E se guadagnarsi la vita significasse perderla?


In e-mail da Dino Erba l’11 Aprile 2017 dc. Per l’estrema importanza del suo contenuto pubblico l’articolo anche sul mio sito http://www.jadawin.info/ alla pagina “Politica e Società-14.2017 dc”

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016

Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.

Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell’esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch’io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più “potere d’acquisto” significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l’Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un’invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all’operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all’operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l’allungamento della giornata lavorativa e con l’abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne L’Ideologia tedesca):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato… devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di “Nuit Debout”? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l’epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo…)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo blog e una del mio sito!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell’8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.

Aline

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell’apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell’era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest’ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell’orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l’auto-organizzazione e l’auto-determinazione sono l’esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell’organizzare per conto nostro i rapporti sociali – senza l’intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle “teste di ponte” per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c’è tutto un mondo da guadagnare.

Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest’ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per “politica”: per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.

Jàdawin di Atheia

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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