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La mitologia bolscevica

Inoltrata in e-mail il 7 Agosto 2018 dc:

La mitologia bolscevica

LA MITOLOGIA BOLSCEVICA DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI

A PROPOSITO DI UN BUON LIBRO: CHRISTIAN SALMON, Il progetto Blumkin, Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 263. € 18.

Era un čekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka (p. 256).

NEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare.

In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che susci-tarono la rivoluzione e che essa, poi, suscitò, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato (Nota 1) ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici … l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.

GUERRA, FAME, STRAGI … ECLISSI DELLA RAGIONE

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest- Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti, dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche, crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apocalisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

Nota 1 Ne accenno in La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Ros- so, Milano, 2017, p. 7. Oltre a questo aspetto, nel libro affronto altre questioni, congruenti con le tematiche proposte da Salmon.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia mili- tare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingigantì, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bol- scevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.

ASSALTO AL CIELO E DISCESA AGLI INFERI

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zelez- njakov dichiarò:

«Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione» (Nota 2).

Nota 2 ETTORE CINNELLA, La Russia verso l’abisso. La storia della rivoluzione che sconvolse il mondo, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2017 (nuova edizione), p. 199.

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti co-me La scheggia. di Vladimir Zazubrin (Nota 3). Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzio- ne a un’affermazione di Salmon:

« […] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

Nota 3 VLADIMIR ZAZUBRIN, La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei, A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 1990. Scritto nel 1923, Lenin lo giudicò un «libro terribile». Nel 1992, è stato girato il film (Il cekista), con la regia di Aleksandr Rogozhkin. Argomento, le esecuzioni sommarie. La Lei del titolo è la rivoluzione. L’asettica descrizione degli orrori si inscrive nel medesimo filone letterario, sorto con la guerra, in cui rientra Nelle tempeste d’acciaio, di Ernst Jünger.

 

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Sal- mon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindi- cennio, o poco più, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.

ANGELI E DEMONI DI UNA TRAGICA MITOLOGIA

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzio- naria lo vide aderire al Partito socialista rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sini- stra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Čeka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Čeka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipò, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβρις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkúl’t ispirato da Alek- sandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato, furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fon-dati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanità, protese verso uno sviluppo senza limiti.

 

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, di cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente –, in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si do- vrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.

IL PATHOS DEL RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mi- stico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bul- gakov.

IN LUCE GLI INTELLETTUALI, IN OMBRA I PROLETARI

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben svi- luppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronštadt … nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una sto- riografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

DINO ERBA, MILANO, 3 agosto 2018.

Blumkin fu il primo bolscevico fucilato perché simpatizzante dell’opposizione. Non fu mai riabi- litato.

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Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

in e-mail il 22 Gennaio 2017 dc dal CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO

Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

– L’unico modo per far pagare la crisi a padroni banchieri parassiti è quello di spodestarli dal potere. Scatenare la guerra di classe. Battersi per la dittatura del proletariato.
Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

[Novantasei anni addietro], il 21 gennaio 1921 nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia (P.C.d’It.). Il P.C.d’It., alle cui origini noi ci rifacciamo, fu la prima organizzazione di classe dei lavoratori italiani che si propose la rivoluzione proletaria e che fece tremare la borghesia. Partendo dalla fondazione del P.C.d’It., al cui nome si richiamano tuttora i rimasugli delle vie nazionali al socialismo (elettoralisti, stalinisti, maoisti), ripercorriamo a grandi tappe il cammino percorso in quanto la strada già fatta getta luce sul presente e aiuta a capire la realtà e i compiti odierni del movimento comunista autentico.

1921-1926

Il P.C.d’It. nasce dalla scissione del Partito Socialista Italiano. La scissione avviene sui famosi 21 punti di Mosca, che dettano le condizioni per l’ingresso nell’Internazionale Comunista (I.C.), cioè nel partito mondiale della rivoluzione, e che delimitano in modo netto i rivoluzionari dai riformisti. Il P.C.d’It. si propone di guidare la classe operaia nella lotta contro la borghesia per la dittatura del proletariato sul piano interno e internazionale nella scia della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Esso fissa il programma in questi 10 punti e principii:

1) Nell’attuale regime sociale capitalista si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine alla antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra il proletariato e la borghesia dominante.

2) Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalistica.

3) Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4) L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il Partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.

5) La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

6) Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di stato borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze dello Stato sulla base produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

7) La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della Rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

8) La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

9) Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti della economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

10) Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutta l’attività della vita sociale eliminata la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

[Livorno 21 gennaio 1921]

Finché è diretto da Bordiga Repossi Fortichiari, e in quella fase anche da Grieco e Terracini, il P.C.d’It. mantiene ferma la linea rivoluzionaria classista. E tiene testa alla reazione liberale e al terrorismo fascista. Ma nel giugno del 1923, quando Bordiga e altri membri del Comitato Esecutivo (C.E.) vengono arrestati e reclusi nelle carceri fasciste, l’I.C., che cominciava a inclinare sulla scivolosa tattica del fronte unico e del governo operaio (governi socialdemocratici appoggiati dai comunisti), procede d’autorità alla sostituzione del C.E. Nell’agosto del 1924, dopo un biennio di lotte interne, l’I.C. sopprime definitivamente la prima direzione del P.C.d’It. e impone una direzione di centro-destra. Questa nuova direzione è composta da Gramsci Togliatti Scoccimarro Mersù Maffi. Ed è ligia alla politica del fronte democratico antifascista. Gramsci è l’artefice italiano della svolta. La nuova direzione propugna la linea coalizionista del governo operaio e contadino, linea esperimentata in modo fallimentare in altri paesi; e porta il giovane partito comunista a rimorchio delle frazioni democratiche della borghesia.

Al terzo Congresso del partito, che si svolge in clandestinità a Lione in Francia nel gennaio del 1926, il centro gramsciano elimina definitivamente la sinistra, trasforma in programma la nuova linea e rompe completamente col PCd’It. Bordiga potrà solo, per la sua carica, intervenire al sesto esecutivo allargato dell’I.C., ove ha solo la possibilità di denunciare la politica nazionalista di Stalin e i gravi rischi per l’Internazionale. Col congresso di Lione finisce, nella forma e nella sostanza, il P.C.d’It. E al suo posto si trovano due distinti e opposti movimenti: il Partito Comunista Italiano e la Sinistra Comunista. Il primo proiettato verso l’interclassismo e il trasformismo; il secondo ancorato al programma rivoluzionario. Con ciò si conclude la prima tappa del percorso comunista.

1927-1945

Nel 1926 a Mosca il centro staliniano si impadronisce definitivamente del partito e dei posti di comando dello Stato dei Soviet (URSS), mettendo a tacere la sinistra. Esso rompe col leninismo. Ammaina la bandiera della rivoluzione internazionale ed inalbera quella riformista e impossibile del socialismo in un solo paese. Negli anni che seguono, per scroccare lavoro gratuito agli operai russi nonché l’appoggio operaio internazionale, Mosca contrabbanda l’industrializzazione del paese come edificazione del socialismo. Ed avvia lo sterminio dei rivoluzionari, degli artefici della rivoluzione d’ottobre e degli infaticabili combattenti comunisti, che avevano fatto tremare il mondo capitalista e acceso la fiducia nel passaggio al comunismo. La Sinistra Comunista resiste alla repressione fascista e allo stalinismo. I nuclei, sfuggiti al fascismo, sono molto attivi all’estero (Francia e Belgio) ove cercano di tenere i legami e di portare il loro contributo pratico teorico (guerra civile in Spagna). Con l’arresto di Gramsci (fine 1926) il PCI passa nelle mani di Togliatti, che coopera alla calunnia e allo sterminio dei rivoluzionari. Nel 1936 egli propone a Mussolini un patto di pacificazione nazionale.

