgere il quartiere, sbarrare il passo alle forze dell’ordine, contrastando le false “campagne di legalità” che mistificano la realtà perchè la pretesa “legalità” è solo il paravento delle ruberie pubbliche e lo strumento di repressione ed esproprio della gente impoverita.

Scacciare inoltre dai quartieri popolari i neofascisti che, per acquisire simpatie, chiedono case “solo per gli italiani”, nascondendo ipocritamente il fatto che di case vuote ce ne sono decine di migliaia che restano da decenni sfitte proprio per mantenere alti gli affitti e che ora vengono poste in vendita.

In quinto e ultimo luogo bisogna collegare e ancorare la lotta per la casa alla più generale battaglia di classe per l’esproprio di immobiliari, palazzinari, grossi e medi proprietari e la socializzazione dei mezzi di produzione.

Occorre, quindi, un’organizzazione stabile capace di superare ogni settorialismo e ricondurre tutte le iniziative che già si svolgono sul terreno della lotta per la casa nel più ampio fronte di lotta politica allo Stato ed al dominio di classe.

Solo così è possibile resistere effettivamente agli attacchi di Stato, finanza, immobiliari e padroni e soddisfare le esigenze di operai, disoccupati, pensionati proletari.

Economia, Politica e Società

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

“Non saremo schiavi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

“Non saremo schiavi”: la ribellione contro il regime di Orban

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Per la prima volta, dopo dieci anni, il regime reazionario di Orban incontra un’opposizione di massa.

Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in larga parte del Paese hanno preso la parola contro il governo.

La miccia è stata una legge antioperaia varata dal governo dai caratteri scopertamente provocatori. Una legge che prevede 400 ore di straordinari all’anno, una settimana lavorativa di sei giorni o oltre dieci ore giornaliere per cinque giorni. Il lavoratore può formalmente rifiutare, salvo rischiare il licenziamento.

Si tratta dunque di uno strumento di legge offerto ai padroni per incrementare in modo massiccio lo sfruttamento del lavoro. Il padronato ungherese plaude entusiasta alla legge. Ancor più plaudono la Opel, la Mercedes, l’Audi, le grandi aziende straniere in particolare tedesche, ma anche italiane, che in Ungheria fanno affari d’oro. La sovranità nazionale sbandierata da Orban è a tutti gli effetti la sovranità dei padroni contro i lavoratori.

“Non saremo schiavi”. Questo è lo slogan che ha animato le proteste contro la legge.

Le manifestazioni indette dai sindacati hanno registrato un’ampia partecipazione operaia, e hanno visto l’ingresso in campo di decine di migliaia di studenti. Gli studenti già erano in fase di mobilitazione a favore della libertà di studio e di ricerca nelle università. La saldatura con le manifestazioni dei lavoratori è apparsa loro naturale.

Non si tratta di rituali manifestazioni dell’opposizione liberaldemocratica, si tratta di manifestazioni di massa e di classe, le prime dopo lungo tempo nella storia d’Ungheria.

Le manifestazioni si sono susseguite con una parabola ascendente negli ultimi cinque giorni, e con tratti radicali. A Budapest la polizia ha dovuto disperdere più volte la folla di lavoratori e giovani che assedia gli edifici dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento ungherese. La parola d’ordine dello sciopero generale per la revoca della “legge della schiavitù” ha fatto il suo ingresso nelle strade e nelle piazze della capitale.

Com’è naturale, tutte le forze politiche dell’opposizione cercano il proprio posto al sole nella protesta: Momentum, Dialogo per l’Ungheria, persino i fascisti di Jobbik. Ma la linea dello scontro è estranea all’impostazione liberale come all’impostazione nazionalista e xenofoba. Al contrario, essa è dettata come non mai dalla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra capitalisti e operai.

Il ruolo dei sindacati è non a caso centrale. La campagna ossessiva di Orban contro i migranti, che ha intossicato milioni di ungheresi, svela sempre più il suo carattere ipocrita. Il problema dell’Ungheria non è rappresentato dai migranti, praticamente assenti, ma dalla massiccia emigrazione di 600.000 ungheresi verso altri Paesi in cerca di migliori condizioni di vita. La battaglia contro la legge della schiavitù mette a nudo questa verità, e conquista il senso comune di massa.

Chi profetizzava che destra e sinistra sono categorie novecentesche ritrova questo confine proprio in Ungheria, proprio nel Paese indicato a modello dai sovranismi nazionalisti alla Salvini, proprio nel Paese presentato dai populismi reazionari di tutta Europa come paradigma di stabilità e di ordine.

Naturalmente siamo solo all’inizio di una battaglia di massa, di cui seguiremo dinamica e sviluppi. Ma certo i fatti dimostrano che neppure i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo della lotta di classe, che prima o poi si riaffaccia e presenta il conto.

La vicenda ungherese ci parla anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori
Economia, Politica e Società

Di Maio e i padroni

In e-mail il 12 Dicembre 2018 dc:

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all’articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l’avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell’Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.

Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell’ IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoratori precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l’anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”.

Infine l’annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l’ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l’offerta di un simile Bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L’Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe… Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall’incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi, e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l’80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.

Sino a quando reggerà questa truffa?

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

In e-mail il 10 Novembre 2018 dc:

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

6 Novembre 2018

Gli eventi che si sono abbattuti sull’Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro Paese. Otto metri quadri al secondo con un tasso demografico quasi a zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L’abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l’onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva, con i Patti di Stabilità, delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all’urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi.

Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l’abolizione delle Province ha cancellato l’intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell’ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all’«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell’ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all’interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l’enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. “Prima gli italiani” significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l’industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell’ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.

Partito Comunista dei Lavoratori
Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Santi privilegi, governo genuflesso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

Santi privilegi, governo genuflesso

8 Novembre 2018

La Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che lo Stato italiano dovrà recuperare enormi arretrati sulla vecchia imposta comunale relativa ai beni ecclesiastici (scuole, cliniche, alberghi, strutture turistiche…). Qualcosa che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi.

Si tratta di privilegi scandalosi, garantiti dai famigerati Concordati e soprattutto codificati da tutti i governi capitalistici, gli stessi che in questi decenni hanno imposto ai lavoratori lacrime e sangue con la benedizione del clero. Il governo Amato, nel mentre picconava pensioni e risparmi, decretava l’esenzione fiscale per i beni del clero (1992). Il governo Berlusconi, che tagliava otto miliardi alla scuola pubblica, confermava la loro esenzione totale (2005). Il governo Prodi (Rifondazione Comunista inclusa) sanciva che l’esenzione avrebbe riguardato solo “gli edifici adibiti ad attività non esclusivamente commerciali” (2007), laddove l’avverbio “esclusivamente” serviva alla Chiesa per mantenere l’esenzione per una miriade di proprietà finalizzate al lucro ma provviste di una cappella. Una truffa. Oggi le scuole cattoliche di ogni ordine e grado (8800) che hanno rette inferiori ai settemila euro sono esentate da IMU e TARI. Lo stesso vale per le strutture sanitarie assistenziali cattoliche (ambulatori, ospedali, case di cura…) che sono convenzionate con la struttura sanitaria nazionale. Per non parlare degli alberghi ecclesiastici (uno su quattro a Roma) che al 50% non versano un euro di IMU. Si potrebbe continuare.

E ora? Ora assistiamo all’imbarazzato mutismo di tutti gli attori politici di fronte alla sentenza europea. Per applicare la sentenza della Corte Europea sarebbe necessaria una legge. Ma chi vuole intestarsi questa legge, o anche solo la sua proposta? Nessuno.

I vecchi partiti liberali di centrosinistra e centrodestra, organicamente legati al capitale, e dunque anche al Vaticano, se ne guardano bene. Il loro europeismo si arresta di fronte alla Chiesa. I nuovi partiti borghesi populisti oggi al governo fanno lo stesso. Altro che “governo del cambiamento”! Il M5S ha pubblicamente dichiarato che ha da tempo archiviato la pratica (“se ne occupava in passato il senatore Perilli, che ora non sta trattando alcun provvedimento inerente alla sentenza”). Come dire un conto l’opposizione, un conto il governo. La Lega ha dichiarato che la sentenza europea è un’operazione “contro l’Italia, perché sanno benissimo che non potremo chiedere alla Chiesa quelle cifre”. Del resto, chi poteva attendersi il contrario? Il premier Conte ardente fedele di Padre Pio; Di Maio reverente verso le lacrime di San Gennaro; Salvini impugnatore di crocifissi durante i comizi, potrebbero mai entrare in collisione con la Chiesa? Non si tratta peraltro di convinzioni individuali, religiose o meno. Si tratta dei legami materiali tra il capitale finanziario con cui i partiti borghesi – di ogni colore – governano e il fiorente capitalismo ecclesiastico che del capitale finanziario internazionale è parte integrante e inseparabile.

