L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

La modernità di Guglielmo di Ockham

In e-mail il 15 Luglio 2020 dc:

La modernità ante litteram del pensiero filosofico di Guglielmo di Ockham

di Lucio Garofalo

L’approccio di tipo “nominalistico” applicato in ambito logico, metafisico e gnoseologico dal grande Guglielmo di Ockham (allievo ed avversario di Duns Scoto), lo spinse a negare il valore ontologico degli universali, ovvero la realtà degli enti astratti (i concetti e le idee), avallando una concezione del mondo incentrata sulle qualità contingenti delle cose: qualsiasi fenomeno, dalla sfera del linguaggio ai meccanismi del mondo naturale, va analizzato per ciò che è in sé, senza ricercarne le cause prime ed i “perché”, bensì solo il “come” dei fenomeni.

È un approccio teorico rivoluzionario per il suo tempo.

Egli fu un rivoluzionario anche in politica, in quanto fu una sorta di precursore ideologico della mentalità moderna, che presuppone una condizione ben precisa, ovvero la pretesa dell’uomo di ottenere la piena autosufficienza.

Un fine che può essere realizzato soltanto stabilendo una netta separazione tra l’ordine naturale e il soprannaturale, tra la politica e la religione, tra lo Stato e la Chiesa.

La “modernità” ha avuto tanti “padri”, alcuni celebri, altri un po’ meno. Tra questi ultimi va annoverato, a mio avviso, Guglielmo di Ockham, il quale polemizzò sia con Tommaso d’Aquino sia con il Maestro Duns Scoto, ma in realtà polemizzò con la Scolastica tout court, poiché per lui ragione e fede non sarebbero conciliabili, ma in una posizione di antitesi irriducibile.

Esistono soltanto esseri individuali, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie: ogni cane è diverso dall’altro, ogni uomo è ben diverso dall’altro, e via discorrendo. In merito alla “vexata quaestio” degli enti universali, come si è già detto, seguì il nominalismo, cioè la convinzione che non esisterebbero concetti universali, che sarebbero solo nomi.

Ad esempio, il termine “uomo” non sarebbe altro che un simbolo convenzionalmente inventato, non una realtà universale. In tal senso, Ockham si può reputare un antesignano del razionalismo e dell’idealismo moderni, in quanto la sua riflessione filosofica implicava che la ragione non potesse conoscere ciò che oltrepassa l’esperienza sensibile, e che gli “universali” non sarebbero altro che nomi, ai quali non corrisponderebbe alcuna realtà di tipo oggettivo.

Tali convinzioni hanno determinato due conseguenze: la negazione del principio di causalità e il rifiuto del principio di sostanza. Una volta negato il valore ontologico dell’universale, fu inevitabile negare ogni possibilità di dimostrare sul terreno razionale l’esistenza di Dio.

In tal modo, la ragione non può più condurre alla fede. E la fede non perfeziona più la ragione, così come asserivano i filosofi scolastici.

Rispetto a Dio, Guglielmo di Ockham concluse che non c’è nessun argomento che sia in grado di provare la sua esistenza. In tal senso, Ockham fu un tenace e fiero avversario della potente tradizione filosofica imposta dalla Scolastica medievale.

Ed in politica, Ockham fu un tenace fautore dell’indipendenza dello Stato nei confronti della Chiesa, criticando l’assolutismo “teocratico” del Papa e sostenendo che l’autorità imperiale non discendesse dalla Chiesa. In questo senso, Ockham potrebbe essere considerato un antesignano dell’assolutismo politico moderno e del laicismo che si colloca all’origine della modernità: il principio “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” stabilì le basi della separazione tra il potere religioso ed etico della Chiesa e l’autorità politica e civile dello Stato moderno.

Alla grande figura di Guglielmo di Ockham si è dichiaratamente ispirato Umberto Eco per creare il protagonista del suo romanzo “Il nome della rosa”, ovvero Guglielmo da Baskerville, interpretato da Sean Connery nell’omonimo film uscito nel 1986 per la regia di Jean-Jacques Annaud.

Per alcune caratteristiche, quali l’aspetto fisico, il metodo investigativo, le doti inferenziali e la ricerca della verità, Guglielmo da Baskerville rievoca molto più il celebre Sherlock Holmes, il protagonista dei gialli di Sir Arthur Conan Doyle. Tale nesso è reso ancor più evidente dallo stesso Umberto Eco, che ammicca a “Il mastino di Baskerville”, uno dei romanzi più noti di Sir Arthur Conan Doyle.

A me preme sottolineare il parallelismo con il grande filosofo e monaco medievale, Guglielmo di Ockham: anch’egli era provvisto di notevoli capacità logiche abduttive e polemizzava con la Chiesa del XIV secolo, come si evince dal suo “Dialogo sul papa eretico”, riferito a papa Giovanni XXII. Inoltre, come il noto personaggio di Umberto Eco, anche Ockham era un erudito frate francescano e morì a causa della peste nera.

Ne “Il nome della rosa” si rende omaggio anche ad altre figure storiche importanti della filosofia medievale: alcuni monaci, come Berengario e l’abate Abbone, si riferiscono molto esplicitamente ai maestri delle scuole cittadine del secolo XI, ovvero Berengario di Tours e Abbone di Fleury.

La modernità del pensiero filosofico di Guglielmo di Ockham è stata sottolineata dallo stesso Umberto Eco, che conferì al suo immaginario “eroe”, Guglielmo da Baskerville, la modernità del relativismo scettico: “l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.

 

Il virus populista

Da Hic Rhodus 15 Maggio 2020 dc:

Il virus populista

di Claudio Bezzi

Una bella intervista a Flavia Perina. Oggi c’è bisogno di ricordare tutto, perché tutto si consuma troppo in fretta: Flavia Perina è stata direttrice del Secolo d’Italia (storico quotidiano di destra) e deputata all’epoca di Gianfranco Fini. Donna di destra vera, una che la destra l’ha praticata e vissuta. Ma una destra lontana anni luce da quella di Meloni e – peggio – Salvini, una destra con delle prospettive, dei valori, delle idee e, specialmente, delle idee non populiste. Vi riporto alcuni brani della sua intervista:

Ci sorprendiamo giustamente per le posizioni di Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace [che hanno difeso Silvia Romano – NdR] perché la destra ha sempre ostentato su questi fatti un’alta dose di cattivismo: è un sentimento che non corrisponde al suo dna, ma in genere gli attuali leader giudicano utile assecondare le pulsioni estremiste del loro “popolo”. Da tempo hanno rinunciato all’opera pedagogica che, in tempi passati, la destra considerava fra i suoi doveri anche nei confronti del suo elettorato.

Ancora:

Credo che la destra di oggi si trovi abbastanza bene nel ghetto [populista], intesa come area di opposizione radicale, opposizione “di sistema”. Pensano che quel tipo di isolamento e di “alterità” porti consensi. E che quindi debba assecondare il tipo di elettorato che apprezza il rifiuto di ogni contaminazione e dialogo, sempre percepito come intelligenza col nemico.

E infine, lucidamente:

Siamo un Paese anomalo, siamo un Paese dove hanno vinto le formule populiste. Una destra sul modello di quello tedesco o francese è inimmaginabile. Come è difficilissimo trovare lo spazio per un altro tipo di sinistra, o di centro. La chiave di questo Paese è la competizione populista.

Flavia Perina descrive, credo con dolore e disillusione, quello che un testimone di sinistra potrebbe dire della sinistra italiana e comunque quello che da anni cerchiamo di dire qui su Hic Rhodus: uno strato di polvere populista si è sovrapposto alla destra, alla sinistra, alla politica e alla società in generale.

Ne abbiamo parlato moltissimo, ma ultimamente abbiamo cercato di fare una sintesi in questo trittico:

Riprendo il tema solo per un paio di aggiunte. Innanzitutto mi fa piacere vedere che anche da destra una donna colta e intelligente veda questa catastrofe; implicitamente sto facendo un po’ di autocritica: avevo degli evidenti pregiudizi, e questo è sempre un male.

In secondo luogo noto, osservo, constato che questo male politico oscuro, questa polvere sottile del pensiero eversivo, questo virus dell’impossibilità di pensare e agire razionalmente, sta espandendosi in realtà ovunque.. Nel pensiero moderato e liberale; nelle osservazioni casuali di amici intelligenti; in diversi luoghi del pensiero della sinistra; nei commenti di fior fiore di intellettuali…

Allora diffido. Il concetto di |populismo| potrebbe essere diventato troppo vago e impreciso per definire questa deriva che non è solo politica, ma anche culturale, morale, sociale.

In senso stretto, |populismo| è un

atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale (Vocabolario Treccani).

È in questo medesimo senso, o comunque molto simile, che il concetto di populismo è stato utilizzato su questo blog, e che ho utilizzato nel libro Uscire dal Novecento per battere Salvini.

Quindi: demagogico ruolo assegnato al popolo (democrazia diretta, uno vale uno… tutto il programma dei grillini dell’epoca d’oro); rapporto diretto tra capo carismatico e popolo (Grillo, soprattutto Salvini fino al Papeete); rappresentazione idealizzata del popolo (che si “indigna”, che straparla su qualunque cosa, che ha diritti e mai doveri…).

Su questa base, non costituiscono aggiunte indebite alcune caratterizzazioni contemporanee e specifiche; molte riguardano la comunicazione populista: ipersemplificazione, falsificazione, denigrazione dell’avversario; altre hanno a che fare con alcune conseguenze ideologiche: sovranismo, nazionalismo, antieuropeismo.

E così via come periodicamente scritto su questo blog (riferirsi ai link già proposti).

Eppure c’è forse qualcos’altro. Per meglio dire: ognuno di questi tratti ha conseguenze. I tratti culturali, sociali e personologici non sono mai statici, immutabili: hanno conseguenze, producono altre forme di relazione e pensiero, mutano, si adattano all’ambiente… proprio come i virus!

Allora vi propongo una piccola mappa di ciò che si è sempre chiamato ‘populismo’, che in questo blog abbiamo sempre trattato come tale, che Flavia Perina – nell’intervista – definisce tale, alla luce però del suo attuale allargarsi, dilagare, occupare altri ambiti… E per farlo non tratteremo delle conseguenze ultime del populismo, ma delle sue proprietà costitutive; per capirci: l’antieuropeismo non è un tratto costitutivo del populismo, ma una conseguenza di una connotazione particolare del nazionalismo, un’esaltazione del “noi”, una sopravvalutazione dell’importanza della propria tribù; infine, del particolarismo.

In questo senso quelli che mi sembrano i tratti fondamentali del populismo contemporaneo, e quelli derivati, di secondo e terzo livello, sono i seguenti:

Tratti costitutivi di base del populismo Tratti conseguenti Elementi ultimi visibili, comportamenti e atteggiamenti finali
Egotismo Egoismo, edonismo, particolarismo, sopravvalutazione di sé. Xenofobia, razzismo, maschilismo, nazionalismo, antieuropeismo.
Incultura Ignoranza, credulità, ipersemplificazione dei problemi. Antiscientismo, antivaccinismo, incapacità di programmare e valutare il proprio operato.
Familismo Diffidenza, paternalismo, clientelismo, asservimento. Nepotismo (per esempio in politica), partigianeria, continua guerra fredda civile, ricerca di privilegi e diritti di gruppo.
Convenzionalismo Bigotteria, perbenismo formale, adesione stereotipata ai cliché linguistici e culturali. Omologazione del pensiero, diffidenza verso gli intellettuali critici (inclusi i politici avversi e i giornalisti indipendenti); rifiuto della diversità.

Non è necessario possedere tutte queste caratteristiche per meritarsi il titolo di ‘populista’. Averne più di una, o addirittura averle tutte, ci porta a ragionare sui “gradi di populismo”. Proviamo:

  1. hai uno di questi tratti importanti (prima colonna di sinistra) o due o tre di quelli di secondo o terzo livello; per esempio: sei paternalista, incline ai cliché, e un filino egotico: propongo di considerarlo un populismo di primo livello, negativo comunque, ma non inconciliabile con buone altre caratteristiche; Renzi ne è un mirabile esempio: è europeista, liberale, con spiccate doti critiche, ma è un egocentrico, partigiano e non brillantissimo nella valutazione del proprio operato;
  2. hai più di un tratto costitutivo, e/o diversi di quelli secondari: sei un populista a tutto tondo, un populista semmai in giacca e cravatta ma populista resti, uno di secondo livello; per esempio Conte: si rivolge direttamente al popolo italiano con fare paternalista, ma non riesce a fare sintesi nel proprio governo, traccheggia indeciso nelle decisioni che deve prendere e non ne vede con lucidità le conseguenze;
  3. hai tre o quattro tratti costitutivi e, di conseguenza, una pletora di quelli susseguenti; sei un pericoloso populista di terzo livello, hai tendenze eversive e anti-istituzionali; per non fare, come esempio perfetto, quello di Salvini, diciamo che la stragrande maggioranza dei 5 Stelle si colloca qui.

Le sfumature, i punteggi intermedi, e la collocazione di tutti gli altri, vedete voi, qui era solo un primissimo esercizio per capirci.

C’è anche un punteggio zero, ovviamente: quello di chi pensa criticamente, di chi fa politica con assennatezza e senza tornaconti personali, chi si informa in modo ampio e cerca di valutare ciò che capisce del mondo, semmai sbagliando (non essere populisti non significa non sbagliare; diciamo che temo non esista uno zero perfetto, in quanto al tasso di populismo presente in ciascuno di noi, ma uno zero-virgola-qualcosa è già un grandissimo risultato).

Il popolo italiano è, in grande maggioranza fra il livello 2 e il 3. Una conseguenza più volte segnalata su questo blog è che le preferenze elettorali di questi concittadini si spostano ma entro confini di populismo conclamato o grave; oggi la Lega è in calo ma la Meloni è in crescita; ricresce anche un po’ il M5S. Questa ampia platea di grave populismo, anche perché poco critica, segue il Salvini del Papeete finché spara dichiarazioni a raffica, poi in parte lo abbandona per la Meloni, o per Di Maio, ma ridate un microfono al capo leghista e questi italiani torneranno a seguirlo abbandonando i precedenti.

