Economia, Politica e Società

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Politica e Società, Sovrappopolazione

Verecondia luterana e vergogna vaticana

Dal sito Aetheria lux del 15 Novembre 2011 dc:

Verecondia luterana e vergogna vaticana

di Roy

Con la piccola performance di ieri, Benedetto XVI ha pensato bene di rinverdire quella fame di papa ecologista che si è costruito nel tempo -il “De Gloria Olivae” della profezia pseudo-malachiana, che da ciò deriverebbe, secondo una certa vulgata su questi appassionanti millenarismi.

Fama immeritata, ad essere eufemistici, come se facessero Dracula presidente onorario dell’Avis.

Alla base dell’ ecodisastro totale infatti, vi è quella spaventosa moltiplicazione dei terrestri che la Chiesa ha sempre benedetto, e per la quale ha mobilitato tutte le più incredibili alleanze diplomatiche per impedire che passassero linee decrementiste in occasioni delle varie conferenze internazionali in cui si sfiorava il problema.

Dalla Cina di Mao, all’ America di Reagan, passando per il carnaio islamico, il Vaticano non si è fermato davanti a niente e nessuno pur di alimentare questo folle crescete et moltiplicorum. Wojtyla è stato una vera disgrazia, peggio di una piaga d’egitto, e il suo cartavelinico successore è destinato a rimanere per sempre nel suo cono d’ombra.

Venire a parlare di consumi insostenibili, “dannosi per l’ambiente e per i poveri” è la solita raggelante, ipocrita, mistificazione vaticana.

Anzitutto perché l’ insostenibiltà dei consumi si determina in relazione alla capacità di carico di un ambiente, che è vincolata alle risorse (non infinite) dell’ambiente stesso e al numero di persone che lo abitano. Più sono gli abitanti, più i consumi di ciascuno dovrebbero assottigliarsi, per rimanere nei limiti della capacità di carico e non creare deficit ecologici. E’ la vecchia metafora della torta, più sono le mani che vi si allungano, più si riduce la fetta pro-capite. Per cui è ovvio che è sul numero delle mani che dovremmo concentrare la nostra attenzione e i nostri sforzi, è in funzione d’esse che varia la consistenza della fetta-fettina-briciole che toccherà a ciascuno. E’ la popolazione il fattore primario da cui ogni altro dipende, compreso il livello sostenibile o meno di qualsiasi consumo. Il discorso del papa è una vergogna.

Ancora, come ottenere la riduzione dei superconsumi dei paesi ricchi? Provi S.S. a fermare qualcuno per la strada e dirgli che deve rinunciare a qualcosa che ha o potrebbe avere nella sua disponibilità, la casa al mare, la Bmw “pensa ai bambini dell’Angola che non ce l’hanno” o 3 ore di Facebook quotidiano, potrà solo sognarselo.

E’ lo stesso motivo per cui la politica predica quotidianamente crescita e benessere, potrebbe fare altrimenti? Sì, se vuole perdere le elezioni. E’ sempre più benessere ciò che il mondo ricco-già ricco vuole, non la sua diminuizione.

E il mondo povero-ancora povero, vuole la stessa cosa. Ma è possibile, ecologicamente possibile, tutto ciò?

Se poi anche qualcuno si dimostrasse più sensibile, l’ecosistema globale non ne avrebbe alcun sollievo.

Se uno pensa che lasciando più spesso la macchina in garage avrà dato il suo piccolo contributo ad un minore affumicamento del pianeta, si sbaglia di grosso. Non é che la benzina che lui non consumerà, rimarrà invenduta. E non é che il perfido petromilioniaro di turno estrarrà qualche barile di petrolio in meno all’anno perchè il nostro virtuoso cittadino, insieme a qualche manipolo di altri coraggiosi come lui, avrà rinunciato all’auto. Quel petrolio verrà estratto comunque, quella benzina venduta comunque, in ogni caso qualcun altro provvederà all’acquisto e al relativo affumicamento dell’ atmosfera.

Stessa cosa per il cibo, i consumi dei cinesi potranno presto, da soli, assorbire più di quello che il mondo intero può mettere assieme nelle esportazioni cerealicole sempre più depauperanti il top-soil globale.

E poi le vituperate bistecche, quelle per la cui produzione si immette tanta di quella CO2 in circolo che anche Dio si spaventa. Perché il principio è questo:

a) o uno i soldi per comprare (macchine, benzina, piadine, bistecche e tutto quello che vi pare) ce li ha, e allora compra, con tanti saluti ai consumi insostenibili;

b) oppure nisba, è povero e dobbiamo trovare il modo di mettergli in mano i soldi per fargli fare la sua parte nella sua distruzione dell’ambiente, come al suddetto punto a.

