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Si torna alle benedizioni nelle scuole?

da Cobas scuola Bologna – 14 Marzo 2015 dc:

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

A Bologna un attacco alla laicità della scuola statale

In un Istituto comprensivo di Bologna sta accadendo una vicenda paradossale.

Tutto inizia un paio di mesi fa, quando tre parroci delle parrocchie locali inviano una lettera al Dirigente per chiedere di poter dare la benedizione pasquale agli alunni delle tre scuole dell’Istituto. Il Consiglio di Istituto, senza nemmeno perdere tempo per mettere all’ordine delgiorno la richiesta, dibatte nelle “varie” e vota a maggioranza la benedizione a scuola. Salvo accorgersi poi che la faccenda non rappresentava un assolvimento burocratico scontato, macostituiva una decisione pesante, che non aveva chiari appigli normativi, che capovolgeva le consuetudini delle scuole in questione, che non partiva da esigenze o richieste di alcuna componente diffusa (genitori o docenti), che tra l’altro era stata presa in modo irrituale perché con votazione di un tema non incluso nell’ordine del giorno.

A questo punto uno potrebbe pensare che un tale sbilanciamento, effettuato solamente per accontentare tre parroci, poteva rientrare almeno parzialmente e divenire occasione di verifica della normativa e di ascolto delle componenti scolastiche, insomma: poteva essere occasione di un’apertura ad una dialettica “democratica”.

Invece di lì a meno di un mese il Consiglio viene riconvocato con l’inclusione della “benedizione” quale oggetto dell’ordine del giorno e, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni docenti presenti come pubblico, la celebrazione del rito viene approvata, con le sole limitazioni di non essere obbligatoria (ci mancherebbe anche questo) e di venir svolta non nell’orario curricolare. A nulla valgono le proposte di mediazione di chi propone una strada più rispettosa della fisionomia pluralista e costituzionale della scuola pubblica, quella di affiggere nelle bacheche della scuola un cartello delle parrocchie con l’appuntamento alle rispettive chiese: la determinazione della maggioranza è di ferro e non viene scalfita.

Per comprendere bene su quale terreno si innesta tale determinazione però occorre conoscere qualche dato aggiuntivo. Bisogna sapere cioè che nel 1993, oltre vent’anni prima, quello stesso Istituto scolastico aveva approvato addirittura la celebrazione di riti cattolici all’interno dell’orario curricolare e che già allora un ricorso al Tar aveva cassato come illegittima questa pratica e nella motivazione aveva aggiunto che anche come attività in orario extrascolastico la pratica non era giustificata, sostanzialmente perché la benedizione o la messa è la celebrazione di un rito e la scuola non è luogo deputato a ciò. Almeno la scuola statale, perché nelle scuole confessionali il problema non si pone.

Quindi sembra di capire che, passati vent’anni, pur non essendo intervenuti cambiamenti legislativi sul tema, un nuovo tentativo nella stessa scuola esprime la volontà di riprovare a far entrare nella scuola un rito cattolico creando un precedente significativo. La speranza degli ostinati sostenitori del prete a scuola (e – immaginiamo – di quei preti che hanno avanzato la richiesta) è evidentemente quella di provare a incrinare il carattere laico che caratterizza in parte la scuola italiana (teniamo presente che comunque a scuola sono previste due ore di insegnamento della religione cattolica) facendo marcare il territorio al sacerdote attraverso la benedizione, una benedizione che le anime credenti potrebbero benissimo recarsi a ricevere nella chiesa viciniore.

A questo punto un gruppo non piccolo di insegnanti e genitori di quell’Istituto si ritrova a ragionare su tale scelta e – non condividendone le ragioni e avendo dubbi sulla legittimità – decide di rivolgersi ad un avvocato e – a proprie spese – di fare ricorso al Tar. Sono evidentemente insegnanti che considerano la scuola statale come uno spazio in cui non si svolgono riti religiosi, ma semmai si parla di religioni studiandone gli aspetti culturali.

Pensano che la presenza nella società italiana di scolaresche sempre più composite per credo religioso o non religioso suggerisca comportamenti che non creino divisioni tra alunni credenti e alunni non credenti in quella religione specifica o non credenti affatto; reputano quindi scontata la tutela dello spazio scolastico – curricolare ed extracurricolare – dalle celebrazioni religiose di qualsiasi confessione. Questi insegnanti e genitori quindi ricorrono e attendono di sapere dalla magistratura amministrativa chi ha ragione sulla legittimità – poiché il diritto a confrontarsi sulla base di
diverse opinioni lo garantisce la Costituzione. Il pronunciamento sulla richiesta di sospensiva è previsto per il 26 marzo e quindi rimarrebbe tutto il tempo, qualora la sospensiva non venisse accordata, per dare corso successivamente alla delibera del Consiglio di Istituto.

Su questa situazione però si innesta un incredibile capovolgimento mediatico delle posizioni.

