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La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Inoltrato in e-mail il 26 Luglio 2018 dc, pubblico nonostante provenga da un partito stalinista:

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Sergio Marchionne, l’a.d. di FCA, è morto. 
I comunisti non versano lacrime per un manager che è stato per 14 anni il salvatore dei profitti della famiglia Agnelli, lo spietato estorsore del plusvalore creato dal lavoro non pagato degli operai, il buttafuori dei sindacalisti combattivi e il compratore dei collaborazionisti che hanno appoggiato i suoi piani, i quali sono ora “profondamente addolorati”.

Il dirigente d’azienda più pagato d’Italia (nel 2015 ha intascato 54 milioni di euro, più o meno il monte salari annuo degli operai di Mirafiori) realizzò dopo la grande crisi del 2008 l’acquisizione della Chrysler, grazie ad un accordo con Obama. 
Cinque miliardi di profitti annui sono il suo ultimo bottino, ottenuto spremendo come limoni gli operai.

Nessuna meraviglia se viene santificato dalla borghesia, che lo qualifica come “un gigante”. 

Senza dubbio lo è stato dello sfruttamento e del comando capitalistico, che sono tanto più feroci quanto più si sviluppa la produzione su larga scala.

Per i proletari d’avanguardia la morte di Marchionne – un manager integrato nell’oligarchia finanziaria, che usava il bastone in fabbrica e il pullover in TV – è più leggera di una piuma. 

Sono altre le questioni che pesano: quale sarà il futuro delle fabbriche? 
Quali ricadute occupazionali? 
Come far ripartire la lotta?

Con la nomina del nuovo a.d. Manley, che viene dalla Chrysler, è prevedibile che FCA se ne andrà sempre più verso gli USA dove il marchio Jeep viene maggiormente prodotto e venduto.

Lo spostamento della produzione dall’altra parte dell’Atlantico sarà anche una conseguenza della politica di Trump, che condiziona tutte le multinazionali dell’auto. 

La minaccia del presidente nordamericano di imporre dazi doganali del 25% sulle vetture importate non può essere ignorata dalla famiglia Agnelli, pena la perdita di ingenti profitti.

A ciò va aggiunto un altro fattore: la strategia di FCA è sempre più centrata su SUV Jeep, auto di lusso Maserati e auto “premium”. 

I vertici aziendali hanno capito che non possono battere la concorrenza di monopoli come Volkswagen, Renault, Ford, Toyota, in un mercato automobilistico come quello europeo che è sempre più saturo a causa della riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. 

Per sopravvivere puntano su auto di alta gamma dai volumi di vendita inferiori.

L’ennesimo piano industriale FCA non offre alcuna certezza per il futuro degli stabilimenti italiani e nessun dettaglio su tempi e luoghi di produzione dei nuovi modelli. 

Non è difficile prevedere la fermata a breve della produzione della Fiat Punto a Melfi, e lo stop dell’Alfa Romeo Mito a Mirafiori, per concentrarsi sulla produzione di un SUV Maserati.

La produzione di Panda e 500 finirà in Polonia, dove il prezzo orario della forza-lavoro è circa un terzo di quella italiana. 
Forse a Pomigliano si produrrà un piccolo SUV Jeep.

A Melfi, una volta eliminata la Punto, rimarrà la Renegade, ma bisognerà vedere con quali volumi produttivi. A ciò si aggiunge l’addio al diesel che viene prodotto a Pratola Serra e a Cento, mentre la 500 elettrica è ancora un sogno.

Praticamente in Italia non verranno più prodotte utilitarie con il marchio Fiat. 

La fine dell’era Marchionne segna anche l’epilogo di un processo iniziato da decenni che comporterà riflessi devastanti sul piano occupazionale in tutte le fabbriche, non solo Mirafiori e Pomigliano. 

Si prospettano cassa integrazione a go-go e licenziamenti che diverranno massivi quando scoppierà la nuova crisi. 
Altro che la piena occupazione promessa da “Marpionne”!

Quale risposta mettere in campo? 
La forza di Marchionne e di FCA nell’ultimi anni si è basata sulla debolezza e sulla divisione degli operai, favorite dai collaborazionisti politici e sindacali.

