Cronaca, Politica e Società

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu

Politica e Società

Manifesto contro il lavoro

Sono venuto a conoscenza di questo importante articolo perché segnalatomi da un compagno, inserito nel blog Nutopia, a hippie dream il30 Aprile 2013 dc, in realtà l’articolo compare, in italiano, (originariamente?) nel sito/blog in lingua tedesca Krisis fin dal 31 Dicembre 1999 dc:

Manifesto contro il lavoro

1. IL DOMINIO DEL LAVORO MORTO

Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro!

“Ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale condizione”.

Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza, 1797

Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana, e in una misura tale che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali.

Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt’oggi in vigore, e anzi oggi più che mai proprio perchè sta diventando del tutto obsoleto. E’ assurdo: mai la società era stata, fino a questo punto, una società del lavoro come in quest’epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di se. Il lavoro determina il modo di pensare ed agire fin nelle minime circostanze della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all’idolo “lavoro”. L’ossessiva richiesta di “occupazione” offre la giustificazione per accelerare ancora, se possibile, la distruzione delle condizioni naturali della vita, di cui tuttavia si è da tempo consapevoli. Gli ultimi ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possono essere spazzati via senza remore se c’è in vista qualche misero “posto di lavoro”. E l’idea che è meglio avere un lavoro “qualsiasi” piuttosto che non averne nessuno è ormai diventata un articolo di fede richiesto a tutti.

Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questa viene rimossa dalla coscienza collettiva. Per quanto siano diversi i metodi della rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un irrazionale fine in sè, ormai obsoleto, viene ridefinito, con ostinazione maniacale, come il fallimento di individui, imprese o “siti produttivi”. Il limite obiettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi.

Se per gli uni la disoccupazione è il prodotto di pretese eccessive, di scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai “loro” manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del “sito produttivo”. (E in fin dei conti sono tutti d’accordo con l’ex-presidente tedesco Roman Herzog: occorre che, per così dire, una “scossa” attraversi il Paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono “in qualche modo” remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi da fare, anche se non c’è più niente da fare, e ci si può dedicare ormai soltanto ad attività insensate). Il sottinteso di questa cattiva novella non si presta ad equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell’idolo “lavoro” se la deve prendere con sè stesso, e può essere espulso o escluso senza scrupoli di coscienza.

La stessa legge del sacrificio umano vige su scala planetaria. Un Paese dopo l’altro viene maciullato negli ingranaggi del totalitarismo economico e fornisce così sempre quell’unica prova: ha peccato contro le cosiddette leggi di mercato. Chi non “si adatta” senza condizioni, e senza tener conto delle perdite, al corso cieco della concorrenza totale, è punito dalla logica del profitto. Le promesse di oggi sono i falliti di domani. Gli psicotici dell’economia al potere non si lasciano però impressionare nella loro bizzarra concezione del mondo. I tre quarti della popolazione mondiale sono già stati più o meno dichiarati fuori corso. Crolla un “sito

produttivo” dopo l’altro. Dopo i disastrati “Paesi in via di sviluppo” del Sud del mondo, e dopo il capitalismo di Stato a Est, gli studenti-modello di economia di mercato in Estremo Oriente sono a loro volta scomparsi nell’Ade economico. Anche in Europa si sta diffondendo da tempo il panico sociale. I cavalieri dalla trista figura nella politica e nel management continuano però, se possibile ancora più ostinatamente, la loro crociata nel nome del dio “lavoro”.
2. LA SOCIETA’ DELL’APARTHEID NEOLIBERISTA

“Il truffatore aveva distrutto il lavoro, ma si era preso il salario di un lavoratore; ora deve lavorare senza salario, ma lavorando immaginare perfino nella sua cella quali benedizioni siano il successo e il profitto. […] Con il lavoro forzato deve essere educato al lavoro secondo morale come a un libero atto personale”

Wilhelm Heinrich Riehl, Il lavoro tedesco, 1861

Una società basata sull’astrazione irrazionale “Lavoro” sviluppa necessariamente una tendenza all’apartheid sociale, quando la vendita riuscita della merce “forza-lavoro” da regola diventa l’eccezione. Tutte le frazioni del “campo del lavoro”, che comprende tutti i partiti, hanno da tempo accettato silenziosamente questa logica e danno man forte. Esse non mettono più in discussione se settori della popolazione sempre più ampi debbano essere spinti ai margini ed esclusi da ogni partecipazione alla vita sociale, ma soltanto come questa selezione debba essere imposta, con le buone o soprattutto con le cattive.

La frazione neoliberista affida questo sporco lavoro socialdarwinista alla “mano invisibile” del mercato. Le reti di sicurezza sociale vengono smantellate proprio per marginalizzare, il più possibile senza clamore, tutti coloro che non riescono a tenere il passo con la concorrenza. E’ riconosciuto come essere umano soltanto chi appartiene alla ilare Fratellanza dei vincitori della globalizzazione. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, tutte le risorse del pianeta sono usurpate dalla macchina autoreferenziale del capitalismo. Se poi non sono più mobilizzabili con profitto, devono rimanere inutilizzate, anche se vicino a queste risorse intere popolazioni sono ridotte alla fame.

Di questa fastidiosa “immondizia umana” sono chiamate a occuparsi la polizia, le sette che promettono la salvezza nella religione, la Mafia e le mense dei poveri. Negli Stati Uniti, e nella maggior parte degli Stati dell’ Europa centrale, sono ormai rinchiuse in carcere più persone che in qualsiasi normale dittatura militare. E nell’America latina vengono uccisi ogni giorno più “ragazzi di strada” e altri poveri dagli squadroni della morte, in nome dell’economia di mercato, che oppositori ai tempi della più feroce repressione politica. Ormai ai reietti resta soltanto una funzione sociale: quella dell’esempio deterrente. Il loro destino deve pungolare sempre di più tutti quelli che si trovano ancora in corsa nel “gioco dei quattro cantoni” della società del lavoro a combattere per gli ultimi posti, e tenere in movimento frenetico perfino la massa dei perdenti, affinchè non passi loro nemmeno per la testa di ribellarsi contro queste insolenti pretese.

Eppure, anche a prezzo del sacrificio di sè, il “Mondo nuovo” dell’economia totalitaria di mercato prevede per i più soltanto un posto come uomini-ombra in un’economia-ombra. Devono offrire i loro umili servizi come lavoratori a buon mercato, e schiavi democratici della “società dei servizi”, ai vincitori della globalizzazione. I nuovi “lavoratori poveri” possono pulire le scarpe ai businessmen rimasti su piazza, vendere loro degli hamburger contaminati, o fare la guardia ai loro centri commerciali. E chi ha portato il suo cervello all’ammasso, può nel frattempo sognare l’ascesa a imprenditore miliardario.

Nei paesi anglosassoni, questo mondo dell’orrore è già una realtà per milioni di persone, e tanto più nel Terzo mondo e in Europa orientale; e anche a Eurolandia sono decisi a recuperare in fretta le posizioni perdute. I giornali economici, del resto, non fanno più un mistero di come si rappresentino il futuro ideale del lavoro: i bambini, che agli incroci ultrainquinati delle strade puliscono i vetri delle auto, sono il luminoso modello di “iniziativa imprenditoriale” verso il quale sono pregati di orientarsi i disoccupati data l’odierna mancanza di “prestatori di servizi”. “Il modello dominante del futuro è l’individuo come imprenditore della sua forza-lavoro e responsabile della sua sussistenza”, scrive la “Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia”. E aggiunge: “La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più quanto più diminuisce il loro costo, e quindi quanto meno guadagnano i prestatori di servizi”. Se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l’autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato.
3. L’APARTHEID DEL NUOVO STATO SOCIALE

“Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”

Bill Clinton, 1998, Antonio Fazio, 1999 e Emma Bonino, 2000

“Nessun lavoro è così duro come non lavorare”

Slogan di un manifesto dell’ufficio di coordinamento federale delle iniziative per i disoccupati in Germania, 1998

Le frazioni anti-neoliberiste all’interno del “campo del lavoro” – che comprende tutta la società – possono anche non fare salti di gioia per questa prospettiva, ma proprio per loro è fuori discussione che un uomo senza lavoro non è un uomo. Sono fissate nostalgicamente sul periodo del dopoguerra caratterizzato dal lavoro fordista di massa, e non hanno in mente nient’altro che far rivivere quell’età, ormai passata, della società del lavoro. Lo Stato deve intervenire quando il mercato non funziona più. Bisogna continuare a simulare la presunta normalità della società del lavoro, grazie a “programmi per l’occupazione”, a interventi a favore dei siti produttivi, all’indebitamento e ad altre misure politiche. Questo statalismo del lavoro, ripreso svogliatamente, non ha la minima possibilità di riuscire, ma resta il punto di riferimento ideologico per ampi strati della popolazione minacciati dal degrado. E proprio a causa della sua irrealizzabilità, la prassi che ne risulta è tutt’altro che emancipatrice.

La metamorfosi ideologica del lavoro come “bene raro” nel primo diritto del cittadino esclude di conseguenza tutti i non-cittadini. La logica di selezione sociale non viene dunque messa in discussione, ma soltanto diversamente definita: la battaglia per la sopravvivenza individuale deve essere resa meno spietata grazie a criteri etnico-nazionalistici. L’anima popolare, che nel perverso amore per il lavoro si ritrova, ancora una volta, in una comunità di popolo, grida dal profondo del cuore: “Lo sgobbo italiano agli italiani!”. Il populismo di destra grida ai quattro venti questa sua conclusione. La sua critica alla società della concorrenza, alla fine, significa soltanto la pulizia etnica nelle zone, sempre più ristrette, della ricchezza capitalistica.

Il nazionalismo moderato, d’impronta socialdemocratica o verde, accetta invece i lavoratori da tempo immigrati come indigeni, e vuole addirittura concedere loro la cittadinanza, se fanno la riverenza e si comportano bene, oltre naturalmente a essere inoffensivi al cento per cento. Tuttavia in tal modo può essere ancora meglio legittimata e ancora più silenziosamente messa in pratica l’accentuata esclusione dai confini dei profughi provenienti da Sud e da Est – naturalmente sempre nascosta dietro una valanga di parole come “umanità” e “civiltà”. La caccia all’uomo contro i “clandestini”, che si vogliono impadronire di soppiatto dei posti di lavoro nostrani, non deve lasciare, se possibile, odiose tracce di sangue o di incendi sul suolo nazionale. Per questo esistono la polizia di confine e gli Stati-cuscinetto di Schengenlandia, che sbrigano tutto secondo la legge e il diritto, magari tenendosi lontani dalle telecamere.

La simulazione statale del lavoro è violenta e repressiva di per se, ed è l ‘espressione della volontà incondizionata di tenere ancora in piedi con tutti i mezzi il dominio dell’idolo “lavoro” anche dopo la sua morte. Questo fanatismo della burocrazia del lavoro non lascia in pace neppure – nelle nicchie residuali, e del resto già pietosamente minuscole, dello Stato sociale demolito – gli esclusi, i disoccupati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Essi vengono trascinati dagli operatori sociali, e dagli agenti di intermediazione del lavoro, sotto la luce delle lampade da interrogatorio dello Stato, e costretti a una pubblica genuflessione di fronte al trono del cadavere dominante.

Se di fronte a un tribunale di solito vale la regola “in dubio pro reo”, in questo caso l’onere della prova si è rovesciato. Se in futuro non vogliono vivere d’aria o dell’amore cristiano per il prossimo, allora gli esclusi devono accettare qualsiasi lavoro, anche il più sozzo e il più servile, e qualsiasi “misura per l’occupazione”, per quanto assurda, allo scopo di dimostrare la loro disponibilità incondizionata al lavoro. E’ del tutto indifferente se ciò che viene loro dato da fare abbia un senso, sia pur minimo, o se rientri nella categoria dell’assurdità pura e semplice. L’ importante è che rimangano in continuo movimento, affinchè non dimentichino mai secondo quali principi deve consumarsi la loro esistenza.

Prima gli uomini lavoravano per guadagnare denaro. Oggi lo Stato non si tira indietro di fronte ad alcuna spesa purchè centinaia di migliaia di persone simulino il lavoro scomparso in astrusi “stages” e “periodi di formazione”, e si tengano pronti per “posti di lavoro” che però non avranno mai. “Misure” sempre nuove e sempre più stupide vengono inventate soltanto per tenere viva l’illusione che la macchina sociale del lavoro, la quale ora gira a vuoto, possa continuare a girare per l’eternità. Quanto meno ha senso l’obbligo al lavoro, tanto più brutalmente si fa entrare in testa alle persone che chi non lavora non mangia.

Da questo punto di vista, il “New Labour”, e i suoi imitatori sparsi in tutto il mondo, si rivelano perfettamente compatibili con il modello neoliberista della selezione sociale. Grazie alla simulazione dell’ “occupazione”, e al miraggio di un futuro positivo per la società del lavoro, si crea la legittimazione morale a procedere in modo ancora più determinato contro i disoccupati e quelli che rifiutano di lavorare. Nello stesso tempo, le agevolazioni fiscali e le cosiddette “gabbie salariali” abbassano ancora di più il costo del lavoro. E così si favorisce con tutti i mezzi possibili il già fiorente settore del lavoro sottopagato e dei “lavoratori poveri”.

La cosiddetta politica attiva per il lavoro, secondo il modello del “New Labour”, non risparmia neppure i malati cronici e le ragazze-madri con bambini in tenera età. Chi riceve il sostegno dello Stato viene liberato dalla morsa della burocrazia soltanto all’obitorio. L’unica ragione di questa invadenza sta nello scoraggiare il maggior numero possibile di persone dal formulare qualsiasi pretesa nei confronti dello Stato, e di mostrare agli esclusi strumenti di tortura così ripugnanti, da far apparire al confronto una pacchia ogni sia pur miserevole lavoro.

Ufficialmente, lo Stato paternalista agita la frusta sempre e soltanto per amore, e con l’obiettivo di inculcare ai suoi figli “renitenti al lavoro” dei princìpi perchè si facciano strada nella vita. In realtà, le misure “pedagogiche” hanno l’unico ed esclusivo fine di far uscire a bastonate i postulanti da casa. (E quale altro senso dovrebbe avere costringere i disoccupati a raccogliere gli asparagi nei campi, come accade da qualche tempo in Germania? Questi non fanno altro che sostituire i lavoratori stagionali polacchi, i quali accettano un salario da fame soltanto perchè, grazie al cambio favorevole del marco, lo trasformano in un compenso accettabile nel loro Paese. Ma con una misura del genere non si viene in aiuto alle persone costrette a fare simili lavori, nè si apre loro la sia pur minima “prospettiva di lavoro”. E anche per i coltivatori di asparagi, i lavoratori specializzati e i laureati demotivati di cui viene fatto loro grazioso dono non sono altro che una fonte di problemi senza fine. Ma quando, dopo dodici ore di lavoro sul suolo della patria tedesca, all’ improvviso l’idea, davvero grandiosa, di aprire per disperazione un chiosco per la vendita di whrstel non si presenta più al disoccupato in una luce tanto negativa, allora la “spinta alla flessibilità” di origine neobritannica ha prodotto i suoi effetti desiderati.)
4. INASPRIMENTO E SMENTITA DELLA RELIGIONE DEL LAVORO

“Per quanto possa essere volgare e consacrato alla dea Mammona, il lavoro è comunque sempre in rapporto con la Natura. Già soltanto il desiderio di effettuare un lavoro ci guida sempre di più verso la verità e verso le leggi e i precetti della Natura, che sono la verità”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Il nuovo fanatismo del lavoro, con il quale questa società reagisce alla morte del suo idolo, è la logica prosecuzione e lo stadio finale di una lunga storia. Dall’epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, tutte le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall’idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all’ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali hanno sacrificato insieme all’ idolo “lavoro”. Il verso dell’Inno dei lavoratori dell’Internazionale si legge: “Non c’è posto per gli oziosi”, ha trovato un’eco macabra nell’iscrizione “Il lavoro rende liberi” sopra l’ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno ancora di più fatto solenne giuramento di difendere l’eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera insegna ai cittadini, proprio nel solco della tradizione che viene da Lutero: “Il lavoro è la fonte del benessere del popolo, e si trova sotto la particolare protezione dello Stato”, e il primo articolo della Costituzione dell’Italia, culla del cattolicesimo, recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Alla fine del ventesimo secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell’aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la caratteristica naturale dell’uomo.

Oggi è la società del lavoro stessa a smentire questo dogma. I sacerdoti della religione del lavoro hanno sempre predicato che l’uomo sarebbe, secondo la sua presunta natura, un “animal laborans”. Anzi, diventerebbe un uomo soltanto nel momento in cui, come un tempo Prometeo, sottomette la natura alla sua volontà e si realizza nei propri prodotti. Questo mito del conquistatore del mondo, del demiurgo è certo sempre stato una beffa in rapporto al carattere del moderno processo lavorativo, ma nell’età dei capitalisti inventori come Siemens o Edison, e delle loro corporazioni di lavoratori specializzati, può ancora aver avuto un substrato reale. Ma nel frattempo questo atteggiamento è diventato completamente assurda.

Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce – o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L’ “homo faber”, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere. L’ ingranaggio deve andare avanti a tutti i costi, e basta. A conferire un senso al meccanismo sono deputati il settore pubblicità, e veri e propri eserciti di animatori e psicologi d’impresa, consulenti d’immagine e trafficanti di droga. Laddove si chiacchiera continuamente di motivazione e creatività, c’è da stare sicuri che non se ne vede l’ombra, o tutt’al più come un autoinganno. Perciò le capacità di autosuggestionarsi, presentarsi e fingere di essere competenti sono considerate tra le virtù principali di manager e lavoratori specializzati, star dei media e contabili, insegnanti e posteggiatori.

Anche l’affermazione che il lavoro è un’eterna necessità imposta agli uomini dalla natura è stata irrimediabilmente screditata dalla crisi della società del lavoro. Da secoli si predica che occorre sacrificare all’idolo del lavoro, se non altro perchè i bisogni non possono essere soddisfatti senza il lavoro e il sudore dell’uomo. E il fine dell’intera organizzazione del lavoro sarebbe proprio la soddisfazione dei bisogni. Se fosse così, una critica del lavoro sarebbe tanto assurda quanto una critica della forza di gravità. Ma com’è possibile allora che una vera “legge della natura” entri in crisi o addirittura scompaia? I portavoce del “campo del lavoro nella società”, dalla iperefficiente donna in carriera neoliberista, al sindacalista ex-trinariciuto, sono a corto di argomenti con la loro presunta natura del lavoro. Come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell’umanità sprofondano nella miseria perchè la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?

Oggi non pesa più sulle spalle degli esclusi la maledizione veterotestamentaria: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”, ma una nuova e ancora più spietata dannazione: “Non mangerai perchè il tuo sudore è superfluo e invendibile”. E questa sarebbe una legge naturale? Non è altro che un principio sociale irrazionale, che sembra una costrizione naturale perchè per secoli ha distrutto e sottomesso ogni altra forma di relazioni sociali, imponendosi come assoluto. E’ la “legge di natura” di una società che si considera “razionale” al cento per cento, ma che in realtà segue soltanto la razionalità del suo idolo del lavoro, e che è pronta a sacrificare ai “vincoli” che questo le impone anche l’ultimo barlume di umanità che le resta.
5. IL LAVORO E’ UN PRINCIPIO COSTRITTIVO SOCIALE

“Perciò l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sè; e si sente fuori di sè nel lavoro. E’ a casa propria se non lavora, e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma è soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene a mancare la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Il lavoro non va in alcun modo identificato con il fatto che gli uomini modificano la natura e hanno relazioni l’uno con l’altro. Fino a quando gli uomini esisteranno, essi produrranno vestiti, nutrimento e molte altre cose, alleveranno i loro figli, scriveranno libri, discuteranno, si dedicheranno al giardinaggio, faranno musica e altro ancora. Ciò è banale e va da se. Non è invece scontato che la semplice attività umana, il puro “dispendio di forza-lavoro”, di cui non si tiene in alcuna considerazione il contenuto, e che è totalmente indipendente dai bisogni e dalla volontà degli interessati, venga elevata a un principio astratto che domina le relazioni sociali.

Nelle antiche società agrarie esistevano molteplici forme di dominio e di dipendenza personale, ma non la dittatura dell’astrazione “lavoro”. Le attività nel processo di trasformazione della natura e nelle relazioni sociali non erano certo autonome, ma neppure sottomesse a un astratto “impiego di forza-lavoro”, ed erano piuttosto inserite in un complesso sistema di regole basato su prescrizioni religiose, tradizioni sociali e culturali con obbligazioni reciproche. Ogni attività aveva il suo particolare tempo e il suo particolare luogo; non esisteva alcuna forma di attività astrattamente universale.

Fu proprio il moderno sistema produttore di merci, con il suo fine in sè dell’incessante trasformazione dell’energia umana in denaro, che fece nascere una particolare sfera, “separata” da qualsiasi altra relazione, astratta da ogni contenuto, quella del cosiddetto lavoro – una sfera di attività eterodiretta, incondizionata, irrelata, meccanica, separata dal resto del tessuto sociale, una sfera che obbedisce a un’astratta razionalità finalistica “aziendale” al di là dei bisogni. In questa sfera separata dalla vita, il tempo cessa di essere tempo vissuto, profondamente sentito; diventa una semplice materia prima, che deve essere utilizzata nel modo migliore: “il tempo è denaro”. Si calcola ogni secondo, ogni visita al bagno diventa un contrattempo, ogni chiacchierata un delitto contro il fine autonomizzato della produzione. Laddove si lavora, si può soltanto impiegare energia astratta. La vita si vive altrove – o non si vive affatto, perchè il ritmo del lavoro impone ovunque la sua legge. Già i bambini vengono allevati a rispettare i tempi al secondo, perchè diventino un giorno “efficienti”. La vacanza serve soltanto alla riproduzione della “forza-lavoro”. E perfino quando si mangia, si festeggia e in Venereis in qualche parte del cervello il cronometro continua a scandire il tempo.

Nella sfera del lavoro non conta che cosa si fa, ma che si faccia qualcosa, dal momento che il lavoro è un fine in sè, proprio perchè realizza la valorizzazione del capitale – l’infinita moltiplicazione del denaro grazie al denaro stesso. Il lavoro è la forma di attività di questa assurda tautologia. Soltanto per questo scopo, e non per ragioni oggettivo, i prodotti sono prodotti in quanto merci. Infatti soltanto in questa forma rappresentano l’astrazione “denaro”. In questo consiste il meccanismo di quella macchina sociale autonomizzata, di cui l’umanità moderna è prigioniera.

E proprio per questo il contenuto della produzione è indifferente tanto quanto l’uso delle cose prodotte, e le loro conseguenze sociali e naturali. Che si costruiscano case o si producano mine antiuomo, che si stampino libri o si coltivino pomodori transgenici, che in conseguenza di ciò uomini si ammalino o l’aria sia inquinata o che “soltanto” il buon gusto vada a farsi friggere – tutto questo non importa niente, purchè, in un modo o nell’altro, la merce si trasformi in denaro e il denaro in nuovo lavoro. Che la merce richieda un uso concreto, foss’anche distruttivo, è per la razionalità imprenditoriale un dettaglio trascurabile, visto che il prodotto vale soltanto in quanto portatore di lavoro passato, cioè di “lavoro morto”.

L’accumulo di “lavoro morto” come capitale, rappresentato nella forma-denaro, è l’unico “senso” che conosce il moderno sistema di produzione dei beni. “Lavoro morto”? Un’assurdità metafisica! Si, ma una metafisica diventata realtà concreta, un’assurdità “oggettivata” che tiene questa società in una morsa d’acciaio. Nell’eterno comprare e vendere, gli uomini non sono in rapporto di scambio reciproco come esseri coscienti che vivono in società, ma come automi sociali che eseguono soltanto il fine a se stesso loro prestabilito.
6. LAVORO E CAPITALE SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

“Il lavoro ha sempre di più dalla sua tutta la buona coscienza: l’ inclinazione alla gioia si chiama già “bisogno di ricreazione” e comincia a vergognarsi di se stessa. “E’ un dovere verso la nostra salute”, si dice, quando si è sorpresi durante una gita in campagna. Anzi, si potrebbe ben presto andare così lontano da non cedere all’inclinazione alla vita contemplativa (vale a dire all’andare a passeggio, con pensieri e amici), senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza”.

Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, 1882.

La sinistra politica ha sempre venerato il lavoro con particolare zelo. Non soltanto ha elevato il lavoro a essenza dell’uomo, ma ne ha anche fatto, in maniera mistificante, il presunto principio opposto a quello del capitale. Per la sinistra lo scandalo non era il lavoro, ma soltanto il suo sfruttamento da parte del capitale. Perciò, il programma di tutti i “Partiti dei lavoratori” fu sempre la “liberazione del lavoro”, e non la “liberazione dal lavoro”. La contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però soltanto la contrapposizione di diversi (anche se diversamente potenti) interessi all’interno del fine tautologico del capitalismo. La lotta di classe fu la forma nella quale questi interessi contrapposti si scontrarono sul comune terreno sociale del sistema produttore di merci. Fu un elemento interno alla dinamica di valorizzazione del capitale. Non importa se la battaglia fu combattuta per i salari, i diritti, le condizioni di lavoro o i posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase sempre il dominio del lavoro con i suoi irrazionali principi.

Dal punto di vista del lavoro, il contenuto qualitativo della produzione è altrettanto trascurabile quanto dal punto di vista del capitale. Quel che interessa, è unicamente la possibilità di vendere nella maniera ottimale la forza-lavoro. Non è in gioco la determinazione comune del senso e del fine del proprio fare. Se mai c’è stata la speranza di poter realizzare una simile autodeterminazione della produzione nelle forme del sistema produttore di merci, le “forze lavorative” si sono tolte questa illusione dalla testa da gran tempo. Ormai si tratta soltanto di “posti di lavoro”, di “occupazione”, e già questi concetti dimostrano il carattere di fine a se stesso tipico dell’intera baracca, e lo stato di minorità degli interessati.

Che cosa si produce, a quale scopo e con quali conseguenze, è in fin dei conti altrettanto indifferente per il venditore del bene forza-lavoro quanto per il suo acquirente. I lavoratori delle centrali nucleari e degli impianti chimici protestano più di tutti gli altri quando si vogliono disinnescare le loro bombe a orologeria. Gli “occupati” di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico. Ciò non accade semplicemente perchè essi si devono obbligatoriamente vendere per “avere il diritto” di vivere, ma perchè si identificano effettivamente con la loro limitata esistenza. Sociologi, sindacalisti, parroci e altri teologi di mestiere della “questione sociale” vedono in tutto ciò una prova del valore etico del lavoro. Il lavoro forma la personalità, dicono. A ragione. Il fatto è che forma la personalità di zombie della produzione di merci, che non riescono più a immaginarsi una vita al di fuori del loro amatissimo sgobbo, al quale loro stessi, giorno dopo giorno, sacrificano tutto.

Ma se la classe lavoratrice, in quanto classe lavoratrice, non è mai stata l’antagonista del capitale nè il soggetto dell’emancipazione umana, i capitalisti e i manager, da parte loro, non governano la società in base a una maligna volontà soggettiva di sfruttare gli altri. Nel corso della storia, nessuna casta dominante ha mai condotto una vita così dipendente e misera come quella dei manager, sempre sotto pressione, di Microsoft, Daimler-Chrysler o Sony. Qualsiasi feudatario medievale avrebbe profondamente disprezzato queste persone. Infatti, mentre essi potevano abbandonarsi all’ozio e dissipare, più o meno orgiasticamente, le loro ricchezze, le élites della società del lavoro non possono concedersi nessuna pausa. Usciti dal “gabbio”, sanno soltanto ridiventare infantili; l’ozio, il piacere della conoscenza e il godimento dei sensi sono loro tanto estranei quanto al loro materiale umano. Essi stessi non sono altro che schiavi dell’ idolo “lavoro”, semplici élites funzionali all’irrazionale fine in sè della società.

L’idolo dominante sa come imporre il suo volere senza soggetto grazie alla “costrizione silenziosa” della concorrenza, alla quale anche i potenti devono piegarsi, soprattutto se gestiscono centinaia di fabbriche e spostano da un punto all’altro del pianeta somme astronomiche. Se non lo fanno vengono messi da parte senza tanti complimenti, proprio come succede alla “forza-lavoro” in sovrappiù. Ma è proprio la loro condizione di irresponsabilità a rendere i funzionari del capitale tanto pericolosi, non la loro volontà soggettiva di sfruttare. Meno di chiunque altro essi possono interrogarsi sul senso e sulle conseguenze della loro continua attività, nè si possono permettere di avere sentimenti e di nutrire riserve. Per questo chiamano realismo devastare il mondo, imbruttire le città e far precipitare nella povertà gli uomini in mezzo alle ricchezze.
7. IL LAVORO E’ DOMINIO PATRIARCALE

“L’umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perchè nascesse e si consolidasse il Sè, il carattere identico, pratico, virile dell’uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia”.

Max Horkheimer/Theodor Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”

Sebbene la logica del lavoro e della sua trasformazione in denaro vi tenda, non tutti gli ambiti sociali e tutte le attività necessarie si lasciano rinchiudere in questa sfera del tempo astratto. Perciò, insieme con la sfera “separata” del lavoro è nata, in un certo qual modo come il suo rovescio, anche la sfera della famiglia e dell’intimità.

In questo settore, definito come “femminile”, restano quelle numerose e ricorrenti attività della vita quotidiana che non si lasciano, o soltanto eccezionalmente, trasformare in denaro: dal fare le pulizie al cucinare, passando per l’educazione dei bambini e la cura degli anziani, fino al “lavoro amoroso” della tipica casalinga, che accudisce il suo marito lavoratore, spremuto come un limone, e gli fa “fare il pieno di sentimenti”. La sfera dell’intimità, come rovescio del lavoro, viene perciò trasfigurata dall’ideologia della famiglia borghese come il rifugio della “vita

autentica” – anche se per lo più diventa invece un inferno entro quattro mura. Si tratta appunto non di una sfera della vera vita, degna di essere vissuta, ma di una altrettanto limitata e ridotta forma dell’esistenza, cui viene soltanto invertito il segno. Questa sfera è in sè stessa un prodotto del lavoro, certo da questo separata, e tuttavia esistente soltanto in rapporto con il lavoro. Senza lo spazio sociale separato delle attività “femminili”, la società del lavoro non avrebbe mai potuto funzionare. Questo spazio è il suo silenzioso presupposto e nello stesso tempo il suo risultato specifico.

Ciò vale anche per gli stereotipi sessuali, che si sono generalizzati durante lo sviluppo del sistema produttore di merci. Non a caso, l’immagine della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è diventata un pregiudizio universale soltanto insieme a quella del maschio lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di se. E non a caso, l’autoaddestramento dell’uomo bianco alle esigenze del lavoro e della sua gestione degli uomini affidata allo Stato è andato di pari passo con una rabbiosa e secolare “caccia alle streghe”. Anche l’appropriazione del mondo basata sulle scienze naturali, che ebbe contemporaneamente inizio, fu contaminata alla radice dal fine tautologico della società del lavoro e dalle sue attribuzioni sessuali. In questo modo, l’uomo bianco, per poter funzionare senza attriti, si spogliò di ogni sentimento e di ogni bisogno emotivo, i quali rappresentano, nel regno del lavoro, fattori di disturbo.

Nel ventesimo secolo, specialmente nelle democrazie fordiste del dopoguerra, le donne furono inserite in maniera crescente nel sistema del lavoro. Ma il risultato fu soltanto una coscienza femminile schizofrenica. Da una parte, infatti, il farsi largo delle donne nella sfera del lavoro non poteva portare a nessuna liberazione, ma soltanto alla stessa sottomissione all’idolo del lavoro come per gli uomini. D’altra parte, la struttura della “scissione” rimase intatta, e così anche la sfera delle attività definite come “femminili”, al di fuori del lavoro ufficiale. In questa maniera, le donne sono state caricate di un peso doppio e sottoposte nello stesso tempo a imperativi sociali del tutto contraddittori. All’interno della sfera del lavoro, esse rimangono fino ad oggi confinate prevalentemente in posizioni sottopagate e subalterne.

Questa situazione non cambierà combattendo una battaglia, conforme al sistema, per quote riservate alle donne, e per maggiori chances concesse alla carriera femminile. La pietosa visione borghese di una “conciliazione di lavoro e famiglia” lascia totalmente intatta la divisione in sfere del sistema produttore di merci, e quindi la “scissione” sessuale. Per la maggioranza delle donne questa prospettiva è invivibile, per una minoranza di donne “abbienti” diventa una perfida posizione di vantaggio nell’ apartheid sociale, nella misura in cui possono delegare le faccende di casa e la cura dei figli a dipendenti (donne, “naturalmente”) malpagate.

Nella società nel suo complesso, la sfera della cosiddetta vita privata e familiare, santificata dall’ideologia borghese, viene in verità sempre più svuotata e degradata, perchè l’usurpazione ad opera della società del lavoro richiede ormai l’intera persona, il sacrificio totale, mobilità e flessibilità sugli orari. Il patriarcato non viene abolito, ma si imbarbarisce nella crisi inconfessata della società del lavoro. Nella stessa misura in cui il sistema produttore di merci va in pezzi, le donne vengono rese responsabili della sopravvivenza su tutti i piani, mentre il mondo “maschile” allunga fittiziamente la vita alle categorie della società del lavoro.
8. IL LAVORO E’ L’ATTIVITA’ DI CHI SI TROVA IN UNA SITUAZIONE DI MINORITA’

Non soltanto nella realtà dei fatti, ma anche da un punto di vista concettuale, si può dimostrare l’identità di lavoro e minorità. Fino a pochi secoli fa, gli uomini erano del tutto consapevoli del rapporto fra lavoro e costrizione sociale. Nella maggior parte delle lingue europee il concetto di “lavoro” si riferisce originariamente soltanto all’attività di un essere umano dipendente, del sottoposto, del servo o dello schiavo. Il verbo italiano “lavorare” viene da “laborare”, che in latino significava “vacillare sotto un peso gravoso”, e indicava in generale la sofferenza e la fatica dello schiavo. Nell’area linguistica germanica la parola “Arbeit” designa la fatica di un bambino rimasto orfano, e perciò diventato servo della gleba. Le parole romaniche “travail”, “trabajo” derivano dal latino “tripalium”, una specie di giogo che fu inventato per torturare e punire gli schiavi ed altre persone non libere. Nell’espressione tedesca “il giogo del lavoro”, risuona un’eco di quel passato.

Dunque il “lavoro” non è affatto, come dimostra l’etimologia della parola, un sinonimo per un’attività umana autodeterminata, ma rinvia a un destino sociale infelice. E’ l’attività di coloro i quali hanno perso la loro libertà. L’estensione del lavoro a tutti i componenti della società non è perciò nient’altro che la generalizzazione di una dipendenza servile, e il moderno culto del lavoro non è altro che la trasposizione a un livello quasi religioso di questo stato.

Si è riusciti a rimuovere questo rapporto, e a interiorizzarne le pretese sociali, perchè la generalizzazione del lavoro è andata di pari passo con la sua “oggettivazione” tramite il moderno sistema produttore di merci: la maggior parte degli uomini, in effetti, non è più sottoposta all’arbitrio di un signore in carne e ossa. La dipendenza sociale è diventata un rapporto astratto all’interno del sistema, e proprio per questo totalizzante. E’ percepibile dappertutto e proprio per questo così difficile da cogliere. Laddove ognuno è servo, ognuno è anche padrone – è il proprio mercante di schiavi e il proprio sorvegliante. E tutti obbediscono all’invisibile

“idolo” del sistema, al “grande Fratello” dell’accumulazione di capitale, che li ha mandati sotto il “tripalium”.
9. LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO

“Il Barbaro è pigro, e si distingue dall’uomo istruito per il fatto che se ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste appunto nell’abitudine e nell’avere bisogno di un’occupazione”.

Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821

“In fondo, […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.

Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

All’inizio non ci fu l’espansione delle relazioni di mercato, come “portatrice di benessere”, ma l’insaziabile fame di denaro degli apparati statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell’ inizio dell’era moderna. Soltanto attraverso l’interesse di questi apparati, che per la prima volta nella storia strinsero l’intera società nella morsa della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il “lavoro” un’ esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perchè l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate”, ma perchè dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.

Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’ Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.

E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile l’”annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, potè sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”. Come fece anche nei confronti della “donna”, li considerava esseri vicini alla natura e primitivi, a metà strada fra l’animale e l’uomo. Immanuel Kant ipotizzò acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a lavorare.

Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull’illuminismo. L’etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall’illuminismo, alla legge naturale, fu mascherata da “missione civilizzatrice”. In questo senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è bianco, maschile e “occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana, informe e senza cultura, è femminile, di colore e “esotica”, e quindi da sottomettere alla costrizione. In una parola, l’ “universalismo” della società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L’astrazione universale “lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da tutto ciò che non ne fa parte.

Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i “condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l’ “imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l’emancipazione sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all’interno del sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una “legge per l’abolizione della mendicità”.

Questo fu l’esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c’erano state delle forme affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale, avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in “classe lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati in seguito come “luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del 1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute per resistere al lavoro. L’imposizione della società del lavoro, e una guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli le due facce della stessa medaglia.

Le antiche società agrarie erano tutt’altro che paradisiache. Ma la spaventosa coercizione esercitata dall’irrompente società del lavoro, fu vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un’ “età della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti, gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa coscienza del mondo moderno, appare come l’oscurità e il tormento di un Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l’Europa, sia la durata quotidiana sia quella annuale dell’attività produttiva erano di gran lunga più ridotte perfino di quelle degli odierni “occupati” in fabbrica e in ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell ‘ozio e da una relativa “lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione – e anche meglio che nei ghetti dell’orrore dell’odierno mondo in crisi. Inoltre il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell’odierna società burocratizzata del lavoro.

Perciò la resistenza al lavoro potè essere vinta soltanto manu militari. Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu “sviluppata”, ma estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi amano attribuire tutte queste mostruosità alle “condizioni pre-democratiche” di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi della modernità svela proditoriamente anche l’essenza dell’odierna società del lavoro. L’amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L’ amministrazione repressiva degli uomini in nome dell’idolo “lavoro”, nella sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.

Proprio oggi, nell’agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro. Nell’organizzazione dell’apartheid sociale e nell’inutile tentativo di esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.
10. IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI FU UN MOVIMENTO PER IL LAVORO

“Il lavoro deve tenere lo scettro, deve essere servo soltanto chi ozioso se ne sta, il lavoro dove governare il mondo perchè soltanto il lavoro fa girare il mondo”

Friedrich Stampfer, In onore del lavoro, 1903

Il classico movimento dei lavoratori, che iniziò la sua ascesa soltanto dopo la sconfitta delle antiche rivolte sociali, non combattè più contro le imposizioni del lavoro, ma sviluppò addirittura un’iperidentificazione con ciò che sembrava ineluttabile. Quel che importava erano soltanto i “diritti” e i miglioramenti all’interno della società del lavoro, i cui vincoli erano già stati profondamente interiorizzati. Invece di criticare radicalmente, come un irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in denaro, il movimento dei lavoratori assunse in prima persona il “punto di vista del lavoro” e concepì la valorizzazione come un dato di fatto positivo e neutrale.

Così, a modo suo, il movimento dei lavoratori continuò la tradizione dell’ assolutismo, del protestantesimo e dell’illuminismo borghese. L’infelicità del lavoro divenne il falso orgoglio del lavoro, che ridefinì come un “diritto umano” la propria trasformazione in materiale umano, a disposizione del moderno idolo. Gli iloti addomesticati del lavoro rigirarono ideologicamente la frittata, e svilupparono uno zelo missionario, nel reclamare da una parte il “diritto al lavoro” e dall’altra il “dovere del lavoro per tutti”. La borghesia non fu combattuta in quanto titolare di funzioni nella società del lavoro, ma al contrario insultata con l’epiteto di “parassita” proprio in nome del lavoro. Tutti i membri della società, senza eccezioni, dovevano essere reclutati negli “eserciti del lavoro”.

E così lo stesso movimento dei lavoratori divenne un battistrada della società del lavoro capitalistica. Fu il movimento dei lavoratori a imporre, contro gli ottusi borghesi, nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, i livelli ulteriori di depersonalizzazione nello sviluppo del lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità il sistema assolutistico. E questo fu possibile soltanto perchè i partiti dei lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio lavoro, una relazione positiva anche con l’apparato statale e con le istituzioni della gestione repressiva del lavoro, che non volevano più abolire, ma occupare loro stessi, in una sorta di “lunga marcia attraverso le istituzioni”. In tal modo ripresero, proprio come aveva fatto in precedenza la borghesia, la tradizione burocratica dell’amministrazione d’ uomini nella società del lavoro, cominciata nell’età dell’assolutismo.

L’ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però anche un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con differenti “diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario) nella società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi strada la generale uguaglianza democratica nello “Stato del lavoro” compiuto. E le irregolarità nel funzionamento della macchina della valorizzazione, non appena questa determinò l’intera vita sociale, dovettero essere appianate con lo “Stato sociale”. E anche di questo processo il movimento dei lavoratori offrì il modello. Con il nome di “socialdemocrazia” diventò il più grande “movimento dei cittadini” della storia, che però si rivelò soltanto un autoinganno. Infatti in democrazia tutto è trattabile, tranne i vincoli della società del lavoro, che invece sono presupposti come un assioma. Ciò di cui si può discutere, sono soltanto le modalità e le forme che prendono questi vincoli. C’è sempre e soltanto la scelta tra Pronto e Dixan, tra peste e colera, tra volgarità e stupidità, tra Kohl e Schr`der, tra D’Alema e Berlusconi.

La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio della storia: un sistema dell’autorepressione. Perciò questa democrazia non organizza mai la libera autodeterminazione dei componenti della società riguardo alle risorse comuni, ma soltanto la forma giuridica che regola i rapporti fra le monadi lavoratrici, separate socialmente l’una dall’altra, che si devono vendere sui mercati del lavoro. La democrazia è il contrario della libertà. E così necessariamente i democratici uomini da lavoro finiscono per dividersi in amministratori e amministrati, in imprenditori e dipendenti, in élites funzionali e materiale umano. I partiti politici, anzi proprio i partiti dei lavoratori, rispecchiano fedelmente questa relazione nella loro struttura. Leader e militanti, vip e popolino, cordate e simpatizzanti, tutte queste suddivisioni rimandano a un rapporto che non ha niente a che fare con un dibattito aperto e la ricerca di soluzioni. E’ una parte integrale della logica del sistema il fatto che le stesse élites siano meri funzionari dell’idolo “lavoro” e esecutori delle sue cieche deliberazioni.

Almeno da quello nazista in poi, tutti i partiti sono partiti dei lavoratori e nello stesso tempo del capitale. Nelle “società in via di sviluppo” dell’Est e del Sud, il movimento dei lavoratori si trasformò nel partito del terrore di Stato, che organizzò la modernizzazione; a Ovest si trasformò in un sistema di “partiti popolari” con programmi intercambiabili e leaders d’immagine per i media. La lotta di classe è finita perchè la società del lavoro è finita. Le classi si dimostrano essere categorie funzionali sociali di un sistema feticistico comune, nella stessa misura in cui questo sistema si esaurisce. Quando socialdemocratici, verdi ed ex-comunisti si fanno avanti nella gestione della crisi e sviluppano programmi repressivi particolarmente infami, allora dimostrano di non essere altro che i legittimi eredi di un movimento dei lavoratori, che non ha mai voluto altro che lavoro a qualsiasi prezzo.
11. LA CRISI DEL LAVORO

“Il principio morale fondamentale è il diritto dell’essere umano al suo lavoro. […] A mio parere non esiste nulla di più rivoltante di una vita oziosa. Nessuno di noi ne ha diritto. Nella civiltà non c’è posto per gli oziosi.”

Henry Ford

“Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, [per il fatto] che esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del tempo di lavoro a un minimo mentre d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. […] Per un verso chiama in vita tutte le potenze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e del traffico sociale, allo scopo di rendere indipendente (relativamente) la creazione della ricchezza dal tempo di lavoro in essa impiegato. Per l’altro verso vuole misurare con il tempo di lavoro le gigantesche forze sociali così create e relegarle nei limiti che sono richiesti per conservare come valore il valore già creato”.

Karl Marx, Elementi per una critica dell’economia politica, 1857-58

Dopo la Seconda guerra mondiale, e per un breve periodo storico, potè sembrare che la società del lavoro si fosse consolidata nelle industrie fordiste in un sistema di “perenne prosperità”, nel quale l’insopportabile fine a se stesso potesse essere soddisfatto in maniera duratura, grazie al consumo di massa e allo Stato sociale. A prescindere dal fatto che questa è stata sempre un’idea da ilota democratico, e che si riferiva per di più soltanto a una piccola minoranza della popolazione mondiale, essa doveva rivelarsi sbagliata anche al centro del sistema. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica il lavoro si scontra con il suo limite storico assoluto.

Che questo limite dovesse essere raggiunto prima o poi, era prevedibile da un punto di vista logico. Infatti, il sistema di produzione di beni soffre fin dalla nascita di un’irrisolvibile contraddizione interna. Da una parte vive dell’assorbimento in massa di energia umana, tramite l’impiego di forza-lavoro, nel suo apparato, e quanta più ne assorbe meglio è. D’altra parte però la legge della concorrenza fra le imprese costringe ad aumentare permanentemente la produttivtà, e la forza-lavoro umana viene sostituita con il capitale fisso ottenuto grazie al progresso scientifico.

Questa contraddizione interna fu già la causa profonda di tutte le crisi precedenti, come quella devastante dell’economia mondiale del 1929-33. Tuttavia le crisi si sono sempre potute superare tramite un meccanismo di compensazione: a un livello di volta in volta più elevato di produttività, e dopo un periodo di incubazione, è sempre stato assorbito, in termini assoluti, più lavoro, grazie all’espansione dei mercati a nuove fasce di consumatori, di quanto ne fosse cancellato razionalizzando la produzione. L’ impiego di forza-lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma in termini assoluti si è prodotto di più, e in una misura tale che questa diminuzione potesse essere ipercompensata. Fin quando dunque le innovazioni nei prodotti sono state più importanti delle innovazioni nei processi di produzione, la contraddizione interna del sistema potè essere tradotta in un movimento espansivo.

L’esempio storico per eccellenza è l’automobile: grazie alla catena di montaggio e ad altre tecniche della razionalizzazione basata sulla “scienza del lavoro” (dapprima nella fabbrica di automobili di Henry Ford a Detroit), la durata del lavoro per produrre un’automobile si ridusse a un minimo. Nello stesso tempo, però, il lavoro venne tremendamente intensificato, e dunque nello stesso periodo di tempo la materia umana fu spremuta in misura molto maggiore. Soprattutto grazie alla diminuzione di prezzo che ne derivò, l’automobile, che fino a quel momento era stato un prodotto di lusso per le classi superiori, potè entrare a far parte dei beni di consumo di massa.

In questo modo, nonostante la produzione razionalizzata alla catena di montaggio nella seconda rivoluzione industriale del “fordismo”, fu soddisfatto l’appetito insaziabile di energia umana che ha l’idolo”lavoro” a un livello più alto. Nello stesso tempo, l’automobile è un esempio incisivo del carattere distruttivo del modo di produrre e di consumare nella società del lavoro altamente sviluppata. Nell’interesse del trasporto individuale di massa e della produzione di massa di automobili, i paesaggi vengono asfaltati e imbruttiti, l’ambiente viene inquinato, e si accetta cinicamente che sulle strade del mondo di anno in anno si combatta una terza guerra mondiale non dichiarata, con milioni di morti e di feriti.

Nella terza rivoluzione industriale della microelettronica viene meno il meccanismo, valido fino ad allora, della compensazione tramite l’espansione. Certo, anche grazie alla microelettronica molti prodotti sono più a buon mercato, e ne vengono creati altri (soprattutto nel settore dei media). Ma per la prima volta la velocità dell’innovazione nei processi è superiore a quella dell’innovazione nei prodotti. Per la prima volta il lavoro che viene cancellato con la razionalizzazione è maggiore di quello che può essere riassorbito grazie all’espansione dei mercati. Nella continuazione logica del processo di razionalizzazione, la robotica elettronica sostituisce l’ energia umana, oppure sono le nuove tecnologie della comunicazione a rendere il lavoro superfluo. Interi settori del montaggio, della produzione, del marketing, dello stoccaggio, della distribuzione e persino del management scompaiono. Per la prima volta, l’idolo “lavoro” si mette, involontariamente, ma durevolmente, a razioni da fame per molto tempo. Ma così provocherà la propria morte da solo.

Essendo la società democratica del lavoro un sistema autoreferenziale d’impiego di forza-lavoro, all’interno delle sue forme non è possibile un passaggio alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. La razionalità d’impresa esige che, da una parte, masse sempre più ampie restino “disoccupate” in maniera duratura e così siano tagliate fuori dalla riproduzione della loro vita in termini immanenti al sistema, mentre dall’ altra un numero sempre più striminzito di “occupati” sia aizzato sempre più freneticamente a lavorare e a fornire prestazioni sempre più efficienti. Perfino nei centri capitalistici, al centro della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, mezzi di produzione e campi coltivabili giacciono inutilizzati in grandi quantità, abitazioni e edifici pubblici restano vuoti ovunque, mentre cresce incessantemente il numero dei senzatetto.

Il capitalismo diventa l’affare globale di una minoranza. L’idolo “lavoro” in agonia è ormai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti. Intere regioni del mondo vengono tagliate fuori dai flussi globali di merci e capitali. Con un’ondata storicamente senza pari di fusioni e “scalate ostili”, i conglomerati si armano per l’ ultima battaglia dell’economia d’impresa. Nazioni e Stati disorganizzati implodono, le popolazioni spinte alla pazzia dalla concorrenza per sopravvivere si avventano l’una contro l’altra in guerre etniche per bande.
12. LA FINE DELLA POLITICA

La crisi del lavoro implica necessariamente la crisi dello Stato, e quindi della politica. In linea di principio, lo Stato moderno deve la sua carriera al fatto che il sistema produttore di merci ha bisogno di un’istanza sovraordinata che garantisca il quadro di riferimento della concorrenza, i princìpi giuridici e i presupposti generali della valorizzazione, inclusi anche gli apparati repressivi, nel caso che la materia umana dovesse mai diventare disobbediente e opporsi al sistema. Nella sua forma pienamente matura di una democrazia di massa, lo Stato dovette assumere nel ventesimo secolo, in misura crescente, anche compiti socioeconomici: ne fanno parte non soltanto il sistema di sicurezza sociale, ma anche l’istruzione, l’ assistenza sanitaria, le reti di trasporto e comunicazione, infrastrutture di ogni tipo, che sono diventate indispensabili per il funzionamento della società del lavoro industrialmente sviluppata, ma che di per se non possono essere organizzate secondo un principio di valorizzazione imprenditoriale. Infatti, queste infrastrutture devono restare a disposizione della società intera in maniera duratura e completa, e dunque non possono seguire il gioco della domanda e dell’offerta.

Ma poichè lo Stato non è un’unità autonoma di valorizzazione e perciò non può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato. Il presunto sovrano della società si rivela come totalmente dipendente nei confronti della cieca e feticistica economia della società del lavoro. Può anche proclamare leggi a suo piacimento; se le forze produttive crescono oltre il sistema del lavoro, il diritto positivo dello Stato, che si può riferire sempre e soltanto a soggetti del lavoro, gira a vuoto.

Con una sempre crescente disoccupazione di massa, si assottigliano le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei redditi da lavoro. Le reti di sicurezza sociale si strappano non appena si raggiunge una massa critica di “esuberi”, che può essere nutrita capitalisticamente soltanto con una ridistribuzione di redditi monetari. Con il rapido processo di concentrazione del capitale nella crisi, processo che va oltre i confini delle economie nazionali, si volatilizzano anche le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei profitti. I conglomerati transnazionali costringono gli Stati che sono in concorrenza per ricevere investimenti a un dumping fiscale, sociale ed ecologico.

Ed è proprio questa evoluzione che trasforma lo Stato in un semplice amministratore delle crisi. Quanto più esso si avvicina a una situazione di emergenza finanziaria, tanto più si riduce al suo nocciolo repressivo. Le infrastrutture vengono adattate ai bisogni del capitale transnazionale. Come un tempo nei territori coloniali, la logistica sociale si limita sempre di più a pochi centri economici, mentre il resto va in rovina. Si privatizza tutto quello che si può privatizzare, anche se così si esclude un numero sempre crescente di persone dalle più elementari prestazioni di assistenza. Laddove la valorizzazione del capitale si concentra su sempre più ristrette isole di mercato mondiale, non è più importante un’assistenza estesa a tutta la popolazione.

Finchè non si toccano settori direttamente rilevanti da un punto di vista economico, non ha nessuna importanza se i treni viaggino o se le lettere arrivino. L’istruzione diventa un privilegio dei vincitori della globalizzazione. La cultura spirituale, artistica e teoretica deve seguire il criterio di redditività e deperisce. L’assistenza sanitaria diventa non più finanziabile e si sbriciola in un sistema classistico. Dapprima furtivamente e a bassa voce, poi alla luce del sole, viene proclamata la legge dell’eutanasia sociale: poichè sei povero e “in esubero”, devi morire prima.

Mentre tutte le conoscenze, le capacità e i mezzi della medicina, dell’ istruzione, della cultura e delle infrastrutture generali abbondano, vengono tenute sotto chiave, smobilitate e demolite secondo l’irrazionale legge della società del lavoro, oggettivata nella “riserva di finanziabilità”, – proprio come i mezzi di produzione industriali e agrari che non sono più “redditizi”. Oltre alla simulazione repressiva del lavoro tramite forme di lavoro sottopagato, e alla riduzione di tutte le prestazioni, lo Stato democratico trasformato in sistema dell’apartheid non ha più nulla da offrire ai suoi ex-cittadini lavoratori. In uno stadio ulteriore, l’ amministrazione dello Stato si sgretola completamente. Gli apparati dello Stato si imbarbariscono, diventando una cleptocrazia corrotta, l’esercito si trasforma in un insieme di bande mafiose da guerra, la polizia una combriccola di briganti di strada.

Nessuna politica al mondo può fermare o addirittura invertire questa evoluzione. Infatti la politica è per sua natura riferita allo Stato, e quindi rimane senza fondamento se lo Stato viene a mancare. L’”intervento politico” sui rapporti sociali, questa parola d’ordine dalla sinistra democratica, si rende ogni giorno più ridicola. Oltre alla repressione senza fine, alla demolizione della civiltà e all’aiuto concesso al “terrore dell’ economia”, non c’è più modo di “intervenire”. Poichè il fine a se stesso della società del lavoro è presupposto assiomaticamente, per la crisi del lavoro non può esserci alcuna regolazione politico-democratica. La fine del lavoro diventa anche la fine della politica.
13. LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETA’ DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINO’.

“Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. […] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo”,

Karl Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, 1857-58

La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l’economia. Se fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di sostanza garantire, moltiplicandosi, l’ulteriore valorizzazione del valore, allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure coercitive dell’amministrazione democratica del lavoro, si è formata una simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall’economia reale.

L’utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull’ utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una certa misura, di un’accumulazione di capitale in un “futuro anteriore” del tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito con profitto nell’economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro, deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.

Già la fase fordista di valorizzazione all’epoca del “miracolo economico”, dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate fiscali, perchè le condizioni generali della società del lavoro non erano più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario “in eccedenza” una possibilità d’investimento finanziario – si prestò denaro allo Stato in cambio del pagamento d’interessi. Quest’ultimo pagò gli interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso capitalistico era artificiale, perchè non coperta da alcun utilizzo produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.

Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l’indebitamento dello Stato. Le “crisi debitorie” degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel cuore del capitalismo, non permisero più un’ulteriore espansione su tale strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto interno. In realtà, la deregulation e l’abbattimento delle spese sociali vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato in questo modo addirittura aumenta.

Ma non è più possibile simulare l’ulteriore accumulazione di capitale con l’indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale fittizio si concentrò negli anni ’80 sui mercati azionari, dove l’importante non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla produzione reale, ma sono l’utile di scambio e l’aumento speculativo del valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l’ espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione fittizia di valore simula un’accumulazione reale, che già da tempo non esiste più.

L’idolo “lavoro” è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita artificialmente grazie all’espansione, apparentemente autonoma, dei mercati finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate attività in perdita, ma dalla partecipazione di una “scaltra” divisione finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall’assunzione di crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell’amministrazione finanziaria ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale produzione, e reali entrate fiscali dello Stato “senza terreno sotto i piedi”.

In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al processo speculativo. Ma poichè l’aumento fittizio di valore dei titoli di proprietà può essere soltanto l’anticipazione di una futura e reale utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei “mercati emergenti” in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un primo assaggio. E’ soltanto una questione di tempo, e anche i mercati finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in Giappone collasseranno.

Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai tradizionali “critici del capitalismo” di destra e di sinistra. Fissati sul fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto. Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all’espansione speculativa dei mercati finanziari appare allora, tutt’al contrario, come la presunta causa della crisi. I “cattivi speculatori”, come si dice più o meno nel panico, avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perchè, tanto per divertirsi e fare un po’ di casino, avrebbero giocato d’azzardo con il “buon denaro”, di cui “ce n’è abbastanza”, invece di investirlo, come si deve e senza grilli per la testa, in meravigliosi “posti di lavoro”, in modo che un ‘umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere “pienamente occupata”.

Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull’economia reale, ma che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro “buono”, ma soltanto “aria calda”, con la quale è stata gonfiata la bolla speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di tassazione di vario tipo come la “tassa Tobin”, per dirottare nuovamente il capitale finanziario su presunte “reali” attività economiche, che creano lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.

Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce demonizzare “gli speculatori” – non è un caso che questa immagine negativa e banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell’ “onesto lavoro”. Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande stile del delirio antisemita il passo è breve. L’evocazione del capitale reale “produttivo”, di sangue nazionale, contro il “rapace” capitale internazionale-”ebraico”, minaccia di essere l’ultima parola della sinistra pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l’ultima parola della destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.
14. IL LAVORO NON SI PUO’ DEFINIRE DIVERSAMENTE

“Accanto al benessere materiale, possono far crescere anche il benessere immateriale semplici servizi che hanno un rapporto diretto con la persona. Così la sensazione di agio dei clienti può aumentare, se prestatori di servizi tolgono loro il peso dei lavori di casa. Nello stesso tempo aumenta la sensazione di agio dei prestatori di servizi, se cresce la loro autostima grazie all’attività. Prestare un servizio semplice, con un rapporto diretto con un’altra persona, ha sulla psiche un effetto migliore dell’essere disoccupato”.

Rapporto della Commissione sulle prospettive per il futuro dei liberi Stati di Baviera e Sassonia, 1997

“Tieni ferma la conoscenza che si conferma nel lavoro, perchè la natura stessa la conferma e dice ad essa “si”. In effetti, tu non hai nessun’altra conoscenza, se non quella che hai acquisito con il lavoro, tutto il resto è soltanto un’ipotesi del sapere”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Dopo secoli di ammaestramento, l’uomo moderno non è più in grado, puramente e semplicemente, d’immaginarsi una vita al di là del lavoro. In quanto principio assoluto, il lavoro domina non soltanto la sfera dell’economia in senso stretto, ma penetra nell’intera esistenza sociale, fino a toccare i minimi dettagli della vita quotidiana e dell’esistenza privata. Perfino il “tempo libero”, che è già dal significato letterale un concetto carcerario, serve da tempo a “smaltire” beni, e provvedere così al loro indispensabile smercio.

Ma addirittura al di là del dovere interiorizzato del consumo come fine a se stesso, l’ombra del lavoro si stende sull’individuo moderno anche oltre l ‘ufficio e la fabbrica. Non appena si alza dalla poltrona e smette di guardare la televisione diventando attivo, ogni suo agire si trasforma subito in una specie di lavoro. Il fanatico del jogging sostituisce il marcatempo con il cronometro, nella palestra da fitness in cromo lucido lo sgobbo vive la sua resurrezione postmoderna, e i vacanzieri si sciroppano chilometri e chilometri nella loro vettura come se dovessero farsi lo stesso percorso annuale di un camionista. Perfino le scopate si conformano ai canoni scientifici della sessuologia, e ai criteri concorrenziali delle panzane da talk-show.

Se re Mida aveva ancora vissuto come una maledizione il fatto che tutto quello che toccava si trasformasse in oro, oggi il suo moderno compagno di sventura è già oltre questo stadio. L’uomo da lavoro non nota neppure più, che a causa dell’adeguamento al modello del lavoro ogni attività perde la sua particolare qualità sensibile e diventa indifferente. Al contrario: soltanto grazie a quest’adattamento all’indifferenza del mondo delle merci, egli conferisce un senso, una giustificazione e un’importanza sociale a un’ attività. Per esempio, con un sentimento come il lutto il soggetto lavorante non sa farci gran che; la trasformazione del lutto in un “lavoro di elaborazione del lutto”, invece, riporta questo corpo emotivo estraneo a una dimensione nota, in modo da poter comunicare con le persone che hanno lo stesso problema. E perfino esperienze come il sognare, il discutere con un essere umano amato e il rapporto con i bambini, vengono privati di realtà e banalizzati diventando così un “lavoro sul sogno”, un “lavoro sulla relazione” e un “lavoro educativo”. Sempre, quando vuole insistere sulla serietà del suo agire, l’uomo moderno ha sulle labbra la parola “lavoro”.

L’imperialismo del lavoro si riflette dunque nell’uso linguistico quotidiano. Non solo siamo abituati a usare la parola “lavoro” in maniera inflazionistica, ma anche su due livelli di significato completamente diversi. Da tempo ormai, il termine “lavoro” non designa più soltanto (come sarebbe giusto) la forma di attività capitalistica nella fatica tautologica, ma questo concetto è addirittura diventato un sinonimo per ogni sforzo diretto a realizzare un obiettivo, facendo così perdere le sue tracce.

Questa imprecisione concettuale spiana la strada a una critica della società del lavoro tanto riguardosa quanto banale, che si realizza partendo da presupposti rovesciati, e cioè dall’imperialismo del lavoro, inteso in senso positivo. Alla società del lavoro viene rimproverato proprio di non dominare ancora a sufficienza la vita con la sua forma di attività, perchè comprenderebbe il concetto di “lavoro” “in maniera troppo limitata”, scomunicando cioè moralisticamente il “lavoro per se stessi” o l’”iniziativa personale non retribuita” (lavori di casa, aiuto ai vicini, ecc.), e farebbe valere come “vero” lavoro soltanto il lavoro retribuito con criteri di mercato. Una nuova valutazione e un allargamento del concetto di lavoro dovrebbe eliminare questa fissazione unilaterale, e le gerarchie che ne conseguono.

Questo pensiero non vuole dunque l’emancipazione dai vincoli dominanti, ma piuttosto un’aggiustatina semantica. La crisi innegabile della società del lavoro deve essere risolta facendo sì che la coscienza sociale elevi “veramente” forme di attività finora considerate inferiori all’aristocrazia del lavoro accanto alla sfera di produzione capitalistica. Ma l’inferiorità di queste attività non è semplicemente il risultato di una determinata visione ideologica, bensì appartiene alla struttura di base del sistema produttore di merci, e non la si può superare con ben intenzionate ridefinizioni morali.

In una società che è dominata dalla produzione di merci come fine in sè, può valere come ricchezza vera e propria soltanto ciò che è rappresentabile in forma monetarizzata. Il concetto di lavoro che ne deriva influenza certo sovranamente tutte le altre sfere, ma solo negativamente, nella misura in cui segnala quanto queste siano da esso dipendenti. Così, le sfere esterne alla produzione di merci restano nell’ombra della sfera di produzione capitalistica, perchè non rientrano nell’astratta logica imprenditoriale di risparmio di tempo – anche e proprio quando sono necessarie alla vita come il settore d’attività, separato e definito come “femminile”, dei lavori casalinghi, della dedizione personale, ecc.

