Comunicati, Politica e Società

La legittima difesa di Salvini

In e-mail il 7 Marzo 2019 dc:

La legittima difesa di Salvini

Contro la “legittima” difesa (dei padroni) di Salvini, rivendichiamo la legittima difesa dei lavoratori contro governo e padroni

 

Il Ministro degli Interni celebra la nuova legge sulla legittima difesa. Peggio dell’art.52 del codice penale Rocco-Mussolini del 1930. Quello riconosceva formalmente il principio della proporzionalità tra offesa e difesa, la nuova legge invece la abroga: la difesa è sempre legittima. Non è passata la proposta leghista di evitare persino l’indagine del magistrato. Ma il “sempre” serve a promettere l’assoluzione di chi spara e eventualmente uccide.

Colpisce lo scarto tra realtà ed effetto propagandistico della legge. Nella realtà i casi di legittima difesa sono pochissimi. Appena 2 nel 2016. Normalmente i relativi processi si chiudono con l’archiviazione da parte del magistrato. Dov’è dunque la strombazzata emergenza delle persecuzioni giudiziarie contro “i cittadini che si difendono”? Il vero effetto dell’annuncio della legge è un altro: da un lato assicurare a Salvini un tornaconto elettorale, che è la sua vera preoccupazione, dall’altro legittimare preventivamente chi uccide a tutela della proprietà, anche chi uccide per vendetta.

Un’esagerazione polemica? No, ed è Salvini che lo conferma. Il Ministro degli Interni, con telecamera al seguito, ha abbracciato un certo Angelo Peveri, vittima di un furto di gasolio, che ha sparato a freddo al ladro rumeno dopo averlo pestato e fatto inginocchiare. Neppure i suoi difensori avevano invocato la legittima difesa, è Salvini che l’ha rivendicata. Il messaggio è inequivocabile. La giustizia privata, l’esecuzione sul posto, sono benedetti dal Ministero degli Interni, contro ogni principio elementare di civiltà giuridica.

La proprietà è più importante della vita: questo è il sottotesto della nuova legge. Il decreto sicurezza ha trasformato il blocco stradale e il blocco delle merci in reato penale, contro i diritti di lotta dei lavoratori e a tutela dei proprietari.

Sempre a tutela dei proprietari si muove la nuova legge. Se lavoratori in lotta irrompono negli uffici aziendali della proprietà, o occupano gli stabilimenti, i padroni e le loro guardie private si sentiranno legittimati a far fuoco, magari a causa del “grave turbamento”?

Di certo la nuova legge, e soprattutto il nuovo Ministro degli Interni, possono coprire e incoraggiare le pratiche più reazionarie, anche al di là dei termini formali del dispositivo approvato.

L’aggressione compiuta ieri contro i facchini in sciopero dell’azienda Zara a Roma, da parte di quindici vigilantes armati di pistole elettriche e tubi di ferro, prova che non si tratta di fantascienza. I lavoratori occupavano il magazzino per chiedere stipendi arretrati e applicazione del contratto. I vigilantes sono intervenuti a tutela della proprietà, e su suo mandato. La nuova legge sarà usata e abusata proprio a difesa di questi metodi.

Lo Stato borghese che sgombera con le ruspe gli accampamenti di cartone dei migranti di San Ferdinando gettandoli su una strada è lo stesso che tutela i proprietari che li sfruttano per 12 ore a 2 euro all’ora.

È lo stesso Stato che tutela degrado ed emarginazione delle periferie metropolitane, brodo di coltura di criminalità e delinquenza.

Strizzare l’occhio al fai da te della giustizia privata è solo l’altra faccia dell’ingiustizia pubblica. L’ingiustizia di una società basata sullo sfruttamento, che sacrifica tutto alla legge del profitto. L’ordine pubblico che lo Stato difende è solo l’ordine di questa legge.

Contro questa legge, contro questo ordine, rivendichiamo la difesa legittima di tutti i lavoratori e lavoratrici, nelle loro lotte di resistenza, nel loro diritto alla rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
Politica e Società, Storia

Il potere occulto della mafia e della massoneria

In e-mail il 6 Marzo 2011 dc:

Il potere occulto della mafia e della massoneria

di Lucio Garofalo

Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia: “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di “mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre “risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan famigliare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione  e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

Politica e Società

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

14 Febbraio 2010 dc:

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

Mi capita a volte di pensare a un paradosso universale, in quanto colpisce direttamente l’intera compagine umana. Mi riferisco ad un’assurda e insanabile contraddizione tra il crescente progresso tecnologico e scientifico avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere in condizioni decisamente migliori, e la realtà concreta che denota un sensibile peggioramento dello stato in cui versa gran parte dell’umanità, in particolare i produttori, cioè le classi lavoratrici salariate. Questa assurda incongruenza opprime anche i lavoratori che vivono nel mondo occidentale.

Ebbene, grazie alle più recenti e avanzate conquiste ottenute nel campo tecnico e scientifico, la nobile ed antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità dal bisogno di lavorare, inteso come prestazione di tempo alienato e mercificato, cioè sottoposto a condizioni di servitù e sfruttamento economico, è virtualmente realizzabile oggi di ieri.

Ciò significa che tale ipotesi sarebbe oggettivamente possibile e necessaria, ma nel contempo è impraticabile nel quadro dei rapporti giuridici ed economici vigenti, imperniati su leggi e strutture classiste insite nel modo di produzione capitalistico, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi ideologica e sistemica di portata globale.

Pertanto, l’idea dell’affrancamento dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si verificano durante il tempo di lavoro, potrebbe dirsi prossima alla sua attuazione. Tuttavia, una simile meta non si potrebbe conseguire senza una rottura rivoluzionaria compiuta a livello planetario nel quadro del dominio capitalistico tuttora vigente. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economica, che controlla e detiene l’alta borghesia industriale e finanziaria.

Così come gli antichi greci si occupavano liberamente e amabilmente di politica, filosofia, poesia e belle arti, godendo dei piaceri concessi dalla vita, essendo esonerati dal lavoro manuale svolto dagli schiavi, parimenti gli uomini e le donne del mondo odierno potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro assegnato alle macchine e condotto grazie ai processi di automazione ed informatizzazione della produzione dei beni di consumo.

Questo traguardo rivoluzionario è già raggiungibile, almeno in teoria, grazie alle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” fornite dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

Lucio Garofalo