Più siamo peggio è

Nel numero 442 aprile 2020 dc di A-rivista anarchica, all’interno del Dossier Clima, c’è questa interessante intervista, che ripropongo, sul tema a me molto caro (e che mi fa tremendamente incazzare da sempre) della sovrappopolazione:

Più siamo peggio è

intervista di Carlotta Pedrazzini a Luca Mercalli

Perché, quando ci occupiamo di crisi ambientale, è importante parlare anche di controllo delle nascite? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana.

In un sistema chiuso nessuna specie può crescere all’infinito senza creare danni irreversibili all’ambiente in cui è inserita e a se stessa. Nemmeno quella umana.

Eppure parlare di controllo delle nascite in relazione alla crisi climatica e ambientale è considerato un tabù, non solo negli ambienti religiosi e di destra.

Anche la sinistra non ha mai voluto occuparsi seriamente della questione per non entrare in conflitto con la chiesa, lasciando la battaglia per il controllo delle nascite a una minoranza più radicale e anarchica, che la porta avanti da oltre un secolo.

Certo sarebbe scorretto pensare di fronteggiare il cambiamento climatico concentrandosi solo sulla demografia: il controllo delle nascite non sostituisce la critica all’attuale sistema economico e sociale generatore di diseguaglianze e inquinamento, ma questo non può farci tralasciare il tema dell’impossibilità di una crescita infinita, anche della popolazione.

Carlotta – Che relazione c’è tra crescita demografica e crisi ambientale?

Luca – Tutti noi consumiamo risorse e, in una società sempre più tecnologica, ogni persona consuma sempre più energia, beni, materie. Dunque al di là dell’emotività, dei tabù sociali e religiosi di cui possiamo caricare il problema demografico, se ci concentriamo su parametri fisici non c’è nulla da fare: il mondo ha una capacità limitata di rifornirci (di materie prime, di energia, ecc.) e di assorbire i nostri rifiuti, che diventano sempre più complessi.

Quello dell’uso delle risorse non rinnovabili e dei rifiuti non biodegradabili è un problema a lungo termine.

In passato ci sono stati momenti di crisi locali di sovrappopolazione, con relativi problemi alimentari o anche sanitari, ma gli effetti non ricadevano sulle spalle delle generazioni future – pensiamo alla Londra del Seicento, una città sovrappopolata con problemi nella gestione dei rifiuti, che erano organici e biodegradabili e dunque non producevano effetti a lungo termine.

Oggi invece è tutto cambiato, abbiamo materiali complessi, chimica di sintesi, tutto un insieme di prodotti di scarto che sono tossici e che generano lasciti a lungo termine, per secoli, per millenni.

Anche per quanto riguarda il cambiamento climatico, il danno che stiamo facendo oggi è a lunghissimo termine. Il problema odierno è quello dell’irreversibilità delle alterazioni che provochiamo. Se non ci fosse il problema dell’irreversibilità, la questione non sarebbe così pressante, invece lo diventa perché tutti i danni fatti a partire dalla rivoluzione industriale si sono trasformati in problemi globali a lungo termine che andranno a toccare il funzionamento dei processi futuri del pianeta per un periodo indeterminato, per secoli e millenni, compromettendo la vita di tutte le generazioni future.

Come si risponde, da un punto di vista ambientale, a chi parla di crisi demografica e di necessità di fare più figli per sostenere l’attuale sistema economico e sociale?

C’è chi oggi invoca l’aumento della natalità pensando, ad esempio, alle pensioni, senza riflettere sul fatto che le risorse sono finite.

Ma se il sistema pensionistico, così com’è impostato, ha funzionato bene fino a un certo punto e adesso non si sostiene più, possiamo cambiarlo.

È più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani; come diceva Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo”. Chi non si avvede? La natura, il complesso delle leggi fisiche, chimiche, biologiche che funzionano da miliardi di anni su questo pianeta. Ritengo che sia assurdo voler rimettere in moto la natalità quando si ferma, come in Italia, perché se ciò accade significa che si è raggiunto un equilibrio.

A dire il vero in Italia, anche se la natalità è rallentata, non si è comunque raggiunto un equilibrio, perché si vive molto al di sopra delle proprie possibilità in termini di risorse, che infatti vengono prelevate da altri Paesi del mondo.

Se dovessero vivere utilizzando le risorse del loro territorio, le persone che oggi abitano in Italia, 61 milioni di persone, avrebbero un tenore di vita peggiore di quello degli anni ‘30, perché la terra a disposizione non basta a produrre il cibo che consumano e l’energia che utilizzano.

Alla fine quello che conta, quando si affronta questo argomento, sono i numeri, la quantità di risorse, per questo è necessario il controllo delle nascite; queste cose erano già state dette e scritte più di quarant’anni fa, ma ci si è sempre approcciati all’argomento con un modo scostante e offensivo e il risultato è che oggi siamo ancora fermi qui.

Il concetto è trovare quello che gli ecologi, da oltre 50 anni, chiamano la “giusta capacità di carico”, ossia quel numero di persone che possono stare su un territorio – o, per estensione globale, sull’intero pianeta – vivendo bene e senza creare danni al territorio stesso. Farlo è utile e non va inteso come qualcosa di ideologico, ma di fisico; quel limite, infatti, può essere calcolato, perché ognuno di noi usa una certa quantità di energia, di cibo, di terreno, di legno, di pesce degli oceani, produce una certa quantità di rifiuti.

I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani.

È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8.

Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più?

Ovviamente la questione non è ridurre la popolazione attuale, ci tengo a sottolinearlo, ma fermarsi al momento giusto, non continuare a crescere in maniera esponenziale.

IL PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Carlotta – Chi si occupa di aborto e di controllo delle nascite spesso viene accusato di voler limitare la libertà delle donne, la loro scelta di maternità. Lo stesso succede a chi mette in relazione aumento demografico e crisi ambientale. Cosa rispondi a chi ritiene che sottolineare la correlazione tra aumento demografico e crisi climatica significa auspicare politiche autoritarie e lesive della libertà delle donne, come le politiche del figlio unico in Cina, ad esempio?

Luca – Dico che è vero il contrario. È proprio nei Paesi in cui si verificano esplosioni demografiche che la libertà delle donne è limitata.

Nelle società patriarcali africane, ad esempio, la donna fa tanti figli anche se non li vuole.

Ci sono persone che dicono che il controllo delle nascite è una limitazione della libertà delle donne, quando invece le donne che fanno tanti figli molto spesso sono quelle che non hanno la libertà di scegliere.

Cominciamo a fare in modo che queste donne abbiano la libertà di scegliere; in tutti i Paesi in cui questo è stato fatto la natalità è sempre scesa.

Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente.

Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945?

Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie.

Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica. Fare semplicemente educazione familiare e sessuale, e riconoscere alle donne il ruolo che meritano nella società, risolverebbe la questione.

Carlotta – Visto che nessuna specie, inclusa quella umana, può crescere in maniera illimitata all’interno di un sistema chiuso, è chiaro che dietro alla negazione che fare molti figli influisca sull’ambiente ci siano, di fatto, dei pregiudizi di tipo politico e religioso: politico perché non si vuole che la donna si sottragga all’unico ruolo previsto per lei nella società: il ruolo di madre; religioso perché parlare di controllo delle nascite significa parlare di contraccezione, di aborto, di sessualità libera, significa slegare il sesso dalla procreazione.

Luca – Assolutamente sì, si tratta di temi che frequento di meno perché solitamente mi occupo della parte fisica della questione, ma mi portano a dire che se non apriamo una seria discussione priva di pregiudizi, non potremo risolvere un problema così complesso.

La soluzione non ce l’ha nessuno, e io non voglio certo mettermi nella situazione di dire “so come risolvere, vi do la soluzione”. Mi limito a esporre il problema, la soluzione poi la dobbiamo trovare insieme.

Ci dovrà essere un colossale sforzo scientifico e umanistico, dove tutta la conoscenza che abbiamo dovrà essere messa a disposizione.

Quindi parliamo, affrontiamo l’argomento, perché se non lo facciamo continueremo a vivere nel problema. Se non parliamo, non troveremo certo le soluzioni.

In ultimo, ci tengo a dare qualche consiglio bibliografico: vorrei segnalare il libro di Alan Weisman, Conto alla rovescia (Einaudi 2014), un testo molto interessante proprio sul tema della sovrappopolazione, e i miei due libri Non c’è più tempo (Einaudi 2018) e Il clima che cambia (BUR 2019).

Carlotta Pedrazzini

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Verecondia luterana e vergogna vaticana

Dal sito Aetheria lux del 15 Novembre 2011 dc:

Verecondia luterana e vergogna vaticana

di Roy

Con la piccola performance di ieri, Benedetto XVI ha pensato bene di rinverdire quella fame di papa ecologista che si è costruito nel tempo -il “De Gloria Olivae” della profezia pseudo-malachiana, che da ciò deriverebbe, secondo una certa vulgata su questi appassionanti millenarismi.

Fama immeritata, ad essere eufemistici, come se facessero Dracula presidente onorario dell’Avis.

Alla base dell’ ecodisastro totale infatti, vi è quella spaventosa moltiplicazione dei terrestri che la Chiesa ha sempre benedetto, e per la quale ha mobilitato tutte le più incredibili alleanze diplomatiche per impedire che passassero linee decrementiste in occasioni delle varie conferenze internazionali in cui si sfiorava il problema.

Dalla Cina di Mao, all’ America di Reagan, passando per il carnaio islamico, il Vaticano non si è fermato davanti a niente e nessuno pur di alimentare questo folle crescete et moltiplicorum. Wojtyla è stato una vera disgrazia, peggio di una piaga d’egitto, e il suo cartavelinico successore è destinato a rimanere per sempre nel suo cono d’ombra.

Venire a parlare di consumi insostenibili, “dannosi per l’ambiente e per i poveri” è la solita raggelante, ipocrita, mistificazione vaticana.

Anzitutto perché l’ insostenibiltà dei consumi si determina in relazione alla capacità di carico di un ambiente, che è vincolata alle risorse (non infinite) dell’ambiente stesso e al numero di persone che lo abitano. Più sono gli abitanti, più i consumi di ciascuno dovrebbero assottigliarsi, per rimanere nei limiti della capacità di carico e non creare deficit ecologici. E’ la vecchia metafora della torta, più sono le mani che vi si allungano, più si riduce la fetta pro-capite. Per cui è ovvio che è sul numero delle mani che dovremmo concentrare la nostra attenzione e i nostri sforzi, è in funzione d’esse che varia la consistenza della fetta-fettina-briciole che toccherà a ciascuno. E’ la popolazione il fattore primario da cui ogni altro dipende, compreso il livello sostenibile o meno di qualsiasi consumo. Il discorso del papa è una vergogna.

Ancora, come ottenere la riduzione dei superconsumi dei paesi ricchi? Provi S.S. a fermare qualcuno per la strada e dirgli che deve rinunciare a qualcosa che ha o potrebbe avere nella sua disponibilità, la casa al mare, la Bmw “pensa ai bambini dell’Angola che non ce l’hanno” o 3 ore di Facebook quotidiano, potrà solo sognarselo.

E’ lo stesso motivo per cui la politica predica quotidianamente crescita e benessere, potrebbe fare altrimenti? Sì, se vuole perdere le elezioni. E’ sempre più benessere ciò che il mondo ricco-già ricco vuole, non la sua diminuizione.

E il mondo povero-ancora povero, vuole la stessa cosa. Ma è possibile, ecologicamente possibile, tutto ciò?

Se poi anche qualcuno si dimostrasse più sensibile, l’ecosistema globale non ne avrebbe alcun sollievo.

Se uno pensa che lasciando più spesso la macchina in garage avrà dato il suo piccolo contributo ad un minore affumicamento del pianeta, si sbaglia di grosso. Non é che la benzina che lui non consumerà, rimarrà invenduta. E non é che il perfido petromilioniaro di turno estrarrà qualche barile di petrolio in meno all’anno perchè il nostro virtuoso cittadino, insieme a qualche manipolo di altri coraggiosi come lui, avrà rinunciato all’auto. Quel petrolio verrà estratto comunque, quella benzina venduta comunque, in ogni caso qualcun altro provvederà all’acquisto e al relativo affumicamento dell’ atmosfera.

Stessa cosa per il cibo, i consumi dei cinesi potranno presto, da soli, assorbire più di quello che il mondo intero può mettere assieme nelle esportazioni cerealicole sempre più depauperanti il top-soil globale.

E poi le vituperate bistecche, quelle per la cui produzione si immette tanta di quella CO2 in circolo che anche Dio si spaventa. Perché il principio è questo:

a) o uno i soldi per comprare (macchine, benzina, piadine, bistecche e tutto quello che vi pare) ce li ha, e allora compra, con tanti saluti ai consumi insostenibili;

b) oppure nisba, è povero e dobbiamo trovare il modo di mettergli in mano i soldi per fargli fare la sua parte nella sua distruzione dell’ambiente, come al suddetto punto a.

Questo non vuol dire che non si debba pensare all’ambiente, rassegnati, inerti o allegramente spreconi; ma neanche attendersi di risolvere cosi i problemi.

E’ come nella teologia luterana: le buone opere vanno fatte comunque, ma non sono queste a salvare. Solo il decremento demografico potrebbe.

Dire che é possibile, nelle attuali condzioni, una crescita economica globale, equilibrata ed ecologicamente sostenibile, è una panzana di proporzioni sovramondiali. Con 7 mld di anime in continuo e disperato aumento, non potrebbe essere altrimenti.

Ci vorrebbe la soluzione fantastica, la “quadra” in pessimo gergo politico. E infatti Benedict chiede un diverso modello di sviluppo, una cosetta da nulla.

Con *questo* sistema di sviluppo, inquinante, energivoro, dissipativo di risorse, siamo già oggi in troppi e destinati ad esserlo in misura sempre maggiore, direttamente proporzionale alla crescita demografica che la Chiesa vergognosamente incoraggia per i suoi vantaggi. Salvo poi chiedere alle nazioni più progredite di diminuire i consumi.

Ai cattolici che siano uomini di mente e di cuore, persone di buon senso e di buona volontà: pensateci, prima di annuire alla prossima draculata vaticana.

 

 

Imbonitori e cruda realtà

Negli show con il Gotha industriale e finanziario, nelle conferenze stampa e ogni volta che gli si presenta l’occasione, il nostro Premier non fa altro che dispensare sicurezza a piene mani: la crisi sembra un raffreddorino da curarsi con i pannicelli caldi o un rimedio approntato lì per lì. Sa fare da par suo il cavalier servente con la Marcegaglia, sbracciandosi per rassicurarla, manco a dirlo, di soddisfare tutti i suoi desideri: fondi di garanzia, piani di intervento con le banche e via dicendo. Per le altre categorie ci sono solo i tagli. Se però proviamo a tirare fuori i dati, come fa oggi su la Repubblica Tito Boeri, riformista sì, ma non incline alla facile demagogia, allora il quadro si fa fosco e tutt’altro che rassicurante.
 
Sestante, 26 Ottobre 2008 dc

Una misura per i nuovi poveri

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DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008
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L´analisi 
Una misura per i nuovi poveri    
TITO BOERI
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Siamo in uno di quei periodi di “politica straordinaria” in cui è possibile fare quelle riforme che non riescono in tempi normali. La prima riforma da fare è quella che ci permette di ridurre i costi sociali della disoccupazione.

Sarà anche un modo di accorciare la recessione facilitando lo spostamento di lavoro dalle imprese in crisi alle nuove imprese che sorgeranno e contenendo  la caduta dei consumi. Si tratta di riordinare gli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione che copra tutti quelli che perdono il lavoro, indipendentemente dal settore produttivo, dalla dimensione di impresa o dal loro contratto di lavoro. Non più disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, con una copertura molto più alta di quella fornita dai selettivi schemi attuali, che vengono oggi concessi a non più di un disoccupato su cinque.

Di fronte al forte aumento delle ore di Cassa integrazione ordinaria (+24 per cento nei primi 8 mesi del 2008), il governo ha deciso in questi giorni di aumentare di circa 100 milioni la dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. In buona parte questi fondi vengono in realtà utilizzati a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla Cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri?

Abbiamo tanti, troppi esempi, di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all´arbitrio della classe politica.

Le recessioni sono sempre un´utile cartina di tornasole per capire quali sono le vere priorità di un esecutivo. L´”imperativo categorico” del nostro presidente del Consiglio, più volte ribadito in queste settimane, sono gli aiuti di stato all´industria automobilistica. Sergio Marchionne ha presentato il conto: 40 miliardi. In nome della difesa dei posti di lavoro. Il Libro Verde approntato dal ministero del Welfare in effetti si dilunga sulla «fiducia e complicità fra capitale e lavoro», l´«alleanza strategica fra imprenditori e i loro collaboratori», la «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Ma gli aiuti di Stato alle imprese sono molto costosi e allungano le recessioni ostacolando le inevitabili ristrutturazioni. Facciamo due conti. Oggi l´auto occupa circa l´1,5 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. Se diamo all´auto anche “solo” un quarto di ciò che chiede Marchionne, per “difendere” gli altri posti di lavoro dovremmo spendere 985 miliardi, circa due terzi del nostro prodotto interno lordo.

Meglio lasciar perdere l´etica kantiana e spendere qualcosa di più di 100 milioni per aiutare i disoccupati, tutti, a cercare un impiego alternativo senza che finiscano in condizione di povertà. Risorse aggiuntive possono anche essere reperite nell´anacronistico provvedimento di detassazione degli straordinari. Ragion pura vorrebbe: siamo in recessione, periodi in cui le imprese non hanno bisogno di ore extra.

Per capire perché dobbiamo dotarci di ammortizzatori sociali che coprano tutti coloro che perdono il lavoro basta leggere un rapporto pubblicato questa settimana dall´Ocse (Growing Unequal?, http://www.oecd.org). Si basa su indagini campionarie sul reddito e la ricchezza delle famiglie nei paesi dell´organizzazione. Mostra che in Italia le disuguaglianze di reddito sono esplose e la povertà è quasi raddoppiata durante la grande recessione del 1992-3. Inoltre, i poveri in Italia sono più poveri che negli altri Paesi Ocse: a parità di potere d´acquisto, il 10 per cento (decile) più povero della popolazione italiana sta peggio del 10 per cento più povero negli altri paesi Ocse e nella stessa Repubblica Ceca. Per i ricchi avviene esattamente l´opposto: il reddito medio del dieci per cento più ricco della popolazione è più alto in Italia che in Francia e nella media dei Paesi Ocse. La distanza tra il reddito del decile più ricco e il decile più povero in Italia è abissale: i più ricchi guadagnano mediamente 10 volte quanto i più poveri.

Altrove il rapporto è da uno a otto. Tra i Paesi europei è di uno a sette. Il nostro è diventato, dopo l´ultima grande recessione, un Paese per ricchi. La povertà è superiore alla media europea in quanto sia a incidenza (numero di persone che sono povere) che a distanza tra il reddito medio di chi è povero e la soglia di povertà, una misura di quanto dovrebbe essere aumentato il reddito delle famiglie per azzerare la povertà. Oggi più di un italiano su dieci ha un reddito inferiore a una soglia di povertà pari a circa 7.500 euro all´anno per un single o a 15.000 euro per una famiglia di 4 persone. Il rischio
di povertà si avvicina al 15% per le famiglie con figli ed è ancora più alto tra chi ha meno di 18 anni. La concentrazione della povertà tra le famiglie con figli e i più giovani è ancora più evidente quando si guarda a indicatori di deprivazione materiale, come la percentuale di famiglie che dichiara di avere problemi nel riscaldare la propria casa. Le cause principali di povertà sono legate al mercato del lavoro (perdita del posto di lavoro o salari più bassi per qualche membro della famiglia) piuttosto che al cambiamento nella struttura famigliare o alla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, cause preponderanti dell´entrata in povertà in altri Paesi. Il fatto è che in Italia solo il 12,5 per cento dei trasferimenti statali va al 20 per cento più povero della popolazione, contro una media nei Paesi Ocse del 25% e superiore al 30% in molti Paesi europei, tra cui il Regno Unito.

Non c´è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze.

Anche politici interessati solo alla loro rielezione dovrebbero pensarci due volte prima di rimandare nuovamente questa riforma. A perdere terreno in Italia non sono state solo le famiglie più povere. Hanno perso anche le classi medie, quelle decisive nel determinare l´esito delle elezioni: il reddito dell´individuo che si colloca esattamente a metà nella distribuzione del reddito è diminuito in rapporto al reddito medio negli ultimi 15 anni. E l´Italia è il Paese europeo, dopo l´Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio di povertà. Chi non sa dare risposte a questi disagi diffusi si condanna a perdere le prossime elezioni. Bene non farsi ingannare da sondaggi effettuati prima della tempesta, quella vera. C´è già una legge delega per la riforma degli ammortizzatori sociali. È il tempo di esercitarla.