Non ha molta importanza. Non ci deve importare un fico secco se in un dato momento ha più consenso la Lega, Fratelli d’Italia o il Movimento 5 Stelle; sono piccole varianti dello stesso fenomeno devastante per la nostra democrazia.

E al centro? E a sinistra? Anche qui seguendo Flavia Perina e quanto più volte scritto da Hic Rhodus, in queste diverse aree politiche si assiste, con ritmi e modalità meno eclatanti, al fenomeno di penetrazione del virus populista.

Qui occorre guardare in faccia la realtà anche se vi può addolorare: andate oltre le etichette: chi si auto-definisce “di sinistra” (o “liberale”, “socialista”, quel che vi pare) non è necessariamente immune al virus. Sono i fatti, le parole, i comportamenti, che possono testimoniare una vera lucidità di pensiero, o se l’inquinamento populista, con uno o più dei suoi tratti, non abbia incominciato a produrre i suoi effetti.

Lascio giudicare ai lettori, anche perché la mia idea in merito, altre volte espressa, è piuttosto sconfortata.

Sono ateo, grazie a dio!

In e-mail il 21 Giugno 2020 dc:

Sono ateo, grazie a dio!

di Lucio Garofalo

Di Anselmo d’Aosta (o di Canterbury) io rammento in modo particolare la prova ontologica a favore dell’esistenza di dio (nel Proslogion).

In sintesi, tale tesi a priori sostiene che la mente umana può concepire l’esistenza di un ente perfetto, che viene definito come “una cosa della quale non può essere concepita un’altra più grande”. Questo essere non potrebbe essere perfetto se non possedesse anche l’attributo dell’esistenza. Da ciò si deduce che un essere perfetto deve esistere per forza, a priori, cioè a prescindere da qualsiasi prova, o dimostrazione a posteriori, di ordine empirico.

Tale tesi venne introdotta da Anselmo d’Aosta alla fine dell’XI secolo ed è stata accolta, tra gli altri, da pensatori quali Cartesio, Spinoza e Leibniz.

Tuttavia, una simile formula attesta solo che il concetto di Dio include il concetto di esistenza, come la nozione di penna include il concetto di “scrittura”, ma ciò che la mente umana concepisce non esiste poi necessariamente nella realtà.

Già il monaco Gaunilone, contemporaneo di Anselmo, obiettò che: “si può immaginare l’esistenza di isole meravigliose, ma non è detto che esse esistano realmente”. Quindi, Tommaso d’Aquino aggiunse che “tra gli atei non è a tutti noto che Egli è quanto di più grande si possa pensare”, negando così la tesi di Anselmo.

Ma fu Immanuel Kant a scrivere la più nota confutazione di tale prova nella sua celebre opera, “Critica della ragion pura”: “essere, manifestamente, non è un predicato reale, cioè un concetto di qualche cosa che si possa aggiungere al concetto di una cosa”, per cui si deduce che nessun ragionamento può mai trasformare la nostra idea di cento talleri (una banconota in uso nell’epoca di Kant) in cento talleri realmente presenti nelle nostre tasche.

Il pensiero di Kant ha certificato che è impossibile provare l’esistenza di dio.

Rimanendo in tema circa l’esistenza di dio, la concezione del “libero arbitrio”, che nell’opera di Agostino d’Ippona assume un rilievo centrale, anticipa, in un certo senso, l’elaborazione del pensiero ateo.

Mi spiego meglio con un paradosso.

“Io mi dichiaro ateo”. Ma perché posso proclamarmi ateo? “Grazie a dio”! È la risposta assurda a tale interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, essenzialmente di ordine teorico.

La mia adesione alle posizioni del più esplicito e radicale ateismo discende da una riflessione logica ed astratta, che può spiegarsi facilmente, “grazie a dio”, sulla base del concetto del “libero arbitrio”. In teoria, se dio non esistesse, tanto meglio, vorrà dire che avrebbero già ragione quanti lo negano. Ma anche se dio esistesse, il discorso ipotetico non muterebbe di una virgola, perché:
1) se, per ipotesi, il vostro dio fosse onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e sacerdoti in Terra, o le sacre scritture, perché mai, dunque, egli non interviene al fine di eliminare, una volta per tutte, il male, la violenza, il dolore e le iatture che affliggono il nostro mondo?
2) invece, se dio non è onnipotente, quindi è incapace di intervenire per combattere il male, la violenza, il dolore insiti nell’esistenza dell’uomo, è come se non ci fosse, per cui sarebbe un ente inutile, una sorta di “soprammobile”, né bello da ammirare, essendo invisibile;
3) la terza ipotesi, la più accreditata, sia dalla dottrina ufficiale della curia romana che dagli stessi atei, si ispira proprio al pensiero del sommo padre della Chiesa, ossia: iddio ha concesso all’uomo il dono del “libero arbitrio”, la libertà di pensare e agire assumendosi ogni responsabilità delle proprie azioni, anche la possibilità di rinnegarlo.

Ora, sulla base di simili postulati logici (che forse potrebbero risultare oltremodo banalizzati), si può evincere il percorso astratto e razionale che può orientarsi verso un approdo di tipo ateistico e materialistico. Alla stessa stregua in cui potrebbe anche scaturire un senso di gratitudine verso dio, in quanto ci ha offerto il prezioso dono del “libero arbitrio”, in virtù del quale io esercito la prerogativa/facoltà di professare il mio ateismo convinto.

Perciò, grazie a dio!

(Nota mia: confesso senza vergogna di non avere capito nulla di tali ragionamenti…Io sono ateo perché non credo esista un ente superiore che abbia creato l’universo. Fino a che esso stesso non si manifesti concretamente dando le prove scientifiche, misurabili e dimostrabili della sua esistenza. Punto.)

 

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

L’insegnamento come “vocazione”

In e-mail il 16 Settembre 2019 dc:

L’insegnamento come “vocazione”

di Lucio Garofalo

Ogni tanto si riaffaccia la teoria dell’insegnamento come una “vocazione”.

A fasi alterne riemerge l’antica disputa tra chi reputa gli insegnanti una sorta di “fannulloni” ed una categoria privilegiata, e chi li concepisce come “missionari”.

Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia a noi docenti.

Per cui c’è chi ha l’ardire di ipotizzare ulteriori incrementi dell’orario di servizio, a parità di retribuzione salariale. Sorvolo sul fatto (da molti ignorato) che un notevole carico di lavoro e di studio è già sopportato ogni giorno da qualsiasi insegnante scrupoloso, nei tempi extra-scolastici ed in forma gratuita.

Mi riferisco agli adempimenti individuali aggiuntivi e volontari, un lavoro che si presenta oltre l’orario di lezione, necessario e funzionale all’attività didattica quotidiana: preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, compilazione dei registri ed altri documenti burocratici, cartacei e digitali, e via discorrendo.

Mi preme evidenziare un aspetto essenziale della professione docente, vilipesa da campagne ideologiche infamanti. In base alla mia memoria, ed alle mie esperienze professionali, ho avuto modo di riscontrare come nella scuola italiana prevalga una corrente di pensiero e di prassi clericaleggiante: è una visione quasi religiosa che, con malcelata ipocrisia, concepisce la funzione pedagogica nei termini di una “missione”.

In base ad una simile congettura, i docenti dovrebbero lavorare di più, animati da una “vocazione”, offrendo  prestazioni di lavoro a titolo gratuito.

Ma quale strana e bizzarra visione, inerente solo agli insegnanti, bensì non, ad esempio, ai presidi o ai bidelli. Pardon, dirigenti e collaboratori scolastici. Idem per gli avvocati, i notai, o i medici, e tutti gli altri professionisti.

Insomma, a tutti i lavoratori del comparto sia pubblico che privato, tranne gli insegnanti, le ore eccedenti (gli straordinari) vengono retribuite in modo decente. Gli unici ad essere offesi, bistrattati e derisi sono proprio i “missionari” della scuola, che per altri sarebbero dei “lavativi privilegiati”. Ebbene, si mettano d’accordo tra di loro: sono missionari o nullafacenti? Né l’uno, né l’altro. Molto più laicamente, dovremmo essere qualificati come professionisti, da onorare e retribuire in quanto tali, cioè in termini più dignitosi!

La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

In e-mail l’8 Maggio 2019 dc:

La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

Un po’ di storia in tempi di amnesia interessata

In guerra la prima vittima e “la verità”.

Eschilo

La Prima guerra mondiale è costata al proletariato italiano 680 mila morti, mezzo milione di invalidi e mutilati, un milione di feriti.

A conferma del fatto che, tolti i cenacoli nazionalisti e le ridotte schiere dell’interventismo cosiddetto democratico o “rivoluzionario”, la gran massa dei coscritti visse la guerra come tragica fatalità o come immane macello a cui sottrarsi, parlano gli atti dei tribunali militari: 870 mila denunce, delle quali 470 mila per renitenza; 350 mila processi celebrati; circa 170 mila pene detentive, tra le quali 15 mila all’ergastolo; 4028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite.

Un numero, quest’ultimo, assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti.

I numerosi atti di ribellione e di ammutinamento – dallo “sciopero” per le mancate licenze agli spari in aria, al fuoco indirizzato contro gli ufficiali particolarmente odiati – hanno incontrato una repressione spietata, fatta di decimazioni, di fucilazioni sommarie, di spari alle spalle da parte dei carabinieri, il cui ruolo era quello di spingere anche con le baionette i soldati fuori dalle trincee durante gli assalti suicidi ordinati dai comandanti per conquistare qualche metro di territorio nemico.

Tra i generali, «che la guerra l’avete voluta,/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù» (Gorizia tu sei maledetta), oltre a Cadorna, «nato d’un cane» (E anche ar me marito), si distinsero nelle fucilazioni sommarie Andrea Graziani, Gugliemo Pecori Giraldi e Carlo Petitti di Roreto, a cui ancora oggi sono intitolati monumenti, vie, piazze, targhe commemorative e rifugi montani (come il rifugio Graziani ai piedi del Monte Altissimo in Trentino).

Al tempo della guerra contadini e contrabbandieri si mettevano delle foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle per cadere ammalati. Le febbri artificiali, la malaria presunta di cui tremavano e battevano i denti, erano il loro giudizio sui governi e sulla storia (Vittorio Bodini).

Va detto che, dal punto di vista dei rapporti fra Stati, il governo italiano attaccò un governo – quello austro-ungarico – con cui era precedentemente alleato. Se la nozione di «guerra difensiva» è quasi sempre una mistificazione, nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia nel «radioso maggio» del 1915 è palesemente falsa.

 

Nelle Province austro-ungariche di Trento e Trieste vengono arruolati circa 120 mila «italiani d’Austria», spediti in gran parte sul fronte orientale (Galizia, Bucovina, Volinia) a contrastare le truppe russe.

Un soldato su cinque vi trova la morte, per lo più nei primi mesi di combattimento. Molti altri finiranno prigionieri nei campi o nelle infinite distese della Siberia. Guardati con sospetto in quanto potenziali «filo-italiani» dagli ufficiali austro-ungarici e poi come potenziali «austriacanti» dalle autorità italiane, per molti l’odissea dell’internamento continuerà anche in Italia a guerra finita. I «redenti», cioè quelli che dopo la disfatta austro-ungarica in Russia si arruolarono nel regio Corpo Italiano di spedizione in Estremo Oriente (Cseo), parteciparono alla repressione bianca contro la rivoluzione russa. Altri, disertando, si arruolarono nell’Armata rossa.

A tutto ciò vanno aggiunte le migliaia di profughi spediti dal Trentino ai «campi di baracche» dell’Alta Austria, tra fame, malattie e ostilità della popolazione locale.

Se in Trentino gli arruolati nell’esercito austro-ungarico furono 60 mila, i volontari che passarono nelle file italiane furono 687, tra i primi dei quali il deputato socialista e ufficiale degli Alpini Cesare Battisti. Se i coscritti furono in gran parte contadini, i volontari «irredentisti» furono per lo più di estrazione borghese.

Gli operai e i contadini sopravvissuti trovarono, al ritorno dal fronte, fame e disoccupazione al posto del lavoro e delle terre promessi. Viceversa, per la classe dominante in generale e per gli industriali degli armamenti in particolare il conflitto fece aumentare vertiginosamente i profitti.

Frutto avvelenato della “Vittoria” e dell’ubriacatura nazionalista fu, di lì a poco, il fascismo. Non a caso, uno dei primi provvedimenti di Mussolini al potere fu la chiusura della assai timida «inchiesta sui profitti di guerra», il che permise agli industriali (in particolare agli Ansaldo, tra i maggiori finanziatori del «Popolo d’Italia» e poi delle camicie nere) di non risarcire nemmeno una lira per le forniture militare di cui avevano gonfiato a dismisura il valore.

Il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrano a Trento, mentre ciò che rimane dell’esercito austro-ungarico si ritira verso nord. L’esercito italiano il 4 novembre è a Salorno, il 6 a Bolzano, il 10 al passo del Brennero. Il comandante in capo sul fronte trentino è il fucilatore di ammutinati Guglielmo Pecori Giraldi.

Se l’«italianizzazione» del Trentino, dove la popolazione tedesca corrisponde al 3,5 per cento, avviene senza grandi resistenze (e senza grandi applausi, tranne quelli iniziali per la fine della guerra), diverso è il discorso per il Sudtirolo, subito ribattezzato «Alto Adige». Qui i tedeschi rappresentano il 90 per cento della popolazione. All’oltranzismo nazionalista di Ettore Tolomei, nominato dal governo Orlando capo dell’«Ufficio di preparazione per il trattamento del germanesimo cisalpino», seguirà la violenza del fascismo nel chiudere scuole di lingua tedesca, nell’italianizzare toponomastica e cognomi tedeschi e nel reprimere ogni pur timida espressione di autonomismo.