La sentenza europea può forse servire a Bruxelles nel negoziato in corso col governo italiano sulle politiche di bilancio. Di certo non servirà per incassare i soldi evasi dalla Chiesa.

La verità è che solo la classe lavoratrice può porre nel proprio programma la totale abolizione dei privilegi clericali, perché è l’unica classe che può rovesciare il capitale, e dunque il capitalismo ecclesiastico. Partiti borghesi e populisti stanno tutti dall’altra parte della barricata, compreso il governo “del popolo”, più che mai genuflesso all’Altare.

Partito Comunista dei Lavoratori
Economia, Scienza e Natura

Prima l’ambiente e la salute

In e-mail da Democrazia Atea il 07 Agosto 2018 dc:

Prima l’ambiente e la salute

La gestione dei rifiuti in Italia non è considerato dal punto di vista ambientale, ma purtroppo, come molte altre cose che riguardano l’ambiente, solo dal punto di vista economico e di potenzialità redditizia.

La criminalità organizzata ha preso in mano da anni queste attività, creando il fenomeno delle Ecomafie.
Non è un caso che il nostro Paese abbia numerose procedure di infrazione aperte per il mancato recepimento di direttive europee sul tema ambientale.
La collusione tra politica e criminalità impedisce al nostro Paese di fare progressi in questo campo, mette a rischio la salute dei cittadini e dell’ambiente, e grava sui cittadini anche dal punto di vista economico a cause delle conseguenti sanzioni.

La direttiva 2008/98/CE è stata in realtà recepita con il DL 205/2010 ma il rapporto Rifiuti Urbani 2013 dell’ISPRA mostra un quadro sconfortante.
La percentuale di raccolta differenziata in Italia, analizzata nel suo complesso, ha raggiunto il 52,6%, poco al di sopra della percentuale obiettivo del 2007.
L’obiettivo 2012, che è del 65%, è troppo lontano da raggiungere: a livello regionale solo Veneto e Trentino hanno raggiunto l’obiettivo 2011 del 60%, e, a livello provinciale, solo 19 province italiane si sono adeguate a questo obiettivo.

L’analisi di questo documento potrebbe occupare pagine e pagine, ma il risultato è che l’Italia deve rivedere e aggiornare tutto il sistema di gestione, adeguandosi e anche proponendo soluzioni alternative rispetto alla legislazione europea.

Il primo caposaldo deve essere, invece della parola riciclaggio, la parola riduzione.

La parola riciclaggio ci autorizza a produrre tonnellate di rifiuti nell’utopia che possano essere riciclati, e ci deresponsabilizza.
Dobbiamo produrre meno rifiuti, cambiando le modalità di produzione e distribuzione, riducendo al minimo gli imballaggi superflui, e anche trovando nuove modalità igienicamente compatibili che permettano utilizzo di materiali non plastici.

Il secondo caposaldo deve essere: no alla plastica.

La plastica non è riciclabile, può essere riutilizzata ma prima o poi diventa un rifiuto da smaltire, la cui combustione, se non effettuata sotto un controllo competente, può produrre materiale tossico.

Il terzo caposaldo: chi produce rifiuti paga per lo smaltimento.

I cittadini non possono pagare un prodotto ad un prezzo che comprende anche il suo imballaggio o contenitore, e poi dover pagare anche per lo smaltimento dello stesso.
Questo autorizza le industrie a non curarsi della quantità di rifiuti che producono.
Sarebbe auspicabile, per alcuni prodotti, il vecchio vuoto a rendere, che permetteva un riciclo vero e continuo, senza creare inutili intermediari che si occupano del riciclaggio.

Il quarto caposaldo: responsabilizzare.

I cittadini devono essere informati e responsabilizzati sulla quantità di rifiuti che producono e sui metodi alternativi.
Sapere che tutto ciò che esce da casa finisce in una discarica in qualche lontano luogo ci fa disinteressare, almeno fino a quando, come è successo, il lontano luogo diventa un luogo vicino casa nostra.

Il quinto caposaldo: i rifiuti devono essere gestiti creando un reddito alla comunità interessata.

Berlino è un esempio di come lo smaltimento dei rifiuti possa rappresentare un modo di trovare risorse per la comunità.
Le scelte legislative hanno responsabilizzato i produttori e i consumatori ed è stata veicolata una propensione al riciclo che oggi costituisce fonte di ricchezza.

Il metodo adottato a Berlino non privilegia tuttavia il parametro della redditività, ma antepone sempre la salute dei cittadini e dell’ambiente.

 

Economia, Politica e Società

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Inoltrato in e-mail il 26 Luglio 2018 dc, pubblico nonostante provenga da un partito stalinista:

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Sergio Marchionne, l’a.d. di FCA, è morto. 
I comunisti non versano lacrime per un manager che è stato per 14 anni il salvatore dei profitti della famiglia Agnelli, lo spietato estorsore del plusvalore creato dal lavoro non pagato degli operai, il buttafuori dei sindacalisti combattivi e il compratore dei collaborazionisti che hanno appoggiato i suoi piani, i quali sono ora “profondamente addolorati”.

Il dirigente d’azienda più pagato d’Italia (nel 2015 ha intascato 54 milioni di euro, più o meno il monte salari annuo degli operai di Mirafiori) realizzò dopo la grande crisi del 2008 l’acquisizione della Chrysler, grazie ad un accordo con Obama. 
Cinque miliardi di profitti annui sono il suo ultimo bottino, ottenuto spremendo come limoni gli operai.

Nessuna meraviglia se viene santificato dalla borghesia, che lo qualifica come “un gigante”. 

Senza dubbio lo è stato dello sfruttamento e del comando capitalistico, che sono tanto più feroci quanto più si sviluppa la produzione su larga scala.

Per i proletari d’avanguardia la morte di Marchionne – un manager integrato nell’oligarchia finanziaria, che usava il bastone in fabbrica e il pullover in TV – è più leggera di una piuma. 

Sono altre le questioni che pesano: quale sarà il futuro delle fabbriche? 
Quali ricadute occupazionali? 
Come far ripartire la lotta?

Con la nomina del nuovo a.d. Manley, che viene dalla Chrysler, è prevedibile che FCA se ne andrà sempre più verso gli USA dove il marchio Jeep viene maggiormente prodotto e venduto.

Lo spostamento della produzione dall’altra parte dell’Atlantico sarà anche una conseguenza della politica di Trump, che condiziona tutte le multinazionali dell’auto. 

La minaccia del presidente nordamericano di imporre dazi doganali del 25% sulle vetture importate non può essere ignorata dalla famiglia Agnelli, pena la perdita di ingenti profitti.

A ciò va aggiunto un altro fattore: la strategia di FCA è sempre più centrata su SUV Jeep, auto di lusso Maserati e auto “premium”. 

I vertici aziendali hanno capito che non possono battere la concorrenza di monopoli come Volkswagen, Renault, Ford, Toyota, in un mercato automobilistico come quello europeo che è sempre più saturo a causa della riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. 

Per sopravvivere puntano su auto di alta gamma dai volumi di vendita inferiori.

L’ennesimo piano industriale FCA non offre alcuna certezza per il futuro degli stabilimenti italiani e nessun dettaglio su tempi e luoghi di produzione dei nuovi modelli. 

Non è difficile prevedere la fermata a breve della produzione della Fiat Punto a Melfi, e lo stop dell’Alfa Romeo Mito a Mirafiori, per concentrarsi sulla produzione di un SUV Maserati.

La produzione di Panda e 500 finirà in Polonia, dove il prezzo orario della forza-lavoro è circa un terzo di quella italiana. 
Forse a Pomigliano si produrrà un piccolo SUV Jeep.

A Melfi, una volta eliminata la Punto, rimarrà la Renegade, ma bisognerà vedere con quali volumi produttivi. A ciò si aggiunge l’addio al diesel che viene prodotto a Pratola Serra e a Cento, mentre la 500 elettrica è ancora un sogno.

Praticamente in Italia non verranno più prodotte utilitarie con il marchio Fiat. 

La fine dell’era Marchionne segna anche l’epilogo di un processo iniziato da decenni che comporterà riflessi devastanti sul piano occupazionale in tutte le fabbriche, non solo Mirafiori e Pomigliano. 

Si prospettano cassa integrazione a go-go e licenziamenti che diverranno massivi quando scoppierà la nuova crisi. 
Altro che la piena occupazione promessa da “Marpionne”!

Quale risposta mettere in campo? 
La forza di Marchionne e di FCA nell’ultimi anni si è basata sulla debolezza e sulla divisione degli operai, favorite dai collaborazionisti politici e sindacali.

Questo significa che nella misura in cui si svilupperà la mobilitazione e il fonte unico di lotta degli operai sarà molto più difficile per FCA far passare il suo piano antioperaio.

Sosteniamo perciò l’azione comune dal basso, realizzata sulla base della difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli sfruttati. 