Nell’agosto del 1939 il nazismo occupa la Polonia e scatena la seconda guerra mondiale. È la prosecuzione, a scala allargata, della prima guerra imperialistica. E, come questa, è guerra di rapina e di ripartizione del mondo. I gruppi della Sinistra Comunista denunciano la natura imperialistica del conflitto e dei belligeranti: dell’asse nazi-fascista (Italia – Germania – Giappone) e della coalizione democratica (Francia – Inghilterra – USA – Russia). Il Pci si schiera a sostegno della coalizione. Nel 1943 i gruppi della Sinistra Comunista danno vita al Partito Comunista Internazionalista, di cui il nostro raggruppamento è una derivazione, allo scopo di riproporre il programma di Livorno e organizzare la classe operaia contro i due schieramenti di guerra. Il Pci si allea con la monarchia (svolta di Salerno), promuove la resistenza partigiana contro i fasci-nazisti a favore degli anglo-franco-americani-russi; accetta la spartizione dell’Europa tra USA e Russia; si subordina al modello occidentale.

Su questi eventi si conclude la seconda tappa del percorso comunista; che segna, da una parte, il rilancio del programma del 1921; dall’altra, la trasformazione compiuta del Pci in un partito democratico-borghese.

1946-1980

Nel quadro della divisione del mondo e dell’Europa, stabilita dalle potenze vincitrici a Yalta e Postdam, la sconfitta borghesia italiana avvia la ricostruzione post-bellica subalterna del sistema. La ricostruzione capitalistica, presentata da Dc e Pci come sviluppo dell’Italia libera e democratica, si svolge sui sacrifici dei proletari e dei contadini e sulla repressione poliziesca delle lotte operaie e bracciantili. Togliatti, ministro di grazia e giustizia, lascia in galera i rivoluzionari e gli anarchici e libera invece i fascisti.

Negli anni cinquanta e sessanta Stati Uniti e Russia consolidano il loro condominio sull’Europa; mentre si confrontano in Asia Africa America Latina ove, intervenendo quali gendarmi, cercano di prendere il posto delle ex potenze colonialiste (Inghilterra, Francia, Belgio, Portogallo). L’economia italiana si inserisce nell’ascesa occidentale e raggiunge, unitamente al Giappone e alla Germania, i livelli più alti di sviluppo industriale. Il movimento internazionalista, e in particolare Rivoluzione Comunista che si forma nel 1964, articola il programma rivoluzionario lavorando all’organizzazione autonoma del proletariato sul piano professionale e politico. Il Pci di Togliatti poi di Longo e di Berlinguer si integra sempre più strettamente allo sviluppo monopolistico italiano in nome della via nazionale, democratica al socialismo e assume compiti d’ordine sempre più repressivi.

Negli anni settanta, che chiudono il periodo di espansione post-bellica con l’ascesa degli imperialismi europei e giapponese ed aprono e completano la fase di riorganizzazione dei monopoli, i lavoratori e le avanguardie si trovano a un cambio di marcia. Nel primo quinquennio si conclude il ciclo di lotte rivendicative e di miglioramento, iniziato nel 1968. Nel secondo incomincia la difesa proletaria contro la riorganizzazione monopolistica. Rivoluzione Comunista opera alla costruzione dell’organizzazione autonoma della classe operaia e della gioventù. Il Pci sviluppa il ruolo di partito d’ordine e di sostegno alla finanziarizzazione dell’economia, passando dalla via democratica al socialismo all’alternativa democratica (compromesso storico).

Gli avvenimenti che si succedono in questa terza tappa, evidenziano la fisionomizzazione rivoluzionaria sempre più netta del movimento internazionalista e la trasformazione reazionaria del Pci con la contrapposizione sempre più forte tra il primo e il secondo.

1981-2009 e oltre

Gli anni ottanta e novanta sono contrassegnati dall’aggravamento della crisi generale di sovrapproduzione e dalla trasformazione del capitale industriale-finanziario in capitale finanziario parassitario, dalle aggressioni e dall’acuimento delle rivalità interimperialistiche, dalla trasformazione della politica in affare e dei partiti in agenzie di affari, dalla esplosione delle lotte sociali e nazionali, dallo smisurato divario tra ricchi e poveri. Il nostro raggruppamento approfondisce e allarga il lavorio per l’organizzazione classista delle avanguardie proletarie, delle forze attive giovanili e delle forze più combattive della classe operaia. E promuove, fase dopo fase, la lotta offensiva, la linea mobilitativa, l’armamento proletario. Il Pci di Natta e Occhetto si trasforma in un partito di affari (PDS), rotella dell’attacco al salario alle pensioni e alle condizioni di vita e di lavoro delle masse. E con D’Alema e Fassino (Ds) in un’agenzia a servizio della finanza del militarismo del familismo e della chiesa. Il 16 febbraio 2008 i diessini si sciolgono definitivamente ed entrano a far parte, insieme ai post-democristiani social-cattolici, del Partito democratico; cioè di una pluriagenzia ibrida a servizio del potere usuraio e militaristico.