In Trentino, invece, sarà la Legione trentina, nata nel 1915 per propagandare l’arruolamento nell’esercito italiano, ad occuparsi di “spiegare” alla popolazione, con lapidi, cippi, opuscoli e musei del Risorgimento, che d’ora in poi avrebbe vissuto in una «terra redenta». La Legione passerà poi il testimone, senza urti di sorta, ai Fasci di combattimento di Achille Starace.

Trento 2018

Da questi rapidi cenni storici si capisce il senso della scelta di Trento come sede della 91° adunata degli Alpini: celebrare la Vittoria della Prima guerra mondiale in una delle terre «redente».

E giustificare, con il mito dell’Alpino solidale e generoso, le attuali guerre a cui lo Stato italiano partecipa in nome della democrazia.

Per questo si sono scomodati il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, altri vertici delle forze armate e i redivivi cappellani militari.

Benché la Preghiera dell’Alpino continui a chiedere a «Dio onnipotente» di rendere «forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana», al tutto bisognava dare un tocco di «pace» e di «riconciliazione».

Se già Saragat nel 1968 aveva rivolto un pensiero a chi era morto con la divisa austro-ungarica, Mattarella quest’anno si è recato al monumento che ricorda i circa 12 mila uomini che con quella divisa sono stati uccisi. Ma, come ha precisato il Capo di Stato Maggiore generale Graziano, «ovviamente siamo qui per festeggiare la vittoria». E questo era il senso della salita di Mattarella al fascistissimo mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trent, inaugurato nel «radioso maggio» del 1935 alla presenza della vedova di Battisti e dei due figli, per l’occasione in camicia nera. A fianco del mausoleo già all’epoca Mussolini voleva un «museo delle truppe alpine». Lo accontenterà la «Repubblica nata dalla Resistenza», che nel 1958 vi inaugurerà il Museo nazionale degli Alpini.

Il punto, ovviamente, non è ricordare i caduti.

Si possono ricordare i caduti con entrambe le divise e non dire nulla contro la guerra, contro chi la volle e ne ricavò lauti profitti.

Anche i socialisti del primo dopoguerra costruivano monumenti ai caduti. Ma con parole come queste: «Morirono per avidità di regnanti/ per gelosia di potenti/ che la terra insanguinata/ fecondi/ odio contro la guerra/ maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono» (queste parole, scritte sul monumento di Gazzuolo in provincia di Mantova, si possono leggere ora solo sui libri, perchè iscrizioni simili furono tutte distrutte dai fascisti).

«Per la pace» non significa nulla. Anche la Campana di Rovereto, inaugurata nel 1925, ha questo nome, ma fu voluta da Antonio Rossaro, prete interventista e poi fedele del duce, affinché «risuonasse e scuotesse i cuori nella solenne rievocazione di tanti eroi scomparsi». O vogliamo parlare del monumento all’Alpino di via Dante, da cui è partito, nei giorni dell’adunata, un percorso pedonale «per la pace»? Quel monumento fu inaugurato nel 1940 da Leonida Scanagatta, cavaliere del Re e squadrista roveretano della prima ora, tra gli assalitori nel 1921 della Camera del Lavoro di piazza Rosmini. Con gli Alpini già schierati a difesa dell’Italia e dell’Impero, quel bronzo era forse un monito «per la pace»?

D’altronde, che durante l’adunata di Trento in gioco non fosse tanto e solo la «memoria» (quale?), era rappresentato in modo evidente e plastico dallo stand dell’Iveco Vehicles Defense con i suoi Lince in piazza Dante e dai mezzi corazzati dell’esercito al (S.) Chiara.

Con quelli non si racconta la storia né si ricordano i caduti. Con quelli si fa la guerra.

Associazione Nazionale Alpini

Il presidente del Museo storico di Trento, cicerone del capo dello Stato durante la visita sul Doss Trent, ha detto che questa adunata è stata meno retorica e militaresca di altre.

Forse lo «storico» non si è accorto che si svolgeva a Trento e non a Bassano.

Qui, nel 1915-1918, gli Alpini hanno sparato contro i «trentini d’Austria». Ed è un po’ più difficile presentare gli 80 trentini caduti «per l’Italia» come eroi e i 12 mila caduti «per l’Austria» come «barbari austriacanti». Comunque, se nella società i discorsi sulla Vittoria, sul martirio di Battisti, sul sacrificio per la Patria sono oggi meno presentabili non è grazie, bensì malgrado l’Ana.

Se fosse per l’Associazione Nazionale Alpini (l’associazione combattentistica più grossa d’Europa), saremmo ancora ai cappellani militari che benedicono i gagliardetti in nome di Dio, della Patria e dell’Impero (e se, per certi aspetti, ci stiamo ritornando, è proprio perchè negli ultimi vent’anni sono diminuite le resistenze nella società).

Qualche esempio lo dimostrerà anche ai più distratti, persino agli «storici» istituzionali.

L’Ana viene fondata a Milano nel 1919. Il primo direttore del suo bollettino ufficiale, ancora oggi stampato e diffuso, «L’Alpino», è Italo Balbo, comandante squadrista e futuro ras del regime.

Il bollettino si caratterizza per un violento anti-socialismo, come si evince dal nono Decalogo del perfetto Alpino: «Ricordati di odiare i nemici di dentro e di fuori anche in pace, come li hai odiati in guerra». I «nemici di dentro» non sono né la monarchia, né la Chiesa, né la borghesia, bensì i «rossi», cioè gli antimilitaristi, i socialisti, gli anarchici.

Durante il regime la retorica dell’Ana ricalca quella di Mussolini, compreso il motto per cui per l’Alpino «niente è impossibile» (ripreso anche per l’adunata di quest’anno…).

Con la Resistenza, si dirà, cambia tutto. Spostiamoci allora negli anni Cinquanta.

Quando, nel 1959, esce e viene premiato alla Mostra del cinema di Venezia La grande guerra di Mario Monicelli, i vertici dell’Ana e 2350 ex cappellani militari scrivono una lettera di protesta contro un film che, narrando le vicende di due soldati «imboscati» che si «redimono» solo perchè offesi in quanto italiani da parte di un ufficiale austro-ungarico prima della fucilazione, ha lo scopo di «oltraggiare tanta generosa im- molazione offerta all’onore dell’Italia e alla sua salvezza». A sostenere la difesa dell’eroismo militare si schierano, oltre ai deputati missini, le firme più prestigiose del giornalismo italiano (compreso qualche «antifascista»).

Anche durante la polemica di Lorenzo Milani contro i cappellani militari («reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri»; «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», scriveva, come è noto, nel 1965 il prete di Barbiana), l’Ana si scaglia contro la «vigliaccheria» della diserzione e dell’obiezione di coscienza.

Ma poi ci fu il ’68, si dirà.

E proprio quell’anno, a Trento, alcuni studenti di Sociologia si lanciarono contro l’auto di Saragat durante l’adunata degli Alpini con un cartello che diceva «600.000 morti inutili».

Certo, ci fu il ’68, la riscoperta dei canti proletari contro la guerra, le ricerche di Mario Isnenghi, gli archivi di scrittura popolare… Ma non per gli Alpini, fedeli nei secoli.

Ancora nel 2015, sul mensile dell’Ana la Prima guerra mondiale è sempre l’eroico compimento del Risorgimento: «riprovevole» la diserzione, «inaccettabile» l’obiezione fiscale alle spese militari. Quando un prete, dalle parti di Vittorio Veneto, si rifiuta di recitare la militarista Preghiera dell’Alpino, l’Ana risponde che «Dio fu con loro» e di «questi uomini furono degni di Dio». Può bastare?

Storici

A partire dagli anni Settanta, fra Rovereto e Trento è nata una generazione di storici attenti alla scrittura popolare e alla storia dal basso. A loro si devono studi e ricerche importanti sui contadini in guerra, sulla contro-memoria, sulle forme di opposizione sociale.

Seguendo i nessi storici dello sfruttamento, ad esempio, troviamo pagine significative su come la meccanizzazione della guerra abbia profondamente cambiato il paesaggio alpino, aprendo le porte al successivo turismo di massa. Ora, si può dire che, con qualche rara e onesta eccezione, questi storici siano affetti da ciò che si potrebbe chiamare schizofrenia opportunistica. Più volte, infatti, li abbiamo ritrovati a fare da appendice a convegni e manifestazioni in cui si sostiene l’esatto contrario di quanto si può trovare nei loro libri, quando non ad assumersi in proprio l’onere di contribuire al mito dell’Alpino.

Consapevoli, tra l’altro, che la memoria collettiva è fatta molto più di monumenti, discorsi mediatici, film, adunate e canzonette che non di storiografia (altrimenti del buon Alpino non rimarrebbe più traccia!). Questo per dire una cosa molto semplice: sono le lotte a cambiare i dibattiti, non gli storici.

Scritte, sassi, sabotaggi e luci spinte

E veniamo ora a quella che si potrebbe chiamare una piccola, minuscola “adunata dei refrattari” (per richiamare il titolo del giornale fondato negli Stati Uniti dall’anarchico

Luigi Galleani).

Quando si tratta del mito intoccabile dell’Alpino, basta poco per creare scandalo.

Reazioni indignate hanno accolto la sparizione di un po’ degli onnipresenti tricolori e il danneggiamento di qualche striscione di “benvenuto” ai cappelli piumati.

Tra l’8 e il 9 maggio si è tenuta, all’interno della facoltà di Sociologia, una due giorni contro la guerra.

Fuori della Facoltà, che per una notte è stata anche occupata, campeggiavano due striscioni: uno per chiarire che «la rivolta non è un’arma da museo» e l’altro contro gli Alpini.

Occorre ricordare che esattamente cinquant’anni fa quella Facoltà fu occupata per settimane e che alcuni studenti vicini a Lotta Continua contestarono platealmente l’adunata degli Alpini (in seguito a quella contestazione, in città si scatenò da parte dei cappelli piumati una vera e propria caccia «al sociologo» con veri e propri pestaggi, in cui vennero coinvolti, in quanto «rossi», persino degli innocui militanti del Pci).

Tutte cose che le mostre storiche istituzionali sul ’68 a Trento ricordano. Ma si sa che le lotte possono essere elogiate dai loro recuperatori istituzionali solo quando… sono morte e sepolte. Che un corpo militare (questo sono gli Alpini, tutt’ora ben presenti in Afghanistan, in Libano, in Libia…) venga definito «assassino», come hanno fatto manifesti e scritte apparsi a Rovereto, a Trento e a Bolzano, dovrebbe essere quasi una constatazione.

Che tra gli iscritti all’Ana ci sia per lo più gente che non ha mai partecipato a guerre e ricorda con il proprio cappello in testa solo di aver fatto orgogliosamente la naja, non cambia nulla.

Anzi.

È proprio questo diffuso sentimento di appartenenza nazional-patriottica che inquina e mistifica.

Se a Trento avessero sfilato solo ufficiali e soldati di professione la natura militarista dell’adunata sarebbe stata più evidente. Ma l’Ana ‒ a differenza, poniamo, della Lega proletaria dei reduci e mutilati di guerra ‒ è stata fondata da interventisti e nazionalisti, il cui scopo non era far pagare la guerra a chi l’aveva voluta, bensì attaccare chi vi si era strenuamente e coraggiosamente opposto.

In tal senso, figure come quella di Battisti sono state molto più nocive per il campo proletario di quelle di un Marinetti o di un D’Annunzio. La retorica del Risorgimento compiuto attraverso la Prima guerra mondiale, tipica dell’interventismo democratico e poi del fascismo, la ritroveremo negli accenti patriottici della Resistenza e nella propaganda dell’Anpi degli anni Cinquanta.

Nella stessa notte in cui la facoltà di Sociologia veniva occupata, è stato preso a sassate da anonimi antimilitaristi un punto vendita degli Alpini. La titolare del negozio, a cui il presidente della Provincia in persona ha portato un mazzo di fiori in segno di scuse, ha affermato che non le era mai capitato nulla di simile nelle tante adunate a cui ha partecipato. E ha aggiunto, per sottolineare la natura inqualificabile di quei sassi, che la propria azienda fornisce le divise alle forze amate e alle forze di polizia.

A proposito di «violenza», sarà il caso di notare che quelle divise hanno degli uomini dentro, dotati di armi, scudi e manganelli che hanno colpito e colpiscono manifestanti, scioperanti, immigrati e inermi popolazioni civili.

Il pomeriggio precedente l’adunata, ignoti hanno tagliato i cavi e distrutto i led che alimentavano il cappello illuminato di Villa Lagarina, «uno dei più grandi mai realizzati», come ci informano i giornali. È rimasto spento per una giornata.

Nella notte precedente l’adunata, dei sabotaggi hanno colpito le centraline elettriche e i cavi di alimentazione sulla linea ferroviaria del Brennero e su quella della Valsugana. I giornali dicono che sono stati incendiati anche i cavi della Trento-Malè, senza tuttavia causare blocchi o rallentamenti.

Complessivamente, gli incendi hanno provocato la soppressione di una trentina di treni e consistenti ritardi fino al pomeriggio del giorno dopo. Questo sabotaggio ha dato particolarmente fastidio perchè strideva non solo con il clima di dichiarata unanimità a favore dell’adunata (l’unanimismo a pretese totalitarie non permette smagliature), ma anche con l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi ed elogiato dai giornali: centrale operativa comune alle diverse forze di polizia, nuclei «antiterrorismo», tiratori scelti sui tetti, elicottero…

Reazione

I limiti dell’insulto democratico. Titoli di giornali, editoriali e prese di posizione politiche o questurine hanno fatto emergere lo sforzo di raschiare il fondo del barile degli epiteti di riprovazione. I gesti di contestazione, in particolare i sabotaggi, e gli anarchici per estensione, sono stati definiti «scemi», «ignoranti», «deliranti», «mentecatti», «deficienti», con l’aggiunta cautelativa di «isolati» e di «quattro gatti».

L’ineffabile questore D’Ambrosio ha parlato di «gente senza storia né memoria». Poi, essendo quasi finita la rosa dell’insulto politicamente corretto, ha aggiunto: «reietti» (improbabile, nel suo caso, la suggestione de I reietti dell’altro pianeta della romanziera anarchica Ursula Le Guin).

