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Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
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L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

Dal sito Blogstoria http://www.blogstoria.it 18 Ottobre 2010 dc:

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

di Claudia Covelli

Il Risorgimento italiano è l’argomento storico che, come è prevedibile in questo biennio di celebrazioni, domina sui quotidiani. In concomitanza con la travagliata questione dell’opzione federalista che riemerge – e si risommerge – nella scena politica italiana, il dibattito sull’Unità d’Italia si sta spostando sempre più sull’analisi della possibilità di un’opzione federalista fin dalle origini dello Stato Italiano.

Dopo aver affrontato il tema dell’identità e aver privilegiato un approccio legato alla storia culturale del paese, si sono intensificati gli interventi sugli aspetti politico-istituzionali della nascita dello stato italiano. Il dibattito sulla mancata realizzazione dell’ipotesi federale si è concentrato domenica 17 ottobre sull’aspetto più sanguinoso dell’Unità nazionale: la conquista del sud-Italia e il correlato fenomeno del brigantaggio.

Occasione l’uscita, quasi contemporanea, di tre volumi: uno di ricerca storiografica, Guardie e ladri. L’Unità d’Italia e la lotta al brigantaggio di Massimo Lunardelli (Blu Edizioni,p. 228 , 14 euro, compralo su Amazon.it a 8,82 euro), l’ultima opera di interesse storico di Arrigo Petacco, O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell’Unità d’Italia (Mondadori, p.160, 19 euro, compralo su Amazon.it a 13,30 euro) e il romanzo storico di Giancarlo De Cataldo, I traditori, (Einaudi, p. 584, 21 euro, compralo su Amazon.it a 13,23 euro).

Del volume di Lunardelli parla Massimo Novelli su “La repubblica” del 17 ottobre nell’articolo, Dispacci da una guerra sporca:

Massimo Lunardelli fa riemergere i verbali delle lettere, dei telegrammi e delle informazioni che gli ufficiali degli oltre centomila militari impiegati nella repressione inviarono ai loro superiori.

Fonte principale del volume sono i documenti conservati presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito. Ne emerge il quadro di una “guerra sporca”, violenta e sanguinosa:

contrassegnata da eccidi efferati, fucilazioni e massacri effettuati da tutte e due le parti, fu la nostra Vandea, il nostro Vietnam.

Immagine non nuova di quella che fu la campagna nel meridione d’Italia, quella suffragata dal volume di Lunardelli con metodo  storiografio e grazie all’analisi rigorosa dei documenti. Un’episodio importante di questa, il massacro di Bronte, fu messo in scena nel 1972 nel film (spesso dimenticato, nonostante la riedizione del 2001) di Florestano Vancini, con la sceneggiatura di Leonardo Sciascia, N. Badalucco e F. Carpi e ispirato alla novella di Giovanni verga, Libertà, Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.

Giancarlo De Cataldo firma l’articolo correlato pubblicato sempre su “La repubblica”, Quei terroni barbari da “abbruciare vivi”. L’articolo si apre con una citazione di Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, estratta da una lettera che scrive al padre nell’inverno del 1860:

Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato.

Ne segue un’altra dello stesso Nievo: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbrucciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!».

In luce dunque tutta la retorica razzista e aggressiva dei “conquistatori” piemontesi che si tradusse presto in azioni punitive come quelle di Bronte e in una politica orientata a soffocare nel sangue il fenomeno del brigantaggio. Una pagina della storia nazionale già riportata alla luce negli anni’70 (il film di Vancini è del ’72), in anni di profonda critica nei confronti del mito nazionale, ma anche di altrettanto radicata spinta ideologica il cui tema centrale era il racconto della storia di  soprusi e violenze subiti dalle classi subalterne e in primo luogo quello della mancata distribuzione di terra ai contadini (l’argomento lo ritroviamo in almeno altri due celebri pellicole del decennio dalla forte connotazione storica: Novecento di Bertolucci del 1976 e L’albero degli zoccoli di Olmi del 1978).

La critica di Giancarlo de Cataldo nei confronti del Risorgimento e che emerge nell’intervista di Guido Caldiron pubblicata su “Liberazione” del 16 ottobre per presentare il nuovo libro dello scrittore, L’epica del Risorgimento è nelle sue contraddizioni trova infatti ispirazione nei grandi nomi della cultura della sinistra italiana:

L’idea che il Risorgimento sia stato “tradito” caratterizza un filone nobile del pensiero italiano, da Salvemini a Gramsci

La violenza, sottolinea De Cataldo, fu uno degli elementi connaturati all’impresa risorgimentale chee la rende un fenomeno complesso e contraddittorio di cui però l’autore salva, senza remore, il valore nazionale

[…] il Risorgimento fu soprattutto una lotta di liberazione nazionale, fatta da un popolo che non sopportava più di essere governato dallo straniero e dai suoi alleati italiani.

Un approccio che rivela, dietro alla forzatura anacronistica dell’idea di “lotta di liberazione nazionale” (come è possibile compiere una lotta di liberazione “nazionale” quando lo Stato-nazione italiano non esiste ancora? Quale idea di nazione esiste nel 1860? Difficilmente un’idea capace di mobilitare il “popolo”) la volontà di salvaguardare il Risorgimento come mito originario dell’identità nazionale.

“La Padania” e “Il Giorno” del 17 ottobre dedicano invece spazio al volume di Arrigo Petacco, la prima con un’intervista all’autore di Roberto Brusadelli , Solo Cavour avrebbe vinto il centralismo, il secondo con la pubblicazione di una parte del primo capitolo del libro di Petacco, Quel Risorgimento incompiuto.

Incompiuta e non tradita è secondo Petacco l’impresa Risorgimentale, ma il problema resta quello del meridione. Su “Il Giorno” Petacco riporta una lettera del 2 agosto 1861 di Massimo d’Azeglio all’allora ministro Carlo Matteucci:

Caro amico, la questione di tenerci Napoli o di non tenercela mi pare dovrebbe dipendere più di tutto dai napoletani, a meno che non si voglia, per comodo di circostanze, ripudiare quei principi che abbiamo fin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i Governi non eletti dai popoli erano illegittimi e da Napoli abbiamo cacciato il vecchio Sovrano per stabilirvi un governo legittimo col consenso universale…

Torna l’ipotesi plebiscitaria in cui l’opzione di appartenere allo Stato italiano sarebbe rimasta aperta per quei territori che erano stati parte del Regno delle due Sicilie e che, se realizzata, avrebbe portato il nascente Stato italiano ad avere una struttura federalista .

Non stupisce che questo tema venga ripreso con forza da Roberto Brusadelli su “la Padania”:

Petacco, lei fa riferimento subito nelle prime pagine al progetto cavouriano di federalismo, di decentramento che avrebbe modificato sostanzialmente la storia politico-amministrativa del Paese. Pensa che se il Conte fosse rimasto in vita, quel disegno di riorganizzazione sarebbe andato in porto?

Senz’altro. Cavour era l’unico uomo politico dotato del carisma e dell’autorevolezza necessari per portare a termine questa grande riforma. Morto lui, la burocrazia e tutto l’apparato di potere del vecchio Regno sabaudo ebbero buon gioco nell’affossarlo, oerseguendo nel loro progetto che prevedeva puramente e semplicemente di “piemontesizzare” l’Italia.

Un altro esperimento di storia controfattuale finalizzata a sottolineare come l’ipotesi federalista fosse concreta al momento della realizzazione dell’Unità nazionale. Quanto questo abbia reale fondamento storico e quanto invece rappresenti la proiezione dell’aspirazioni attuali rimane un nodo interessante per il dibattito storiografico.

Chiudiamo con la citazione dell’articolo di Tommy Cappellini su “Il Giornale” del 16 ottobre, Quando l’Italia baciò tutti per «risorgere» libera e unita, dedicato alla mostra “Vittorio Emanuele II. Il re galantuomo” in corso al Palazzo Reale di Torino e al Castello di Racconigi fino al 13 marzo prossimo. L’esposizione dal 2 ottobre esporrà Il Bacio di Hayez accanto a Odalisca dello stesso autore:

Due quadri che, letti simbolicamente, sono un po’ il riassunto del Risorgimento: il «bacio»tra la donna in blu (l’Italia) e il giovane in rosso (la Francia) è allegoria di un’alleanza che fu un passo importante sul cammino della nostra Unità nazionale, mentre l’Odalisca richiama subito alla mente l’osservazione dantesca sull’Italia «non donna di provincia ma bordello». Questo «trittico» si chiuderebbe idealmente, […] con la visita a La meditazione […].

Ma Il bacio è certo, fra i tre, il quadro più amato dal popolo, che lo interpretò come la raffigurazione del volontario che saluta la propria donna per andare a combattere. E furono giusto i volontari a fare il successo della Seconda guerra di indipendenza.

A proposito di violenza

Gennaio 2010 dc:

A proposito di violenza

Ultimamente si è cianciato molto a sproposito di violenza, per cui ho elaborato una riflessione personale su un tema su cui vale sempre la pena di spendere qualche parola.

La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza dubbio un’origine più profonda e complessa, insita nella struttura sociale. Nelle realtà capitaliste, la violenza del singolo, la ribellione apparentemente senza causa, la follia, il vandalismo e il teppismo, la criminalità comune, la perversione di quei soggetti qualificati come “mostri”, sono sempre il frutto (marcio) di un’organizzazione sociale che ha bisogno di creare e alimentare odio e violenza, sono la manifestazione di un sistema che, per sua natura, genera divisioni e conflittualità, costringendo alla depravazione dell’animo umano che in tal modo viene intimamente condizionato dall’ambiente esterno.

Dunque, la violenza non è una questione di malvagità individuale, ma un problema di ordine sociale, è la facciata esteriore dietro cui si ripara la violenza organizzata delle istituzioni, è lo strato superficiale e fenomenico sotto cui giace e s’incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito. La visione che assegna alla “perfidia umana” la causa dei mali del mondo, è solo un’ingenua e volgare mistificazione. Il tema della violenza è talmente vasto e complesso da rivestire un ruolo centrale nella storia del genere umano.

La crisi e la decadenza del sistema capitalistico guerrafondaio, ormai in fase di decomposizione avanzata, hanno creato un meccanismo perverso da cui discende la necessità di una produzione su scala industriale della violenza, del delitto, del “mostro”, che serve come facile e comodo capro espiatorio per giustificare la richiesta, da parte dell’opinione pubblica, di nuovi interventi armati, repressivi e coercitivi.

In tal modo trovano una precisa ragion d’essere i vari Saddam Hussein, Bin Laden ecc., i cosiddetti “criminali” che diventano uno spauracchio funzionale a una logica di riproduzione della violenza legalizzata, volta a perpetuare i rapporti di comando e subordinazione esistenti all’interno e all’esterno della società capitalistica.

Una violenza che scaturisce e si alimenta soprattutto attraverso l’opera di disinformazione e terrorismo psicologico esercitata dai mezzi di comunicazione di massa per mantenere l’opinione pubblica in uno stato di permanente tensione e pressione.

La violenza fa parte di una società che la disprezza e la demonizza quando a praticarla sono gli altri (in passato i Cinesi, i Vietnamiti, i Cubani, oggi gli arabi, gli islamici, i negri, i proletari, gli oppressi in genere), ma viene autorizzata in termini di diritto e potere istituzionale quando essa è opera del sistema stesso, in quanto intervento armato volto a mantenere l’ordine all’interno (in termini di repressione poliziesca) e all’esterno (in termini di guerre, come gendarmeria internazionale).

In tal senso la violenza viene disapprovata quando è opera d’altri. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia, tempo addietro abbiamo assistito alla nascita di un movimento di protesta giovanile che ha assunto proporzioni di massa, simili, benché non paragonabili all’esperienza storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e il contesto erano  senza dubbio differenti.

Per comprendere tali  fenomeni sociali così complessi e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono effettivamente diventate le aree metropolitane suburbane in Francia (ma il discorso vale anche altrove), cioè luoghi di ghettizzazione e alienazione di massa.

Per capire bisognerebbe calarsi nella realtà quotidiana dove il disagio sociale, il degrado urbano, la violenza di classe, la precarietà economica, la disperazione e l’emarginazione dei giovani (soprattutto extracomunitari) costituiscono il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente esplosioni di rabbia e guerriglia urbana.

Invece, tali vicende sono bollate come atti di “teppismo”, “delinquenza” o addirittura “terrorismo”, secondo parametri razzisti e classisti tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia. Tali vicende sono strettamente associate da un denominatore comune: la violenza, nella fattispecie la violenza istituzionalizzata e il monopolio di legalità imposto nella società.

Su tale argomento varrebbe la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento storico, critico e politico il più possibile serio e rigoroso.

In effetti, è alquanto difficile determinare e concepire la violenza come un comportamento etologico ed istintivo, naturale ed immutabile, dell’essere umano, poiché è la natura stessa della società il vero principio che genera i criminali, i violenti in quanto singoli individui, che sono spesso i soggetti più vulnerabili sul piano emotivo, che finiscono per essere il “capro espiatorio” su cui si scaricano tutte le tensioni, le frustrazioni e le conflittualità latenti, insite nell’ordinamento sociale vigente.

Sin dalle origini l’uomo ha dovuto attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente esterno: il pericolo di aggressione da parte degli animali, le avversità atmosferiche, i disastri naturali, i bisogni fisiologici, la necessità di procreare, ecc. In seguito l’uomo è riuscito a compiere notevoli progressi tecnologici e materiali che lo hanno affrancato dal suo primitivo asservimento alla natura, rovesciando il rapporto originario tra l’uomo e l’ambiente. Oggi è soprattutto l’uomo che arreca violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi nuovamente, a scapito dell’uomo.

Durante la sua evoluzione culturale e materiale l’umanità ha creato e conosciuto varie esperienze di violenza: la guerra, la tirannia, l’ingiustizia, lo sfruttamento, la fatica per la sopravvivenza, il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme più rozze quali il teppismo, la prepotenza, la sopraffazione del singolo su un altro singolo.

Tuttavia, tali fenomeni così disparati si possono ricondurre a un’unica matrice causale, ossia la natura intrinsecamente violenta e disumana della struttura materiale su cui si erge l’organizzazione sociale dei rapporti umani nel loro divenire storico. La cui principale forza motrice risiede nella violenza della lotta di classe, nello scontro tra diverse forze economiche e sociali per il controllo e il dominio sulla società. Tale lotta di classe si estrinseca sia sul terreno materiale, sia sul versante teorico e culturale, è una lotta per la conquista del potere politico ed economico, ma anche per l’affermazione di un’egemonia ideologica e intellettuale all’interno della società.

Il problema fondamentale della violenza nella storia (che è scisso dal tema della violenza nel mondo pre-istorico) è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza insite nel cuore delle società classiste. Le quali si fondano sulla divisione dei ruoli sociali e sullo sfruttamento materiale esercitato da una classe dominante sul resto della società.

Solo quando lo sviluppo delle capacità produttive e tecnologiche della società avrà raggiunto un livello tale da permettere il superamento delle ragioni che finora hanno giustificato e determinato lo sfruttamento del lavoro, l’umanità potrà compiere il grande balzo rivoluzionario che consisterà in un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia e dello sfruttamento di classe. E’ un dato di fatto che tali condizioni, connesse al progresso tecnico scientifico e alla produzione delle ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di un quadro obsoleto di rapporti di supremazia e sottomissione tra le classi sociali.

In tal senso, il potere borghese non è mutato, i suoi rapporti all’interno e all’esterno sono sempre improntati e riconducibili alla violenza. Esso continua a reggersi sulla violenza, in particolare sulla forza legalizzata di istituzioni repressive quali il carcere, la polizia, l’esercito. Nel contempo il potere borghese ha imparato ad usare altre forme di controllo sociale, più morbide e addirittura più efficaci, come la televisione. Oggi, infatti, molti stati capitalistici, avanzati sul versante tecnologico, sono gestiti e controllati non solo attraverso i sistemi tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito e polizia, ma soprattutto ricorrendo agli effetti di omologazione e alla forza alienante e persuasiva della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa.

Naturalmente il discorso sulla violenza non può esaurirsi in un breve esame come questo, giacché si tratta di un tema talmente ampio, difficile e controverso, da meritare molto più spazio, più tempo, più studio e più ingegno di quanto possa fare il sottoscritto. Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di sollecitare una riflessione iniziale.

Lucio Garofalo