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Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

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La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Da Hic Rhodus 24 Febbraio 2017 dc:

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

di Bezzicante

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto qua e là, ho parlato specificatamente in Verità e relativismo a partire sostanzialmente dall’impossibilità di stabilire una verità assoluta. Il ‘relativismo’ era quindi inteso in forma minore, limitata, come antagonista positiva di una verità pretesa ma raggiunta solo come forzatura. Ora invece chiarirò meglio il concetto mostrandone dei necessari vincoli.

Perché abbia scritto un post unico dove trattare due questioni così importanti nasce casualmente dal coincidere di due fatti:

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Vi prego di non considerare il merito della questione posta dalla commentatrice, non ha importanza se siete d’accordo o no sulla questione figli; mi ha colpito l’accusa di relativismo cieco, di relativismo demagogico, che potrebbe finire coll’accettare qualunque cosa, anche sbagliata. Sbagliata; da che punto di vista? Ecco il nesso fra tutte le questioni poste fin qui a premessa: accetto qualunque forma di famiglia perché non esiste quella “naturale”, ma condanno l’infibulazione perché violentemente contraria ai principi della società in cui vivo. C’è una (apparente) contraddizione, e la devo sciogliere.

Partiamo dall’aggettivo naturale riferito alla famiglia. |Naturale| ha varie sfumature di significato, da “secondo natura” (chiamiamolo significato duro) a “spontaneo, non affettato” (significato morbido). Ebbene l’idea di una famiglia naturale di un uomo più una donna che hanno figli non ha giustificazione in alcuno dei due significati estremi segnalati. Neppure il primo, che può apparire il più ovvio e indiscutibile, per la semplice ragione che la famiglia è un concetto sociale, e non biologico. Ovvio quindi che per riprodursi serva lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile, come in tutti i mammiferi (e non solo) alla cui classe appartiene anche l’umanità, ma questo fatto biologico ha conseguenze sociali differenti nelle varie specie e, nell’uomo, differenze sociali e culturali differenti nel tempo e nello spazio. I lupi sono solitamente monogami per tutta la vita come molti altri animali di classi differenti; ma sono minoranze perché nel regno animale è assai più diffusa la poligamia, generalmente maschile ma a volte anche femminile (fonte). Alla natura non importa un fico secco degli eventuali drammi sentimentali degli individui di ciascuna specie; le interessa che siano messe in atto strategie riproduttive efficaci, che sono diverse a secondo delle abilità delle specie, delle condizioni naturali in cui vivono, dei vincoli biologici che hanno. La strategia riproduttiva della specie umana è simile a quella dei lupi: vivere in branco, accoppiarsi e dividersi il lavoro sociale: la donna partorisce, ha scarsa mobilità e quindi raccoglie cibo e alleva piccoli animali; l’uomo difende la femmina e la prole e va a caccia. Il gruppo si sostiene e difende i suoi membri.

Questa è la parte “naturale”, oltre la quale, e anzi sopra la quale, si sono eretti millenni di cultura, che è ciò che ci differenzia dalle altre specie (anche se elementi rudimentali che si potrebbero definire culturali sono stati registrati in alcuni mammiferi superiori). Il fatto di accoppiarsi per riprodursi non costituisce una “famiglia” ma risponde solo a necessità biologiche. Tant’è vero che ci sono molte ipotesi su cosa e come sia accaduto che da pura ricerca della femmina per copulare e riprodursi, la specie umana degli albori sia giunta a costruire un’elaborata sovrastruttura culturale, quindi simbolica, che nel caso in questione riguarda le parentele, inclusi i suoi obblighi e divieti (per esempio il divieto dell’incesto), mentre in altri ambiti riguarda religione, arte, linguaggio, manifattura e miriadi di altri comportamenti, ciascuno dei quali soggetto a norme, credenze, riti. Prendete il lemma ‘famiglia’ nell’Enciclopedia Treccani e vedrete che la definizione recita:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza [evidenze mie].

Il fatto che la famiglia intesa come uomo + donna + loro figli sia la più diffusa ha ovviamente un significato non trascurabile, ma tale significato affonda nella storia dell’evoluzione della specie umana, nelle strategie relazionali e riproduttive che abbiamo in comune coi lupi (ma se volete cercare un’ipotesi antropologica estremamente più sofisticata e suggestiva leggete Il tabù dell’incesto di Fabio Ceccarelli; qualche vecchia copia si trova ancora on line, vi garantisco che non vi pentirete dell’acquisto). È solo il livello simbolico dell’uomo culturale che dà, a un certo punto, un significato alle relazioni di parentela, e quindi a quella relazione primaria che chiamiamo famiglia, organizzandola in forma assai differente da luogo a luogo, come racconta sommariamente anche Vincenzo Matera nell’articolo menzionato e linkato all’inizio di questo post.

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Come relativista – e ci avviamo al secondo argomento – sostengo che non c’è una famiglia superiore all’altra, che qualcuna è giusta e altre sbagliate. Tutte le bizzarre varianti citate da Matera sono parimenti “naturali” quanto la nostra o meglio, per essere chiari: tutte innaturali (= non secondo natura) ma piuttosto culturali e quindi sociali. In questo senso per me sono tutte accettabili nel loro contesto; non mi sognerei di fare come i missionari dell’Ottocento che obbligavano i selvaggi a coprire le vergogne, sposarsi cristianamente e vivere infelici. La conseguenza del mio ragionamento è che, evidentemente, ogni persona maggiorenne può accoppiarsi con chi crede, nei modi che reputa più soddisfacenti, adempiendo riti propiziatori oppure no. Tradotto: se (uomo) volete sposatevi in bianco con la vostra compagna di scuola va bene, se preferite sposatevi in nero col vostro compagno, oppure convivete, oppure restate single e cercate molteplicità di rapporti o altro ancora, va bene lo stesso, fate quello che vi pare perché l’amore è essenziale ma non codificabile. E che esistano leggi che impediscano questa completa libertà (fra adulti) mi sembra profondamente sbagliato.

Perché allora non sono altrettanto relativista con l’infibulazione? Anche qui si tratta di cultura e certamente posso essere relativista sotto il profilo della comprensione antropologica; vale a dire che posso dare un’interpretazione di questo meccanismo, capirne la funzione locale. Ma proprio questo tentativo di comprensione mi porta a vedere violenza, sopraffazione, intimidazione, sottomissione di genere. Non vedo amore. Non vedo necessità sociali se non quelle del dominio maschile e della paura verso la femmina e il suo corpo (di questa paura ho scritto QUI). Qui il relativismo si deve fermare per dare luogo a una scelta: o qualunque valore è lecito (la violenza dell’infibulazione perché in quei posti si fa da secoli, ma anche allora la violenza della pedofilia perché si è sempre praticata, ma anche l’uccisione di eretici perché, si capisce, ognuno ha diritto di dare risposta al proprio dio…) o qualche valore non lo è. Non lo è per noi, e in quel momento in cui lo concepiamo segnaliamo una differenza e, implicitamente, una superiorità. Ebbene sì. Una superiorità c’è fra chi ha cercato di salire sulla pianta della tolleranza e chi è rimasto nella savana della violenza. L’Occidente, con mille difficoltà e tuttora in maniera incerta, è incamminata nel sentiero dell’inclusione e dell’uguaglianza; abbiamo combattuto e siamo morti per secoli per arrivare agli incerti e parziali risultati di oggi, e un lungo cammino ancora ci attende. Ma, per esempio, il corpo non va violato; il minore non va torturato e abusato; le donne non devono subire violenza e cattività; lo straniero non deve essere considerato nemico; il povero e il malato vanno soccorsi; le opinioni vanno rispettate… L’infibulazione – che posso capire come studioso – è da combattere come cittadini liberi che vogliono garantire la libertà altrui dalla violenza. Ma allora anche il niqab (velo integrale) e il burkini stridono coi valori occidentali. Non feriscono il corpo, e moltissime musulmane dichiarano di indossarli per loro scelta, ma ci sono moltissime ragioni per credere che non sia così e molti autori musulmani non radicali che possono spiegare come il velo integrale sia esattamente una forma di costrizione, che diviene fatto culturale diffuso, utilizzato come strategia radicale e quindi da combattere (ne scrive molto e con competenza Sherif El Sebaie su Panorama e nel suo profilo Facebook).