Sarà il caso di far notare al questore che gli anarchici sono stati tra i più fermi oppositori della Prima guerra mondiale, avversari coerenti e risoluti dei Mussolini, dei Battisti, dei Corridoni, e che erano già attivi in questo Paese settantanni prima che nascesse la Repubblica che gli paga lo stipendio?

Se è stata una bella gara reazionaria quella di urlare alla repressione e di esprimere solidarietà agli Alpini «portatori di pace e solidarietà», le più viscide mistificazioni sono arrivate, come al solito, da sinistra.

Solo il presidente del Consiglio provinciale Dorigatti (PD) e il presidente provinciale dell’Anpi Cossali (PD) hanno parlato, a proposito dei sabotaggi ferroviari, di «minacce terroristiche» e di «atti di stampo terroristico, che mettono a repentaglio la vita dei cittadini». Peccato che sugli stessi giornali i tecnici di RFI impegnati nel ripristino delle linee dichiarassero: «In realtà non c’è stato pericolo per gli eventuali passeggeri in quanto automaticamente, al momento del danneggiamento della centralina, i semafori diventano rossi e quindi eventuali treni in transito bloccano la loro corsa». L’unica cosa «dei cittadini» che viene messa «a repentaglio», in questo fiume di maldestre menzogne, è il più basilare senso critico.

Se Cossali, ex «leader di Lotta Continua», difendendo gli Alpini che i suoi stessi compagni contestavano cinquant’anni fa dimostra semplicemente quanto popolato sia il mondo dei voltagabbana, in quanto presidente dell’Anpi segue invece una via tutt’altro che incoerente. Su «Patria indipendente», il quindicinale dell’Anpi fondato nel 1952, costante quanto mistificatorio è il parallelo tra gli Alpini del ’15-’18 e i partigiani del ’43-’45. E nelle polemiche degli anni Cinquanta contro la Democrazia Cristiana, con cui lo stalinismo voleva competere sul terreno nazional-patriottico, De Gasperi veniva definito… «austriaco».

Per quanto ci riguarda preferiamo ricordare il socialista e poi anarchico Emilio Strafelini di Rovereto, il quale nel 1914 disertò dall’esercito austro-ungarico non per passare a quello italiano, ma per darsi anima e corpo alla propaganda antimilitarista e internazionalista.

Così come facciamo nostre le parole di un manifesto del 1916 firmato i senza patria: «Ai Battisti, ai Corridoni ecc. ecc. caduti per una patria, per un re, per un militarismo, noi contrapponiamo il sacrificio fecondo di Bresci, di Caserio, di Angiolillo, di Adler. … Viva la rivoluzione sociale ‒ A morte i tiranni d’Europa».

A proposito di degrado

Per l’adunata è stata sospesa l’ordinanza comunale che vieta di bere alcol nei parchi.

Ciò che, fatto da studenti o immigrati o senza fissa dimora era fino al giorno prima «degrado», è stato trasformato da trecentomila Alpini in «festa», «amicizia», «solidarietà».

Se un qualsiasi corteo o altra iniziativa non istituzionale avesse lasciato strade e piazza cento volte meno lerce di rifiuti dietro il proprio passaggio, il coro dei benpensanti avrebbe tuonato per giorni, chiedendo il pugno di ferro contro gli «incivili».

Invece, trattandosi di Alpini, nessuna critica.

Per diversi abitanti, tagliati fuori dalle loro strade abituali, l’adunata ha provocato un disagio assai più duraturo di quello causato ai passeggeri dei treni rimasti fermi il primo giorno per via dei sabotaggi. Gli unici a trarre profitto da queste tre giornate, oltre ai politici e ai militari, sono stati i commercianti del centro, il cui giro d’affari è aumentato esponenzialmente. Per questo erano tutti animati dal senso di Patria (che guarda caso coincideva con i loro interessi di bottega).

Per avere un esempio al contrario, bastava farsi un giro a Riva del Garda. Dal momento che albergatori, ristoratori e commercianti vivono grazie ai turisti tedeschi, lì di tricolori ce n’erano davvero pochini. Meno patrioti i rivani?

Ultima nota, più seria. Un collettivo femminista e diverse donne hanno denunciato l’atteggiamento sessista e molesto da parte di gruppi di Alpini avvinazzati: apprezzamenti viscidi e palpeggiamenti. Di questa «goliardia» tutta maschile e militare c’era anche un corrispettivo dichiarato: il torneo di miss alpina bagnata, che consisteva nell’annaffiare con la birra la ragazza trentina «più carina». Un giornale ha anche parlato dell’arrivo in città di qualche centinaio di prostitute straniere per l’occasione.

Italiani brava gente. Come si può vedere, anche senza bombardamenti, le divise portano con sè sempre il proprio mondo.

Un mondo che fa schifo. Un mondo da sabotare. 14 maggio 2018

romperelerighe

romperelerighe.noblogs.org

Bibliografia minima

‒ Ernesto Rossi, I padroni del vapore. La collaborazione Fascismo-Confindustria durante il Ven- tennio, Kaos, Milano, 2001
‒ Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BSF, Pisa, 2014

‒ Ugo De Grandis, Guerra alla guerra! I socialisti scledensi e vicentini al “processo di Pradama-no” (luglio-agosto 1917), Schio, 2017
‒ Quinto Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie, Donzelli, Roma, 2018

Congresso mondiale delle famiglie: il Circo Barnum del regresso

Da MicroMega 25 Marzo 2019 dc:

Congresso mondiale delle famiglie: il Circo Barnum del regresso

di Adele Orioli

Si scrive Congresso mondiale delle famiglie si legge intolleranza e inciviltà. Molti occhi sono puntati su Verona dove per il prossimo fine settimana si terrà un apparentemente innocuo consesso dall’altrettanto apparentemente rassicurante titolo di Congresso mondiale delle famiglie, organizzato annualmente in varie parti del globo dall’Organizzazione mondiale per la famiglia (IOF), lobby cristiana statunitense sorta con il dichiarato scopo di “unire e dotare i leader di tutto il mondo di strumenti per promuovere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

Dove per famiglia naturale, casomai ci fossero dubbi, è da intendersi esclusivamente “l’unione di un uomo e una donna in un’alleanza permanente suggellata col matrimonio” e dalla quale deriva evidentemente la netta condanna di tutto ciò che non ne sia pienamente conforme.

D’altronde la stessa nascita dell’Iof, consacrata a Praga nel 1997 con la prima edizione di questo Congresso, prometteva male: da una sinergia tra il white nationalism americano e il suo omologo russo, in particolare dalle prime elaborazioni di Allan Carlson, reganiano di ferro, Anatoly Antonov e Viktor Medkov che identificano nella rivoluzione sessuale e femminista la causa della crisi demografica occidentale, evidentemente non sono nati diamanti.

Le donne (bianche) non sono più le incubatrici di una volta, urge correre ai ripari e riunire sotto la stessa egida quante più lobbies e quanto più conservatrici (ultrà conservatori, per usare la definizione di Ulrika Karlsson, del Forum parlamentare europeo sulla popolazione e lo sviluppo) possibili. Detto fatto, e anche se con qualche interruzione e qualche battuta di arresto, grazie anche a ingenti donazioni, si mormora filogovernative russe, il Wfc è pronto a sfoderare la sua pletora di oscurantismi questa volta in salsa scaligera.

Va detto che per quanto la preminenza resti al fondamentalismo cristiano, spinte probabilmente dall’adagio del “il nemico del mio nemico è mio amico”, anche retrograde componenti di religione ebraica e islamica si sono man mano aggiunte al consesso, affinando le armi non solo propriamente retoriche contro tutto ciò che non sembra, o peggio che non vuole, corrispondere a una rigida visione omofoba, sessista e patriarcale dei rapporti socio affettivi. Iniziative brillanti come il pieno appoggio alla legge russa sulla propaganda gay del 2013 (più correttamente, Legge per lo scopo di proteggere i bambini dalle informazioni che promuovono la negazione dei valori tradizionali della famiglia) o della criminalizzazione dell’omosessualità in Uganda hanno fatto guadagnare al Wfc l’inserimento nella lista dei gruppi d’odio da parte delle maggiori associazioni a tutela dei diritti umani e lgbtq.

D’altronde basta buttare un veloce sguardo agli ospiti internazionali attesi dalla città di Giulietta per capire come tiri una brutta, bruttissima aria, e come il vento del cambiamento, per citare lo slogan scelto dallo stesso Wfc sia in realtà un miasma oscurantista e aberrante nella sua tranquilla sfacciataggine negazionista dei diritti umani.

Si va dal patriarca ortodosso Dimitri Smirnov (“chi sostiene l’aborto è un cannibale” e “l’omosessualità è contagiosa come la peste” tra i suoi aforismi migliori) a Igor Dodov, quel presidente della Moldavia che per festeggiare la suprema carica ha pensato bene di chiosare con un “Non ho mai promesso di essere il presidente degli omosessuali, avrebbero dovuto eleggere il loro presidente”. Dalla croata Zeljka Markic, promotrice del referendum che ha escluso nel suo Paese il matrimonio samesex e che preferirebbe dare un figlio ad un orfanotrofio piuttosto che a una coppia omosessuale, alla nigeriana Theresa Okafor che considera il preservativo “una trappola, esportata in Africa per soffocare la vita”.

Dalla parlamentare ugandese che sostiene la pena di morte per il reato di omosessualità allo stesso fondatore Carlson, che ringrazia i partecipanti “a questa crociata morale e sociale”, fino al presidente del Iof, Brian Brown, accanito sostenitore delle terapie riparative o di conversione.

Il Gotha del fondamentalismo integralista religioso, il Circo Barnum del regresso.

Ma ancora non si è detto delle illustri presenze nostrane. In prima fila la proctologa Silvana de Mari, quella che ritiene il sesso anale rito iniziatico al satanismo e che è stata condannata per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa delle persone Lgbti. Non ultimo, il portavoce di Pro Vita, Alessandro Fiore casualmente figlio di quel Roberto leader di Forza Nuova.

Ma, soprattutto, gli esponenti istituzionali. E qui è uno dei veri nodi del problema, perché il Wfc è un problema. È lecito per uno Stato che si dice democratico, che si suppone laico o quantomeno pluralista, appoggiare istituzionalmente un gruppo che nega il diritto all’aborto e in generale all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva, che fomenta l’odio, che pratica l’omofobia, che finanzia falsi studi per dimostrare la correlazione tra matrimonio egualitario e pedofilia o tra aborto e cancro al seno, che considera l’emancipazione femminile un danno sociale?

No, ovviamente. A meno che il suddetto Stato non sia il nostro.

E allora schieràti fra gli ospiti abbiamo il ministro dell’Interno Salvini, il ministro della famiglia rigorosamente al singolare Fontana, il ministro dell’Istruzione Bussetti.

E ormai quasi poco importa il ridicolo balletto dei patrocini: revocato ufficialmente quello della Presidenza del Consiglio, dopo peraltro migliaia di firme raccolte dalla petizione lanciata da All out e un coro non indifferente di polemiche, rimane quello del ministro senza portafoglio Fontana, quello della Regione Veneto, quello della Provincia di Verona e, in impulso di solidarietà, quello della regione Friuli Venezia Giulia (che, come ironicamente commentato sul web, d’ora in poi si chiamerà solo Friuli Venezia che in omaggio ai principi del Wfc Giulia è rimasta a casa a lavare i piatti).

Poco importa il pallido tentativo di smarcamento della componente gialla del governo bicolor, anche se va sottolineato che fra organizzatori e ospiti stiamo parlando di persone direttamente responsabili della severa negazione di diritti altrui, di discriminazioni e in taluni casi di vere e proprie persecuzioni. Un po’ troppo, per dei semplici sfigati come sostiene che siano un sottovalutante Di Maio.

Una passerella grondante odio e anche letteralmente sangue: nel mondo, più di dieci i Paesi che puniscono con la morte la blasfemia, un terzo del totale considera a vario titolo l’omosessualità un reato.

Persino la Chiesa Cattolica, dotata di un ottimo livello di equilibrio egoista, si è smarcata, a suo modo, dal Wfc tramite il segretario di stato vaticano Parolin, peraltro ospite della passata edizione. Preoccupati, dicono, dal rischio dell’uso strumentale di valori per obiettivi politici, condividono la sostanza ma non il metodo. E sulla sostanza, come smentirli? D’altronde tra un cannibale abortivo o un sicario alla Bergoglio tanta differenza non sembra in effetti passare. Sul metodo, diamo atto alle gerarchie ecclesiastiche, pontefice massimo in testa, di avere un utilizzo decisamente più raffinato della metafora e della parafrasi.

Tutto qui? No, per fortuna no. Perché c’è anche un’altra Verona e un’altra Italia. E per la prima volta al Wfc si opporrà una vera e propria sinergia di piazza tra associazioni e movimenti nazionali e internazionali, quell’insieme di società civile che l’oscurantismo non lo avalla e non lo accetta, che guarda avanti e non indietro, che è pronta per il rispetto e il riconoscimento delle differenze, che “naturale” considera l’autodeterminazione e non dogmi retrivi o visioni patriarcali della società.

L’Uaar e l’IPPFEN (International Planned Parenthood European Network) in collaborazione con Rebel Network insieme a una vastissima rete di associazioni e movimenti hanno organizzato un convegno per il 30 marzo, presso l’Accademia dell’agricoltura, lettere e scienze, uno spazio di riflessione comune che porterà poi al corteo previsto nel pomeriggio e organizzato dal collettivo femminista Nudm (Non Una Di Meno).

Ora più che mai è necessario coagulare le forze contro questo tornado oscurantista che seriamente rischia di minare diritti conquistati con fatica nel corso di anni se non secoli e diritti ancora lontani dall’essere pienamente riconosciuti e tutelati. Perché saremo anche a Verona, ma non restiamo al balcone.

