Archivi tag: ipocrisia

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

di Jàdawin di Atheia

Da tempo mi trattengo: ora però non ci riesco più. Benché questo blog non abbia certo il seguito di tanti altri, e mi basterebbe averne il 10%, debbo scaricare un po’ di rabbia.

La Rai è sempre stata Radiotelevisione Apostolica Italiana, ma penso che negli ultimi vent’anni, e soprattutto da quando c’è il grande falso e imbroglione Francesco, la tracotanza, la sfacciataggine e il marciume filo-cattolico di tutta la Rai, dalle maestranze più basse ai dirigenti, passando per presentatori, conduttori, nani e ballerine, abbia raggiunto livelli impensabili neanche durante i monocolori DC.

La Rai, dunque, è occupata! È occupata da uno Stato straniero. Questo Stato è il Vaticano che, oltretutto, ha talmente potere che è riuscito a farsi chiamare, da tutti gli altri, “Santa Sede”, travalicando la sua denominazione ufficiale di “Stato della Città del Vaticano”.

Questa occupazione è nello stile della piovra, simbolo che giustamente gli anticlericali hanno assegnato alla Chiesa: avvolge tutto, si ramifica in ogni dove, in ogni ufficio, in ogni settore, in ogni trasmissione, e la Rai addirittura dedica un proprio settore e relativo sito, http://www.raivaticano.rai.it/ proprio al Vaticano!

Facciamo qualche esempio, proprio in quello che è più evidente ai telespettatori: conduttrici e conduttori. Così, come mi vengono in mente.

Belle immagini, posti stupendi, neve immacolata, montagne svettanti e valli verdi: mi piace la montagna e vedo Linea bianca su Rai 1, cercando di dimenticare, da freddofilo quale sono, Linea blu (pur amando anche il mare). Ma il bel Massimiliano Ossini, pur simpatico, passa di vetta in vetta, soprattutto quelle, numerosissime, con l’immancabile croce, il suo compagno Lino Zani dal gran naso dice io sono cattolico, lui dice “anch’io lo sono”, si inginocchia e fa il segno della croce, alla faccia del pluralismo nell’informazione o, meglio, della sua neutralità. In altre trasmissioni fa lo stupido segno senza nemmeno spiegarlo. E così via, di chiesa in chiesa, di croce in croce, di prete in prete.

Unomattina, sempre su Rai 1, è condotto da Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare. I due sono simpatici e la prima è pure bella e ridanciana ma anche loro rispettano, e sembrano proprio sinceri e convinti, il diktat filo-cattolico e soprattutto filo-Bergoglio.

Ma è Storie italiane, che subito segue dal lunedì al venerdì intorno alle 10, che si prende tutte le licenze con la sua conduttrice Eleonora Daniele. Bella e bionda (non sappiamo se vera o tinta), l’Eleonora atteggia il viso contrito quando si parla di brutte notizie, non lo fa benissimo ma sempre meglio dello zerbino Fabio Fazio, si aggira per lo studio sempre impeccabile e sempre con scarpe con tacco 12 e forma rigorosamente a punta (speravamo che la nefasta moda stesse passando….), con lei il lecchinaggio ipocrita e moralista verso la religione cattolica ed il suo monarca straniero raggiunge vette altissime, quasi sempre ospitando in studio il prete in rigoroso clergyman, ma grigio. A volte il prete cambia, e con lui l’abito “normale”, ma la tracotanza è la stessa.

E spesso c’è anche l’ausilio di una orrenda suora che si dice “laica”, e tutti sfornano, a richiesta, le loro opinioni e talvolta con quale protervia! Loro sanno benissimo di giocare in casa….

Ma dovete vederla e sentirla, l’Eleonora, quando qualcuno in studio o in collegamento appena appena si azzarda ad andare fuori dal coro! Lei si indigna, si arrabbia, afferma che “queste cose” lì, da lei, non si possono dire, non sono permesse, e che caspita! Ma scherziamo?

Con La vita in diretta, che segue, con la stessa frequenza, intorno alle 15, non si scherza: il conduttore Marco Liorni (di cui lo sfortunato predecessore Lamberto Sposini ci sembrava, sotto questo aspetto, decisamente meglio) e la bella Francesca Fialdini sono ambasciatori in Italia, ma simpaticamente e pagati dai contribuenti, del monarca straniero oltre Tevere. In occasione del compleanno del dittatore argentino addirittura gli dedicano, annunciata dal faccione sorridente ed estatico del Marco, l’intera prima parte del programma. E tutto il resto della trasmissione, appena possibile, è improntata a questo rivoltante vassallaggio moralista e bacchettone.

Con Zero e lode, il simpatico gioco in onda sullo stesso canale, ci si può anche divertire ma il suo conduttore, Alessandro Greco, fa le imitazioni di Bergoglio, dice “il nostro amato papa”, betamente ignorando, oltre ai non cristiani, anche quel 9-14% (statistiche cattoliche) di spettatori atei, agnostici e non credenti che, insieme a tutti gli altri con il canone, possono permettere alla Rai di lautamente pagarlo per fare il lecchino della setta cristiana. In un momento del programma c’era, manco a dirlo, una domanda di argomento religioso e lui si è rivolto allo “zerologo” Francesco Lancia chiedendo se ci fosse una risposta relativa “alla Madonna, la mamma di Gesù”: la risposta, per puro caso, non c’era, e lui era visibilmente dispiaciuto, povero cocchino di Bergoglio……

 

(articolo in progress, mano a mano mi vengono in mente i nefasti epigoni…..)

