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Noi ridiamo dei loro congiuntivi…

Da Hic Rhodus 28 Agosto 2017 dc:

Noi ridiamo dei loro congiuntivi. Loro intanto si preparano a darci il colpo di grazia.

di bezzicante

Se andate a cercare qualche recente sondaggio elettorale (con tutte le cautele che si devono avere per questi sondaggi) scoprirete che il Movimento 5 Stelle è dato – a seconda dei diversi Istituti – fra il 27 e il 28% delle dichiarazioni di voto. Lega al 14-15 e Fratelli d’Italia 4-5 (sondaggi fine luglio – primi di agosto). Se siete populisti di destra sarete contenti ma qui a Hic Rhodus non lo siamo e ci sentiamo depressi perché queste tre forze sono oltre il 45%. Direte: ma che calcoli fai? Mica si possono sommare! Perché no? La riflessione riguarda il caotico, reazionario e distruttivo populismo che minaccia seriamente l’Italia, e 45% a pochi mesi dalle elezioni significa essere a un soffio dal governo. Se la scelta – per Grillo, o Salvini – è fra allearsi o stare all’opposizione per altri 5 anni, onestamente cosa scegliereste? Abbiamo speso molti post, in passato, per argomentare come il M5S non sia affatto un terzo polo, ma una forza di destra, populista e fascistoide. Non desidero tornarci sopra ma, onestamente, se qualcuno fra i lettori ritiene che non sia vero (che siano di destra populista e fascistoide) è difficile che ci si possa intendere. Le affinità fra 5 Stelle e Lega sono molteplici; tante quante ne bastano per poter pensare di allearsi, e l’aggiunta poco significativa dei Fratelli di Meloni sarebbe rapidamente metabolizzata, nello pseudo-movimento di Grillo, con la solita “consultazione” farlocca. E’ altamente probabile che prima delle elezioni smentiscano, come Berlusconi e Renzi smentiranno di potersi alleare (proprio in funzione antigrillina), come Bersani e i Veri Giusti di sinistra smentiranno di essere più che disponibili ad appiccicarsi al PD per far fallire un eventuale suo governo e così via. Con l’ignobile proporzionale tutti giocheranno a dissimulare l’enorme propensione a fare qualsiasi alleanza per governare nell’ambito di non più di tre possibili schieramenti:

  1. tutta la destra contro tutta la sinistra (scenario poco probabile);
  2. la destra populista detta sopra contro la sinistra (PD+Bersani e i Veri Giusti, con FI in mezzo a fare il palo, scenario ancor meno probabile);
  3. la destra populista contro una specie di accrocco centrista FI+PD con esclusione della sinistra (su questo, invece, scommetterei).

Se i nostri lettori hanno voglia di farci un pensierino, considerando il sistema elettorale attuale e quello prevedibile se si decidono a riformarlo minimamente, credo che concorderanno che le soluzioni sono solo queste, e in particolare la n° 3.

Perché Salvini e Grillo devono, assolutamente, allearsi? Presto detto: Salvini, dopo la palude leghista lasciata da Bossi, ha velocemente riportato la Lega a livelli ragguardevoli, sia pure snaturando le idee (parola grossa…) delle origini; ma da molto tempo si è fermato lì. Salvini ha raccolto tutti gli ottusi sovranisti razzistelli ruttatori e non ha speranze di raggiungere altri risultati. Una logica intuitiva porta a capire come da qui in poi la Lega non possa che andare giù, anche perché Salvini non è l’unico a dire scemenze in TV e la concorrenza di Di Maio è feroce. Portare a una clamorosa vittoria la Ruspa, raggiungere una posizione di governo, poco che duri, confermerebbe la sua leadership a lungo, anche se il suo governo sarebbe destinato a durare pochissimo. Analogo problema per Grillo: a sua volta stupito che due anni (all’epoca delle politiche) di disastroso governo Raggi a Roma non abbia spazzato via il Movimento, non scalfito dallo scandalo della Groviera-Rousseau, dalle boiate della senatrice Lezzi, dal faccione ipocrita di Di Maio e, più in generale, della totale inanità della loro politica. Anche Grillo, che conosce bene il suo pubblico, sa che continuare con le stesse gag ancora a lungo non può aiutarlo, visto che – come la Lega – la sua base elettorale non cresce. Non cala, ma non cresce neppure. O cala l’asso e vince una mano, o anche per lui si profila un inglorioso declino. Le prossime politiche, insomma, sono quelle decisive, specie per movimenti rumorosi, che vivono di iperboli, sempre sulla denuncia emergenziale e dello scandalo del mondo. La partita da vincere è ora.