Perché non possiamo non dirci anticlericali

Da Micromega

Perché non possiamo non dirci anticlericali

 

di Carlo Troilo

Anche quest’anno l’anniversario del Concordato – pur essendo particolarmente importante perché è il novantesimo – rischiava di passare pressoché inosservato e di ridursi a qualche notizia di cronaca sulla patetica cerimonia che ogni anno vede i vertici delle istituzioni italiane nazionali (presidenti dei due rami del Parlamento, capo del governo e ministri a vario titolo competenti) e locali (presidente della Regione Lazio e sindaco di Roma) recarsi alla ambasciata italiana presso la Santa Sede per incontrare le più alte gerarchie del Vaticano e “festeggiare” quel Concordato clerico-fascista che ha ridotto la laicità dello Stato ed ha regalato alla Chiesa privilegi economici scandalosi: il prezzo pagato dal Duce per ottenere la legittimazione della sua dittatura da parte di un Vaticano che aveva “rimosso”, fra le altre vergogne del fascismo, anche l’uccisione di un coraggioso prete antifascista, don Giovanni Minzoni, massacrato a bastonate dai sicari di Italo Balbo il 23 agosto del 1923.
Un Concordato che andrebbe abrogato o quanto meno profondamente modificato, come in parte era avvenuto con la revisione Craxi-Casaroli del 1984: una buona revisione subito neutralizzata perché lo stesso governo Craxi – ed ancor più i governi successivi – hanno di fatto annullato, con una serie di leggi pro-Vaticano, i progressi fatti con quell’accordo.

Per questo, mi sono fatto promotore di un “appello” – firmato fino ad oggi (prima ancora di essere reso pubblico) da 200 esponenti della cultura o militanti per i diritti civili – in cui si chiedono tre cose:

– Abolizione dell’ora di religione.

– Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.

– Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

“Tre provvedimenti ‘facili’ – conclude l’appello – in attesa di trovare le soluzioni giuridiche e le condizioni politiche per rimettere profondamente in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, volta ad impedire la conquista di nuovi diritti civili”.

Nei numerosi colloqui che ho avuto con amici e conoscenti per indurli a firmare l’appello ho ricevuto spesso due raccomandazioni, che qui riassumo.

La prima è quella di non attaccare “i cattolici” ma solo le gerarchie vaticane. E su questa sono d’accordo, ed anzi mi pento di non avere inserito nell’appello un accenno al ruolo positivo svolto da tante associazioni cattoliche operanti nel sociale. Cercherò di rimediare nel corso delle iniziative che seguiranno alla pubblicazione dell’appello.

La seconda è quella di evitare di apparire anticlericale. Su questa non sono d’accordo, e provo a spiegare perché. Lo faccio anche come dirigente della “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica” che si batte, oltre che per la ricerca, per i diritti civili, in particolare sul tema delle scelte di fine vita. Su entrambi questi terreni, infatti, il nemico da battere è rappresentato innanzitutto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che sulla libertà della ricerca, e più in generale del pensiero, si sono espresse da secoli con i tribunali ed i roghi (Galileo Galilei e Giordano Bruno sono i casi più clamorosi). E continuano incessantemente nella loro azione oscurantista, come dimostrano fra l’altro le battaglie su cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro e contraccezione.

Il Vaticano è stato da sempre il nemico da battere per consentire la conquista di nuovi diritti civili e poi – una volta conquistati – per assicurare la concreta possibilità di fruire di quei diritti (la vicenda degli obiettori di coscienza è il caso più vistoso di “sabotaggio” di una legge dello Stato da parte del Vaticano e delle sue potenti strutture ospedaliere).

Lo sa bene un ottantenne come me, che è stato impegnato da giovane nelle campagne per il divorzio e per l’aborto e, in anni più recenti, in quella per il Testamento Biologico e per la legalizzazione della eutanasia.

Voglio ricordare in particolare la durissima battaglia portata avanti dal Cardinale Ruini – per venti anni onnipotente presidente della CEI – con una entrata a gamba tesa nella politica italiana per far mancare il quorum nel referendum per l’abolizione della legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che aveva introdotto una serie di divieti inumani, al punto di configurarsi come una legge contro la PMA. Ma lo stesso scontro si è verificato per le unioni civili, che l’Italia ha riconosciuto venti anni dopo i PACS francesi.

A queste mie osservazioni la risposta più frequente è l’invito a considerare la grande apertura di Papa Bergoglio ed il suo impegno umanitario.

Purtroppo, non condivido affatto il diffuso entusiasmo per il Papa argentino, anche senza considerare i dubbi espressi da alcuni giornalisti del suo paese sulla sua convivenza con la spietata dittatura del generale Videla.

Papa Francesco, a mio avviso, è abile come tutti i gesuiti nel dire e nel non fare. Tre esempi per dare concretezza a questa mia valutazione.

Lo sfarzo del Vaticano. Per alcune sue scelte iniziali Francesco fu subito definito “il Papa della austerità” da una stampa sempre benigna – e spesso servile – con il Vaticano. Ma dinanzi ad uno scandalo come quello dell’attico del cardinale Bertone – ristrutturato a caro prezzo anche con soldi destinati ai piccoli malati del Bambin Gesù – non risulta che il Papa sia intervenuto (almeno pubblicamente). Né ci sono altri segnali di un minore sfarzo fra le alte sfere ecclesiastiche. Mi colpiscono ogni volta le vetrine dei due negozi di abbigliamento per alti prelati nei pressi del Pantheon: haute couture per i seguaci di Cristo in una Italia con cinque milioni di poveri.

La pedofilia nella Chiesa. Prima di Francesco, non ricordo alcun Papa così spietatamente determinato – sempre a parole – nel combattere la pedofilia nella Chiesa e soprattutto gli alti prelati accusati di aver protetto i preti pedofili alle loro dipendenze. In questo caso il contrasto fra il dire e il fare è stato davvero clamoroso e particolarmente vergognosa la scarsissima attenzione della stampa italiana. La vicenda più clamorosa è quella del Cardinale australiano George Pell. Bergoglio lo volle a capo del neonato Dicastero economico, che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano. E la nomina avvenne benché fossero già note le accuse che la Magistratura australiana muoveva a Pell, chiedendone invano l’estradizione. Un tira e molla durato anni, finché Pell non ha più potuto evitare di rientrare in patria per affrontare il processo e le nuove accuse di due suoi connazionali che affermano di essere stati abusati dallo stesso Pell: con successiva condanna del Cardinale (nel dicembre scorso) che diverrà definitiva dopo una nuova fase processuale in primavera. Non è stata invece una scelta di Bergoglio ma di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano quella di aiutare il Cardinale di Boston Bernard Law chiamandolo in Vaticano e nominandolo Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Law è stato reso tristemente famoso dal film “Spotlight” e si è sottratto grazie al suo ruolo in Vaticano alla giusta condanna che lo attendeva negli Stati Uniti. Quando è morto, pochi giorni prima dello scorso Natale, il Vaticano ha deciso di dedicargli solenni funerali in san Pietro e Papa Bergoglio ha scelto – a mio avviso del tutto inopportunamente – di parteciparvi.

Il dramma dei migranti. A Papa Bergoglio vanno riconosciute molte e decise prese di posizione a favore della accoglienza dei migranti. Prese di posizione che sembrarono destinate a tradursi in fatti concreti nel settembre del 2015 quando il Papa, in un solenne discorso, invitò tutte le parrocchie italiane ad ospitare almeno una famiglia di migranti. Poiché le parrocchie in Italia sono 25mila, avrebbero trovato ospitalità circa 100mila migranti. In pratica, il problema della loro accoglienza sarebbe stato risolto per anni. Purtroppo, secondo recenti inchieste giornalistiche, quasi nessuna parrocchia ha accolto migranti. Né risulta che il Papa sia tornato con forza sull’argomento, non fosse che per riaffermare la sua autorità. Per non dire che nella vicenda della nave Diciotti – dopo l’inumano comportamento del nostro ministro degli Interni – i 10 migranti (sottolineo: dieci) “assegnati” all’Italia sono stati ospitati non dalla Chiesa Cattolica ma da quella Valdese.

Una notazione finale: è noto che in Italia i ginecologi che praticano l’aborto sono circa il 20%, mentre tutti gli altri sono obiettori di coscienza: alcuni per convinzione, altri per convenienza (è più piacevole dedicarsi ai parti che agli aborti), altri ancora (i tanti che lavorano nelle strutture ospedaliere cattoliche) per ovvia necessità.

Sono dunque dei medici che fanno la scelta più difficile e dolorosa. Ma lo fanno, oltre che per personale convinzione, per obbedire ad una legge dello Stato, che dopo 40 anni è riconosciuta come una delle migliori al mondo e che ha ridotto di molto il numero degli aborti che si verificavano quando abortire era reato. Ebbene, Bergoglio non ha esitato a definirli “sicari”. E ancora una volta il silenzio – o le rare e flebili proteste – hanno dimostrato come il Vaticano ed i Papi siano praticamente intoccabili. Ho detto “i Papi”, ma aggiungo “e i Cardinali”, ricordando solo una delle scelte a mio giudizio vergognose di uno di loro, il Cardinale Ruini, che negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, benché li chiedessero la moglie Mina, la madre e la sorella di Welby, tutte credenti e praticanti. Una pagina di crudeltà che appare ancor più ingiustificabile e feroce se si pensa che pochi giorni prima della morte di Welby nella Cattedrale di Santiago del Cile erano stati celebrati – presenti diversi Cardinali – i solenni funerali di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia del secolo scorso.

Per tutte queste ragioni sono e mi dichiaro anticlericale. E ricordo il mio nonno paterno – medico condotto in un paesino delle montagne abruzzesi, vecchio liberale mangiapreti – che trascorreva qualche ora degli interminabili inverni componendo filastrocche conto i preti. Una la ricordo ancora:

Sono preti e tanto basta

Sono tutti di una pasta

E guardarsene bisogna

Come fossero la rogna.

Ma per rifarmi ad una fonte più autorevole, provo a parafrasare il titolo di un famoso libro di Benedetto Croce: “Perché non posso non dirmi anticlericale”.

(28 gennaio 2019)

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

Su MicroMegaa il 21 Febbraio 2019 dc:

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

di Matteo Gemolo

A Ginevra è stata di recente confermata con un referendum la legge sulla laicità che vieta ai funzionari pubblici di esibire simboli religiosi nell’esercizio delle loro funzioni. Una norma di buon senso eppure fortemente contrastata dalle forze politiche di sinistra che, annebbiate da un malinteso multiculturalismo, hanno perso completamente la barra della laicità e dei diritti.

Col 55,05% dei voti favorevoli, attraverso un referendum domenica 10 febbraio Ginevra ha dato la propria benedizione alla nuova legge sulla laicità (LLE 11764), voluta e approvata nel maggio del 2018 dal Consiglio di Stato. Dopo due anni di approfondimenti e studi da parte della Commissione dei diritti dell’uomo e sotto l’impulso in particolare del magistrato e consigliere liberale Pierre Maudet, gli 11 articoli che compongono questa legge si ripromettono di aggiornare e ricontestualizzare la precedente normativa che Ginevra aveva adottato agli inizi del ‘900 e rivisto l’ultima volta nel 2012.
La legge del 2018 si staglia sul panorama multiculturale svizzero attuale con l’obiettivo chiaro e netto di osteggiare la sempre più forte diffusione di fenomeni in contrasto col convivere democratico, quali radicalismo, fanatismo, proselitismo e comunitarismo religioso.
In modo particolare, questa legge rappresenta un passo importante proprio nel processo di secolarizzazione della Svizzera stessa, la cui carta costituzionale (vale la pena ricordarlo) si apre ancora con l’originario motto risalente al 1848: “Au nom de Dieu tout-poussant”, retaggio di un passato calvinista mai realmente dimenticato. Se, da un lato, la Costituzione federale della Confederazione svizzera enuncia esplicitamente principi come la libertà di coscienza e di culto, dall’altro, quella stessa carta non impone una neutralità religiosa che altre democrazie nel continente europeo hanno ritenuto necessario implementare (prima fra tutte la Francia), lasciando di fatto aperta la possibilità ai singoli cantoni di determinare la propria religione “ufficiale”. Non stupirà dunque constatare che tra tutti i 26 cantoni svizzeri, le sole Ginevra e Neuchâtel rimarcano in Costituzione la propria natura “laica”.
Come enunciato in testa al progetto di legge, gli obiettivi dell’LLE 11764 sono i seguenti: 1) proteggere la libertà di coscienza, di credenza e non credenza; 2) preservare la pace religiosa; 3) definire la cornice appropriata alle relazioni tre le autorità e le organizzazioni religiose.