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Il relativismo intelligente, in conclusione, dice a tutto ciò che riguarda comportamenti individuali o di gruppo consenzienti, liberi, che non danneggiano fisicamente, economicamente, socialmente e psicologicamente nessuna persona: vestirsi come a ciascuno pare, credere o non credere in una qualsiasi trascendenza, mangiare carne o essere vegani, far l’amore in tutti i modi e forme possibili, farsi seppellire dal prete o farsi cremare, decidere di porre fine alla propria vita se si vuole, cacciare e poetare. Il nostro relativismo arretra invece verso ogni violenza e sopraffazione specie e soprattutto se collettivamente sostenuta da ideologie, credenze, religioni che tendono ad annichilire la ragione critica, trasformando la violenza in tradizione, in volere di dio, in imposizione sociale.

Nota mia: vestirsi come a ciascuno pare proprio no, perché il velo, ad esempio, in tutte le sue fogge e varianti, cristiane o islamiche o indù, è chiaramente oppressione della donna in quanto concepita come immonda, peccatrice e tentatrice. No, caro Bezzicante, tutto il tuo ragionamento di cui sopra, condivisibile, si infrange proprio qui. E se poi vogliamo continuare, c’è il berretto girato, la cresta sulla testa, i tatuaggi dappertutto, le calze corte rifiutate ma sostituite dal fantasmino purchè non si veda: tutte forme di moda e di stupidità (e i due aspetti sono, spesso, equivalenti)

Jàdawin di Atheia

Desublimazione repressiva: Marcuse, Pasolini e Pound – Desublimazione repressiva: la sessualità

Desublimazione repressiva: Marcuse, Pasolini e Pound – Desublimazione repressiva: la sessualità. Dal sito Studiamo.it 7 Marzo 2009 dc

Il diavolo veste PCSK6

OggiScienza

800px-Linkshaender_01CRONACA – Nei secoli scorsi, e fino a non molti decenni fa, la mano sinistra – anche in relazione al nome – veniva definita “la mano del diavolo”, poiché si riteneva che la propensione verso il mancinismo rappresentasse un’anticamera per loschi presagi. Oggi invece, uno studio apparso su Plos Genetics da parte di un team di ricercatori inglesi e olandesi aggiunge qualche tassello in più riguardo ai processi biologici che fanno sì che alcuni di noi nascano destrorsi e altri mancini. Fino a oggi la teoria in corso ha affermato che la cosiddetta “laterizzazione” – da cui deriva ad esempio la preferenza verso l’una o l’altra mano – avviene solo dopo i 36 mesi con lo sviluppo del linguaggio, per concludersi intorno ai 3-4 anni, anche se la questione circa le cause e l’evoluzione genetica di questo fenomeno da sempre piuttosto oscura. La recente scoperta del gruppo di ricerca anglo-olandese sembra…

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Il Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano: dal sito al blog!

Il Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano: dal sito al blog!

 

Avviso importante!

 

Il sito del Circolo Culturale “Giordano Bruno” di Milano, finora ospitato a questo indirizzo

 

http://www.jadawin.info/gbrunomi.html

 

all’interno del sito di Jàdawin di Atheia del socio Arnaldo Demetrio,

 

ad opera dello stesso ora sarà un blog all’indirizzo

 

http://giordanobrunomi.wordpress.com/

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col nuovo indirizzo!

La trappola del relativismo culturale

dal blog di Sestante

Da L’Ateo n.ro 5/2010 (71)

La trappola del relativismo culturale

di Debora Picchi

Mi propongo qui di affrontare l’insidioso tema dell’intercultura visto in una prospettiva di genere e allo stesso tempo di considerare la questione della laicità con uno sguardo trans-culturale al fine di scoprire la trappola insita nel concetto di “relativismo culturale”. Ma prima di cominciare quest’analisi sento di dover chiarire alcuni punti nodali che a mio parere sono spesso motivo di confusione, approssimazione o addirittura di atteggiamenti e pratiche dannose.