Quanto sopra è l’ipotesi di lavoro, l’argomento che possiamo utilizzare (in quanto peggiore scenario) per lavorare sul cosa fare. Non possiamo pensare di fare un granché in pochi mesi, ovviamente, anche se prima iniziamo meglio sarà. Che fare? Educato alla politica in epoche arcaiche sono abituato all’autocritica, e vorrei invitarvi tutti a farla assieme a me. Continuare a sfottere le grossolane topiche grilline e consolarsi di farlo fra amici di Facebook che ridono amaro assieme a noi non serve a nulla. Noi ridiamo, li additiamo come stupidi inemendabili, ma non serve a metterli in crisi, a fare vergognare qualcuno, a far discutere grillini intelligenti (ossimoro) e indurli a migrare in partiti diversi. Loro continuano a veleggiare su percentuali che insidiano quelle del PD e potrebbero affermarsi come primo partito in Italia. Inutile indignarsi per Salvini (ormai indignarsi è come farsi un caffettino fra amici: ciao, come va? Ci facciamo un’indignatina?) e pubblicarlo su Twitter per le sue affermazioni rutto-fasciste. Lui ci campa, con quelle, e ogni nostro Tweet lo ingrassa. Immaginate cosa sarebbe Salvini, fenomeno interamente mediatico, se nessuno più se lo filasse! Ecco: tutto inutile. Così come la dialettica politica è morta da vent’anni, anche la denuncia 2.0 ha perso ogni utilità destrutturante e controinformativa per divenire flusso omologante. Sissignori. Io e voi, che sbeffeggiamo Di Maio e buuamo Salvini, senz’altro fare, non cambiamo un ette nel loro potenziale e anzi contribuiamo al loro successo. E’ così; è triste ma è così. Ci sentiamo colti, e intelligenti, e saggi, e per bene; ma siamo una minoranza che lavora di fioretto, di sottili allusioni divertenti, di humor raffinato, di sarcasmo elitario che non serve a nulla. E loro intanto si preparano a governarci. Sai quanto rideremo, dopo.

L’esiguità del nostro gruppetto di narcisi democratici ve lo voglio mostrare con una piccola raffica di dati. Le percentuali che seguono sono ovviamente in grande parte sovrapposte, e non certamente da sommare. Comunque…

  • destra populista 46%;
  • popolazione con un quoziente di intelligente inferiore alla media: 50%;
  • il 59% ha come titolo di studio massimo la licenza media (2011);
  • il 58% non ha letto nemmeno un libro nell’anno precedente (2015);
  • il 56% non ha letto un quotidiano cartaceo e il 64% un quotidiano on line nei precedenti tre mesi (2016)
  • il 76,5% si informa dalla TV e il 43,7% da Facebook (??), ma fra i giovani sono il 71,1% (2015);
  • l’80% non è mai stato a teatro; il 67% mai stato a mostre e musei (2016).

Con un po’ di pazienza si possono trovare molti altri dati, semmai più omogenei, ma la mia pazienza è finita. E poi i dati, aridi, andrebbero approfonditi: poca scuola, ma brutta; molta tv, ma pessima; molti social, grandemente manipolatòri.

Non ho la minima idea di come comporre assieme tutti questi dati frammentari ma la sensazione finale è la seguente: le persone con una cultura almeno media (diciamo il diploma), un’intelligenza almeno media (diciamo oltre il quarto decile), che si informi con fonti differenziate e multiple ma non solo con la TV o Facebook, che leggano un paio di libri l’anno e vadano, ogni tanto, a una mostra, eccetera, non dovrebbero essere più del 30% di italiani. Ovviamente, in questo 30% c’è una bella fetta di istruiti stupidi, di lettori idioti, di frequentatori di mostre inconsapevoli, pareggiati da un analogo gruppo, nell’altro 70%, di scarsamente alfabetizzati intelligenti e consapevoli. Pari e patta. Diciamo che 30% è una buona base di partenza che troviamo trasversalmente un po’ in tutti i partiti; pochissimi nella destra populista e di più nel centro e nella sinistra non populista. Per favore non fatemi spiegare perché sia così certo che nella destra populista grillo-salvinista vi siano poche persone che rispondono ai nostri requisiti; se a questo punto della lettura avete ancora questo dubbio non ci stiamo capendo per nulla.

Fra gli scenari apocalittici che intravedo questi i più probabili:

  1. Waterloo: niente, annichiliti e frastornati non riusciremo neppure più a insistere. Perché farlo? Se vogliono il disastro, allora disastro sia, e muoia Sansone con tutti i filistei! Merde!
  2. Fort Alamo: ci chiudiamo nei nostri gruppi social, nei nostri blog, nei nostri circoli e aspettiamo la catastrofe; perché se loro vincono e vanno al governo non ci saranno ripresine e indicatorini di produzione industriale a reggere; niente Europa a salvarci; dentro il nostro fortino combatteremo con tutte le nostre munizioni fatte di argomenti, dati, fatti, dimostrazioni e, quando avremo finito la polvere da sparo, brandendo gli schioppi per le canne giù botte in testa, come Davy Crocket; quasi certo che sarà questo lo scenario più probabile vi ho dedicata la copertina.
  3. La Lunga Marcia: una lunga marcia di costruzione di idee, perché la tempesta sarà tremenda, ma ogni tempesta finirà, e un governo fascio-grillo-leghista non durerà più di due anni. E quando getteranno la spugna lasciando macerie e cadaveri, qualcuno deve prendere la bandiera e rimboccarsi le maniche. Qualcuno che ha smesso da un pezzo di ridere dei congiuntivi di Di Maio, e che sa che la ricostruzione sarà lunghissima, costerà lacrime e sangue, e nessuno disposto a ringraziarti. Poco fiducioso, ho dedicato a questa ipotesi la figura conclusiva.

Io sto preparando il mio zaino e mi alleno. Mi raccomando: portate solo l’indispensabile: buoni argomenti, buone idee, pochi preconcetti e una giusta quantità di apertura mentale.

Ci vediamo sui monti.

marcia

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Qualche riflessione sugli Stati Uniti

In e-mail il 2 Marzo 2017 dc:

Qualche riflessione sugli Stati Uniti

TANTO PER COMINCIARE, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale. Trump ha perso tutto il Northeast (Stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli USA, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli USA non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/unnecessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

 

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera elite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese, “La gente comune è nauseata dagli esperti”

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori, attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump. Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

 

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, che comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty Devos, che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri, un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa, un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere, un Segretario di Stato, Tillerson, che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo. Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi Musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli USA.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli USA. Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “Stati blu” (democratici) e gli “Stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative”, tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo USA per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac”, Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative” che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

In e-mail, Considerazioni Inattuali n°96, 9 novembre 2016

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

TRUMP TRIONFA CON IL 25 PER CENTO DEGLI AVENTI DIRITTO AL VOTO.

Il gran finale della campagna elettorale richiama alla memoria l’ultima scena di Zabriskie Point, il film di Antonioni. Tremate, tremate Governanti inetti: populisti di tutto il mondo unitevi. Gli operatori dell’informazione fanno ammenda. Per poco. Hanno già iniziato conversioni e ad effettuare i primi salti sul carro del vincitore.

di Lucio Manisco

Trump… Trump… USA, USA! “È un trionfo, è anche uno shock!” intitola The New York Times. La kermesse post elettorale segue le procedure tradizionali. Il Presidente eletto elogia l’avversaria sconfitta che fino a due giorni fa voleva mandare in galera e invita tutti a rimarginare le ferite da lui stesso aperte con una campagna elettorale grondante di insulti e vilipendi degli avversari e dei dissidenti repubblicani. E naturalmente si appella all’unità della nazione tutta.

Più amarognolo il discorso di concessione dell’ex-first lady, ex senatrice, ex segretaria di Stato, parole e parole sui valori da preservare ma che rievocano sotto traccia l’italico destino cinico e baro.

Buon ultimo Barak Obama che insieme a Michelle aveva profuso impegno ed eloquenza per la signora che avrebbe dovuto affidare alla storia il suo primato politico perseguendo le stesse direttive da lui enunciate e male applicate per otto anni. Gran parte del discorsetto pronunziato nel giardino delle rose della Casa Bianca è stato così dedicato ad una difesa del suo operato ed alla negazione dei fallimenti che lo hanno contraddistinto. Fallimenti che hanno contribuito alla sconfitta della stessa signora.

Barak Obama potrebbe ora apporre a questi suoi fallimenti un minimo ma importante riparo con un atto di generosità: concedere un pardon, una grazia presidenziale ai detenuti politici negli Stati Uniti, primi fra tutti Mumia Abu-Jamal, il gionalista afro-americano in carcere dal 1982 ed ora in fin di vita, Leonard Peltier, il pellerossa incarcerato nel 1977, Chelsea (Bradley) Manning del Wikileaks in una prigione federale dal 2013 che ha tentato tre volte di suicidarsi. Dubitiamo che il Presidente sia capace di gesti generosi del genere alla fine del suo mandato.

Dureranno intanto ben poco i mea culpa dei commentatori politici e soprattutto dei mass media statunitensi per non aver valutato e previsto gli effetti della delusione e della rabbiosa ostilità di una parte dell’elettorato attivo contro l’establishment che ha prodotto il cataclisma Donald Trump – qualcosa di molto simile all’ultima scena di “Zabriskie Point”, il film di Michelangelo Antonioni.

(Un atto di immodestia: vedere “Considerazioni inattuali n. 88” del 3 marzo 2016 dal titolo “Trump alla Casa Bianca” dove si riteneva ancora improbabile ma più possibile di prima la vittoria del cialtrone repubblicano dovuta anche ad una Clinton “Giovanna d’Arco senza virtù e compromessa da trascorsi negativi e quanto mai equivoci”).

Perché dureranno poco le resipiscenze e le autocritiche? Perché prevarrà il vecchio adagio del malcostume giornalistico USA “If you can’t lick ‘em, join them”, se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro. Si sono già verificate le inversioni a 180 gradi: prima tra tutte quelle della CNN, da anni in rovinoso declino, che abbandona la sua asettica e fittizia neutralità e preannunzia un cambiamento di registro da parte di Trump già deciso e che diventerà radicale il 20 gennaio 2017 quando entrerà nell’ufficio ovale di Pennsylvania Avenue: il neo eletto verrà cioè condizionato dalle sane istituzioni democratiche del sistema e dall’assunzione di responsabilità finora ignorate per via di un’esasperata campagna elettorale.

Non è vero che le donne dovranno rinunziare ai loro diritti, tornare ai fornelli e rendersi più disponibili al machismo trionfante nella repubblica stellata. Qualche correzione forse alle unioni di fatto, ai matrimoni gay, all’aborto, alle pari opportunità, ma nulla di drastico e sostanziale. La politica estera e le aperture alla Federazione Russa di Putin? Ma il neo-presidente non è già impegnato ad aumentare a dismisura il bilancio della difesa? I ventinove milioni di nuovi posti di lavoro? Basterà mantenere bassi i salari e promuovere l’ammodernamento delle infrastrutture, ridurre con qualche dazio le importazioni senza guerre commerciali. Gli alleati della NATO possono tranquillizzarsi, basterà che aumentino i contributi finanziari alla difesa comune e via dicendo.

Per concludere alcuni dati sul voto dell’otto novembre di cui non si trova traccia sui mass media USA e su quelli europei. È saltato il mitico “balance of powers” del sistema tra poteri esecutivi, legislativi e giudiziari. Trump dominerà un Senato ed una Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana amica e sodale, ridurrà gli oneri fiscali con decreti esecutivi che aumenteranno il già astronomico debito pubblico, e nominerà un magistrato ultraconservatore al posto vacante della Corte suprema (avremo così cinque giudici dell’ultra destra e quattro di destra moderata).

Pochi dati sull’aritmetica dei risultati elettorali che a livello ufficiale minimizzano o ignorano del tutto il fenomeno dell’astensionismo, una peculiarità da primato del sistema USA.

Su una popolazione che supera i 321 milioni gli aventi diritto al voto sono 240 milioni, quelli che lo hanno esercitato per via della registrazione obbligatoria sono stati 122 milioni, 58 milioni e rotti per Trump, forse a conteggi ultimati qualche migliaio in più per la Clinton e 5 milioni 970 mila per gli indipendenti che dovranno attendere mesi prima di sapere a chi sono andati (è il Collegio Elettorale a trasformare un’eventuale maggioranza minima nei suffragi nazionali della candidata democratica in una vera e propria debacle: sono 290 i delegati del collegio che hanno assegnato la vittoria a Trump sui 228 concessi alla Clinton). Se si tiene presente l’alto numero degli astenuti che non esercitano il loro diritto di voto per ostilità allo establishment come gli afro-americani perché derivano questa ostilità dalla loro estraneità alla supremazia sistemica dei bianchi, il risultato vero è che il signor Donald Trump è stato eletto con il 25 per cento dei voti.

Nei prossimi giorni si farà un gran parlare dei flussi elettorali, della defezione in campo democratico dei giovani sostenitori del socialista Bernie Sanders, del voto ispanico, di quello dei bianchi anziani e acculturati. Non si parlerà o si parlerà ben poco della lobby ebraica anche se il Primo Ministro Netanyahu ha proclamato Trump un vero amico di Israele. È una lobby ovviamente legittima che esercita una notevole influenza grazie alla sua devozione alla causa ed alla sua grande abilità. Non indica le sue divergenze o ostilità per un candidato alla presidenza o assessore comunale perché indifferente o contrario alle repressioni sanguinose della nazione palestinese, ma estende un appoggio ufficiale o ufficioso a qualsiasi suo avversario politico anche se poco presentabile nel contesto elettorale americano.

Comunque sia siamo entrati in Europa e nel mondo nella nuova era trumpista: le turbolenze saranno certe ed inevitabili. Allacciamo le cinture.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu