Archivi tag: marxismo

Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.

 

Annunci

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

Marx e la Russia

da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul sito www.jadawin.info , pagina “Politica e Società-11):

Marx e la Russia

Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.

Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].

Non sono marxista!

Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].

Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.

Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.

Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!

Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.

Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».

Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.

La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.

Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).

Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].

Quali ricadute teorico-politiche?

In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.

Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.

Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.

Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).

Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari…

E oggi …

Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia… ancora tutta da scrivere.

Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.

 

[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.

Manifesto contro il lavoro

Sono venuto a conoscenza di questo importante articolo perché segnalatomi da un compagno, inserito nel blog Nutopia, a hippie dream il30 Aprile 2013 dc, in realtà l’articolo compare, in italiano, (originariamente?) nel sito/blog in lingua tedesca Krisis fin dal 31 Dicembre 1999 dc:

Manifesto contro il lavoro

1. IL DOMINIO DEL LAVORO MORTO

Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro!

“Ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale condizione”.

Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza, 1797

Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana, e in una misura tale che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali.

Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt’oggi in vigore, e anzi oggi più che mai proprio perchè sta diventando del tutto obsoleto. E’ assurdo: mai la società era stata, fino a questo punto, una società del lavoro come in quest’epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di se. Il lavoro determina il modo di pensare ed agire fin nelle minime circostanze della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all’idolo “lavoro”. L’ossessiva richiesta di “occupazione” offre la giustificazione per accelerare ancora, se possibile, la distruzione delle condizioni naturali della vita, di cui tuttavia si è da tempo consapevoli. Gli ultimi ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possono essere spazzati via senza remore se c’è in vista qualche misero “posto di lavoro”. E l’idea che è meglio avere un lavoro “qualsiasi” piuttosto che non averne nessuno è ormai diventata un articolo di fede richiesto a tutti.

Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questa viene rimossa dalla coscienza collettiva. Per quanto siano diversi i metodi della rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un irrazionale fine in sè, ormai obsoleto, viene ridefinito, con ostinazione maniacale, come il fallimento di individui, imprese o “siti produttivi”. Il limite obiettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi.

Se per gli uni la disoccupazione è il prodotto di pretese eccessive, di scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai “loro” manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del “sito produttivo”. (E in fin dei conti sono tutti d’accordo con l’ex-presidente tedesco Roman Herzog: occorre che, per così dire, una “scossa” attraversi il Paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono “in qualche modo” remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi da fare, anche se non c’è più niente da fare, e ci si può dedicare ormai soltanto ad attività insensate). Il sottinteso di questa cattiva novella non si presta ad equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell’idolo “lavoro” se la deve prendere con sè stesso, e può essere espulso o escluso senza scrupoli di coscienza.

La stessa legge del sacrificio umano vige su scala planetaria. Un Paese dopo l’altro viene maciullato negli ingranaggi del totalitarismo economico e fornisce così sempre quell’unica prova: ha peccato contro le cosiddette leggi di mercato. Chi non “si adatta” senza condizioni, e senza tener conto delle perdite, al corso cieco della concorrenza totale, è punito dalla logica del profitto. Le promesse di oggi sono i falliti di domani. Gli psicotici dell’economia al potere non si lasciano però impressionare nella loro bizzarra concezione del mondo. I tre quarti della popolazione mondiale sono già stati più o meno dichiarati fuori corso. Crolla un “sito

produttivo” dopo l’altro. Dopo i disastrati “Paesi in via di sviluppo” del Sud del mondo, e dopo il capitalismo di Stato a Est, gli studenti-modello di economia di mercato in Estremo Oriente sono a loro volta scomparsi nell’Ade economico. Anche in Europa si sta diffondendo da tempo il panico sociale. I cavalieri dalla trista figura nella politica e nel management continuano però, se possibile ancora più ostinatamente, la loro crociata nel nome del dio “lavoro”.
2. LA SOCIETA’ DELL’APARTHEID NEOLIBERISTA

“Il truffatore aveva distrutto il lavoro, ma si era preso il salario di un lavoratore; ora deve lavorare senza salario, ma lavorando immaginare perfino nella sua cella quali benedizioni siano il successo e il profitto. […] Con il lavoro forzato deve essere educato al lavoro secondo morale come a un libero atto personale”

Wilhelm Heinrich Riehl, Il lavoro tedesco, 1861

Una società basata sull’astrazione irrazionale “Lavoro” sviluppa necessariamente una tendenza all’apartheid sociale, quando la vendita riuscita della merce “forza-lavoro” da regola diventa l’eccezione. Tutte le frazioni del “campo del lavoro”, che comprende tutti i partiti, hanno da tempo accettato silenziosamente questa logica e danno man forte. Esse non mettono più in discussione se settori della popolazione sempre più ampi debbano essere spinti ai margini ed esclusi da ogni partecipazione alla vita sociale, ma soltanto come questa selezione debba essere imposta, con le buone o soprattutto con le cattive.

La frazione neoliberista affida questo sporco lavoro socialdarwinista alla “mano invisibile” del mercato. Le reti di sicurezza sociale vengono smantellate proprio per marginalizzare, il più possibile senza clamore, tutti coloro che non riescono a tenere il passo con la concorrenza. E’ riconosciuto come essere umano soltanto chi appartiene alla ilare Fratellanza dei vincitori della globalizzazione. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, tutte le risorse del pianeta sono usurpate dalla macchina autoreferenziale del capitalismo. Se poi non sono più mobilizzabili con profitto, devono rimanere inutilizzate, anche se vicino a queste risorse intere popolazioni sono ridotte alla fame.

Di questa fastidiosa “immondizia umana” sono chiamate a occuparsi la polizia, le sette che promettono la salvezza nella religione, la Mafia e le mense dei poveri. Negli Stati Uniti, e nella maggior parte degli Stati dell’ Europa centrale, sono ormai rinchiuse in carcere più persone che in qualsiasi normale dittatura militare. E nell’America latina vengono uccisi ogni giorno più “ragazzi di strada” e altri poveri dagli squadroni della morte, in nome dell’economia di mercato, che oppositori ai tempi della più feroce repressione politica. Ormai ai reietti resta soltanto una funzione sociale: quella dell’esempio deterrente. Il loro destino deve pungolare sempre di più tutti quelli che si trovano ancora in corsa nel “gioco dei quattro cantoni” della società del lavoro a combattere per gli ultimi posti, e tenere in movimento frenetico perfino la massa dei perdenti, affinchè non passi loro nemmeno per la testa di ribellarsi contro queste insolenti pretese.

Eppure, anche a prezzo del sacrificio di sè, il “Mondo nuovo” dell’economia totalitaria di mercato prevede per i più soltanto un posto come uomini-ombra in un’economia-ombra. Devono offrire i loro umili servizi come lavoratori a buon mercato, e schiavi democratici della “società dei servizi”, ai vincitori della globalizzazione. I nuovi “lavoratori poveri” possono pulire le scarpe ai businessmen rimasti su piazza, vendere loro degli hamburger contaminati, o fare la guardia ai loro centri commerciali. E chi ha portato il suo cervello all’ammasso, può nel frattempo sognare l’ascesa a imprenditore miliardario.

Nei paesi anglosassoni, questo mondo dell’orrore è già una realtà per milioni di persone, e tanto più nel Terzo mondo e in Europa orientale; e anche a Eurolandia sono decisi a recuperare in fretta le posizioni perdute. I giornali economici, del resto, non fanno più un mistero di come si rappresentino il futuro ideale del lavoro: i bambini, che agli incroci ultrainquinati delle strade puliscono i vetri delle auto, sono il luminoso modello di “iniziativa imprenditoriale” verso il quale sono pregati di orientarsi i disoccupati data l’odierna mancanza di “prestatori di servizi”. “Il modello dominante del futuro è l’individuo come imprenditore della sua forza-lavoro e responsabile della sua sussistenza”, scrive la “Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia”. E aggiunge: “La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più quanto più diminuisce il loro costo, e quindi quanto meno guadagnano i prestatori di servizi”. Se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l’autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato.
3. L’APARTHEID DEL NUOVO STATO SOCIALE

“Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”

Bill Clinton, 1998, Antonio Fazio, 1999 e Emma Bonino, 2000

“Nessun lavoro è così duro come non lavorare”

Slogan di un manifesto dell’ufficio di coordinamento federale delle iniziative per i disoccupati in Germania, 1998

Le frazioni anti-neoliberiste all’interno del “campo del lavoro” – che comprende tutta la società – possono anche non fare salti di gioia per questa prospettiva, ma proprio per loro è fuori discussione che un uomo senza lavoro non è un uomo. Sono fissate nostalgicamente sul periodo del dopoguerra caratterizzato dal lavoro fordista di massa, e non hanno in mente nient’altro che far rivivere quell’età, ormai passata, della società del lavoro. Lo Stato deve intervenire quando il mercato non funziona più. Bisogna continuare a simulare la presunta normalità della società del lavoro, grazie a “programmi per l’occupazione”, a interventi a favore dei siti produttivi, all’indebitamento e ad altre misure politiche. Questo statalismo del lavoro, ripreso svogliatamente, non ha la minima possibilità di riuscire, ma resta il punto di riferimento ideologico per ampi strati della popolazione minacciati dal degrado. E proprio a causa della sua irrealizzabilità, la prassi che ne risulta è tutt’altro che emancipatrice.

La metamorfosi ideologica del lavoro come “bene raro” nel primo diritto del cittadino esclude di conseguenza tutti i non-cittadini. La logica di selezione sociale non viene dunque messa in discussione, ma soltanto diversamente definita: la battaglia per la sopravvivenza individuale deve essere resa meno spietata grazie a criteri etnico-nazionalistici. L’anima popolare, che nel perverso amore per il lavoro si ritrova, ancora una volta, in una comunità di popolo, grida dal profondo del cuore: “Lo sgobbo italiano agli italiani!”. Il populismo di destra grida ai quattro venti questa sua conclusione. La sua critica alla società della concorrenza, alla fine, significa soltanto la pulizia etnica nelle zone, sempre più ristrette, della ricchezza capitalistica.

Il nazionalismo moderato, d’impronta socialdemocratica o verde, accetta invece i lavoratori da tempo immigrati come indigeni, e vuole addirittura concedere loro la cittadinanza, se fanno la riverenza e si comportano bene, oltre naturalmente a essere inoffensivi al cento per cento. Tuttavia in tal modo può essere ancora meglio legittimata e ancora più silenziosamente messa in pratica l’accentuata esclusione dai confini dei profughi provenienti da Sud e da Est – naturalmente sempre nascosta dietro una valanga di parole come “umanità” e “civiltà”. La caccia all’uomo contro i “clandestini”, che si vogliono impadronire di soppiatto dei posti di lavoro nostrani, non deve lasciare, se possibile, odiose tracce di sangue o di incendi sul suolo nazionale. Per questo esistono la polizia di confine e gli Stati-cuscinetto di Schengenlandia, che sbrigano tutto secondo la legge e il diritto, magari tenendosi lontani dalle telecamere.

La simulazione statale del lavoro è violenta e repressiva di per se, ed è l ‘espressione della volontà incondizionata di tenere ancora in piedi con tutti i mezzi il dominio dell’idolo “lavoro” anche dopo la sua morte. Questo fanatismo della burocrazia del lavoro non lascia in pace neppure – nelle nicchie residuali, e del resto già pietosamente minuscole, dello Stato sociale demolito – gli esclusi, i disoccupati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Essi vengono trascinati dagli operatori sociali, e dagli agenti di intermediazione del lavoro, sotto la luce delle lampade da interrogatorio dello Stato, e costretti a una pubblica genuflessione di fronte al trono del cadavere dominante.

Se di fronte a un tribunale di solito vale la regola “in dubio pro reo”, in questo caso l’onere della prova si è rovesciato. Se in futuro non vogliono vivere d’aria o dell’amore cristiano per il prossimo, allora gli esclusi devono accettare qualsiasi lavoro, anche il più sozzo e il più servile, e qualsiasi “misura per l’occupazione”, per quanto assurda, allo scopo di dimostrare la loro disponibilità incondizionata al lavoro. E’ del tutto indifferente se ciò che viene loro dato da fare abbia un senso, sia pur minimo, o se rientri nella categoria dell’assurdità pura e semplice. L’ importante è che rimangano in continuo movimento, affinchè non dimentichino mai secondo quali principi deve consumarsi la loro esistenza.

Prima gli uomini lavoravano per guadagnare denaro. Oggi lo Stato non si tira indietro di fronte ad alcuna spesa purchè centinaia di migliaia di persone simulino il lavoro scomparso in astrusi “stages” e “periodi di formazione”, e si tengano pronti per “posti di lavoro” che però non avranno mai. “Misure” sempre nuove e sempre più stupide vengono inventate soltanto per tenere viva l’illusione che la macchina sociale del lavoro, la quale ora gira a vuoto, possa continuare a girare per l’eternità. Quanto meno ha senso l’obbligo al lavoro, tanto più brutalmente si fa entrare in testa alle persone che chi non lavora non mangia.

Da questo punto di vista, il “New Labour”, e i suoi imitatori sparsi in tutto il mondo, si rivelano perfettamente compatibili con il modello neoliberista della selezione sociale. Grazie alla simulazione dell’ “occupazione”, e al miraggio di un futuro positivo per la società del lavoro, si crea la legittimazione morale a procedere in modo ancora più determinato contro i disoccupati e quelli che rifiutano di lavorare. Nello stesso tempo, le agevolazioni fiscali e le cosiddette “gabbie salariali” abbassano ancora di più il costo del lavoro. E così si favorisce con tutti i mezzi possibili il già fiorente settore del lavoro sottopagato e dei “lavoratori poveri”.

La cosiddetta politica attiva per il lavoro, secondo il modello del “New Labour”, non risparmia neppure i malati cronici e le ragazze-madri con bambini in tenera età. Chi riceve il sostegno dello Stato viene liberato dalla morsa della burocrazia soltanto all’obitorio. L’unica ragione di questa invadenza sta nello scoraggiare il maggior numero possibile di persone dal formulare qualsiasi pretesa nei confronti dello Stato, e di mostrare agli esclusi strumenti di tortura così ripugnanti, da far apparire al confronto una pacchia ogni sia pur miserevole lavoro.