Attorno a questi docenti e genitori che hanno un’opinione diversa si scatena una canea mediatica vergognosa, a tratti intimidatoria, francamente imbarazzante. Dapprima Don Raffaele Buono afferma in un testo inviato alla stampa che “l’effetto della benedizione sarà di
incoraggiamento e consolazione per chi crede in un Dio d’amore e misericordia; per chi non crede sarà certo meno preoccupante dello sventolare di una bandiera nera”. Poi l’allusione all’Isis fa scuola e riappare più volte. Vediamo alcune citazioni: per Camillo Langone su “il Giornale nuovo” (prima pagina, titolo principale) ricorrere al Tar diventa “una mossa degna del califfato”, i professori sono “indiavolati”, “la sinistra che tifa per l’Isis” e le ragioni dei ricorrenti sono bollate come “delirio laicista”. “Il Resto del Carlino” titola “sì alle benedizioni, basta con i prepotenti”, il direttore descrive gli insegnanti ricorrenti come “pervasi da spirito ideologico che mal si concilia con la funzione che svolgono”, il vicedirettore decreta: “gente come gli 11 di cui sopra andrebbero a loro volta portati davanti ai giudici perché impediscono ad altri di coltivare i propri valori”… Fermiamoci qui. Appellarsi ad uno strumento costituzionale della giustizia amministrativa diviene un atto bollato come vergognoso e violento: il fango mediatico ha realizzato il suo scopo: oscurare il dibattito e demonizzare i soggetti che la pensano diversamente (molti – tra l’altro – cattolici praticanti).

Ma ciò non è bastato a suggerire riflessioni e a rallentare la determinazione di chi ritiene che si debba procedere con forza verso queste benedizioni. Oggi, 12 marzo 2014, un nuovo Consiglio di Istituto, convocato in tutta fretta, ha fissato l’organizzazione delle benedizioni per i giorni precedenti la data del pronunciamento del Tar, in modo da vanificare il ricorso dei docenti e dei genitori e per mettere tutti – giudici del Tar compresi – di fronte al fatto compiuto
(oltretutto con voto favorevole della rsu Flc-Cgil). Tutto ciò nonostante nel frattempo il Consiglio di interclasse di una delle tre scuole si sia riunito e, tra le altre materie all’ordine del giorno, abbia discusso sul tema esprimendo praticamente all’unanimità (un solo astenuto) l’imbarazzo per una scelta che risulta divisiva per i bambini e le famiglie, fuori dalle tradizionali scelte educative della scuola, non in linea con la precedente sentenza del Tar.

In definitiva quindi si conferma la determinazione della maggior parte dei consiglieri d’istituto di andare avanti nonostante tutto e a tutti i costi mentre l’unica voce proveniente dal basso (i docenti di una scuola riuniti in un organo collegiale) esprime un parere diametralmente opposto che non viene preso in considerazione.

I Cobas – Comitati di base della scuola sostengono insegnanti e genitori in questa lotta per la laicità della scuola, per il rispetto delle diverse scelte religiose o non religiose di ognuno.

Deplorano i toni e i contenuti fortemente diffamatori e intimidatori di molti interventi giornalistici sul tema, si stupiscono che dalla dirigenza dell’istituto non emerga una parola di difesa della professionalità dei docenti che sono ricorsi al Tar in virtù dei loro pieni diritti di cittadinanza. La scuola statale italiana è laica e la Costituzione garantisce tale laicità. Queste forzature in direzione clericale rivelano solamente la pochezza delle argomentazioni di questi paladini della benedizione a tutti i costi.

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Laique e Laico

da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 30 Luglio 2014 dc:

Laique e Laico

Alcuni linguisti dicono che la lingua è l’uso che se ne fa, ovvero l’uso che ne fa nel quotidiano la maggioranza della gente che parla quella lingua.
 
In Francia con il termine laïque la maggioranza dei francesi intende comunemente “colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni”.
 
Tuttavia, in Italia, con il termine laico la maggioranza degli italiani, nell’uso quotidiano che fa di tale termine, intende “cattolico non chierico”.
 
Laico, in Italia, per esempio, è l’inserviente del convento.
 
Può quindi accadere che un candido laicista, sentito che un italiano si dichiara laico, gli chieda: “Allora anche tu vuoi la netta separazione tra lo Stato e le religioni?”
 
E che poi, con la bocca aperta e gli occhi strabuzzati, si senta rispondere: “Ma manco per niente, io voglio che noi cattolici continuiamo ad avere tutti i privilegi che abbiamo, anzi, se possibile dovremmo rimarcare anche di più il fatto che l’Italia è cattolica, gli altri possono al massimo essere tollerati, specie ora che arrivano tutti questi pericolosi alieni.”
 
Ah …
 
È vero che la Corte Costituzionale ha statuito il supremo principio costituzionale di laicità dello Stato, ma nel farlo ha usato la formula “Supremo Principio di laicità o non-confessionalità”.
 
Ed è quel “o non-confessionalità” che marca la differenza tra la competenza linguistica dei giudici della Corte Costituzionale e il candido laicista.
 
Se in italiano volete dire laïque senza ingenerare equivoci sorrisi di assenso nell’interlocutore cattolico, dovete usare non-confessionale.
 
Allora vedrete che il “laico” ci terrà subito a rimarcare che lui è cattolico e giammai non-confessionale.
 
Laïque (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni) è falso amico di “laico” (cattolico non chierico), è invece sinonimo inequivocabile di non-confessionale (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni).
 