Questo non vuol dire che non si debba pensare all’ambiente, rassegnati, inerti o allegramente spreconi; ma neanche attendersi di risolvere cosi i problemi.

E’ come nella teologia luterana: le buone opere vanno fatte comunque, ma non sono queste a salvare. Solo il decremento demografico potrebbe.

Dire che é possibile, nelle attuali condzioni, una crescita economica globale, equilibrata ed ecologicamente sostenibile, è una panzana di proporzioni sovramondiali. Con 7 mld di anime in continuo e disperato aumento, non potrebbe essere altrimenti.

Ci vorrebbe la soluzione fantastica, la “quadra” in pessimo gergo politico. E infatti Benedict chiede un diverso modello di sviluppo, una cosetta da nulla.

Con *questo* sistema di sviluppo, inquinante, energivoro, dissipativo di risorse, siamo già oggi in troppi e destinati ad esserlo in misura sempre maggiore, direttamente proporzionale alla crescita demografica che la Chiesa vergognosamente incoraggia per i suoi vantaggi. Salvo poi chiedere alle nazioni più progredite di diminuire i consumi.

Ai cattolici che siano uomini di mente e di cuore, persone di buon senso e di buona volontà: pensateci, prima di annuire alla prossima draculata vaticana.

 

 

Politica e Società

Imbonitori e cruda realtà

Negli show con il Gotha industriale e finanziario, nelle conferenze stampa e ogni volta che gli si presenta l’occasione, il nostro Premier non fa altro che dispensare sicurezza a piene mani: la crisi sembra un raffreddorino da curarsi con i pannicelli caldi o un rimedio approntato lì per lì. Sa fare da par suo il cavalier servente con la Marcegaglia, sbracciandosi per rassicurarla, manco a dirlo, di soddisfare tutti i suoi desideri: fondi di garanzia, piani di intervento con le banche e via dicendo. Per le altre categorie ci sono solo i tagli. Se però proviamo a tirare fuori i dati, come fa oggi su la Repubblica Tito Boeri, riformista sì, ma non incline alla facile demagogia, allora il quadro si fa fosco e tutt’altro che rassicurante.
 
Sestante, 26 Ottobre 2008 dc

Una misura per i nuovi poveri

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DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008
Pagina 1 – Prima Pagina
L´analisi 
Una misura per i nuovi poveri    
TITO BOERI
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Siamo in uno di quei periodi di “politica straordinaria” in cui è possibile fare quelle riforme che non riescono in tempi normali. La prima riforma da fare è quella che ci permette di ridurre i costi sociali della disoccupazione.

Sarà anche un modo di accorciare la recessione facilitando lo spostamento di lavoro dalle imprese in crisi alle nuove imprese che sorgeranno e contenendo  la caduta dei consumi. Si tratta di riordinare gli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione che copra tutti quelli che perdono il lavoro, indipendentemente dal settore produttivo, dalla dimensione di impresa o dal loro contratto di lavoro. Non più disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, con una copertura molto più alta di quella fornita dai selettivi schemi attuali, che vengono oggi concessi a non più di un disoccupato su cinque.

Di fronte al forte aumento delle ore di Cassa integrazione ordinaria (+24 per cento nei primi 8 mesi del 2008), il governo ha deciso in questi giorni di aumentare di circa 100 milioni la dotazione del fondo che deve erogare indennità di disoccupazione “in deroga” alla normativa esistente. In buona parte questi fondi vengono in realtà utilizzati a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla Cassa integrazione. Ci saranno, comunque, alcune estensioni selettive ad alcune piccole imprese, limitatamente ai fondi disponibili. Ma chi deciderà chi può accedere e in base a quali criteri?

Abbiamo tanti, troppi esempi, di un uso degli ammortizzatori sociali come strumento di politica industriale. No, le regole di accesso devono essere chiare e uguali per tutti, non lasciate all´arbitrio della classe politica.

Le recessioni sono sempre un´utile cartina di tornasole per capire quali sono le vere priorità di un esecutivo. L´”imperativo categorico” del nostro presidente del Consiglio, più volte ribadito in queste settimane, sono gli aiuti di stato all´industria automobilistica. Sergio Marchionne ha presentato il conto: 40 miliardi. In nome della difesa dei posti di lavoro. Il Libro Verde approntato dal ministero del Welfare in effetti si dilunga sulla «fiducia e complicità fra capitale e lavoro», l´«alleanza strategica fra imprenditori e i loro collaboratori», la «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». Ma gli aiuti di Stato alle imprese sono molto costosi e allungano le recessioni ostacolando le inevitabili ristrutturazioni. Facciamo due conti. Oggi l´auto occupa circa l´1,5 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. Se diamo all´auto anche “solo” un quarto di ciò che chiede Marchionne, per “difendere” gli altri posti di lavoro dovremmo spendere 985 miliardi, circa due terzi del nostro prodotto interno lordo.

Meglio lasciar perdere l´etica kantiana e spendere qualcosa di più di 100 milioni per aiutare i disoccupati, tutti, a cercare un impiego alternativo senza che finiscano in condizione di povertà. Risorse aggiuntive possono anche essere reperite nell´anacronistico provvedimento di detassazione degli straordinari. Ragion pura vorrebbe: siamo in recessione, periodi in cui le imprese non hanno bisogno di ore extra.

Per capire perché dobbiamo dotarci di ammortizzatori sociali che coprano tutti coloro che perdono il lavoro basta leggere un rapporto pubblicato questa settimana dall´Ocse (Growing Unequal?, http://www.oecd.org). Si basa su indagini campionarie sul reddito e la ricchezza delle famiglie nei paesi dell´organizzazione. Mostra che in Italia le disuguaglianze di reddito sono esplose e la povertà è quasi raddoppiata durante la grande recessione del 1992-3. Inoltre, i poveri in Italia sono più poveri che negli altri Paesi Ocse: a parità di potere d´acquisto, il 10 per cento (decile) più povero della popolazione italiana sta peggio del 10 per cento più povero negli altri paesi Ocse e nella stessa Repubblica Ceca. Per i ricchi avviene esattamente l´opposto: il reddito medio del dieci per cento più ricco della popolazione è più alto in Italia che in Francia e nella media dei Paesi Ocse. La distanza tra il reddito del decile più ricco e il decile più povero in Italia è abissale: i più ricchi guadagnano mediamente 10 volte quanto i più poveri.

Altrove il rapporto è da uno a otto. Tra i Paesi europei è di uno a sette. Il nostro è diventato, dopo l´ultima grande recessione, un Paese per ricchi. La povertà è superiore alla media europea in quanto sia a incidenza (numero di persone che sono povere) che a distanza tra il reddito medio di chi è povero e la soglia di povertà, una misura di quanto dovrebbe essere aumentato il reddito delle famiglie per azzerare la povertà. Oggi più di un italiano su dieci ha un reddito inferiore a una soglia di povertà pari a circa 7.500 euro all´anno per un single o a 15.000 euro per una famiglia di 4 persone. Il rischio
di povertà si avvicina al 15% per le famiglie con figli ed è ancora più alto tra chi ha meno di 18 anni. La concentrazione della povertà tra le famiglie con figli e i più giovani è ancora più evidente quando si guarda a indicatori di deprivazione materiale, come la percentuale di famiglie che dichiara di avere problemi nel riscaldare la propria casa. Le cause principali di povertà sono legate al mercato del lavoro (perdita del posto di lavoro o salari più bassi per qualche membro della famiglia) piuttosto che al cambiamento nella struttura famigliare o alla diminuzione dei trasferimenti dello Stato, cause preponderanti dell´entrata in povertà in altri Paesi. Il fatto è che in Italia solo il 12,5 per cento dei trasferimenti statali va al 20 per cento più povero della popolazione, contro una media nei Paesi Ocse del 25% e superiore al 30% in molti Paesi europei, tra cui il Regno Unito.

Non c´è dunque tempo da perdere per evitare che questa nuova recessione porti a un ulteriore e brusco incremento della povertà e delle disuguaglianze.

Anche politici interessati solo alla loro rielezione dovrebbero pensarci due volte prima di rimandare nuovamente questa riforma. A perdere terreno in Italia non sono state solo le famiglie più povere. Hanno perso anche le classi medie, quelle decisive nel determinare l´esito delle elezioni: il reddito dell´individuo che si colloca esattamente a metà nella distribuzione del reddito è diminuito in rapporto al reddito medio negli ultimi 15 anni. E l´Italia è il Paese europeo, dopo l´Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio di povertà. Chi non sa dare risposte a questi disagi diffusi si condanna a perdere le prossime elezioni. Bene non farsi ingannare da sondaggi effettuati prima della tempesta, quella vera. C´è già una legge delega per la riforma degli ammortizzatori sociali. È il tempo di esercitarla.