Comunicati, Politica e Società

No ad un nuova impresa di Libia!

dal Partito Comunista dei Lavoratori 16 Marzo 2016 dc:

No ad un nuova impresa di Libia!

È ora di dire basta alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Rullano i tamburi di una nuova impresa di Libia.

Il governo Renzi reclama la guida della missione internazionale.

L’Italia si appresta a tornare nella sua vecchia colonia, dove già inaugurò campi di concentramento e gas asfissianti contro la resistenza berbera al prezzo di 100.000 morti.

Dicono che l’obiettivo centrale dell’intervento è sconfiggere ISIS.

Mentono. L’obiettivo vero è la spartizione della Libia. È il controllo dei suoi giacimenti petroliferi, dentro una lotta spietata tra Francia e Italia, fra Total ed ENI.

Il capitalismo francese ha giocato di anticipo mandando truppe a Bengasi a sostegno del generale Haftar, per mettere le mani sui giacimenti petroliferi della Cirenaica. Tutta la stampa italiana chiede a Renzi di intervenire per non farsi scavalcare dai francesi e difendere gli interessi dell’ENI. Renzi teme di perdere voti infilandosi in una avventura. Ma non vuole perdere la faccia agli occhi di quel grande capitale tricolore che si è candidato a rappresentare in Italia e nel mondo. Per questo si è assicurato, per decreto (10 febbraio), il controllo diretto delle truppe speciali tramite i servizi segreti: un decreto che assegna loro, testualmente, “licenza di uccidere e impunità per i reati”.

Il governo Renzi taglia i fondi della sanità, minaccia le pensioni di reversibilità, abbatte i trasferimenti pubblici ai comuni e ai servizi, regala ai padroni continui tagli di tasse. Ma trova i soldi per prolungare la missione militare in Afghanistan, per mandare altri 500 soldati in Iraq, e ora per “la licenza di uccidere” in Libia. La chiamano “guerra al terrorismo”. Ma dopo vent’anni di cosiddette “guerre al terrorismo”, proprio il peggiore terrorismo fondamentalista conosce uno spaventoso sviluppo, con gravi conseguenze sulla sicurezza stessa di persone innocenti nelle città europee. “Le loro guerre, i nostri morti”, questo il bilancio. Mentre la fuga disperata dalle guerre di enormi masse umane viene respinta in Europa da muri, ruspe, fili spinati, e da un’ondata di odiosa xenofobia, al prezzo di nuove morti e nuove sofferenze. In una spirale senza fine.

È ora di dire basta alla guerra, alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Per questo lotta il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico partito della sinistra italiana che non ha mai appoggiato missioni militari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Cronaca, Politica e Società

Siamo in guerra!

In e-mail il 5 Marzo 2016 dc:

Siamo in guerra!

Sì, siamo in guerra.

Solo Renzi e Mattarella fanno finta di niente mentre armano aerei, usano decine di basi militari e tengono vertici di guerra.
Invece sì, siamo in guerra, una guerra che da anni ormai attraversa il medio oriente, l’Europa orientale, i mari cinesi, che è arrivata a Parigi e Londra.

La guerra e l’uso della forza militare sono oggi il principale strumento di politica internazionale. Interessi vari e diversi, protagonisti globali e potenze locali cozzano tra sé e travolgono quelle regioni in una spirale di lutti e sofferenze immani: gli interessi in gioco sono quelli delle classi dirigenti, petrolio, gas, vendita di armi, tratta di esseri umani.

L’Italia è impegnata da anni sia in conflitti gestiti dalla NATO – a guida USA – sia nelle avventure geopolitiche promosse in seno all’UE.
Adesso si profila un ulteriore intervento militare, ancora più pesante, con un possibile intervento in Libia sotto guida italiana.
I mostri evocati da queste politiche imperialiste stanno portando gli incubi della guerra anche nei nostri Paesi.

Il protagonismo neocoloniale francese è sicuramente connesso con gli attacchi subiti a Parigi e le piccole smanie del governo italiano potrebbero evocare analoghi disastri nelle nostre città; i “nostri” lutti non sono più importanti di quelli altrui, ma è bene che l’opinione pubblica si risvegli e sappia che anche il nostro governo sta portandoci la guerra in casa.

Mentre si preparano altre guerre, si continuano a tagliare le spese sociali, la sanità, la scuola, i servizi di ogni tipo, ma non le spese militari.
Solo per il mantenimento della basi NATO in Italia occorrono 50 MILIONI AL GIORNO.
La legge di stabilità 2015 prevede per l’anno venturo quasi 18 miliardi di spese militari, di cui oltre 5 miliardi per l’acquisito di nuovi armamenti.

E questo accade in tutti i Paesi della Unione Europea, che è pienamente investita dall’arco di crisi che va dall’Ucraina alla Siria: in ben 31 Paesi europei si stima in media un aumento delle spese militari nel 2016 pari all’8,3 per cento rispetto al 2015.

Come oppositori a queste politiche di guerra crediamo sia necessario denunciare:

  • l’impoverimento che queste scelte di guerra causano alle classi subalterne,
  • le politiche di riarmo sono anche di concentrazione di ricchezza e di smantellamento dei residui di welfare,
  • la militarizzazione della vita e dei territori,
  • la presenza di ordigni nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano,
  • le armi atomiche sono presenti in Medio Oriente: Israele, Pakistan e Arabia Saudita le possiedono e quest’ultima ne minaccia l’uso, in una situazione di pericolosa estensione dei conflitti,
  • che l’esodo enorme verso l’Europa di tanti profughi è figlio diretto delle scelte politiche di guerra,
  • che l’emergenza, la paura, il caos sono strumenti per demolire anche quel poco che resta di una falsa democrazia liberale; un autoritarismo sempre più pervasivo sta diventando la norma in ogni luogo,
  • che esistono forme di resistenza e autogoverno che possono indicare una via per uscire dal disastro globale: dalle sinistre popolari arabe e palestinesi agli esempi del movimento curdo legato al PKK

12 Marzo manifestazione a Camp Darby (Pisa)

Assemblea Fiorentina contro la Guerra e la NATO

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Hanno ucciso Intissar

da Democrazia Atea il 24 Febbraio 2015 dc (pubblicato anche su mio sito Jàdawin di Atheia alla pagina Politica e Società-12 2015 dc):

Hanno ucciso Intissar

È stata uccisa a Tripoli Intissar Al Hassari.

Le hanno sparato perché era una attivista e faceva parte del movimento “Donne libiche per l’illuminismo”.

Chiedeva il disarmo delle milizie e accusava apertamente i miliziani dell’ISIS delle brutalità commesse in nome del fondamentalismo religioso.

Aveva aperto una biblioteca-bar tenuta da una cooperativa femminile, nel centro di Tripoli e su Facebook invitava la gente a donare libri nella convinzione che la cultura può vincere sulla violenza.

Ha pagato con la vita il suo impegno per la libertà nel suo Paese.

Democrazia Atea esprime il proprio cordoglio per la sua morte.

A mai più.

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea

Politica e Società

Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

In e-mail il 26 Aprile 2011 dc:

Considerazioni inattuali n.27

26/4/2011

Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

di Lucio Manisco

Doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Berlusconi: quindi l’Italia bombarda l’ex colonia. Entente cordiale tra un Sarkozy “voyou” e “une bande italienne de cons et de casse-couilles” sul cambio di regime in Libia che va bene al di là del mandato ONU e pertanto viola l’art.11 della Costituzione.

Non bombarderemo mai la Libia… non ho telefonato a Gheddafi per non disturbarlo… i nostri aerei si limiteranno a identificare l’ubicazione degli impianti radar, ma quelli li spengono, e poi faranno solo voli di addestramento… abbiamo posto a disposizione della NATO più di sette basi aeree e la nostra marina…

Era metà marzo: cinque settimane dopo, un ruvido incontro tra il segretario USA alla difesa Gates e quello italiano La Russa che fa lo gnorri e induce il presidente Obama a richiamare telefonicamente all’ordine il capo del governo a Roma. Et voilà: doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Silvio Berlusconi che dà il via ai bombardamenti italiani della Libia; venticinque tornado IDS, AMX e AV-88-plus che lanceranno non bombe a grappolo ma razzi “precisi, precisissimi” contro mezzi e basi missilistiche fuori dai centri urbani per non colpire ma proteggere le vite dei civili, in applicazione, all’insegna di una maggiore flessibilità, della risoluzione 1975 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il giorno dopo l’intesa sottaciuta con il presidente francese Sarkozy (e con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) sulla necessità di un cambiamento di regime a Tripoli da perseguire con ogni mezzo dalle più grandi potenze militari dell’occidente, qualcosa che va bene al di là della risoluzione ONU e checche’ ne dica il nostro presidente della repubblica viola platealmente l’art.11 della Costituzione.