[I “post-piccisti” e i “post-democristiani social-cattolici” si tramutano in un ibrido reazionario denominato “Partito Democratico”. Gli epigoni di Togliatti – il grande traditore del Partito Comunista d’Italia e del proletariato – abbandonano qualsiasi “reminiscenza sociale” e si collocano a servizio dell’usura e del militarismo totalitario. n.d.r.]

Questa quarta tappa segna dunque la validità incontestabile, alla luce storica, del programma di Livorno e l’ignominia senza fondo in cui continuano a infognarsi i suoi traditori e rettificatori.

La costruzione del partito

Bisogna ora chiedersi e vedere quali cause e fattori hanno determinato la sconfitta rovinosa del movimento comunista mondiale e a che punto siamo con la prospettiva del comunismo. Vediamo, in estrema sintesi, queste cause e fattori e il punto di collocazione della prospettiva comunista.

1º) La disgregazione interna e il soffocamento del “movimento comunista” ad opera dello stalinismo del nazi-fascismo della democrazia parlamentare 1924-1952)

La prima causa è costituita dalla disarticolazione del movimento comunista in tendenze contrastanti e del sopravvento nel seno della Terza Internazionale delle tendenze nazionaliste sostenitrici del socialismo in un solo paese. La seconda causa dall’incapacità delle ale di sinistra, bordighiane trotskiste lussemburghiste, di costituire un raggruppamento autonomo, a scala mondiale, in opposizione all’Internazionale stalinizzata. La terza causa nello sterminio dei rivoluzionari, operato in Russia dall’apparato di polizia speciale staliniano; e nel parallelo soffocamento, operato in Italia dal fascismo in Germania dal nazismo, altrove e successivamente dalle polizie e para-polizie (Klu Klux Klan) dalle democrazie parlamentari. Nel dopoguerra Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia, concede l’amnistia ai fascisti lasciando in galera rivoluzionari e anarchici. Quindi gli anni che vanno dal 1924 al 1952 costituiscono il periodo della disgregazione e distruzione fisica del movimento comunista e della concomitante falsificazione del marxismo-leninismo.

2º) La riproposizione della teoria e della pratica comunista ad opera dei raggruppamenti internazionalisti e l’esplosione, nel quadro dello sviluppo post-bellico e delle sue contraddizioni, di movimenti opposizionali “operaisti” – “filocinesi” – “studenteschi” – “autonomi” – “brigatisti” (1953-1979)

La rivolta operaia di Berlino Est (1953) e l’insurrezione ungherese (1956) segnano l’inizio del risveglio proletario e della decomposizione dello stalinismo. Si riprendono lentamente le forze di sinistra sopravvissute allo sterminio precedente. E cercano l’aggancio con le nuove generazioni. Ma accanto ad esse è un succedersi di movimenti opposizionali, internisti e terzomondisti, che irrompono via via sulla scena politica, ognuno cercando di trascinare i proletari col proprio particolare richiamo al marxismo. Così, con lo sviluppo quantitativo del movimento operaio legato all’espansione industriale degli anni cinquanta e sessanta, si ha l’apparizione dell’operaismo; con lo svolgersi delle guerre di liberazione nazionale il riassetto interimperialistico e la spaccatura tra Mosca e Pechino, la comparsa del movimento filocinese; con la crescita del movimento operaio e la massificazione della scuola, la contestazione antisindacale e quella studentesca alla fine degli anni sessanta; con la riorganizzazione monopolistica dell’economia e la trasformazione reazionaria della democrazia e del Pci (compromesso storico), la comparsa degli autonomi e dei brigatisti negli anni settanta. Quindi gli anni che vanno dal 1953 al 1979 sono il periodo della riproposizione della prospettiva comunista ad opera di ristrette minoranze di ispirazione internazionalista.