 

Gli articoli 2 e 3 definiscono la “neutralità religiosa dello Stato” e rimarcano il seguente principio: “Lo Stato è laico. Esso osserva una neutralità religiosa. Non finanzia né sponsorizza alcuna organizzazione religiosa.” Sulla falsariga di questi primi tre articoli, i restanti 8 precisano come questa laicità “teorica” si possa e debba concretamente esplicitare.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non tutte queste norme hanno entusiasmato i sedicenti progressisti seduti nel ramo sinistro del parlamento ginevrino.
Alcune di esse, in particolare l’articolo 6 e 7, hanno dato aria all’ennesima tromba “islamofobica”, suonata in perfetta sincronia dai soliti rappresentati delle comunità religiose e, come da copione un po’ più stonati, anche dai membri del Partito Socialista, dei Verdi e di Ensemble à gauche. Ad essere contestate sono le misure che impongono una rinnovata neutralità religiosa, obbligando i funzionari in contatto col pubblico e gli eletti dei consigli cantonali e municipali a non ostentare alcun simbolo religioso durante l’esercizio delle proprie funzioni.
Dunque: via le grosse croci appese al collo, via kippah e via pure i veli… ma mentre per quel che riguarda i primi due casi, la sinistra ginevrina non sembra aver lamentato alcun attentato alla libertà religiosa (con buona pace dei vari cattolici ed ebrei ortodossi in città), un gran baccano si è creato intorno alla tanto vessata questione del velo islamico.
Tra le varie voci, il socialista Cyril Mizrahi ha rimarcato sprezzante quanto questa nuova legge sulla laicità, al contrario della precedente del 2012, tenda ad “imporre la laicità a tutti”, rappresentando una “negazione del fenomeno religioso” tout court. Come se “negare il fenomeno religioso” ed “imporre la laicità” in quello stesso spazio pubblico in cui cittadini si recano per ricevere dei servizi da parte dello Stato (comuni, scuole ecc.), rappresentasse un fatto antidemocratico e liberticida.
La socialista Carole-Anne Kast ha rincarato la dose con queste preoccupanti parole: “Se passerà la legge, sarò costretta a separarmi da cinque donne che indossano il velo. (…) Queste donne aiutano i bambini a scuola o si prendono cura di loro dopo la scuola. Cosa dirò ai genitori?”
Tra le fila di una certa sinistra dal laicismo a giorni alterni si dà ormai per scontato che quelle donne non potranno che scegliere di tenersi il velo; si dà ormai per consumato lo scontro tra laicità e comunitarismo e nel farlo la si dà vinta di fatto a quell’idea razzista, bigotta e coloniale che vuole rappresentare le donne musulmane come appartenenti ad una comunità religiosa incapace di trasformarsi, evolvere e mettersi in discussione.
Quello che sembra non venire colto da coloro i quali continuano a confondere i diritti degli individui con i diritti delle comunità è che, al contrario di alcune pratiche comunitariste sul corpo delle donne realmente violente, l’esercizio della laicità richiesto ai rappresentati pubblici in questa nuova legge non ha un carattere invasivo, non amputa e non recide, non lede in alcun modo la persona, né tanto meno priva l’individuo della libertà di professare il proprio culto.
La rimozione di un velo o di un kippah dalla testa di chi rappresenta lo Stato è meramente temporanea e segue questo basilare principio: vi è il diritto del cittadino a vedersi garantita una neutralità religiosa nello spazio pubblico che precede ed è prioritario rispetto al diritto dei singoli funzionari pubblici e rappresentati delle istituzioni di vestirsi come diavolo gli pare.
Una questione seria ed incredibilmente attuale si apre dunque di fronte a noi: perché lasciare ai soli fedeli religiosi la possibilità di ostentare i propri simboli mentre quella stessa libertà non viene concessa, per esempio, ai tifosi di una squadra di calcio o ai membri di un club di poker? Perché i crocefissi sui muri delle scuole sì e gli educatori con le magliette da hooligan o i berretti con visiera di protezione no? All’interno di un contesto laico, perché la religione continua ad avere dei canali preferenziali rispetto ad altri accorpamenti tra individui di natura culturale, sportiva o artistica?
Stupisce che la nuova e rinnovata neutralità che questa legge sulla laicità chiede ai funzionari pubblici e agli eletti di rispettare sia interpretata da più voci sedicenti laiche e progressiste come un’offesa e un attacco nei confronti delle congregazioni religiose ed in modo particolare di quella musulmana. A coloro che in nome del multiculturalismo si dichiarano indignati di fronte ad un presunto torto fatto a una minoranza religiosa (senza rendersi conto che questa restrizione vale anche per gli appartenenti ai culti di maggioranza) ricordo che non vi sarebbe alcun torto se un privilegio ingiustificato non fosse stato precedentemente concesso.
Sabine Tiguemounine, deputata municipale dei Verdi, l’unica politica fino a questo momento ad indossare lo hijab in consiglio a Meyrin ha dichiarato al quotidiano svizzero Le Libre: “La gente mi conosce come quella lì!”, facendo riferimento al proprio copricapo. Ora che la nuova legge sulla laicità è definitivamente passata, sarebbe interessante capire se l’agenda politica che ha portato Sabine Tiguemounine a sedere tra i banchi dei Verdi sia o meno prioritaria e/o in contraddizione rispetto alla propria personale rivendicazione d’appartenenza ad una comunità religiosa. Delle due l’una: si può sposare la laicità senza indugio, mettendo da parte anche la propria fede e i dettami che essa impone per spirito di servizio, o si può fare come fanno i sindaci leghisti in Italia che, invocando una fantomatica libertà di coscienza, decidono di contravvenire alla legge, non celebrando per esempio le unioni di fatto, perché in contrasto con i propri “valori religiosi”.

Avanzi di fedeltà

In e-mail il 20 Dicembre 2018 dc da Democrazia Atea:

Avanzi di fedeltà

Il ministro della paura e della insicurezza pronuncia un discorso alla scuola di formazione politica della Lega, ad uso e consumo dell’imbecillità:

“Io penso che una vita vissuta senza credere che alla fine dei nostri giorni ci sia qualcosa è una vita a cui manca qualcosa. E lo dico da ultimo dei credenti, perché mi piacerebbe credere di più. Ma quando c’è qualcuno che pensa che [in una scuola] Dio e Gesù siano fuori posto, che pensa che ‘Tu scendi dalla stelle’ debba uscire dalle classi, questo non è un insegnante, è una persona che va curata, che deve cambiare mestiere.”

Un simile discorso solletica l’identità religiosa a scapito della coscienza critica che invece si nutre del dubbio e della ricerca di contenuti.

La tirannide non passa attraverso la militarizzazione, basta fomentare la discriminazione su base religiosa e la popolazione si trasforma in un esercito pronto a delinquere in nome del capo.

In prima fila, a oltraggiare il cadavere di Mussolini, c’erano i fascisti milanesi.

La storia non insegna e si ripete.

I primi ad abbandonarlo saranno coloro che oggi lo sostengono.

Non tutti, qualche tifoso gli resterà comunque fedele.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
Componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

In e-mail da Democrazia Atea il 15 Dicembre 2018 dc:

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari

Al Dirigente scolastico del Polo Liceale Galileo Galilei di Monopoli

All’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che, nel corso dell’ora di religione, è stato consentito ad una associazione fondamentalista cattolica di proiettare immagini che riproducevano interruzioni di gravidanza.

Se per terrorismo secolare si intende il compimento di azioni violente messe in atto per modificare la società, per terrorismo religioso si intende invece il compimento di atti quali strumenti di identificazione e appartenenza ad una organizzazione per affermarsi politicamente, e in questo caso la violenza diventa un dovere religioso.

La visione di immagini volte a criminalizzare un diritto come l’aborto è di sicuro un  terrorismo di matrice religiosa.

Sia ben chiaro che non si parla di violenza fisica ma psicologica che si manifesta con parole e atti tesi a opprimere e a orientare la volontà di altre persone, nel caso di specie, dei minori.

Le immagini proiettate hanno determinato di sicuro un impatto psichico volto a negare alla interruzione di gravidanza, nella percezione dei minori, la qualificazione che sia un diritto delle donne, così come riconosciuto nelle convenzioni internazionali europee e nelle legislazioni dei Paesi più progrediti.

Sappiamo che l’aborto non è riconosciuto come diritto nei Paesi africani e nei Paesi asiatici, ed è evidente che il modello legislativo delle associazioni come quella protagonista di questa squallida vicenda sia quello africano o asiatico, ma si dà il caso che il modello legislativo italiano si sia smarcato da oltre quarant’anni dalle prospettive anacronistiche di questi personaggi.

Orbene, è innegabile che l’associazione che ha messo in atto un simile scempio, con la complicità dell’insegnante di religione, attraverso questa barbara intrusione abbia usato la scuola non con finalità divulgativa, ma con la scientifica determinazione di strumentalizzare l’istituzione scolastica per finalità connesse al fondamentalismo religioso, al pari di qualsiasi scuola coranica o indù.

Poiché il fondamentalismo cattolico non è contemplato nelle scuole laiche della Repubblica italiana, e poiché le vittime sono state degli studenti minorenni, si chiede che sia avviata una indagine volta ad individuare premesse e risvolti di questa vicenda, ma soprattutto a disporre quanto necessario affinché in nessuna scuola italiana possano ripetersi simili violenze psichiche a danno delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Carla Corsetti

Segretario nazionale di Democrazia Atea

Santi privilegi, governo genuflesso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

Santi privilegi, governo genuflesso

8 Novembre 2018

La Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che lo Stato italiano dovrà recuperare enormi arretrati sulla vecchia imposta comunale relativa ai beni ecclesiastici (scuole, cliniche, alberghi, strutture turistiche…). Qualcosa che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi.

Si tratta di privilegi scandalosi, garantiti dai famigerati Concordati e soprattutto codificati da tutti i governi capitalistici, gli stessi che in questi decenni hanno imposto ai lavoratori lacrime e sangue con la benedizione del clero. Il governo Amato, nel mentre picconava pensioni e risparmi, decretava l’esenzione fiscale per i beni del clero (1992). Il governo Berlusconi, che tagliava otto miliardi alla scuola pubblica, confermava la loro esenzione totale (2005). Il governo Prodi (Rifondazione Comunista inclusa) sanciva che l’esenzione avrebbe riguardato solo “gli edifici adibiti ad attività non esclusivamente commerciali” (2007), laddove l’avverbio “esclusivamente” serviva alla Chiesa per mantenere l’esenzione per una miriade di proprietà finalizzate al lucro ma provviste di una cappella. Una truffa. Oggi le scuole cattoliche di ogni ordine e grado (8800) che hanno rette inferiori ai settemila euro sono esentate da IMU e TARI. Lo stesso vale per le strutture sanitarie assistenziali cattoliche (ambulatori, ospedali, case di cura…) che sono convenzionate con la struttura sanitaria nazionale. Per non parlare degli alberghi ecclesiastici (uno su quattro a Roma) che al 50% non versano un euro di IMU. Si potrebbe continuare.

E ora? Ora assistiamo all’imbarazzato mutismo di tutti gli attori politici di fronte alla sentenza europea. Per applicare la sentenza della Corte Europea sarebbe necessaria una legge. Ma chi vuole intestarsi questa legge, o anche solo la sua proposta? Nessuno.

I vecchi partiti liberali di centrosinistra e centrodestra, organicamente legati al capitale, e dunque anche al Vaticano, se ne guardano bene. Il loro europeismo si arresta di fronte alla Chiesa. I nuovi partiti borghesi populisti oggi al governo fanno lo stesso. Altro che “governo del cambiamento”! Il M5S ha pubblicamente dichiarato che ha da tempo archiviato la pratica (“se ne occupava in passato il senatore Perilli, che ora non sta trattando alcun provvedimento inerente alla sentenza”). Come dire un conto l’opposizione, un conto il governo. La Lega ha dichiarato che la sentenza europea è un’operazione “contro l’Italia, perché sanno benissimo che non potremo chiedere alla Chiesa quelle cifre”. Del resto, chi poteva attendersi il contrario? Il premier Conte ardente fedele di Padre Pio; Di Maio reverente verso le lacrime di San Gennaro; Salvini impugnatore di crocifissi durante i comizi, potrebbero mai entrare in collisione con la Chiesa? Non si tratta peraltro di convinzioni individuali, religiose o meno. Si tratta dei legami materiali tra il capitale finanziario con cui i partiti borghesi – di ogni colore – governano e il fiorente capitalismo ecclesiastico che del capitale finanziario internazionale è parte integrante e inseparabile.

La sentenza europea può forse servire a Bruxelles nel negoziato in corso col governo italiano sulle politiche di bilancio. Di certo non servirà per incassare i soldi evasi dalla Chiesa.

La verità è che solo la classe lavoratrice può porre nel proprio programma la totale abolizione dei privilegi clericali, perché è l’unica classe che può rovesciare il capitale, e dunque il capitalismo ecclesiastico. Partiti borghesi e populisti stanno tutti dall’altra parte della barricata, compreso il governo “del popolo”, più che mai genuflesso all’Altare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

I Nuovi Crociati

In e-mail da Democrazia Atea il 25 Luglio 2018 dc:

I Nuovi Crociati

Barbara Saltamartini, ex AN ora Lega, ha presentato una proposta di legge con la quale intende imporre il simbolo del crocifisso in tutte le scuole, in tutti gli edifici pubblici e in tutti i porti.

La poverina, e con lei tutti i minus habentes che la sostengono in questa iniziativa, pensano di dare ad intendere alla loro base elettorale, che così facendo fermeranno l’islamizzazione della società italiana, ma soprattutto con questa iniziativa pensano di stendere un velo pietoso sulla loro assoluta incapacità a governare.

Insomma, la solita arma di distrazione delle masse.

Pensare di spiegare ad una persona pentafascioleghista cosa sia il principio di laicità ha la stessa utilità che lavare la testa all’asino.

La proposta di legge della Saltamartini, nella sua articolazione, conferma quello che Democrazia Atea sostiene da sempre, ovvero che il crocifisso non è affatto un simbolo religioso, ma un simbolo di propaganda politica.

I simboli sono qualificabili come religiosi solo se esposti nella cornice del culto che li esprime, ma al di fuori dei luoghi di culto e al di fuori della sfera privata e personale di chi li condivide, i simboli smettono di essere religiosi e diventano simboli politici.

Un simbolo diventa politico quando viene brandito con lo scopo di far prevaricare un gruppo di potere sugli altri.

È invece culturale quando diventa l’effige di un gruppo sociale o comunque quando, nella convenzionalità comunicativa, lo si associa a molteplici contenuti evocativi.

Solo quando rimane circoscritto alla sfera religiosa può mantenere un significato legato alla credenza, ma al di fuori del contesto rituale, liturgico, fideistico, perde queste valenze e ne assume altre.

Nella proposta leghista si legge: “Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa”.
Quindi lo secolarizzano, pur di imporlo, e dicono che rappresenta un elemento essenziale della cultura italiana.

Nella loro infinita pochezza i leghisti non hanno evidentemente valutato che la secolarizzazione di un simbolo religioso comporta che si cristallizzi il suo significato socio-culturale non solo nella prospettiva da loro auspicata, ma anche in quella da loro superficialmente ignorata: come simbolo culturale il crocifisso è prevalentemente il simbolo del genocidio dei nativi americani, del genocidio delle donne durante l’inquisizione, è il simbolo degli stupratori sessuali seriali clericali, delle guerre di aggressione degli eserciti occidentali, dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti, tutte azioni poste in essere in adesione a quella simbologia.

Non sorprende come i cattolici non siano stati in grado di difendere il loro crocifisso dalla strumentalizzazione politica.
Pur di imporlo accetteranno che sia un partito politico, la Lega, a secolarizzarlo irreversibilmente.
Ne chiedono l’ostensione persino nei porti, quegli stessi porti che nella storia dell’umanità sono stati sempre luoghi di accoglienza e ora, chiusi da quella fazione politica, sono diventati, nell’immaginario collettivo, luoghi di ostilità.

Bene avrebbero fatto i cattolici a proteggerlo nella riservatezza della sfera del culto, ma hanno da sempre difeso la loro imposizione anche a chi non condivideva la loro simbologia.

Hanno esultato sentendo che sarebbe stato imposto, e ora gli resterà difficile affermare che è un simbolo di pace, con quella proposta di legge è diventato politicamente il simbolo della disumanità e della barbarie leghista.

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Laicità come Costituzione vuole

In e-mail il 19 Giugno 2018 dc da Democrazia Atea:

Laicità come Costituzione vuole

In diversi Comuni cittadini esprimono dissenso sullo scampanio dei campanili parrocchiali.

Si tenga presente che vigono già norme per limitarne la eccessiva, ridondante emissione sonora.

Non si tratta, come di solito eccepito, di “tradizione”, peraltro tradizione corrispondente al periodo in cui il credo cattolico era divenuto religione dello Stato e quindi  obbligatoria, non più conciliabile con i principi Costituzionali del 1948.

Fu per questo che si pose tardivamente (1984) mano alla revisione del Concordato: fu sancita solo la facoltatività della scelta religiosa.

Restò obbligatoria in altro modo il finanziamento pubblico del clero ed attività complementari: la “congrua”, ovvero lo stipendio statale ai parroci, fu sostituito con l’8xMille, mentre per la riparazione o costruzione di chiese fu assegnato il 7% degli oneri di urbanizzazione, pagati dai cittadini per il ritiro di una concessione edilizia; questo 7% è erogato ogni anno dai Comuni alle diocesi, non alle parrocchie, che per il nuovo Diritto Canonico sono ora autonomi soggetti giuridici.

Sulla questione del “suono delle campane” sintetizzo l’esperienza  ultima di Massafra.

Ho inoltrato un esposto a Procura, Prefetto, Sindaco, Comando di Polizia Locale e Vescovo.

1) Il primo a rispondere è stato il dirigente di Polizia per lamentare la mancanza di apparecchio fonometrico;

2) poi L’Arpa di Taranto per riportare le normative vigenti ed i costi per il controllo (minimo € 636, 89) che il Comune avrebbe già assunto con determina dirigenziale.

3) il Vescovo per far differire l’inizio dello scampanio dalle ore 6,00 alle 7,00.

L ‘Arpa ha richiamato la circolare n.33 del 13 maggio 2002 della Conferenza Episcopale che affida alle Diocesi il compito di regolamentare le modalità di uso delle campane, nel rispetto del contesto sociale, senza arrecare disturbo.

La stessa CEI, dopo condanne e multe ai parroci, ha precisato che le emissioni sonore debbono avvenire “nei soli orari diurni, con breve durata dei rintocchi e moderata intensità” .

Il DPCM 14.11.97 precisa altresì: “-a: valgono stessi limiti per funzioni religiose, mentre tutte le manifestazioni assoggettate ad autorizzazioni da parte dei Comuni, come da regolamenti provinciali e regionali”.

L’Arpa richiama ancora decisioni della Cassazione Prima Sez.Pen. (n.443/2001 e n.2316/1998) per uso delle campane non “indiscriminato”, (cioè non “ad libitum”, ma “ad limitum”, n.d.r.).

Tribunale di Monza ha stabilito il limite di 40 rintocchi, mentre il Tribunale di Roma con provvedimento del  9 maggio 2011 ha disposto lo scampanio dalle 7,00 e per soli 20 secondi.

A Massafra invece, con riferimento alla pratica seguita dalle parrocchie di San Lorenzo e del Carmine, la prima si è adeguata all’orario di inizio, cioè dalle ore 7.00, con rintocchi ridotti da 200 a 150, con richiami ad una messa, a tre riprese: mezz’ora prima, un quarto d’ora prima, all’inizio del rito, una ridondante, non prevista procedura.

La seconda parrocchia rimane “autonoma” rispetto alle indicazioni del vescovo con scampanio dalle ore 6,00 che tanti reclami “caldi” da parte di fedeli confinanti ha provocato.

In più non manca, alle 21,00, un finale saluto musicale dal relativo operatore parrocchiale.

Il rispetto del principio costituzionale della laicità, cioè equidistanza dalle confessioni, parità, uguaglianza fra le varie concezioni della vita, filosofiche o culturali, senza preferenze o privilegi, potrà tutelare tutti da ogni futura presenza confessionale.

Giacomo Grippa

Referente di Democrazia Atea

Conferme

Da Democrazia Atea in e-mail l’8 Giugno 2018 dc:

Conferme

Eccolo qui il governo del cambiamento, tutto intatto nel suo becero conservatorismo ultracattolico.

Che ti combina il nuovo Ministro della Istruzione?

Le agenzie riferiscono di un comunicato dal suo ufficio stampa: “Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti condivide pienamente l’idea di un concorso riservato per i docenti di religione“.

E bravo!

Il primo comunicato a chi lo riserva?

Agli insegnanti della mitologia cattolica.

Riflessione, tempo disteso della conoscenza, pensiero critico-analitico, gratuità, inclusione, laicità: tutta roba che non serve, anche perchè a questi, pure se la spieghi loro dieci anni di fila, non capiscono.

A costoro non servono donne e uomini liberi, servono i non-pensanti, occorrono “muscoli saldi e garretti di acciaio”, occorrono dio e patria.

Il bello è che questo ha persino superato la Fedeli, il che è tutto dire, perchè mentre il precedente Ministro aveva avviato un concorso ordinario, il Ministro del cambiamento, d’accordo con la CEI, farà addirittura un concorso riservato.

Si conferma il giudizio già espresso: è un Governo emetico.

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Governo da incubo

In e-mail l’1 Giugno 2018 dc:

Governo da incubo

Presidente del Consiglio – avv.Giuseppe Conte, un “tecnico” di provata fede verso Padre Pio.

Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – Luigi Di Maio, una persona che non ha mai lavorato in vita sua.

Ministro dell’Interno – Matteo Salvini, un razzista xenofobo con inclinazioni politiche naziste, più che fasciste.

Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta – Riccardo Fraccaro, un gaffeur professionista.

Pubblica Amministrazione – avv.Giulia Bongiorno che è passata dalle sponde fasciste di AN a quelle naziste della Lega, per scatti di avanzamento di carriera.

Affari Regionali e Autonomie – avv. Erika Stefani che non avrà un mandato troppo esteso perché dovrà occuparsi soltanto di tre regioni ovvero Veneto, Emilia e Lombardia, coerentemente con il mandato che gli hanno affidato anche gli elettori del sud.

Ministro per il Sud – Senatrice Barbara Lezzi, una perito aziendale resa famosa per aver portato l’apriscatole in Parlamento nel mentre i grillini diventavano pesci in barile, pur di avere poltrone. Come Ministro del Sud, viste le prospettive leghiste, avrà il compito di partecipare alle feste nel Salento.

Ministro per la famiglia e le disabilità – Lorenzo Fontana, un fondamentalista cattolico antiabortista, che ha inserito le disabilità giusto per sottolineare uno stato patologico che medicalizzi anche i processi di inclusione. Quanto alle patologie della famiglia patriarcale avrà il compito di cristallizzarle nel più oscurantista schema fondamentalista.

Ministro affari esteri – Moavero Milanesi, quello che aveva appoggiato a spada tratta il Fiscal Compact, uno dei trattati peggiori, insieme al MES, dell’Unione Europea.

Ministro della Giustizia – Alfonso Bonafede, uno che ha frequentato per un po’ l’università e, non avendo capito cosa sia la Giustizia, ha sintetizzato il suo percorso diventando un forcaiolo.

Ministro della Difesa – Elisabetta Trenta, esperta in sicurezza, ha già dichiarato che vuole rendere moderne le tecnologie della Difesa, che poi l’ufficio dei contratti sia diretto dal marito, più che un conflitto di interessi, diventa una “convergenza parallela”.

Ministro dell’Economia – Giovanni Tria, sostenitore convinto della flat tax.

Ministro delle politiche agricole – Gianmarco Centinaio, approda alla Lega dal PDL, e si sa quanto i leghisti siano “legati” ai finanziamenti della UE per l’agricoltura.

Ministro dell’Ambiente – Sergio Costa, un generale dei carabinieri, perché questo dicastero non è per costoro visione ecologista e prospettiva di futuro per il pianeta, ma è una succursale delle procure della Repubblica.

Ministro Infrastrutture – Danilo Toninelli, perfetto per motivare i cambi di posizione da “No TAV” a “forse TAV” e non ci stupiremo se dovesse dire “ma sì TAV”, l’incoerenza che diventa responsabilità di governo.

Ministro dell’Istruzione – Marco Bussetti, un insegnante di ginnastica cattolico. Ora che gli uffici scolastici si sono già “aziendalizzati” si adeguerà.

Ministro dei Beni Culturali e Turismo – Alberto Bonisolidi, che annovera la presidenza di una associazione di scuole d’arte private. Un altro bocconiano che non si è mai occupato del patrimonio culturale.

Ministro della Salute – Giulia Grillo, parla di sanità pubblica ma non farà nulla per togliere finanziamenti alla sanità privata cattolica e non renderà più facile l’applicazione della 194.

Ministro degli Affari Europei – Paolo Savona, un berlusconiano antieuropeista esperto di affari privati assegnato agli Affari Europei, una designazione perfetta.

Sottosegretario Presidente del Consiglio – Giancarlo Giorgetti, già nel Cda della banca della Lega Nord Credieuronord, finita con esiti leghisti scontati, ovvero il fallimento.

Non ci vuole la sfera di cristallo per sapere che ci troveremo a dover fronteggiare politiche cialtrone, razziste, fondamentaliste, nazionaliste, sovraniste, regressive, misogine e antiumanitarie.

Il 2 giugno del 1946 ci liberammo di una monarchia infima e corrotta.

Il 2 giugno 2018 ci prepareremo a resistere al Governo più emetico della storia repubblicana.

Democrazia Atea

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Il falso mito di bergoglio

Da La Bottega del Barbieri dell’11 Maggio 2018 dc:

In 15 per svelare “Il falso mito di Bergoglio”

Recensione di Francesco Troccoli a un importante libro fuori dal coro che vorrebbe il papa “un rivoluzionario”

Un libro sul papa, fuori dal coro. Non un altro colpo di grancassa (nella sempre più stonata e fiacca orchestra mediatica) assestato da vaticanisti amici di Bergoglio o editori cattolici. Non un libro scritto dall’incensatore di turno della presunta e mai agita “svolta” del pontefice in carica rispetto alla storia millenaria della sola monarchia assoluta ancora in vita sul pianeta Terra. E nemmeno un volume suddiviso in capitoli scritti con il proposito di pubblicare un libro. Tanto che gli autori sono ben quindici ed è doveroso ricordarli: Marcelo Figueras, Marco Marzano, Maria Gabriella Gatti, Federico Masini, Gianfranco De Simone, Cecilia M. Calamani, Raffaele Carcano, Adele Orioli, Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Giuseppe Benedetti, Elena Basso, Donatella Coccoli, Federico Tulli, Simona Maggiorelli.

«Il falso mito di Bergoglio» è infatti una raccolta di articoli pubblicati dal settimanale Left a partire dal 13 marzo 2013, giorno dell’ascesa del cardinale di Buenos Aires al trono di Pietro, e fino all’inizio del 2018. Un quinquennio dominato dalla narrazione del “Pontefice del cambiamento”, narrazione che solo in queste settimane sta forse giungendo al suo epilogo, anche grazie a inchieste puntuali che questo volume contiene e ai pochi libri coraggiosi dei quali questo volume non tralascia mai di parlare e i cui autori (a differenza per esempio di molti preti pedofili o dei loro insabbiatori) si sono meritati in qualche caso un processo penale in Vaticano. Sono ben 42 i pezzi che in 5 anni la rivista Left ha dedicato a vario titolo al pontefice e alla sua Chiesa, alle sue esternazioni, alle sue contraddizioni, alle conseguenze di decisioni solo apparentemente rivoluzionarie, amplificate da pubblici proclami e mai concretamente attuate.

Quarantadue articoli in cinque anni, fra loro saldati in un compendio come un libro scritto a posteriori forse non avrebbe saputo essere. A conti fatti, la media è di un articolo ogni quaranta giorni che, per chi crede all’utilità della statistica, si può scomporre nel passaggio da un articolo ogni due mesi nei primi quattro anni a quasi uno ogni due settimane a partire da marzo 2017, quando la rivista ha visto un avvicendamento al vertice che ha reso più tangibile le ragioni della sua attuale headline «l’unico giornale di sinistra». Come non essere d’accordo con questa dicitura quando – come osserva Marco Marzano nel pezzo del 14 ottobre 2017 – il quotidiano comunista (così si legge sotto la testata) il Manifesto si mette a distribuire in un volumetto i tre discorsi di un papa ultraconservatore, peronista, nemico acerrimo della marxista “teologia della Liberazione” sin dal principio della proficua carriera ecclesiastica nel proprio Paese natale prima, durante e dopo la dittatura? Contro di lui, che militò nella Guardia De Hierro (la quale nel 1976 propose una laurea honoris causa al genocida ammiraglio Massera) hanno puntato il dito anche le Madres De Plaza De Mayo e Horacio Verbitzky, che Marcelo Figueras nel suo articolo del 15 marzo 2014 definisce «il giornalista più serio e degno di stima in Argentina».

D’altronde, è proprio in Argentina che Bergoglio ha affinato le doti che gli hanno meritato l’intronizzazione. Quando nel 2005 monsignor Baseotto affermò che il ministro argentino pro-aborto avrebbe «meritato una pietra al collo e che fosse buttato in mare» richiamando alla memoria i voli della morte, Bergoglio si trovava ancora nel suo Paese; otto anni dopo, da Papa, fece sua quell’espressione, che doveva quindi averlo colpito, auspicando la stessa fine per gli evasori fiscali e i preti corrotti. La stampa italiana giubilò. Solo un esempio. A un Paese come l’Argentina e all’intero Sud America non si può del resto non rimanere legati: nel luglio 2015, in occasione del viaggio pastorale nel continente, Bergoglio chiese perdono per i crimini ai danni delle popolazioni indigene ma non spese una sola parola per i 102 cappellani militari che collaborarono ai crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura nel suo Paese. Pensare che – a dimostrazione che persino nel clero le scelte personali contano – negli stessi anni e nel vicino Cile il vescovo di Santiago ingaggiava contro Pinochet una battaglia personale alla quale la storia tende oggi ad ascrivere il minore numero di desaparecidos in Cile rispetto all’Argentina.

Veniamo all’Italia. L’ingerenza di Bergoglio nella vita sociale e politica italiana, con incommensurabili danni alla laicità delle istituzioni, è stata una costante. Spesso le sentenze più fragorose sono state pronunciate a diecimila metri di quota, in business class (Alitalia, naturalmente). Left, di questa serie, non ha perso una puntata. Dall’attacco all’aborto («ogni bambino non nato ha il volto del Signore»), alla riduzione della scuola a “comunità educante” complementare alla famiglia di cristiana concezione con citazione del discusso don Milani (con tanto di lodi sulle parole del papa, ancora una volta da parte de il Manifesto, e per di più in uno stato di amnesia mass-mediatica collettiva sulla deficitaria o nulla attivazione delle alternative di legge all’ora di religione) e ancora all’invasione dello spazio radio-televisivo che – secondo le varie edizioni del «Rapporto su confessioni religiose e TV» di Critica Liberale – raggiunge punte del 96% con RaiNews al vertice della squalificante classifica sotto la direzione di Monica Maggioni durante il governo Renzi. In barba, naturalmente, all’esposto presentato dall’UAAR all’Agcom già nel 2014 sulla base di simili e precedenti dati.

E ancora l’attacco alla libertà di auto-realizzazione delle donne («siate madri, non zitelle»), alla comunità LGBT con la diffusione dello spettro della “Teoria del gender”, avvolto dal lenzuolo bucato della tolleranza: «Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il catechismo». Peccato che quest’ultimo definisca i rapporti omosessuali «contrari alla legge naturale».

Che dire della chiamata planetaria a un immotivato e fallimentare evento giubilare, andato pressoché deserto, per il quale Renzi ha stanziato 159 milioni di euro. O dell’invito (di per sé condivisibilissimo) all’adozione dello “Ius soli” sul territorio della Repubblica ma non certo su quello dello Stato Vaticano e delle sue proprietà extraterritoriali, dove vige il requisito della «residenza stabile»; o degli scandali di matrice finanziaria legati all’irriformabile IOR e al fallimento di istituzioni sanitarie prestigiose come IDI e San Raffaele, o la distrazione dei fondi del Bambin Gesù per l’attico del cardinal Bertone?

Dulcis in fundo, questo libro parla anche del diavolo. Sì, perché secondo il papa – come ci spiega Federico Tulli (il maggior contributore del volume) – Belzebù è il vero responsabile del malaffare dello IOR e dell’Apsa, della pedofilia clericale, del “vatileaks” e delle guerre nel mondo. Bergoglio si dichiara così convinto che Satana esista che nel 2015 ammonisce (e atterrisce) i piccoli catechisti di San Michele Arcangelo: «State attenti, perché l’odio viene dal diavolo». E forse in pochi sanno che è stato sempre lui a firmare il decreto di riconoscimento giuridico dell’AIE, Associazione Internazionale Esorcisti, il 13 giugno 2014. I “professionisti” del demonio sono 400 nel mondo, di cui più della metà nella sola Italia. Ogni anno al Regina Apostolorum di Roma organizzano seminari e corsi di aggiornamento, ai quali partecipano, ahimè, anche magistrati e avvocati. Può così capitare, come è accaduto a Tulli, di sentire («con le mie orecchie» precisa il giornalista quasi sotto shock) professionisti accreditati presso un pubblico foro della Repubblica proporre di far firmare il «consenso informato» ai “posseduti” prima dell’esorcismo, o un magistrato dello Stato Italiano dichiarare di essere «uno strumento della giustizia nella mani di Dio».

Si potrebbe obiettare che ogni papa fa il “Papa”. Il vero problema è l’inerzia, quando non l’apologetica esaltazione, che permea ampi strati della società e dei media di fronte a tutto ciò. Nei suoi articoli, Left non manca di approfondire anche questo aspetto. Il matematico Odifreddi, intervistato nel libro da Simona Maggiorelli, già a novembre 2016 non risparmiava le sue critiche a Scalfari che Bergoglio «lo infila ovunque» (oggi sappiamo che Odifreddi, rimasto coerente con la linea di critica nei confronti del decano del giornalismo italiano, l’ha pagata con l’interruzione della collaborazione con la Repubblica) mentre Donatella Coccoli, a luglio 2017, compila con pazienza il lungo elenco dei cosiddetti “politici di sinistra” che rientrano a vario titolo nel novero degli estimatori del personaggio finora descritto: da Bertinotti al duo del Brancaccio Falcone-Montanari, fino a D’Alema, Bersani e Fassina. Politici di ieri, oggi e domani. Tutti ammaliati dal papa pauperista, «il parroco di campagna» che, ricorda Raffaele Carcano, è andato a trovare Marchionne ed Elkann. Tutti affascinati dalla “dottrina sociale” del pontefice che predica l’equità sociale mentre è a capo di una Chiesa che beneficia nella sola Italia di privilegi fiscali immensi (si pensi all’esenzione IMU per edifici di culto, che spesso tali non sono, e alla redistribuzione dell’otto per mille non assegnato dai contribuenti) e sfrutta il malconcio sistema contributivo italiano per pagare lautissime pensioni ai cappellani militari. Bergoglio, l'(ex?) militante nei gesuiti che – per dirla di nuovo con Odifreddi – sono quelli che «dicono la verità mentendo».

L’attuale pontefice ha dato consistenti e reiterate prove di abilità nell’immenso e tragico capitolo della pedofilia clericale (Tulli ci ha scritto due libri). Si potrebbe affermare che proprio per questo (assieme agli scandali finanziari) fu eletto e che per la stessa ragione il suo predecessore, incapace di fare fronte alle dimensioni globali del fenomeno, abdicò.

Nel 1990 la “Santa Sede” (virgolette mie, Jàdawin di Atheia) ratificò la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Secondo l’ONU il Vaticano l’ha ripetutamente e palesemente violata.

Il J’accuse da Ginevra arriva proprio nel 2013 e diventa pubblico a inizio 2014. A centinaia di denunce di stupri pedofili commessi nel mondo da esponenti del clero, come Marcial Maciel Degollado (il fondatore dei Legionari di Cristo, protetto di Giovanni Paolo II, pontefice canonizzato da Bergoglio a tempo di record) non è mai stato dato alcun seguito, e la pratica del trasferimento dei preti da una parrocchia all’altra non solo non ha arginato il fenomeno ma ne ha consentito l’ulteriore diffusione. L’ONU ha richiesto anche che la pedofilia non sia trattata come un crimine contro la morale ma contro la persona (e di riflesso di non considerare più le vittime come correi dei loro carnefici, il che può comportare un’aberrante manipolazione delle verità processuali). Per tutta risposta, durante il regno di Bergoglio, un altro amico del “Santo” Giovanni Paolo II, ovvero Iozef Wesolowski, arrestato nel 2014 per pedofilia, muore da uomo libero il 27 agosto del 2015. Tommaso Dell’Era, intervistato poco dopo da Tulli, dichiara che la strategia vaticana è spesso allungare i tempi e lasciar morire i colpevoli, ormai anziani, di morte naturale. Il funerale del polacco viene concelebrato da 20 alte autorità ecclesiastiche fra cui l’elemosiniere di Bergoglio.

Con la pubblicazione dei libri Avarizia di Emiliano Fittipaldi e Via Crucis di Gianluigi Nuzzi continuano a emergere dettagli su quel sistema di potere. In un’intervista a Tulli, Nuzzi afferma che «in Vaticano arrestano di più le persone ritenute fonti che i pedofili». I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato notizie vere, sul modello dell’inchiesta dei colleghi del team Spotlight di The Boston Globe nel 2002 (che invece a loro fruttò un premio Pulitzer). Se Bergoglio ha creato la «Pontificia commissione per la protezione dei minori» (che ha però solo funzione consultiva) è evidente l’inconsistenza della sua azione. Il membro laico Peter Saunders, accusatore del cardinale George Pell – ovvero l’insabbiatore seriale di almeno 280 casi in Australia sin dal 1996 – viene espulso e dichiara alla BBC che «il papa non ha fatto nulla per mettere fine agli abusi sui bambini». A maggio 2017 (riferisce Cecilia Calamani) dalla commissione se ne va di sua iniziativa un altro membro laico, Marie Collins. Il motivo? «La curia non collabora» .

Ma c’è di più, racconta di nuovo Tulli a giugno 2017: se Bergoglio nel 2015 aveva annunciato la creazione di un nuovo «Tribunale apostolico» con la stampa italiana che celebrava e diffondeva il proclama, a marzo 2017 il prefetto Muller precisa che «era solo un progetto». Eco mediatica della precisazione? Nessuna. La “tolleranza zero” tanto sbandierata da Bergoglio si dimostra priva di qualsiasi riscontro. Per l’ennesima volta.

Nel frattempo il sondaggio di «Rete L’Abuso» dimostra che la pubblica opinione ritiene le misure prese del tutto insufficienti e invoca la rimozione della prescrizione per questi reati.

Perché – è bene precisarlo – nemmeno Bergoglio, in linea con i predecessori, ha mosso un dito perché i clericali collaborino con la giustizia italiana, la quale ha invece l’obbligo di informare la Curia delle proprie indagini. Il sistema perfetto. Quando, ad agosto, Pell va a processo per pedofilia, sceglie come difensore un avvocato noto per aver rappresentato un capo della mafia australiana e un cadetto diciannovenne stragista. Lo stesso Pell che – val la pena ricordare – Bergoglio ha voluto sempre accanto a sé ai vertici della gerarchia di governo. A novembre 2017, con l’uscita di Peccato originale di Nuzzi, la pedofilia arriva a lambire le stanze del papa a Santa Marta, ovvero il Preseminario San Pio X (in quel Palazzo San Carlo che ospitava l’attico di Bertone): diversi minorenni sono stati violentati anche durante l’attuale pontificato, e un ex seminarista racconta tutto al vescovo Angelo Comastri.

La denuncia cade nel vuoto e due giorni dopo l’uscita del libro di Nuzzi il portavoce della Santa Sede smentisce con un tweet che il papa sapesse qualcosa della vicenda, nonostante un altro testimone sostenga di aver scritto una denuncia indirizzandola a Bergoglio in persona già a maggio dello stesso anno. In tema di pedofilia clericale, il 2017 si chiude con la mancata risposta del Vaticano all’ONU, che aveva richiesto entro il 1 settembre un aggiornamento sulle misure prese. Il libro di cui stiamo parlando non ci arriva cronologicamente ma oggi sappiamo che a febbraio 2018 la Rete L’Abuso ha trasmesso una diffida per condotte omissive al Consiglio dei Ministri, al Comitato Onu per i diritti del fanciullo e ad altre entità.

Se già da quanto fin qui esposto è innegabile il lavoro certosino svolto da Left in questi anni, bisogna concludere con una ulteriore nota di merito nei confronti di un giornalismo che non si è mai fermato alla cronaca ma ha sistematicamente cercato, com’è costume del settimanale, di approfondire scientificamente le cause dei fenomeni descritti, avvalendosi della consulenza degli esperti. Preziosi sono in tal senso i contributi degli psichiatri e in generale dei clinici, come Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Maria Gabriella Gatti, Gianfranco De Simone. Ricercatori che si spingono nell’analisi culturale, filosofica e clinica delle dinamiche collettive e individuali che sottendono il fatto di cronaca. Con risultati spesso sorprendenti, come nel caso della riflessione di De Simone sull’insospettabile e nefasta alleanza culturale fra religione cattolica e razionalismo, o il suo nesso fra l’ormai celebre e drammatica affermazione bergogliana «i bambini battezzati non sono la stessa cosa di quelli battezzati» e la concezione filosofica heideggeriana del “Dasein”, e ancora l’attenta analisi di Giovanni Del Missier sulle cause di patologia mentale grave che è presente negli stupratori di bambini, o il resoconto ben più che aneddotico da parte di Domenico Fargnoli sull’esperienza personale di Bergoglio, che a settembre 2017 dichiarò pubblicamente di essersi sottoposto a un percorso di psicoanalisi nel 1978-1979, ovvero gli anni in cui la psichiatria argentina fondò e propagò l’assioma dell’equivalenza fra malattia mentale e sovversione al potere, e infine l’illuminante spiegazione della neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla dinamica dell’evoluzione fetale e della nascita alla luce della teoria di Massimo Fagioli, grazie a cui si pone una separazione netta fra biologia embrionale e fetale da una parte e vita neonatale dall’altra, assolvendo con formula piena le donne che, costrette ad abortire, non compiono alcun delitto.

«Il falso mito di Bergoglio» contiene tutto questo e molto altro. Un libro che raccoglie l’eredità di cinque anni di giornalismo sulla Chiesa Cattolica e sul suo massimo esponente. Left – «l’unico giornale di sinistra» – sembra davvero aver pubblicato «l’unico libro che dice la verità su Bergoglio».

«Il falso mito di Bergoglio»

EditorialeNovanta Srl

ISBN 9788894977042

224 pagine per 19,70 euro

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