La solidarietà e l’unione sono necessità assoluta per gli operai dinanzi a cui sta il capitale monopolistico. Smascheriamo tutti coloro che vi si oppongono, svigorendo la lotta operaia e dividendo i lavoratori per aiutare i capitalisti.

Non bisogna aspettare che cali la mannaia. 
Nemmeno è possibile nutrire illusioni su FCA e sui sindacati complici. 
Tanto meno ci si può fidare di un governo nazional-populista spudoratamente asservito ai padroni, che oggi onora il suo manager preferito.

Bisogna ripartire al più presto con le assemblee e gli scioperi contro l’intensificazione dello sfruttamento, per forti aumenti salariali e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per la difesa dei posti di lavoro stabili in tutte le fabbriche, contro i licenziamenti di massa e quelli politici.

Questa lotta riguarda l’intera classe operaia, che con essa riprenderà fiducia nella sua enorme forza e nella giustezza dei suoi scopi: l’abolizione della schiavitù salariata e la socializzazione dei mezzi di produzione, per farla finita con lo sfruttamento, l’oppressione, la miseria, le guerre di rapina.

Perciò diciamo che è sempre più necessaria una direzione politica che sostenga nella lotta gli interessi comuni degli operai, portandovi la coscienza di classe: il partito indipendente e rivoluzionario degli operai. Tutti i proletari avanzati possono e debbono dare un importante contributo in questo senso.

Uniamoci, lottiamo, organizziamoci assieme!

25 luglio 2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Visita il sito http://www.piattaformacomunista.com

Economia, Politica e Società

Uccidiamoli a casa loro

In e-mail da Democrazia Atea il 24 Luglio 2018 dc:

Uccidiamoli a casa loro

Generalmente le società civili adottano criteri di condivisione delle esperienze e delle conoscenze per arrivare alle migliori soluzioni possibili.

Le società civili organizzano convegni di medicina, di diritto, di economia, organizzano meeting, conferenze, perché la condivisione delle conoscenze diventa il modo migliore per ipotizzare risposte possibili e ridurre i margini di errore.

Anche negli USA si organizzano eventi per trovarsi preparati agli scenari futuri, ed essendo gli statunitensi degli inguaribili guerrafondai, i loro meeting sono incentrati sugli scenari di guerra.

Negli USA si organizzano dei giochi di guerra, durante i quali si devono misurare le capacità delle forze armate americane di affrontare ogni tipo di crisi.

Il War College in Pensilvanya ha ospitato Unified Quest 08, un evento durante il quale si radunarono militari di ogni età, provenienti da tutto il mondo, ma anche rappresentanti delle accademie, dell’industria, di molte agenzie governative per discutere le risposte ai conflitti globali del futuro.

Ed è curioso constatare che quando il Pentagono orchestra un “gioco di guerra” preventivando come comportarsi in un possibile conflitto, di lì a poco quella guerra ipotizzata, con stupefacente puntualità, si verifica.

Nel 2008 Unified Quest aveva ipotizzato quattro scenari e tra questi, quello nigeriano, collocandolo temporalmente nel 2013.

Era la prima volta che gli USA pianificavano uno scenario africano.

Con singolare “coincidenza”, l’anno successivo, nel 2009, il gruppo terroristico Boko Haram, presente in Nigeria già dal 2002 ma con attività che non avevano destato immediata preoccupazione, ha cominciato la sua ascesa vertiginosa, frutto di finanziamenti improvvisi, e ha scatenato i primi attentati in concomitanza con la creazione dell’Africom, un nuovo comando militare destinato al continente africano e creato dal Pentagono.

Gli orrori legati a questo gruppo terroristico sono inenarrabili, ma è necessario risalire a chi quell’orrore lo ha lucidamente pianificato.

I maggiori finanziatori di Boko Haram sono il fondo fiduciario Al-Muntada, con sede nel Regno Unito, e la Società mondiale islamica dell’Arabia Saudita, dunque Regno Unito e Arabia Saudita, entrambi fedeli alleati degli USA.

Zbigniew Brzezinski, già co-fondatore della Commissione Trilaterale, ideatore del progetto CIA di sostegno ai mujaheddin in Afghanistan, durante l’amministrazione Obama teorizzò la politica di deflagrazione degli stati nazionali per arrivare a micro-Stati divisi per etnie o religione, talmente irrilevanti da non poter essere minimamente in grado di opporsi ad una qualsiasi multinazionale del petrolio di medie dimensioni, e tra gli obiettivi di distruzione degli stati nazionali c’era la Nigeria.

Destabilizzare la Nigeria significava anche indebolire il rapporto privilegiato che la Nigeria aveva con la Cina, perché il petrolio nigeriano costituisce un irrinunciabile fonte di approvvigionamento anche per Pechino.

Nel 2010, la Cina ha firmato un accordo da 23 miliardi di dollari per la costruzione di tre raffinerie di carburanti in Nigeria, e la crescente presenza della Cina nella regione è stata interpretata, manco a dirlo, come una sfida agli interessi americani.

Agli USA interessano le risorse petrolifere nigeriane e non vuole contendersele con la Cina.

Durante l’amministrazione Obama le organizzazioni terroristiche sono state spudoratamente finanziate per destabilizzare intere aree, in tutto il pianeta, con la precisa finalità di meglio consentire il raggiungimento delle predazioni economiche.

L’amministrazione Obama, consentendo che Boko Haram venisse finanziato, ha ottenuto la destabilizzazione della nazione più popolosa dell’Africa.

Da non trascurare che alla distruzione della Nigeria ha contribuito, attraverso l’ENI, anche l’Italia.

L’Eni è stata accusata di aver grandemente, se non irreversibilmente, inquinato il Delta del Niger.
L’ENI si è difesa dicendo che le perdite erano causate proprio dai terroristi che rubavano il petrolio dalle tubature.
Un accurato studio di Amnesty International ha dimostrato invece, con documenti e fotografie, che le perdite sono causate, piuttosto, dal pessimo stato di manutenzione degli impianti.

Da sottolineare come l’economia della Nigeria era prevalentemente fondata su agricoltura e pesca e come gli idrocarburi e l’inquinamento del Niger abbiano distrutto l’economia nazionale tradizionale, ad onta dei progettini di sostegno all’agricoltura finanziati proprio dall’ENI.

Il bilancio complessivo è terrificante: centinaia e centinaia di civili uccisi, esecuzioni sommarie agghiaccianti, migliaia di famiglie impossibilitate a sostenersi, fame, miseria, malattie e, su tutto, incombe la bestialità della sharia.

Così li abbiamo uccisi a casa loro.

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Economia, Politica e Società

Tossicità e cialtroneria

In e-mail da Democrazia Atea il 20 Giugno 2018 dc:

Tossicità e cialtroneria

Molti ricorderanno che nel 2008 la parola maggiormente pronunciata negli ambienti finanziari, e non solo, era “subprime”.

I debiti “subprime” erano in effetti, prestiti per acquisti immobiliari concessi senza garanzie da alcune banche statunitensi, anche a coloro di cui era certa l’insolvenza, allo scopo di mantenere alti quegli stessi livelli di profitto che le banche d’investimento avevano realizzato già nel 2004 con la cosiddetta “bolla immobiliare”.

In Goldman Sachs avevano brindato ai profitti immobiliari e dopo che avevano concesso prestiti, consapevolmente, anche a chi non li avrebbe mai restituiti, non erano rimasti a guardare.
Avevano inventato una colossale frode, intuendo che quei debiti ingestibili avrebbero potuto essere trasformati in “misteriosi” pacchetti finanziari da vendere sotto forma di cartolarizzazioni.
In questo modo avrebbero continuato a guadagnarci sopra e nel contempo avrebbero spalmato su altri soggetti un rischio che altrimenti non sarebbero stati più in grado di gestire.

Attraverso il processo di cartolarizzazione, i mutui subprime si incrociarono con i prestiti e si trasformarono nei cosiddetti CDO Collateralized Debt Obligation: i CDO a loro volta vennero piazzati presso altre banche.
Quasi tutte le banche europee si sono avventurate nell’acquisto di queste autentiche bufale contabili.
Attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei debiti in prodotti derivati, la crisi immobiliare/bancaria americana si è trasformata in una crisi finanziaria europea, il cui effetto immediatamente evidente è stato quello di una contrazione di liquidità e di una recessione.
I prodotti derivati vennero disvelati in tutta la loro pericolosità, e furono comunemente denominati titoli “tossici”.

I bilanci delle banche, inizialmente gonfiati a dismisura sulle previsioni delle speculazioni, non mostrarono immediatamente la debolezza della loro reale patrimonializzazione.
Solo a distanza di tempo si è cominciato a fare il conto di quanti titoli tossici ci fossero nelle banche europee.
Poiché le parole contano, ed è noto come nei bilanci non possano comparire definizioni troppo esplicative, i titoli tossici si sono trasformati in titoli “illiquidi”, e sono stati catalogati in tre tipologie differenti, per meglio mascherarne la tossicità, come la stadiazione dei tumori.

I titoli di «Livello 1» sono i liquidi, e hanno prezzi riscontrabili sul mercato, poi ci sono i titoli di «Livello 2» che non hanno una immediata quotazione sul mercato ma forniscono parametri idonei a determinarne il prezzo, infine ci sono i titoli per i quali non c’è nessuna valutazione, sono gli invalutabili e sono quelli di «Livello 3» i quali, in assenza di parametri di valutazione, vengono iscritti in bilancio utilizzando modelli matematici, insomma un’altra furbata contabile.

Le banche, smascherate sulle reali consistenze patrimoniali, hanno cominciato a risanare i bilanci e a liberarsi delle tossicità.
Nel bilancio della Deutsche Bank di cinque anni fa risultavano annotati 54,7 trilioni di euro in titoli tossici.
La banca tedesca è riuscita a venderne in quantità tali da avere, al 2017, un residuo di soli 5,8 miliardi di euro, e non c’è adeguata trasparenza nel sapere come quei titoli siano stati spalmati.

La Germania non è la sola, anche le altre banche europee sono esposte agli stessi rischi e viaggiano su una polveriera.

La Banca d’Italia ha avviato uno studio, pubblicato a dicembre 2017, ed ha evidenziato come le banche europee siano esposte complessivamente per 6.800 miliardi di euro di titoli tossici, ma ha anche evidenziato come tre quarti dei titoli illiquidi siano detenuti da Germania e Francia.
Stiamo parlando di una bomba finanziaria che se dovesse esplodere, travolgerebbe non solo l’Europa.

Dalla relazione di Banca d’Italia emerge un dato piuttosto curioso che si sintetizza in un passaggio cruciale: «le banche possedenti tali titoli sono incentivate ad utilizzare a proprio vantaggio la discrezionalità concessa per la loro contabilizzazione, allo scopo di alterare i risultati di bilancio».
In altri termini, le banche tedesche e francesi hanno ottenuto dalle autorità di vigilanza europee, l’autorizzazione a non avere bilanci troppo trasparenti rispetto alla tossicità dei titoli in loro possesso.
Siffatto enunciato merita di essere approfondito, quantomeno in relazione alle finalità.
È pacifico che queste evidenze sono potenzialmente idonee a provocare una nuova crisi finanziaria dalle dimensioni imprevedibili, ma risulta davvero difficile interpretarlo come un imparziale monito agli altri Paesi affinché correggano il tiro sulle pericolose discrezionalità applicate ai bilanci delle loro banche.
E’ invece assai probabile che Banca d’Italia si sia precostituita una carta da giocare se e quando le stesse autorità di vigilanza verranno a chiedere maggior rigore alla trasparenza bancaria italiana, la cui patrimonialità è indebolita dai crediti in sofferenza.

La vigilanza della BCE, infatti, se da un lato mostra accondiscendenza verso le partite truccate dei titoli tossici delle banche tedesche e francesi dall’altra, invece, inasprisce i controlli verso i crediti deteriorati, per intenderci quelli di coloro che non sono riusciti a pagare il mutuo o non sono stati in grado di restituire i prestiti, sia famiglie che imprese.

L’inasprimento dei controlli sui crediti deteriorati innesta una spirale negativa sull’economia reale, già in asfissia, dal momento che il credito bancario è la fonte di finanziamento primaria, non solo delle imprese ma anche delle famiglie.
Ormai è la politica monetaria a dettare la politica economica, e non il contrario, e la politica monetaria si è trasformata in monetarismo neoliberista, sicché la relazione della Banca d’Italia, in questo quadro, non sarà sufficiente ad arginare una eventuale, e molto probabile, nuova esplosione finanziaria.

Né potremmo auspicare soluzioni politiche di rilievo perché siamo sufficientemente consapevoli di essere governati da una compagine cialtrona.

(Carla Corsetti, Segretario nazionale di Democrazia Atea e Coordinamento nazionale di Potere al Popolo)

Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Governo da incubo

In e-mail l’1 Giugno 2018 dc:

Governo da incubo

Presidente del Consiglio – avv.Giuseppe Conte, un “tecnico” di provata fede verso Padre Pio.

Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – Luigi Di Maio, una persona che non ha mai lavorato in vita sua.

Ministro dell’Interno – Matteo Salvini, un razzista xenofobo con inclinazioni politiche naziste, più che fasciste.

Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta – Riccardo Fraccaro, un gaffeur professionista.

Pubblica Amministrazione – avv.Giulia Bongiorno che è passata dalle sponde fasciste di AN a quelle naziste della Lega, per scatti di avanzamento di carriera.

Affari Regionali e Autonomie – avv. Erika Stefani che non avrà un mandato troppo esteso perché dovrà occuparsi soltanto di tre regioni ovvero Veneto, Emilia e Lombardia, coerentemente con il mandato che gli hanno affidato anche gli elettori del sud.

Ministro per il Sud – Senatrice Barbara Lezzi, una perito aziendale resa famosa per aver portato l’apriscatole in Parlamento nel mentre i grillini diventavano pesci in barile, pur di avere poltrone. Come Ministro del Sud, viste le prospettive leghiste, avrà il compito di partecipare alle feste nel Salento.

Ministro per la famiglia e le disabilità – Lorenzo Fontana, un fondamentalista cattolico antiabortista, che ha inserito le disabilità giusto per sottolineare uno stato patologico che medicalizzi anche i processi di inclusione. Quanto alle patologie della famiglia patriarcale avrà il compito di cristallizzarle nel più oscurantista schema fondamentalista.

Ministro affari esteri – Moavero Milanesi, quello che aveva appoggiato a spada tratta il Fiscal Compact, uno dei trattati peggiori, insieme al MES, dell’Unione Europea.

Ministro della Giustizia – Alfonso Bonafede, uno che ha frequentato per un po’ l’università e, non avendo capito cosa sia la Giustizia, ha sintetizzato il suo percorso diventando un forcaiolo.

Ministro della Difesa – Elisabetta Trenta, esperta in sicurezza, ha già dichiarato che vuole rendere moderne le tecnologie della Difesa, che poi l’ufficio dei contratti sia diretto dal marito, più che un conflitto di interessi, diventa una “convergenza parallela”.

Ministro dell’Economia – Giovanni Tria, sostenitore convinto della flat tax.

Ministro delle politiche agricole – Gianmarco Centinaio, approda alla Lega dal PDL, e si sa quanto i leghisti siano “legati” ai finanziamenti della UE per l’agricoltura.

Ministro dell’Ambiente – Sergio Costa, un generale dei carabinieri, perché questo dicastero non è per costoro visione ecologista e prospettiva di futuro per il pianeta, ma è una succursale delle procure della Repubblica.

Ministro Infrastrutture – Danilo Toninelli, perfetto per motivare i cambi di posizione da “No TAV” a “forse TAV” e non ci stupiremo se dovesse dire “ma sì TAV”, l’incoerenza che diventa responsabilità di governo.

Ministro dell’Istruzione – Marco Bussetti, un insegnante di ginnastica cattolico. Ora che gli uffici scolastici si sono già “aziendalizzati” si adeguerà.

Ministro dei Beni Culturali e Turismo – Alberto Bonisolidi, che annovera la presidenza di una associazione di scuole d’arte private. Un altro bocconiano che non si è mai occupato del patrimonio culturale.

Ministro della Salute – Giulia Grillo, parla di sanità pubblica ma non farà nulla per togliere finanziamenti alla sanità privata cattolica e non renderà più facile l’applicazione della 194.

Ministro degli Affari Europei – Paolo Savona, un berlusconiano antieuropeista esperto di affari privati assegnato agli Affari Europei, una designazione perfetta.

Sottosegretario Presidente del Consiglio – Giancarlo Giorgetti, già nel Cda della banca della Lega Nord Credieuronord, finita con esiti leghisti scontati, ovvero il fallimento.

Non ci vuole la sfera di cristallo per sapere che ci troveremo a dover fronteggiare politiche cialtrone, razziste, fondamentaliste, nazionaliste, sovraniste, regressive, misogine e antiumanitarie.

Il 2 giugno del 1946 ci liberammo di una monarchia infima e corrotta.

Il 2 giugno 2018 ci prepareremo a resistere al Governo più emetico della storia repubblicana.

Democrazia Atea

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Economia, Politica e Società

Nel libro di Savona le idee del futuro Governo?

Segnalato in e-mail il 31 Maggio 2018 dc (le correzioni degli errori di grammatica e punteggiatura sono miea, Jàdawin di Atheia):

Nel libro di Savona le idee del futuro governo?

di Lucia Annunziata

Il ministro del Tesoro indicato ci consegna un’efficace argomentazione sui mali dell’Europa.
E la possibilità di uscire dall’Euro.
Salvini e Di Maio seguiranno questa strada?

C’è un dolente sottofondo nel libro “Come un incubo come un sogno” scritto dal professor Paolo Savona. È il senso di non esser riuscito a cambiare con le proprie idee il corso delle cose, su cui oggi, a distanza di tempo, pensa di aver avuto ragione.

Critico, fin dall’inizio, della fondazione dell’Euro, nel suo lavoro traccia un ritratto realistico, pessimista, e feroce del fallimento che aveva previsto: “Parte importante dei problemi che ha incontrato e incontra l’Italia riguarda i modi in cui l’Unione europea è stata costruita e opera, ossia le strutture istituzionali e la politica economica decise nel 1992 con il Trattato di Maastricht e le successive scelte”.

Ma la bizzarria del destino colpisce tutti, incluso i professori che hanno scelto di ritirarsi in una creativa solitudine, e l’occasione di cambiare le cose è arrivata, anzi è precipitata su Paolo Savona, economista di fama e prestigio, ma anche attivo partecipe, negli anni, di esperienze di gestione di grandi aziende e banche nella economia reale: il nuovo governo del cambiamento, quello che Lega e M5s stanno formando, lo ha selezionato come ministro dell’Economia, il più formidabile, centrale, operativo incarico di un governo.

Il libro, edito da Rubbettino in edicola e in libreria nei prossimi giorni, una riflessione sui grandi temi dell’economia, sulle tracce della propria autobiografia, si presenta oggi, in queste ore concitate di formazione del prossimo esecutivo, come la perfetta guida per conoscere meglio le idee sulla cui base prenderà le sue decisioni l’uomo che dovrebbe avere nella sue mani il destino del nostro Paese.

L’errore di entrare nell’Euro è basata anche sul ricordo personale di Savona, che ricostruisce gli errori di Ciampi e dell’elite nazionali: “Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri.

L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha trainato all’inizio l’idea di Europa.
I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi.

La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato.
Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica.

Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare.
Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta”.

Le conseguenze politiche di queste scelte hanno risonanza, secondo Savona, su tutto il sistema, trasformandolo da macchina che opera per il benessere dei cittadini a strumento di oppressione: “Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei Paesi firmatari sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere.

Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum.
Conosciamo le origini di questa grave limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico: torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici.

Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…

Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia”.

La Grecia, dunque.
Il fantasma è oggi lì, secondo Savona.

Ma come avvenne esattamente l’errore dell’Euro?

L’economista ha una ricostruzione da offrire che apre a un serio dubbio-ancora una volta-sulle elite. “L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa.
Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita.

Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati.
L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose.
Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro.

Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno: forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, nel quale la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo.

Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale.

Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi.
L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia.
Semmai si decidesse di farlo-e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo-si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957.

Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato.
Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza.

La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo”.

Come si vede, si tratta di forti concetti, e forti responsabilità.
Forti come le risposte che vengono proposte.

I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà.
L’enigma (peraltro di facile soluzione) è: a quale parte del Paese si riferiscono?

Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza.
Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica.

Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil.

Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi”.

“Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia.
Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo.

Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono.
La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa.

Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali”.

Ed è qui che Savona affronta la discussione più delicata nei confronti del futuro governo: “Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato).
Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare.

Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B.
Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate.
Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca.

Il Paese è in un vicolo cieco.
Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono.
Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema.

La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa”.

Insomma, la conclusione di tutto questo ragionamento è che il prossimo ministro del Tesoro non esclude la necessità di uscire dall’Euro.
Magari ha anche ragione.
Ma il ragionamento di un intellettuale è una cosa, il governare è altro.
Una domanda si impone, dunque: se e in che modo questa analisi diverrà una proposta concreta del governo?
Ameremmo risposta di Salvini e Di Maio, in queste ore prima che tutto si decida.

Economia, Politica e Società, Storia

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

“Per una sinistra rivoluzionaria”

In e-mail l’8 Dicembre 2017 dc:

Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

 8 Dicembre 2017
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Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici.

Abbiamo sottolineato l’unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana.

L’unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo” o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti.

L’unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l’unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti.

Infine, l’unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so’ pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra.

La nostra è l’unica sinistra che non c’è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

IL PROGRAMMA PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Siamo entrati nel decimo anno dall’inizio della crisi economica. Renzi, Gentiloni, Padoan e Draghi ci dicono che la crisi è oramai finita, ma le cose non stanno realmente così. La ripresa italiana è la più bassa in Europa, il nostro Pil è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi e in questi anni è andato perduto il 25% della capacità produttiva del Paese. La crisi però non ha colpito tutti allo stesso modo in questi dieci anni. Da una parte sono aumentati i disoccupati, i salari sono crollati, il lavoro si è precarizzato e molti piccoli commercianti sono stati costretti a chiudere; dall’altra le grandi aziende, le multinazionali e i gruppi finanziari hanno fatto profitti favolosi e i top manager hanno incassato compensi d’oro spropositati. Tutti i dati confermano che la disuguaglianza sociale non è mai stata così alta. Eppure tutte le forze dell’arco parlamentare italiano non fanno altro che tutelare gli interessi di questa elite economica. Basti pensare a come tutti i leader politici, Salvini e Di Maio compresi, sono andati a scodinzolare al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha dell’alta finanza. Oppure basta ricordarsi di come tutti i governi dagli anni 90’ ad oggi non abbiano fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali che riguardano tutti (sanità, pensioni, scuola, ricerca…) per drenare quattrini a favore delle grandi imprese sotto le forme più svariate (incentivi economici, sgravi fiscali, investimenti pubblici, privatizzazioni…).

Tutto questo è inaccettabile ed è durato fin troppo. È ora di una rivoluzione, che rovesci completamente questo sistema politico-economico in cui i diritti, i bisogni e le aspirazioni dei tanti sono calpestati in nome dei super-profitti di pochi. Fino ad oggi hanno governato i banchieri, gli speculatori, i faccendieri… proprio quelli che la crisi l’hanno provocata. È ora che al governo vadano i lavoratori, che invece finora la crisi l’hanno pagata. Ci hanno sempre detto che non ci sono le risorse per una politica diversa, per una politica a favore delle classi popolari. Ma in realtà queste risorse ci sono, il problema è che sono concentrate nelle mani di una ristretta minoranza. È lì che dobbiamo andare a prenderle per metterle a disposizione della società nel suo complesso. Finché non faremo questo, non ci sarà mai un vero cambiamento.

NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO

Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.

È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.

  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.
  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Mentre l’Istat ci dice che 18 milioni di italiani sono a rischio povertà, il governo ha stanziato la bellezza di 26 miliardi di euro per salvare le banche venete e il Monte dei Paschi di Siena. E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che l’intero sistema bancario italiano è in sofferenza a causa dell’alto numero di crediti deteriorati.

Anche la Banca Centrale Europea ha pompato liquidità a piene mani sui mercati finanziari per tenere a galla le banche. Il conto di questo fiume di denaro è stato presentato alle popolazioni dei vari paesi europei attraverso le politiche di austerità.

In pratica tutti i sacrifici che ci hanno imposto sono serviti per consentire alle banche di mantenere alto il livello dei profitti, proseguire nelle loro speculazioni azzardate e premiare i manager responsabili del dissesto con liquidazioni a sei zeri.

  • Nazionalizzazione del sistema bancario, senza indennizzo per i grandi azionisti e con garanzia pubblica per i depositi dei piccoli risparmiatori.
  • Creazione di un’unica grande banca pubblica nazionale, in grado di mettere in campo gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.

 

LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE E LA DIFESA DEL SALARIO

I governi in questi anni hanno trovato un modo molto originale per combattere la disoccupazione: consentire alle aziende di licenziare più facilmente, sia con il Jobs Act che con i contratti precari. Il risultato è che i posti i lavoro non sono aumentati, ma sono diminuiti. In Italia ci sono oggi più di 3 milioni di disoccupati e tutti i nuovi contratti sono a termine.

Peraltro la disoccupazione è stata trasformata in un business: gli uffici pubblici di collocamento sono stati sostituiti da agenzie interinali private e i corsi di formazione per i disoccupati sono serviti solo per incassare i fondi europei.

Anche chi un lavoro ce l’ha, ha visto ridurre drasticamente il potere d’acquisto del suo stipendio. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tanti, pur di lavorare, hanno accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Giornate di lavoro di 10-12 ore, lavoro domenicale, finte partite iva, corrieri pagati a consegna… fino al lavoro nero e al caporalato.

Siamo arrivati al paradosso del lavoro gratuito: il sociologo Domenico De Masi, tenuto in grande considerazione dal Movimento 5 Stelle, sostiene che per ridurre la disoccupazione, i disoccupati dovrebbero lavorare gratis…

Tutto questo deve essere completamente ribaltato. Per aumentare l’occupazione innanzitutto bisogna che chi ha un lavoro non lo perda; in secondo luogo il lavoro disponibile deve essere distribuito tra tutti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre ai lavoratori e ai disoccupati devono essere riconosciuti i mezzi necessari per vivere dignitosamente.

  • Abolizione del Jobs Act, ripristino dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori dipendenti. Nessuno deve essere licenziato senza giusta causa.
  • Trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
  • Salario minimo intercategoriale fissato per legge, non inferiore ai 1.200 euro mensili.
  • Una nuova scala mobile che indicizzi tutti i salari all’inflazione reale.
  • Salario garantito ai disoccupati pari all’80% del salario minimo.
  • Riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di 32 ore settimanali a parità di salario.
  • Abolizione delle agenzie interinali e ritorno al collocamento pubblico.
  • Contrasto frontale al lavoro nero, le aziende che ne fanno uso devono essere espropriate.

UN’ECONOMIA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Ci hanno sempre raccontato che “il privato funziona meglio”, eppure la crisi ha completamente sfatato questo mito. Guardiamo a cosa hanno portato le privatizzazioni: aumento generalizzato di prezzi e tariffe, peggioramento complessivo dei servizi ai cittadini e peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni hanno inoltre aperto la strada, attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti, alle infiltrazioni della criminalità organizzata in una serie di settori, come quello dei rifiuti.

Ancora più desolante è il panorama delle infinite crisi industriali. Non si contano le imprese che, nonostante gli aiuti pubblici, hanno chiuso, licenziato e delocalizzato all’estero per risparmiare sulla manodopera.

In questi casi la soluzione non può essere “l’intervento pubblico”, che in Italia va sempre a finire allo stesso modo: lo Stato ci mette i soldi, ma la gestione e i profitti rimangono nelle mani dei privati. È invece necessario rimettere in discussione la proprietà e la gestione private di una serie di attività economiche. Questo è ancor più vero nel campo dei servizi essenziali per la collettività (energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni…), che per la loro stessa natura non possono essere impostati sulla logica del profitto.

Non si tratta solo di nazionalizzazioni, ma di controllo dei lavoratori sulla produzione. Nelle grandi aziende “la proprietà” non ha alcun ruolo attivo: si tratta di cordate di grandi azionisti, che si limitano a nominare il management e intascarsi i dividendi in modo totalmente parassitario. La gestione delle imprese deve essere affidata agli operai, agli impiegati e ai tecnici che ci lavorano ogni giorno, che le conoscono in modo approfondito e che le fanno funzionare concretamente.

Aziende dirette da un comitato democraticamente eletto da tutti i lavoratori, senza il fardello degli utili agli azionisti e dei bonus milionari ai manager, potranno funzionare molto meglio di prima.

  • Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.
  • Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.
  • Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.
  • Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.
  • Tutte le azienda nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI

Viviamo in un mondo paradossale, dove tutto funziona all’incontrario. Da una parte abbiamo la disoccupazione giovanile al 35% e dall’altra riforme che continuano ad alzare l’età pensionabile. Così ci sono i giovani che non trovano lavoro e allo stesso tempo gli anziani che sono costretti a continuare a lavorare.

Si dice che questo è necessario per i conti dell’Inps. In realtà le casse dei lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in pareggio. Il problema è che sono a carico dell’Inps una gran quantità di spese che niente hanno a che fare con le pensioni. È il caso degli ammortizzatori sociali, ma anche della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni regalata da Renzi agli imprenditori assieme al Jobs Act.

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

  • Abolizione della legge Fornero.
  • In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.
  • Pensione pari all’80% dell’ultimo salario e comunque non inferiore al salario minimo.

PER UN SISTEMA SANITARIO UNIVERSALE E GRATUITO

Anni di tagli hanno devastato il sistema sanitario nazionale. Negli ospedali mancano i fondi, c’è carenza di personale e le apparecchiature non sono adeguate.

Il processo di privatizzazione ha poi portato a una divisione di classe tra pazienti di serie A, che possono permettersi di pagare le prestazioni e hanno una corsa preferenziale, e pazienti di serie B, che invece devono aspettare mesi per un esame, spesso all’interno della stessa struttura.

  • Raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità.
  • Abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata e della pratica privata all’interno delle strutture pubbliche. Per un unico sistema sanitario pubblico e gratuito.
  • Abolizione dei ticket sui medicinali e sulle prestazioni specialistiche.
  • Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica.
  • Difesa dei piccoli presidi ospedalieri.

PER UN’ISTRUZIONE PUBBLICA, GRATUITA E DEMOCRATICA

Le scuole e le università italiane versano in uno stato pietoso, soprattutto per la mancanza di risorse adeguate. Tutti i costi vengono scaricati sulle famiglie: aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contributi extra richiesti alle famiglie, riduzione delle borse di studio… In questo modo il diritto allo studio non è garantito per tutti, tanto più che aumentano i numeri chiusi e i test d’ingresso.

Il governo Renzi ha peggiorato una situazione già compromessa. Con la riforma della “Buona Scuola” le scuole sono state trasformate in aziende in concorrenza tra loro. Con l’alternanza scuola-lavoro, utilizzando la scusa di “formare i giovani”, gli studenti vanno a fornire manodopera gratuita alle aziende e l’unica cosa che imparano è ad essere sfruttati.

  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro
  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione. No a qualsiasi finanziamento alle scuole private.
  • Per un piano nazionale di edilizia scolastica.
  • No al numero chiuso e ai test d’ingresso nelle università e nelle scuole.
  • No ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche. La scuola pubblica deve essere gratuita.
  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti.

PER L’UNITÀ TRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI

Ci vogliono far credere che la colpa di tutti i mali – dalla disoccupazione ai tagli dei servizi sociali, dal degrado delle periferie al problema casa – sia degli immigrati. Tutti i partiti fanno a gara a chi adotta la posizione più razzista e repressiva sul tema dell’immigrazione. In questa competizione disgustosa il ministro Minniti si è aggiudicato il primo premio, appaltando la gestione dei profughi alle bande di tagliagole libici, in totale dispregio dei diritti umani.

Ogni menzogna è buona per alimentare il clima d’odio contro gli stranieri. La balla più clamorosa è quella per cui gli immigrati ricevono soldi dallo Stato, quando in realtà i fondi pubblici vengono intascati dai privati che gestiscono i centri di accoglienza, dove i migranti sono reclusi in condizioni disumane.

In realtà oggi in Italia gli immigrati rappresentano una parte importante della classe lavoratrice in molti settori, dall’edilizia alla logistica, dalla manifattura all’assistenza sanitaria. Ogni legge che discrimina gli immigrati non fa altro che indebolire i lavoratori nel loro complesso e alimentare una guerra tra poveri, utile solo a chi vuole mantenere l’attuale sistema di potere.

  • Abolizione del decreto Minniti, della Bossi-Fini e di tutte le leggi che discriminano gli immigrati.
  • Abolizione del reato di immigrazione clandestina.
  • Diritto di voto per chi risiede in Italia da un anno.
  • Cittadinanza dopo 3 anni per chi ne faccia richiesta.
  • Cittadinanza italiana per tutti i nati in Italia.

LA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Tutte le forze politiche oggi fanno un gran parlare di violenza sulle donne, discriminazioni di genere, di abusi sessuali… ma nei fatti quale assistenza ricevono le donne in difficoltà dallo Stato? I consultori pubblici sono stati in gran parte smantellati.

L’assistenza dei parenti anziani ricade interamente sulle famiglie. Persino il diritto all’aborto è messo in discussione dall’obiezione di coscienza dei medici, che raggiunge in media livelli tra il 70 e l’80%.

Dietro la retorica “rosa” a buon mercato la realtà è che, con il peggioramento della legislazione sul lavoro e i tagli ai servizi, è peggiorata anche la condizione delle donne. Di quale diritto alla maternità si può parlare per una lavoratrice precaria o assunta con il Jobs Act? Come potrà resistere alle molestie sessuali del suo datore di lavoro una lavoratrice che rischia di essere licenziata e lasciata in mezzo ad una strada? Come può una donna con figli emanciparsi davvero se non ci sono abbastanza posti negli asili nido pubblici e le rette degli asili privati sono proibitive?

  • Applicazione del pieno diritto all’aborto. Abolizione dell’obiezione di coscienza del personale medico.
  • Ripristino e potenziamento dei consultori pubblici.
  • Rete capillare di asili nido e scuole materne, pubblici e gratuiti, che coprano l’effettivo orario lavorativo.
  • Rete di strutture pubbliche per il sostegno ai parenti anziani.

PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

Durante la crisi il divario tra Nord e Sud si è ulteriormente accentuato. Nel Mezzogiorno il 46% della popolazione è a rischio povertà e la disoccupazione giovanile in certe zone tocca punte del 60%. Nel giro di vent’anni sono emigrati due milioni e mezzo di persone dal Sud.

La presa della criminalità organizzata sul territorio diventa sempre più soffocante. La mafia, camorra e la ‘ndrangheta monopolizzano grandi fette dell’economia e spesso l’intreccio tra amministrazioni pubbliche, gruppi imprenditoriali e organizzazioni criminali è così fitto che è impossibile distinguere tra attività legali e illegali.

  • Piano di investimenti pubblici per il potenziamento dell’industria, delle infrastrutture e dei servizi al Sud.
  • Bonifica immediata dei territori inquinati da rifiuti tossici.
  • Esproprio delle aziende legate alla criminalità organizzata e confisca dei beni dei mafiosi.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE

A mettere in pericolo l’ambiente in cui viviamo è soprattutto la logica del profitto. Inquinamento, speculazione edilizia, trivellazioni stanno distruggendo il territorio e la qualità della vita.

Si investono miliardi in grandi opere, come la Tav, che hanno un alto impatto ambientale e sono utili solo per far guadagnare le imprese di costruzione. E intanto le reti periferiche e i trasporti per i pendolari sono in stato di abbandono.

Il territorio, devastato dalla cementificazione selvaggia, è allo stremo: ogni pioggia diventa un’alluvione e ogni scossa sismica una tragedia.

  • Per un piano nazionale di riassetto idro-geologico del territorio.
  • Abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Esproprio e riconversione delle aziende che inquinano.
  • No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito.

RIPRENDIAMOCI I SINDACATI

Durante la crisi i sindacati si sono dimostrati incapaci di contrastare efficacemente l’offensiva padronale. Ogni accordo sindacale non ha fatto altro che ratificare i passi indietro del movimento operaio. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori che dovrebbero rappresentare non è mai stata così forte.

A questo si aggiunga che sono state adottate leggi volte a limitare pesantemente il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico servizio. Anche sul terreno della rappresentanza sindacale, con il Testo Unico del 10 gennaio 2014, si è imposto un giro di vite aumentando il peso degli apparati sindacali a scapito del controllo dal basso da parte dei lavoratori.

Sosteniamo tutte le lotte reali promosse dalle forze sindacali di classe, dentro una battaglia più generale per l’unificazione del movimento operaio.

I lavoratori devono riprendersi i loro sindacati e trasformarli nuovamente in organizzazioni democratiche di lotta, che siano in grado di difendere davvero i loro diritti.

  • Abolizione di tutte le leggi anti-sciopero.
  • Rappresentanze sindacali democratiche, con i soli delegati eletti dai lavoratori.
  • Piena agibilità per tutte le organizzazioni sindacali.
  • I rappresentanti sindacali devono essere revocabili in qualsiasi momento dell’assemblea che li ha eletti.
  • Salario operaio per i funzionari sindacali.

ROVESCIARE UN FISCO CLASSISTA

Si fa un gran parlare di lotta all’evasione, ma senza il minimo risultato concreto. Questo perché il sistema fiscale italiano è strutturato in modo da intrappolare i piccoli e lasciar passare i grandi. Mentre i lavoratori dipendenti vedono una fetta troppo grande della loro busta paga svanire in tasse e i piccoli commercianti sono letteralmente strangolati dalla pressione fiscale, i grandi patrimoni vengono messi al sicuro nei paradisi fiscali.

Tutti i governi si sono ben guardati da andare a toccare le rendite più alte e invece hanno spostato il peso del carico fiscale sui redditi bassi, anche attraverso il continuo innalzamento delle imposte indirette come l’Iva che, essendo slegate dal reddito, colpiscono soprattutto i ceti meno abbienti.

  • Abolizione delle imposte indirette.
  • Tassazione fortemente progressiva, che vada a colpire soprattutto i grandi patrimoni.
  • Esproprio del patrimonio dei grandi evasori fiscali.

LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI E DEMOCRATICI

Non solo siamo costretti ad una quotidianità di disoccupazione, precariato e sfruttamento, ma lo Stato pretende di regolamentare e reprimere in modo bigotto tutti gli altri aspetti della nostra vita, dalle preferenze sessuali alla gestione del tempo libero.

  • Estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.
  • La possibilità di adozione deve essere indipendente dalla composizione del nucleo famigliare.
  • Abolizione delle leggi repressive del consumo di stupefacenti e di tutte le misure liberticide sia legali che amministrative (daspo, coprifuoco ecc.) rivolte in particolare contro le forme di socialità libere e non commerciali.

PER IL DIRITTO ALLA CASA

Il problema della casa riguarda un numero di persone sempre più grande. Prezzi, affitti e mutui sono al di fuori della portata di disoccupati e lavoratori precari. Il numero di case popolari è ridotto ai minimi termini e crescono ogni anno gli sfratti, i pignoramenti e le esecuzioni immobiliari. Allo stesso tempo le città sono sempre più cementificate a causa della speculazione edilizia e in tutta Italia ci sono ben 7 milioni di case sfitte, molte di queste appartenenti alle grandi immobiliari.

  • Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.
  • Esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari.
  • Per un piano nazionale di edilizia popolare.

PER LA LAICITA’ DELLO STATO

È inaccettabile che in Italia la Chiesa cattolica eserciti continue ingerenze sui diritti e sulle libertà delle persone. D’altro canto la Chiesa non assolve solo ai suoi compiti “spirituali”, ma è una vera e propria potenza economica, che controlla uno sterminato patrimonio immobiliare, banche e grandi consorzi imprenditoriali come la Compagnia delle Opere. Come se tutto questo non bastasse, la Chiesa gode ancora di consistenti privilegi statali e finanziamenti pubblici.

  • Per la separazione tra Stato e Chiesa.
  • Abolizione del Concordato e dell’8 per mille. Nessun finanziamento pubblico o regime fiscale di favore per le confessioni religiose.
  • Esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni collaterali.
  • Abolizione dell’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

NO ALL’IMPERIALISMO

Lo Stato italiano non ha i fondi per le scuole e gli ospedali, ma spende miliardi di euro in armamenti e missioni militari all’estero. Le truppe italiane in Iraq, in Libano, etc. non sono lì per portare la pace, ma per tutelare gli interessi economici delle imprese italiane.

La proiezione estera delle imprese italiane, a partire dall’Europa dell’Est e dall’Africa, a caccia di materie prime ei di lavoro a basso costo ha un carattere classicamente imperialista.

Mentre Trump apre un focolaio di guerra dopo l’altro dalla Corea alla Palestina, è semplicemente scandaloso ma significativo che l’Italia sia ancora parte della coalizione militare della Nato guidata dall’imperialismo Usa.

  • Drastica riduzione delle spese militari.
  • Ritiro delle missioni militari all’estero.
  • Fuori l’Italia dalla Nato. Chiusura delle basi Nato e americane sul territorio italiano.

PER IL GOVERNO DEI LAVORATORI

Il sistema di democrazia parlamentare in Italia è marcio. Il parlamento non è più simbolo di “sovranità e rappresentanza popolare”, ma sinonimo di privilegi, scandali e corruzione.

Tutto si riduce ad una finzione. Ogni cinque anni ci chiamano a votare, ma tanto il programma di governo è già scritto dalle banche, dalla Confindustria e dalle istituzioni europee. Tutte le decisioni fondamentali vengono prese da una potente burocrazia statale che nessuno ha eletto: banche centrali, dirigenti dei ministeri, enti amministrativi, commissioni di esperti, garanti, magistrati, prefetti…

La risposta a questa crisi politica non è quella di “riavvicinare i cittadini” a queste vecchie istituzioni screditate in nome di una falsa democrazia. Bisogna invece creare nuove istituzioni, in grado di rappresentare davvero i giovani, i lavoratori, i disoccupati e i pensionati.

Serve una democrazia dei lavoratori, fatta di consigli di delegati eletti nei luoghi di lavoro e di studio, di comitati nei quartieri popolari, di assemblee popolari cittadine. La vecchia burocrazia statale deve essere smantellata e il controllo dei lavoratori deve essere esteso a tutti i rami della vita pubblica.

  • Eleggibilità e revocabilità di tutte le cariche pubbliche.
  • Un tetto alla retribuzione delle cariche pubbliche, che corrisponda allo stipendio medio di un lavoratore qualificato.
  • Controllo dei lavoratori a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

UNA PROSPETTIVA INTERNAZIONALISTA

Questo programma entra apertamente in contrasto con tutte le compatibilità del sistema capitalista. D’altronde il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che funziona solo per una ristretta minoranza, ma non è in grado di risolvere i problemi delle grandi masse.

Il nostro modello non è certo il “socialismo reale” che esisteva nei Paesi dell’est, dove tutto era deciso dall’alto da un’onnipotente burocrazia statale e i diritti politici dei lavoratori erano calpestati. Il socialismo per cui ci battiamo è quello in cui le principali leve dell’economia non sono nelle mani di un’oligarchia parassitaria, ma appartengono a tutti e il loro utilizzo viene pianificato democraticamente attraverso il controllo dei lavoratori.

Questo programma non può essere realizzato su scala nazionale, non vogliamo isolare l’Italia dal resto del mondo. Siamo anzi convinti che se ci mettessimo con decisione su questa strada rivoluzionaria, offrendo finalmente un’alternativa all’austerità senza fine dell’Unione Europea, saremmo seguiti dalle classi lavoratrici di un paese europeo dopo l’altro.

Solo così si potrebbe ricreare la base per un’unità genuina tra le nazioni europee, attraverso una federazione volontaria costruita su basi economiche completamente nuove.

  • Per la federazione socialista d’Europa

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

Lettera di un italiano in Svizzera

In e-mail il 17 Ottobre 2017 dc:

Lettera di un italiano in Svizzera

Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finchè non entrati in banca o ottenuto un posto fisso), né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

“Studia e farai strada”, dicevano in tanti: “una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “ce l’ho fatta!”.

Una doverosa puntualizzazione (per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze): non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perchè odio l’esterofilia imperante: quantomeno usate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poichè non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al prezzo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud, la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane – non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle – cercare lavoro al Sud? Il più delle volte un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!

Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto – gli affetti e le amicizie di una vita – per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia, ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia???

G.S. (Un italiano in Svizzera)

Economia, Politica e Società

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo!

In e-mail il 17 Giugno 2017 dc:

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo! Rimpe le uova nel paniere a padroni, politicanti e sindacalisti di regime

Il 16 giugno, lo sciopero dei lavoratori dei trasporti (aeroportuali, portuali, ferrovie, autoferrotranvieri, logistica e autostrade) ha avuto un esito complessivamente buono, ove più ove meno (sotto, un breve resoconto). Sicuramente, il successo è stato maggiore alle aspettative dei promotori, alcuni sindacati di base (Cub Trasporti, Sgb, SiCobas, con l’adesione del SolCobas e, in parte, dell’Usb). Nel successo ha pesato il grande malcontento dei lavoratori che, solo a stento, la triade Cgil-Cisl-Uil ha potuto contenere in alcune situazioni dove pesa invece il loro ruolo clientelare. Quindi, non sono in questione le tessere sindacali, bensì è in questione l’unità di lotta dei lavoratori, un’unità trasversale che si sta generalizzando. E spaventa sindacalisti e politicanti di regime.

Lo sciopero è stato proclamato contro l’incombente privatizzazione del trasporto pubblico, in particolare il trasporto di passeggeri (urbano e ferroviario). Il trasporto è tra i pochi settori che vantano ancora una prevalente partecipazione dello Stato o delle amministrazioni locali. E fa gola alle multinazionali del trasporto privato, nonché ai lupi della finanza. Il governo Gentiloni sta facendo di tutto per regalare a costoro questa gallina dalle uova d’oro. Dando un calcio in culo ai lavoratori del settore e agli «utenti» del servizio.

Le male conseguenze della privatizzazione ricadranno infatti su TUTTI: i lavoratori del settore saranno sottoposti a peggiori condizioni di lavoro, i passeggeri, i pendolari in primis, dovranno ingoiare maggiori disagi e tariffe più alte.

La posta in gioco è alta, e spiega l’acido livore scatenato dallo sciopero tra politicanti e sindacalisti, con in testa Renzi, Del Rio, Furlan. E questo livore nonostante lo sciopero si sia svolto nel completo rispetto delle «regole» (sotto, commenti a caldo).

Lor signori, le «regole» le dettano ma le rispettano finché conviene loro. O vi sono costretti.

Sappiamo per brutta esperienza che, tra le conseguenze delle privatizzazioni, c’è la flessibilizzazione del lavoro: l’outsourcing, l’esternalizzazione, ovvero il lavoro in appalto. Un altro bell’affare, dove si sono buttate le cooperative che il lavoro lo gestiscono con criteri mafiosi e con la connivenza della triade Cgil-Cisl-Uil, come si è visto nella logistica e le lotte dei facchini.

Di fronte a questa prospettiva, fa piacere che allo sciopero abbiano partecipato molti facchini, in particolare a Modena e a Piacenza, che affrontano tutt’oggi le gioie del lavoro in appalto [vedi: Si Cobas Lavoratori Autorganizzati].

E fa piacere che a Milano siano scese in piazza (del Duomo!) anche le cameriere di alcuni grandi alberghi, anch’esse sottoposte a condizioni di lavoro schiavistiche, gestite dalle solite cooperative [vedi: SOL Cobas – Sindacato degli Operai in Lotta Cobas].
Un vento nuovo comincia a soffiare. Il vento caldo delle lotte.
Dino Erba, Milano, 17 giugno 2017.

Resoconto

A Roma chiusa la metropolitana, la linea ferroviaria Roma-Lido e la linea urbana Roma-Viterbo. Funziona invece, ma con forti riduzioni di corse la Termini-Centocelle. Sospese le limitazioni al traffico nella ztl centrale. Particolari disagi al traffico nel quadrante sud della Capitale a causa di alcuni incidenti. La situazione all’aeroporto di Fiumicino è regolare perché, in vista dello sciopero indetto da alcuni sindacati autonomi, Alitalia, “per limitare i disagi”, ha preventivamente cancellato oppure anticipato o posticipato l’orario di partenza di alcuni voli, informando peraltro per tempo i passeggeri delle modifiche attuate.

A Milano, secondo quanto riferito dall’Atm, le linee metropolitane 1, 2 e 3 dovrebbero continuare a funzionare, mentre la 5 sul sito della municipalizzata risulta interrotta. La situazione nelle stazioni è di affollamento, ma non si segnalano problemi di rilievo, probabilmente anche grazie all’utenza parzialmente diminuita per la fine delle scuole.

Caos a Venezia con Piazzale Roma invaso dalle auto di chi è costretto per ragioni di lavoro a raggiungere con questo mezzo il centro storico, presi d’assalto i taxi.

A Torino, invece, oggi il trasporto pubblico funziona regolarmente: uno sciopero è in calendario per il 6 luglio.

Disagi contenuti a Napoli. La protesta, indetta da alcune single sindacali minori, non coinvolge l’Anm, che gestisce bus, funicolari e il Metrò linea 1, né l’Eav, da cui dipendono le ferrovie Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea. Sciopero in corso, invece, sulla linea 2 del Metrò, gestita da Trenitalia.

Il Gruppo FS ha confermato il regolare funzionamento delle Frecce Rosse.

Lievi disagi solo per i voli in Puglia a causa dello sciopero di 24 ore del trasporto pubblico. I bus dell’Amtab a Bari circolano regolarmente.

Pochi disagi anche a Palermo: nell’azienda degli autobus del capoluogo, l’Amat, sono 230 su 1700 gli autisti che hanno incrociato le braccia. Un bilancio delle corse soppresse sarà disponibile solo dalle 14, ma al momento il traffico non sembra risentire particolarmente dell’astensione. Qualche difficoltà si è registrata nei voli.

[http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html]

Commenti a caldo …

Il gangster Renzi contro lo sciopero

Dopo lo sciopero riuscito del 16 giugno, la rabbia del capo del partito dei padroni, Pd, è esplosa. Per Renzi il diritto allo sciopero va regolamentato. Cioè per il gangster Renzi il diritto di sciopero va eliminato. Per Renzi vanno bene solo le processioni organizzate il sabato e la domenica. Processioni rigorosamente fuori dall’orario di lavoro.

Durante i 1000 giorni in cui il gangster ha fatto tutto ciò che poteva a favore dei padroni, si è dimenticato del diritto di sciopero. In questi anni sono state fatte leggi e leggine contro lo sciopero.  Nessuna legge può fermare i lavoratori stanchi di subire la miseria in cui li costringono i padroni. Renzi siamo solo all’inizio.

 [Un lavoratore – da Operai Contro]

Allora fatemi capire: lo sciopero una volta era uno strumento di lotta in mano ai lavoratori (in Italia, altrove lo è ancora), oggi è regolamentato da leggi fatte dal governo, oggi è diventato uno strumento dei governi e dei padroni, ho sentito la signora a capo della Cisl criticare lo sciopero di oggi dei trasporti, ho sentito un uomo del governo (commissione di garanzia: Giuseppe Santoro Passarelli – vedi http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html) affermare che in Francia ad esempio non c’è una legge sullo sciopero, quando hanno provato a farla c’è stato uno sciopero a oltranza (“selvaggio”, si dice qui) e l’hanno respinta, “ma qui da noi non è possibile” ha aggiunto con convinzione. Beh, in effetti ha ragione lui, non appare proprio possibile. Perché ci siamo fatti portare via tutto, perfino l’unico prezioso strumento di lotta dei lavoratori. Pensiamoci però un momento. Ribaltare tutta questa situazione, invece, è ancora e sempre possibile. Basta volerlo. E farlo. [Silvia Ferbi]

Economia, Politica e Società

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

In e-mail il 18 Maggio 2017 dc:

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

da http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia.

È una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica.

Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica.

Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un gestore (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita.

Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto.

Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

È facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno.

Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante.
Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi.

Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833.

Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato.

Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”.

Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle.

Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute.

Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

Vittorio Agnoletto  15 maggio 2017