3º) La prospettiva e il movimento, comunisti, nella crisi generale del sistema; nella trasformazione del modello industriale in schiavismo tecnologico e della politica in affare; e nel marcimento della società (1980-in avanti)

Negli anni ottanta e novanta, con lo sviluppo della crisi generale dell’imperialismo e dei suoi processi disgreganti, cresce l’influenza dell’indirizzo comunista tra le avanguardie proletarie e l’interesse della gioventù per il marxismo-leninismo non adulterato. Anche se il 20º secolo si è chiuso senza vedere in primo piano un vero e proprio movimento comunista rivoluzionario, ci sono tutte le premesse per costruirlo sia sul piano interno che su quello internazionale. La costruzione del partito è da tempo nel processo storico come necessità politica per le forze attive del proletariato. Piuttosto c’è da dire che gli intralci che frenano la costruzione del partito non nascono, come in passato, dalla babele di tendenze di pseudo-sinistra aclassiste e apartitiche, ma dai fenomeni di marcimento e di disgregazione della società. Ed è quindi in questo versante che bisogna profondere acume ed energie per venire a capo con la forza della comprensione e con la perseveranza organizzativa delle difficoltà reali.

Concludendo possiamo dunque affermare che la prospettiva comunista è, per la stragrande maggioranza del genere umano, più totale e mondiale più attuale e necessaria di quanto fosse a Livorno 1921.

La crisi e il marcimento irreversibili della società capitalistica

A chiusura di questo [96°] anniversario del P.C.d’It., che cade nel cuore della più vasta e profonda crisi generale del sistema capitalistico, consideriamo tre esigenze della costruzione del partito.

1º) Ritmi della crisi e ritmi dell’organizzazione

Una questione che in questo decennio si è fatta sempre più acuta, sul piano del movimento pratico e ancor di più su quello specifico delle mobilitazioni, è il divario tra i ritmi di sviluppo dei processi materiali di crisi e i ritmi tenuti dal processo di organizzazione politica delle forze antagoniste e rivoluzionarie della gioventù. Vediamo cosa possiamo fare in concreto per contenere questo divario e per superarlo col tempo.

Prima di tutto bisogna prendere atto di un fatto storico: la radicalità dei comportamenti giovanili. La carica operativa della gioventù contemporanea non ha eguali nel passato. I giovani dello stadio dello schiavismo tecnologico non hanno paura di nulla. Hanno in sé la forza di rottura dell’accumulo secolare di tutte le contraddizioni dell’epoca imperialistica. Tuttavia questi giovani, a prescindere dal fatto che la coscienza non segue i ritmi degli eventi, si trovano di fronte a enormi difficoltà di comprensione della società in cui vivono e di orientamento. Essi debbono ricostruire quasi tutto di sana pianta: la teoria, il programma, il partito della rivoluzione. Ricostruzione che richiede tempi lunghi, senza contare le cadute e gli insuccessi. Per cui perdura in questa fase la sfasatura tra i ritmi della crisi del sistema e i ritmi dell’organizzazione politica delle forze attive della gioventù e questa sfasatura non consente a quest’ultima di imprimere alla situazione il segno della propria forza potenziale.

In secondo luogo da questa consapevolezza bisogna trarre l’insegnamento pratico che la tattica, il fare concreto, l’azione, deve tendere a stimolare l’organizzazione politica delle forze attive giovanili e a coinvolgere le punte più mature nella costruzione del partito. Occorre cioè che il lavorio politico, che noi svolgiamo quotidianamente in vari campi, dedichi attenzione e sforzi, operando in questi campi e/o in qualsiasi altra situazione di lotta, all’avvicinamento e al coinvolgimento nell’attività organizzativa dei giovani più sensibili e combattivi. Quindi ogni organizzazione di base, ogni organismo di lotta del partito, ogni militante e simpatizzante attivo, traducendo in pratica la parola d’ordine del 30º Congresso “avvicinare i giovani al partito“, deve operare col precipuo intento: a) di coagulare mettere insieme e ricomporre sul piano politico le forze attive giovanili che emergono nel dato campo di lotta; b) di promuovere il loro raggruppamento organizzativo stabile al di là della specifica lotta contingente in cui esse si trovano; c) di avvicinarle all’organizzazione di partito coinvolgendole nel lavoro politico permanente.