In questo caso, evitare i falsi amici è semplice e redditizio. Perché insistete con la traduzione letterale?
 
Fiorenzo Nacciariti

Padova in croce

Da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it il 27 Luglio 2014 dc:

Padova in croce

Egregio signor Sindaco,

fingo stupore nell’apprendere che Lei si pone in continuità con il percorso intrapreso dal suo partito, ovvero, blandire politicamente il cattolicesimo più becero e reazionario, presentando provocatoriamente mozioni in favore della presenza del crocifisso negli edifici pubblici comunali, provinciali e regionali.

Il suo attaccamento alla dittatura fascista e all’ossequio verso i regi decreti è imbarazzante.

Le sfugge che nel frattempo è intervenuta una Repubblica e una ‘carta dei diritti’ comunemente chiamata Costituzione, sulla quale lei ha prestato giuramento, e intuisco, a questo punto, quale valore morale il suo cattolicesimo le suggerisce rispetto alla solennità di un impegno.

Qualora non le fosse nota, le suggerisco la lettura della sentenza n. 439 del 1.3.2000 con la quale la IV Sezione penale della Corte di Cassazione ha sentenziato l’illiceità dell’ostensione dei crocifissi negli uffici pubblici perché violano il Principio Supremo di Laicità che si sostanzia – come costantemente affermato dalla Corte Costituzionale – nell’obbligo dello Stato e dei suoi funzionari di essere neutrali, imparziali ed equidistanti nei confronti di tutte le religioni e di tutti i singoli cittadini, in relazione alla loro fede o credo.

Solo questo aspetto dovrebbe suggerirle qualche dubbio sulle modalità etiche con le quali amministra il Comune che rappresenta.

Non le sarà sfuggito che l’art. 3 della Costituzione dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di religione” e che la religione cattolica è solo una delle circa 30.000 religioni, sette e aggregazioni tribali del pianeta.

Ed inoltre che l’art. 8 della Costituzione dice che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”; che l’art. 19 della Costituzione dice che “tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede o non fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne il culto anche in pubblico”; che l’art. 9 della Convenzione internazionale sui diritti dell’Uomo dice che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”; che l’art. 14 della medesima convenzione dice che “il godimento dei diritti civili e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere garantito a tutti.”

In ultima, ma non meno importante , cito la sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte costituzionale ha inteso affermare l’esistenza nel nostro ordinamento della cosiddetta Laicità Positiva, quella cioè della “non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”.

Il simbolo cattolico, a tutto voler concedere, è anche esteticamente inquietante atteso che raffigura un cadavere appeso ad una croce, e anche sotto questo aspetto non è ammissibile che possa essere imposto senza dare, nel contempo, la possibilità a tutti i cittadini di potere esporre il simbolo religioso che più li rappresenta.

Né vi sarebbe alcun motivo di negare, ad esempio, ad un pastafariano di esporre, accanto al cadavere appeso alla croce, il proprio simbolo che consta di uno scolapasta.

Nella foto che campeggia sul suo profilo Facebook si legge lo slogan “Massimo Bitonci Sindaco di tutti” e auguro vivamente ai suoi concittadini che il significato che lei attribuisce allo slogan non sia diverso da quello che deve essere attribuito al giuramento sulla Costituzione.

In attesa di conoscere quale significato intende attribuire al Principio di Laicità, porgo distinti saluti.

Ciro Verrati
Segretario Provinciale di Venezia di Democrazia Atea

No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano

29-No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano. Pubblicato il 2 aprile 2014 dc

Incubo

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da Democrazia Atea, 23 Novembre 2013 dc

Incubo

Nell’immaginario collettivo si è alimentata la predominanza della funzione punitiva delle carceri, propria delle società tribali, a tutto svantaggio della finalità rieducativa che, in Italia, ha rango costituzionale.

L’articolo 27 della Costituzione così recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

È preoccupante come la tendenza generale delle riforme adottate negli ultimi anni dai nostri governi, stia tentando di svilire sia il nostro sistema carcerario e sia il nostro sistema giudiziario su modello statunitense, uno dei peggiori in termini di garanzie e di giustizia.

Se il nostro sistema è farraginoso e ingiusto nelle sue lungaggini, quello statunitense è senza dubbio più veloce ma privo di qualunque riferimento al diritto.

Negli Stati Uniti i processi non si fanno perché nel 90% dei casi si patteggia.

Le sentenze non vengono scritte perché la condanna che emana ogni giudice è di poco più lunga di uno scontrino fiscale.

I detenuti non fanno appello e in assenza di motivazioni, che nel nostro sistema rendono addirittura nulla la sentenza se non adeguatamente indicate, i detenuti non sanno nemmeno con quale iter logico i giudici sono arrivati ad emanare un verdetto di condanna.

I procuratori negli Stati Uniti hanno da sempre le “carriere separate” dai giudici mentre da noi la separazione delle carriere è invocata ininterrottamente da Licio Gelli sin dal 1982, e fortunatamente è ancora inattuata ma non si sa fino a quando.

I procuratori americani dipendono dal sistema politico e quindi sono, nella maggior parte dei casi, corrotti e scorretti, inclini finanche a fabbricare prove e istruire testi falsi pur di vincere un processo che giovi alla loro carriera.

In Italia, per quanto la giustizia sia un elefante arenato nel fango, non abbiamo ancora raggiunto i livelli di bestialità raggiunti dal sistema americano, né per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, né per quanto riguarda il sistema carcerario.

Negli Stati Uniti non esiste il rispetto dei diritti umani, mentre da noi la Corte dei Diritti dell’Uomo vigila e condanna, a conferma che il sistema ha ancora una possibilità di essere migliorato.

Quello statunitense non ha nemmeno questa speranza ed è inaccettabile che i nostri Ministri facciano a gara per imitarlo.

Appiattirsi sui modelli americani, in tema di detenzione e di giustizia, significa inequivocabilmente minare le fondamenta del nostro sistema democratico.

Il sogno americano, guardato attraverso le patologie del loro sistema carcerario e giudiziario, non è altro che un pessimo incubo angosciante e in Italia ne possiamo anche fare a meno, abbiamo già abbastanza incubi per conto nostro.

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

di Lucio Garofalo

16 Maggio 2013 dc

Detesto la saccenteria, l’arroganza, la supponenza dei numerosi “soloni” della politica, sparsi a livello locale e nazionale. I quali pretendono di impartire lezioni dall’alto, predicando bene e razzolando male, in alcuni casi predicando male e razzolando peggio.

Essi ignorano, tra le altre cose, che il diritto all’anonimato è una peculiarità caratteristica della comunicazione tramite il web, una prerogativa lecita ed intrinseca alla natura stessa di Internet, che è una rete virtuale indubbiamente anarcoide, ma è evidente che costoro non amano, né tollerano la libertà quando questa viene esercitata realmente. Anzi la temono e la osteggiano, viste anche le inclinazioni politiche di alcuni di essi, simpatie manifestate apertamente a favore di un partito ipocrita e rinnegato come il Pd, “democratico” solo di nome, ma autoritario ed antidemocratico nei fatti. Un partito che non è più inquadrabile nemmeno nell’area del “centro-sinistra”. Un tempo si sarebbe definito “socialdemocratico” in riferimento al PCI, ma era tutta un’altra storia.

Costoro, i “soloni della democrazia”, esibiscono forse il “coraggio” di mettere nome e cognome per firmare i propri post e commenti, ma poi non hanno il coraggio che conta effettivamente, vale a dire l’onestà intellettuale di raccontare la verità nella sua interezza, mentre ne rappresentano solamente una frazione che, guarda caso, fornisce sempre la versione più comoda e conveniente rispetto al proprio interesse “particulare”.

Personalmente non ho mai avuto problemi a metterci la faccia, non è mia abitudine ripararmi dietro l’anonimato. Oltretutto c’è chi si dissimula in modo abile anche dietro la propria immagine reale o dietro parole sottoscritte con il proprio nome e il cognome.

Inoltre, la vita reale non è certamente meno fittizia o meno ipocrita di quella virtuale.

Invece, a proposito di “verità”, si sa che la verità assoluta non appartiene a questo mondo, ma può esisterne solo un’interpretazione parziale e limitata, che è sempre una versione più o meno soggettiva e relativa. Eppure si preferisce raccontare soltanto la versione che conviene maggiormente ai propri scopi. L’onestà ed il coraggio intellettuale dovrebbero spingere ad aggiornare e completare il più possibile l’analisi, la conoscenza e la rappresentazione della realtà, a prescindere dagli interessi egoistici di una fazione.

Sarà probabilmente un mio limite personale, ma francamente non riesco a capire questo bisogno di conoscere l’identità di chi scrive, che a mio avviso esprime un falso problema.

Che l’identità sia reale o virtuale poco importa, visto che in molti casi l’identità di una persona coincide con l’essere ugualmente fittizia e camuffata, anche quando appare autentica. Basti pensare al celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, in cui emerge la consapevolezza che l’identità di un uomo non è una, bensì molteplice, che la realtà non è oggettiva in quanto si perde nel relativismo.

Dunque, il punto cruciale è ciò che uno dice, non chi lo dice. A tale riguardo mi viene in mente Pasquino, la famosa “statua parlante” di Roma, una figura caratteristica della città eterna. Nella Roma papalina, ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio, anonimi autori appendevano nottetempo dei foglietti contenenti versi satirici mordaci e dissacranti, rivolti contro i rappresentanti del potere dell’epoca. Questi epigrammi satirici erano le famose “pasquinate”, che interpretavano il malumore e l’avversione popolare contro la corruzione e l’arroganza del potere temporale dei papi. Dopo la caduta dello Stato Pontificio, avvenuta in seguito alla presa di Roma nel 1870, si estinse anche la produzione satirica contro il governo del papa-re. Ovviamente, la citazione della figura letteraria di Pasquino non è casuale, in quanto rappresenta tuttora il simbolo allegorico di un sentimento popolare beffardo e sarcastico che mette alla berlina ogni potere, uno spirito satireggiante ed anarchico che si esprime nei versi pungenti scritti da anonimi autori che incarnano il comune sentire del popolo di Roma.

Sempre a proposito di citazioni letterarie mi viene in mente Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, più esattamente l’anagramma del cognome. Gli esempi da citare in tal senso sarebbero numerosi, dal momento che la storia della letteratura è zeppa di autori che si sono avvalsi intenzionalmente di pseudonimi o nomi d’arte. Eppure, nessuno di questi grandi scrittori è ricordato per la sua vera identità, bensì per le opere.

Manifesto del Cinismo-Scetticismo

Manifesto del Cinismo-Scetticismo

di Jàdawin di Atheia

Questo è uno scritto che risale a circa il 1981 dc: è pressoché opera mia, e di pochissimi altri. Facemmo anche un solitario attacchinaggio sui muri di alcune università di Milano e di alcune scuole.

È il frutto della disillusione della fine degli anni Settanta, del riflusso e della lettura di Max Stirner. Quella che segue è la terza edizione del Manifesto.

***

Come mai “cinismo-scetticismo”?

Chiariamo subito che è una provocazione ironica contro tutti gli “ismi” che hanno imperversato negli ultimi anni, rovinando vite e coscienze e recando confusione laddove poteva esserci chiarezza, ora che queste ideologie sono ormai prive di fondamento e prospettive.

I due termini usati stanno inoltre ad evidenziare la nostra sfiducia ed incredulità verso qualsiasi ideologia preposta e proposta ad un cambiamento radicale di questa società, che sia veramente tale e che non si risolva, come finora è avvenuto, in un fallimento o in una mera riproposizione degli stessi valori e principi della società attuale, mediocremente rivisitati e squallidamente mascherati come “rivoluzionari”.

Ovviamente gli esempi si sprecano.

C’è chi ancora crede, bontà sua, nella validità e proponibilità della “gloriosa Rivoluzione d’Ottobre”, c’è chi è “rifluito”, eufemismo per non dire “integrato”, in maniera indegna e diffamatoria, c’è chi è ancora maoista perché gli attuali dirigenti cinesi sono “revisionisti e traditori” (però siamo sicuri che dalla Cina di Mao sarebbero scappati al volo), e c’è chi, per avere ancora qualcosa da dire, usa una dialettica densa di sottili distinguo che tempi addietro non avrebbe nemmeno preso in considerazione, il tutto in un’ottica democratica, al passo coi tempi.

Gli unici “compagni” ancora in circolazione o sono vecchi irriducibili fedeli dello storicismo marxista dei tempi lunghi, quelli che ancora credono che se non verrà la rivoluzione il capitalismo cadrà vittima delle sue contraddizioni, magari dopo un olocausto nucleare, oppure sono giovanissimi freschi alla politica e illusi e, siccome siamo nella prima metà degli anni Ottanta e non nel 1969, molto più stupidi.

Tra le file dei primi è spiacevole annoverare anche Ernest Mandel, che parla di tardo-capitalismo e si illude sulla sua caduta, nonostante sia un grande economista militante della IV Internazionale trotzkista.

Ci sono anche i mezzi integrati, che si sono fatti una ragione e sono diventati artisti, impiegati modello, psicanalisti o aspiranti tali, intellettuali “disorganici” che discutono oziosamente su quello che altri o, magari, essi stessi consideravano qualche anno prima “cultura borghese” falsa, decadente e inutile, e apprezzavano solo Ivan Della Mea, Franco Trincale, gli Inti Illimani e via annoiando nella “cultura proletaria”.

Anche noi abbiamo cambiato idea e non per questo li rimproveriamo, ma per il modo con cui lo hanno fatto.

Abbiamo cominciato ad avere dei dubbi proprio con il problema della cultura.

Allora si liquidava tutta la cultura precedente perché era prima della Rivoluzione, ed esprimeva valori di classe (borghese o comunque benestante) e si salvavano solo gli artisti proletari, ovvero i peggiori, sempre che fossero in linea.

Noi non eravamo d’accordo.

Pensavamo e pensiamo ora più che mai che una cultura unita a una concezione di rispetto e vita in armonia con la natura e con l’ambiente sia l’unico cardine e sostegno di un’esistenza degna di essere vissuta. La cultura passata, pur di classe e proprio per questo, è un elemento fondamentale della vita degli individui nel corso del tempo e come tale è parte di tutti noi, anche se non ce ne rendiamo conto.

Non eravamo d’accordo coi sogni millenaristi di chi era pronto a buttare a mare tutto il passato, e con esso le proprie origini, con la scusa di fondare un mondo completamente nuovo, in cui il vecchio in quanto tale era negativo e non aveva posto: tutto ciò che aveva qualche relazione con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo doveva scomparire, e sappiamo bene che ancora oggi c’è gente disposta, con questa mentalità, a radere al suolo città, cattedrali, monumenti e a bruciare opere d’arte e libri, proprio come hanno fatto despoti e papi, tiranni e sacerdoti, gli stessi che si urlava a gran voce di voler combattere.

Erano gli stessi che, pur avendo in parte goffamente sperimentato nuovi modi di convivere e di rapportarsi con gli altri, non erano stati capaci di uscire dai ruoli di genere loro imposti dai genitori, dalla famiglia, dalla società, dalla scuola e dagli stessi leader rivoluzionari.

Costoro non capiscono, ovviamente, che ai fini ideologici non è importante il simbolo ma il suo significato.

Quando il fiume impetuoso della protesta e della contestazione è cominciato a diventare un rigagnolo, ovviamente insieme alla frustrazione ed alla delusione è arrivata anche una maggiore disponibilità alla riflessione. Le lenti colorate dell’ideologia sono cadute e i paraocchi si sono aperti. Questo anche grazie alla degenerazione dei rapporti tra i Paesi comunisti indocinesi, il regime fanatico, mostruoso e assassino dei Khmer rossi cambogiani, i profughi vietnamiti della boat people, pur con l’oro nei vestiti e la scarsa propensione a rimboccarsi le maniche.

Lasciando da parte diplomi e specializzazioni abbiamo cominciato a pensare che se dopo tanto tempo dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels e dalla Rivoluzione Bolscevica non un solo Paese poteva essere considerato autenticamente socialista e quei pochi che si ritenevano tali mostravano piuttosto il volto della burocrazia e della repressione, qualcosa non funzionava.

Non funzionavano le analisi e le previsioni di chi considerava la società e i meccanismi socio-economici solo campi di esercitazione per formule matematiche e analisi astratte e non come insiemi e processi di individui con complesse interrelazioni. Noi non consideravamo più tali insiemi come masse compatte con poche e chiare posizioni contrapposte ma come pluralità di individui veramente a sé stanti, ognuno con una sua storia, una sua personalità ed un suo modo di ragionare. E a gente che vive e lotta giorno per giorno per la semplice sopravvivenza in questo mondo ostile non si può ancora parlare di tempi lunghi e di sol dell’avvenire: non ascoltano più.

Si potrebbe avanzare l’ipotesi che spieghi perché le grandi stagioni della Storia e dei movimenti culturali, artistici e politici durano dieci o vent’anni: caduta un’illusione se ne cerca subito un’altra di cui nutrirsi per un altro periodo.

Anche noi, che come unica certezza possediamo quella che appunto di certezze non ne abbiamo, non siamo certi se dare ragione agli idealisti o agli indifferenti, consci di come queste siano però solo categorie di comodo, molto labili e aleatorie.

Nella prima categoria, nella quale ci ritroviamo pur se scettici, possono ritrovarsi in parecchi:

  •     fanatici soldati del partito armato che, invece di limitarsi ad eliminare qualche ben noto e repellente esponente del potere senza tante chiacchiere, continuano a lasciarsi alle spalle morti inutili condite con una ideologia irreale e priva di fondamento, ciò dimostrato da un’incredibile propensione al pentimento;
  •     i riformatori di ogni sfumatura e profumo floreale che hanno sempre accettato questo sistema pur con qualche superficiale correzione e modifica, e attualmente straordinariamente somiglianti ad altri passati regimi e metodi;
  •     gli ex-rivoluzionari, che non parlano nemmeno più di rivoluzione ma soltanto di ampliamento della democrazia, alla disperata ricerca, però, di un Nicaragua che sostituisca nei loro cuori la non più tanto idilliaca Indocina;
  •     i mistici orientalisti o celtici e i variamente definibili paladini della Tradizione, che non hanno certo paura si essere, di volta in volta, evoliani, guenoniani, mussulmani, neodestristi, tolkeniani e buddisti;
  •     e anche, perché no, i militanti integralisti dei cattolici d’assalto che hanno, a loro modo, degli ideali da perseguire con cieca determinazione, sorretti nella fede dal peggior papa reazionario degli ultimi secoli.

Nella categoria degli indifferenti e in qualche caso opportunisti si possono collocare:

  •     la moltitudine sterminata degli ignoranti, magari orgogliosi di esserlo, dei sacerdoti del banale e del luogo comune;
  •     quelli che agitano la mano quando “c’è la televisione”;
  •     i tifosi degli stadi e gli ultrà delle varie squadre che si ammazzano tra di loro riparandosi dietro colorazioni politiche quanto mai ridicole e fuori luogo;
  •     quelli che vogliono un governo stabile non importa di che colore sia;
  •     i “lettori” di giornali ma solo delle pagine sportive;
  •     i corridori della Stramilano all’insegna del qualunquismo generalizzato e del marciamo in allegria a tutti i costi invece che fare le manifestazioni;
  •     gli spettatori che si assiepano estasiati alle marce dei bersaglieri;
  •     i ballerini del liscio e i saltellatori di discoteca;
  •     i paninari coi loro giubbotti e le loro facce da bravi ragazzi;
  •     i buzzurri e i cafoni di tutte le razze e provenienze, stipatori di stazioni e metropolitane.

Costoro sono, tutti o in parte, anche quelli che sono disposti a credere in un’ideologia solo a tempo determinato. Considerando solo questo ultimo aspetto possiamo dar loro veramente torto?

Dar loro ragione equivale, vista la situazione attuale, a ritenere valido il riformismo, il sindacalismo e tutte le lotte minime e settoriali che non mettono in discussione il sistema alla radice ma che, bene o male, ottengono dei risultati pratici che si possono constatare. E noi, a maggior ragione, che non crediamo più alla rivoluzione totale, a breve o a lungo termine, non dovremmo forse rifugiarci nel riformismo, giudicandolo il minor male?