Questo significa che nella misura in cui si svilupperà la mobilitazione e il fonte unico di lotta degli operai sarà molto più difficile per FCA far passare il suo piano antioperaio.

Sosteniamo perciò l’azione comune dal basso, realizzata sulla base della difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli sfruttati. 

La solidarietà e l’unione sono necessità assoluta per gli operai dinanzi a cui sta il capitale monopolistico. Smascheriamo tutti coloro che vi si oppongono, svigorendo la lotta operaia e dividendo i lavoratori per aiutare i capitalisti.

Non bisogna aspettare che cali la mannaia. 
Nemmeno è possibile nutrire illusioni su FCA e sui sindacati complici. 
Tanto meno ci si può fidare di un governo nazional-populista spudoratamente asservito ai padroni, che oggi onora il suo manager preferito.

Bisogna ripartire al più presto con le assemblee e gli scioperi contro l’intensificazione dello sfruttamento, per forti aumenti salariali e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per la difesa dei posti di lavoro stabili in tutte le fabbriche, contro i licenziamenti di massa e quelli politici.

Questa lotta riguarda l’intera classe operaia, che con essa riprenderà fiducia nella sua enorme forza e nella giustezza dei suoi scopi: l’abolizione della schiavitù salariata e la socializzazione dei mezzi di produzione, per farla finita con lo sfruttamento, l’oppressione, la miseria, le guerre di rapina.

Perciò diciamo che è sempre più necessaria una direzione politica che sostenga nella lotta gli interessi comuni degli operai, portandovi la coscienza di classe: il partito indipendente e rivoluzionario degli operai. Tutti i proletari avanzati possono e debbono dare un importante contributo in questo senso.

Uniamoci, lottiamo, organizziamoci assieme!

25 luglio 2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Visita il sito http://www.piattaformacomunista.com

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Sergio Marchionne, eroe borghese

In e-mail il 27 Luglio 2018 dc:

Sergio Marchionne, eroe borghese

Impressiona vedere in queste ore la commozione lirica della stampa padronale e dei media nel compiangere l’amministratore delegato di FCA, magnificarne la memoria, esaltarne le gesta. Uno slancio retorico e fluviale persino imbarazzante nella sua uniformità. Marchionne è il nuovo eroe dei due mondi finalmente ritrovato, bandiera dell’orgoglio nazionale, sintesi di patriottismo e internazionalismo (…del capitale).

Nessuna critica è “moralmente” consentita, neppure la più inoffensiva. Tutta l’Italia è tenuta ad onorare il capitano d’impresa morente. Ogni voce fuori dal coro diventa tradimento patrio.

C’è, in questa cantica di regime, il segno di una ipocrisia rivoltante. L’unica vittoria che Sergio Marchionne ha assicurato riguarda il portafoglio degli azionisti FIAT. Sede legale della FIAT ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, propria residenza personale in Svizzera, per pagare meno tasse possibili. Fusione con la Chrysler in bancarotta grazie alle risorse pubbliche garantite da Obama (garanzia pubblica dei prestiti ottenuti), al saccheggio di fondi pensione e sanitari dei lavoratori americani, al drastico taglio del loro salario, al blocco per cinque anni del loro diritto allo sciopero (con il sindacato UAW complice).

Risanamento del debito aziendale della famiglia Agnelli, grazie a chiusure di stabilimenti, falcidie dei posti di lavoro, cancellazione dei diritti sindacali individuali e collettivi.

Il miracolo di Marchionne ha il segno della lotta di classe dal versante del capitale. Altro che interesse dell’impresa come interesse generale della società! La società ha pagato a peso d’oro il parassitismo degli azionisti.

Il caso italiano è emblematico. Il famoso Progetto Italia annunciato da Marchionne dieci anni fa, e lodato come sempre con squillo di fanfare da tutta la stampa nazionale, si è rivelato una clamorosa bufala. Invece che piena occupazione chiusura di fabbriche (a partire da Termini Imerese), una valanga di nuova cassa integrazione, un contratto aziendale separato che prevede più turni, taglia le pause, vieta lo sciopero, sbatte la FIOM fuori dai cancelli (salvo reintegro giudiziario) come mai era avvenuto, neppure negli anni ’50. Il tutto con l’arma più odiosa del ricatto (o accettate la distruzione dei diritti o ce ne andiamo) e con il ripristino dei famigerati reparti confino (Nola) per gli operai recalcitranti. Il perché di tutto questo l’ha confessato candidamente Marchionne: “occorre uniformare il contratto dei lavoratori italiani al contratto dei lavoratori americani”. Lo stesso che Marchionne aveva peraltro abbattuto.

L’intero padronato italiano, grazie alla complicità sindacale, è entrato successivamente nel varco aperto da Marchionne, generalizzando la sua vittoria. «Si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima via e noi invece siamo arrivati più tardi, l’approdo però è lo stesso», dichiara l’attuale Presidente di Confindustria (Corriere della Sera, 23 luglio). Proprio così.

Salvo aggiungere un piccolo dettaglio. Se Marchionne vinse, e se l’intera borghesia ha capitalizzato il suo sfondamento, ciò non è avvenuto per un destino cinico e baro, per una forza superiore e imbattibile. È avvenuto perché la classe operaia non ha avuto una direzione all’altezza del livello di quello scontro. La FIOM rifiutò di occupare Termini Imerese, e poi di unire in una lotta sola gli operai dei diversi stabilimenti della FIAT, votandosi alla sconfitta fabbrica per fabbrica in ordine sparso. Le burocrazie sindacali accettarono negli anni successivi proprio il modello imposto da Marchionne, firmando la capitolazione al padronato. Landini ha concluso la propria carriera di segretario FIOM siglando il peggior contratto della storia dei metalmeccanici, assunto oggi a riferimento da Confindustria come paradigma dei contratti futuri.

La borghesia seppellisce Marchionne con tutti gli onori, salvo farlo quando è ancora in vita e a mercati chiusi per contenere i contraccolpi sulle azioni della Famiglia.

CGIL e FIOM tacciono pudicamente, perché non possono neppure rivendicare il vecchio disaccordo col padrone nel momento in cui si sono arresi.

Noi diciamo a voce alta, tanto più oggi, che la lotta per cancellare le vittorie di Marchionne è parte della lotta per la costruzione di un’altra direzione, sindacale e politica, del movimento operaio.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lettera a Gad Lerner

In e-mail il 12 Maggio 2017 dc: era ora che qualcuno le cantasse chiare, anche se troppo educatamente, a quel venduto e traditore di giornalista “di sinistra”

Lettera a Gad Lerner

Carissimo Gad Lerner abbiamo visto la sua trasmissione “Operai” di domenica 7 maggio 2017, su Rai Play.

Sa, noi operai alla Fiat Melfi, oggi FCA, lavoriamo il sabato e la domenica notte, per cui il reportage in diretta non l’abbiamo potuto vedere e come noi anche tanti altri operai che lavorano nelle tante fabbriche dell’indotto.

Dopo la lettura di alcuni brani di Marx, facendo riferimento anche al tempo trascorso e al riposo della buonanima di quella vecchia talpa di Karl presso il cimitero Highgate a Londra, lei ha detto che “gli operai non se la passano molto bene”. Se avesse detto il contrario lì, proprio dove è sepolto Marx, lo avrebbe fatto sicuramente rivoltare nella tomba. Noi per primi sappiamo che “non ce la passiamo bene” e sappiamo che pochissimi non operai in questa società comprendono cosa questo concretamente significhi.

Vogliamo dire qualcosa affrontando solo la questione che riguarda la Fiat. Troppo lunga sarebbe la lettera per affrontare tutte le questioni, compresa quella dei tanti lavoratori sfruttati nella logistica.

Lei ha detto che l’operaio in alcuni ambienti non può essere considerato un uomo sfruttato, come è stato in passato ma un “uomo nuovo”, che oggi “ha a che fare con padroni magari gentili”. Sembra proprio che lo dica riferendosi agli ambienti Fiat.

Guardi, ci creda, magari bastasse la sua trasmissione a farci sentire “uomini nuovi”! Noi non ci sentiamo affatto “uomini nuovi”, molti di noi operai a 50 anni sono già consumati, affetti da malattie professionali.

Per avere la sensazione di avere “a che fare con padroni magari gentili”, come lei ha detto nella trasmissione, noi operai, che veniamo bastonati con provvedimenti disciplinari, repressione e licenziamenti, sappiamo bene cosa dovremmo fare: piegare la testa, produrre senza dire niente e magari farci consumare anche prima senza opporre nessuna resistenza a difesa della nostra salute.

Lei parla di padroni, molte volte sono “spesso invisibili”, in verità si fanno vedere rare volte, tanto cosa importa, c’è chi lavora per loro. Quando si fanno vedere è un teatrino, arrivano in fabbrica e tutto deve essere tirato a lucido. La fabbrica deve luccicare. Una presa per i fondelli. Sembra la visita a una caserma.

Questo “padrone invisibile”, quando non viene, manda gli amministratori delegati. Viene il voltastomaco, noi sgobbiamo e loro prendono un sacco di soldi.

Esiste una piramide di responsabili, dal direttore di fabbrica, ai Repo, ai Gestori Operativi, fino all’ultimo capetto che ne fa le veci, compresi i vigilanti, che nella sua trasmissione non si sono visti, e che fanno rispettare la legge del padrone e che come sentinelle o meglio secondini fanno sì che tutto proceda come stabilito. Noi siamo sotto e manteniamo col nostro lavoro tutti quanti!

E come lei ha detto dobbiamo “cambiare natura”, forse al padrone non basta neanche più avere lo schiavo, vuole il “servo”.

La mattina si chiama col telefono o con un sms “il servo” e dopo un’ora questi deve essere in fabbrica. E se non serve, scusi il gioco di parole, può rimanere a casa. Tanto adesso basta una telefonata. Appena la produzione si riduce viene buttato sul lastrico e licenziato. In tante fabbriche dell’indotto è già così. Contratti interinali, contratti a un mese, a quindici giorni, a una settimana, tutto a scadenza come lo yogurt, è tutto così precario.

Con le continue e rinnovate organizzazioni di lavoro, i pezzi saranno anche più comodi metterli e montarli, come ha fatto credere il padrone a lei, ma la produzione è aumentata, i tempi sono sempre più ridotti, e incollati alla linea bisogna rimanere.

Anche le pause hanno ridotto. Se lavori senza lamentarti per i tempi sempre più esigui, magari prendendo antinfiammatori e antidolorifici a 50 anni, in quel caso tutta la piramide di controllo non avrà da ridire e non sarà solo il padrone ad apparire gentile.

Hanno reso le postazioni di lavoro più comode, a detta loro ma, a fronte di operazioni semplificate, ci hanno aumentato a dismisura i ritmi e nessuno che non sia operaio può immaginare cosa significhi ripetere in continuazione, migliaia di volte in un giorno, sempre le stesse semplici operazioni, senza avere neanche la possibilità di andare in bagno al di fuori delle pause ridotte che ci sono concesse. Anche la mensa è stata messa a fine turno. Lavoriamo praticamente ininterrottamente senza avere il tempo di riposarci.

La fabbrica, lei saprà signor Lerner, è lo specchio della società e, come nella società, ci sono posti di lavoro più comodi e leggeri, ci sono quelli pesanti e che ti consumano prima.

Ci sono geometri, ingegneri e architetti, poi carpentieri, muratori e manovali, ovviamente gli ultimi più consumati e meno pagati.

C’è il funzionario del comune, fino all’ultimo impiegato, poi chi pulisce i bagni e chi lava a terra. Inutile dire che la differenza si può ben vedere, anche sui soldi che si prendono a fine mese.

Così è anche la fabbrica, l’abbiamo descritta prima, ci sono impiegati, lavoratori e operai. Gli operai sono quelli più sfruttati, sottopagati e consumati.

In fabbrica ovviamente si debbono fare i conti anche con l’opportunismo operaio, non solo con quello strato di aristocrazia operaia che milita nel sindacato. Operai che tentano, tramite il sindacato filo-padronale, di avere un posticino più leggero.

Lei è andato ad intervistare proprio due lavoratori con la tessera del sindacato Fismic, e conosciamo tanti come loro che, grazie a quella tessera in tasca, pensano di ottenere una postazione di lavoro più leggera e tranquilla. Uno dei due sembrerebbe, dalla sua pagina Facebook, anche simpatizzante di Salvini, certo non c’entra niente con la fabbrica ma qualcosa vorrà pur dire…

Vedrà che, se non l’avevano ottenuto prima un posticino tranquillo, con quei sorrisini e occhiolini al padrone otterranno a breve quel posto dopo aver fatto apparire la fabbrica quasi come un paradiso.

D’altronde molti pensano di farsi gli affari propri, esattamente come quando ci fu la famosa marcia dei 40mila, che poi così tanti non erano, in cui in tanti pensarono che stare sotto l’ascella del padrone li avrebbe beneficiati.

Basterebbe andare a chiedere a tanti di loro che fine hanno fatto. Interessante e istruttiva è quella intervista fatta a una lavoratrice che fece parte di quella famosa marcia https://www.youtube.com/watch?v=UAJmJLgzK8k . Quanti lavoratori pensarono di farsi gli affari propri in quell’occasione e adesso hanno figli e nipoti che sono precari, sottopagati e disoccupati.

Magari nelle prossime trasmissioni, visto che ne sono rimaste ancora parecchie e che siamo ancora alla prima puntata, faccia un salto alla Fiat di Pomigliano, presso il reparto-confino di Nola, dove gli operai che sono stati reintegrati dai giudici ancora non hanno varcato i cancelli della fabbrica perché la legge del padrone va oltre le sentenze dei giudici.

Magari faccia un salto anche a Melfi dove migliaia di operai vengono posti in cassa integrazione, fra cui quelli che hanno problemi di salute a causa dei ritmi di lavoro forsennati, mentre altri più giovani e freschi sono comandati a bacchetta e utilizzati quotidianamente.

Chieda dove si trova l’ex-Itca, dove sono stati deportati operai che non si assoggettavano e che non giravano la testa dall’altra parte quando la Fiat cercava di aumentare i ritmi di lavoro, subendo migliaia di provvedimenti disciplinari.

Se le resta tempo vada anche dagli operai dell’Innse di Milano, quelli della ex-Innocenti che sono da oltre un mese fuori ai cancelli a protestare contro licenziamenti e repressione.

Trovare difensori inaspettati, come ha detto lei nella figura del Papa, serve a poco o niente di fronte alla sete di profitti che i padroni hanno sempre di più. Magari potesse liberarci della nostra condizione di schiavi salariati chi predica da posti comodi e tranquilli!

I padroni hanno dimostrato che il loro sistema non va bene, se ne fregano delle prediche.

Da un lato miliardi di sfruttati, di donne e uomini che non riescono a sopravvivere, dall’altro lato uno strato di privilegiati. Sto parlando dei tempi di oggi e della condizione degli operai di oggi, non quella scritta e analizzata da Marx più di cento anni fa. O forse la situazione è la stessa e il problema della nostra liberazione dal lavoro sotto padrone si pone ancora?

A mai più (Fiat)

da Democrazia Atea 18 Giugno 2014 dc:

A mai più

Abbiamo pagato l’incapacità della Fiat per oltre trenta anni e ora che sono terminati gli aiuti di Stato il manager dei manager pensa bene di traslocare.

Ci lasciano la ricchezza di un vocabolario coniato per dare assistenza ad una famiglia di imprenditori incapaci: cassa integrazione, prepensionamenti, rottamazioni, indennità di mobilità, incentivi per investimenti nel Mezzogiorno.

Qualche sindacato ha calcolato in circa 220.000 miliardi di vecchie lire gli aiuti di Stato erogati negli ultimi trenta anni, e circa 220.000 sono stati i lavoratori licenziati nello stesso periodo.

Singolare che per ogni miliardo speso ci sia stato un lavoratore licenziato.

Nessun Governo si è mai sottratto quando la Fiat ha chiesto di essere sostenuta.

Chissà quante grasse risate in quei Consigli di Amministrazione per i cedimenti della classe politica di fronte alle loro esose richieste sempre puntualmente accolte.

E ciò nonostante hanno sfrontatamente trasferito le produzioni all’estero permettendosi il lusso di erodere le tutele dei lavoratori rimasti.

La sede assistenziale in Italia ha smesso di essere appetibile, e dunque la Fiat trasferisce la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito.

L’uscita di scena di certa imprenditoria assistita dal contesto industriale italiano potrà costituire una opportunità solo se ciascuno di loro si munirà di un biglietto di sola andata.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia. 28 gennaio 2014 dc

Quanto costa la Fiat al Pd

da Il Fatto Quotidiano di martedì 25 gennaio 2011 dc

Quanto costa la Fiat al Pd

di Alberto Burgio

Sul referendum di Marchionne si possono dire molte cose. Il diktat del Lingotto è anticostituzionale perché conculca il diritto di sciopero, il diritto a una retribuzione equa e sufficiente, quello al riposo settimanale nonché il diritto delle lavoratrici a tempi di lavoro compatibili con le esigenze della famiglia. Si scrive la parola fine alla contrattazione e al sindacato autonomo dall’impresa. Quanto a democrazia, è stato un bel giochetto chiamare gli impiegati e i capi (che il cosiddetto accordo di Mirafiori non penalizza) a decidere per gli operai. Qui però interessa un’altra questione: che cosa   può avere indotto il Pd (che dovrebbe cercare il proprio consenso tra chi vive di salario e di stipendio) a sostenere le scelte di Marchionne?

VENT’ANNI fa i gruppi dirigenti post-comunisti abbandonarono l’idea (allora maggioritaria nel movimento operaio) che la società si riproduca in forza del conflitto tra il capitale e il lavoro. E fecero propria la cultura concertativa, propria della tradizione cattolica. Con ogni probabilità ciò avvenne perché tra il 1989 e il 1991 la lotta della classe operaia parve subire una sconfitta tombale. La rivoluzione neo-liberista di Reagan e Thatcher era riuscita a consacrare la tesi secondo cui non c’è niente di   più moderno che fare della società un ridotto del mercato. Ebbe quindi la meglio quell’“ansia di non perdere il treno della Storia” che Arendt scorge alla base del conformismo e della rinuncia a giudicare criticamente. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ci si dovrebbe finalmente domandare se le “innovazioni” introdotte (le privatizzazioni   , la precarietà del lavoro, la fine dell’intervento pubblico) abbiano prodotto i risultati attesi. Chiedersi se il lavoro dipendente stia meglio o peggio in termini di retribuzioni, tutele e prospettive di vita.

Chiedersi in particolare in che misura i lavoratori italiani si siano giovati della polarizzazione sociale per cui – restando al Lingotto – Marchionne guadagna quanto 450 operai e uno stipendio venti volte superiore a quello dell’ingegner Valletta. Perché ce lo si deve chiedere? Perché serve a chiarirsi le idee intorno all’altro motivo che può aver spinto i dirigenti del Pd (salvo rarissime eccezioni) tra le braccia dell’Ad della Fiat. È possibile   che abbandonare l’idea e la pratica del conflitto di lavoro sia parso conveniente per conquistare il governo del Paese, un traguardo sempre sfuggito al Pci a dispetto delle sue ragguardevoli dimensioni. Ma se non da Palazzo Chigi, il Pci governava comunque dall’opposizione. Lo Statuto dei lavoratori è un simbolo di questa influenza, riconosciuta anche da chi parla criticamente di “consociativismo”.

Al contrario, negli ultimi quindici anni il centrosinistra ha guidato il Paese per due legislature su quattro, ma che prezzo ha imposto al Paese la rinuncia alla difesa intransigente del lavoro dipendente? E che consistenza ha il consenso ottenuto dal Pd e dai partiti che gli hanno dato vita?   Ancora nel 1987 il Pci valeva da solo il 26,6 per cento dei voti, più di quanto prenderebbe oggi il Pd. Il quale, nato appena tre anni fa dalle ceneri dei due maggiori partiti della Prima Repubblica, ha già perso circa un terzo della propria forza elettorale, a vantaggio di una destra sempre più forte e aggressiva. Non è improbabile che questa inarrestabile emorragia di consensi abbia qualcosa a che vedere con l’“equidistanza” dal lavoro e dall’impresa praticata dal gruppo dirigente democratico (oltre che con la comprovata propensione a non disturbare lo specialista in bunga-bunga).

CHI VUOLE davvero che il Paese cambi rotta dovrebbe meditare sulle due lezioni di Mirafiori. La prima ricorda che le tute blu esistono ancora, con buona pace dei teorici del post-industriale che ci affliggono da trent’anni. La seconda lezione riguarda il valore simbolico delle lotte operaie. Se è vero che in esse risuonano la rabbia e la frustrazione di tutto il mondo del lavoro, non basta deprecare la scelta del Pd di schierarsi dalla parte della Fiat. Bisogna porvi rimedio, fornendo alle lotte del lavoro   il sostegno politico che oggi ancora manca. I lavoratori di questo Paese devono poter contare su un efficace scudo politico quando i diritti e la loro stessa dignità sono sotto attacco.

Cacciamo il governo Berlusconi e rilanciamo la lotta di classe

In e-mail il 7 Dicembre 2010 dc:

Cacciamo il governo Berlusconi e rilanciamo la lotta di classe

CAMPAGNA DI ADESIONE E SOTTOSCRIZIONE 2011

” L’obbligo alla rivolta, il diritto alla sommossa, ridivengono imperativi di valore civile in questi regimi totalitari..” Di I. Ramonet

L’adesione e la sottoscrizione a ” SU LA TESTA l’altra Lombardia” costituisce un atto minimo che sta ad indicare la propria disponibilità ad impegnarsi nella resistenza e nella controffensiva nei confronti dell’attuale sistema economico, politico e sociale del nostro paese e non solo. Con il governo della banda Berlusconi, l’Italia si connota sempre di più come un sistema autoritario, repressivo e con evidenti caratteristiche di regime corrotto e totalitario, alleato all’imperialismo USA che in questi anni ha prodotto guerre, distruzioni, violenze e morti in tutto il mondo, dall’Iraq all’Afganistan, dalla Colombia alla Palestina ecc.

Noi, coscienti dei nostri limiti e delle nostre dimensioni organizzative, vogliamo contribuire a mantenere vivo uno spiraglio di speranza nella lotta per la costruzione di un mondo diverso, liberato dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla violenza dei rapporti sociali e di produzione capitalistici.

Noi, proseguendo l’esperienza di questi 10 anni, intendiamo continuare a lavorare con metodo sia a livello pratico che su quello teorico, sia sul piano nazionale e internazionale che su quello locale, mantenendo una rigorosa indipendenza politica, culturale ed organizzativa.

Quest’anno il nostro impegno è stato caratterizzato dal sostegno alla lotta di tutti i lavoratori contro il peggioramento delle condizioni lavorative e per il rilancio delle rivendicazioni salariali e contro l’organizzazione del lavoro capitalistica, che è sempre più disumana e alienante (vedi Pomigliano e Torino- Mirafiori ). Abbiamo inoltre contribuito ad organizzare, sostenere ed estendere il movimento degli studenti contro il disegno di legge Gelmini e il governo Berlusconi, a partire dal collettivo SU LA TESTA di Bologna, che aderisce alla nostra Associazione.

Abbiamo inoltre svolto un ruolo importante nella lotta vincente contro la realizzazione di una megadiscarica di amianto in provincia di Cremona (Cappella Cantone), contribuendo alla fondazione di “Cittadini contro l’amianto”, l’organismo in prima linea nella battaglia contro le megadiscariche di amianto in Lombardia e non solo.

A livello internazionale, dopo un viaggio in alcuni stati dell’America del sud, abbiamo realizzato dei documentari sulla situazione politica in Bolivia e Venezuela. A questo proposito stiamo montando un filmato sulla organizzazione delle milizie popolari in Venezuela e sulla specificità della costruzione del socialismo in questo paese. Il documento contiene, fra l’altro, un articolato intervento del Presidente Chavez in occasione dell’anniversario del tentato golpe reazionario del 2002 e mai diffuso nel nostro Paese.

 

IL FILMATO SARA’ PRONTO A PRIMAVERA DEL 2011 e potrà essere richiesto alla nostra associazione.

L’ADESIONE è di 20 euro all’anno. Il SOSTEGNO STRAORDINARIO per l’associazione è di 50 euro che darà diritto all’invio gratuito del materiale da noi prodotto, compresi gli atti dei seminari e convegni da noi organizzati.

Per tesserarti puoi contattarci telefonicamente o scrivere alla nostra mail.

Per sostenerci e sottoscrivere puoi fare un versamento sul conto corrente postale n. 57426959 intestato a Francesca Rodella.

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Dicembre 2010

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