Innanzitutto, noto che molto spesso nel riferirsi a persone che provengono da paesi altri, prima ancora di considerarne l’identità nazionale o linguistica – aspetti che parrebbero fra i più significativi almeno al primo impatto – si decide di catalogarli sommariamente secondo un credo religioso; ciò accade soprattutto quando questo credo sia diverso da quello dominante nella nostra società. Se si parla di un paese prevalentemente musulmano (perché in esso la religione è religione di Stato o perché si tratta d’un paese con governo teocratico), tutti gli appartenenti a quel gruppo nazionale sono automaticamente identificati come musulmani (ed osservanti!) e dunque appartenenti a quella precisa comunità religiosa, senza che sia mai neanche contemplato che qualcuno di loro possa essere ateo, agnostico, non osservante, laico, afferente a qualche minoranza religiosa o altro. Tutti sono dunque schiacciati sotto un’identità religiosa che viene assegnata indipendentemente dal fatto che nella cosiddetta “comunità” vi siano sicuramente delle differenze e che queste differenze potrebbero costituire per ciascun individuo un elemento identitario più forte di quello che gli è stato arbitrariamente attribuito: penso ad esempio a possibili differenze etniche interne al gruppo, ma anche a distinzioni religiose all’interno di una stessa confessione, a differenze linguistiche e dialettali, a differenze di colore della pelle, di genere, di orientamento sessuale, di livello di istruzione, di posizioni politiche e così via …

Per l’attività che svolgo, mi capita di avere un certo numero di amiche afghane e resto sempre stupita ogniqualvolta, trovandomi a cena in compagnia di amici e conoscenti qui in Italia, i commensali italiani respingono senza esitazione l’ipotesi di portare in tavola vino e carne di maiale poiché si dà per certo che le ospiti afghane siano necessariamente musulmane e per giunta osservanti. Ciò è tanto più curioso dal momento che non solo sono ben note le mie decise posizioni laiche, per cui difficilmente si spiegherebbero queste intense frequentazioni con persone tanto devote, ma è pure cosa nota che le organizzazioni afghane di cui le mie ospiti fanno parte sono dichiaratamente laiche e che anzi fanno della laicità un punto fondante della loro lotta politica. Ma evidentemente lo stereotipo vince sulla logica!

Si tende dunque – dicevo – ad inchiodare gli “altri” ad una religione, la religione dominante nel paese di provenienza, presupponendo che il senso di appartenenza di ognuno debba avere a che fare più con la fede che con qualsiasi altro aspetto della persona. Questa stessa grossolana deduzione viene proposta sia da chi intende denigrare gli stranieri (e dunque utilizzerà certe classificazioni in base alla religione in senso sprezzante e razzista), sia da molti di coloro che si vogliono mostrare ben disposti ad accogliere le differenze che la società multi-culturale ci presenta. Questi ultimi cercheranno probabilmente di argomentare che la diversità religiosa è una ricchezza e che il confronto fra religioni è un’opportunità di scambio e di crescita per tutti.

Ma se da una parte ci prodighiamo nel- l’esaltare il valore della pluralità e delle differenze, dall’altra affoghiamo migliaia di stranieri e straniere presenti in Italia e in Europa, e provenienti dai più svariati paesi del mondo, in un unico mare confuso: “la comunità islamica”. Non vi è scampo; vi si appartiene per nascita. E il paradosso sta nel fatto che chi vi appartiene, o meglio è costretto ad appartenervi, vive in uno Stato laico – almeno formalmente – ma è condannato di fatto a sottostare alle regole di una comunità di stampo confessionale.

Una classificazione simile viene fatta quando si identifica una vasta area del pianeta come un unico grande granitico blocco culturale riferendosi a una generica “cultura islamica” (ancora una volta seguendo una nomenclatura basata sulla fede). Vengono dunque percepite come appartenenti alla stessa “cultura” società variegate e lontane fra loro che vanno dal Marocco all’Egitto, dalla Somalia all’Iran, dall’Afghanistan al Pakistan e così via verso oriente: paesi non solo geograficamente distanti, che addirittura si estendono in continenti diversi, ma anche con storie e lingue diverse, tanto per citare alcuni aspetti. È probabile, infatti, che un algerino abbia in comune con un pakistano quanto un brasiliano con un finlandese eppure i primi due vengono continuamente risospinti dallo stereotipo verso un unico antro profondo e confuso, quel “mondo musulmano” – con tutto ciò che di ombroso e funesto questa etichetta riecheggia – una potente costruzione mentale che, come ben sappiamo, ha conosciuto un enorme successo dopo i fatti dell’11 settembre. Risulta quasi impensabile, invece, seguire un’analoga classificazione e immaginare il brasiliano e il finlandese come frutto della medesima “cultura cristiana”.

Lo stesso atteggiamento sbrigativo con cui vengono assegnate fedi d’ufficio e negate differenze fra persone all’interno della propria comunità nazionale o addirittura fra persone provenienti da paesi diversi, è spesso all’origine di quell’insistito e insidioso equivoco per cui “intercultura ” assume il senso di “interreligione”. E allora ecco inviti istituzionali ai più svariati e discutibili capi religiosi, seminari sulle fedi, incontri e dibattiti pubblici con esponenti di varie confessioni, programmi televisivi in cui chierici sono chiamati a discutere su qualsiasi tema, letture comparate di testi sacri, uscite in edicola delle storie di profeti, santi e quant’altro. L’aspetto preoccupante – per non dire tragico – di tutto ciò è che mentre molti progressisti, o presunti tali, accolgono con favore e spesso promuovono generosamente questa deriva religiosa in nome di un imbarazzante concetto di tolleranza, le destre integraliste di varia matrice avanzano, occupando sempre di più gli spazi pubblici. È sorprendente rilevare la riluttanza, o peggio l’ostinato rifiuto, di gran parte di coloro che si dichiarano “di sinistra” a difendere i principi laici e gli spazi pubblici, soprattutto quando si tratta di affrontare questioni che riguardano le “altre culture”, siano esse rappresentate dalle comunità straniere presenti sul nostro territorio o da realtà sociali in altri Paesi; quasi come se un senso di colpa o di pudore verso il “mondo non occidentale” inducesse a rinunciare alla difesa della laicità per cedere il passo ad una multi-religiosità più rassicurante e in apparenza meno problematica, goffamente spacciata come stimolante occasione di confronto e di esercizio democratico di rispetto reciproco.

Ciò che m’interessa qui mettere in luce è la trappola che si cela dietro l’accettazione acritica delle cosiddette “culture” e le pericolose conseguenze che tutto ciò produce, in primo luogo sulla vita delle donne. Il pensiero che prende il nome di “relativismo culturale” fa del rispetto delle “altre culture” il punto cardine del rapporto fra quella che viene chiamata “civiltà occidentale” e le “civiltà non occidentali”. Questo punto di vista riconosce a tutte le culture la stessa dignità, validità e legittimità mettendo da parte qualsiasi critica o giudizio di merito. Quello che sembra un approccio illuminato, democratico e progressista non tiene conto, però, della problematicità del termine “cultura”. Bisognerebbe, infatti, pensare le “culture” non come immobili colossi al di fuori del tempo, cristallizzati in un’atroce fissità e insensibili ai cambiamenti interni e alle contaminazioni esterne, bensì come prodotto di vivi e vivaci consorzi di donne e uomini costantemente in movimento e in trasformazione, esattamente come noi percepiamo la nostra “cultura” e la nostra società (ammesso che questa contrapposizione loro/noi abbia un qualche senso). Se si accetta quest’idea, si dovrà anche riconoscere che quando parliamo di “cultura” – spesso con una certa superficialità – il più delle volte ci riferiamo a qualcosa che potrebbe essere definito più precisamente “cultura dominante”. Questa ottica ci permette di squarciare la coltre dello stereotipo e di vedere le società nella loro complessità e dinamicità, segnate da differenze, contraddizioni e conflitti interni spesso anche molto accesi. In tal caso potremo vedere anche che tutti i sistemi sociali e culturali, seppur diversi fra loro, sono ugualmente governati da molteplici rapporti di potere sbilanciati sotto diversi aspetti, non ultimo quello di genere.

Le “culture dominanti” per loro natura mirano al mantenimento di un sistema di potere che permette loro di essere quello che sono – ossia egemoni, appunto – e a tal fine fanno uso di tutti gli strumenti a loro disposizione. Come ben sappiamo, proprio le religioni, con tutto il loro bagaglio di tradizioni, rituali e credenze che permeano molteplici aspetti della vita sociale, sono fra i più potenti mezzi di controllo. In questo sistema di potere fortemente squilibrato, basato su rapporti gerarchici e caratterizzato inevitabilmente da una volontà conservatrice, nella nostra società come nelle altre, la dominazione maschile si afferma attraverso il controllo delle donne. Infatti, com’è ovvio, al fine di esercitare un ruolo dominante, è condizione necessaria che ci sia una controparte dominata. Il controllo e l’oppressione delle donne nelle varie parti del mondo passa per le forme più fantasiose e bislacche, ancorché tragiche, che, tanto per citare alcuni degli aspetti più vistosi, vanno dalle lapidazioni per adulterio allo strenuo tentativo di negare il diritto all’aborto, dalla ingegnosa legge 40 italiana sulla fecondazione assistita alle mutilazioni genitali femminili, dai delitti d’onore alle normative sull’abbigliamento femminile che, a seconda dei casi, prevedono veli di varie fogge più o meno coprenti; tutto questo senza contare i più bizzarri divieti nei confronti delle donne che capi e capetti religiosi – spesso auto-nominati – s’inventano, in una perenne gara di creatività: il divieto di guidare la macchina, di lavorare, di fare sport, di indossare scarpe con i tacchi, di andare in bicicletta, di frequentare la scuola, di portare lo smalto alle unghie, di pretendere un’eredità, di decidere di adottare metodi anticoncezionali e molto altro ancora.

La doppia alleanza di ferro fra chiese e patriarcato adduce motivi etici, culturali e religiosi per giustificare una politica di segregazione, discriminazione e violenza, spesso legalizzata, ai danni di bambine, di ragazze e di donne nelle più diverse e lontane parti del mondo. Si tratta di una politica trans-culturale, appunto, che non conosce confini, attuata sistematicamente a livello sociale e non di rado regolamentata a livello giuridico. Il comune denominatore è però sempre la limitazione dell’autodeterminazione femminile, percepita come minaccia all’ordine e alle gerarchie stabilite. Per contenere questa minaccia e conservare l’ordine non vi è migliore sostegno degli integralismi religiosi, che negano qualsiasi spinta al cambiamento e all’autodeterminazione da parte delle donne e calpestano i loro diritti civili ed umani in nome di tradizioni antiche e inconfutabili testi sacri. D’altra parte, però, è curioso constatare che la mancata difesa dei valori laici è spesso una deficienza proprio di coloro che sostengono di difendere i diritti e combattere l’oppressione. Si crea quindi una divergenza fra l’enunciazione teorica – che difende principi democratici – e le scelte politiche concrete che danno credito a posizioni e pratiche integraliste: il doppio binario è fatale, poiché rende impossibile l’elaborazione di un progetto politico coerente e davvero “illuminato”.

Per “garantire i diritti” delle frange islamiche integraliste presenti in Gran Bretagna, il governo laburista ha sancito il diritto di istituire su tutto il territorio nazionale, tribunali islamici che regolino le contese fra i membri delle comunità. Le corti d’ispirazione coranica – già in funzione dal 2008 in diverse città inglesi quali Londra, Birmingham, Manchester e Bradford, e dirette dallo sceicco Siddiqi – sono preposte a dirimere questioni di divorzio, di eredità, di violenza all’interno della famiglia e le sentenze che ne vengono emesse hanno la stessa validità giuridica di quelle emesse da un tribunale ordinario del Regno. E non vedo contraddizione nel fatto che l’arcivescovo di Canterbury, massima autorità ecclesiastica della chiesa anglicana, abbia accolto con favore l’introduzione della sharia nel paese, ritenendo che essa rappresenti un fondamentale “elemento di coesione” all’interno della comunità islamica. In un’intervista alla BBC, l’arcivescovo Williams ha dichiarato: “C’è spazio per una mediazione costruttiva con certi aspetti della legge musulmana, così come già accade con altri aspetti della legge [britannica!] di ispirazione religiosa”.

Ma che l’arcivescovo sostenga certe aberrazioni rientra in una strategia ben precisa di cui ho già parlato. Non stupiscono, infatti, i frequenti sodalizi che s’intrecciano fra esponenti di diverse confessioni, che non devono mai essere confusi con un sano interesse al pluralismo! Spesso questi signori si promuovono e si appoggiano gli uni con gli altri poiché sancire il potere di un’autorità religiosa equivale a legittimare e consolidare anche il proprio potere e la propria autorità religiosa. Stupisce di più, invece, che buona parte della sinistra inglese abbia aderito a questa sbandata della ragione in nome dell’integrazione, della democrazia e della libertà religiosa, ignorando ciecamente le ripercussioni gravissime sulla garanzia e la tutela dei diritti delle donne. Tuttavia, mentre gli integralismi guadagnano terreno facendosi l’occhiolino fra di loro e le sinistre sonnecchiano (ma talvolta non escluderei una silente malafede!), le donne rispondono agli attacchi con coerenza e determinazione: “One law for all” (Una legge per tutti) è la campagna lanciata dalle donne iraniane e kurde residenti in Gran Bretagna che si battono per il principio d’uguaglianza davanti alla legge indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla fede. Esse denunciano la pericolosità dell’arbitrio basato sulla religione e il fatto che, se già è inaccettabile la presenza nel paese di decine di corti islamiche informali, ancora più drammatico diventa che i tribunali coranici siano riconosciuti dallo Stato. In questo modo s’incoraggia l’estremismo e si istituzionalizza la discriminazione delle donne: fra le sentenze significative in questo senso, emesse dalle corti religiose, vi sono quelle che condannano il marito violento ad una serie di sedute di “terapia” presso alcuni capi religiosi e altre che stabiliscono che il figlio maschio debba ereditare il doppio di quanto spetti alla figlia femmina. Le donne kurde e iraniane sottolineano, peraltro, il beffardo paradosso che le vede sfuggire alla feroce ingiustizia di genere attuata nel paese d’origine per trovare le stesse condizioni discriminanti riproposte nella progressista Europa. Allo stesso tempo il gruppo WAF, che sta per Women Against Fundamentalism (Donne contro il fondamentalismo) riunisce donne londinesi di varia origine preoccupate dall’insorgere dei fondamentalismi di tutte le confessioni in Gran Bretagna.

Schierate apertamente contro l’assegnazione dei finanziamenti pubblici di enti locali e nazionali alle istituzioni religiose, le WAF osservano con crescente apprensione il pericoloso rafforzarsi del potere dei leader religiosi a svantaggio delle donne e la sempre più frequente intesa delle istituzioni con i capi fondamentalisti, che mette tragicamente sotto silenzio le voci dissidenti all’interno delle stesse comunità. Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi islamiche) è invece un network attivo in molti paesi del mondo, nei quali le donne sono soggette alle più svariate restrizioni imposte da leggi e costumi che si vogliono derivate dall’islam. La rete mira a rafforzare le lotte individuali e collettive delle donne contro i fondamentalismi, per i diritti e l’equità di genere in un’ottica di solidarietà internazionale. La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan) rappresenta un vivido esempio di lotta per la laicità e per i diritti nel cuore del fondamentalismo più cupo. Dichiaratamente anti-fondamentalista, RAWA si batte da trent’anni per la separazione fra potere politico e religioso, convinta che la laicità sia l’unica possibile via di riscatto delle donne afghane e di costruzione di un vero processo di democrazia in Afghanistan.

Per mancanza di spazio ho potuto citare solo alcuni esempi dei numerosi movimenti di donne nel mondo impegnate per i diritti e contro l’ingiustizia e che hanno individuato nella contrapposizione integralismo/laicità il punto nevralgico dell’intera questione. Minacciate dai poteri forti delle comunità d’appartenenza, queste donne sono messe a tacere o atrocemente ignorate proprio da chi dovrebbe garantire loro sostegno e solidarietà e che invece si fa pavidamente da parte per non interferire nelle culture altrui. Credo sia un atto di coerenza e onestà ammettere che dichiararsi rispettosi di certe “culture” significa farsi complice di un crimine di proporzioni planetarie che è perpetrato quotidianamente e da sempre nei confronti di bambine, di ragazze e di donne in quanto tali. Chi per timore o per ignavia o per calcolo politico, in nome della tolleranza e del relativismo culturale si astiene dal rivendicare un principio laico che valga indistintamente per tutti e per tutte dovrebbe riflettere sul fatto che, in tal modo, sta giustificando e legittimando discriminazioni e violazioni di ogni sorta. Penso sia, non solo un approccio sensato, ma anche una precisa responsabilità politica trovare il coraggio di condannare a viso aperto atteggiamenti e pratiche antidemocratiche indipendentemente dal contesto culturale e sociale in cui vengono attuate, senza timore di opporsi a chi, appellandosi alle tradizioni, alle culture e alle religioni, nega l’uguaglianza, compie abusi e viola diritti.

(Dal Convegno “Per un’etica pubblica laica”, sessione: “Scienza, ricerca, formazione, intercultura”, Firenze 7-8 febbraio 2009).

Debora Picchi, fiorentina, è insegnante di lettere (precaria). Femminista e attivista a favore dei diritti civili e dei diritti di genere, è impegnata nel movimento delle donne di Firenze “Libere Tutte” ed è fra le socie fondatrici del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) che da anni sostiene le organizzazioni femminili laiche e democratiche in Afghanistan.

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