Per noi invece l’unica soluzione è quella dell’indifferenza ironica, cinica e scettica.

Siamo ironici perché constatiamo che è una qualità che manca a tutti i politici, comunisti del PCI in testa, e perché pensiamo che un’ironia non generalizzata e qualunquista, ma comunque rivolta a tutti coloro che si rendono ridicoli, e sono tanti, potrebbe far molto più male di tante seriose discussioni e tavole rotonde.

Siamo cinici perché non abbiamo rispetto per nessun valore, per nessuna morale, per nessun tipo di etica, giudicando tutto ciò una limitazione della libertà e delle potenzialità degli individui.

Siamo scettici perché siamo convinti che nessuna teoria o idea, sia nel campo filosofico-scientifico sia nel campo politico-culturale, sia positiva o negativa, giusta o sbagliata in toto, ma che ognuna abbia in sé, in varia misura, aspetti corretti ed errati.

E infine siamo scettici di fronte a qualsiasi prospettiva di cambiamento perché non vediamo le prove di una loro fondatezza.

Siamo convinti che un cambiamento reale, per essere tale, debba essere radicale ma, ciò nonostante, diffidiamo dei messia, dei profeti, dei posseduti da idee fisse.

Che cos’è un’idea fissa? – si chiedeva Max Stirner, divenuto ingiustamente e suo malgrado un profeta dell’anarchismo – un’idea che ha soggiogato l’uomo…oppure tutte le chiacchiere idiote dei nostri giornali, per esempio, non sono discorsi da matti, da maniaci delle idee fisse della moralità, della legalità, della cristianità etc? Se sembra che questi matti circolino liberi è solo perché il manicomio in cui si trovano è grande quanto il mondo…Basta leggere i quotidiani di questo periodo…e ci si convincerà facilmente di qualcosa di tremendo: siamo rinchiusi insieme a dei matti…Allo stesso modo ci sono grossi in folio sullo Stato senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali rigurgitano di politica, perché sono fissati sull’idea che l’uomo sia fatto per diventare uno zoon politikon; e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nella “umanità” etc. senza mai provare sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica…chi le mette in dubbio compie atto sacrilego, ecco cos’è veramente sacro: l’idea fissa!

Facciamo nostro, in gran parte, quello che Stirner ha voluto lasciarci: l’essere contro fino all’estremo, il materialismo esistenziale, l’esaltazione dell’individualismo e dell’egoismo, ma in un senso molto più costruttivo di quanto sembri a prima vista. Perché certe opposizioni non riescono a svilupparsi? Esclusivamente perché non vogliono abbandonare il tracciato della legalità o della moralità. Di qui le enormi ipocrisie a base di abnegazione, di amore ecc.; un vero schifo, da far venire ogni giorno la nausea più profonda di fronte a questo comportamento corrotto e ipocrita di un'”opposizione legale”…una rivoluzione e addirittura un’insurrezione è sempre qualcosa di “immorale”, qualcosa a cui ci si può risolvere soltanto se si smette di essere “buoni”, e allora si diventerà “malvagi”, o altrimenti né l’una né l’altra cosa.

Lo Stato lascia gli individui il più possibile liberi di giocare come vogliono, basta che non facciano sul serio e non lo dimentichino…la questione della proprietà non si può risolvere così facilmente come vagheggiano i socialisti e perfino i comunisti. Essa si risolverà soltanto con la guerra di tutti contro tutti. I poveri diventeranno liberi e proprietari solo quando si ribelleranno, si rivolteranno, insorgeranno. Quel che essi vogliono non è niente di meno che questo: la fine delle donazioni…

Anch’io amo gli uomini, non solo alcuni singoli, ma ognuno. Ma io li amo con la consapevolezza dell’egoismo. Io li amo perché amarli MI rende felice, io amo perché l’amore è per me un sentimento naturale, perché MI piace. Io non conosco alcun comandamento d’amore…se ci sono i ricchi, la colpa è dei poveri e noi aggiungiamo “in quanto non hanno impedito ai ricchi di diventare tali”.

Noi non ci consideriamo discepoli di Stirner, né tanto meno stirneriani, poiché proprio questo sarebbe la negazione del suo pensiero, così come Marx stesso diceva di non essere marxista. Ciò nonostante pensiamo che il nocciolo del pensiero di Stirner, da lui appena fatto intravvedere, stia in questo: tutto quello che ci danneggia accade perché noi permettiamo che accada, se ci ribellassimo, se ci opponessimo, non ci sarebbero sopraffazioni; se una società giusta ha la possibilità di esistere, è una società di individui unici che, difendendo ognuno la propria inviolabile unicità, si uniscono in una Unione di Liberi per sconfiggere la sopraffazione e l’ingiustizia.

Stirner dice io ho fondato la mia causa su nulla dicendo in realtà io non ho fondato affatto la mia causa perché non ne ho bisogno, essendo la mia persona stessa l’unica mia causa.

Noi siamo pessimisti: non abbiamo ragioni per credere che i miti della maternità, della famiglia, della Chiesa Cattolica e non solo, del consumismo e della sacralità della vita cadano e si dissolvano in un tempo accettabilmente breve; non pensiamo affatto che si possa arrivare definitivamente a un mondo dove la superstizione sia bandita, dove ognuno usi gioiosamente del proprio e dell’altrui corpo senza sentirsi in dovere di procreare a tutti i costi un bambino, dove la vita sia sacra ma nelle migliori condizioni di salute e non si abbiano remore a sopprimere un bambino già condannato ad essere un infelice per tutta la vita o a “staccare la spina” a un povero vecchio destinato comunque a un’agonia lunga e dolorosa; un mondo non più sovrappopolato ma dove una popolazione scarsa viva in un ambiente naturale integro e sano, pullulante di vita e di risorse pulite e ragionevolmente senza fine; un mondo dove non si produca solo l’indispensabile per una miriade di straccioni ma dove il superfluo ed il lusso siano alla portata di chi li voglia per il proprio piacere e non per quello che oggi rappresentano; un mondo dove non tutti siano poeti, scrittori, scultori, pittori e artisti, come ingenuamente sognava Marx, ma solo chi si senta di esserlo per sue proprie innate attitudini e non per “scuola”; un mondo a misura di tutti gli uomini e di tutte le donne, in cui si lavori il giusto necessario per vivere e non il contrario.

Un mondo così tanti lo sognano, e noi più degli altri, ma non crediamo che sia possibile arrivarci: per questo non facciamo più politica, per questo annulliamo la scheda alle elezioni, per questo, noi che ci abbiamo creduto veramente, non dedichiamo più la nostra vita ad una causa irrealizzabile. Tutt’al più si potrebbe fare qualcosa a titolo dimostrativo, ma di segno nettamente opposto al pacifismo, che noi detestiamo profondamente.

Per esempio, noi siamo contro la caccia, totalmente e senza condizioni: lo Stato non vuole abolirla perché ci sono troppi interessi in gioco? Benissimo, si potrebbero organizzare di “cacciatori” che mirerebbero però proprio alle natiche dei cacciatori, magari con scariche di sale, tanto per informarli di come ci si sente a essere preda loro stessi.

Ci sono insediamenti residenziali che deturpano il paesaggio e degradano la nostra terra a un gigantesco luna park? Li si fa saltare con la dinamite, naturalmente senza fare vittime, poiché noi non vogliamo ammazzare nessuno, anche se molti lo meriterebbero. E che non ci vengano a parlare delle costruzioni abusive con grande meraviglia, perché sappiamo bene che lo Stato ha i mezzi per accorgersi di una costruzione abusiva prima ancora che scelgano il terreno su cui edificare. E che ammettano che sono corrotti e prendono mazzette, anche se lo sappiamo già.

C’è il grosso giro delle pelliccerie, causa di sterminio di povere bestie magari allevate apposta per essere spellate? Si inducono i proprietari delle industrie e delle attività collegate a cambiare mestiere, incendiando loro la sede dell’attività. Un avvertimento di stampo mafioso utilizzato a fin di bene.

Ci sono le fabbriche che inquinano l’aria, l’acqua e il terreno come se niente fosse? Le si sabota, se ne boicotta la produzione, si sequestrano i beni prodotti e li si regala a chi ne ha bisogno.

C’è lo speculatore, il professionista, il dirigente che guadagna cento e denuncia dieci al fisco? Si forniscono le prove dei suoi raggiri all’autorità preposta e, siccome questa non farà niente o si farà corrompere, si provvede autonomamente al prelievo fiscale nei suoi confronti.

C’è lo speculatore che ogni anno da a fuoco migliaia di ettari di bosco per poi comprare il terreno bruciato per quattro soldi e così edificare? Gli si incendiano i beni, e se ci riprova lo si convince con sistemi più adeguati.

I gitanti della domenica se ne fregano dell’ambiente e lo riducono come la periferia cittadina dalla quale provengono? Li si obbliga a ripulire dove hanno sporcato e si da loro una lezione che non dimenticheranno facilmente.

Gli automobilisti guidano come deficienti, senza mettere le frecce e senza rispettare le più elementari norme di sicurezza e di prudenza? Li si insegue e si sfascia loro l’auto.

Sono metodi illegali? Certamente. Sono atti di terrorismo? È probabile, ma è l’unico modo veramente incisivo per dissuadere le ributtanti persone, e sono molte, che appestano la nostra società rendendola invivibile, repellente e disgustosa. E a chi crede nei metodi “legali” e pacifici diciamo solo questo: se si facesse la prova, dopo qualche mese di azione sistematica si vedrebbero più risultati che dopo anni delle loro campagne di stampa, denunce, sottoscrizioni, appelli, raccolte di firme, cause in tribunale e sdegnate grida di allarme delle persone benpensanti.

Io troverò senz’altro abbastanza persone che si uniscano a me senza giurare sulla mia stessa bandiera…: con queste parole di Max Stirner concludiamo questo Manifesto senza appelli né proclami, senza neanche firmarci.

L’unica firma potrebbe essere infatti

NOI

ovvero

Io+Io+Io+Io+Io+Io…………..+Io

l’Unione dei Liberi