Ufficialmente, lo Stato paternalista agita la frusta sempre e soltanto per amore, e con l’obiettivo di inculcare ai suoi figli “renitenti al lavoro” dei princìpi perchè si facciano strada nella vita. In realtà, le misure “pedagogiche” hanno l’unico ed esclusivo fine di far uscire a bastonate i postulanti da casa. (E quale altro senso dovrebbe avere costringere i disoccupati a raccogliere gli asparagi nei campi, come accade da qualche tempo in Germania? Questi non fanno altro che sostituire i lavoratori stagionali polacchi, i quali accettano un salario da fame soltanto perchè, grazie al cambio favorevole del marco, lo trasformano in un compenso accettabile nel loro Paese. Ma con una misura del genere non si viene in aiuto alle persone costrette a fare simili lavori, nè si apre loro la sia pur minima “prospettiva di lavoro”. E anche per i coltivatori di asparagi, i lavoratori specializzati e i laureati demotivati di cui viene fatto loro grazioso dono non sono altro che una fonte di problemi senza fine. Ma quando, dopo dodici ore di lavoro sul suolo della patria tedesca, all’ improvviso l’idea, davvero grandiosa, di aprire per disperazione un chiosco per la vendita di whrstel non si presenta più al disoccupato in una luce tanto negativa, allora la “spinta alla flessibilità” di origine neobritannica ha prodotto i suoi effetti desiderati.)
4. INASPRIMENTO E SMENTITA DELLA RELIGIONE DEL LAVORO

“Per quanto possa essere volgare e consacrato alla dea Mammona, il lavoro è comunque sempre in rapporto con la Natura. Già soltanto il desiderio di effettuare un lavoro ci guida sempre di più verso la verità e verso le leggi e i precetti della Natura, che sono la verità”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Il nuovo fanatismo del lavoro, con il quale questa società reagisce alla morte del suo idolo, è la logica prosecuzione e lo stadio finale di una lunga storia. Dall’epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, tutte le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall’idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all’ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali hanno sacrificato insieme all’ idolo “lavoro”. Il verso dell’Inno dei lavoratori dell’Internazionale si legge: “Non c’è posto per gli oziosi”, ha trovato un’eco macabra nell’iscrizione “Il lavoro rende liberi” sopra l’ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno ancora di più fatto solenne giuramento di difendere l’eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera insegna ai cittadini, proprio nel solco della tradizione che viene da Lutero: “Il lavoro è la fonte del benessere del popolo, e si trova sotto la particolare protezione dello Stato”, e il primo articolo della Costituzione dell’Italia, culla del cattolicesimo, recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Alla fine del ventesimo secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell’aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la caratteristica naturale dell’uomo.

Oggi è la società del lavoro stessa a smentire questo dogma. I sacerdoti della religione del lavoro hanno sempre predicato che l’uomo sarebbe, secondo la sua presunta natura, un “animal laborans”. Anzi, diventerebbe un uomo soltanto nel momento in cui, come un tempo Prometeo, sottomette la natura alla sua volontà e si realizza nei propri prodotti. Questo mito del conquistatore del mondo, del demiurgo è certo sempre stato una beffa in rapporto al carattere del moderno processo lavorativo, ma nell’età dei capitalisti inventori come Siemens o Edison, e delle loro corporazioni di lavoratori specializzati, può ancora aver avuto un substrato reale. Ma nel frattempo questo atteggiamento è diventato completamente assurda.

Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce – o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L’ “homo faber”, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere. L’ ingranaggio deve andare avanti a tutti i costi, e basta. A conferire un senso al meccanismo sono deputati il settore pubblicità, e veri e propri eserciti di animatori e psicologi d’impresa, consulenti d’immagine e trafficanti di droga. Laddove si chiacchiera continuamente di motivazione e creatività, c’è da stare sicuri che non se ne vede l’ombra, o tutt’al più come un autoinganno. Perciò le capacità di autosuggestionarsi, presentarsi e fingere di essere competenti sono considerate tra le virtù principali di manager e lavoratori specializzati, star dei media e contabili, insegnanti e posteggiatori.

Anche l’affermazione che il lavoro è un’eterna necessità imposta agli uomini dalla natura è stata irrimediabilmente screditata dalla crisi della società del lavoro. Da secoli si predica che occorre sacrificare all’idolo del lavoro, se non altro perchè i bisogni non possono essere soddisfatti senza il lavoro e il sudore dell’uomo. E il fine dell’intera organizzazione del lavoro sarebbe proprio la soddisfazione dei bisogni. Se fosse così, una critica del lavoro sarebbe tanto assurda quanto una critica della forza di gravità. Ma com’è possibile allora che una vera “legge della natura” entri in crisi o addirittura scompaia? I portavoce del “campo del lavoro nella società”, dalla iperefficiente donna in carriera neoliberista, al sindacalista ex-trinariciuto, sono a corto di argomenti con la loro presunta natura del lavoro. Come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell’umanità sprofondano nella miseria perchè la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?

Oggi non pesa più sulle spalle degli esclusi la maledizione veterotestamentaria: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”, ma una nuova e ancora più spietata dannazione: “Non mangerai perchè il tuo sudore è superfluo e invendibile”. E questa sarebbe una legge naturale? Non è altro che un principio sociale irrazionale, che sembra una costrizione naturale perchè per secoli ha distrutto e sottomesso ogni altra forma di relazioni sociali, imponendosi come assoluto. E’ la “legge di natura” di una società che si considera “razionale” al cento per cento, ma che in realtà segue soltanto la razionalità del suo idolo del lavoro, e che è pronta a sacrificare ai “vincoli” che questo le impone anche l’ultimo barlume di umanità che le resta.
5. IL LAVORO E’ UN PRINCIPIO COSTRITTIVO SOCIALE

“Perciò l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sè; e si sente fuori di sè nel lavoro. E’ a casa propria se non lavora, e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma è soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene a mancare la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Il lavoro non va in alcun modo identificato con il fatto che gli uomini modificano la natura e hanno relazioni l’uno con l’altro. Fino a quando gli uomini esisteranno, essi produrranno vestiti, nutrimento e molte altre cose, alleveranno i loro figli, scriveranno libri, discuteranno, si dedicheranno al giardinaggio, faranno musica e altro ancora. Ciò è banale e va da se. Non è invece scontato che la semplice attività umana, il puro “dispendio di forza-lavoro”, di cui non si tiene in alcuna considerazione il contenuto, e che è totalmente indipendente dai bisogni e dalla volontà degli interessati, venga elevata a un principio astratto che domina le relazioni sociali.

Nelle antiche società agrarie esistevano molteplici forme di dominio e di dipendenza personale, ma non la dittatura dell’astrazione “lavoro”. Le attività nel processo di trasformazione della natura e nelle relazioni sociali non erano certo autonome, ma neppure sottomesse a un astratto “impiego di forza-lavoro”, ed erano piuttosto inserite in un complesso sistema di regole basato su prescrizioni religiose, tradizioni sociali e culturali con obbligazioni reciproche. Ogni attività aveva il suo particolare tempo e il suo particolare luogo; non esisteva alcuna forma di attività astrattamente universale.

Fu proprio il moderno sistema produttore di merci, con il suo fine in sè dell’incessante trasformazione dell’energia umana in denaro, che fece nascere una particolare sfera, “separata” da qualsiasi altra relazione, astratta da ogni contenuto, quella del cosiddetto lavoro – una sfera di attività eterodiretta, incondizionata, irrelata, meccanica, separata dal resto del tessuto sociale, una sfera che obbedisce a un’astratta razionalità finalistica “aziendale” al di là dei bisogni. In questa sfera separata dalla vita, il tempo cessa di essere tempo vissuto, profondamente sentito; diventa una semplice materia prima, che deve essere utilizzata nel modo migliore: “il tempo è denaro”. Si calcola ogni secondo, ogni visita al bagno diventa un contrattempo, ogni chiacchierata un delitto contro il fine autonomizzato della produzione. Laddove si lavora, si può soltanto impiegare energia astratta. La vita si vive altrove – o non si vive affatto, perchè il ritmo del lavoro impone ovunque la sua legge. Già i bambini vengono allevati a rispettare i tempi al secondo, perchè diventino un giorno “efficienti”. La vacanza serve soltanto alla riproduzione della “forza-lavoro”. E perfino quando si mangia, si festeggia e in Venereis in qualche parte del cervello il cronometro continua a scandire il tempo.

Nella sfera del lavoro non conta che cosa si fa, ma che si faccia qualcosa, dal momento che il lavoro è un fine in sè, proprio perchè realizza la valorizzazione del capitale – l’infinita moltiplicazione del denaro grazie al denaro stesso. Il lavoro è la forma di attività di questa assurda tautologia. Soltanto per questo scopo, e non per ragioni oggettivo, i prodotti sono prodotti in quanto merci. Infatti soltanto in questa forma rappresentano l’astrazione “denaro”. In questo consiste il meccanismo di quella macchina sociale autonomizzata, di cui l’umanità moderna è prigioniera.

E proprio per questo il contenuto della produzione è indifferente tanto quanto l’uso delle cose prodotte, e le loro conseguenze sociali e naturali. Che si costruiscano case o si producano mine antiuomo, che si stampino libri o si coltivino pomodori transgenici, che in conseguenza di ciò uomini si ammalino o l’aria sia inquinata o che “soltanto” il buon gusto vada a farsi friggere – tutto questo non importa niente, purchè, in un modo o nell’altro, la merce si trasformi in denaro e il denaro in nuovo lavoro. Che la merce richieda un uso concreto, foss’anche distruttivo, è per la razionalità imprenditoriale un dettaglio trascurabile, visto che il prodotto vale soltanto in quanto portatore di lavoro passato, cioè di “lavoro morto”.

L’accumulo di “lavoro morto” come capitale, rappresentato nella forma-denaro, è l’unico “senso” che conosce il moderno sistema di produzione dei beni. “Lavoro morto”? Un’assurdità metafisica! Si, ma una metafisica diventata realtà concreta, un’assurdità “oggettivata” che tiene questa società in una morsa d’acciaio. Nell’eterno comprare e vendere, gli uomini non sono in rapporto di scambio reciproco come esseri coscienti che vivono in società, ma come automi sociali che eseguono soltanto il fine a se stesso loro prestabilito.
6. LAVORO E CAPITALE SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

“Il lavoro ha sempre di più dalla sua tutta la buona coscienza: l’ inclinazione alla gioia si chiama già “bisogno di ricreazione” e comincia a vergognarsi di se stessa. “E’ un dovere verso la nostra salute”, si dice, quando si è sorpresi durante una gita in campagna. Anzi, si potrebbe ben presto andare così lontano da non cedere all’inclinazione alla vita contemplativa (vale a dire all’andare a passeggio, con pensieri e amici), senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza”.

Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, 1882.

La sinistra politica ha sempre venerato il lavoro con particolare zelo. Non soltanto ha elevato il lavoro a essenza dell’uomo, ma ne ha anche fatto, in maniera mistificante, il presunto principio opposto a quello del capitale. Per la sinistra lo scandalo non era il lavoro, ma soltanto il suo sfruttamento da parte del capitale. Perciò, il programma di tutti i “Partiti dei lavoratori” fu sempre la “liberazione del lavoro”, e non la “liberazione dal lavoro”. La contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però soltanto la contrapposizione di diversi (anche se diversamente potenti) interessi all’interno del fine tautologico del capitalismo. La lotta di classe fu la forma nella quale questi interessi contrapposti si scontrarono sul comune terreno sociale del sistema produttore di merci. Fu un elemento interno alla dinamica di valorizzazione del capitale. Non importa se la battaglia fu combattuta per i salari, i diritti, le condizioni di lavoro o i posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase sempre il dominio del lavoro con i suoi irrazionali principi.

Dal punto di vista del lavoro, il contenuto qualitativo della produzione è altrettanto trascurabile quanto dal punto di vista del capitale. Quel che interessa, è unicamente la possibilità di vendere nella maniera ottimale la forza-lavoro. Non è in gioco la determinazione comune del senso e del fine del proprio fare. Se mai c’è stata la speranza di poter realizzare una simile autodeterminazione della produzione nelle forme del sistema produttore di merci, le “forze lavorative” si sono tolte questa illusione dalla testa da gran tempo. Ormai si tratta soltanto di “posti di lavoro”, di “occupazione”, e già questi concetti dimostrano il carattere di fine a se stesso tipico dell’intera baracca, e lo stato di minorità degli interessati.

Che cosa si produce, a quale scopo e con quali conseguenze, è in fin dei conti altrettanto indifferente per il venditore del bene forza-lavoro quanto per il suo acquirente. I lavoratori delle centrali nucleari e degli impianti chimici protestano più di tutti gli altri quando si vogliono disinnescare le loro bombe a orologeria. Gli “occupati” di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico. Ciò non accade semplicemente perchè essi si devono obbligatoriamente vendere per “avere il diritto” di vivere, ma perchè si identificano effettivamente con la loro limitata esistenza. Sociologi, sindacalisti, parroci e altri teologi di mestiere della “questione sociale” vedono in tutto ciò una prova del valore etico del lavoro. Il lavoro forma la personalità, dicono. A ragione. Il fatto è che forma la personalità di zombie della produzione di merci, che non riescono più a immaginarsi una vita al di fuori del loro amatissimo sgobbo, al quale loro stessi, giorno dopo giorno, sacrificano tutto.

Ma se la classe lavoratrice, in quanto classe lavoratrice, non è mai stata l’antagonista del capitale nè il soggetto dell’emancipazione umana, i capitalisti e i manager, da parte loro, non governano la società in base a una maligna volontà soggettiva di sfruttare gli altri. Nel corso della storia, nessuna casta dominante ha mai condotto una vita così dipendente e misera come quella dei manager, sempre sotto pressione, di Microsoft, Daimler-Chrysler o Sony. Qualsiasi feudatario medievale avrebbe profondamente disprezzato queste persone. Infatti, mentre essi potevano abbandonarsi all’ozio e dissipare, più o meno orgiasticamente, le loro ricchezze, le élites della società del lavoro non possono concedersi nessuna pausa. Usciti dal “gabbio”, sanno soltanto ridiventare infantili; l’ozio, il piacere della conoscenza e il godimento dei sensi sono loro tanto estranei quanto al loro materiale umano. Essi stessi non sono altro che schiavi dell’ idolo “lavoro”, semplici élites funzionali all’irrazionale fine in sè della società.

L’idolo dominante sa come imporre il suo volere senza soggetto grazie alla “costrizione silenziosa” della concorrenza, alla quale anche i potenti devono piegarsi, soprattutto se gestiscono centinaia di fabbriche e spostano da un punto all’altro del pianeta somme astronomiche. Se non lo fanno vengono messi da parte senza tanti complimenti, proprio come succede alla “forza-lavoro” in sovrappiù. Ma è proprio la loro condizione di irresponsabilità a rendere i funzionari del capitale tanto pericolosi, non la loro volontà soggettiva di sfruttare. Meno di chiunque altro essi possono interrogarsi sul senso e sulle conseguenze della loro continua attività, nè si possono permettere di avere sentimenti e di nutrire riserve. Per questo chiamano realismo devastare il mondo, imbruttire le città e far precipitare nella povertà gli uomini in mezzo alle ricchezze.
7. IL LAVORO E’ DOMINIO PATRIARCALE

“L’umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perchè nascesse e si consolidasse il Sè, il carattere identico, pratico, virile dell’uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia”.

Max Horkheimer/Theodor Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”

Sebbene la logica del lavoro e della sua trasformazione in denaro vi tenda, non tutti gli ambiti sociali e tutte le attività necessarie si lasciano rinchiudere in questa sfera del tempo astratto. Perciò, insieme con la sfera “separata” del lavoro è nata, in un certo qual modo come il suo rovescio, anche la sfera della famiglia e dell’intimità.

In questo settore, definito come “femminile”, restano quelle numerose e ricorrenti attività della vita quotidiana che non si lasciano, o soltanto eccezionalmente, trasformare in denaro: dal fare le pulizie al cucinare, passando per l’educazione dei bambini e la cura degli anziani, fino al “lavoro amoroso” della tipica casalinga, che accudisce il suo marito lavoratore, spremuto come un limone, e gli fa “fare il pieno di sentimenti”. La sfera dell’intimità, come rovescio del lavoro, viene perciò trasfigurata dall’ideologia della famiglia borghese come il rifugio della “vita

autentica” – anche se per lo più diventa invece un inferno entro quattro mura. Si tratta appunto non di una sfera della vera vita, degna di essere vissuta, ma di una altrettanto limitata e ridotta forma dell’esistenza, cui viene soltanto invertito il segno. Questa sfera è in sè stessa un prodotto del lavoro, certo da questo separata, e tuttavia esistente soltanto in rapporto con il lavoro. Senza lo spazio sociale separato delle attività “femminili”, la società del lavoro non avrebbe mai potuto funzionare. Questo spazio è il suo silenzioso presupposto e nello stesso tempo il suo risultato specifico.

Ciò vale anche per gli stereotipi sessuali, che si sono generalizzati durante lo sviluppo del sistema produttore di merci. Non a caso, l’immagine della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è diventata un pregiudizio universale soltanto insieme a quella del maschio lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di se. E non a caso, l’autoaddestramento dell’uomo bianco alle esigenze del lavoro e della sua gestione degli uomini affidata allo Stato è andato di pari passo con una rabbiosa e secolare “caccia alle streghe”. Anche l’appropriazione del mondo basata sulle scienze naturali, che ebbe contemporaneamente inizio, fu contaminata alla radice dal fine tautologico della società del lavoro e dalle sue attribuzioni sessuali. In questo modo, l’uomo bianco, per poter funzionare senza attriti, si spogliò di ogni sentimento e di ogni bisogno emotivo, i quali rappresentano, nel regno del lavoro, fattori di disturbo.

Nel ventesimo secolo, specialmente nelle democrazie fordiste del dopoguerra, le donne furono inserite in maniera crescente nel sistema del lavoro. Ma il risultato fu soltanto una coscienza femminile schizofrenica. Da una parte, infatti, il farsi largo delle donne nella sfera del lavoro non poteva portare a nessuna liberazione, ma soltanto alla stessa sottomissione all’idolo del lavoro come per gli uomini. D’altra parte, la struttura della “scissione” rimase intatta, e così anche la sfera delle attività definite come “femminili”, al di fuori del lavoro ufficiale. In questa maniera, le donne sono state caricate di un peso doppio e sottoposte nello stesso tempo a imperativi sociali del tutto contraddittori. All’interno della sfera del lavoro, esse rimangono fino ad oggi confinate prevalentemente in posizioni sottopagate e subalterne.

Questa situazione non cambierà combattendo una battaglia, conforme al sistema, per quote riservate alle donne, e per maggiori chances concesse alla carriera femminile. La pietosa visione borghese di una “conciliazione di lavoro e famiglia” lascia totalmente intatta la divisione in sfere del sistema produttore di merci, e quindi la “scissione” sessuale. Per la maggioranza delle donne questa prospettiva è invivibile, per una minoranza di donne “abbienti” diventa una perfida posizione di vantaggio nell’ apartheid sociale, nella misura in cui possono delegare le faccende di casa e la cura dei figli a dipendenti (donne, “naturalmente”) malpagate.

Nella società nel suo complesso, la sfera della cosiddetta vita privata e familiare, santificata dall’ideologia borghese, viene in verità sempre più svuotata e degradata, perchè l’usurpazione ad opera della società del lavoro richiede ormai l’intera persona, il sacrificio totale, mobilità e flessibilità sugli orari. Il patriarcato non viene abolito, ma si imbarbarisce nella crisi inconfessata della società del lavoro. Nella stessa misura in cui il sistema produttore di merci va in pezzi, le donne vengono rese responsabili della sopravvivenza su tutti i piani, mentre il mondo “maschile” allunga fittiziamente la vita alle categorie della società del lavoro.
8. IL LAVORO E’ L’ATTIVITA’ DI CHI SI TROVA IN UNA SITUAZIONE DI MINORITA’

Non soltanto nella realtà dei fatti, ma anche da un punto di vista concettuale, si può dimostrare l’identità di lavoro e minorità. Fino a pochi secoli fa, gli uomini erano del tutto consapevoli del rapporto fra lavoro e costrizione sociale. Nella maggior parte delle lingue europee il concetto di “lavoro” si riferisce originariamente soltanto all’attività di un essere umano dipendente, del sottoposto, del servo o dello schiavo. Il verbo italiano “lavorare” viene da “laborare”, che in latino significava “vacillare sotto un peso gravoso”, e indicava in generale la sofferenza e la fatica dello schiavo. Nell’area linguistica germanica la parola “Arbeit” designa la fatica di un bambino rimasto orfano, e perciò diventato servo della gleba. Le parole romaniche “travail”, “trabajo” derivano dal latino “tripalium”, una specie di giogo che fu inventato per torturare e punire gli schiavi ed altre persone non libere. Nell’espressione tedesca “il giogo del lavoro”, risuona un’eco di quel passato.

Dunque il “lavoro” non è affatto, come dimostra l’etimologia della parola, un sinonimo per un’attività umana autodeterminata, ma rinvia a un destino sociale infelice. E’ l’attività di coloro i quali hanno perso la loro libertà. L’estensione del lavoro a tutti i componenti della società non è perciò nient’altro che la generalizzazione di una dipendenza servile, e il moderno culto del lavoro non è altro che la trasposizione a un livello quasi religioso di questo stato.

Si è riusciti a rimuovere questo rapporto, e a interiorizzarne le pretese sociali, perchè la generalizzazione del lavoro è andata di pari passo con la sua “oggettivazione” tramite il moderno sistema produttore di merci: la maggior parte degli uomini, in effetti, non è più sottoposta all’arbitrio di un signore in carne e ossa. La dipendenza sociale è diventata un rapporto astratto all’interno del sistema, e proprio per questo totalizzante. E’ percepibile dappertutto e proprio per questo così difficile da cogliere. Laddove ognuno è servo, ognuno è anche padrone – è il proprio mercante di schiavi e il proprio sorvegliante. E tutti obbediscono all’invisibile

“idolo” del sistema, al “grande Fratello” dell’accumulazione di capitale, che li ha mandati sotto il “tripalium”.
9. LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO

“Il Barbaro è pigro, e si distingue dall’uomo istruito per il fatto che se ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste appunto nell’abitudine e nell’avere bisogno di un’occupazione”.

Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821

“In fondo, […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.

Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

All’inizio non ci fu l’espansione delle relazioni di mercato, come “portatrice di benessere”, ma l’insaziabile fame di denaro degli apparati statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell’ inizio dell’era moderna. Soltanto attraverso l’interesse di questi apparati, che per la prima volta nella storia strinsero l’intera società nella morsa della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il “lavoro” un’ esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perchè l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate”, ma perchè dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.

Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’ Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.

E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile l’”annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, potè sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”. Come fece anche nei confronti della “donna”, li considerava esseri vicini alla natura e primitivi, a metà strada fra l’animale e l’uomo. Immanuel Kant ipotizzò acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a lavorare.

Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull’illuminismo. L’etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall’illuminismo, alla legge naturale, fu mascherata da “missione civilizzatrice”. In questo senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è bianco, maschile e “occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana, informe e senza cultura, è femminile, di colore e “esotica”, e quindi da sottomettere alla costrizione. In una parola, l’ “universalismo” della società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L’astrazione universale “lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da tutto ciò che non ne fa parte.

Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i “condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l’ “imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l’emancipazione sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all’interno del sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una “legge per l’abolizione della mendicità”.

Questo fu l’esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c’erano state delle forme affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale, avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in “classe lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati in seguito come “luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del 1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute per resistere al lavoro. L’imposizione della società del lavoro, e una guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli le due facce della stessa medaglia.

Le antiche società agrarie erano tutt’altro che paradisiache. Ma la spaventosa coercizione esercitata dall’irrompente società del lavoro, fu vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un’ “età della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti, gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa coscienza del mondo moderno, appare come l’oscurità e il tormento di un Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l’Europa, sia la durata quotidiana sia quella annuale dell’attività produttiva erano di gran lunga più ridotte perfino di quelle degli odierni “occupati” in fabbrica e in ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell ‘ozio e da una relativa “lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione – e anche meglio che nei ghetti dell’orrore dell’odierno mondo in crisi. Inoltre il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell’odierna società burocratizzata del lavoro.

Perciò la resistenza al lavoro potè essere vinta soltanto manu militari. Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu “sviluppata”, ma estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi amano attribuire tutte queste mostruosità alle “condizioni pre-democratiche” di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi della modernità svela proditoriamente anche l’essenza dell’odierna società del lavoro. L’amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L’ amministrazione repressiva degli uomini in nome dell’idolo “lavoro”, nella sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.

Proprio oggi, nell’agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro. Nell’organizzazione dell’apartheid sociale e nell’inutile tentativo di esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.
10. IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI FU UN MOVIMENTO PER IL LAVORO

“Il lavoro deve tenere lo scettro, deve essere servo soltanto chi ozioso se ne sta, il lavoro dove governare il mondo perchè soltanto il lavoro fa girare il mondo”

Friedrich Stampfer, In onore del lavoro, 1903

Il classico movimento dei lavoratori, che iniziò la sua ascesa soltanto dopo la sconfitta delle antiche rivolte sociali, non combattè più contro le imposizioni del lavoro, ma sviluppò addirittura un’iperidentificazione con ciò che sembrava ineluttabile. Quel che importava erano soltanto i “diritti” e i miglioramenti all’interno della società del lavoro, i cui vincoli erano già stati profondamente interiorizzati. Invece di criticare radicalmente, come un irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in denaro, il movimento dei lavoratori assunse in prima persona il “punto di vista del lavoro” e concepì la valorizzazione come un dato di fatto positivo e neutrale.

Così, a modo suo, il movimento dei lavoratori continuò la tradizione dell’ assolutismo, del protestantesimo e dell’illuminismo borghese. L’infelicità del lavoro divenne il falso orgoglio del lavoro, che ridefinì come un “diritto umano” la propria trasformazione in materiale umano, a disposizione del moderno idolo. Gli iloti addomesticati del lavoro rigirarono ideologicamente la frittata, e svilupparono uno zelo missionario, nel reclamare da una parte il “diritto al lavoro” e dall’altra il “dovere del lavoro per tutti”. La borghesia non fu combattuta in quanto titolare di funzioni nella società del lavoro, ma al contrario insultata con l’epiteto di “parassita” proprio in nome del lavoro. Tutti i membri della società, senza eccezioni, dovevano essere reclutati negli “eserciti del lavoro”.

E così lo stesso movimento dei lavoratori divenne un battistrada della società del lavoro capitalistica. Fu il movimento dei lavoratori a imporre, contro gli ottusi borghesi, nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, i livelli ulteriori di depersonalizzazione nello sviluppo del lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità il sistema assolutistico. E questo fu possibile soltanto perchè i partiti dei lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio lavoro, una relazione positiva anche con l’apparato statale e con le istituzioni della gestione repressiva del lavoro, che non volevano più abolire, ma occupare loro stessi, in una sorta di “lunga marcia attraverso le istituzioni”. In tal modo ripresero, proprio come aveva fatto in precedenza la borghesia, la tradizione burocratica dell’amministrazione d’ uomini nella società del lavoro, cominciata nell’età dell’assolutismo.

L’ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però anche un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con differenti “diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario) nella società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi strada la generale uguaglianza democratica nello “Stato del lavoro” compiuto. E le irregolarità nel funzionamento della macchina della valorizzazione, non appena questa determinò l’intera vita sociale, dovettero essere appianate con lo “Stato sociale”. E anche di questo processo il movimento dei lavoratori offrì il modello. Con il nome di “socialdemocrazia” diventò il più grande “movimento dei cittadini” della storia, che però si rivelò soltanto un autoinganno. Infatti in democrazia tutto è trattabile, tranne i vincoli della società del lavoro, che invece sono presupposti come un assioma. Ciò di cui si può discutere, sono soltanto le modalità e le forme che prendono questi vincoli. C’è sempre e soltanto la scelta tra Pronto e Dixan, tra peste e colera, tra volgarità e stupidità, tra Kohl e Schr`der, tra D’Alema e Berlusconi.

La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio della storia: un sistema dell’autorepressione. Perciò questa democrazia non organizza mai la libera autodeterminazione dei componenti della società riguardo alle risorse comuni, ma soltanto la forma giuridica che regola i rapporti fra le monadi lavoratrici, separate socialmente l’una dall’altra, che si devono vendere sui mercati del lavoro. La democrazia è il contrario della libertà. E così necessariamente i democratici uomini da lavoro finiscono per dividersi in amministratori e amministrati, in imprenditori e dipendenti, in élites funzionali e materiale umano. I partiti politici, anzi proprio i partiti dei lavoratori, rispecchiano fedelmente questa relazione nella loro struttura. Leader e militanti, vip e popolino, cordate e simpatizzanti, tutte queste suddivisioni rimandano a un rapporto che non ha niente a che fare con un dibattito aperto e la ricerca di soluzioni. E’ una parte integrale della logica del sistema il fatto che le stesse élites siano meri funzionari dell’idolo “lavoro” e esecutori delle sue cieche deliberazioni.

Almeno da quello nazista in poi, tutti i partiti sono partiti dei lavoratori e nello stesso tempo del capitale. Nelle “società in via di sviluppo” dell’Est e del Sud, il movimento dei lavoratori si trasformò nel partito del terrore di Stato, che organizzò la modernizzazione; a Ovest si trasformò in un sistema di “partiti popolari” con programmi intercambiabili e leaders d’immagine per i media. La lotta di classe è finita perchè la società del lavoro è finita. Le classi si dimostrano essere categorie funzionali sociali di un sistema feticistico comune, nella stessa misura in cui questo sistema si esaurisce. Quando socialdemocratici, verdi ed ex-comunisti si fanno avanti nella gestione della crisi e sviluppano programmi repressivi particolarmente infami, allora dimostrano di non essere altro che i legittimi eredi di un movimento dei lavoratori, che non ha mai voluto altro che lavoro a qualsiasi prezzo.
11. LA CRISI DEL LAVORO

“Il principio morale fondamentale è il diritto dell’essere umano al suo lavoro. […] A mio parere non esiste nulla di più rivoltante di una vita oziosa. Nessuno di noi ne ha diritto. Nella civiltà non c’è posto per gli oziosi.”

Henry Ford

“Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, [per il fatto] che esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del tempo di lavoro a un minimo mentre d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. […] Per un verso chiama in vita tutte le potenze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e del traffico sociale, allo scopo di rendere indipendente (relativamente) la creazione della ricchezza dal tempo di lavoro in essa impiegato. Per l’altro verso vuole misurare con il tempo di lavoro le gigantesche forze sociali così create e relegarle nei limiti che sono richiesti per conservare come valore il valore già creato”.

Karl Marx, Elementi per una critica dell’economia politica, 1857-58

Dopo la Seconda guerra mondiale, e per un breve periodo storico, potè sembrare che la società del lavoro si fosse consolidata nelle industrie fordiste in un sistema di “perenne prosperità”, nel quale l’insopportabile fine a se stesso potesse essere soddisfatto in maniera duratura, grazie al consumo di massa e allo Stato sociale. A prescindere dal fatto che questa è stata sempre un’idea da ilota democratico, e che si riferiva per di più soltanto a una piccola minoranza della popolazione mondiale, essa doveva rivelarsi sbagliata anche al centro del sistema. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica il lavoro si scontra con il suo limite storico assoluto.

Che questo limite dovesse essere raggiunto prima o poi, era prevedibile da un punto di vista logico. Infatti, il sistema di produzione di beni soffre fin dalla nascita di un’irrisolvibile contraddizione interna. Da una parte vive dell’assorbimento in massa di energia umana, tramite l’impiego di forza-lavoro, nel suo apparato, e quanta più ne assorbe meglio è. D’altra parte però la legge della concorrenza fra le imprese costringe ad aumentare permanentemente la produttivtà, e la forza-lavoro umana viene sostituita con il capitale fisso ottenuto grazie al progresso scientifico.

Questa contraddizione interna fu già la causa profonda di tutte le crisi precedenti, come quella devastante dell’economia mondiale del 1929-33. Tuttavia le crisi si sono sempre potute superare tramite un meccanismo di compensazione: a un livello di volta in volta più elevato di produttività, e dopo un periodo di incubazione, è sempre stato assorbito, in termini assoluti, più lavoro, grazie all’espansione dei mercati a nuove fasce di consumatori, di quanto ne fosse cancellato razionalizzando la produzione. L’ impiego di forza-lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma in termini assoluti si è prodotto di più, e in una misura tale che questa diminuzione potesse essere ipercompensata. Fin quando dunque le innovazioni nei prodotti sono state più importanti delle innovazioni nei processi di produzione, la contraddizione interna del sistema potè essere tradotta in un movimento espansivo.

L’esempio storico per eccellenza è l’automobile: grazie alla catena di montaggio e ad altre tecniche della razionalizzazione basata sulla “scienza del lavoro” (dapprima nella fabbrica di automobili di Henry Ford a Detroit), la durata del lavoro per produrre un’automobile si ridusse a un minimo. Nello stesso tempo, però, il lavoro venne tremendamente intensificato, e dunque nello stesso periodo di tempo la materia umana fu spremuta in misura molto maggiore. Soprattutto grazie alla diminuzione di prezzo che ne derivò, l’automobile, che fino a quel momento era stato un prodotto di lusso per le classi superiori, potè entrare a far parte dei beni di consumo di massa.

In questo modo, nonostante la produzione razionalizzata alla catena di montaggio nella seconda rivoluzione industriale del “fordismo”, fu soddisfatto l’appetito insaziabile di energia umana che ha l’idolo”lavoro” a un livello più alto. Nello stesso tempo, l’automobile è un esempio incisivo del carattere distruttivo del modo di produrre e di consumare nella società del lavoro altamente sviluppata. Nell’interesse del trasporto individuale di massa e della produzione di massa di automobili, i paesaggi vengono asfaltati e imbruttiti, l’ambiente viene inquinato, e si accetta cinicamente che sulle strade del mondo di anno in anno si combatta una terza guerra mondiale non dichiarata, con milioni di morti e di feriti.

Nella terza rivoluzione industriale della microelettronica viene meno il meccanismo, valido fino ad allora, della compensazione tramite l’espansione. Certo, anche grazie alla microelettronica molti prodotti sono più a buon mercato, e ne vengono creati altri (soprattutto nel settore dei media). Ma per la prima volta la velocità dell’innovazione nei processi è superiore a quella dell’innovazione nei prodotti. Per la prima volta il lavoro che viene cancellato con la razionalizzazione è maggiore di quello che può essere riassorbito grazie all’espansione dei mercati. Nella continuazione logica del processo di razionalizzazione, la robotica elettronica sostituisce l’ energia umana, oppure sono le nuove tecnologie della comunicazione a rendere il lavoro superfluo. Interi settori del montaggio, della produzione, del marketing, dello stoccaggio, della distribuzione e persino del management scompaiono. Per la prima volta, l’idolo “lavoro” si mette, involontariamente, ma durevolmente, a razioni da fame per molto tempo. Ma così provocherà la propria morte da solo.

Essendo la società democratica del lavoro un sistema autoreferenziale d’impiego di forza-lavoro, all’interno delle sue forme non è possibile un passaggio alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. La razionalità d’impresa esige che, da una parte, masse sempre più ampie restino “disoccupate” in maniera duratura e così siano tagliate fuori dalla riproduzione della loro vita in termini immanenti al sistema, mentre dall’ altra un numero sempre più striminzito di “occupati” sia aizzato sempre più freneticamente a lavorare e a fornire prestazioni sempre più efficienti. Perfino nei centri capitalistici, al centro della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, mezzi di produzione e campi coltivabili giacciono inutilizzati in grandi quantità, abitazioni e edifici pubblici restano vuoti ovunque, mentre cresce incessantemente il numero dei senzatetto.

Il capitalismo diventa l’affare globale di una minoranza. L’idolo “lavoro” in agonia è ormai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti. Intere regioni del mondo vengono tagliate fuori dai flussi globali di merci e capitali. Con un’ondata storicamente senza pari di fusioni e “scalate ostili”, i conglomerati si armano per l’ ultima battaglia dell’economia d’impresa. Nazioni e Stati disorganizzati implodono, le popolazioni spinte alla pazzia dalla concorrenza per sopravvivere si avventano l’una contro l’altra in guerre etniche per bande.
12. LA FINE DELLA POLITICA

La crisi del lavoro implica necessariamente la crisi dello Stato, e quindi della politica. In linea di principio, lo Stato moderno deve la sua carriera al fatto che il sistema produttore di merci ha bisogno di un’istanza sovraordinata che garantisca il quadro di riferimento della concorrenza, i princìpi giuridici e i presupposti generali della valorizzazione, inclusi anche gli apparati repressivi, nel caso che la materia umana dovesse mai diventare disobbediente e opporsi al sistema. Nella sua forma pienamente matura di una democrazia di massa, lo Stato dovette assumere nel ventesimo secolo, in misura crescente, anche compiti socioeconomici: ne fanno parte non soltanto il sistema di sicurezza sociale, ma anche l’istruzione, l’ assistenza sanitaria, le reti di trasporto e comunicazione, infrastrutture di ogni tipo, che sono diventate indispensabili per il funzionamento della società del lavoro industrialmente sviluppata, ma che di per se non possono essere organizzate secondo un principio di valorizzazione imprenditoriale. Infatti, queste infrastrutture devono restare a disposizione della società intera in maniera duratura e completa, e dunque non possono seguire il gioco della domanda e dell’offerta.

Ma poichè lo Stato non è un’unità autonoma di valorizzazione e perciò non può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato. Il presunto sovrano della società si rivela come totalmente dipendente nei confronti della cieca e feticistica economia della società del lavoro. Può anche proclamare leggi a suo piacimento; se le forze produttive crescono oltre il sistema del lavoro, il diritto positivo dello Stato, che si può riferire sempre e soltanto a soggetti del lavoro, gira a vuoto.

Con una sempre crescente disoccupazione di massa, si assottigliano le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei redditi da lavoro. Le reti di sicurezza sociale si strappano non appena si raggiunge una massa critica di “esuberi”, che può essere nutrita capitalisticamente soltanto con una ridistribuzione di redditi monetari. Con il rapido processo di concentrazione del capitale nella crisi, processo che va oltre i confini delle economie nazionali, si volatilizzano anche le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei profitti. I conglomerati transnazionali costringono gli Stati che sono in concorrenza per ricevere investimenti a un dumping fiscale, sociale ed ecologico.

Ed è proprio questa evoluzione che trasforma lo Stato in un semplice amministratore delle crisi. Quanto più esso si avvicina a una situazione di emergenza finanziaria, tanto più si riduce al suo nocciolo repressivo. Le infrastrutture vengono adattate ai bisogni del capitale transnazionale. Come un tempo nei territori coloniali, la logistica sociale si limita sempre di più a pochi centri economici, mentre il resto va in rovina. Si privatizza tutto quello che si può privatizzare, anche se così si esclude un numero sempre crescente di persone dalle più elementari prestazioni di assistenza. Laddove la valorizzazione del capitale si concentra su sempre più ristrette isole di mercato mondiale, non è più importante un’assistenza estesa a tutta la popolazione.

Finchè non si toccano settori direttamente rilevanti da un punto di vista economico, non ha nessuna importanza se i treni viaggino o se le lettere arrivino. L’istruzione diventa un privilegio dei vincitori della globalizzazione. La cultura spirituale, artistica e teoretica deve seguire il criterio di redditività e deperisce. L’assistenza sanitaria diventa non più finanziabile e si sbriciola in un sistema classistico. Dapprima furtivamente e a bassa voce, poi alla luce del sole, viene proclamata la legge dell’eutanasia sociale: poichè sei povero e “in esubero”, devi morire prima.

Mentre tutte le conoscenze, le capacità e i mezzi della medicina, dell’ istruzione, della cultura e delle infrastrutture generali abbondano, vengono tenute sotto chiave, smobilitate e demolite secondo l’irrazionale legge della società del lavoro, oggettivata nella “riserva di finanziabilità”, – proprio come i mezzi di produzione industriali e agrari che non sono più “redditizi”. Oltre alla simulazione repressiva del lavoro tramite forme di lavoro sottopagato, e alla riduzione di tutte le prestazioni, lo Stato democratico trasformato in sistema dell’apartheid non ha più nulla da offrire ai suoi ex-cittadini lavoratori. In uno stadio ulteriore, l’ amministrazione dello Stato si sgretola completamente. Gli apparati dello Stato si imbarbariscono, diventando una cleptocrazia corrotta, l’esercito si trasforma in un insieme di bande mafiose da guerra, la polizia una combriccola di briganti di strada.

Nessuna politica al mondo può fermare o addirittura invertire questa evoluzione. Infatti la politica è per sua natura riferita allo Stato, e quindi rimane senza fondamento se lo Stato viene a mancare. L’”intervento politico” sui rapporti sociali, questa parola d’ordine dalla sinistra democratica, si rende ogni giorno più ridicola. Oltre alla repressione senza fine, alla demolizione della civiltà e all’aiuto concesso al “terrore dell’ economia”, non c’è più modo di “intervenire”. Poichè il fine a se stesso della società del lavoro è presupposto assiomaticamente, per la crisi del lavoro non può esserci alcuna regolazione politico-democratica. La fine del lavoro diventa anche la fine della politica.
13. LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETA’ DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINO’.

“Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. […] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo”,

Karl Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, 1857-58

La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l’economia. Se fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di sostanza garantire, moltiplicandosi, l’ulteriore valorizzazione del valore, allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure coercitive dell’amministrazione democratica del lavoro, si è formata una simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall’economia reale.

L’utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull’ utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una certa misura, di un’accumulazione di capitale in un “futuro anteriore” del tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito con profitto nell’economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro, deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.

Già la fase fordista di valorizzazione all’epoca del “miracolo economico”, dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate fiscali, perchè le condizioni generali della società del lavoro non erano più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario “in eccedenza” una possibilità d’investimento finanziario – si prestò denaro allo Stato in cambio del pagamento d’interessi. Quest’ultimo pagò gli interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso capitalistico era artificiale, perchè non coperta da alcun utilizzo produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.

Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l’indebitamento dello Stato. Le “crisi debitorie” degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel cuore del capitalismo, non permisero più un’ulteriore espansione su tale strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto interno. In realtà, la deregulation e l’abbattimento delle spese sociali vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato in questo modo addirittura aumenta.

Ma non è più possibile simulare l’ulteriore accumulazione di capitale con l’indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale fittizio si concentrò negli anni ’80 sui mercati azionari, dove l’importante non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla produzione reale, ma sono l’utile di scambio e l’aumento speculativo del valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l’ espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione fittizia di valore simula un’accumulazione reale, che già da tempo non esiste più.

L’idolo “lavoro” è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita artificialmente grazie all’espansione, apparentemente autonoma, dei mercati finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate attività in perdita, ma dalla partecipazione di una “scaltra” divisione finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall’assunzione di crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell’amministrazione finanziaria ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale produzione, e reali entrate fiscali dello Stato “senza terreno sotto i piedi”.

In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al processo speculativo. Ma poichè l’aumento fittizio di valore dei titoli di proprietà può essere soltanto l’anticipazione di una futura e reale utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei “mercati emergenti” in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un primo assaggio. E’ soltanto una questione di tempo, e anche i mercati finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in Giappone collasseranno.

Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai tradizionali “critici del capitalismo” di destra e di sinistra. Fissati sul fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto. Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all’espansione speculativa dei mercati finanziari appare allora, tutt’al contrario, come la presunta causa della crisi. I “cattivi speculatori”, come si dice più o meno nel panico, avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perchè, tanto per divertirsi e fare un po’ di casino, avrebbero giocato d’azzardo con il “buon denaro”, di cui “ce n’è abbastanza”, invece di investirlo, come si deve e senza grilli per la testa, in meravigliosi “posti di lavoro”, in modo che un ‘umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere “pienamente occupata”.

Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull’economia reale, ma che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro “buono”, ma soltanto “aria calda”, con la quale è stata gonfiata la bolla speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di tassazione di vario tipo come la “tassa Tobin”, per dirottare nuovamente il capitale finanziario su presunte “reali” attività economiche, che creano lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.

Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce demonizzare “gli speculatori” – non è un caso che questa immagine negativa e banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell’ “onesto lavoro”. Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande stile del delirio antisemita il passo è breve. L’evocazione del capitale reale “produttivo”, di sangue nazionale, contro il “rapace” capitale internazionale-”ebraico”, minaccia di essere l’ultima parola della sinistra pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l’ultima parola della destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.
14. IL LAVORO NON SI PUO’ DEFINIRE DIVERSAMENTE

“Accanto al benessere materiale, possono far crescere anche il benessere immateriale semplici servizi che hanno un rapporto diretto con la persona. Così la sensazione di agio dei clienti può aumentare, se prestatori di servizi tolgono loro il peso dei lavori di casa. Nello stesso tempo aumenta la sensazione di agio dei prestatori di servizi, se cresce la loro autostima grazie all’attività. Prestare un servizio semplice, con un rapporto diretto con un’altra persona, ha sulla psiche un effetto migliore dell’essere disoccupato”.

Rapporto della Commissione sulle prospettive per il futuro dei liberi Stati di Baviera e Sassonia, 1997

“Tieni ferma la conoscenza che si conferma nel lavoro, perchè la natura stessa la conferma e dice ad essa “si”. In effetti, tu non hai nessun’altra conoscenza, se non quella che hai acquisito con il lavoro, tutto il resto è soltanto un’ipotesi del sapere”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Dopo secoli di ammaestramento, l’uomo moderno non è più in grado, puramente e semplicemente, d’immaginarsi una vita al di là del lavoro. In quanto principio assoluto, il lavoro domina non soltanto la sfera dell’economia in senso stretto, ma penetra nell’intera esistenza sociale, fino a toccare i minimi dettagli della vita quotidiana e dell’esistenza privata. Perfino il “tempo libero”, che è già dal significato letterale un concetto carcerario, serve da tempo a “smaltire” beni, e provvedere così al loro indispensabile smercio.

Ma addirittura al di là del dovere interiorizzato del consumo come fine a se stesso, l’ombra del lavoro si stende sull’individuo moderno anche oltre l ‘ufficio e la fabbrica. Non appena si alza dalla poltrona e smette di guardare la televisione diventando attivo, ogni suo agire si trasforma subito in una specie di lavoro. Il fanatico del jogging sostituisce il marcatempo con il cronometro, nella palestra da fitness in cromo lucido lo sgobbo vive la sua resurrezione postmoderna, e i vacanzieri si sciroppano chilometri e chilometri nella loro vettura come se dovessero farsi lo stesso percorso annuale di un camionista. Perfino le scopate si conformano ai canoni scientifici della sessuologia, e ai criteri concorrenziali delle panzane da talk-show.

Se re Mida aveva ancora vissuto come una maledizione il fatto che tutto quello che toccava si trasformasse in oro, oggi il suo moderno compagno di sventura è già oltre questo stadio. L’uomo da lavoro non nota neppure più, che a causa dell’adeguamento al modello del lavoro ogni attività perde la sua particolare qualità sensibile e diventa indifferente. Al contrario: soltanto grazie a quest’adattamento all’indifferenza del mondo delle merci, egli conferisce un senso, una giustificazione e un’importanza sociale a un’ attività. Per esempio, con un sentimento come il lutto il soggetto lavorante non sa farci gran che; la trasformazione del lutto in un “lavoro di elaborazione del lutto”, invece, riporta questo corpo emotivo estraneo a una dimensione nota, in modo da poter comunicare con le persone che hanno lo stesso problema. E perfino esperienze come il sognare, il discutere con un essere umano amato e il rapporto con i bambini, vengono privati di realtà e banalizzati diventando così un “lavoro sul sogno”, un “lavoro sulla relazione” e un “lavoro educativo”. Sempre, quando vuole insistere sulla serietà del suo agire, l’uomo moderno ha sulle labbra la parola “lavoro”.

L’imperialismo del lavoro si riflette dunque nell’uso linguistico quotidiano. Non solo siamo abituati a usare la parola “lavoro” in maniera inflazionistica, ma anche su due livelli di significato completamente diversi. Da tempo ormai, il termine “lavoro” non designa più soltanto (come sarebbe giusto) la forma di attività capitalistica nella fatica tautologica, ma questo concetto è addirittura diventato un sinonimo per ogni sforzo diretto a realizzare un obiettivo, facendo così perdere le sue tracce.

Questa imprecisione concettuale spiana la strada a una critica della società del lavoro tanto riguardosa quanto banale, che si realizza partendo da presupposti rovesciati, e cioè dall’imperialismo del lavoro, inteso in senso positivo. Alla società del lavoro viene rimproverato proprio di non dominare ancora a sufficienza la vita con la sua forma di attività, perchè comprenderebbe il concetto di “lavoro” “in maniera troppo limitata”, scomunicando cioè moralisticamente il “lavoro per se stessi” o l’”iniziativa personale non retribuita” (lavori di casa, aiuto ai vicini, ecc.), e farebbe valere come “vero” lavoro soltanto il lavoro retribuito con criteri di mercato. Una nuova valutazione e un allargamento del concetto di lavoro dovrebbe eliminare questa fissazione unilaterale, e le gerarchie che ne conseguono.

Questo pensiero non vuole dunque l’emancipazione dai vincoli dominanti, ma piuttosto un’aggiustatina semantica. La crisi innegabile della società del lavoro deve essere risolta facendo sì che la coscienza sociale elevi “veramente” forme di attività finora considerate inferiori all’aristocrazia del lavoro accanto alla sfera di produzione capitalistica. Ma l’inferiorità di queste attività non è semplicemente il risultato di una determinata visione ideologica, bensì appartiene alla struttura di base del sistema produttore di merci, e non la si può superare con ben intenzionate ridefinizioni morali.

In una società che è dominata dalla produzione di merci come fine in sè, può valere come ricchezza vera e propria soltanto ciò che è rappresentabile in forma monetarizzata. Il concetto di lavoro che ne deriva influenza certo sovranamente tutte le altre sfere, ma solo negativamente, nella misura in cui segnala quanto queste siano da esso dipendenti. Così, le sfere esterne alla produzione di merci restano nell’ombra della sfera di produzione capitalistica, perchè non rientrano nell’astratta logica imprenditoriale di risparmio di tempo – anche e proprio quando sono necessarie alla vita come il settore d’attività, separato e definito come “femminile”, dei lavori casalinghi, della dedizione personale, ecc.

Un allargamento moralizzante del concetto di lavoro, invece della sua critica radicale, non soltanto nasconde il vero imperialismo sociale dell’ economia produttrice di merci, ma si inserisce perfettamente nelle strategie autoritarie della gestione della crisi da parte dello Stato. La richiesta, avanzata dagli anni ’70 in poi, di “riconoscere” anche il “lavoro casalingo” e le attività del “terzo settore” come lavoro a pieno titolo, puntava inizialmente a ottenere trasferimenti di risorse finanziarie provenienti dallo Stato. Ma lo Stato in crisi rovescia la frittata, e mobilizza l’impeto morale di questa richiesta nel senso del famigerato “principio di sussidiarietà” proprio contro le sue speranze materiali.

Il panegirico dedicato al “volontariato” e all’”iniziativa civica” non consiste nell’autorizzazione a pescare nelle alquanto vuote casse statali, ma diventa un alibi per la ritirata sociale dello Stato, per i programmi di lavoro obbligato in via di realizzazione e per il meschino tentativo di scaricare il peso della crisi principalmente sulle donne. Le istituzioni sociali ufficiali vengono meno ai loro obblighi con l’appello a “noi tutti”, tanto gentile quanto a buon mercato, a voler cortesemente d’ora in poi combattere con autonome iniziative private contro la miseria, sia quella propria, sia quella altrui, e rinunciare a fare richieste materiali. Così i salti mortali nella definizione del concetto, comunque sempre santificato, di lavoro, che vengono intesi a torto come un programma di emancipazione, spalancano la porta al tentativo dello Stato di compiere il superamento del lavoro salariato, con l’abolizione del salario e il mantenimento del lavoro nella terra bruciata dell’economia di mercato. Involontariamente si dimostra così che l’emancipazione sociale oggi non può avere come contenuto la ridefinizione del lavoro, ma soltanto la consapevole svalorizzazione del lavoro.
15. LA CRISI DEL CONFLITTO FRA GLI INTERESSI

“Si è rivelato che in conseguenza delle inesorabili leggi della natura umana alcuni esseri umani saranno soggetti alla miseria. Queste sono le persone infelici, alle quali nella grande lotteria della vita non è toccato un biglietto vincente”.

Thomas Robert Malthus

Per quanto si tenti ancora di rimuoverla e tabuizzarla, la fondamentale crisi del lavoro contraddistingue oggi ogni conflitto sociale. Il passaggio da una società dell’integrazione di massa a un ordine basato sulla selezione e sull’apartheid, non ha portato a un nuovo round nella vecchia lotta di classe fra capitale e lavoro, ma a una crisi categoriale della stessa “lotta tra opposti interessi” immanente al sistema. Già all’epoca della prosperità, dopo la Seconda guerra mondiale, l’antica enfasi sulla lotta di classe si era attenuata. Ma non perchè il soggetto rivoluzionario “in se” era stato “integrato”, corrompendolo con un discutibile benessere, e grazie a manipolazioni e intrighi, ma perchè, all’inverso, nello stadio di sviluppo fordistico era venuta alla luce la logica identità di capitale e lavoro, come categorie sociali funzionali a una comune forma feticistica sociale. Il desiderio, immanente al sistema, di vendere il bene forza-lavoro alle migliori condizioni possibili perse ogni spinta trascendente.

Se, fino agli anni ’70, si era ancora trattato di strappare la partecipazione di una fascia, il più possibile estesa, della popolazione ai frutti velenosi della società del lavoro, ora questo stesso impulso si è esaurito per le nuove condizioni della crisi dovuta alla terza rivoluzione industriale. Soltanto finchè la società del lavoro si espanse, fu possibile combattere su larga scala la battaglia degli interessi fra le sue categorie sociali funzionali. Ma nella stessa misura in cui viene meno la base comune, gli interessi immanenti al sistema non possono più essere sintetizzati a un livello sociale complessivo. Si verifica invece una generale desolidarizzazione. I lavoratori salariati disertano i sindacati, i manager disertano le associazioni imprenditoriali. Ognuno per se e il dio “sistema capitalista” contro tutti: quell’individualizzazione che è sulla bocca di tutti, non è altro che un ulteriore sintomo della crisi della società del lavoro.

Per quanto possano ancora essere aggregati interessi individuali, questo accade soltanto in un ordine di grandezza micro-economico. Infatti nella stessa misura in cui – vero scherno verso la liberazione sociale – è finito per diventare addirittura un privilegio farsi rovinare la vita in omaggio alle logiche aziendali, la rappresentanza degli interessi della merce forza-lavoro degenera nella spietata politica lobbystica di segmenti sociali sempre più ridotti. Chi accetta la logica del lavoro, deve accettare ora anche la logica dell’apartheid. Ormai, si tratta soltanto di assicurare alla propria limitata clientela la vendibilità della propria pelle a spese di tutte le altre. Le maestranze e i consigli di fabbrica, ormai da tempo, non trovano più il loro vero avversario nel management della loro impresa, bensì nei dipendenti delle imprese e dei “siti produttivi” concorrenti, non importa se nelle vicinanze o in Estremo Oriente. E quando si pone la domanda su chi, alla prossima ondata di razionalizzazione aziendale, sarà la vittima, anche il reparto vicino e il collega a fianco diventano nemici.

La desolidarizzazione radicale non riguarda soltanto il confronto fra imprenditori e sindacati. Poichè proprio nella crisi della società del lavoro tutte le categorie funzionali si aggrappano ancora più fanaticamente alla logica che a questa è inerente, e cioè che ogni benessere umano non può essere altro che il sotto-prodotto di una valorizzazione redditizia, il principio dello scaricabarile domina tutti i conflitti di interesse. Tutte le lobbies conoscono le regole del gioco e agiscono di conseguenza. Ogni lira che guadagna l’altra clientela, è una lira persa per la propria. Ogni taglio all’altro lembo della rete sociale aumenta le possibilità di strappare un’ultima proroga per se. I pensionati diventano l’avversario naturale di tutti i contribuenti, il malato diventa il nemico di tutti gli assicurati e l’immigrato diventa il bersaglio dell’odio di tutti gli indigeni impazziti.

Si esaurisce così irrversibilmente il progetto di voler usare il conflitto fra gli interessi, immanente al sistema, come leva per l’emancipazione sociale. E così la sinistra classica è arrivata al capolinea. Una rinascita della critica radicale al capitalismo presuppone la rottura con la categoria del lavoro. Soltanto quando si stabilirà un nuovo fine dell’emancipazione sociale al di là del lavoro e delle categorie feticistiche che ne derivano (valore, merce, denaro, Stato, forma giuridica, nazione, democrazia, ecc.), sarà possibile una ri-solidarizzazione ad alto livello e su scala sociale complessiva. E soltanto in questa prospettiva possono essere ri-aggregate anche delle battaglie di difesa, immanenti al sistema, contro la logica della lobbizzazione e dell’individualizzazione; comunque in un rapporto non più positivo, ma soltanto di negazione strategica, con le categorie dominanti.

Fino ad ora, la sinistra esita a rompere con la categoria del lavoro. Essa minimizza i vincoli del sistema, riducendoli a semplice ideologia, e la logica della crisi, riducendola al semplice progetto politico delle classi “dominanti”. Invece di una rottura categoriale, si fa strada una nostalgia socialdemocratica e keynesiana. La sinistra non tende a creare una nuova, concreta universalità, per una società che vada oltre il lavoro astratto e la forma monetaria, ma tenta di aggrapparsi spasmodicamente alla vecchia, astratta universalità dell’interesse immanente al sistema. Tuttavia questi tentativi restano di per sè astratti, e non possono più integrare alcun movimento di massa, perchè chiudono gli occhi davanti alle reali circostanze della crisi.

Tutto ciò vale in particolar modo per la richiesta di un salario di cittadinanza o di un reddito minimo garantito. Invece di collegare concrete battaglie sociali, di resistenza contro determinate misure del regime dell’ apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a funzionare in eterno, perchè da dove arriverebbe il denaro necessario per finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non da processi riusciti di valorizzazione? Chi vuole costruire su tali “dividendi sociali” (e già l’espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente, presupporre una posizione privilegiata del “proprio” Paese nella concorrenza globale. Infatti, soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali “superflui” a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza il passaporto giusti.

I riformatori fai-da-te, che propongono il reddito di cittadinanza, ignorano da ogni punto di vista la struttura capitalistica della forma monetaria. In fin dei conti, a loro importa soltanto di salvare, tra il soggetto capitalistico del lavoro e quello del consumo di merci, almeno quest’ultimo. Invece di mettere in discussione il modo di vivere capitalistico, il mondo deve continuare a essere seppellito, nonostante la crisi del lavoro, sotto valanghe di catorci puzzolenti, odiosi blocchi di cemento e carcasse di paccottiglia, e tutto purchè gli uomini conservino l’ unica, miserevole libertà che essi possono ancora immaginarsi: la libertà di scelta davanti ai banconi del supermercato.

Ma perfino questa prospettiva triste e limitata non è altro che un’ illusione. I suoi sostenitori di sinistra, e i suoi teorici analfabeti, hanno dimenticato che il consumo capitalistico di merci non serve mai semplicemente alla soddisfazione di bisogni, ma non può essere altro che una funzione del movimento di valorizzazione. Se non si può più vendere la forza-lavoro, perfino bisogni elementari vengono considerati come pretese sfacciate e esagerate, che devono essere ridotte al minimo. E il reddito di cittadinanza sarà un mezzo per arrivare proprio a questo risultato, in quanto strumento di riduzione dei costi per lo Stato, e in quanto versione miserevole dei sussidi sociali, che prende il posto del sistema di protezione sociale ormai al collasso. In questo senso Milton Friedman, figura di punta del neo-liberismo, ha originariamente sviluppato il progetto del reddito minimo, prima che una sinistra in disarmo lo scoprisse come presunta àncora di salvezza. E con questo contenuto tale progetto diventerà realtà – o non lo diventerà mai.
16. IL SUPERAMENTO DEL LAVORO

“Il ‘lavoro’ è per sua essenza l’attività non-libera, inumana, asociale; esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L’ abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è concepita come abolizione del ‘lavoro’ “.

Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List “Il sistema nazionale dell’economia politica”, 1845

La rottura con la categoria del “lavoro” non troverà delle parti sociali pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità falsamente oggettiva di una “seconda natura”, dunque non di un’altra realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi “legge della storia” . Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.

Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di cancellare completamente l’opposizione ai vincoli da esso stabiliti. Accanto a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza. Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l’impensabile possa diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal “campo del lavoro” sull’interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro spetta in quest’azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto per la sua dipartita.

Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al “campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i quali si può formare un’Alleanza contro il lavoro.

E’ opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di pari passo con l’espropriazione totale dell’uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell’ uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri. Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo. Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati, cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione.

In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa “facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei capitalisti. Così si è potuta far strada l’assurda idea di voler superare la proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola, alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato (“nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed esteriore, o l’astratta universalità, dei produttori di merci socialmente atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata della proprietà privata – e non importa se vi venga aggiunto l’aggettivo “socialista”.

Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione, grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e dell’apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di merci per anonimi mercati.

Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l’intesa e la decisione comune dei membri della società sull’uso sensato delle risorse. Verrà stabilita l’identità sociale e istituzionale di produttore e consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla scala planetaria, le libere associazioni decidono dell’allocazione delle risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.

Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’ “occupazione” a determinare la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che non vengono dirette da una “mano invisibile” automatica, ma dall ‘agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo i bisogni, non secondo la “solvibilità”. Insieme con il lavoro, scompariranno l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo.

La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola d’ordine dell’emancipazione sociale può essere soltanto: “Prendiamoci quello che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni, Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un socialismo piccolo piccolo.

Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto economico dal cittadino dello Stato, l’animale da lavoro dall’uomo del tempo libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina. Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell’ appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e autoriflessivi.
17. UN PROGRAMMA DI ABOLIZIONI CONTRO GLI AMANTI DEL LAVORO

“Ma che il lavoro stesso sia non solo nelle attuali condizioni, ma in quanto il suo scopo in generale è il puro e semplice accrescimento della ricchezza, voglio dire che il lavoro stesso sia dannoso e disastroso, risulta, senza che l’economista (Adam Smith) lo sappia, dalle sue analisi”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Agli avversari del lavoro si rimprovererà di non essere altro che sognatori. “La storia ha dimostrato – si argomenterà – che una società che non si basa sui principi del lavoro, della prestazione obbligata, della concorrenza di mercato e dell’interesse del singolo non può funzionare”. Si risponderà: “Allora voi, apologeti dello status quo, volete affermare che la produzione capitalistica di merci ha donato effettivamente alla maggioranza degli uomini una vita anche solo lontanamente accettabile? Chiamate tutto ciò ‘funzionare’, quando proprio la crescita vertiginosa delle forze produttive esclude dall’umanità miliardi di uomini, che possono ritenersi soddisfatti se sopravvivono di rifiuti? Quando altri miliardi di persone riescono a sopportare ancora una vita vissuta sotto la sferza del lavoro soltanto isolandosi, stordendosi e ammalandosi fisicamente e psichicamente? Quando il mondo viene trasformato in un deserto, soltanto per trarre dal denaro altro denaro? Bene: questo è effettivamente il modo in cui il vostro grandioso sistema del lavoro ‘funziona’. Ma noi non vogliamo fornire questo tipo di prestazioni!”.

“Il vostro autocompiacimento riposa sulla vostra ignoranza e sulla vostra debole memoria. L’unica giustificazione che riuscite a trovare per i vostri crimini presenti e futuri, è lo stato del mondo, che si basa sui vostri crimini passati. Avete dimenticato e rimosso, di quali massacri di Stato si ebbe bisogno, finchè agli uomini fu bene impressa nel cervello, con le torture, la vostra menzognera “legge naturale”, secondo cui è addirittura una gioia essere “occupati” eteronomamente, e farsi succhiare l’energia vitale per l’astratto fine a se stesso del vostro idolo-sistema”.

“Prima si dovettero annientare tutte le istituzioni dell’autorganizzazione e della cooperazione autodeterminata nelle antiche società agrarie, finchè l ‘umanità interiorizzò il dominio del lavoro e dell’egoismo. Forse il lavoro fu compiuto fino in fondo. Non siamo ottimisti a tutti i costi. Non possiamo sapere se la liberazione da quest’esistenza condizionata sarà possibile. Resta una questione aperta, se il tramonto del lavoro porterà al superamento della follia del lavoro, oppure alla fine della civiltà.

“Voi obietterete che con il superamento della proprietà privata, e dell’ obbligo a guadagnare denaro, ogni attività cesserà e si instaurerà una pigrizia generalizzata. Ammettete dunque che il vostro intero sistema ‘naturale’ riposa sulla pura e semplice costrizione? E che per questo temete la pigrizia come un peccato mortale contro l’idolo ‘lavoro’? Eppure gli avversari del lavoro non hanno niente contro la pigrizia. Uno dei loro obiettivi principali è anzi quello di far rinascere la cultura dell’ozio, che una volta tutte le società conoscevano, e che fu annientata per imporre un produrre indiavolato e assurdo. Per questo gli avversari del lavoro fermeranno prima di tutto, senza sostituirli, tutti quei numerosi settori produttivi che servono soltanto a conservare – senza tenere conto delle perdite – il folle fine tautologico del sistema produttore di merci?” “Noi non parliamo soltanto di quei settori lavorativi che sono chiaramente pericolosi per tutti, come l’industria automobilistica, quella degli armamenti e quella atomica, ma anche della produzione di quelle numerose protesi di senso e di quegli stupidi oggetti da divertimento, che dovrebbero rappresentare per l’uomo da lavoro un surrogato della sua vita sprecata. Scomparirà anche quella enorme quantità di attività che esistono soltanto perchè i prodotti di massa devono essere fatti passare attraverso la cruna d ‘ago della forma monetaria e della mediazione del mercato. Oppure pensate che saranno ancora necessari ragionieri e revisori dei conti, specialisti di marketing e venditori, legali rappresentanti e creativi pubblicitari, non appena le cose saranno prodotte secondo il bisogno, e tutti si prenderanno semplicemente quel che a loro serve? E a che scopo dovrebbero ancora esistere funzionari delle finanze e poliziotti, assistenti sociali e amministratori della povertà, quando non ci sarà più una proprietà privata da difendere, non si dovrà più gestire la miseria sociale e nessuno dovrà essere addestrato per le necessità alienate del sistema?”

“Ci sembra di sentire già il grido di dolore: ‘Quanti posti di lavoro persi!’ Giusto. Ma provate a calcolare quanto tempo di vita l’umanità si ruba ogni giorno, soltanto per accumulare ‘lavoro morto’, per amministrare esseri umani e per lubrificare il sistema dominante. Quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche! Ma non temete. Non cesserà ogni attività quando scompariranno gli obblighi del lavoro. Però, ogni attività avrà un carattere diverso, quando non sarà più incanalata in una sfera, tautologica e desensualizzata, di tempi continui astratti, ma potrà seguire la propria misura del tempo, variabile a seconda degli individui, e sarà integrata in rapporti di vita personali, quando, anche in grandi forme organizzative della produzione, gli uomini stessi ne determineranno il corso, invece di essere determinati dal diktat della valorizzazione aziendale. Perchè lasciarsi pungolare dalle sfacciate pretese di una concorrenza imposta? Occorre riscoprire il valore della lentezza.

“Naturalmente non scompariranno quelle attività legate alla gestione della casa e alla cura degli uomini, che nella società del lavoro vengono rese invisibili, scisse e definite come ‘femminili’. Nè cucinare nè cambiare i bambini dev’essere automatizzato. Se, insieme con il lavoro, verrà superata anche la divisione delle sfere sociali, queste attività necessarie potranno diventare oggetto di una cosciente organizzazione sociale, al di là delle attribuzioni sulla base del sesso. Perderanno il loro carattere repressivo, non appena non governeranno più gli esseri umani, ma saranno eseguite nella stessa misura da uomini e donne, a seconda dei bisogni e delle situazioni.”

“Noi non vogliamo dire che così ogni attività diventerà un piacere. Alcune lo saranno di più, altre di meno. Naturalmente ci sarà sempre qualcosa di necessario, che deve essere fatto. Ma chi dovrebbe spaventarsene, se la vita non ne sarà più completamente divorata? Prevarrà comunque tutto ciò che si potrà fare per libera scelta. Infatti, essere attivi è un bisogno tanto quanto oziare. Nemmeno il lavoro è riuscito a cancellare interamente questo bisogno, ma lo ha strumentalizzato a suo favore e se lo è succhiato da vero vampiro”.

“Gli avversari del lavoro non sono fanatici di un attivismo cieco nè di un cieco farniente. Ozio, attività necessarie e attività liberamente scelte dovranno essere conciliate in un rapporto sensato, che si realizzerà a seconda dei bisogni e dei contesti vitali. Una volta sottratte ai vincoli concreti del lavoro, le moderne forze produttive potranno estendere enormemente il tempo libero disponibile per tutti. Perchè passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perchè far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perchè sprecare energie in compiti di routine, che un computer può tranquillamente eseguire?”

“Tuttavia, si può utilizzare a questi fini soltanto una minima parte della tecnica nella sua forma capitalistica. Il grosso degli apparati tecnici dovrà essere completamente ristrutturato, perchè è stato costruito secondo il criterio limitato della redditività astratta. D’altra parte, molte possibilità tecniche, per la stessa ragione, non sono state per nulla sviluppate. Sebbene si possa ottenere energia solare ad ogni angolo di strada, la società del lavoro mette al mondo centrali atomiche centralizzate e pericolose. E sebbene siano da tempo noti metodi di produzione agricola rispettosi della natura, il calcolo finanziario astratto rovescia nell’acqua veleni di ogni tipo, distrugge il terreno e appesta l’aria. Per ragioni di pura redditività, materiali da costruzione e alimenti fanno tre volte il giro del mondo, sebbene la maggior parte delle cose possa essere prodotta facilmente sul posto senza troppi trasporti. Una parte consistente della tecnica capitalistica è tanto insensata e superflua quanto l’impiego corrispondente di energia umana”.

“Con tutto ciò non vi diciamo niente di nuovo. E tuttavia non trarrete mai le conseguenze di ciò che voi sapete benissimo da soli. Infatti vi rifiutate di decidere coscientemente quali mezzi di produzione, trasporto e comunicazione si possano utilizzare in maniera sensata, e quali siano dannosi o semplicemente inutili. Tanto più freneticamente reciterete il vostro mantra della libertà democratica, tanto più ostinatamente respingerete la più elementare libertà sociale di scelta, perchè volete continuare a servire il cadavere dominante del lavoro e le sue pseudo-leggi ‘naturali’.”
18. LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO E’ ANTI-POLITICA

La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo”.

Georg Bhchner, La morte di Danton, 1835

Il superamento del lavoro è tutt’altro che una vaga utopia. Nelle forme attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni. Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del “lavoro” già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto più si allarga il divario tra l’isolamento delle monadi sociali impotenti e le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.

Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la politica democratica, bensì soltanto contro di essa.

Chi punta sull’appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell’ intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l’ istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di esistenza. E’ impossibile ribellarsi contro l’espropriazione delle proprie potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione. Nè gli avversari del lavoro possono ignorare lo Stato e la politica, nè vi possono partecipare.

Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non costituiscono un partito politico, nè mai ne creeranno uno. Il fine della politica può essere soltanto quello di conquistare l’apparato dello Stato per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.

Lo Stato e la politica dell’era moderna sono uniti inseparabilmente al sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso. Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo Stato. L’auto-organizzazione e l’autodeterminazione sono però l’esatto contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della politica, ma costituendo una contro-società.

Libertà significa non farsi accoppare dal mercato nè farsi amministrare dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia, senza l’intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il rifiuto aperto del lavoro.

Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perchè vogliamo provare a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient’ altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.

Proletari di tutto il mondo, dite basta!

Manifesto del Cinismo-Scetticismo

Manifesto del Cinismo-Scetticismo

di Jàdawin di Atheia

Questo è uno scritto che risale a circa il 1981 dc: è pressoché opera mia, e di pochissimi altri. Facemmo anche un solitario attacchinaggio sui muri di alcune università di Milano e di alcune scuole.

È il frutto della disillusione della fine degli anni Settanta, del riflusso e della lettura di Max Stirner. Quella che segue è la terza edizione del Manifesto.

***

Come mai “cinismo-scetticismo”?

Chiariamo subito che è una provocazione ironica contro tutti gli “ismi” che hanno imperversato negli ultimi anni, rovinando vite e coscienze e recando confusione laddove poteva esserci chiarezza, ora che queste ideologie sono ormai prive di fondamento e prospettive.

I due termini usati stanno inoltre ad evidenziare la nostra sfiducia ed incredulità verso qualsiasi ideologia preposta e proposta ad un cambiamento radicale di questa società, che sia veramente tale e che non si risolva, come finora è avvenuto, in un fallimento o in una mera riproposizione degli stessi valori e principi della società attuale, mediocremente rivisitati e squallidamente mascherati come “rivoluzionari”.

Ovviamente gli esempi si sprecano.

C’è chi ancora crede, bontà sua, nella validità e proponibilità della “gloriosa Rivoluzione d’Ottobre”, c’è chi è “rifluito”, eufemismo per non dire “integrato”, in maniera indegna e diffamatoria, c’è chi è ancora maoista perché gli attuali dirigenti cinesi sono “revisionisti e traditori” (però siamo sicuri che dalla Cina di Mao sarebbero scappati al volo), e c’è chi, per avere ancora qualcosa da dire, usa una dialettica densa di sottili distinguo che tempi addietro non avrebbe nemmeno preso in considerazione, il tutto in un’ottica democratica, al passo coi tempi.

Gli unici “compagni” ancora in circolazione o sono vecchi irriducibili fedeli dello storicismo marxista dei tempi lunghi, quelli che ancora credono che se non verrà la rivoluzione il capitalismo cadrà vittima delle sue contraddizioni, magari dopo un olocausto nucleare, oppure sono giovanissimi freschi alla politica e illusi e, siccome siamo nella prima metà degli anni Ottanta e non nel 1969, molto più stupidi.

Tra le file dei primi è spiacevole annoverare anche Ernest Mandel, che parla di tardo-capitalismo e si illude sulla sua caduta, nonostante sia un grande economista militante della IV Internazionale trotzkista.

Ci sono anche i mezzi integrati, che si sono fatti una ragione e sono diventati artisti, impiegati modello, psicanalisti o aspiranti tali, intellettuali “disorganici” che discutono oziosamente su quello che altri o, magari, essi stessi consideravano qualche anno prima “cultura borghese” falsa, decadente e inutile, e apprezzavano solo Ivan Della Mea, Franco Trincale, gli Inti Illimani e via annoiando nella “cultura proletaria”.

Anche noi abbiamo cambiato idea e non per questo li rimproveriamo, ma per il modo con cui lo hanno fatto.

Abbiamo cominciato ad avere dei dubbi proprio con il problema della cultura.

Allora si liquidava tutta la cultura precedente perché era prima della Rivoluzione, ed esprimeva valori di classe (borghese o comunque benestante) e si salvavano solo gli artisti proletari, ovvero i peggiori, sempre che fossero in linea.

Noi non eravamo d’accordo.

Pensavamo e pensiamo ora più che mai che una cultura unita a una concezione di rispetto e vita in armonia con la natura e con l’ambiente sia l’unico cardine e sostegno di un’esistenza degna di essere vissuta. La cultura passata, pur di classe e proprio per questo, è un elemento fondamentale della vita degli individui nel corso del tempo e come tale è parte di tutti noi, anche se non ce ne rendiamo conto.

Non eravamo d’accordo coi sogni millenaristi di chi era pronto a buttare a mare tutto il passato, e con esso le proprie origini, con la scusa di fondare un mondo completamente nuovo, in cui il vecchio in quanto tale era negativo e non aveva posto: tutto ciò che aveva qualche relazione con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo doveva scomparire, e sappiamo bene che ancora oggi c’è gente disposta, con questa mentalità, a radere al suolo città, cattedrali, monumenti e a bruciare opere d’arte e libri, proprio come hanno fatto despoti e papi, tiranni e sacerdoti, gli stessi che si urlava a gran voce di voler combattere.

Erano gli stessi che, pur avendo in parte goffamente sperimentato nuovi modi di convivere e di rapportarsi con gli altri, non erano stati capaci di uscire dai ruoli di genere loro imposti dai genitori, dalla famiglia, dalla società, dalla scuola e dagli stessi leader rivoluzionari.

Costoro non capiscono, ovviamente, che ai fini ideologici non è importante il simbolo ma il suo significato.

Quando il fiume impetuoso della protesta e della contestazione è cominciato a diventare un rigagnolo, ovviamente insieme alla frustrazione ed alla delusione è arrivata anche una maggiore disponibilità alla riflessione. Le lenti colorate dell’ideologia sono cadute e i paraocchi si sono aperti. Questo anche grazie alla degenerazione dei rapporti tra i Paesi comunisti indocinesi, il regime fanatico, mostruoso e assassino dei Khmer rossi cambogiani, i profughi vietnamiti della boat people, pur con l’oro nei vestiti e la scarsa propensione a rimboccarsi le maniche.

Lasciando da parte diplomi e specializzazioni abbiamo cominciato a pensare che se dopo tanto tempo dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels e dalla Rivoluzione Bolscevica non un solo Paese poteva essere considerato autenticamente socialista e quei pochi che si ritenevano tali mostravano piuttosto il volto della burocrazia e della repressione, qualcosa non funzionava.

Non funzionavano le analisi e le previsioni di chi considerava la società e i meccanismi socio-economici solo campi di esercitazione per formule matematiche e analisi astratte e non come insiemi e processi di individui con complesse interrelazioni. Noi non consideravamo più tali insiemi come masse compatte con poche e chiare posizioni contrapposte ma come pluralità di individui veramente a sé stanti, ognuno con una sua storia, una sua personalità ed un suo modo di ragionare. E a gente che vive e lotta giorno per giorno per la semplice sopravvivenza in questo mondo ostile non si può ancora parlare di tempi lunghi e di sol dell’avvenire: non ascoltano più.

Si potrebbe avanzare l’ipotesi che spieghi perché le grandi stagioni della Storia e dei movimenti culturali, artistici e politici durano dieci o vent’anni: caduta un’illusione se ne cerca subito un’altra di cui nutrirsi per un altro periodo.

Anche noi, che come unica certezza possediamo quella che appunto di certezze non ne abbiamo, non siamo certi se dare ragione agli idealisti o agli indifferenti, consci di come queste siano però solo categorie di comodo, molto labili e aleatorie.

Nella prima categoria, nella quale ci ritroviamo pur se scettici, possono ritrovarsi in parecchi:

  •     fanatici soldati del partito armato che, invece di limitarsi ad eliminare qualche ben noto e repellente esponente del potere senza tante chiacchiere, continuano a lasciarsi alle spalle morti inutili condite con una ideologia irreale e priva di fondamento, ciò dimostrato da un’incredibile propensione al pentimento;
  •     i riformatori di ogni sfumatura e profumo floreale che hanno sempre accettato questo sistema pur con qualche superficiale correzione e modifica, e attualmente straordinariamente somiglianti ad altri passati regimi e metodi;
  •     gli ex-rivoluzionari, che non parlano nemmeno più di rivoluzione ma soltanto di ampliamento della democrazia, alla disperata ricerca, però, di un Nicaragua che sostituisca nei loro cuori la non più tanto idilliaca Indocina;
  •     i mistici orientalisti o celtici e i variamente definibili paladini della Tradizione, che non hanno certo paura si essere, di volta in volta, evoliani, guenoniani, mussulmani, neodestristi, tolkeniani e buddisti;
  •     e anche, perché no, i militanti integralisti dei cattolici d’assalto che hanno, a loro modo, degli ideali da perseguire con cieca determinazione, sorretti nella fede dal peggior papa reazionario degli ultimi secoli.

Nella categoria degli indifferenti e in qualche caso opportunisti si possono collocare:

  •     la moltitudine sterminata degli ignoranti, magari orgogliosi di esserlo, dei sacerdoti del banale e del luogo comune;
  •     quelli che agitano la mano quando “c’è la televisione”;
  •     i tifosi degli stadi e gli ultrà delle varie squadre che si ammazzano tra di loro riparandosi dietro colorazioni politiche quanto mai ridicole e fuori luogo;
  •     quelli che vogliono un governo stabile non importa di che colore sia;
  •     i “lettori” di giornali ma solo delle pagine sportive;
  •     i corridori della Stramilano all’insegna del qualunquismo generalizzato e del marciamo in allegria a tutti i costi invece che fare le manifestazioni;
  •     gli spettatori che si assiepano estasiati alle marce dei bersaglieri;
  •     i ballerini del liscio e i saltellatori di discoteca;
  •     i paninari coi loro giubbotti e le loro facce da bravi ragazzi;
  •     i buzzurri e i cafoni di tutte le razze e provenienze, stipatori di stazioni e metropolitane.

Costoro sono, tutti o in parte, anche quelli che sono disposti a credere in un’ideologia solo a tempo determinato. Considerando solo questo ultimo aspetto possiamo dar loro veramente torto?

Dar loro ragione equivale, vista la situazione attuale, a ritenere valido il riformismo, il sindacalismo e tutte le lotte minime e settoriali che non mettono in discussione il sistema alla radice ma che, bene o male, ottengono dei risultati pratici che si possono constatare. E noi, a maggior ragione, che non crediamo più alla rivoluzione totale, a breve o a lungo termine, non dovremmo forse rifugiarci nel riformismo, giudicandolo il minor male?

Per noi invece l’unica soluzione è quella dell’indifferenza ironica, cinica e scettica.

Siamo ironici perché constatiamo che è una qualità che manca a tutti i politici, comunisti del PCI in testa, e perché pensiamo che un’ironia non generalizzata e qualunquista, ma comunque rivolta a tutti coloro che si rendono ridicoli, e sono tanti, potrebbe far molto più male di tante seriose discussioni e tavole rotonde.

Siamo cinici perché non abbiamo rispetto per nessun valore, per nessuna morale, per nessun tipo di etica, giudicando tutto ciò una limitazione della libertà e delle potenzialità degli individui.

Siamo scettici perché siamo convinti che nessuna teoria o idea, sia nel campo filosofico-scientifico sia nel campo politico-culturale, sia positiva o negativa, giusta o sbagliata in toto, ma che ognuna abbia in sé, in varia misura, aspetti corretti ed errati.

E infine siamo scettici di fronte a qualsiasi prospettiva di cambiamento perché non vediamo le prove di una loro fondatezza.

Siamo convinti che un cambiamento reale, per essere tale, debba essere radicale ma, ciò nonostante, diffidiamo dei messia, dei profeti, dei posseduti da idee fisse.

Che cos’è un’idea fissa? – si chiedeva Max Stirner, divenuto ingiustamente e suo malgrado un profeta dell’anarchismo – un’idea che ha soggiogato l’uomo…oppure tutte le chiacchiere idiote dei nostri giornali, per esempio, non sono discorsi da matti, da maniaci delle idee fisse della moralità, della legalità, della cristianità etc? Se sembra che questi matti circolino liberi è solo perché il manicomio in cui si trovano è grande quanto il mondo…Basta leggere i quotidiani di questo periodo…e ci si convincerà facilmente di qualcosa di tremendo: siamo rinchiusi insieme a dei matti…Allo stesso modo ci sono grossi in folio sullo Stato senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali rigurgitano di politica, perché sono fissati sull’idea che l’uomo sia fatto per diventare uno zoon politikon; e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nella “umanità” etc. senza mai provare sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica…chi le mette in dubbio compie atto sacrilego, ecco cos’è veramente sacro: l’idea fissa!

Facciamo nostro, in gran parte, quello che Stirner ha voluto lasciarci: l’essere contro fino all’estremo, il materialismo esistenziale, l’esaltazione dell’individualismo e dell’egoismo, ma in un senso molto più costruttivo di quanto sembri a prima vista. Perché certe opposizioni non riescono a svilupparsi? Esclusivamente perché non vogliono abbandonare il tracciato della legalità o della moralità. Di qui le enormi ipocrisie a base di abnegazione, di amore ecc.; un vero schifo, da far venire ogni giorno la nausea più profonda di fronte a questo comportamento corrotto e ipocrita di un'”opposizione legale”…una rivoluzione e addirittura un’insurrezione è sempre qualcosa di “immorale”, qualcosa a cui ci si può risolvere soltanto se si smette di essere “buoni”, e allora si diventerà “malvagi”, o altrimenti né l’una né l’altra cosa.

Lo Stato lascia gli individui il più possibile liberi di giocare come vogliono, basta che non facciano sul serio e non lo dimentichino…la questione della proprietà non si può risolvere così facilmente come vagheggiano i socialisti e perfino i comunisti. Essa si risolverà soltanto con la guerra di tutti contro tutti. I poveri diventeranno liberi e proprietari solo quando si ribelleranno, si rivolteranno, insorgeranno. Quel che essi vogliono non è niente di meno che questo: la fine delle donazioni…

Anch’io amo gli uomini, non solo alcuni singoli, ma ognuno. Ma io li amo con la consapevolezza dell’egoismo. Io li amo perché amarli MI rende felice, io amo perché l’amore è per me un sentimento naturale, perché MI piace. Io non conosco alcun comandamento d’amore…se ci sono i ricchi, la colpa è dei poveri e noi aggiungiamo “in quanto non hanno impedito ai ricchi di diventare tali”.

Noi non ci consideriamo discepoli di Stirner, né tanto meno stirneriani, poiché proprio questo sarebbe la negazione del suo pensiero, così come Marx stesso diceva di non essere marxista. Ciò nonostante pensiamo che il nocciolo del pensiero di Stirner, da lui appena fatto intravvedere, stia in questo: tutto quello che ci danneggia accade perché noi permettiamo che accada, se ci ribellassimo, se ci opponessimo, non ci sarebbero sopraffazioni; se una società giusta ha la possibilità di esistere, è una società di individui unici che, difendendo ognuno la propria inviolabile unicità, si uniscono in una Unione di Liberi per sconfiggere la sopraffazione e l’ingiustizia.

Stirner dice io ho fondato la mia causa su nulla dicendo in realtà io non ho fondato affatto la mia causa perché non ne ho bisogno, essendo la mia persona stessa l’unica mia causa.

Noi siamo pessimisti: non abbiamo ragioni per credere che i miti della maternità, della famiglia, della Chiesa Cattolica e non solo, del consumismo e della sacralità della vita cadano e si dissolvano in un tempo accettabilmente breve; non pensiamo affatto che si possa arrivare definitivamente a un mondo dove la superstizione sia bandita, dove ognuno usi gioiosamente del proprio e dell’altrui corpo senza sentirsi in dovere di procreare a tutti i costi un bambino, dove la vita sia sacra ma nelle migliori condizioni di salute e non si abbiano remore a sopprimere un bambino già condannato ad essere un infelice per tutta la vita o a “staccare la spina” a un povero vecchio destinato comunque a un’agonia lunga e dolorosa; un mondo non più sovrappopolato ma dove una popolazione scarsa viva in un ambiente naturale integro e sano, pullulante di vita e di risorse pulite e ragionevolmente senza fine; un mondo dove non si produca solo l’indispensabile per una miriade di straccioni ma dove il superfluo ed il lusso siano alla portata di chi li voglia per il proprio piacere e non per quello che oggi rappresentano; un mondo dove non tutti siano poeti, scrittori, scultori, pittori e artisti, come ingenuamente sognava Marx, ma solo chi si senta di esserlo per sue proprie innate attitudini e non per “scuola”; un mondo a misura di tutti gli uomini e di tutte le donne, in cui si lavori il giusto necessario per vivere e non il contrario.

Un mondo così tanti lo sognano, e noi più degli altri, ma non crediamo che sia possibile arrivarci: per questo non facciamo più politica, per questo annulliamo la scheda alle elezioni, per questo, noi che ci abbiamo creduto veramente, non dedichiamo più la nostra vita ad una causa irrealizzabile. Tutt’al più si potrebbe fare qualcosa a titolo dimostrativo, ma di segno nettamente opposto al pacifismo, che noi detestiamo profondamente.

Per esempio, noi siamo contro la caccia, totalmente e senza condizioni: lo Stato non vuole abolirla perché ci sono troppi interessi in gioco? Benissimo, si potrebbero organizzare di “cacciatori” che mirerebbero però proprio alle natiche dei cacciatori, magari con scariche di sale, tanto per informarli di come ci si sente a essere preda loro stessi.

Ci sono insediamenti residenziali che deturpano il paesaggio e degradano la nostra terra a un gigantesco luna park? Li si fa saltare con la dinamite, naturalmente senza fare vittime, poiché noi non vogliamo ammazzare nessuno, anche se molti lo meriterebbero. E che non ci vengano a parlare delle costruzioni abusive con grande meraviglia, perché sappiamo bene che lo Stato ha i mezzi per accorgersi di una costruzione abusiva prima ancora che scelgano il terreno su cui edificare. E che ammettano che sono corrotti e prendono mazzette, anche se lo sappiamo già.

C’è il grosso giro delle pelliccerie, causa di sterminio di povere bestie magari allevate apposta per essere spellate? Si inducono i proprietari delle industrie e delle attività collegate a cambiare mestiere, incendiando loro la sede dell’attività. Un avvertimento di stampo mafioso utilizzato a fin di bene.

Ci sono le fabbriche che inquinano l’aria, l’acqua e il terreno come se niente fosse? Le si sabota, se ne boicotta la produzione, si sequestrano i beni prodotti e li si regala a chi ne ha bisogno.

C’è lo speculatore, il professionista, il dirigente che guadagna cento e denuncia dieci al fisco? Si forniscono le prove dei suoi raggiri all’autorità preposta e, siccome questa non farà niente o si farà corrompere, si provvede autonomamente al prelievo fiscale nei suoi confronti.

C’è lo speculatore che ogni anno da a fuoco migliaia di ettari di bosco per poi comprare il terreno bruciato per quattro soldi e così edificare? Gli si incendiano i beni, e se ci riprova lo si convince con sistemi più adeguati.

I gitanti della domenica se ne fregano dell’ambiente e lo riducono come la periferia cittadina dalla quale provengono? Li si obbliga a ripulire dove hanno sporcato e si da loro una lezione che non dimenticheranno facilmente.

Gli automobilisti guidano come deficienti, senza mettere le frecce e senza rispettare le più elementari norme di sicurezza e di prudenza? Li si insegue e si sfascia loro l’auto.

Sono metodi illegali? Certamente. Sono atti di terrorismo? È probabile, ma è l’unico modo veramente incisivo per dissuadere le ributtanti persone, e sono molte, che appestano la nostra società rendendola invivibile, repellente e disgustosa. E a chi crede nei metodi “legali” e pacifici diciamo solo questo: se si facesse la prova, dopo qualche mese di azione sistematica si vedrebbero più risultati che dopo anni delle loro campagne di stampa, denunce, sottoscrizioni, appelli, raccolte di firme, cause in tribunale e sdegnate grida di allarme delle persone benpensanti.

Io troverò senz’altro abbastanza persone che si uniscano a me senza giurare sulla mia stessa bandiera…: con queste parole di Max Stirner concludiamo questo Manifesto senza appelli né proclami, senza neanche firmarci.

L’unica firma potrebbe essere infatti

NOI

ovvero

Io+Io+Io+Io+Io+Io…………..+Io

l’Unione dei Liberi

Uno spettro migrante s’aggira per l’Europa

13 Gennaio 2010 dc:

Uno spettro migrante s’aggira per l’Europa

Non c’è dubbio che la paura sia un istinto naturale, insito nella natura animale degli uomini. La paura è un impulso congenito e primordiale, indispensabile alla sopravvivenza e all’autoconservazione delle specie viventi. Senza questo istinto gli esseri viventi non avrebbero alcuna possibilità di scampo di fronte alle insidie presenti nell’ambiente circostante. Ma proprio in quanto comportamento istintivo, la paura è un elemento irrazionale e primitivo che ha bisogno di essere regolato dall’intelligenza per evitare che prevalga, divenendo l’elemento dominante e determinante delle azioni umane.

La paura può essere una forza devastante quando si fa strumento di lotta politica ed è usata per influenzare gli orientamenti delle masse che, prese dal panico, impazziscono, tramutandosi in furia cieca e incontenibile. Infatti, nulla è più impetuoso di una folla inferocita o terrorizzata, al pari di una mandria di bufali in fuga, assaliti dai predatori.

Il panico causa disastri come un cataclisma naturale, è catastrofico come un terremoto o un’eruzione vulcanica. Il “Terrore” per antonomasia è costituito dalla violenza della rivoluzione, quindi è la madre delle paure collettive che affliggono le classi dominanti.
La paura suscitata dalla minaccia di una “catastrofe sociale” che rischia di sovvertire l’ordine costituito e mette a repentaglio la sicurezza del proprio status di classi possidenti, è all’origine delle angosce che tormentano la società contemporanea. Ecco che risorge lo spettro della rivoluzione sociale, lo spauracchio della rivolta di massa.

Da quando l’umanità ha creato le prime forme di proprietà privata, accumulando il surplus economico originario, derivante dall’espropriazione del prodotto del lavoro collettivo, la paura più forte e ricorrente nella storia della lotta di classe nelle diverse società (dallo schiavismo antico al feudalesimo medievale, al capitalismo moderno) è la paura di perdere ciò che si possiede, il terrore di vedersi espropriare le ricchezze estorte ai produttori, siano essi schiavi, servi della gleba o salariati. Non è un caso che più si è ricchi più si ha paura e, probabilmente, si è più infelici in quanto tormentati dall’inquietudine. Da qui è sorta l’esigenza di istituire un potere forte e superiore, detentore del monopolio della violenza, ossia lo Stato, atto a garantire la sicurezza e l’ordine in una società retta sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.

La rivoluzione sociale è il più grande spauracchio dei governi e delle classi egemoni, in particolare dei governi e delle classi possidenti e dominanti nelle società capitaliste decadenti e putrescenti, sempre più angosciate dall’assalto inevitabile delle masse dei proletari migranti, impaurito dalla rabbia e dall’ansia di riscatto dei popoli e delle classi socialmente più povere, oppresse ed emarginate provenienti dal Sud del mondo.

Una paura molto attuale e diffusa negli stati sembra essere la paura verso una società realmente democratica, che si estrinseca nella partecipazione concreta delle persone, per cui può divenire fonte di conflittualità e di antagonismi sociali. La democrazia, non quella subìta passivamente, bensì vissuta attivamente, da protagonisti e non da sudditi o spettatori, il dissenso e il libero pensiero, la libertà intesa e praticata come critica e partecipazione diretta ai processi politici decisionali, tutto ciò incute un’angoscia profonda nell’animo di chi controlla e detiene il potere e la ricchezza sociale.

Da tali paure scaturisce un’idiosincrasia anticomunista e antidemocratica che tende a demonizzare le idee di libertà e i loro portatori, fino alla criminalizzazione e alla repressione di ogni dissenso ed ogni vertenza, recepiti come un’insidia che mina l’ordine costituito, che a sua volta si è determinato in seguito a precedenti rivolgimenti sociali.

Si rammenti che gli stati moderni e le società borghesi capitaliste hanno avuto origine da violente rivoluzioni sociali eseguite in gran parte dalle masse contadine e proletarie guidate dalle avanguardie illuminate e liberali della borghesia, che oggi teme di perdere il proprio potere e i propri privilegi di classe egemone e possidente.

Il ruolo storico della borghesia, che un tempo era stato politicamente eversivo e rivoluzionario, determinando il rovesciamento violento dei regimi dispotici e assolutistici e delle aristocrazie feudali, con le loro sovrastrutture ideologiche oscurantiste di origine medievale, si è rapidamente trasformato in senso conservatore e misoneistico, rappresentando un ostacolo concreto alla realizzazione del progresso scientifico, culturale e sociale, all’esercizio pratico della democrazia diretta e partecipativa, al compimento di un effettivo processo di liberazione e di affrancamento del genere umano da ogni forma di barbarie e di violenza, di oppressione e di sfruttamento, di schiavitù e di paura.

Lucio Garofalo