2º) I nuclei del “programma rivoluzionario”

Il programma rivoluzionario è il corredo fondamentale che serve a dotare le avanguardie proletarie le forze attive giovanili e tutti i combattenti per il potere proletario delle cognizioni storico-sociali-politiche della lotta, della sua metodologia di azione e di indagine, della sua prospettiva di potere, dei suoi scopi finali. Esso non si identifica, né si esaurisce, col Manifesto Comunista di Marx-Engels il Che fare e Stato e Rivoluzione di Lenin, o con la letteratura marxista-leninista. E’ un compendio di marxismo, di analisi storico-scientifica aggiornata dello sviluppo dell’economia e della società, dell’adeguamento dell’armamentario tattico-strategico. Esso riassume e chiarifica, in particolar modo, le condizioni di conquista del potere e i compiti della fase di transizione.

Riferito al periodo attuale il programma rivoluzionario deve avere, come riferimento teorico essenziale, il marxismo-leninismo genuino, non inquinato dal nazionalismo staliniano dal maoismo e dal castrismo; come obbiettivi discriminanti, l’abbattimento dello Stato – imperialistico o nazionale – con l’instaurazione della dittatura del proletariato e l’unione internazionale dei proletari; come metodologia di lotta, l’impiego di tutti i mezzi adatti e necessari compresa la lotta armata; come prime misure post-rivoluzionarie, la socializzazione dei mezzi di produzione e la deaccumulazione. Esso deve avere inoltre come nuclei specifici le seguenti acquisizioni. Prima: la consapevolezza che la società capitalistica è in fase avanzata di marcimento; e che la forma specifica di capitale predominante, il capitale finanziario parassitario, non solo dilapida le forze produttive del lavoro sociale, ma produce la distruzione umana e ambientale come sua logica vitale. Seconda: la consapevolezza che le bande finanziarie-parassitarie dominanti impiegano il potere statale come macchina di terrore per garantirsi la sottomissione e il controllo dei lavoratori, immigrati e locali. Terza: la consapevolezza che il militarismo bellico è una metodologia imperialistica per razziare lavoro e risorse; e che questa metodologia non si esaurisce nell’aggressivismo delle super potenze nei confronti dei paesi oppressi (deboli o arretrati) ma investe i paesi imperialistici nei loro rapporti reciproci. Quarta: la consapevolezza che occorre dedicare un capillare lavorio tra i giovani per trasformare il loro sentimento di rifiuto del marcio e di slancio per il pulito in molla di azione rivoluzionaria.

3º) L’identità comunista

Infine occorre fare qualche precisazione sull’identità comunista dato che sono vari i raggruppamenti politici che fanno appello al comunismo e che è salutare avere un contrassegno distintivo. Con questo intento precisiamo. L’identità comunista si radica consolida e manifesta, in questa fase, nei seguenti tre ancoraggi pratico-teorici: 1) nella lotta incessante contro il padronato le bande finanziario-parassitarie gli apparati di violenza dello Stato a difesa degli interessi proletari e nella trasformazione di questa lotta, sotto la direzione del partito rivoluzionario, in assalto armato al potere capitalista per l’instaurazione della dittatura del proletariato; 2) nella promozione dell’unione internazionale dei lavoratori per la soppressione del potere capitalista in tutto il mondo e la costruzione di una società senza classi; 3) nella corretta coscienza storica e teorico-politica delle vicende cha hanno contrassegnato il movimento comunista mondiale dalla Rivoluzione d’Ottobre (25 ottobre 1917) in avanti (degenerazione della 3ª Internazionale; sterminio stalinista delle forze rivoluzionarie russe e degli altri paesi per mascherare lo sviluppo del capitalismo con l’impossibile edificazione isolata del socialismo; asservimento dei sedicenti partiti comunisti a Mosca o a Washington nonché agli imperialisti del proprio paese) e dei caratteri putrefattivi della società dei nostri giorni. È un contrassegno descrittivo, non simbolico come dovrebbe essere, ma forse per questo estremamente più adatto alle forze attive giovanili nel loro processo di delimitazione-identificazione.

