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Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

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Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

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Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

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Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

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Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

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Il berretto girato…

di Jàdawin di Atheia, 29 Luglio 2014 dc. Pubblicato anche sul mio sito www.jadawin.info alla pagina “Stupidità”

Il berretto girato…

Vi propongo alcune immagini, tratte da Google immagini:

il berretto da ragazzino scemorapperrapperrapper?rapper cretino

 

Non mi interessa sapere chi siano, cosa fanno, come “spiegano” il loro aspetto. In Italia altri individui che hanno usato o usano la moda del berretto girato sono Vasco e Valentino Rossi, Jovanotti e J-Ax. Anche un tennista, ed è il motivo perché tifo contro, a prescindere.

Tanti anni fa qualcuno si girò il berretto, e milioni di imbecilli lo imitarono.

È vero, la stessa cosa è successa innumerevoli volte: i pantaloni stretti e a vita bassa degli anni Sessanta e Settanta (la stupidità, come si vede, ritorna ciclicamente), gli assurdi e ingombranti pantaloni a “zampa di elefante”, le camicie e le giacche talmente strette che a volte facevi fatica a respirare, l’orologio sul polsino e via imbecillando.

Ma questa del berretto la trovo una moda veramente stupida, brutta, becera, insignificante e senza senso.

Guardate, proprio non mi vengono altre parole, se non insulti, e la finisco qui….La prossima sarà quella di infilarsi i pantaloni al contrario, perché il concetto è lo stesso….

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La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

Dal mio sito Jàdawin di Atheia 4 Novembre 2012 dc:

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

A mio modo di vedere già l’esistenza della moda è una forma di stupidità, una sorta di suggestione, o autosuggestione, irrazionale. È solo grazie a dei preconcetti pre-esistenti, o indotti, che una data foggia di un vestito, di un paio di scarpe o di un accessorio ci possono sembrare diversi, opposti, controcorrente, anticonformisti, belli, brutti, antiquati, moderni etc. rispetto a qualcosa d’altro. Io sono nato nel 1954, e verso la fine degli anni Sessanta iniziò, e si protrasse per gran parte degli anni Settanta, la moda dei pantaloni “scampanati”, o “a zampa di elefante”.

Mi ricordo benissimo quanto faticai per “adeguarmi”, io che ero figlio di un sarto che non si adeguava alle mode e giudicava questa, e oggettivamente aveva anche ragione, una pura follia. Con qualche soldo, e la complicità di mia madre, sarta anche lei ma più comprensiva, riuscii ad avere qualche pantalone o jeans fatti in quel modo assurdo. Per fortuna, ora che io stavo adeguando, la moda “cambiò”, guarda caso per ritornare al classico pantalone a “tubo” o, addirittura, a quello a “imbuto” che tanto destavano orrore, e così non dovetti sprecare altri soldi per comprare pantaloni che nel giro di pochi anni non avrei più “potuto” indossare.

Perché dunque era nata questa moda? Semplicemente a qualche stilista (o magari a qualche semplice sarto di paese a cui qualcuno rubò l’idea, chi lo sa?) era venuto in mente di inventare qualcosa di diverso, di dirompente, di alternativo. E con un implicito fondo di contestazione. E nel giro di pochissimo tempo chi non si adeguava veniva deriso, guardato con commiserazione, considerato un poveretto, succube di una moda da matusa.

La stessa cosa successe per i capelli, per camicie e giacche strette fino all’inverosimile, per le scarpe (ah già, per i compagni era quasi obbligatorio portare le scarpe di camoscio con suola in gomma, per i camerati le scarpe a punta o le Clark), per  i giacconi (se portavi l’eskimo e giravi intorno a piazza (San) Babila rischiavi le botte, e lo stesso ti facevi vedere in montgomery nei pressi della Statale), addirittura per gli occhiali da sole (finché il “compagno” Venditti non li sdoganò – e sarebbe ora che li cambiasse, che caspita! – se portavi i costosi Ray-Ban eri sicuramente un fascista….!)

Arrivando ai giorni nostri, la moda dei pantaloni a vita bassa, per uomini e donne, è più che stupida, è assolutamente idiota, oltre che proprio scomoda. Non c’è alcun senso in questa tendenza, proprio nessuno: chi ha la responsabilità di averla inventata andrebbe solo preso a calci nel posteriore per qualche chilometro. Ma la responsabilità del suo successo è, ovviamente, di chi l’ha sostenuta: I COMPRATORI!

A tal proposito, tra le mie cartacce, è spuntato un articolo comparso su la Repubblica del 26 Maggio 2005 dc: è rimasto lì tutti questi anni perché lo volevo pubblicare, e finalmente (meglio tardi che mai!) è venuto il suo momento. C’era anche la foto di due ragazze, per fortuna almeno carine, sedute per terra e ritratte di spalle, con le mutande belle in vista. Già, perché questa moda la ostenta anche chi è meglio che indossi il burka: grassone che dovrebbero coprire invece che mostrare (e magari fare una dieta e un po’ di attività fisica). E anche per tutte le altre, affette in massa oltre che dalla cellulite fin dai tredici anni anche da queste adiposità ai fianchi che fino a qualche anno fa non erano così comuni, questa moda infausta rende evidente ciò che, con un normale pantalone, non si vedrebbe, sarebbe mascherato, e la cui rotondità, come è sempre stato prima, sarebbe attraente invece che, lasciatemelo dire anche se so di esagerare, ributtante.

Quei poveri studenti ossessionati dalle mode

di Marco Lodoli

A volte mi domando: ma come ero vestito quando avevo otto o dieci  o dodici anni? Che camicie indossavo, che tipo di pantaloni, com’erano le scarpe, e i capelli, com’erano tagliati?Non so se si tratta di amnesia totale, di precoce spappolamento delle cellule della memoria, ma non ricordo quasi nulla. Forse all’epoca non dedicavo alla questione tutta l’attenzione che oggi pare necessaria e inevitabile. Avevo, come tutti i miei coetanei, un grembiule blu e un fiocco bianco che spesso si scioglieva e pendeva malinconicamente sul petto. Avevo calze dagli elastici poco robusti che mi calavano sempre sulle caviglie. E  i miei amici li ricordo solo per i visi, Dado paffuto e Stefano magro come un cerbiato, e per quello che facevamo assieme, per come ridevano o piangevano.

I vestiti erano pesanti d’inverno e leggeri d’estate, punto e basta. Li comprava la mamma e andavano bene. L’importante era correre, leggere giornaletti, giocare a pallone, prendersi a spinte, cantare e fare amicizia e studiare almeno un poco.

Tutto avveniva in un corpo spettinato e nervoso, coperto da un anonimo grembiule o da abiti senza firme né prezzi. Solo un ragazzino portava nella “bella” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) stagione le magliette con il coccodrillino, ma quello sgorbietto per me valeva quanto il timone o il delfino cuciti sulle mie.

Oggi tutto è cambiato. Tutto cambia sempre e non bisogna irrigidirsi nella nostalgia. Però devo ammettere che non mi fanno alcuna simpatia questi ragazzini ossessionati dagli indumenti, che sbraitano se non hanno il cappelletto con la virgola e pantaloni bragaloni che vogliono loro. A dieci anni sono già vestiti come ridicoli manichini, hanno gli occhiali da sole e i capelli sagomati ciuffo a ciuffo, e le femmine le pancine scoperte e le canottierine sexy. La colpa non è loro, ovviamente, loro sono solo il debole terminale di un processo marpionissimo che parte dal mondo degli adulti, da gente che sa cosa vendere e come.

È così difficile cominciare a capire cosa si è, cosa si desidera, dove si vuole andare: è un percorso doloroso che coinvolge da subito tutto l’essere, “anima” (anche queste virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo. Molto più semplice è acquistare un simulacro di personalità in un negozio, agghindarsi come dettano lo spirito e l’economia del tempo. Anche a scuola, e tra gli amici, è troppo complicato farsi apprezzare per quello che si è realmente, ansie e insicurezze incluse.

Oggi basta il vestito per fare il monaco o il ragazzino vincente. Insomma, forse tornare al tempo dei grembiuli è assurdo, ma quanto è triste vedere i bambini vestiti come poveri deficienti, come penose miniature dell’altrettanto penoso mondo degli adulti impacchettati dalla moda.