La nuova entente cordiale tra Sarkozy “voyou” (canaglia) e il capo di una “bande italienne de cons et de casse-couilles” (una banda italiana di idioti e di rompicoglioni – definizioni de “Le canard  enchaîné”) viene celebrata in una conferenza stampa che a parte un più che meritato calamento di brache del nostro governo in materia di immigrati registra livelli di ipocrisia, ad uso e consumo delle rispettive politiche interne, raramente raggiunti dalla diplomazia internazionale. Sarkò modula le sue battute per arginare le brecce aperte nel suo elettorato dalla signora Le Pen e Berlusconi fa altrettanto per blandire la Lega insorta contro i bombardamenti: non gli basta il soccorso ex-rosso del PD pronto a votare a favore dei bombardamenti stessi, ma esclude in termini categorici la necessità di sottoporre la questione all’approvazione parlamentare.

Nel centenario dell’impresa coloniale in Libia riprenderemo così a bombardarla. L’Italia registra in questo settore un sinistro primato: siamo stati i primi nel mondo ad effettuare lanci di esplosivi dal cielo. Nel settembre del 1911 il pilota Giulio Gavotti a bordo di un monoplano Taube innescò e lanciò quattro granate contro i militari turchi nei pressi di Tripoli. I bombardamenti aerei divennero sempre più intensi e “sofisticati” con il passare degli anni, ad esempio con il lancio di quintali di gas asfissianti all’iprite sulle tribù libiche non ancora chiuse nei campi di concentramento e di sterminio.

Ora sono in molti ad augurarsi che i nostri piloti, grazie allo “addestramento” degli ultimi trentacinque giorni non incorrano negli stessi errori del pilota Giammarco Bellini e del capitano Maurizio Coccolone il cui Tornado venne abbattuto dalla contraerea irachena il 18 gennaio 1991 durante la prima guerra del Golfo: se la cavarono con il paracadute e vennero malmenati dalle truppe di Saddam per poi venire rilasciati alla fine del conflitto.

La guerra umanitaria che secondo le sballate previsioni dei Sarkò, Obama e Cameron avrebbe dovuto concludersi in sette o dieci giorni, sta assumendo gli aspetti di un conflitto tutt’altro che umanitario, di lunga durata e dall’esito incerto. “Momento critico in Libia” è il titolo di copertina dell’Economist di questa settimana che raffigura i tre leaders su tre cammelli nelle uniformi del deserto e della Legione straniera. “Lo sdegno che unificò il mondo per la minacciata macelleria a Bengasi – scrive il settimanale – si sta spegnendo mentre i diversi interessi della coalizione stanno riemergendo”. Un’analisi pessimista che non si spinge fino a una condivisione delle tesi degli “anti-interventisti” che peraltro vengono citate e documentate: il pericolo che truppe occidentali affondino in un pantano simile a quelli afgano e iracheno (c’è già un centinaio di “consiglieri e addestratori militari” francesi, inglesi, italiani e statunitensi a Bengasi e dintorni), le dubbie e variegate motivazioni degli insorti che includono alcuni “jihadisti” tra i quali Hamuda bin Qumu già detenuto a Guantanamo come sospetto dirigente di Al Quaeda, lo spirito combattivo delle tribù fedeli a Gheddafi che sarà anche un clown cruento e feroce e non può certo essere paragonato al Leone del deserto Omar Mukhtar catturato e impiccato dagli italiani nel 1935, ma che sta dimostrando una fierezza e un coraggio mai prima riconosciutigli dai suoi denigratori. Né va dimenticato che quattro delle sue brigate si battono bene in quanto addestrate in terra d’America dai marines di Camp Lejeune nella Carolina del Nord. Altre considerazioni sui due pesi e due misure nei comportamenti del terzetto Sarlozy-Obama-Cameron non vengono menzionate dall’Economist: perché al regime change perseguito in Libia non corrisponde alcun pronunciamento critico sull’Arabia Saudita che interviene militarmente nel Bahrein per sopprimere la rivolta del suo popolo? Perché ingabbiare altre rivolte nello Yemen, in Marocco e prima ancora in Tunisia e in Egitto con le cosiddette formule delle transizioni gestite da despoti sostenuti e finanziati dagli Stati Uniti? Perché alle critiche sia pure aspre rivolte a Assad Bashar nessuna ritorsione diplomatica o economica è stata adottata contro il Governo di Damasco che impiega i carri armati contro i dimostranti che vogliono democrazia e diritti civili?

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.com

N.B. Non divulghiamo i presunti verbali degli scambi tra “Ignacio La Rusa” e Robert Gates per il tramite inusuale impiegato, per la fonte più che sospetta e per il linguaggio da carrettiere attribuito al Segretario della Difesa Statunitense. Es: “What the f… is your government doing with Libya?”.

Politica e Società

La guerra “umanitaria”

In e-mail il 26 Marzo 2011 dc:

La guerra “umanitaria”

di Lucio Garofalo

L’idea di una “guerra umanitaria” o “guerra per la pace”, come quella che viene propagandata dai mass-media in questi giorni, costituisce un orrendo ossimoro concettuale che tuttavia riesce a riscuotere ampi consensi e simpatie presso l’opinione pubblica mondiale. I concetti di guerra e pace sono un’evidente contraddizione terminologica che nessuno può negare.

Anche in passato si ricorreva ad ossimori concettuali per giustificare le guerre come, ad esempio, le “guerre sante” (si pensi solo alle crociate in Palestina). Oggi le “guerre umanitarie” o “guerre per la pace” sono il più sofisticato e, nel contempo, controverso stratagemma lessicale e ideologico inventato dall’imperialismo per ripararsi dietro un volto più ‘umano’ e più accettabile, perché abilmente camuffato, per coprire i crimini commessi in nome di un ideale assolutamente ipocrita.

Che la causa “nobile” consista poi nella fede religiosa, nella democrazia o nella libertà, nella pace o nell’umanitarismo, è irrilevante in quanto l’intervento bellico è in ogni caso brutale e sanguinoso, ma soprattutto l’ipocrisia che si traveste sotto il falso ideale è la stessa, nella misura in cui gli interessi sono ignobili e disonesti, riconducibili facilmente agli affari delle potenze occidentali che mirano ad impossessarsi delle ricchezze altrui. Quindi, anche questa è un’altra (l’ennesima) guerra compiuta in nome della voracità consumistica dell’occidente.

Non è banalmente una questione di pacifismo. La storia dimostra che le guerre non costituiscono la giusta soluzione per questo tipo di problemi, non sono uno strumento utile per salvaguardare i diritti umani, nella misura in cui le guerre non risolvono i problemi ma rischiano di aggravarli e moltiplicarli.

Infatti, il principale pericolo che si corre è di incendiare l’intero fronte dei Paesi arabi, incentivando e fomentando le spinte oltranziste ed islamico-integraliste che, almeno finora, erano parse inesistenti o comunque marginali nelle rivolte sociali del Maghreb, causando una pericolosa escalation militare in Medio Oriente, che è una polveriera ad alto rischio di esplosione.

Sgombrando il campo  da ogni ipocrisia bisognerebbe porsi almeno un paio di interrogativi. Anzitutto, perché la risoluzione dell’Onu n. 1973 non viene applicata in tutte le circostanze in cui i diritti umani sono violati? Perché si interviene militarmente in Libia ma non si interviene per bloccare, ad esempio, la repressione delle rivolte in Bahrein, nello Yemen e negli altri Paesi della penisola arabica e del Golfo persico, oppure non si è intervenuto quando Israele commetteva atti di violenza contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza?

Oltretutto non si può fingere di non sapere che Gheddafi è stato fino ad ieri il principale alleato degli interessi occidentali e un ottimo socio in affari del governo Berlusconi e di altre cancellerie europee, in quanto è più facile e conveniente stringere patti scellerati e stipulare intese poco pulite con i regimi tirannici e dittatoriali piuttosto che con governi democratici.

Detto ciò, non bisogna sottovalutare le ragioni riconducibili al controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è uno dei principali produttori, né si può dimenticare, o fingere di non sapere che la Libia del colonnello Gheddafi costituisce da sempre un acquirente importante di armamenti occidentali, in particolare italiani. Ricordiamo che l’Italia risulta tra i primi cinque Paesi al mondo nell’esportazione di armi da guerra. Non a caso la resistenza delle truppe libiche si sta rivelando più tenace del previsto anche perché le armi in dotazione all’esercito di Gheddafi sono tecnologicamente avanzate e soprattutto di fabbricazione italiana.

Sulla base del ragionamento esposto, si può asserire che l’intervento bellico in Libia non abbia nulla a che spartire con esigenze di natura “umanitaria” o “pacifista”, né con altre motivazioni più “nobili”, ma c’entra solo il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza di un sistema economico scellerato, sprovvisto di umanità e di un minimo di razionalità, mosso da una logica ferrea basata sulle leggi perverse e disumane del business economico.

Resta un’amara constatazione circa il senso racchiuso nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Ad esempio l’articolo 11, benché sulla carta sia inviolabile, è stato tradito e vilipeso talmente tante volte da essere diventato lettera morta.