Milano 21/1/2017 (riedizione integrale del 2009) – Piazza Morselli 3.

L’Esecutivo Centrale di RIVOLUZIONE COMUNISTA  

Le rivoluzioni si fanno o si dirigono?

In e-mail il 30 Settembre 2016 dc:

Le rivoluzioni si fanno o si dirigono?

Russia 17, Spagna 36, Ungheria 56…

Le rivoluzioni non si fanno ma si dirigono. È un’affermazione attribuita ad Amadeo Bordiga che, ancor oggi, alcuni nostalgici del bel partito che fu ripetono come un mantra. Ma, a onor del vero, la frase esatta era:

«Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali»[1].

Con questa affermazione, Bordiga intendeva sottolineare il carattere sociale di una rivoluzione, la cui direzione politica deve essere impressa dalle capacità dirigenti di un partito rivoluzionario che, a sua volta, è frutto di una determinata situazione storia. Allo stesso tempo, la sua affermazione era una netta critica della concezione militarista, putschista (come si diceva allora) o golpista (come ai dice oggi) che già stava serpeggiando nei partiti dell’Internazionale comunista. Suggestione che, a onor del vero, è presente anche in ambienti anarchici, ma questa è un’altra storia.

Ciò premesso, ritengo che col passare del tempo l’affermazione di Bordiga abbia comunque alimentato un’acritica sovrastima del modello partitico bolscevico-leninista.

La sovrastima di quel modello di partito è riconducibile all’impronta mistica che il Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) traeva sia dalla tradizione millenaristica diffusa nella cultura slavo-orientale sia dal messianismo chassidico, presente in molti militanti di origine ebraica[2]. In Europa Occidentale, il modello partitico bolscevico-leninista si è sposato a sua volta con la teologia cattolica che affida le sorti dei popoli alla divina provvidenza. Ma sempre sotto il controllo di una Chiesa infallibile, affidato a preti/apparatčiki.

La visione ideologica che ne è derivata ha finito per offuscare altre esperienze proletarie, in particolare la Spagna 36 e l’Ungheria 56, in cui sono prevalse forme organizzative orizzontali, dal basso. Mentre, contestualmente, l’impronta mistica dei partiti bolscevico-leninisti favorì dapprima l’indirizzo manageriale e infine la degenerazione settaria degli organismi residuali.

Rivoluzione o colpo di Stato?

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 ebbe in realtà le caratteristiche di un colpo di Stato, dal momento che fu un’azione condotta da un piccolo gruppo, in cui prevaleva la connotazione militare. Ben diversa è l’insurrezione armata, condotta da un movimento di massa, in cui, ovviamente, sorgono «generali» e «caporali» che danno all’azione la direzione sia politica che militare.

Nonostante tutte le loro «buone» intenzioni, con il loro «colpo di Stato», i bolscevichi finirono per soffocare il movimento rivoluzionario che, dall’inizio dell’an-no, vedeva l’enorme mobilitazione di milioni di contadini, operai e soldati (in gran parte contadini), creando, con i soviet, una situazione di contropotere che nessun governo borghese era in grado di controllare. I soviet avevano avuto il loro esordio in Russia nel 1905, schiudendo per il movimento operaio e contadino una prospettiva nuova, sotto il profilo dell’organizzazione e della gestione dell’esistente[3].

Nel 1917, l’effervescenza rivoluzionaria russa si ripercuoteva in tutti i Paesi europei impegnati nella guerra. Per milioni di soldati che marcivano nelle trincee, la Russia fu un faro di luce, che accendeva la possibilità di por fine al massacro e, forse, di por fine a regimi di oppressione e sfruttamento.