Un allargamento moralizzante del concetto di lavoro, invece della sua critica radicale, non soltanto nasconde il vero imperialismo sociale dell’ economia produttrice di merci, ma si inserisce perfettamente nelle strategie autoritarie della gestione della crisi da parte dello Stato. La richiesta, avanzata dagli anni ’70 in poi, di “riconoscere” anche il “lavoro casalingo” e le attività del “terzo settore” come lavoro a pieno titolo, puntava inizialmente a ottenere trasferimenti di risorse finanziarie provenienti dallo Stato. Ma lo Stato in crisi rovescia la frittata, e mobilizza l’impeto morale di questa richiesta nel senso del famigerato “principio di sussidiarietà” proprio contro le sue speranze materiali.

Il panegirico dedicato al “volontariato” e all’”iniziativa civica” non consiste nell’autorizzazione a pescare nelle alquanto vuote casse statali, ma diventa un alibi per la ritirata sociale dello Stato, per i programmi di lavoro obbligato in via di realizzazione e per il meschino tentativo di scaricare il peso della crisi principalmente sulle donne. Le istituzioni sociali ufficiali vengono meno ai loro obblighi con l’appello a “noi tutti”, tanto gentile quanto a buon mercato, a voler cortesemente d’ora in poi combattere con autonome iniziative private contro la miseria, sia quella propria, sia quella altrui, e rinunciare a fare richieste materiali. Così i salti mortali nella definizione del concetto, comunque sempre santificato, di lavoro, che vengono intesi a torto come un programma di emancipazione, spalancano la porta al tentativo dello Stato di compiere il superamento del lavoro salariato, con l’abolizione del salario e il mantenimento del lavoro nella terra bruciata dell’economia di mercato. Involontariamente si dimostra così che l’emancipazione sociale oggi non può avere come contenuto la ridefinizione del lavoro, ma soltanto la consapevole svalorizzazione del lavoro.
15. LA CRISI DEL CONFLITTO FRA GLI INTERESSI

“Si è rivelato che in conseguenza delle inesorabili leggi della natura umana alcuni esseri umani saranno soggetti alla miseria. Queste sono le persone infelici, alle quali nella grande lotteria della vita non è toccato un biglietto vincente”.

Thomas Robert Malthus

Per quanto si tenti ancora di rimuoverla e tabuizzarla, la fondamentale crisi del lavoro contraddistingue oggi ogni conflitto sociale. Il passaggio da una società dell’integrazione di massa a un ordine basato sulla selezione e sull’apartheid, non ha portato a un nuovo round nella vecchia lotta di classe fra capitale e lavoro, ma a una crisi categoriale della stessa “lotta tra opposti interessi” immanente al sistema. Già all’epoca della prosperità, dopo la Seconda guerra mondiale, l’antica enfasi sulla lotta di classe si era attenuata. Ma non perchè il soggetto rivoluzionario “in se” era stato “integrato”, corrompendolo con un discutibile benessere, e grazie a manipolazioni e intrighi, ma perchè, all’inverso, nello stadio di sviluppo fordistico era venuta alla luce la logica identità di capitale e lavoro, come categorie sociali funzionali a una comune forma feticistica sociale. Il desiderio, immanente al sistema, di vendere il bene forza-lavoro alle migliori condizioni possibili perse ogni spinta trascendente.

Se, fino agli anni ’70, si era ancora trattato di strappare la partecipazione di una fascia, il più possibile estesa, della popolazione ai frutti velenosi della società del lavoro, ora questo stesso impulso si è esaurito per le nuove condizioni della crisi dovuta alla terza rivoluzione industriale. Soltanto finchè la società del lavoro si espanse, fu possibile combattere su larga scala la battaglia degli interessi fra le sue categorie sociali funzionali. Ma nella stessa misura in cui viene meno la base comune, gli interessi immanenti al sistema non possono più essere sintetizzati a un livello sociale complessivo. Si verifica invece una generale desolidarizzazione. I lavoratori salariati disertano i sindacati, i manager disertano le associazioni imprenditoriali. Ognuno per se e il dio “sistema capitalista” contro tutti: quell’individualizzazione che è sulla bocca di tutti, non è altro che un ulteriore sintomo della crisi della società del lavoro.

Per quanto possano ancora essere aggregati interessi individuali, questo accade soltanto in un ordine di grandezza micro-economico. Infatti nella stessa misura in cui – vero scherno verso la liberazione sociale – è finito per diventare addirittura un privilegio farsi rovinare la vita in omaggio alle logiche aziendali, la rappresentanza degli interessi della merce forza-lavoro degenera nella spietata politica lobbystica di segmenti sociali sempre più ridotti. Chi accetta la logica del lavoro, deve accettare ora anche la logica dell’apartheid. Ormai, si tratta soltanto di assicurare alla propria limitata clientela la vendibilità della propria pelle a spese di tutte le altre. Le maestranze e i consigli di fabbrica, ormai da tempo, non trovano più il loro vero avversario nel management della loro impresa, bensì nei dipendenti delle imprese e dei “siti produttivi” concorrenti, non importa se nelle vicinanze o in Estremo Oriente. E quando si pone la domanda su chi, alla prossima ondata di razionalizzazione aziendale, sarà la vittima, anche il reparto vicino e il collega a fianco diventano nemici.

La desolidarizzazione radicale non riguarda soltanto il confronto fra imprenditori e sindacati. Poichè proprio nella crisi della società del lavoro tutte le categorie funzionali si aggrappano ancora più fanaticamente alla logica che a questa è inerente, e cioè che ogni benessere umano non può essere altro che il sotto-prodotto di una valorizzazione redditizia, il principio dello scaricabarile domina tutti i conflitti di interesse. Tutte le lobbies conoscono le regole del gioco e agiscono di conseguenza. Ogni lira che guadagna l’altra clientela, è una lira persa per la propria. Ogni taglio all’altro lembo della rete sociale aumenta le possibilità di strappare un’ultima proroga per se. I pensionati diventano l’avversario naturale di tutti i contribuenti, il malato diventa il nemico di tutti gli assicurati e l’immigrato diventa il bersaglio dell’odio di tutti gli indigeni impazziti.

Si esaurisce così irrversibilmente il progetto di voler usare il conflitto fra gli interessi, immanente al sistema, come leva per l’emancipazione sociale. E così la sinistra classica è arrivata al capolinea. Una rinascita della critica radicale al capitalismo presuppone la rottura con la categoria del lavoro. Soltanto quando si stabilirà un nuovo fine dell’emancipazione sociale al di là del lavoro e delle categorie feticistiche che ne derivano (valore, merce, denaro, Stato, forma giuridica, nazione, democrazia, ecc.), sarà possibile una ri-solidarizzazione ad alto livello e su scala sociale complessiva. E soltanto in questa prospettiva possono essere ri-aggregate anche delle battaglie di difesa, immanenti al sistema, contro la logica della lobbizzazione e dell’individualizzazione; comunque in un rapporto non più positivo, ma soltanto di negazione strategica, con le categorie dominanti.

Fino ad ora, la sinistra esita a rompere con la categoria del lavoro. Essa minimizza i vincoli del sistema, riducendoli a semplice ideologia, e la logica della crisi, riducendola al semplice progetto politico delle classi “dominanti”. Invece di una rottura categoriale, si fa strada una nostalgia socialdemocratica e keynesiana. La sinistra non tende a creare una nuova, concreta universalità, per una società che vada oltre il lavoro astratto e la forma monetaria, ma tenta di aggrapparsi spasmodicamente alla vecchia, astratta universalità dell’interesse immanente al sistema. Tuttavia questi tentativi restano di per sè astratti, e non possono più integrare alcun movimento di massa, perchè chiudono gli occhi davanti alle reali circostanze della crisi.

Tutto ciò vale in particolar modo per la richiesta di un salario di cittadinanza o di un reddito minimo garantito. Invece di collegare concrete battaglie sociali, di resistenza contro determinate misure del regime dell’ apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a funzionare in eterno, perchè da dove arriverebbe il denaro necessario per finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non da processi riusciti di valorizzazione? Chi vuole costruire su tali “dividendi sociali” (e già l’espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente, presupporre una posizione privilegiata del “proprio” Paese nella concorrenza globale. Infatti, soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali “superflui” a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza il passaporto giusti.

I riformatori fai-da-te, che propongono il reddito di cittadinanza, ignorano da ogni punto di vista la struttura capitalistica della forma monetaria. In fin dei conti, a loro importa soltanto di salvare, tra il soggetto capitalistico del lavoro e quello del consumo di merci, almeno quest’ultimo. Invece di mettere in discussione il modo di vivere capitalistico, il mondo deve continuare a essere seppellito, nonostante la crisi del lavoro, sotto valanghe di catorci puzzolenti, odiosi blocchi di cemento e carcasse di paccottiglia, e tutto purchè gli uomini conservino l’ unica, miserevole libertà che essi possono ancora immaginarsi: la libertà di scelta davanti ai banconi del supermercato.

Ma perfino questa prospettiva triste e limitata non è altro che un’ illusione. I suoi sostenitori di sinistra, e i suoi teorici analfabeti, hanno dimenticato che il consumo capitalistico di merci non serve mai semplicemente alla soddisfazione di bisogni, ma non può essere altro che una funzione del movimento di valorizzazione. Se non si può più vendere la forza-lavoro, perfino bisogni elementari vengono considerati come pretese sfacciate e esagerate, che devono essere ridotte al minimo. E il reddito di cittadinanza sarà un mezzo per arrivare proprio a questo risultato, in quanto strumento di riduzione dei costi per lo Stato, e in quanto versione miserevole dei sussidi sociali, che prende il posto del sistema di protezione sociale ormai al collasso. In questo senso Milton Friedman, figura di punta del neo-liberismo, ha originariamente sviluppato il progetto del reddito minimo, prima che una sinistra in disarmo lo scoprisse come presunta àncora di salvezza. E con questo contenuto tale progetto diventerà realtà – o non lo diventerà mai.
16. IL SUPERAMENTO DEL LAVORO

“Il ‘lavoro’ è per sua essenza l’attività non-libera, inumana, asociale; esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L’ abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è concepita come abolizione del ‘lavoro’ “.

Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List “Il sistema nazionale dell’economia politica”, 1845

La rottura con la categoria del “lavoro” non troverà delle parti sociali pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità falsamente oggettiva di una “seconda natura”, dunque non di un’altra realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi “legge della storia” . Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.

Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di cancellare completamente l’opposizione ai vincoli da esso stabiliti. Accanto a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza. Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l’impensabile possa diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal “campo del lavoro” sull’interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro spetta in quest’azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto per la sua dipartita.

Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al “campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i quali si può formare un’Alleanza contro il lavoro.

E’ opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di pari passo con l’espropriazione totale dell’uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell’ uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri. Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo. Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati, cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione.

In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa “facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei capitalisti. Così si è potuta far strada l’assurda idea di voler superare la proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola, alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato (“nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed esteriore, o l’astratta universalità, dei produttori di merci socialmente atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata della proprietà privata – e non importa se vi venga aggiunto l’aggettivo “socialista”.

Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione, grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e dell’apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di merci per anonimi mercati.

Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l’intesa e la decisione comune dei membri della società sull’uso sensato delle risorse. Verrà stabilita l’identità sociale e istituzionale di produttore e consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla scala planetaria, le libere associazioni decidono dell’allocazione delle risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.

Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’ “occupazione” a determinare la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che non vengono dirette da una “mano invisibile” automatica, ma dall ‘agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo i bisogni, non secondo la “solvibilità”. Insieme con il lavoro, scompariranno l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo.

La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola d’ordine dell’emancipazione sociale può essere soltanto: “Prendiamoci quello che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni, Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un socialismo piccolo piccolo.

Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto economico dal cittadino dello Stato, l’animale da lavoro dall’uomo del tempo libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina. Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell’ appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e autoriflessivi.
17. UN PROGRAMMA DI ABOLIZIONI CONTRO GLI AMANTI DEL LAVORO

“Ma che il lavoro stesso sia non solo nelle attuali condizioni, ma in quanto il suo scopo in generale è il puro e semplice accrescimento della ricchezza, voglio dire che il lavoro stesso sia dannoso e disastroso, risulta, senza che l’economista (Adam Smith) lo sappia, dalle sue analisi”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Agli avversari del lavoro si rimprovererà di non essere altro che sognatori. “La storia ha dimostrato – si argomenterà – che una società che non si basa sui principi del lavoro, della prestazione obbligata, della concorrenza di mercato e dell’interesse del singolo non può funzionare”. Si risponderà: “Allora voi, apologeti dello status quo, volete affermare che la produzione capitalistica di merci ha donato effettivamente alla maggioranza degli uomini una vita anche solo lontanamente accettabile? Chiamate tutto ciò ‘funzionare’, quando proprio la crescita vertiginosa delle forze produttive esclude dall’umanità miliardi di uomini, che possono ritenersi soddisfatti se sopravvivono di rifiuti? Quando altri miliardi di persone riescono a sopportare ancora una vita vissuta sotto la sferza del lavoro soltanto isolandosi, stordendosi e ammalandosi fisicamente e psichicamente? Quando il mondo viene trasformato in un deserto, soltanto per trarre dal denaro altro denaro? Bene: questo è effettivamente il modo in cui il vostro grandioso sistema del lavoro ‘funziona’. Ma noi non vogliamo fornire questo tipo di prestazioni!”.

“Il vostro autocompiacimento riposa sulla vostra ignoranza e sulla vostra debole memoria. L’unica giustificazione che riuscite a trovare per i vostri crimini presenti e futuri, è lo stato del mondo, che si basa sui vostri crimini passati. Avete dimenticato e rimosso, di quali massacri di Stato si ebbe bisogno, finchè agli uomini fu bene impressa nel cervello, con le torture, la vostra menzognera “legge naturale”, secondo cui è addirittura una gioia essere “occupati” eteronomamente, e farsi succhiare l’energia vitale per l’astratto fine a se stesso del vostro idolo-sistema”.

“Prima si dovettero annientare tutte le istituzioni dell’autorganizzazione e della cooperazione autodeterminata nelle antiche società agrarie, finchè l ‘umanità interiorizzò il dominio del lavoro e dell’egoismo. Forse il lavoro fu compiuto fino in fondo. Non siamo ottimisti a tutti i costi. Non possiamo sapere se la liberazione da quest’esistenza condizionata sarà possibile. Resta una questione aperta, se il tramonto del lavoro porterà al superamento della follia del lavoro, oppure alla fine della civiltà.

“Voi obietterete che con il superamento della proprietà privata, e dell’ obbligo a guadagnare denaro, ogni attività cesserà e si instaurerà una pigrizia generalizzata. Ammettete dunque che il vostro intero sistema ‘naturale’ riposa sulla pura e semplice costrizione? E che per questo temete la pigrizia come un peccato mortale contro l’idolo ‘lavoro’? Eppure gli avversari del lavoro non hanno niente contro la pigrizia. Uno dei loro obiettivi principali è anzi quello di far rinascere la cultura dell’ozio, che una volta tutte le società conoscevano, e che fu annientata per imporre un produrre indiavolato e assurdo. Per questo gli avversari del lavoro fermeranno prima di tutto, senza sostituirli, tutti quei numerosi settori produttivi che servono soltanto a conservare – senza tenere conto delle perdite – il folle fine tautologico del sistema produttore di merci?” “Noi non parliamo soltanto di quei settori lavorativi che sono chiaramente pericolosi per tutti, come l’industria automobilistica, quella degli armamenti e quella atomica, ma anche della produzione di quelle numerose protesi di senso e di quegli stupidi oggetti da divertimento, che dovrebbero rappresentare per l’uomo da lavoro un surrogato della sua vita sprecata. Scomparirà anche quella enorme quantità di attività che esistono soltanto perchè i prodotti di massa devono essere fatti passare attraverso la cruna d ‘ago della forma monetaria e della mediazione del mercato. Oppure pensate che saranno ancora necessari ragionieri e revisori dei conti, specialisti di marketing e venditori, legali rappresentanti e creativi pubblicitari, non appena le cose saranno prodotte secondo il bisogno, e tutti si prenderanno semplicemente quel che a loro serve? E a che scopo dovrebbero ancora esistere funzionari delle finanze e poliziotti, assistenti sociali e amministratori della povertà, quando non ci sarà più una proprietà privata da difendere, non si dovrà più gestire la miseria sociale e nessuno dovrà essere addestrato per le necessità alienate del sistema?”

“Ci sembra di sentire già il grido di dolore: ‘Quanti posti di lavoro persi!’ Giusto. Ma provate a calcolare quanto tempo di vita l’umanità si ruba ogni giorno, soltanto per accumulare ‘lavoro morto’, per amministrare esseri umani e per lubrificare il sistema dominante. Quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche! Ma non temete. Non cesserà ogni attività quando scompariranno gli obblighi del lavoro. Però, ogni attività avrà un carattere diverso, quando non sarà più incanalata in una sfera, tautologica e desensualizzata, di tempi continui astratti, ma potrà seguire la propria misura del tempo, variabile a seconda degli individui, e sarà integrata in rapporti di vita personali, quando, anche in grandi forme organizzative della produzione, gli uomini stessi ne determineranno il corso, invece di essere determinati dal diktat della valorizzazione aziendale. Perchè lasciarsi pungolare dalle sfacciate pretese di una concorrenza imposta? Occorre riscoprire il valore della lentezza.

“Naturalmente non scompariranno quelle attività legate alla gestione della casa e alla cura degli uomini, che nella società del lavoro vengono rese invisibili, scisse e definite come ‘femminili’. Nè cucinare nè cambiare i bambini dev’essere automatizzato. Se, insieme con il lavoro, verrà superata anche la divisione delle sfere sociali, queste attività necessarie potranno diventare oggetto di una cosciente organizzazione sociale, al di là delle attribuzioni sulla base del sesso. Perderanno il loro carattere repressivo, non appena non governeranno più gli esseri umani, ma saranno eseguite nella stessa misura da uomini e donne, a seconda dei bisogni e delle situazioni.”

“Noi non vogliamo dire che così ogni attività diventerà un piacere. Alcune lo saranno di più, altre di meno. Naturalmente ci sarà sempre qualcosa di necessario, che deve essere fatto. Ma chi dovrebbe spaventarsene, se la vita non ne sarà più completamente divorata? Prevarrà comunque tutto ciò che si potrà fare per libera scelta. Infatti, essere attivi è un bisogno tanto quanto oziare. Nemmeno il lavoro è riuscito a cancellare interamente questo bisogno, ma lo ha strumentalizzato a suo favore e se lo è succhiato da vero vampiro”.

“Gli avversari del lavoro non sono fanatici di un attivismo cieco nè di un cieco farniente. Ozio, attività necessarie e attività liberamente scelte dovranno essere conciliate in un rapporto sensato, che si realizzerà a seconda dei bisogni e dei contesti vitali. Una volta sottratte ai vincoli concreti del lavoro, le moderne forze produttive potranno estendere enormemente il tempo libero disponibile per tutti. Perchè passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perchè far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perchè sprecare energie in compiti di routine, che un computer può tranquillamente eseguire?”

“Tuttavia, si può utilizzare a questi fini soltanto una minima parte della tecnica nella sua forma capitalistica. Il grosso degli apparati tecnici dovrà essere completamente ristrutturato, perchè è stato costruito secondo il criterio limitato della redditività astratta. D’altra parte, molte possibilità tecniche, per la stessa ragione, non sono state per nulla sviluppate. Sebbene si possa ottenere energia solare ad ogni angolo di strada, la società del lavoro mette al mondo centrali atomiche centralizzate e pericolose. E sebbene siano da tempo noti metodi di produzione agricola rispettosi della natura, il calcolo finanziario astratto rovescia nell’acqua veleni di ogni tipo, distrugge il terreno e appesta l’aria. Per ragioni di pura redditività, materiali da costruzione e alimenti fanno tre volte il giro del mondo, sebbene la maggior parte delle cose possa essere prodotta facilmente sul posto senza troppi trasporti. Una parte consistente della tecnica capitalistica è tanto insensata e superflua quanto l’impiego corrispondente di energia umana”.

“Con tutto ciò non vi diciamo niente di nuovo. E tuttavia non trarrete mai le conseguenze di ciò che voi sapete benissimo da soli. Infatti vi rifiutate di decidere coscientemente quali mezzi di produzione, trasporto e comunicazione si possano utilizzare in maniera sensata, e quali siano dannosi o semplicemente inutili. Tanto più freneticamente reciterete il vostro mantra della libertà democratica, tanto più ostinatamente respingerete la più elementare libertà sociale di scelta, perchè volete continuare a servire il cadavere dominante del lavoro e le sue pseudo-leggi ‘naturali’.”
18. LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO E’ ANTI-POLITICA

La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo”.

Georg Bhchner, La morte di Danton, 1835

Il superamento del lavoro è tutt’altro che una vaga utopia. Nelle forme attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni. Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del “lavoro” già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto più si allarga il divario tra l’isolamento delle monadi sociali impotenti e le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.

Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la politica democratica, bensì soltanto contro di essa.

Chi punta sull’appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell’ intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l’ istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di esistenza. E’ impossibile ribellarsi contro l’espropriazione delle proprie potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione. Nè gli avversari del lavoro possono ignorare lo Stato e la politica, nè vi possono partecipare.

Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non costituiscono un partito politico, nè mai ne creeranno uno. Il fine della politica può essere soltanto quello di conquistare l’apparato dello Stato per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.

Lo Stato e la politica dell’era moderna sono uniti inseparabilmente al sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso. Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo Stato. L’auto-organizzazione e l’autodeterminazione sono però l’esatto contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della politica, ma costituendo una contro-società.

Libertà significa non farsi accoppare dal mercato nè farsi amministrare dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia, senza l’intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il rifiuto aperto del lavoro.

Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perchè vogliamo provare a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient’ altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.

Proletari di tutto il mondo, dite basta!

Politica e Società

Questo è il potere

22 Giugno 2010 dc:

Questo è il Potere

di Paolo Barnard http://www.paolobarnard.info 

Eccovi i nomi e cognomi del Potere, chi sono, dove stanno, cosa fanno. Così li potrete riconoscere e saprete chi realmente oggi decide come viviamo. Così evitate di dedicare tutto il vostro tempo a contrastare le marionette del Potere, e mi riferisco a Berlusconi, Gelli, Napolitano, D’Alema, i ministri della Repubblica, la Casta e le mafie regionali. Così non avrete più quell’imbarazzo nelle discussioni, quando chi ascolta chiede “Sì, ma chi è il Sistema esattamente?”, e vi toccava di rispondere le vaghezze come “le multinazionali… l’Impero… i politici…”. Qui ci sono i nomi e i cognomi, quindi, dopo avervi raccontato dove nacque il Potere (‘Ecco come morimmo’, www.paolobarnard.info ), ora l’attualità del Potere. Tuttavia è necessaria una premessa assai breve.

Il Potere è stato eccezionalmente abile in molti aspetti, uno di questi è stato il suo mascheramento. Il Potere doveva rimanere nell’ombra, perché alla luce del sole avrebbe avuto noie infinite da parte dei cittadini più attenti delle moderne democrazie. E così il Potere ci ha rifilato una falsa immagine di se stesso nei panni dei politici, dei governi, e dei loro scherani, così che la nostra attenzione fosse tutta catalizzata su quelli, mentre il vero Potere agiva sostanzialmente indisturbato. Generazioni di cittadini sono infatti cresciuti nella più totale convinzione che il potere stesse nelle auto blu che uscivano dai ministeri, nei parlamenti nazionali, nelle loro ramificazioni regionali, e nei loro affari e malaffari. Purtroppo questa abitudine mentale è così radicata in milioni di persone che il solo dirvi il contrario è accolto da incredulità se non derisione. Ma è la verità, come andrò dimostrando di seguito. Letteralmente, ciò che tutti voi credete sia il potere non è altro che una serie di marionette cui il vero Potere lascia il cortiletto della politica con le relative tortine da spartire, a patto però che eseguano poi gli ordini ricevuti. Quegli ordini sono le vere decisioni importanti su come tutti noi dobbiamo vivere. E’ così da almeno 35 anni. In sostanza il punto è questo: combattere la serie C dei problemi democratici (tangentopoli, la partitocrazia, gli inciuci D’Alem-berlusconiani, i patti con le mafie, l’attacco ai giudici di questo o quel politico, le politiche locali dei pretoriani di questo o quel partito ecc.) è certamente cosa utile, non lo nego, ma non crediate che cambierà una sola virgola dei problemi capitali di tutti gli italiani, cioè dei vostri problemi di vita, perché la loro origine è decretata altrove e dal vero Potere. O si comprende questo operando un grande salto di consapevolezza, oppure siamo al muro.

“Un colossale e onnicomprensivo ingranaggio invisibile manovra il sistema da lontano. Spesso cancella decisioni democratiche, prosciuga la sovranità degli Stati e si impone ai governi eletti”. Il Presidente brasiliano Lula al World Hunger Summit del 2004.

E’ nell’aria

Come ho detto, sarò specifico, ma si deve comprendere sopra ogni altra cosa che oggi il Potere è prima di tutto un’idea economica. Oggi il vero Potere sta nell’aria, letteralmente dovete immaginare che esiste un essere metafisico, quell’idea appunto, che ha avvolto il mondo e che dice questo: ‘Pochi prescelti devono ricevere il potere dai molti. I molti devono stare ai margini e attendere fiduciosi che il bene gli coli addosso dall’alto dei prescelti. I governi si levino di torno e lascino che ciò accada’.

Alcuni di voi l’avranno riconosciuta, è ancora la vecchia teoria dei Trickle Down Economics di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, cioè il Neoliberismo, cioè la scuola di Chicago, ovvero il purismo del Libero Mercato. Questa idea economica comanda ogni atto del Potere, e di conseguenza la vostra vita, che significa che davvero sta sempre alla base delle azioni dei governi e dei legislatori, degli amministratori e dei datori di lavoro. Quindi essa comanda te, i luoghi in cui vivi, il tuo impiego, la tua salute, le tue finanze, proprio il tuo quotidiano ordinario, non cose astruse e lontane dal tuo vivere. La sua forza sta nel fatto di essere presente da 35 anni in ogni luogo del Potere esattamente come l’aria che esso respira nelle stanze dove esiste. La respirano, cercate di capire questo, gli uomini e le donne di potere, senza sosta, dal momento in cui mettono piede nell’università fino alla morte, poiché la ritrovano nei parlamenti, nei consigli di amministrazione, nelle banche, nelle amministrazioni, ai convegni dove costoro si conoscono e collaborano, ovunque, senza scampo. Ne sono conquistati, ipnotizzati, teleguidati. Il Potere ha creato attorno a quell’idea degli organi potentissimi, che ora vi descrivo, il cui compito è solo quello di metterla in pratica, null’altro. Essi sono quindi la parte fisica del Potere, ma che per comodità chiamiamo il vero Potere.

Primo organo: Il Club

Il primo organo del Potere è il Club, cioè il raggruppamento in posti precisi ed esclusivi dei veri potenti. Chi sono? Sono finanzieri, industriali, ministri, avvocati, intellettuali, militari, politici scelti con cura. Fate attenzione: questo Club non sta mai nei luoghi che noi crediamo siano i luoghi del potere, cioè nei parlamenti, nelle presidenze, nelle magistrature, nei ministeri o nei business. Esso è formato da uomini e da donne provenienti da quei luoghi, ma che si riuniscono sempre all’esterno di essi ed in privato. Come dire: quando quegli uomini e quelle donne siedono nelle istituzioni democratiche sono solo esecutori di atti (leggi, investimenti, tagli…) che erano stati da loro stessi decisi nel Club. Esso assume nomi diversi a seconda del luogo in cui si riunisce.

 Ad esempio: prende il nome di Commissione Trilaterale se i suoi membri si riuniscono a Washington, a Tokio o a Parigi (ma talvolta in altre capitali UE). I fatti principali della Trilaterale: nasce nel 1973 come gruppo di potenti cittadini americani, europei e giapponesi; dopo soli due anni stila le regole per la distruzione globale delle sinistre e la morte delle democrazie partecipative, realmente avvenute; afferma la supremazia della guida delle elite sulle masse di cittadini che devono essere “apatici” e su altre nazioni;  ha 390 membri, fra cui i più noti sono (passato e presente) Henry Kissinger, Jimmy Carter, David Rockefeller, Zbigniev Brzezinski, Giovanni Agnelli, Arrigo Levi, Carlo Secchi, Edmond de Rothschild, George Bush padre, Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Peter Sutherland, Alfonso Cortina, Takeshi Watanabe, Ferdinando Salleo; assieme ad accademici (Harvard, Korea University Seoul, Nova University at Lisbon, Bocconi, Princeton University…), governatori di banche (Goldman Sachs, Banque Industrielle et Mobilière Privée, Japan Development Bank, Mediocredito Centrale, Bank of Tokyo-Mitsubishi, Chase Manhattan Bank, Barclays…)  ambasciatori, petrolieri (Royal Dutch Shell, Exxon…), ministri, industriali (Solvay, Mitsubishi Corporation, The Coca Cola co. Texas Instruments, Hewlett-Packard, Caterpillar, Fiat, Dunlop…) fondazioni (Bill & Melinda Gates Foundation, The Brookings Institution, Carnegie Endowment…). Costoro deliberano ogni anno su temi come ‘il sistema monetario’, ‘il governo globale’, ‘dirigere il commercio internazionale’, ‘affrontare l’Iran’, ‘il petrolio’, ‘energia, sicurezza e clima’, ‘rafforzare le istituzioni globali’, ‘gestire il sistema internazionale in futuro’. Cioè tutto, e leggendo i rapporti che stilano si comprende come i loro indirizzi siano divenuti realtà nelle nostre politiche nazionali con una certezza sconcertante.

Quando il Club necessita di maggior riservatezza, si dà appuntamento in luoghi meno visibili dei palazzi delle grandi capitali, e in questo caso prende il nome di Gruppo Bilderberg, dal nome dell’hotel olandese che ne ospitò il primo meeting nel 1954. I fatti principali di questa organizzazione: si tratta in gran parte degli stessi personaggi di cui sopra più molti altri a rotazione, ma con una cruciale differenza poiché a questo Gruppo hanno accesso anche politici o monarchi attualmente in carica, mentre nella Commissione Trilaterale sono di regola ex. Parliamo in ogni caso sempre della stessa stirpe, al punto che fu una costola del Bilderberg a fondare nel 1973 la Commissione Trilaterale. Il Gruppo è però assai più ‘carbonaro’ della Trilaterale, e questo perché la sua originaria specializzazione erano gli affari militari e strategici. Infatti, in esso sono militati diversi segretari generali della NATO e non si prodiga facilmente nel lavoro di lobbistica come invece fa la Commissione. La peculiarità dirompente del Bilderberg è che al suo interno i potenti possono, come dire, levarsi le divise ed essere in libertà, cioè dichiarare ciò che veramente pensano o vorrebbero privi del tutto degli obblighi istituzionali e di ruolo. Precisamente in questo sta il pericolo di ciò che viene discusso nel Gruppo, poiché in esso i desideri più intimi del Potere non trovano neppure quello straccio di freno che l’istituzionalità impone. Da qui la tradizione di mantenere attorno al Bilderberg un alone di segretezza assoluto. I partecipanti sono i soliti noti, fra cui una schiera di italiani in posizioni chiave nell’economia nazionale, cultura e politica. Non li elenco perché non esistendo liste ufficiali si va incontro solo a una ridda di smentite (una lista si trova comunque su Wikipedia). Un fatto non smentibile invece, e assai rilevante,  è la cristallina dichiarazione del Viscount Etienne Davignon, che nel 2005 fu presidente del Bilderberg, rilasciata alla BBC: “Agli incontri annuali, abbiamo automaticamente attorno ai nostri tavoli gli internazionalisti… coloro che sostengono l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la cooperazione transatlantica e l’integrazione europea.” Cioè: i primatisti del Libero Mercato con potere sovranazionale ( si veda sotto), e i padrini del Trattato di Lisbona, cioè il colpo di Stato europeo con potere sovranazionale che ci ha trasformati in cittadini che verranno governati da burocrati non eletti. Di nuovo, i soliti padroni della nostra vita, che significa decisioni inappellabili su lavoro, previdenza, servizi sociali, tassi dei mutui, costo della vita ecc., prese non a Palazzo Chigi o all’Eliseo, ma a Ginevra o a Brussell o nelle banche centrali, dopo essere state discusse al Bilderberg.

Per darvi un’idea concreta di come questi Club e gli altri organi del Potere siano in realtà un unico blocco che si scambia sempre gli stessi personaggi, vi sottopongo la figura di Peter Sutherland. Costui lo si è trovato a dirigere la British Petroleum , la super banca Goldman Sachs, l’università The London School of Economics (una delle fucine  mondiali di ministri dell’economia), ed è stato anche Rappresentante Speciale dell’ONU per l’immigrazione e lo sviluppo, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (secondo organo del Potere), membro della Commissione Europea (il super-governo d’Europa), e ministro della Giustizia d’Irlanda. E, ovviamente, membro sia della Commissione Trilaterale che del Gruppo Bilderberg.

Secondo organo: Il colosso di Ginevra

Si chiama Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nacque nel 1994 ed è più potente di qualsiasi nazione o parlamento. Riunisce 153 Paesi in un’unica sede a Ginevra, dove essi dettano le regole del commercio internazionale, e ciò dicendo capirete che stiamo parlando di praticamente tutta l’economia del mondo produttivo, che lì viene decisa. Cioè fette enormi dei nostri posti di lavoro, di ciò che compriamo, mangiamo, con cui ci curiamo ecc., cose della nostra vita quotidiana, non astratte e lontane. Le decidono loro, e come nel caso della nuova Europa del Trattato di Lisbona, anche al WTO le regole emanate, dette Accordi, sono sovranazionali, cioè più potenti delle leggi nazionali. E come nel caso del Trattato, diviene perciò cruciale che regole così forti siano decise in modo democratico. Nel Trattato non lo sono, e al WTO? Neppure. Infatti la sua organizzazione di voto è falsata dallo strapotere dei soliti Paesi ricchi nel seguente modo: i Paesi poveri o meno sviluppati non posseggono le risorse economiche e il personale qualificato in numeri sufficienti per poter seguire il colossale lavoro di stesura degli Accordi del WTO (27.000 pagine di complicatissima legalità internazionale, 2.000 incontri annui), per cui ne sono tagliati fuori. Chi sta al timone è il cosiddetto gruppo QUAD, formato da Usa, Giappone, Canada ed Europa. Ma l’Europa intera è rappresentata al tavolo delle trattative del WTO dalla Commissione Europea, che nessun cittadino elegge, e per essere ancora più precisi vi dico che in realtà chi decide per tutti noi europei è un numero ancora più ristretto di burocrati: il misterioso Comitato 133 della Commissione, formato da specialisti ancor meno legittimati. La politica italiana di norma firma gli Accordi senza neppure leggerli.

Se un Paese si oppone a una regola del WTO può essere processato da un tribunale al suo interno (Dispute Settlement Body), dotato di poteri enormi. Questo tribunale è formato da tre (sic) individui di estrazione economico-finanziaria, le cui sentenze finali sono inappellabili. Una sentenza del WTO può penalizzare o persino ribaltare le scelte democratiche di milioni di cittadini, anche nei Paesi ricchi. Per esempio, tutta l’Europa è stata condannata a risarcire gli USA con milioni di euro perché si è rifiutata di importare la carne americana agli ormoni. Neppure gli Stati Uniti hanno potere sulle decisioni del WTO. Il presidente Obama, sotto pressione dai cittadini a causa della catastrofe finanziaria dello scorso anno, aveva deciso di imporre nuove regole restrittive delle speculazioni selvagge delle banche (la causa della crisi). Ma gli è stato sbarrato il passo proprio da una regola del WTO, che si chiama Accordo sui Servizi Finanziari, e che sancisce l’esatto contrario, cioè proibisce alla Casa Bianca e al Congresso di regolamentare quelle mega banche. E sapete chi, anni fa, negoziò quell’accordo al WTO? Timothy Geithner, attuale ministro del Tesoro USA, che è uno dei membri del Gruppo Bilderberg. Fa riflettere.

Vi do ancora un’idea rapida del potere del WTO. Gli Accordi che ha partorito:

1) hanno il potere di esautorare le politiche sanitarie di qualunque Paese, incrinando il vecchio Principio di Precauzione che ci tutela dallo scambio di merci pericolose (WTO: Accordo Sanitario- Fitosanitario).

2) tolgono al cittadino la libertà di sapere in quali condizioni sono fatte le merci che acquista e con che criteri sono fatte, inoltre ostacolano l’uso delle etichette a tutela del consumatore (WTO: Accordo Sanitario-Fitosanitario & Accordo Barriere Tecniche al Commercio, con implicazioni sui diritti dei lavoratori e sulla tutela dell’ambiente).

3) impongono ai politici di concedere alle multinazionali estere le stesse condizioni richieste alle aziende nazionali nelle gare d’appalto, a prescindere dalla necessità di favorire l’occupazione nazionale; e minacciano le scelte degli amministratori locali nel caso volessero facilitare l’inserimento di gruppi di lavoratori svantaggiati, poiché tali politiche sono considerate discriminazioni al Libero Mercato (WTO: Accordo Governativo sugli Appalti  – Principio del Trattamento Nazionale ecc.).

4) accentrano nelle mani di poche multinazionali i brevetti della maggioranza dei principi attivi e delle piante che si usano per i farmaci o per l’agricoltura, poiché permettono la brevettabilità privata delle forme viventi e tutelano quei brevetti per 20 anni. Inoltre, il fatto che i brevetti siano protetti dal WTO per 20 anni sta alla base anche della mancanza di farmaci salva vita nei Paesi poveri. (WTO: Accordo TRIPS sulla Proprietà Intellettuale).

5) stanno promuovendo a tutto spiano la privatizzazione e l’apertura al Libero Mercato estero di praticamente tutti i servizi alla cittadinanza, anche di quelli essenziali come sanità, acqua, istruzione, assistenza agli anziani ecc., con regole che impediranno di fatto agli amministratori locali la tutela dei cittadini meno abbienti che non possono permettersi servizi privati (WTO: Accordo GATS in fase di negoziazione).

E ricordo, se ce ne fosse bisogno, che questi Accordi sono vincolanti su qualsiasi legge nazionale, esautorando quindi i nostri politici dalla gestione della nostra economia nei capitoli che contano.

Terzo organo: I suggeritori.

Prendete un disegno di legge e un decreto in campo economico, persino una finanziaria. Pensateli nelle mani dei politici che li attuano, e ora immaginate cosa gli sta dietro. Cosa? I ‘suggeritori’. Chi sono? Sono i lobbisti, coloro cioè che sono ricevuti in privato da ogni politico che conti al mondo e che gli ‘suggeriscono’ (spesso dettano) i contenuti delle leggi e dei decreti, ma anche delle linee guida di governo e persino dei programmi delle coalizioni elettorali. Le lobby non sono l’invenzione di fantasiosi perditempo della Rete. Sono istituzioni con nomi e cognomi, con uffici, con budget (colossali) di spesa, dove lavorano i migliori cervelli delle pubbliche relazioni in rappresentanza del vero Potere. 

In ordine di potenza di fuoco, vi sono ovviamente le lobbies internazionali, quelle europee e infine quelle italiane. Parto da queste ultime. Va detto subito che nel nostro Paese l’interferenza dei ‘suggeritori’ non ha mai raggiunto i livelli di strapotere degli omologhi americani o europei, il cui operato tuttavia detta legge per contagio anche in casa nostra. Ma nondimeno essa c’è, e non va trascurata, anche perché in Italia esiste un vuoto normativo totale sull’attività delle lobbies: dopo decine di proposte di legge, nessuna di esse è mai approdata alla Gazzetta Ufficiale. I lobbisti italiani sono circa un migliaio, organizzati in diverse aziende fra cui spunta la Reti , fatturato 6 milioni di euro annui e gestione di un ex d’Alemiano di ferro, Claudio Velardi (altri gruppi: Cattaneo Zanetto & co., VM Relazioni Istituzionali, Burson-Marsteller, Beretta-Di Lorenzo & partners…). La proiezione per il futuro dei ‘suggeritori’ italiani è di almeno diecimila unità entro dieci anni, almeno secondo le richieste dei gruppi più noti. In assenza di regole, dunque, le cose funzionano così: si sfrutta la legge berlusconiana per il finanziamento ai partiti che permette finanziamenti occulti alle formazioni politiche fino a 50.000 euro per ciascun donatore, con la possibilità per la lobby di turno di far versare 49.999 euro dal banchiere A, altri 49.999 da sua moglie, altri 49.999 da suo figlio, ecc. all’infinito. In questo modo, con una stima basata sui bilanci passati, si calcola che il denaro sommerso versato alla politica italiana ammonti a diverse decine di milioni di euro all’anno, provenienti dai settori edile, autostradale, metallurgico, sanitario privato, bancario, televisivo, immobiliare fra gli altri. Le ricadute sui cittadini sono poi leggi e regolamenti che vanno a modificare spesso in peggio la nostra economia di vita e di lavoro. Un solo dato che fa riflettere: mentre appare ovvio che le grosse cifre siano spese per i ‘suggerimenti’ ai due maggiori partiti italiani, colpisce che l’UDC si sia intascata in offerte esterne qualcosa come 2.200.000 euro nel 2008, di cui l’80% da un singolo lobbista (l’immobiliarista Caltagirone).

Chi di voi pensa ancora che il Potere siano i politici a Roma, pensi alla libertà di Pierferdinando Casini nel legiferare in campo immobiliare, tanto per fare un esempio. Ma non solo: Antonio di Pietro incassa 50.000 euro dalla famiglia Lagostena Bassi, che controlla il mercato delle Tv locali ma che contemporaneamente serve Silvio Berlusconi e foraggia la Lega Nord. Un obolo a fondo perduto? Improbabile. Il Cavaliere poi, non ne parliamo neppure:  è fatto noto che il criticatissimo ponte sullo stretto di Messina, con le ricadute che avrà su tutti gli italiani, non è certo figlio delle idee di Berlusconi, piuttosto di tal Marcellino Gavio, titolare del gruppo omonimo e primo in lizza per l’impresa, ma anche primo come finanziamenti al PDL con i 650.000 euro versati l’anno scorso.

I ‘suggeritori’ americani… che dire. Negli USA l’industria delle lobby economiche non è più neppure riconoscibile dal potere politico, veramente non si capisce dove finiscano le prime e dove inizi il secondo. Troppo da raccontare, una storia immensa, che posso però riassumere con alcuni sketch. Lobby del petrolio e amministrazione di George W. Bush, risultato: due guerre illegali e sanguinarie (Iraq e Afghanistan), montagne di morti (oltre 2 milioni), crimini di guerra, l’intera comunità internazionale in pericolo, il prezzo del petrolio alle stelle, di conseguenza il costo della nostra vita alle stelle, ma alle stelle anche i profitti dei petrolieri. Chi ha deciso? Risposta: i membri della sopraccitata lobby del petrolio, che sono Dick Cheney, James Baker III, l’ex della Enron Kenneth Lay, il presidente del Carlyle Group Frank Carlucci, Robert Zoellick, Thomas White, George Schultz, Jack Sheehan, Don Evans, Paul O’Neil; a servizio di Shell, Mobil, Union Carbide, Huntsman, Amoco, Exxon, Alcoa, Conoco, Carlyle, Halliburton, Kellog Brown & Root, Bechtel, e Enron. George W. Bush è il politico più ‘oliato’ nella Storia americana, con, solo dalle casse dei giganti di petrolio e gas, un bottino di oltre 1 milione e settecentomila dollari. 

Lobby finanziaria/assicurativa e Barak Obama: nel 2008 crollano le banche USA dopo aver truffato milioni di esseri umani e migliaia di altre banche internazionali, 7 milioni di famiglie americane perdono il lavoro, l’intera economia mondiale va a picco, Italia inclusa. Obama firma un’emorragia di denaro pubblico dopo l’altra per salvare il deretano dei banchieri truffatori e per rianimare l’economia (dai 5 mila miliardi di dollari agli 11 mila secondo le stime), senza che neppure uno di quei gaglioffi finisca in galera. Anzi: il suo governo ha chiamato a ripulire i disastri di questa crisi globale gli stessi personaggi che l’hanno creata. Invece di farli fallire e di impiegare il denaro pubblico per la gente in difficoltà, Obama e il suo ministro del Tesoro Timothy Geithner gli hanno offerto una montagna di denaro facile affinché comprino i debiti delle banche fallite. Funziona così: questi delinquenti hanno ricevuto da Washington l’85% del denaro necessario per comprare quei debiti, mentre loro ne metteranno solo il 15%. Se le cose gli andranno bene, se cioè ritorneranno a guadagnare, si intascheranno tutti i profitti; se invece andranno male, essi ci rimetteranno solo il 15%, perché l’85% lo ha messo il governo USA e non è da restituire (i fondi così regalati si chiamano non-recourse loans). E’ il solito “socialismo al limone: le perdite sono dei contribuenti e i profitti sono degli investitori privati”. Non solo: il presidente propone nell’estate del 2009 una regolamentazione del settore finanziario che il Washington Post ha deriso definendola “Priva di un’analisi delle cause della crisi… e senza alcun vero controllo sugli hedge funds, gli equity funds, e gli investitori strutturati”, cioè nessun vero limite agli speculatori che causarono la catastrofe. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby finanziarie? Risposta: 38 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?

Poi ci sono i 45 milioni di americani senza assistenza sanitaria. Obama propone una falsa riforma della Sanità per tutelare gli esclusi, ma che, nonostante le sciocchezze scritte dai media italiani, non ha nulla di pubblico ed è un ulteriore regalo ai giganti delle assicurazioni private americane. Domanda: quanto denaro ha preso Obama in campagna elettorale dalle lobby assicurative e sanitarie? Risposta: oltre 20 milioni di dollari. Allora, chi comanda? Il Presidente o le lobby del Potere?

Washington è invasa ogni santo giorno da qualcosa come 16.000 o 40.000 lobbisti a seconda che siano registrati o meno, la cui percezione del potere che esercitano è cristallina al punto da spingere uno di loro, Robert L. Livingston, a sbottare entusiasta “Ci sono affari senza limiti per noi là fuori!”, mentre dalle finestre del suo ufficio spiava le sedi del Congresso USA.

Ma l’ultimo sketch del potere dei ‘suggeritori’, sempre in ambito americano, è quello delle lobby ebraiche. Qui il dibattito è aperto, fra coloro che sostengono che sono quelle lobby a gestire interamente la politica statunitense nel teatro mediorientale, e coloro che lo negano. Personalmente credo più alla prima ipotesi, ma la sostanza non cambia: di fatto ci troviamo ancora una volta di fronte alla dimostrazione che neppure il governo più potente del mondo può sottrarsi ai condizionamenti del Potere vero. Ecco un paio di illustri esempi: nella primavera del 2002, proprio mentre l’esercito israeliano reinvadeva i Territori Occupati con i consueti massacri indiscriminati di civili, un gruppo di eminenti sostenitori americani d’Israele teneva una conferenza a Washington, dove a rappresentare l’amministrazione di George W. Bush fu invitato l’allora vice ministro della difesa Paul Wolfowitz, noto neoconservatore di estrema destra e aperto sostenitore della nazione ebraica. Lo scomparso Edward Said, professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York e uno degli intellettuali americani più rispettati del ventesimo secolo, ha raccontato un particolare di quell’evento con le seguenti parole: “Wolfowitz fece quello che tutti gli altri avevano fatto – esaltò Israele e gli offrì il suo totale e incondizionato appoggio – ma inaspettatamente durante la sua relazione fece un fugace riferimento alla ‘sofferenza dei palestinesi’. A causa di quella frase fu fischiato così ferocemente e per così a lungo che non potè terminare il suo discorso, abbandonando il podio nella vergogna.” Stiamo parlando di uno dei politici più potenti del terzo millennio, di un uomo con un accesso diretto alla Casa Bianca e che molti accreditano come l’eminenza grigia dietro ogni atto dello stesso ex presidente degli Stati Uniti. Eppure gli bastò sgarrare di tre sole parole nel suo asservimento allo Stato d’Israele per essere umiliato in pubblico e senza timori da chi, evidentemente, conta più di lui nell’America di oggi. Le lobby ebraiche d’America hanno nomi noti: AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ZOA (Zionist Organization of America), AFSI (Americans for a Safe Israel), CPMAJO (Conference of Presidents of Major American Jewish Organisatios), INEP (Institute for Near East Policy), JDL (Jewish Defense League), B’nai Brith, ADL (Anti Defamation League), AJC (American Jewish Committee), Haddasah. Nei corridoi del Congresso americano possono creare seri grattacapi a Senatori e Deputati indistintamente. Un fronte compatto che secondo lo stesso Edward Said “può distruggere una carriera politica staccando un assegno”, in riferimento alle generose donazioni che quei gruppi elargiscono ai due maggiori partiti d’oltreoceano.

Nel 1992 George Bush senior ebbe l’ardire (e la sconsideratezza) a pochi mesi da una sua possibile rielezione alla Casa Bianca di minacciare Tel Aviv con il blocco di dieci miliardi di dollari in aiuti se non avesse messo un freno agli insediamenti ebraici nei Territori Occupati. Passo falso: gli elettori ebrei americani, che già per tradizione sono propensi al voto Democratico, svanirono davanti ai suoi occhi in seguito alle sollecitazioni delle lobby, e nel conto finale dei voti Bush si trovò con un misero 12% dell’elettorato ebraico contro il 35% che aveva incassato nel 1988. Al contrario, la campagna elettorale del suo rivale Bill Clinton fu invece innaffiata dai lauti finanziamenti proprio di quelle organizzazioni di sostenitori d’Israele, che l’allora presidente aveva in tal modo alienato.

E in ultimo l’Europa, cioè l’Unione Europea. Che alla fine significa Brussell, cioè la Commissione Europea , che è il vero centro decisionale del continente, e che dopo la ratifica del Trattato di Lisbona è divenuta il super governo non eletto di tutti noi, con poteri immensi. A Brussell brulicano dai 15.000 ai 20.000 lobbisti, che spendono un miliardo di euro all’anno per ‘suggerire’ le politiche e le leggi a chi le deve formulare. E come sempre, eccovi i nomi dei maggiori gruppi: Trans Atlantic Business Dialogue (TABD) – European Services Leaders Group (ESLG) – International Chamber of Commerce (ICC) – Investment Network (IN) – European Roundtable of Industrialists (ERT) – Liberalization of Trade in Servicies (LOTIS), European Banking Federation, International Capital Market Association e altri. Il loro strapotere può essere reso dicendovi che per esempio l’Investment Network si riuniva direttamente dentro il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, o che il TABD compilava liste di suoi desideri che consegnava alla Commissione da cui poi pretendeva un resoconto scritto sull’obbedienza a quegli ordini. Le aziende rappresentate sono migliaia, fra cui cito una serie di nomi noti: Fiat e Pirelli, Barilla, Canon e Kodak, Johnson & Johnson, Motorola, Ericsson e Nokia, Time Warner, Rank Xerox e Microsoft, Boeing (che fa anche armi), Dow Chemicals, Danone, Candy, Shell, Microsoft, Hewlett Packard, IBM, Carlsberg, Glaxo, Bayer, Hoffman La Roche , Pfizer, Merck, e poi banche, assicurazioni, investitori… 

Mi fermo. Il rischio nel continuare è che si perda di vista il punto capitale, ovvero l’assedio che i lobbisti pongono alla politica. Esso, oltre a dimostrare ancora una volta che il potere reale sta nei primi e non nella seconda, è un vero e proprio attentato alla democrazia. Poiché ha ormai snaturato del tutto il principio costituzionale di ogni nazione civile, secondo cui i rappresentanti eletti devono fare gli interessi delle maggioranze dei cittadini e tutelare le minoranze, non essere gli stuoini delle elite e dei loro ‘suggeritori’.

Quarto organo: Think Tanks

Letteralmente “serbatoi di pensiero” nella traduzione in italiano, le Think Tanks sono esattamente ciò, ovvero fondazioni dove alcuni fra i migliori cervelli si trovano per partorire idee. Il loro potere sta nell’assunto che apre questa mia trattazione, e cioè che sono le idee a dominare sia la Storia che la politica, e di conseguenza la nostra vita, in particolare l’idea economica. Lewis Powell lo comprese assai bene nel 1971, quando diede il via alla riscossa delle elite e alla fine della democrazia partecipativa dei cittadini (si legga ‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info). Infatti egli scrisse: “C’è una guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale”. La parola ‘ideologica’ è la chiave di lettura qui, volendo dire che se le destre economiche ambivano a riconquistare il mondo, se ambivano a sottomettere la politica, cioè a divenire il vero Potere, si dovevano armare di idee in grado di scalzare ogni altro sistema di vita. Ecco che dalle sue parole nacquero le prime Think Tanks, come la Heritage Foundation , il Manhattan Institute, il Cato Institute, o Accuracy in Academe. La loro strategia era semplice: raccogliere denaro da donatori facoltosi, raccattare nelle università i cervelli più brillanti, pomparli di sapere a senso unico, di attestati prestigiosi, e immetterli nel sistema di comando della società infiltrandolo tutto. Per darvi un’idea di che razza di impatto queste Think Tanks sono riuscite ad avere, cito alcuni fatti. Nel solo campo del Libero Mercato, cioè dell’idea economica del vero Potere, ve ne sono oggi 336, piazzate oltre che nei Paesi ricchi anche in nazioni strategiche come l’Argentina e il Brasile, l’Est Europa, l’Africa, l’India, la Cina , le ex repubbliche sovietiche dell’Asia, oltre che in Italia (Adam Smith Soc., CMSS, ICER, Ist. Bruno Leoni, Acton Ist.). Alcune hanno nomi sfacciati, come la Minimal Government , la The Boss , o la Philanthropy Roundtable ; una delle più note e aggressive è l’Adam Smith Institute di Londra, che ostenta un’arroganza di potere tale da vantare come proprio motto questo: “Solo ieri le nostre idee erano considerate sulla soglia della follia. Oggi stanno sulle soglie dei Parlamenti”. Di nuovo, il fatto è sempre lo stesso: la politica è la marionetta, o, al meglio, è il braccio esecutivo del vero Potere. Infatti, l’osservatore attento avrà notato che assai spesso i nostri ministri economici, i nostri banchieri centrali, ma anche presidenti del consiglio (Draghi e Prodi su tutti) si trovano a cene o convegni presso queste fondazioni/Think Tanks, di cui in qualche raro caso i Tg locali danno notizia. In apparenza cerimonie paludate e noiose, in realtà ciò che vi accade è che ministri, banchieri e premier vi si recano per dar conto di ciò che hanno fatto per compiacere all’idea economica del vero Potere. Nel 1982, l’Adam Smith pubblicò il notorio Omega Project, uno studio che ebbe ripercussioni enormi sulla gestione delle nostre vite di lavoratori ordinari, e dove si leggeva che i suoi scopi erano di “fornire un percorso completo per ogni governo basato sui principi di Libero Mercato, minime tasse, minime regolamentazioni per il business e governi più marginali (sic)”. In altre parole tutto ciò che ha già divorato la vita pubblica in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e che sta oggi “sulla soglia del Parlamento” in Italia.

Quinto organo: l’Europa dei burocrati non eletti

Non mi ripeto, poiché questo capitolo è già esaustivamente descritto qui http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139. Ma ribadisco il punto centrale: dopo la ratifica del “colpo di Stato in Europa” che prende il nome di Trattato di Lisbona, 500 milioni di europei saranno a breve governati da elite di burocrati non eletti secondo principi economici, politici e sociali interamente schierati dalla parte del vero Potere di cui si sta trattando qui, e che nessuno di noi ha potuto scegliere né discutere. Il governo italiano ha ratificato questo obbrobrio giuridico senza fiatare, obbedendo come sempre.

Sesto Organo: il Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali

Era il 16 Settembre del 1992, un mercoledì. Quel giorno un singolo individuo decise di spezzare la schiena alla Gran Bretagna. Si badi bene, non al Burkina Faso, alla Gran Bretagna. E lo fece. George Soros, un investitore e speculatore internazionale, vendette di colpo qualcosa come 10 miliardi di sterline, causando il collasso del valore della moneta inglese che fu così espulsa dal Sistema Monetario Europeo. Soros si intascò oltre 1 miliardo di dollari, ma milioni di inglesi piansero lacrime amare e il governo di Londra ne fu umiliato. 

Era l’agosto del 1998, e nel caldo torrido di New York un singolo individuo contemplò il crollo dei mercati mondiali per causa sua. John Meriwether, un investitore e speculatore internazionale, aveva giocato sporco per anni e irretito praticamente tutte le maggiori banche del mondo con 4,6 miliardi di dollari ad alto rischio. La sua compagnia, Long-Term Capital Management, era nota a Wall Street perché i suoi manager si fregiavano del titolo di ‘I padroni dell’universo’, cioè pochi individui ubriachi del proprio potere. Meriwether perse tutto, e i mercati del mondo, che alla fine sono i nostri posti di lavoro, tremarono. La Federal Reserve di New York dovette intervenire in emergenza col solito salvataggio a spese dei contribuenti.

Era l’anno scorso, e in un ufficio londinese dell’assicurazione americana AIG, un singolo individuo, di nuovo un investitore e speculatore internazionale di nome Joseph Cassano, dovette prender su la cornetta del telefono e dire alla Casa Bianca “… ho mandato al diavolo la vostra economia, sorry”. E lo aveva veramente fatto. Questa volta la truffa dei suoi investimenti era di 500 miliardi di dollari, le solite banche internazionali (italiane incluse) vi erano dentro fino al collo con cifre da migliaia di miliardi di dollari a rischio. Panico mondiale, fine del credito al mondo del lavoro di quasi tutto il pianeta e, sul piatto di noi cittadini, ecco servita la crisi economica più pericolosa dal 1929 a oggi. Ovvero le solite lacrime amare, veramente amare, per le famiglie di Toronto come per quelle di Perugia, per quelle di Cincinnati come per quelle di Lione, a Vercelli come a Madrid ecc. Per non parlare degli ultimi della Terra…

Tre storie terribilmente vere, che descrivono chiaro, anzi, chiarissimo, cosa si intende per il ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’,  e quale sia il loro sterminato potere nel mondo di oggi. Altro che Tremonti o Confindustria. Nel mondo odierno esiste una comunità di singoli individui privati capaci di movimentare quantità di ricchezze talmente colossali da scardinare in poche ore l’economia di un Paese ricco, o le economie di centinaia di milioni di lavoratori che per esse hanno faticato un’intera vita, cioè famiglie sul lastrico, aziende che chiudono. Le loro decisioni sono come sentenze planetarie. Inappellabili. Si pensi, se è possibile pensare un’enormità simile, che costoro stanno facendo oscillare sul Pianeta qualcosa come 525 mila miliardi di dollari in soli prodotti finanziari ‘derivati’, cioè denaro ad altissimo rischio di bancarotta improvvisa. 525 mila miliardi… Vi offro un termine di paragone per capire: il Prodotto Interno Lordo degli USA è di 14 mila miliardi di dollari. Rende l’idea? L’Italia dipende come qualsiasi altra nazione dagli investitori esteri, per cifre che si aggirano sui 40 miliardi di euro all’anno, cioè più di due finanziarie dello Stato messe assieme. Immaginate se una cifra simile dovesse sparire dalla nostra economia oggi. Nel 2008 è quasi successo, infatti ne sono scomparsi di colpo più della metà (57%) col risultato in termini di perdita di posti di lavoro, precarizzazione, e relativo effetto domino sull’economia di cui ci parla la cronaca. Ripeto: qualcuno che non sta a palazzo Chigi, decide che all’Italia va sottratto il valore di oltre un’intera finanziaria. Così, da un anno all’altro, una cifra pari a tutto quello che lo Stato riesce a spendere per i cittadini gli viene sottratta dal ‘Tribunale degli Investitori e degli Speculatori Internazionali’, a capriccio. Questa tirannia del vero Potere prende il nome tecnico di Capital Flight (letteralmente capitali che prendono il volo), ed è interessante constatare il candore con cui il ‘Tribunale’ descrive la pratica: basta leggere Investors.com là dove dice che “Capital Flight è lo spostamento di denaro in cerca di maggiori profitti… cioè flussi enormi di capitali in uscita da un Paese… spesso così enormi da incidere su tutto il sistema finanziario di una nazione”. Peccato che di mezzo ci siano i soliti ingombranti esseri umani a milioni. Oltre al caso italiano, si pensi alla Francia, altro Stato ricco e potente, ma non a sufficienza per sfuggire alle sentenze del ‘Tribunale’, che ha punito l’Eliseo con una fuga di capitali pari a 125 miliardi di dollari per aver legiferato una singola tassa sgradita al business.

Conclusione

Gli organi esecutivi del vero Potere non si limitano a questi sei, vi si potrebbe aggiungere il World Economic Forum, il Codex Alimentarius, l’FMI, il sistema delle Banche Centrali, le multinazionali del farmaco. Ma quelli menzionati sono gli essenziali da conoscere, i primari. Un’ultima brevissima nota va dedicata alle mafie regionali, che sono spesso erroneamente annoverate fra i poteri forti (e non posso purtroppo entrare qui nel perché siano un così caratteristico fenomeno italiano). La lotta ad esse è sacrosanta, ma il potere che gli verrebbe sottratto da una eventuale vittoria della società civile è prima nulla a confronto di quanto illustrato sopra, e in secondo luogo è comunque un potere concessogli da altri. Traffico di droga, prostituzione, traffico d’armi, e riciclaggio di rifiuti tossici sono servizi che le mafie praticano per conto di committenti sempre riconducibili al vero Potere, o perché da esso condizionati oppure perché suoi ingranaggi importanti. Serva qui quanto mostrato nel 1994 dal programma d’inchiesta ‘Panorama’ della BBC, dove un insider della criminalità organizzata britannica si rese disponibile a condurre il reporter nel cuore della “mafia più potente del mondo”, a Londra. L’auto su cui viaggiavano con telecamera nascosta si fermò a destinazione… nel centro della City finanziaria della capitale. Indicando dal finestrino i grattacieli dei giganti del business internazionale, il pentito disse: “Eccoli, stanno tutti lì”. (si pensi che il giro d’affari mondiale delle Cosche è stimato sugli 80 miliardi di dollari, che sono un terzo del giro d’affari di una singola multinazionale del farmaco come la Pfizer) .

Se queste mie righe sono state efficaci, a questo punto i lettori dovrebbero volgere lo sguardo a quegli ometti in doppiopetto blu che ballonzolano le sera nei nostri Tg con il prefisso On., o il suffisso PDL, PD, UDC, e dovrebbero averne, non dico pietà, ma almeno vederli per quello che sono: le marionette di un altro Potere. Ma soprattutto, i lettori dovrebbero finalmente poter connettere i punti del puzzle, e aver capito da dove vengono in realtà i problemi capitali della nostra vita di cittadini, o addirittura i drammi quotidiani che tante famiglie di lavoratori patiscono, cioè chi li decise, chi li decide oggi e come si chiamano costoro. Da qui una semplice considerazione: se vi sta a cuore la democrazia, la giustizia sociale, e la vostra economia quotidiana di lavoro e di servizi essenziali alla persona, allora dovete colpire chi veramente opera per sottrarceli, cioè il vero Potere. Ci si organizzi per svelarlo al grande pubblico e per finalmente bloccarlo. Ora lo conoscete, e soprattutto ora sapete che razza di macchina micidiale, immensa e possente esso è. Risulta ovvio da ciò che gli attuali metodi di lotta dei Movimenti sono pietosamente inadeguati, infantili chimere, fuochi di paglia, che mai un singolo attimo hanno impensierito quel vero Potere. Di conseguenza lancio un appello ancora una volta:

VA COMPRESO CHE PER ARGINARE UN TITANO DI QUELLA POSTA L’UNICA SPERANZA E’ OPPORGLI UN’ORGANIZZAZIONE DI ATTIVISTI E DI COMUNICATORI ECCEZIONALMENTE COMPATTA, FINANZIATA, FERRATA, DISCIPLINATA, SU TUTTO IL TERRITORIO, AL LAVORO SEMPRE, IMPLACABILE, NEI LUOGHI DELLA GENTE COMUNE, PER ANNI.

(http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=153 )

Altra speranza non c’è, sempre che ancora esista una speranza.