 

Annunci

Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Da Democrazia Atea in e-mail il 16 Luglio 2017 dc:

Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Anche Peter Gomez è caduto nella trappola gesuitica e anche lui propone, in un editoriale, il governo di Bergoglio, anche lui auspica una teocrazia.

L’apoteosi suicidaria della alternativa borghese approda anche per lui al governo della casta sacerdotale.

Gomez crede addirittura che Bergoglio voglia modificare la sua Chiesa e crede che quella massa di mantenuti milionari si stia effettivamente opponendo ad una fantomatica riforma della Chiesa che il loro capo mostra di volere attuare.

Sarebbe come credere che un generale in guerra voglia trasformare tutte le sue truppe in disertori.

È vero che l’etica di un popolo si modifica se si modificano le sue strutture religiose, ma è pur vero che l’etica dell’Italia è la sintesi perfetta dell’etica cattolica, e si stenta a credere che si auspichi addirittura una maggiore cattolicizzazione della società e delle istituzioni.

La struttura stessa dell’irresponsabilità individuale e politica degli italiani trae origine dall’”ego me absolvo”, dalla modalità assolutoria e perdonista che quella religione attua da secoli.

La cattolicizzazione delle istituzioni ha avuto, quali effetti tangibili, che la solidarietà sociale è stata sostituita con la cattolica carità, l’insegnamento critico e autonomo è stato sostituito con il nozionismo e con la catechizzazione cattolica, la morale collettiva è stata modellata attorno all’opportunismo, più o meno delinquenziale, che si nasconde dietro la maschera del moralismo cattolico, il diritto al lavoro è stato sostituito con la “concessione” o con la “raccomandazione”, ovvero con meccanismi verticistici attraverso i quali le tutele legislative non valgono quanto l’intercessione del santo del giorno.

La corruzione è parte strutturale della Chiesa Cattolica, è la modalità consolidata che garantisce l’irrinunciabile privilegio.

Bergoglio è stato abile nel coprire il piano organizzativo e di penetrazione nelle istituzioni, vero fulcro della teocratizzazione progressiva, con il piano, legittimo, della spiritualità, a tal punto che tutti, ottenebrati dal secondo, hanno addirittura negato l’esistenza del primo.

Ha fatto credere di voler combattere la pedofilia modificando il codice penale, ma si è guardato bene dal modificare il codice canonico, perché vuole mantenere a tutti i costi la protezione giudiziaria sui suoi pedofili, sa bene che il potere clericale ha il suo punto di forza nello stupro sistematico dei minori, la più potente arma per mantenere l’intera popolazione nel timore reverenziale verso la casta sacerdotale.

Del resto continuare a tenersi come stretto collaboratore Pell, sapendo già da due anni di cosa era accusato, vuol dire che Bergoglio non ha alcun imbarazzo nel frequentare chi è accusato di pedofilia e ha continuato a tenerselo nel suo più ristretto entourage, come se nulla fosse.

C’è un passaggio assai grave e preoccupante nell’editoriale di Gomez: “Pensate come sarebbe una repubblica dove chi sbaglia venisse perdonato, ma solo dopo aver ammesso e riparato il proprio errore.”

Gomez descrive il meccanismo del reato come se fosse quello del peccato, con la sequenza confessione-espiazione-perdono che, nella sua aspirazione ideale, dovrebbe sostituire quella del processo-condanna-riabilitazione.

Accettare la sovrapposizione reato=peccato reca in sé una pericolosissima degenerazione che ha visto nella teocratizzazione delle società l’accettazione della equazione successiva peccato=reato, per cui la mancata adesione alle regole morali della religione dominante comporta punizioni e restrizioni alla propria libertà, proprio come accadeva da noi con il tribunale dell’Inquisizione e come accade oggi nei Paesi islamici.

Insomma il medioevo dell’umanità.

Gomez dimentica che Bergoglio è un gesuita e che non farà mai ciò che dice, dimentica che è un reazionario che vuol far credere di essere progressista, dimentica che si è appropriato di un significante (Francesco) per modificare la struttura del significato (adesione alla povertà) perché il potere economico è l’unica strada possibile per mantenere in piedi la sua Chiesa, e dispone di una capacità comunicativa non comune per dare ad intendere il contrario.

Francesco De Sanctis ha descritto magistralmente il lavoro che hanno fatto i gesuiti di cui Bergoglio è senza dubbio l’esponente più rappresentativo che ci sia mai stato: “la morale gesuita è riuscita ad abbassare la morale del popolo, ad avvezzarlo all’ipocrisia, a contentarsi dell’apparenza, negligendo la sostanza”.

Da Peter Gomez ci aspettavamo maggior sostanza.

Decrescita felice e Chiesa povera

In e-mail da Dino Erba il 6 Aprile 2017 dc (impaginazione adattata da me, ho corretto alcuni errori, non ho riportato le immagini dell’originale, in formato pdf):

DECRESCITA FELICE E CHIESA POVERA

UN PERFETTO OSSIMORO
FRUTTO MARCIO DEL BINOMIO LATOUCHE-FRANCESCO I

Il tempo passa, ma l’orizzonte economico è sempre cupo. Peggio. Le tensioni sociali crescono e in molte aree del mondo sono sfociate in guerre, più o meno civili. Non è uno scenario rassicurante. Soprattutto perchè dimostra che il modo di produzione capitalista non funziona così bene come ci dicevano pochi anni fa. Inevitabilmente, sorgono proposte alternative, che prospettano un diverso modo di produzione. E ce ne per tutti i gusti. Le varie proposte, pur riflettendo situazioni assai differenti, e spesso contrastanti, cercano di conciliarsi tra loro, proponendo soluzioni compatibili con il sistema complessivo, ovvero con il modo di produzione capitalistico. Pur criticandolo aspramente. O meglio criticandone aspramente le presunte distorsioni, che invece sono consustanziali al sistema.

SPEREQUAZIONE DILAGANTE

Orbene, già da alcuni anni si assiste a una polarizzazione della ricchezza, da cui la crescente sperequazione sociale (il cosiddetto Coefficiente di Gini), che la crisi ha stimolato. Per inciso, questa tendenza non fa altro che confermare la tesi marxista sulla miseria crescente. Più volte contestata dagli apologeti del capitalismo, sempre confermata dai fatti. A questo proposito si veda: ANTONIO PAGLIARONE, La polarizzazione delle società industriali avanzate ovvero la de-integrazione (www.countdowninfo.net/); AA. VV., La legge della miseria crescente, «N+1», n. 20, dicembre 2006 (www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/20/rivista_20_completa.p/).

Non ci vuole un particolare acume sociologico per capire che gli effetti della sperequazione hanno conseguenze differenti in un Paese di vecchia industrializzazione (area OCSE) come l’Italia rispetto a un Paese cosiddetto in via di sviluppo come il Perù. Le differenze comportano anche una differente percezione della povertà: nell’immaginario collettivo italiano la povertà è rimossa, in quello peruviano è incombente.

A questo proposito, faccio un paragone tra le condizioni economiche dei due Paesi, considerando: PIL pro ca- pite, Coefficiente di Gini, Tasso di disoccupazione, Popolazione sotto il livello di povertà. Resta esclusa la cosiddetta «qualità della vita», su cui ci sarebbe troppo da disquisire, ma da tener comunque presente.

Ho scelto il Perù come termine di confronto poichè è un Paese in via di sviluppo dell’America Latina, continente che, a differenza di Africa e Asia, non è sconvolto da traumi bellici (guerrilla a parte). Inoltre, il Perù, a differenza di altri Paesi latini, non è stato soggetto a particolari «turbative» di carattere economico e politico, come il Venezuela di Chavez o il Brasile di Lula. Ovvero, il Perù riflette nel bene e nel male una situazione simile a quella di altri Paesi del Terzo Mondo. Infine è un Paese cattolico.

– Salvo diversa indicazione, per omogeneità riferisco i dati della CIA (www.cia.gov/library/publications/the- world-factbook).

Italia: PIL pro capite (purchasing power parity) 30.100 $ (2012), posizione a livello mondiale: 45 (su 228 Paesi). Coefficiente di Gini 31,9 nel 2011 (27,3 nel 1995), posizione a livello mondiale 106.
Tasso di disoccupazione: medio alto (10,90%), posizione a livello mondiale 117.
Popolazione sotto il livello di povertà (dati Istat e Caritas): 14% (2012).

Perù: PIL pro capite (purchasing power parity) 10.700 $ (2012), posizione a livello mondiale: 109.
Coefficiente di Gini 46 nel 2010 (51 nel 2005), posizione a livello mondiale: 34.
Tasso di disoccupazione: medio (7,7%), posizione a livello mondiale 89.
Popolazione sotto il livello di povertà: 31,3% (2010). L’ultimo rapporto dell’UNICEF del 2004 sulla situazione dell’infanzia in Perù indica che due terzi dei bambini tra gli 0 e i 17 anni di età, vivono al di sotto della soglia di povertà.

In Italia, con un PIL pro capite stagnante (o in regresso), la sperequazione è aumentata.

Così come in altri Paesi OCSE, con in testa gli USA. Fanno eccezione Germania, Paesi Scandinavi e pochi altri, grazie ai quali la media UE ha registrato un leggero miglioramento, passando dal 31,2 del 1996 al 30,7 del 2011, con una posizione a livello mondiale 113. Tenendo presente che nei Paesi UE il PIL pro capite da qualche anno ha registra incrementi molto contenuti e spesso decrementi.

In Perù, con un PIL pro capite in leggera crescita, la sperequazione è diminuita. Il Paese resta comunque ai «piani alti» della sperequazione, per di più con un’alta percentuale di poveri. Con maggiori o minori accentuazioni, questa situazione è comune ad altri Paesi dell’America latina. Per esempio, seppur più ricchi in termini di PIL pro capite, Cile, Argentina, Messico, Brasile presentano una sperequazione molto più forte. Ricordiamo che i piani alti della sperequazione sono occupati sia da Paesi africani in condizioni di miseria endemica, ma anche dal rampante Sudafrica (al 2° posto dopo la Namibia), sia da Paesi asiatici altrettanto rampanti (Thailandia al 12° po- sto, Hong Kong al 13°).

Lo scenario socio-economico complessivo presenta:

a) aree di povertà endemica (buona parte dell’Africa); b) aree cadute nella stagnazione (OCSE); c) aree in espansione, con un basso PIL pro capite e una forte accentuazione della sperequazione, come in Cina, dove trionfa la sperequazione: in due anni, il coefficiente di Gini è balzato dal 41,5 (2007) al 48 (2009), mentre il PIL pro capite di 9.100$ resta sempre ai piani bassi, 118° posto nella classifica mondiale, dopo Cuba e Tunisia.

Comune alle tre aree è la crescita delle tensioni sociali, seppur con forme e modalità differenti.

In questo scenario sociale sempre più ingiusto dovrebbero farsi avanti i movimenti che reclamano una più equa distribuzione della ricchezza, come avveniva in un passato non troppo remoto. Invece viene dato spazio ai movimenti che propongono la povertà! Come mai?

SORELLA POVERTÀ & FRATEL PROFITTO: UN MATRIMONIO DI INTERESSE

Tra i sinistri intellettuali, grande risonanza viene data a Serge Latouche, con la sua decrescita «felice». Poi vedremo per chi è felice…

Latouche si rivolge soprattutto al ceto medio benestante dei Paesi OCSE che, con la crisi, vede i propri redditi calare e, di conseguenza, vede calare anche i consumi. Sono però consumi in buon parte voluttuari o, più sottilmente, riconvertibili. E il buon Latouche invita il ceto medio a far di necessità virtù, come fa il dietologo con il paziente sovrappeso, proponendo un regime alimentare più salutare.

Lo affianca Papa Bergoglio, popstar del momento, che si rivolge ai poveri, o meglio ai proletari del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina. Dove un desarrollo economico, sempre assai balzano, accompagna o accresce la miseria di massa.

La sinfonia è diversa, la musica è la medesima. Entrambi non mettono in discussione la sperequazione. Nella migliore delle ipotesi entrambi chiedono la razionalizzazione delle risorse, accompagnata da solidarietà, o meglio dalla sussidiarietà, per addolcir la pillola.

In entrambi i casi, la musica stona.

Bergoglio, evocando Francesco, si fa male da solo. Non dice che il movimento francescano, dopo la morte del Poverello d’Assisi, fu subito messo in riga dal Papato. E chi non abbassò la testa finì al rogo, come fra Dolcino e molti altri. Ma non basta bruciare i ribelli, quando permangono le cause della ribellione. Motivo per cui, i discepoli di fra Dolcino sono sempre risorgenti, come Camilo Torres, soprattutto nei Paesi dell’America Latina, da cui Bergoglio proviene. Il nuovo papa ha il crocifisso di ferro (invece che d’oro, nota mia) ma lo IOR resta la banca del Vaticano. Cambia la forma ma resta la sostanza.

Il discorso di Latouche forse è più pericoloso. La decrescita «felice», non mettendo in discussione il processo di accumulazione del capitale, riguarda esclusivamente i consumi. In pratica, Latouche non fa altro che giustificare la riduzione dei consumi, che è già in atto, e che apparentemente coinvolge tutta la società, ma in realtà gli effetti sono differenti e soprattutto sono del tutto iniqui: la riduzione dei consumi è inversamente proporzionale al reddito. Per prima cosa non colpisce assolutamente i ricchi, anzi, il lusso la fa da padrone: mentre se per il ceto medio può comportare una parziale diminuzione del superfluo e dell’accessorio, per i proletari significa una secca perdita dell’essenziale. Sul piano promozionale, la decrescita «felice» – spesso sponsorizzata dai ricchi – trova eco tra i ceti medi, soprattutto in Occidente, dove molti pasciuti moralisti proclamano crociate anticonsumistiche e molti pasciuti «alternativi» sostengono la green economy, con tutte le sue perversioni (Grillo docet). Ed è in questo ambientino che, in tempi di crisi, nascono le pallide vestali dei sacrifici. Sacrifici per che cosa? E qui casca l’asino.

La decrescita «felice», in pratica, si traduce in una razionalizzazione delle risorse, ma a esclusivo vantaggio del capitale. Essa, santificando la riduzione dei consumi, giustifica la riduzione del reddito. Dopo di che, le risorse, o meglio i quattrini (tolti da salari, pensioni, assistenza sociale), non più destinati al consumo, diventano capitali «liberi», disponibili per l’accumulazione, che oggi significa soprattutto speculazione finanziaria.

La decrescita «felice» è un gatto che si morde la coda: oggi come oggi, fornendo risorse alla speculazione, favorisce la sperequazione. È un rimedio peggiore del male. Uno specchietto per le allodole sciocche della piccola borghesia. Sciocche ma pericolose, come i volonterosi carnefici di Hitler.

 

PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO IMMEDIATO

Nel 1952, in tempi di ricostruzioni economiche nazionali e socialiste, il Partito comunista internazionalista aveva messo a punto delle ipotesi di de-sviluppo, come primi passi di un governo rivoluzionario proletario, post capitalista, ovvero frutto di una rivoluzione in cui i proletari mandano fuori dai piedi la borghesia e iniziano un processo di distruzione del modo di produzione capitalistico (e NON di costruzione del socialismo, che non ha nulla da costruire). Il programma colpisce al cuore il processo di accumulazione, attraverso il disinvestimento dei capitali da destinare all’accumulazione, favorendo invece i consumi. Ovviamente, a proposito di consumi, occorre combattere sia l’idiota pauperismo – con l’estemporaneo corollario neo-luddista – sia l’altrettanto idiota edonismo (che confonde il comunismo con il Paese del Bengodi!). Privilegiando invece una concezione cosmica, fondata sul rapporto uomo-natura.

Riporto i punti principali del Programma rivoluzionario immediato, da leggere con grano salis…
a) «Disinvestimento dei capitali», ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo. b) «Elevamento dei costi di produzione» per poter dare, fino a che vi è (sono, nota mia) salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro. c) «Drastica riduzione della giornata di lavoro» almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali. d) Ridotto il volume (riduzione del, nota mia) della produzione con un piano «di sottoproduzione» che la concentri sui campi più necessari, «controllo autoritario dei consumi» combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria. e) Rapida «rottura dei limiti di azienda» con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo. f) «Rapida abolizione della previdenza» a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale. g) «Arresto delle costruzioni» di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile. h) «Decisa lotta», con l’abolizione delle carriere e (dei, nota mia) titoli, «contro la specializzazione» professionale e la divisione sociale del lavoro. i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento».
[«il programma comunista», a. II, n.1, 8-24 gennaio 1953 – http://www.sinistra.net/lib/bas/progra/vako/vakoabefui.html/%5D.

 

DINO ERBA, Milano, 18 marzo 2013

La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

In e-mail il 17 Marzo 2017 dc dal compagno Masaniello del PCL-Partito Comunsta dei Lavoratori

La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

di Masaniello

In Italia fino al 1999 bestemmiare in pubblico era reato penale, oggi c’è “solo” una sanzione pecuniaria, che va da 51 a 309 euro, nonostante la laicità dello Stato. Perché mi punisci quindi se non credo? Io potrei offendermi se vilipendi il salame, ma tant’è.

È curioso il nostro ordinamento giuridico: fascisti in ogni dove, nei social, nelle piazze, nelle università, nelle forze dell’ordine, nonostante la legge 645 del 20 giugno del 1952, e si condanna una bestemmia.

Ma del resto l’Italia non è nuova a queste contraddizioni, nel caso della Chiesa Cattolica poi dà il meglio di sé. Basti pensare all’8 x1000 che frutta alla Chiesa un miliardo e undici milioni di euro all’anno, o alla proprietà del 22% del patrimonio immobiliare sul suolo italico, ovviamente esentasse.

Qualcuno chiederà: “la Chiesa ha tutti questi soldi?”

Se consideriamo il patrimonio assai sottostimato queste sono briciole, si dice che la Chiesa Cattolica abbia 2 miliardi di euro di beni immobiliari nel mondo, senza contare le riserve d’oro (alcune stime interne della segreteria di Stato parlano di 140 miliardi di euro, il doppio della Banca d’Italia), lo IOR (Banca Vaticana) che gestisce un patrimonio da 6 miliardi di euro, nonostante questa negli ultimi 30 anni sia al centro degli scandali italiani, dallo scandalo Enimont a Calciopoli, per non dimenticare le uccisioni di Giorgio Ambrosoli e di Roberto Calvi insieme alla sua segretaria.

Si stima che la Chiesa abbia 1 miliardo e 272 milioni di fedeli a cui vengono taciuti i segreti più nefasti sui rappresentanti di un ipotetico dio, uomini che sotto l’abito talare nascondono abusi sessuali su minori e donne prevalentemente povere, passando per festini a base di sesso e droga, uomini che la domenica predicano bene ma durante la settimana razzolano molto male.

Ovviamente il Vaticano tacita, minimizza e non condanna, o lo fa se è proprio obbligato come nello scandalo statunitense in cui, tra il 1950 e il 2002, 10.667 americani denunciano o riferiscono di abusi sessuali da parte dei servitori di dio.

Il Vaticano verificò 6 mila casi. Dopo l’inchiesta si presero provvedimenti disciplinari nei confronti di 1021 preti, mentre 3300 non hanno avuto nessun processo perché morti, dopo l’inchiesta non si è mai saputo chi fossero gli abusati, né tanto meno la Santa Sede chiese scusa. Anzi la Chiesa asserì che i preti che compiono atti di pedofilia lo fanno perché omosessuali, non volendo affrontare né tanto meno risolvere il problema. Il Vaticano spinge sempre di più nell’ignoranza i suoi seguaci.

Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, mentre Leonardo da Vinci esortava ad aprire gli occhi nei confronti della Chiesa, per non parlare di Giordano Bruno o di altre grandi menti pensanti bruciate sul rogo.

Eppure la chiesa fa cassa su tutto, dalle opere benefiche ai lasciti dei fedeli, addirittura nei santuari più famosi del mondo non è raro vedere una cassetta per le offerte per fare usare la toilette, oltre agli oboli per vedere le opere di inestimabile valore custodite all’interno del Vaticano e in chiese, monasteri o luoghi di culto. La Chiesa fa soldi anche per le case in affitto per i pellegrini che vanno in cerca di una grazia, tra cui molti malati, da cui il Vaticano spreme 4 miliardi di euro all’anno. Pensate che Propaganda Fide, l’ufficio che dirige l’attività missionaria, gestisce un patrimonio di 10 miliardi di euro.

Il Vaticano ha bisogno di propaganda? Cos’è, la Chiesa di Gesù Cristo o uno Stato capitalistico? La risposta è ovvia.

Eppure non bisogna andare molto lontano per capire cos’è la Chiesa, dalle crociate all’inquisizione a oggi: possiamo tranquillamente dire che è lo Stato più assassino al mondo. Basti pensare alla benedizione papale di svariate guerre nella storia europea e mondiale (tra cui la conquista coloniale dell’Etiopia nel 1936… non nel medioevo!) e  ai Patti Lateranensi in cui si diede appoggio al fascismo nonostante l’uccisione a bastonate di don Giovanni Minzoni (per mano fascista). I patti sancirono accordi per benefit propri e non per il popolo o i fedeli, benefit di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, dal maestro di religione al crocifisso negli edifici pubblici.

Calcolando l’immensità di tali ricchezze viene da chiedersi quante vite si potrebbero salvare, potendole usare realmente per il bene dei diseredati, e non del clero. Dicono che la Chiesa è speranza, ma chi di speranza vive disperato muore, come i milioni di poveri che muoiono di malattie o di deperimento, citati solo ogni tanto nel sermone della domenica.

L’essere umano non ha bisogno della carità cristiana, l’essere umano ha bisogno della dignità, di essere libero da qualsiasi catena, religiosa e capitalistica. Per conquistare questa libertà occorre smettere di chiedere timidamente ciò che ci spetta, e attendere una vergognosa carità, ma prenderlo con la forza dei numeri, che è dalla parte di noi sfruttati.

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

da Hic Rhodus 6 Febbraio 2017 dc

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

6 Febbraio: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili: una delle tante ricorrenze? Un’occasione rituale? Vogliamo credere di no. Anche se meno enfatizzata di altre ricorrenze in qualche modo conquistate all’opinione pubblica (e semmai al mercato) questa ci sembra più importante proprio perché più specifica. Non una generica giornata “per le donne” ma una in cui riflettere su un orrore specifico, primitivo, terribile, che segna una condanna irreversibile per circa tre milioni di bambine ogni anno, che si aggiungono ai 125 milioni di ragazze e donne che si stima abbiano già subito la mutilazione (fonte Unicef; riportiamo in fondo il testo intero di questa pagina Unicef, che ci sembra migliore di qualunque nostra sintesi).

Le pratiche mutilanti sono diverse e l’OMS le distingue in quattro tipi:

  • I TIPO, circoncisione: resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride.
  • II TIPO, escissione: resezione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra.
  • III TIPO, infibulazione (o circoncisione faraonica), la forma di mutilazione genitale tipica dei Paesi del Corno d’Africa: consiste nella escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina.
  • IV TIPO: include varie pratiche di manipolazione degli organi genitali femminili: piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra, allungamento della clitoride e/o delle labbra, cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti, raschiatura dell’orifizio vaginale o taglio della vagina, introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

L’orrore prosegue con pratiche di defibulazione (taglio dell’infibulazione per riaprire la vulva cucita) e di reinfibulazione (ricucitura delle labbra precedentemente defibulate) che posso essere ripetute negli anni (fonte). Inutile purtroppo rammentare che nella maggior parte dei casi queste mutilazioni vengono inflitte senza anestesia e con strumenti inadeguati e non sterilizzati.

unicefmfg map.jpg

La pratica è diffusissima anche in Europa, portata dai migranti come parte della loro cultura tradizionale. Stime non verificabili parlano di 500.000 donne mutilate e di 180.000 ragazze a rischio (fonte); e l’Italia, naturalmente, registra lo stesso fenomeno con una stima di 57.000 donne mutilate nel 2010 (fonte).

infibulazione1Ben consapevole dell’enorme differenza, sia in termini sociali e culturali che sanitari, vorrei ricordare che esiste anche la pratica delle mutilazioni genitali maschili. Generalmente si tratta dell’asportazione (parziale o totale) del prepuzio, ma esistono pratiche più estreme come l’esposizione dell’uretra esterna e lo schiacciamento di un testicolo (fonte). Anche limitandosi alla circoncisione, essa appare più “accettabile” perché praticata da popoli vicini e sentiti come culturalmente prossimi, come gli ebrei (per ragioni religiose, praticate anche da musulmani e alcune sette cristiane) e americani (è stupefacente la diffusione della pratica in America, considerata benefica sotto l’aspetto della salute, cosa assai mistificata o, nel migliore dei casi, non accertata; fonte). L’idea che per pregiudizi religiosi si impongano scelte irreversibili a neonati e minori mi sembra intollerabile (ne ho parlato diffusamente QUI); che in Occidente poi si pratichino mutilazioni genitali maschili neppure per un mandato diretto da dio, ma per presunte credenze pseudoscientifiche (quella sulla circoncisione, per esempio, è nata fortuitamente in un caso specifico e documentato, per tracimare poi in senso irresponsabilmente generalizzato) mi pare stupido, come stupide sono le considerazioni antiscientifiche degli antivaccinisti.

mutilacion-genital2Infine è assolutamente necessaria qualche parola sui limiti del relativismo culturale. Noi che siamo super-relativisti e cerchiamo di costruire ponti di comprensione verso l’alterità, la diversità, la novità, dobbiamo essere i primi anche a combattere il relativismo stupido, quello cioè incapace di distinguere, scegliere e decidere. Il relativismo assoluto e cieco, come una qualunque fede, porta direttamente nella notte buia in cui tutti i gatti appaiono bigi. Noi occidentali siamo portatori di determinati valori che abbiamo conquistato sanguinosamente negli ultimi quattro secoli di storia: la separazione fra Stato e Chiesa (e più in generale fra società civile e religione), i diritti individuali (alla salute, alla libertà, alle opinioni…), l’eguaglianza di genere (lungi dall’essere raggiunta, per carità, ma chiaramente inscritta nei valori liberali e democratici) e così via. Il nostro relativismo quindi può valere in assoluto come capacità di comprensione antropologica, ma deve essere orientato dai valori che abbiamo menzionato: l’infibulazione è una violenza inaccettabile, non ha alcuna ragione sanitaria ed è invece causa di gravi problemi di salute e psicologici delle bambine, è una forma evidente di sottolineatura violenta della subalternità femminile, non può essere accettata neppure come forzato e bizzarro richiamo a dogmi religiosi. A mio avviso ciò vale anche per la circoncisione, anche se gli aspetti sociali e sanitari in cui prevalentemente avviene non sono minimamente comparabili alle mutilazioni genitali femminili.

Risorse:

D_ITALY_Flag_FINAL-593x443.jpg

Mutilazioni genitali femminili

(tratto dalla pagina Unicef http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm)

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso,che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni.

Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche.

Si stima che in nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano circa 125 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a queste statistiche.

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in Paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza – fino ad arrivare a quote dell’1-4% in Paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.

Si registrano casi di MGF anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, e che quindi sono difficili da censire statisticamente.

Pregiudizi alla base delle MGF

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni:

  • Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
  • Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
  • Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
  • Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
  • Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)

Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Ad eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.

Le MGF sono spesso considerate un servizio di elevato valore, da remunerare lautamente: lo status sociale e il reddito di chi le compie è direttamente connesso all’esito di questi interventi.

Una pratica da condannare senza mezzi termini

L’UNICEF considera le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna.

Le MGF sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.

Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

Le foibe

In e-mail l’11 Febbraio 2017 dc:

Le Foibe

… Ma nelle Foibe non ci finiranno solo i miliziani fascisti, ci finiranno anche oppositori politici, anche quei partigiani, militanti comunisti di base e anarchici che – pur se in modo estremamente confuso – non guardavano di buon occhi gli intenti nazionalistici e borghesi della resistenza e disertavano le file titine. Persecuzioni portate avanti con ogni mezzo, presumibilmente anche con denunce segrete presso le SS…
Leggi tutto qui sotto dal giornale Comunista Internazionalista Battaglia Comunista del marzo 2011 a pag. 5 link in PDF:

2011-03-01-battaglia-comunista.pdf


Qui sotto Opuscolo di 12 pagine dell’infaticabile Compagno Dino Erba:

  1. [PDF] Nella linea di faglia tra Est e Ovest – Biblioteca Multimediale Marxista
  2. www.bibliotecamarxista.org/…/...


In copertina. Sopra. Incendio dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste il 13 luglio 1920, da parte delle squadre fasciste, capeggiate da Francesco Giunta e protette da soldati, carabinieri e guardie regie…

STRALCIO…

Su femo i bravi. In fondo xe un brusar Ebrei e Slavi.

CAROLUS CERGOLY,  Fuma el camin, in Ponterosso, Guanda, Parma 1976.

Il riferimento è al forno crematorio della “Risiera di San Sabba” di Trieste,

l’unico operante in Italia, … e xera anca un brusar Italiani…

A Pola xe l’Arena
La Foiba xe a Pisin
Che buta zo in quel fondo
Chi ga certo morbin 
 (1) .
(Canto dei giovani fascisti di Pisino, 1919) 

(1) “A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien gettato chi ha certi pruriti.” Lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista (Vallecchi Editore, Firenze, 1929) si gloria di un’orrenda serie di violenze, tra cui l’infoibamento di slavi e antifascisti italiani. Cfr. Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia», n. 2. febbraio/marzo 1997, numero speciale. 

——————————————————————

CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15
-21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail:  circ.pro.g.landonio@tiscali.it
……………………………………………….Archivio giornali murali diffusi e affissi in prov. di Varese anno 1996.

Dall’ ex  blog ITALIA ROSSA

Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

Domenica, 11 febbraio 2007 (prima edizione)

I morti non sono tutti uguali

Ci sono oppressi e ci sono oppressori; aggrediti e aggressori; vittime e boia .

Solo i primi meritano rispetto

Nelle “Foibe” vennero gettati gerarchi fascisti e nazisti miliziani e collaborazionisti, oppositori vari. La violenza dei partigiani di Tito contro gli invasori fascisti e nazisti, nonché quella dei partigiani triestini, era legittima; fu reazionaria nei confronti di operai e avanguardie comuniste. L’equiparazione postuma dei morti non supera il passato né elimina le responsabilità. La storia non si cancella. Condanniamo il cordoglio odierno, di fascisti e antifascisti, sui morti delle “Foibe” come manifestazione di revanschismo imperialistico e mettiamo in guardia “esuli” italiani e sloveni confinari sulle mire espansionistiche dell’Italia. (Riceviamo e pubblichiamo)

Istria e Trieste, da luoghi di massacri, debbono ritornare centri di INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

Le “ foibe” non furono né un genocidio del totalitarismo “comunista” (non c’era comunismo né in Russia né in Jugoslavia ed è una bestialità allineare Marx – Lenin con Tito, Stalin, Mao, Pol Pot); né una pulizia etnica né una “folle vendetta“ attuata da gente disperata; né una “barbarie di guerra”; né una “grande tragedia”; né altro di consimili cose sciorinano giornali e televisioni con grande noncuranza o mistificazione degli avvenimenti storici. Le “foibe”, cui ci limitiamo a quelle del 1945, furono una pratica di giustiziazione politica attuata dall’esercito di liberazione jugoslavo contro i nazi-fascisti e i loro accoliti che, che con le loro atrocità e invasione, avevano causato la morte di 1.700.000 persone.

La presenza delle truppe di Tito a Trieste e Gorizia va dal 2 maggio al 12 giugno 1945. In questi quaranta giorni ci furono esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi ma non ci fu alcun genocidio o pulizia etnica. L’esercito di Tito epurò le due città essendo nei suoi piani, avvallati da Togliatti, spostare il confine fino al Tagliamento, ma non operò alcuna eliminazione sistematica in base alla nazionalità. Le direttive ai comandanti sloveni erano di arrestare i nemici e di epurare in base all’appartenenza al fascismo (gli sloveni avevano giustiziato più di 10.000 connazionali perché collaborazionisti ).

Dal novembre 1945 all’aprile 1948 sono state recuperate dai crepacci tra Trieste e Gorizia circa 500 salme. Metà erano di militari metà di civili. Le “foibe” furono quindi la modalità esecutiva di un più vasto repulisti politico operato con metodi sommari e feroci da una armata di liberazione nazionale che tendeva a stabilire la padronanza sul campo prima delle trattative di pace in una zona di confine conteso.

Il P.C.I. triestino ammetteva la tattica delle “foibe” raccomandando ai propri militanti di non sbagliare bersaglio e di colpire dirigenti responsabili del regime fascista e della RSI membri della milizia e della guardia repubblichina collaboratori aperti dei nazisti . Quindi scaraventare l’avversario nei crepacci faceva parte della lotta antifascista ed era una giusta reazione alla violenza nera. Questo il contesto storico di allora. Dal 1992 operano 2 commissioni miste, una italo- slovena, l’altra italo-croata, per ricostruire questi episodi. Non c’è molto da scoprire. I fatti storici a parte i dettagli sono noti.

L’unico capitolo da ricostruire è la distruzione dei reparti più combattivi della classe operaia giuliana e delle avanguardie comuniste ad opera congiunta del nazionalismo titino e dello stalinismo del P.C.I. triestino. Ma non ci aspettiamo niente dalle predette commissioni e esortiamo perciò quanti hanno a cuore l’argomento e la possibilità di farlo di cimentarsi in questa ricostruzione.

Che oggi gli ex partigiani si inchinino davanti le “fobie” in compagnia degli ex fascisti , i quali per quaranta anni ne hanno fatto un vessillo speculando sul dramma dei profughi da loro creato, non ci sorprende affatto. Fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia borghese e già nell’89 il P.C.I. di allora aveva deposto i primi fiori alla “foiba” di Basovizza. Ma è un incolmabile atto di ipocrisia sostenere che tutti i morti sono uguali e che la violenza parifica i soggetti. Nossignori. Le repressioni, le atrocità, gli stermini degli imperialisti e degli oppressori non possono essere equiparati alle uccisioni e violenze dei movimenti nazionali né tantomeno a quelli degli oppressi. La persona umana non è un’entità astratta; è una cellula sociale; e ha un posto di serie A-B-C-D a seconda che appartenga a questa o quella classe, in vita e in morte. Quindi si abbraccino pure i nemici di ieri la storia non si cancella.

E’ logico che ogni qualvolta si parla di “foibe” il clima per gli italiani dell’ex Istria si fa più pesante in quanto cresce l’ostilità di sloveni e croati. Certo che la raggiunta unità post-fascista di ex camice nere e di ex partigiani non prelude a nulla di buono. Essa esprime la grande voglia dei gruppi economico-finanziari e militari di ritornare da padroni in queste terre ed è dunque foriera di nuove e più sanguinose avventure.

I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI: CI SONO OPPRESSI E CI SONO OPPRESSORI, AGGREDITI E AGGRESSORI, VITTIME E BOIA.  SOLO I PRIMI MERITANO RISPETTO.

                                                                    Articolo del suppl. al giornale murale di Rivoluzione Com. del 15 settembre 1996, affisso negli ambienti proletari anche recentemente in provincia di Varese.

 —Edizione a cura di—
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 – 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

————————————————————————————-

Barbarie e fanatismo

da Lucio Garofalo 26 Agosto 2016 dc (pubblicato anche sul mio sito Jàdawin di Atheia alla pagina “Politica e Società-13 2016”)

Barbarie e fanatismo

Tra le abitazioni private e gli edifici pubblici che sono crollati a causa del sisma dell’altra notte, rientra addirittura una scuola costruita nel 2012, per cui dovrebbe essere stata, almeno in teoria, una struttura antisismica. In ogni caso, alcuni giorni fa si è verificata in Giappone una scossa della stessa entità (magnitudo 6 scala Richter), ma non si sono registrati danni alle persone.

Da noi si verificano ancora disastri inauditi, come se vivessimo ancora prima del 1980 (quando ci fu il terremoto in Irpinia e Lucania), o addirittura nel 1600, in un’epoca oscurantista, in cui non era ancora sorta la sismologia come scienza, non si sapeva assolutamente nulla di fenomeni tellurici, delle loro cause, e non si disponeva dei mezzi scientifico-tecnologici e degli strumenti legislativi per predisporre un’efficace opera di prevenzione.

I soldi per rimettere in sicurezza il territorio della nostra penisola vengono dirottati altrove, destinati ad opere inutili e dispendiose come la TAV, a progetti faraonici come il ponte sullo stretto di Messina, a rimpinguare gli affari che interessano le mafie e le cricche politico-economiche che imperversano e dettano legge in Italia.

Quando si verifica l’ennesima tragedia collettiva come quella a cui stiamo assistendo in queste ore, si levano cori di farisei indignati, si versano fiumi di lacrime di coccodrillo, e si invoca un concetto che dovrebbe suonare del tutto anacronistico ed irrazionale alle nostre orecchie: la “fatalità”. Ma di “fatale” non c’è nulla tranne la stupidità e l’ignoranza delle persone. I terremoti non si possono prevedere, ma si può evitare che arrechino disastri come quelli del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Aquila e di oggi.

Non siamo attrezzati come il Giappone, ma ciò non è dovuto al “fato”, bensì ad una carenza di volontà politica, a condizioni antropologico-culturali che pregiudicano in modo grave il progresso civile di questo “sventurato” Paese.