L’evoluzione di questa situazione era imprevedibile, per cui sarebbe aleatorio fare ipotesi in merito a un’evoluzione che prescindesse dall’intervento bolscevico. Atteniamoci ai fatti.

Nella fase iniziale della rivoluzione, i bolscevichi ebbero un ruolo del tutto secondario che mutò solo con l’arrivo di Lenin e di Trotsky (aprile-maggio 1917). Dopo di che, essi iniziarono ad avere un ruolo significativo. Tuttavia, benché finalmente fossero riusciti a stabilire contatti con i movimenti di massa – contatti che, fino ad allora, erano stati assai superficiali –, i bolscevichi restavano diffidenti verso movimenti sociali che sfuggivano ai loro schemi teorico-politici (di stampo tipicamente eurocentrico), svelando poca (se non alcuna) fiducia nelle azioni spontanee degli operai e dei contadini russi. Fu questa sfiducia il movente che indusse i bolscevichi a tentare di prendere il potere, per colmare ciò che a loro sembrava un «vuoto di potere» (ai loro occhi assai pericoloso!) e stabilire un «ordine», in nome di un governo presunto rivoluzionario.

Tuttavia, in seno ai bolscevichi furono forti sia i dubbi sul successo di tale iniziativa sia l’opposizione alle tesi che la sorreggevano. Il colpo di mano bolscevico era infatti un azzardo.

Il successo fu assicurato solo  grazie alla proclamazione di due rivendicazioni che, ben presto, si sarebbero rivelate truffaldine: tutto il potere ai soviet (suggerita da Trotsky) e la terra ai contadini (scippata ai Socialisti rivoluzionari di sinistra)[4].

Come sappiamo, i soviet furono svuotati e la terra fu statizzata (non collettivizzata come si disse).

Nonostante la vulgata celebrativa, la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre si ridusse all’assalto al Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, creando un modello di rivoluzione che sarebbe diventato un articolo di esportazione, soprattutto in Germania, con l’Ottobre tedesco (1923), e in Cina, con i tentativi insurrezionali di Canton e di Shanghai (1927). Sullo sfondo, restano tanti piccoli esempi, altrettanto disgraziati, soprattutto per le devastanti conseguenze che ebbero per i proletari e per i contadini dei Paesi che ne furono teatro, quasi sempre ai soli fini della politica estera sovietica[5].

Sono sciagurate avventure che, con l’Ottobre 17, hanno snaturato il concetto stesso di rivoluzione proletaria, offuscando altre esperienze di cui la Spagna 36 e l’Ungheria 56 sono gli esempi più noti. Prima, ci sarebbe anche la Comune di Parigi …

Sulla Spagna, la letteratura è vasta, anche in Italia[6]. Assai meno consistente è quella sull’Ungheria, a causa dell’estrema brevità di quel tentativo rivoluzionario.

L’Ottobre ungherese

La rivoluzione ungherese[7] si consumò nel giro di 13 giorni (23 ottobre – 4 novembre 1956). Essa ebbe una prevalente connotazione operaia in cui, tuttavia, conviveva una spinta nazionalista, determinata dalla repressiva presenza dell’Unione Sovietica. Una contraddizione che, per il rapido succedersi degli aventi, non fu superata, anzi si incistò nella successiva evoluzione politica ungherese.

Un libro, non recentissimo, ci fa rivivere il clima dell’ottobre ungherese: Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello [I ricordi di Sándor Kopácsi questore di Budapest nel 1956, Testimonianza raccolta da Tybor, Postfazione di Aldo Natoli, Edizioni e/o, Roma, 2006][8].

L’autore apparteneva a una famiglia operaia di tradizioni socialiste. Dopo aver partecipato alla lotta contro i nazisti, fece carriera nel partito comunista e nelle istituzioni militari della Repubblica popolare. Nonostante la giovane età, nel 1953 fu nominato questore di Budapest, per dare significato alla svolta antistalinista che, in realtà, fu più di facciata che di sostanza. Grazie alle possibilità offerte dalla sua carica, Kopácsi venne in contatto con una realtà che strideva drammaticamente con l’immagine dello Stato popolare degli operai e dei contadini. