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Dall’indignazione all’antipolitica

Da Hic Rhodus il 07 Aprile 2014 dc, ripubblicato il 07 Gennaio 2018 dc:

Dall’indignazione all’antipolitica

di Bezzicante

Il futuro appartiene alla nonviolenza, alla conciliazione tra le culture differenti. È per questa via che l’umanità dovrà superare il suo prossimo traguardo.

Stephane Hessel, Indignatevi!

Dal punto di vista politico questa è l’epoca dell’indignazione. Il popolo è stanco, vede le malefatte e s’indigna. I suoi rappresentati politici hanno tradito e il popolo s’indigna. Le ruberie, le malversazioni e le prepotenze non sono più tollerabili, e il popolo giustamente s’indigna. E poi? Questa energia sociale collettiva, queste dita puntate sul Male, che fine fanno? L’indignazione è una nobile forma di partecipazione politica o piuttosto un deposito di rabbia prepolitica a disposizione di chi la sa manovrare?
Per discuterne adeguatamente devo introdurre alcuni concetti importanti per distinguere ciò che è propriamente ‘politico’ da ciò che non lo è, proponendo questi aggettivi:

    • a-politico: indifferente alla politica (non necessariamente contrario o ostile); non interessato, apatico, non informato e non interessato a tale informazione; probabilmente non va a votare per disinteresse (e forse ignoranza);
    • impolitico: politicamente inopportuno e poco accorto (Gabrielli), e quindi ingenuo (o stupido, o malevolo) e dannoso (niente a che vedere con Le considerazioni di un impolitico di Thomas Mann); sono impolitici gli esagitati che a una manifestazione spaccano d’impulso un parabrezza o una vetrina, come i senatori che inscenarono la gazzarra dello spumante e della mortadella alla caduta del Governo Prodi; a livello popolare sono ‘impolitici’ per esempio gli atteggiamenti di astensione dal voto “perché tanto non cambia niente, sono tutti uguali, comandano sempre loro”;
Guglielmo Giannini, Fronte dell’Uomo Qualunque
  • prepolitico: concetto nato con Locke (‘600) che nei significati attuali ha a che fare con una riflessione politica senza prassi conseguente (nei suoi significati positivi, più rari) oppure con una riflessione politica inconsistente o incompiuta (nei suoi significati negativi, più usuali); per esempio votare per appartenenza (“la mia famiglia è sempre stata di sinistra quindi anch’io voto a sinistra”), oppure condurre analisi politiche vincolate a un’ideologia e quindi con sintesi scontate, o anche utilizzare un linguaggio stereotipato e ricco di cliché;

  • politico: l’unico concetto positivo di questa serie, rispetto al quale gli altri in elenco sono caratterizzati da una carenza. La politica altro non è che l’organizzazione della vita pubblica, e quindi il confronto di idee sui diversi modi in cui tale organizzazione debba essere messa in pratica, sugli obiettivi da perseguire, loro priorità etc., in ragione di un ipotetico “interesse collettivo”, o “nazionale”, o di determinate categorie (le minoranze, per esempio). Come tutto ciò sia in realtà complicato, contraddittorio e non semplice da mettere in pratica è facilmente verificabile (si veda la voce “Politica” della Treccani suggerita in fondo a questo post). Difficoltà a parte – di cui non tratto qui – è politico l’atteggiamento costruttivo di riflessione e messa in atto di soluzioni ai problemi della collettività, compiuto secondo regole condivise, di cui si rende conto e ci si assume responsabilità;
  • antipolitico: anche se il termine ha molteplici significati, anche positivi, assumo qui il significato prevalente nel dibattito di questo periodo intendendolo secondo la definizione di Carlo Galli:

Avversione e disprezzo per le forme e le attività della politica, e per i suoi protagonisti singoli (i politici), collettivi (i partiti), e istituzionali (i poteri pubblici). […] Questa antipolitica nasce dallo sdegno morale per gli scandali e la corruzione che coinvolgono i politici; dalla rabbia e dalla protesta per le promesse non mantenute dalla politica, e per l’ingiustizia con cui la politica calpesta i diritti dei cittadini; dall’idea qualunquistica che non vi sia differenza fra i partiti, che siano tutti uguali;  e che con un po’ d’onestà personale e di buon senso ogni problema verrebbe risolto.

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Naturalmente l’antipolitica è una forma di politica, offre un’analisi (generalmente stereotipata) e una conseguente azione che spesso sfrutta le regole tipiche della politica (per esempio la forma partito, le elezioni e la presenza parlamentare…), ma con uno scopo eminentemente eversivo (anche se qui ‘eversivo’ è utilizzato in un’accezione ristretta – ma legittima – del termine). Forse non c’è bisogno di tutte queste sfumature. Diciamo che le ultime tre sono le più interessanti e mi limito a queste.

Per parlare ora dell’indignazione farò esplicito riferimento al pamphlet di Stephane Hessel, dal titolo Indignatevi!, uscito nel 2010, ispiratore degli Indignados spagnoli e di Occupy Wall Street, citatissimo nel blog di Beppe Grillo. Hessel parla dell’indignazione come forza di cambiamento degli egoismi del mondo (in sostanza: del capitalismo) e si fonda sulla responsabilità individuale e la non violenza. Hessel ha avuto maestri di straordinario valore e una storia ricchissima di esperienze, e il suo libretto era esortativo, un messaggio per l’impegno dei giovani contro le ingiustizie; non a caso subito dopo Indignatevi! Hessel ha scritto Impegnatevi!. Questo messaggio di Hessel è positivo e propositivo, e qui utilizzerò questo suo concetto di ‘Indignazione’. A mio modo di vedere questo slancio propositivo dell’indignazione dovrebbe portare a una politica migliore (controllata dal basso, con obiettivi trasparenti, valutata…) e, specialmente, dovrebbe smuovere l’apatia e la sterilità della prepolitica, e temperare quella dell’antipolitica. indignazione 1 Naturalmente molti hanno letto e compreso il libello di Hessel, molti – anche senza averlo letto – sono sanamente indignati e impegnati, proprio come reazione individuale e responsabilizzante, nel sociale, nella politica, nell’educazione e così via. Sono assolutamente certo di questo. Come sono certo che c’è un succedaneo dell’indignazione che invece premia la prepolitica e l’antipolitica, che si fossilizza nella denuncia stereotipata senza prassi, o negli eccessi dell’antipolitica sfascista. indignazione 2 Il disimpegno indignato, populista, rancoroso quanto disinformato, verbalmente violento quanto preda di cliché e stereotipi è estremamente forte in Italia. Anche se presenta dei caratteri di trasversalità che evidentemente hanno a che fare con l’intelligenza e la cultura delle persone, gli indignati prepolitici e antipolitici sono con abbastanza chiarezza concentrati in alcuni settori politici.

La concentrazione in alcuni gruppi politici è favorita da una banale relazione fra il livello “macro” e quello “micro” ben studiato nelle scienze sociali. Avere un contenitore (partito o movimento), ricevere parole d’ordine, vedere tali parole d’ordine rimbalzare sui mass media (specie la tv) con continuazione, entrare nel gruppo e sentirsene parte (con senso di protezione, di inclusione, di verità) sono evidentemente tutti elementi che favoriscono l’aggregazione. Di contro, fare aggregare attorno a poche parole d’ordine, mantenere l’indignazione come condizione di coesione, secernere in continuazione malumore, indicare nemici, aggredire verbalmente, sono gli strumenti della leadership necessari per mantenere e manovrare masse considerevoli di individui: per vincere le elezioni, imporre una legge, scendere in piazza minacciosamente se non soddisfatti…

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Ma questa indignazione pre- o anti- politica, per essere politicamente utilizzabile, deve continuamente rinnovarsi. Il climax antagonistico e battagliero deve costantemente essere mantenuto alto, cosa che – in mancanza di una ideologia netta e chiara – diventa impresa complessa. Ecco allora un lavorìo continuo di iniziative eclatanti (salire sui tetti ieri, chiedere l’impeachment di Napolitano oggi, far cadere il governo domani), tutte rigorosamente inessenziali rispetto all’agenda dei problemi economici e sociali italiani, tutte destinate al fallimento ma tutte, rigorosamente tutte, lanciate nell’arena politica come questioni essenziali, delitti da vendicare, pietre miliari per la costituzione di un nuovo ordine. Ecco il linguaggio sempre e soltanto iperbolico, con aggettivazioni al vetriolo, con l’annullamento degli avversari; sempre quello, attentamente ripreso da epigoni e seguaci. Ecco l’isolamento (il M5S che non si allea con nessuno, Forza Italia che esce dal governo scontando la scissione…) pur di restare puri, distinti, fedeli ai cliché. Ecco l’Amato Leader. Ecco il populismo…

Il paradosso è questo: da un lato gli indignati populisti, prepolitici e antipolitici sono facilissimamente individuabili: dicono sempre le stesse cose (solitamente quelle del leader), usano lo stesso linguaggio, reagiscono pavlovianamente a quelle che chiamano provocazioni, non deflettono, non discutono. Strillano. D’altra parte, non riuscendo a entrare in comunicazione con loro, non si riesce a farli recedere di un passo: inutile mostrare dati che sconfermano l’ennesima bufala anti-sistema che hanno messo in giro; inutile spiegar loro che certe teorie economiche, più che bizzarre, sono fantascientifiche; inutile provare a dire che “politica” vuol dire discutere per realizzare assieme un qualche beneficio pubblico. Inutile. L’unica speranza rimane quella dell’agire politico concreto e fattivo, onesto e disinteressato, che nel nostro Paese manca da troppi decenni. La riduzione della disoccupazione, il ritorno del benessere delle classi medie, il reale sostegno alle famiglie in difficoltà, servizi che funzionino davvero… Solo questo sconfiggerà il populismo, e l’indignazione che rimarrà sarà quella propositiva di Hessel. tabella Insomma: solo una sperabile, ipotetica, futura buona politica scaccerà la prepolitica e specialmente l’antipolitica. Ma se interpretiamo correttamente Hessel, ciascuno di noi è chiamato, da subito, a fare la propria parte. Meno indignazione. Più partecipazione.

Risorse:

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“Per una sinistra rivoluzionaria”

In e-mail l’8 Dicembre 2017 dc:

Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

 8 Dicembre 2017
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Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici.

Abbiamo sottolineato l’unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana.

L’unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo” o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti.

L’unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l’unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti.

Infine, l’unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so’ pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra.

La nostra è l’unica sinistra che non c’è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

IL PROGRAMMA PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Siamo entrati nel decimo anno dall’inizio della crisi economica. Renzi, Gentiloni, Padoan e Draghi ci dicono che la crisi è oramai finita, ma le cose non stanno realmente così. La ripresa italiana è la più bassa in Europa, il nostro Pil è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi e in questi anni è andato perduto il 25% della capacità produttiva del Paese. La crisi però non ha colpito tutti allo stesso modo in questi dieci anni. Da una parte sono aumentati i disoccupati, i salari sono crollati, il lavoro si è precarizzato e molti piccoli commercianti sono stati costretti a chiudere; dall’altra le grandi aziende, le multinazionali e i gruppi finanziari hanno fatto profitti favolosi e i top manager hanno incassato compensi d’oro spropositati. Tutti i dati confermano che la disuguaglianza sociale non è mai stata così alta. Eppure tutte le forze dell’arco parlamentare italiano non fanno altro che tutelare gli interessi di questa elite economica. Basti pensare a come tutti i leader politici, Salvini e Di Maio compresi, sono andati a scodinzolare al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha dell’alta finanza. Oppure basta ricordarsi di come tutti i governi dagli anni 90’ ad oggi non abbiano fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali che riguardano tutti (sanità, pensioni, scuola, ricerca…) per drenare quattrini a favore delle grandi imprese sotto le forme più svariate (incentivi economici, sgravi fiscali, investimenti pubblici, privatizzazioni…).

Tutto questo è inaccettabile ed è durato fin troppo. È ora di una rivoluzione, che rovesci completamente questo sistema politico-economico in cui i diritti, i bisogni e le aspirazioni dei tanti sono calpestati in nome dei super-profitti di pochi. Fino ad oggi hanno governato i banchieri, gli speculatori, i faccendieri… proprio quelli che la crisi l’hanno provocata. È ora che al governo vadano i lavoratori, che invece finora la crisi l’hanno pagata. Ci hanno sempre detto che non ci sono le risorse per una politica diversa, per una politica a favore delle classi popolari. Ma in realtà queste risorse ci sono, il problema è che sono concentrate nelle mani di una ristretta minoranza. È lì che dobbiamo andare a prenderle per metterle a disposizione della società nel suo complesso. Finché non faremo questo, non ci sarà mai un vero cambiamento.

NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO

Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.

È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.

  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.
  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Mentre l’Istat ci dice che 18 milioni di italiani sono a rischio povertà, il governo ha stanziato la bellezza di 26 miliardi di euro per salvare le banche venete e il Monte dei Paschi di Siena. E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che l’intero sistema bancario italiano è in sofferenza a causa dell’alto numero di crediti deteriorati.

Anche la Banca Centrale Europea ha pompato liquidità a piene mani sui mercati finanziari per tenere a galla le banche. Il conto di questo fiume di denaro è stato presentato alle popolazioni dei vari paesi europei attraverso le politiche di austerità.

In pratica tutti i sacrifici che ci hanno imposto sono serviti per consentire alle banche di mantenere alto il livello dei profitti, proseguire nelle loro speculazioni azzardate e premiare i manager responsabili del dissesto con liquidazioni a sei zeri.

  • Nazionalizzazione del sistema bancario, senza indennizzo per i grandi azionisti e con garanzia pubblica per i depositi dei piccoli risparmiatori.
  • Creazione di un’unica grande banca pubblica nazionale, in grado di mettere in campo gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.

 

LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE E LA DIFESA DEL SALARIO

I governi in questi anni hanno trovato un modo molto originale per combattere la disoccupazione: consentire alle aziende di licenziare più facilmente, sia con il Jobs Act che con i contratti precari. Il risultato è che i posti i lavoro non sono aumentati, ma sono diminuiti. In Italia ci sono oggi più di 3 milioni di disoccupati e tutti i nuovi contratti sono a termine.

Peraltro la disoccupazione è stata trasformata in un business: gli uffici pubblici di collocamento sono stati sostituiti da agenzie interinali private e i corsi di formazione per i disoccupati sono serviti solo per incassare i fondi europei.

Anche chi un lavoro ce l’ha, ha visto ridurre drasticamente il potere d’acquisto del suo stipendio. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tanti, pur di lavorare, hanno accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Giornate di lavoro di 10-12 ore, lavoro domenicale, finte partite iva, corrieri pagati a consegna… fino al lavoro nero e al caporalato.

Siamo arrivati al paradosso del lavoro gratuito: il sociologo Domenico De Masi, tenuto in grande considerazione dal Movimento 5 Stelle, sostiene che per ridurre la disoccupazione, i disoccupati dovrebbero lavorare gratis…

Tutto questo deve essere completamente ribaltato. Per aumentare l’occupazione innanzitutto bisogna che chi ha un lavoro non lo perda; in secondo luogo il lavoro disponibile deve essere distribuito tra tutti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre ai lavoratori e ai disoccupati devono essere riconosciuti i mezzi necessari per vivere dignitosamente.

  • Abolizione del Jobs Act, ripristino dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori dipendenti. Nessuno deve essere licenziato senza giusta causa.
  • Trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
  • Salario minimo intercategoriale fissato per legge, non inferiore ai 1.200 euro mensili.
  • Una nuova scala mobile che indicizzi tutti i salari all’inflazione reale.
  • Salario garantito ai disoccupati pari all’80% del salario minimo.
  • Riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di 32 ore settimanali a parità di salario.
  • Abolizione delle agenzie interinali e ritorno al collocamento pubblico.
  • Contrasto frontale al lavoro nero, le aziende che ne fanno uso devono essere espropriate.

UN’ECONOMIA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Ci hanno sempre raccontato che “il privato funziona meglio”, eppure la crisi ha completamente sfatato questo mito. Guardiamo a cosa hanno portato le privatizzazioni: aumento generalizzato di prezzi e tariffe, peggioramento complessivo dei servizi ai cittadini e peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni hanno inoltre aperto la strada, attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti, alle infiltrazioni della criminalità organizzata in una serie di settori, come quello dei rifiuti.

Ancora più desolante è il panorama delle infinite crisi industriali. Non si contano le imprese che, nonostante gli aiuti pubblici, hanno chiuso, licenziato e delocalizzato all’estero per risparmiare sulla manodopera.

In questi casi la soluzione non può essere “l’intervento pubblico”, che in Italia va sempre a finire allo stesso modo: lo Stato ci mette i soldi, ma la gestione e i profitti rimangono nelle mani dei privati. È invece necessario rimettere in discussione la proprietà e la gestione private di una serie di attività economiche. Questo è ancor più vero nel campo dei servizi essenziali per la collettività (energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni…), che per la loro stessa natura non possono essere impostati sulla logica del profitto.

Non si tratta solo di nazionalizzazioni, ma di controllo dei lavoratori sulla produzione. Nelle grandi aziende “la proprietà” non ha alcun ruolo attivo: si tratta di cordate di grandi azionisti, che si limitano a nominare il management e intascarsi i dividendi in modo totalmente parassitario. La gestione delle imprese deve essere affidata agli operai, agli impiegati e ai tecnici che ci lavorano ogni giorno, che le conoscono in modo approfondito e che le fanno funzionare concretamente.

Aziende dirette da un comitato democraticamente eletto da tutti i lavoratori, senza il fardello degli utili agli azionisti e dei bonus milionari ai manager, potranno funzionare molto meglio di prima.

  • Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.
  • Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.
  • Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.
  • Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.
  • Tutte le azienda nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI

Viviamo in un mondo paradossale, dove tutto funziona all’incontrario. Da una parte abbiamo la disoccupazione giovanile al 35% e dall’altra riforme che continuano ad alzare l’età pensionabile. Così ci sono i giovani che non trovano lavoro e allo stesso tempo gli anziani che sono costretti a continuare a lavorare.

Si dice che questo è necessario per i conti dell’Inps. In realtà le casse dei lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in pareggio. Il problema è che sono a carico dell’Inps una gran quantità di spese che niente hanno a che fare con le pensioni. È il caso degli ammortizzatori sociali, ma anche della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni regalata da Renzi agli imprenditori assieme al Jobs Act.

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

  • Abolizione della legge Fornero.
  • In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.
  • Pensione pari all’80% dell’ultimo salario e comunque non inferiore al salario minimo.

PER UN SISTEMA SANITARIO UNIVERSALE E GRATUITO

Anni di tagli hanno devastato il sistema sanitario nazionale. Negli ospedali mancano i fondi, c’è carenza di personale e le apparecchiature non sono adeguate.

Il processo di privatizzazione ha poi portato a una divisione di classe tra pazienti di serie A, che possono permettersi di pagare le prestazioni e hanno una corsa preferenziale, e pazienti di serie B, che invece devono aspettare mesi per un esame, spesso all’interno della stessa struttura.

  • Raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità.
  • Abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata e della pratica privata all’interno delle strutture pubbliche. Per un unico sistema sanitario pubblico e gratuito.
  • Abolizione dei ticket sui medicinali e sulle prestazioni specialistiche.
  • Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica.
  • Difesa dei piccoli presidi ospedalieri.

PER UN’ISTRUZIONE PUBBLICA, GRATUITA E DEMOCRATICA

Le scuole e le università italiane versano in uno stato pietoso, soprattutto per la mancanza di risorse adeguate. Tutti i costi vengono scaricati sulle famiglie: aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contributi extra richiesti alle famiglie, riduzione delle borse di studio… In questo modo il diritto allo studio non è garantito per tutti, tanto più che aumentano i numeri chiusi e i test d’ingresso.

Il governo Renzi ha peggiorato una situazione già compromessa. Con la riforma della “Buona Scuola” le scuole sono state trasformate in aziende in concorrenza tra loro. Con l’alternanza scuola-lavoro, utilizzando la scusa di “formare i giovani”, gli studenti vanno a fornire manodopera gratuita alle aziende e l’unica cosa che imparano è ad essere sfruttati.

  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro
  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione. No a qualsiasi finanziamento alle scuole private.
  • Per un piano nazionale di edilizia scolastica.
  • No al numero chiuso e ai test d’ingresso nelle università e nelle scuole.
  • No ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche. La scuola pubblica deve essere gratuita.
  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti.

PER L’UNITÀ TRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI

Ci vogliono far credere che la colpa di tutti i mali – dalla disoccupazione ai tagli dei servizi sociali, dal degrado delle periferie al problema casa – sia degli immigrati. Tutti i partiti fanno a gara a chi adotta la posizione più razzista e repressiva sul tema dell’immigrazione. In questa competizione disgustosa il ministro Minniti si è aggiudicato il primo premio, appaltando la gestione dei profughi alle bande di tagliagole libici, in totale dispregio dei diritti umani.

Ogni menzogna è buona per alimentare il clima d’odio contro gli stranieri. La balla più clamorosa è quella per cui gli immigrati ricevono soldi dallo Stato, quando in realtà i fondi pubblici vengono intascati dai privati che gestiscono i centri di accoglienza, dove i migranti sono reclusi in condizioni disumane.

In realtà oggi in Italia gli immigrati rappresentano una parte importante della classe lavoratrice in molti settori, dall’edilizia alla logistica, dalla manifattura all’assistenza sanitaria. Ogni legge che discrimina gli immigrati non fa altro che indebolire i lavoratori nel loro complesso e alimentare una guerra tra poveri, utile solo a chi vuole mantenere l’attuale sistema di potere.

  • Abolizione del decreto Minniti, della Bossi-Fini e di tutte le leggi che discriminano gli immigrati.
  • Abolizione del reato di immigrazione clandestina.
  • Diritto di voto per chi risiede in Italia da un anno.
  • Cittadinanza dopo 3 anni per chi ne faccia richiesta.
  • Cittadinanza italiana per tutti i nati in Italia.

LA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Tutte le forze politiche oggi fanno un gran parlare di violenza sulle donne, discriminazioni di genere, di abusi sessuali… ma nei fatti quale assistenza ricevono le donne in difficoltà dallo Stato? I consultori pubblici sono stati in gran parte smantellati.

L’assistenza dei parenti anziani ricade interamente sulle famiglie. Persino il diritto all’aborto è messo in discussione dall’obiezione di coscienza dei medici, che raggiunge in media livelli tra il 70 e l’80%.

Dietro la retorica “rosa” a buon mercato la realtà è che, con il peggioramento della legislazione sul lavoro e i tagli ai servizi, è peggiorata anche la condizione delle donne. Di quale diritto alla maternità si può parlare per una lavoratrice precaria o assunta con il Jobs Act? Come potrà resistere alle molestie sessuali del suo datore di lavoro una lavoratrice che rischia di essere licenziata e lasciata in mezzo ad una strada? Come può una donna con figli emanciparsi davvero se non ci sono abbastanza posti negli asili nido pubblici e le rette degli asili privati sono proibitive?

  • Applicazione del pieno diritto all’aborto. Abolizione dell’obiezione di coscienza del personale medico.
  • Ripristino e potenziamento dei consultori pubblici.
  • Rete capillare di asili nido e scuole materne, pubblici e gratuiti, che coprano l’effettivo orario lavorativo.
  • Rete di strutture pubbliche per il sostegno ai parenti anziani.

PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

Durante la crisi il divario tra Nord e Sud si è ulteriormente accentuato. Nel Mezzogiorno il 46% della popolazione è a rischio povertà e la disoccupazione giovanile in certe zone tocca punte del 60%. Nel giro di vent’anni sono emigrati due milioni e mezzo di persone dal Sud.

La presa della criminalità organizzata sul territorio diventa sempre più soffocante. La mafia, camorra e la ‘ndrangheta monopolizzano grandi fette dell’economia e spesso l’intreccio tra amministrazioni pubbliche, gruppi imprenditoriali e organizzazioni criminali è così fitto che è impossibile distinguere tra attività legali e illegali.

  • Piano di investimenti pubblici per il potenziamento dell’industria, delle infrastrutture e dei servizi al Sud.
  • Bonifica immediata dei territori inquinati da rifiuti tossici.
  • Esproprio delle aziende legate alla criminalità organizzata e confisca dei beni dei mafiosi.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE

A mettere in pericolo l’ambiente in cui viviamo è soprattutto la logica del profitto. Inquinamento, speculazione edilizia, trivellazioni stanno distruggendo il territorio e la qualità della vita.

Si investono miliardi in grandi opere, come la Tav, che hanno un alto impatto ambientale e sono utili solo per far guadagnare le imprese di costruzione. E intanto le reti periferiche e i trasporti per i pendolari sono in stato di abbandono.

Il territorio, devastato dalla cementificazione selvaggia, è allo stremo: ogni pioggia diventa un’alluvione e ogni scossa sismica una tragedia.

  • Per un piano nazionale di riassetto idro-geologico del territorio.
  • Abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Esproprio e riconversione delle aziende che inquinano.
  • No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito.

RIPRENDIAMOCI I SINDACATI

Durante la crisi i sindacati si sono dimostrati incapaci di contrastare efficacemente l’offensiva padronale. Ogni accordo sindacale non ha fatto altro che ratificare i passi indietro del movimento operaio. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori che dovrebbero rappresentare non è mai stata così forte.

A questo si aggiunga che sono state adottate leggi volte a limitare pesantemente il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico servizio. Anche sul terreno della rappresentanza sindacale, con il Testo Unico del 10 gennaio 2014, si è imposto un giro di vite aumentando il peso degli apparati sindacali a scapito del controllo dal basso da parte dei lavoratori.

Sosteniamo tutte le lotte reali promosse dalle forze sindacali di classe, dentro una battaglia più generale per l’unificazione del movimento operaio.

I lavoratori devono riprendersi i loro sindacati e trasformarli nuovamente in organizzazioni democratiche di lotta, che siano in grado di difendere davvero i loro diritti.

  • Abolizione di tutte le leggi anti-sciopero.
  • Rappresentanze sindacali democratiche, con i soli delegati eletti dai lavoratori.
  • Piena agibilità per tutte le organizzazioni sindacali.
  • I rappresentanti sindacali devono essere revocabili in qualsiasi momento dell’assemblea che li ha eletti.
  • Salario operaio per i funzionari sindacali.

ROVESCIARE UN FISCO CLASSISTA

Si fa un gran parlare di lotta all’evasione, ma senza il minimo risultato concreto. Questo perché il sistema fiscale italiano è strutturato in modo da intrappolare i piccoli e lasciar passare i grandi. Mentre i lavoratori dipendenti vedono una fetta troppo grande della loro busta paga svanire in tasse e i piccoli commercianti sono letteralmente strangolati dalla pressione fiscale, i grandi patrimoni vengono messi al sicuro nei paradisi fiscali.

Tutti i governi si sono ben guardati da andare a toccare le rendite più alte e invece hanno spostato il peso del carico fiscale sui redditi bassi, anche attraverso il continuo innalzamento delle imposte indirette come l’Iva che, essendo slegate dal reddito, colpiscono soprattutto i ceti meno abbienti.

  • Abolizione delle imposte indirette.
  • Tassazione fortemente progressiva, che vada a colpire soprattutto i grandi patrimoni.
  • Esproprio del patrimonio dei grandi evasori fiscali.

LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI E DEMOCRATICI

Non solo siamo costretti ad una quotidianità di disoccupazione, precariato e sfruttamento, ma lo Stato pretende di regolamentare e reprimere in modo bigotto tutti gli altri aspetti della nostra vita, dalle preferenze sessuali alla gestione del tempo libero.

  • Estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.
  • La possibilità di adozione deve essere indipendente dalla composizione del nucleo famigliare.
  • Abolizione delle leggi repressive del consumo di stupefacenti e di tutte le misure liberticide sia legali che amministrative (daspo, coprifuoco ecc.) rivolte in particolare contro le forme di socialità libere e non commerciali.

PER IL DIRITTO ALLA CASA

Il problema della casa riguarda un numero di persone sempre più grande. Prezzi, affitti e mutui sono al di fuori della portata di disoccupati e lavoratori precari. Il numero di case popolari è ridotto ai minimi termini e crescono ogni anno gli sfratti, i pignoramenti e le esecuzioni immobiliari. Allo stesso tempo le città sono sempre più cementificate a causa della speculazione edilizia e in tutta Italia ci sono ben 7 milioni di case sfitte, molte di queste appartenenti alle grandi immobiliari.

  • Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.
  • Esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari.
  • Per un piano nazionale di edilizia popolare.

PER LA LAICITA’ DELLO STATO

È inaccettabile che in Italia la Chiesa cattolica eserciti continue ingerenze sui diritti e sulle libertà delle persone. D’altro canto la Chiesa non assolve solo ai suoi compiti “spirituali”, ma è una vera e propria potenza economica, che controlla uno sterminato patrimonio immobiliare, banche e grandi consorzi imprenditoriali come la Compagnia delle Opere. Come se tutto questo non bastasse, la Chiesa gode ancora di consistenti privilegi statali e finanziamenti pubblici.

  • Per la separazione tra Stato e Chiesa.
  • Abolizione del Concordato e dell’8 per mille. Nessun finanziamento pubblico o regime fiscale di favore per le confessioni religiose.
  • Esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni collaterali.
  • Abolizione dell’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

NO ALL’IMPERIALISMO

Lo Stato italiano non ha i fondi per le scuole e gli ospedali, ma spende miliardi di euro in armamenti e missioni militari all’estero. Le truppe italiane in Iraq, in Libano, etc. non sono lì per portare la pace, ma per tutelare gli interessi economici delle imprese italiane.

La proiezione estera delle imprese italiane, a partire dall’Europa dell’Est e dall’Africa, a caccia di materie prime ei di lavoro a basso costo ha un carattere classicamente imperialista.

Mentre Trump apre un focolaio di guerra dopo l’altro dalla Corea alla Palestina, è semplicemente scandaloso ma significativo che l’Italia sia ancora parte della coalizione militare della Nato guidata dall’imperialismo Usa.

  • Drastica riduzione delle spese militari.
  • Ritiro delle missioni militari all’estero.
  • Fuori l’Italia dalla Nato. Chiusura delle basi Nato e americane sul territorio italiano.

PER IL GOVERNO DEI LAVORATORI

Il sistema di democrazia parlamentare in Italia è marcio. Il parlamento non è più simbolo di “sovranità e rappresentanza popolare”, ma sinonimo di privilegi, scandali e corruzione.

Tutto si riduce ad una finzione. Ogni cinque anni ci chiamano a votare, ma tanto il programma di governo è già scritto dalle banche, dalla Confindustria e dalle istituzioni europee. Tutte le decisioni fondamentali vengono prese da una potente burocrazia statale che nessuno ha eletto: banche centrali, dirigenti dei ministeri, enti amministrativi, commissioni di esperti, garanti, magistrati, prefetti…

La risposta a questa crisi politica non è quella di “riavvicinare i cittadini” a queste vecchie istituzioni screditate in nome di una falsa democrazia. Bisogna invece creare nuove istituzioni, in grado di rappresentare davvero i giovani, i lavoratori, i disoccupati e i pensionati.

Serve una democrazia dei lavoratori, fatta di consigli di delegati eletti nei luoghi di lavoro e di studio, di comitati nei quartieri popolari, di assemblee popolari cittadine. La vecchia burocrazia statale deve essere smantellata e il controllo dei lavoratori deve essere esteso a tutti i rami della vita pubblica.

  • Eleggibilità e revocabilità di tutte le cariche pubbliche.
  • Un tetto alla retribuzione delle cariche pubbliche, che corrisponda allo stipendio medio di un lavoratore qualificato.
  • Controllo dei lavoratori a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

UNA PROSPETTIVA INTERNAZIONALISTA

Questo programma entra apertamente in contrasto con tutte le compatibilità del sistema capitalista. D’altronde il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che funziona solo per una ristretta minoranza, ma non è in grado di risolvere i problemi delle grandi masse.

Il nostro modello non è certo il “socialismo reale” che esisteva nei Paesi dell’est, dove tutto era deciso dall’alto da un’onnipotente burocrazia statale e i diritti politici dei lavoratori erano calpestati. Il socialismo per cui ci battiamo è quello in cui le principali leve dell’economia non sono nelle mani di un’oligarchia parassitaria, ma appartengono a tutti e il loro utilizzo viene pianificato democraticamente attraverso il controllo dei lavoratori.

Questo programma non può essere realizzato su scala nazionale, non vogliamo isolare l’Italia dal resto del mondo. Siamo anzi convinti che se ci mettessimo con decisione su questa strada rivoluzionaria, offrendo finalmente un’alternativa all’austerità senza fine dell’Unione Europea, saremmo seguiti dalle classi lavoratrici di un paese europeo dopo l’altro.

Solo così si potrebbe ricreare la base per un’unità genuina tra le nazioni europee, attraverso una federazione volontaria costruita su basi economiche completamente nuove.

  • Per la federazione socialista d’Europa

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Noi ridiamo dei loro congiuntivi…

Da Hic Rhodus 28 Agosto 2017 dc:

Noi ridiamo dei loro congiuntivi. Loro intanto si preparano a darci il colpo di grazia.

di bezzicante

Se andate a cercare qualche recente sondaggio elettorale (con tutte le cautele che si devono avere per questi sondaggi) scoprirete che il Movimento 5 Stelle è dato – a seconda dei diversi Istituti – fra il 27 e il 28% delle dichiarazioni di voto. Lega al 14-15 e Fratelli d’Italia 4-5 (sondaggi fine luglio – primi di agosto). Se siete populisti di destra sarete contenti ma qui a Hic Rhodus non lo siamo e ci sentiamo depressi perché queste tre forze sono oltre il 45%. Direte: ma che calcoli fai? Mica si possono sommare! Perché no? La riflessione riguarda il caotico, reazionario e distruttivo populismo che minaccia seriamente l’Italia, e 45% a pochi mesi dalle elezioni significa essere a un soffio dal governo. Se la scelta – per Grillo, o Salvini – è fra allearsi o stare all’opposizione per altri 5 anni, onestamente cosa scegliereste? Abbiamo speso molti post, in passato, per argomentare come il M5S non sia affatto un terzo polo, ma una forza di destra, populista e fascistoide. Non desidero tornarci sopra ma, onestamente, se qualcuno fra i lettori ritiene che non sia vero (che siano di destra populista e fascistoide) è difficile che ci si possa intendere. Le affinità fra 5 Stelle e Lega sono molteplici; tante quante ne bastano per poter pensare di allearsi, e l’aggiunta poco significativa dei Fratelli di Meloni sarebbe rapidamente metabolizzata, nello pseudo-movimento di Grillo, con la solita “consultazione” farlocca. E’ altamente probabile che prima delle elezioni smentiscano, come Berlusconi e Renzi smentiranno di potersi alleare (proprio in funzione antigrillina), come Bersani e i Veri Giusti di sinistra smentiranno di essere più che disponibili ad appiccicarsi al PD per far fallire un eventuale suo governo e così via. Con l’ignobile proporzionale tutti giocheranno a dissimulare l’enorme propensione a fare qualsiasi alleanza per governare nell’ambito di non più di tre possibili schieramenti:

  1. tutta la destra contro tutta la sinistra (scenario poco probabile);
  2. la destra populista detta sopra contro la sinistra (PD+Bersani e i Veri Giusti, con FI in mezzo a fare il palo, scenario ancor meno probabile);
  3. la destra populista contro una specie di accrocco centrista FI+PD con esclusione della sinistra (su questo, invece, scommetterei).

Se i nostri lettori hanno voglia di farci un pensierino, considerando il sistema elettorale attuale e quello prevedibile se si decidono a riformarlo minimamente, credo che concorderanno che le soluzioni sono solo queste, e in particolare la n° 3.

Perché Salvini e Grillo devono, assolutamente, allearsi? Presto detto: Salvini, dopo la palude leghista lasciata da Bossi, ha velocemente riportato la Lega a livelli ragguardevoli, sia pure snaturando le idee (parola grossa…) delle origini; ma da molto tempo si è fermato lì. Salvini ha raccolto tutti gli ottusi sovranisti razzistelli ruttatori e non ha speranze di raggiungere altri risultati. Una logica intuitiva porta a capire come da qui in poi la Lega non possa che andare giù, anche perché Salvini non è l’unico a dire scemenze in TV e la concorrenza di Di Maio è feroce. Portare a una clamorosa vittoria la Ruspa, raggiungere una posizione di governo, poco che duri, confermerebbe la sua leadership a lungo, anche se il suo governo sarebbe destinato a durare pochissimo. Analogo problema per Grillo: a sua volta stupito che due anni (all’epoca delle politiche) di disastroso governo Raggi a Roma non abbia spazzato via il Movimento, non scalfito dallo scandalo della Groviera-Rousseau, dalle boiate della senatrice Lezzi, dal faccione ipocrita di Di Maio e, più in generale, della totale inanità della loro politica. Anche Grillo, che conosce bene il suo pubblico, sa che continuare con le stesse gag ancora a lungo non può aiutarlo, visto che – come la Lega – la sua base elettorale non cresce. Non cala, ma non cresce neppure. O cala l’asso e vince una mano, o anche per lui si profila un inglorioso declino. Le prossime politiche, insomma, sono quelle decisive, specie per movimenti rumorosi, che vivono di iperboli, sempre sulla denuncia emergenziale e dello scandalo del mondo. La partita da vincere è ora.

Quanto sopra è l’ipotesi di lavoro, l’argomento che possiamo utilizzare (in quanto peggiore scenario) per lavorare sul cosa fare. Non possiamo pensare di fare un granché in pochi mesi, ovviamente, anche se prima iniziamo meglio sarà. Che fare? Educato alla politica in epoche arcaiche sono abituato all’autocritica, e vorrei invitarvi tutti a farla assieme a me. Continuare a sfottere le grossolane topiche grilline e consolarsi di farlo fra amici di Facebook che ridono amaro assieme a noi non serve a nulla. Noi ridiamo, li additiamo come stupidi inemendabili, ma non serve a metterli in crisi, a fare vergognare qualcuno, a far discutere grillini intelligenti (ossimoro) e indurli a migrare in partiti diversi. Loro continuano a veleggiare su percentuali che insidiano quelle del PD e potrebbero affermarsi come primo partito in Italia. Inutile indignarsi per Salvini (ormai indignarsi è come farsi un caffettino fra amici: ciao, come va? Ci facciamo un’indignatina?) e pubblicarlo su Twitter per le sue affermazioni rutto-fasciste. Lui ci campa, con quelle, e ogni nostro Tweet lo ingrassa. Immaginate cosa sarebbe Salvini, fenomeno interamente mediatico, se nessuno più se lo filasse! Ecco: tutto inutile. Così come la dialettica politica è morta da vent’anni, anche la denuncia 2.0 ha perso ogni utilità destrutturante e controinformativa per divenire flusso omologante. Sissignori. Io e voi, che sbeffeggiamo Di Maio e buuamo Salvini, senz’altro fare, non cambiamo un ette nel loro potenziale e anzi contribuiamo al loro successo. E’ così; è triste ma è così. Ci sentiamo colti, e intelligenti, e saggi, e per bene; ma siamo una minoranza che lavora di fioretto, di sottili allusioni divertenti, di humor raffinato, di sarcasmo elitario che non serve a nulla. E loro intanto si preparano a governarci. Sai quanto rideremo, dopo.

L’esiguità del nostro gruppetto di narcisi democratici ve lo voglio mostrare con una piccola raffica di dati. Le percentuali che seguono sono ovviamente in grande parte sovrapposte, e non certamente da sommare. Comunque…

  • destra populista 46%;
  • popolazione con un quoziente di intelligente inferiore alla media: 50%;
  • il 59% ha come titolo di studio massimo la licenza media (2011);
  • il 58% non ha letto nemmeno un libro nell’anno precedente (2015);
  • il 56% non ha letto un quotidiano cartaceo e il 64% un quotidiano on line nei precedenti tre mesi (2016)
  • il 76,5% si informa dalla TV e il 43,7% da Facebook (??), ma fra i giovani sono il 71,1% (2015);
  • l’80% non è mai stato a teatro; il 67% mai stato a mostre e musei (2016).

Con un po’ di pazienza si possono trovare molti altri dati, semmai più omogenei, ma la mia pazienza è finita. E poi i dati, aridi, andrebbero approfonditi: poca scuola, ma brutta; molta tv, ma pessima; molti social, grandemente manipolatòri.

Non ho la minima idea di come comporre assieme tutti questi dati frammentari ma la sensazione finale è la seguente: le persone con una cultura almeno media (diciamo il diploma), un’intelligenza almeno media (diciamo oltre il quarto decile), che si informi con fonti differenziate e multiple ma non solo con la TV o Facebook, che leggano un paio di libri l’anno e vadano, ogni tanto, a una mostra, eccetera, non dovrebbero essere più del 30% di italiani. Ovviamente, in questo 30% c’è una bella fetta di istruiti stupidi, di lettori idioti, di frequentatori di mostre inconsapevoli, pareggiati da un analogo gruppo, nell’altro 70%, di scarsamente alfabetizzati intelligenti e consapevoli. Pari e patta. Diciamo che 30% è una buona base di partenza che troviamo trasversalmente un po’ in tutti i partiti; pochissimi nella destra populista e di più nel centro e nella sinistra non populista. Per favore non fatemi spiegare perché sia così certo che nella destra populista grillo-salvinista vi siano poche persone che rispondono ai nostri requisiti; se a questo punto della lettura avete ancora questo dubbio non ci stiamo capendo per nulla.

Fra gli scenari apocalittici che intravedo questi i più probabili:

  1. Waterloo: niente, annichiliti e frastornati non riusciremo neppure più a insistere. Perché farlo? Se vogliono il disastro, allora disastro sia, e muoia Sansone con tutti i filistei! Merde!
  2. Fort Alamo: ci chiudiamo nei nostri gruppi social, nei nostri blog, nei nostri circoli e aspettiamo la catastrofe; perché se loro vincono e vanno al governo non ci saranno ripresine e indicatorini di produzione industriale a reggere; niente Europa a salvarci; dentro il nostro fortino combatteremo con tutte le nostre munizioni fatte di argomenti, dati, fatti, dimostrazioni e, quando avremo finito la polvere da sparo, brandendo gli schioppi per le canne giù botte in testa, come Davy Crocket; quasi certo che sarà questo lo scenario più probabile vi ho dedicata la copertina.
  3. La Lunga Marcia: una lunga marcia di costruzione di idee, perché la tempesta sarà tremenda, ma ogni tempesta finirà, e un governo fascio-grillo-leghista non durerà più di due anni. E quando getteranno la spugna lasciando macerie e cadaveri, qualcuno deve prendere la bandiera e rimboccarsi le maniche. Qualcuno che ha smesso da un pezzo di ridere dei congiuntivi di Di Maio, e che sa che la ricostruzione sarà lunghissima, costerà lacrime e sangue, e nessuno disposto a ringraziarti. Poco fiducioso, ho dedicato a questa ipotesi la figura conclusiva.

Io sto preparando il mio zaino e mi alleno. Mi raccomando: portate solo l’indispensabile: buoni argomenti, buone idee, pochi preconcetti e una giusta quantità di apertura mentale.

Ci vediamo sui monti.

marcia

Sul populismo

In e-mail il 28 Maggio 2017 dc:

Diffondo la bella precisazione di Franco Piperno sul concetto di populismo, su cui circolano immani bestialità… Nell’articolo, c’è un prezioso riferimento a Marx e ai narodniki (i populisti …), con brevi cenni ad alcune questioni assai cruciali che affronto nel mio recente libro: Il Sole non sorge più a Ovest. E mi fa molto piacere, poiché sono argomenti che, nella provincia italiana, sono quasi sempre «negletti e derisi».

Dino Erba

Sul populismo, ovvero della lotta per riappropriarsi di parole rubate dal nemico

di Franco Piperno

‘Populismo’ è uno di quei termini il cui uso mediatico ha finito col stravolgerne e mistificarne il significato originario. È una parola semanticamente frantumata, monca, perché privata della sua origine. Certo non è facile definire una parola d’uso comune – perché, a vero dire, può essere logicamente determinato, in modo coerente e completo, solo ciò che non ha storia, che risulta semanticamente povero, es. il triangolo rettangolo. Per i concetti del senso comune, ridondanti di significati, l’unico metodo adeguato è quello logico-storico: ricostruire la biografia di un’idea, di un evento, di una parola.

Ora, con ogni evidenza, il populismo è un movimento etico-politico che nasce nella seconda metà dell’Ottocento, più o meno contemporaneamente, nella Russia imperiale e negli Stati centro-occidentali degli USA. Qui ci limiteremo a ricordare per sommi capi il populismo russo – i narodniki – per via della influenza diretta e indiretta esercitata da questi ultimi sulla cultura europea e massimamente sul movimento operaio. Quanto al populismo americano, di gran lunga meno incisivo sul vecchio continente, basterà annotare, per le considerazioni che svilupperemo nel seguito, la sua origine economica-sociale: la lotta dei farmers contro lo sconvolgimento del mercato delle derrate agricole introdotto dalla rete ferroviaria.

Ma anche risalendo all’origine, non si riesce a sottrarsi ad una sostanziosa dose di indeterminazione: in russo la parola ‘populista’ ha uno spettro di significati che comprendono qualsiasi condotta etico-politica, da quella di un terrorista rivoluzionario a quella di un mite filantropo slavofilo. In verità, quel che rende l’indeterminazione irreversibile è l’assenza di eredi intellettuali capaci di richiamarsi al populismo e difenderne l’esperienza – il populismo è stato sconfitto e i vincitori hanno imposto, come d’uso, nei media e addirittura nei libri, l’accezione spregiativa del termine.

Perfino la relazione introduttiva a questo seminario partecipa del main stream mediatico – nel senso di assimilare al populismo le strategie e le condotte, spesso deprecabili, dei soggetti politici che agiscono sulla scena nazionale come su quella occidentale. Così il trasformismo, la demagogia, il qualunquismo, il parlamentarismo, il fallimento della rappresentanza; insomma le tare caratteristiche – ab initio, dalla unificazione della penisola – della vita morale e civile del nostro paese vengono attribuite all’onnivoro populismo, svuotando il termine di ogni potenza esplicativa, rendendolo una mera astrazione gergale, un frammento della chiacchiera pubblica, un coriandolo del «cielo della politica», dove il “buon senso” ha scacciato il senso comune. Viene in mente che, forse, la critica del modo di produzione capitalistico contemporaneo dovrebbe farsi carico, preliminarmente, di una resistenza alla degenerazione semantica, tornando all’origine, ricostituendo la memoria autentica del populismo, l’esperienza dei narodnki.

Per il pensiero critico, il populismo russo ha compiuto una grande impresa teoretica ha avuto un esito decisivo, ha comportato una rottura epistemologica nella ricerca di Marx, il Marx maturo, quello della Critica al programma di Gotha; e questo con ragione, perché i narodnki, al contrario dei socialdemocratici, rifuggono dalle utopie donchisciottesche, quelle che puntano ad una società socialista tramite la costruzione dell’uomo del futuro, homo novus; nei populisti russi pulsa una sorta di “immediatismo”: le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani corrispondenti ad una società senza classi, più equa, esistono di già – anche se spesso in forma latente – nelle sterminate campagne russe: si tratta del modo di produzione asiatico, del comunismo primitivo dei contadini organizzati attorno al Mir, l’istituzione di democrazia diretta la cui invenzione collettiva affonda nella notte dei tempi, in epoche arcaiche.

L’incontro con i narodniki comporterà la svolta anti-socialdemocratica di Marx; e il successivo suo ripudio dello sviluppo storico concepito in termini deterministici e lineari – così come teorizzato nel primo libro del Capitale – sviluppo che dal feudalesimo portava al capitalismo e da lì, finalmente, al socialismo. Da questo punto di vista, la dottrina politica dei narodnki può apparire una sorta di anticipazione ottocentesca di quegli studi post-coloniali a noi contemporanei.

Conviene aggiungere che non bisogna confondere la grande trasformazione sociale in corso, lo smarrimento sentimentale che essa induce, con l’emergere nel senso comune del ‘populismo’ volgarmente inteso, questa regressione di destra o di sinistra che sia, dove una sorta di primitivismo culturale mescola il trasformismo al qualunquismo: in altri termini, alla radice di questa regressione che chiamiamo populismo non c’è, primariamente, la crisi dei partiti e della rappresentanza. Ciò che è in gioco è altro e di più. Viviamo in un tempo nel quale la parabola descritta dalla sostituzione della macchina intelligente al lavoro umano tocca il suo apice. Infatti, non è il processo di globalizzazione a provocare le strazianti doglie della governance capitalistica nonché della democrazia rappresentativa. Certo l’unificazione del mercato mondiale è ancora in corso ed è destinata ad affermarsi attraverso resistenze, arresti bruschi e perfino, in qualche caso, dei ritorni all’indietro, ad esempio il sovranismo.

E tuttavia, nel medio periodo, l’unificazione capitalistica del mercato mondiale va data come se fosse interamente compiuta. Questo vuol dire che la capacità di invadere nuovi mercati, essenziale per sfuggire alla trappola della saturazione produttiva, sarà quella di inventarli “ex novo”, consegnando le sorti del progresso alla innovazione forsennata di procedure e di prodotti. In altri termini, l’innovazione avviene a risparmio di lavoro umano, quindi sempre di più estranea e nemica della cooperazione lavorativa e in fatale dipendenza dalla applicazione, del tutto contro-intuitiva, della tecno-scienza alla produzione. Già oggi si è creata una «sproporzione enorme tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, tra il lavoro salariato evaporato in astrazione alienante e la potenza della produzione che esso stesso sorveglia».

Il rifiuto del lavoro salariato da prassi sovversiva operaia ha subito un stravolgimento ed una successiva trasmutazione, riapparendo come uno dei dispositivi della governance capitalistica. Del resto, solo ieri, già era accaduto tutto questo ai cavalli: il loro numero si è contratto drasticamente – erano centinaia di milioni – con l’invenzione del motore a scoppio: così oggi l’automazione, la cosiddetta intelligenza artificiale, rende via via marginale il lavoro vivo e con esso quelle passioni tristi che sempre lo accompagnano. Come è avvenuto con i contadini, i salariati diverranno una modesta anzi insignificante frazione della popolazione attiva. E paradossalmente, padroni e sindacalisti, si affanneranno a inventare lavori, non già per ragioni produttive, dal momento che risultano in gran parte parassitari, ma per garantirsi il consenso ovvero per questioni di ordine pubblico.

Se questo è l’orizzonte degli eventi, se le cose stanno così, il pensiero critico deve abbandonare ogni ricerca di una classe, definita dalla centralità produttiva, alla quale affidare le sorti della rivoluzione, e ancor più lasciar cadere ogni prassi di gradualità nella trasformazione sociale, ogni residua tentazione di usare le istituzioni della rappresentanza, di prendere il potere per far del bene per forza, per compiere la rivoluzione tramite i dispositivi statuali.

I compiti davanti ai quali siamo gettati sono radicalmente diversi: per esempio, come usare questo immenso tempo già liberato dal lavoro salariato per svolgere un “lavoro attraente”, o meglio una attività gratificante, di auto-realizzazione, che racchiuda in sé il suo scopo, dove mezzo e fine finalmente si convertano l’uno nell’altro. Insomma, fare emergere le comunità elettive, i variegati modi di produzione di valori d’uso, spesso inconsapevoli, che dormono latenti nel capitalismo della tecno-scienza.

Forse conviene fare un passo indietro per meglio saltare: dare una torsione al seminario di giugno sul populismo per introdurre a ottobre un seminario sul comunismo.

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

In e-mail il 13 Febbraio 2017 dc:

Riceviamo da Loren Goldner, traduciamo e volentieri diffondiamo.

Tom & Jerry

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

Tanto per cominciare, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato metodo del Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento, per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale.

Trump ha perso tutto il Northeast (stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli Usa, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli Usa non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al  voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/un necessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera élite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese “La gente comune è nauseata dagli esperti”.

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori,  attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump.  Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty DeVos che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri; un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa; un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere; un Segretario di Stato, Tillerson,  che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli Usa.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli Usa.  Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che il riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “stati blu” (democratici) e gli “stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative” tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo Usa per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac” Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative”, che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

In e-mail l’8 Febbraio 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio.

Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze”, di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C: è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

In e-mail il 14 luglio 2016 dc:

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

LA NATURA REAZIONARIA DELLA BREXIT. PER UNA ALTERNATIVA DI CLASSE E SOCIALISTA ALLA UNIONE EUROPEA

La vittoria della Brexit, riflesso della crisi dell’Unione Europea, ha un segno reazionario.

Il No greco alla troika del luglio del 2015 era espressione di un’opposizione sociale di massa, segnata da rivendicazioni di classe e democratiche, poi tradite da Tsipras. La Brexit ha una valenza non solo diversa ma opposta. La campagna pro-Brexit è stata ispirata e diretta da forze reazionarie, apertamente antioperaie e antipopolari, attorno a una campagna centrata sulla contrapposizione ai migranti e sullo sciovinismo britannico. Una campagna che è riuscita a dirottare contro la UE un blocco sociale composito (settori di classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne, ampie fasce di piccola borghesia impoverita) capitalizzando la rabbia sociale prodotta da decenni di austerità e privazioni. La crisi del movimento operaio inglese, dentro la crisi più generale del movimento operaio europeo, ha favorito questo sbocco. Le forze diverse della sinistra che in nome di ragioni progressive o addirittura anticapitaliste hanno sostenuto la Brexit, si sono di fatto subordinate a questa dinamica reazionaria, commettendo un grave errore politico.

L’Unione Europea degli stati capitalisti è irriformabile da un punto di vita sociale e democratico. Le illusioni dell’europeismo riformista (Partito della Sinistra Europea) sono state smentite una volta di più dalla capitolazione di Tsipras alla troika. Ma un’alternativa alla UE può avere carattere progressivo solo a partire da una mobilitazione di classe e di massa che nei diversi paesi e su scala continentale metta in questione le politiche, i partiti, i governi della borghesia. La mobilitazione prolungata e di massa che a partire da marzo ha percorso la Francia contro la Loi Travail di Hollande, incidendo nel profondo sullo scenario sociale e politico francese, indica la possibile alternativa di classe alle soluzioni nazionaliste, reazionarie, xenofobe. La parola d’ordine strategica degli Stati Uniti socialisti d’Europa è la sola che può dare una prospettiva storica progressiva alla necessaria ripresa dell’iniziativa di classe in Europa, contro i governi borghesi e la loro Unione.

I RIFLESSI POLITICI DELLA BREXIT IN EUROPA

La Brexit ha aperto di fatto una fase politica nuova in Europa.

In Gran Bretagna contribuisce a riproporre, per reazione, le questioni nazionali irrisolte di Scozia e Irlanda. Nel continente alimenta tendenze contrastanti. Da un lato sospinge le iniziative composite del fronte reazionario e nazionalista in diversi paesi (Francia, Olanda, Danimarca, Austria) con analoghi contenuti xenofobi e sciovinisti. Ma dall’altro può favorire tendenze alla stabilizzazione politica conservatrice nel nome della “sicurezza contro il caos”, a fronte delle ricadute di crisi economica e bancaria che la Brexit ha alimentato: una campagna che può fare presa in ampi settori popolari e di piccola borghesia in particolare attorno alla difesa del risparmio. Il risultato delle elezioni spagnole, con l’ampia vittoria del Partito Popolare e il mancato sorpasso del PSOE da parte di Podemos, è stato segnato anche dalla reazione alla Brexit. Hollande e Renzi si propongono a loro volta di cavalcare la campagna “sicurezza” nei rispettivi Paesi.

Le conseguenze della Brexit sul piano della crisi capitalista e delle relazioni statuali interne all’Unione sono altrettanto complesse e andranno verificate nel tempo.

È presto per valutare se la Brexit potrà aprire una nuova fase di aggravamento della crisi economica internazionale. Di certo, nell’immediato, l’annunciato distacco della Gran Bretagna dalla UE minaccia il sistema bancario europeo, segnato da diversi punti di crisi (crisi delle banche italiane e portoghesi, difficoltà delle banche tedesche e francesi). Il contenzioso sulla Unione bancaria e sulla sua regolazione interna occupa dunque una volta di più il negoziato tra i principali stati capitalisti, sotto il segno di una nuova emergenza economica.

A sua volta il negoziato sulla Unione bancaria ripropone di fatto tutti i nodi irrisolti della crisi della Unione Europea: il fallimento del fiscal compact, le contraddizioni paralizzanti del suo quadro istituzionale, i contrasti tra gli interessi nazionali (come analizzati dall’ultimo CC).

Anche su questo piano il fattore Brexit sembra agire in forme contraddittorie. Da un lato la Brexit è essa stessa un effetto esplosivo delle contraddizioni europee. E per alcuni aspetti le approfondisce. Dall’altro lato proprio l’emergenza prodotta, e l’allontanamento della Gran Bretagna, possono sospingere la ricerca di nuovi equilibri pattizi tra i principali Stati imperialisti europei. Che saranno tuttavia condizionati nel loro esito non solo dai rapporti di forza interstatuali, ma anche dal ristretto margine di manovra dei governi borghesi sul fronte del proprio consenso interno, alla vigilia di appuntamenti elettorali di grande rilevanza (elezioni presidenziali in Francia, elezioni legislative in Germania, referendum istituzionale italiano).

LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA. LA CRISI DEL RENZISMO. LE ELEZIONI DI GIUGNO

La situazione politica italiana si pone in questo quadro generale.

Il renzismo è in aperta crisi. Il progetto del partito della nazione, mirato allo sfondamento elettorale del nuovo corso renziano, ha registrato una sconfitta. I risultati elettorali delle elezioni comunali segnano una perdita consistente del PD in larga parte d’Italia, con una flessione più accentuata nelle periferie metropolitane e nel Mezzogiorno. Il significato politico è chiaro: il renzismo ha esaurito da tempo la spinta propulsiva di quel populismo sociale di governo (operazione ’80 euro’) che ne aveva accompagnato l’ascesa nelle elezioni europee del 2014. Già le elezioni regionali del 2015 registravano la dispersione di quel patrimonio di consenso. Le elezioni comunali di giugno confermano e aggravano il dato.

La sconfitta del renzismo non è solo elettorale, ma politica. Il renzismo si era offerto alla borghesia italiana ed europea come l’argine vincente contro il populismo di opposizione. La vittoria del M5S a Roma e Torino contraddice esattamente quella funzione di contenimento. La stessa legge elettorale (Italicum) coniata da Renzi a misura delle proprie ambizioni di sfondamento rischia di trasformarsi oggi in un possibile strumento dei suoi rivali.

Il Movimento 5 Stelle è il vincitore politico delle elezioni del 5 giugno, al di là del suo stesso risultato elettorale, contraddittorio. Il M5S capitalizza diversi elementi della situazione politica, tra loro connessi. Non solo l’appannamento del renzismo, ma anche la frantumazione politica del centrodestra, con la sua contraddizione irrisolta tra berlusconismo in declino e un asse lepenista che segna il passo. Soprattutto capitalizza la crisi perdurante della sinistra politica, sullo sfondo della crisi sociale e dell’arretramento della lotta di classe. Da qui la sua straordinaria capacità di richiamo trasversale su elettorati di diversa matrice e provenienza, la sua diffusione nazionale (a differenza del salvinismo), il suo consenso concentrato presso la giovane generazione, in particolare tra operai, precari, disoccupati. Ciò che rende il M5S un vincitore naturale nei ballottaggi.

A partire dalla conquista di Roma e Torino, e a fronte della crisi del renzismo, il M5S accelera la propria candidatura al governo nazionale, moltiplicando la ricerca di una propria legittimazione presso gli ambienti dominanti, interni e internazionali. Anche da qui l’importanza della controinformazione classista sulla natura reazionaria di massa del M5S. Una denuncia tanto più essenziale di fronte al moltiplicarsi delle aperture verso il grillismo da parte di settori della sinistra riformista o centrista.

La sinistra politica conferma il proprio stato di crisi. Pur in presenza della crisi del renzismo, Sinistra Italiana ha registrato un arretramento rispetto ai risultati delle liste Tsipras nelle elezioni europee del 2014. Il processo costituente del nuovo soggetto della sinistra è dunque ulteriormente zavorrato dal voto. Persistono tutti i fattori che ostacolano il suo decollo: non solo il peso delle disfatte passate, ma l’assenza di un progetto nazionale dotato di una ragione sociale decifrabile, la mancanza di una leadership riconoscibile a livello popolare, la crisi dei livelli di mobilitazione sociale cui quella stessa sinistra (politica e sindacale) concorre. In questo quadro il rafforzamento del M5S come soggetto attrattivo dell’elettorato in uscita dal PD oltre a rappresentare uno degli effetti della crisi della sinistra concorre ulteriormente ad aggravarla. A tutto ciò si aggiungono la lotta interna di cordate per l’egemonia sul processo costituente del nuovo soggetto (che attraversa la stessa SEL) e i contrasti politici sui nodi irrisolti nel rapporto col PD ed oggi anche con i Cinque Stelle.

In questo quadro generale, marcato dalla crisi congiunta del movimento operaio e della sinistra politica, dall’arretramento della coscienza e dalla espansione populista, il risultato complessivo riportato dal nostro partito, certo molto modesto, non è negativo. A Torino e Napoli abbiamo subito la concorrenza penalizzante della formazione di Rizzo (con l’aggiunta a Napoli dell’effetto particolarissimo del fenomeno “peronista” di De Magistris), ciò che ha determinato risultati negativi. Positivo il dato di Milano (con l’ampio recupero sul 2011), e molto positivo quello di Bologna e Savona (col superamento di ogni risultato precedente). Apprezzabili infine i risultati registrati nei comuni minori.

Complessivamente, si conferma la positività della presentazione elettorale del partito ai fini della propaganda del nostro programma classista e anticapitalista e in funzione della nostra costruzione.

IL REFERENDUM ISTITUZIONALE COME SPARTIACQUE

I risultati elettorali di giugno, insieme al fenomeno Brexit, si riverberano sullo scenario politico nazionale di prospettiva. La crisi del renzismo è precipitata alla vigilia del referendum istituzionale (presumibilmente in ottobre) nel quale il capo del governo ha investito le fortune decisive del proprio progetto bonapartista. Da qui l’incertezza accresciuta del suo esito, tanto più in un quadro di crisi economica e di relazioni europee che non favoriscono nuovi margini di finanziamento di misure di populismo sociale (aumento delle pensioni minime, riduzione Irpef…). Al tempo stesso gli effetti di destabilizzazione prodotti dalla vicenda Brexit possono riconfigurare in parte, a determinate condizioni, il profilo della posta in gioco nella percezione popolare (un “voto per la sicurezza” vs l'”avventura dell’ignoto”). Questa è la nuova impostazione che il renzismo tenderà a dare alla prova per cercare di rimontare la china. Un passaggio che in ogni caso acquista oggi obiettivamente una rilevanza internazionale molto maggiore.

L’esito del referendum può costituire, per diversi aspetti, uno spartiacque nella situazione politica italiana, con diverse incognite.

Se Renzi perde lo scontro referendario, sarà il tracollo definitivo del renzismo come progetto populista bonapartista. Ciò determinerebbe una dinamica nuova, presumibilmente convulsa, di riorganizzazione degli equilibri politici e degli schieramenti, capace di investire formule di governo, legge elettorale, rapporti interni ai partiti (a partire dal PD). Si riproporrebbe, in altre forme, quel quadro di crisi di direzione politica della borghesia italiana che il renzismo ha provato a superare. Il M5S sarebbe nell’immediato il principale beneficiario di quell’esito, anche se paradossalmente privato in quel caso della legge elettorale più idonea per la sua ambizione di potere. Una contraddizione non secondaria.

Se Renzi vincerà lo scontro referendario si affermerà un nuovo modello istituzionale reazionario, con nuove pesanti ricadute sociali (salto della governabilità antioperaia).

Renzi farà leva sulla vittoria plebiscitaria per stabilizzare il proprio corso politico, cercando di sviluppare i suoi aspetti di regime. Al tempo stesso la fluidità dei flussi elettorali, sullo sfondo della crisi sociale, potrebbe ostacolare anche in quel caso l’ambita stabilizzazione politica, a favore di un M5S che uscito sconfitto dal referendum potrebbe beneficiare dell’Italicum che il referendum stesso sancisce. L’ipotesi di una affermazione del M5S alle prossime elezioni politiche, per quanto oggi prematura, non può più essere esclusa dalle prospettive possibili. Ciò porrebbe nuove incognite non solo al movimento operaio, ma alla stessa borghesia italiana circa la stabilizzazione del proprio quadro politico.

LA CENTRALITÀ DELLA BATTAGLIA CLASSISTA

Su tutto lo scenario politico e sulla variabilità delle prospettive grava la crisi perdurante del movimento operaio italiano. Nessuna variante progressiva è possibile, quale che sia l’esito del referendum, senza una ripresa della mobilitazione sociale, di classe e di massa.

Da qui la necessità di ricondurre la nostra battaglia per il No al referendum ad una ragione di classe riconoscibile: combinando la valorizzazione del fronte unico per il No a sinistra (contro ogni logica di separatismo minoritario), con la netta differenziazione politica sia dalle impostazioni puramente accademico-costituzionaliste, sia dalle torsioni populiste (il No “filo-Brexit”). Più in generale l’intero scenario nazionale ed europeo conferma la centralità della battaglia classista, in particolare tra i lavoratori e i giovani, contro tutte le varianti di populismo interclassista, e contro ogni forma di subalternità a sinistra verso il populismo.

Partito Comunista dei Lavoratori – Comitato Centrale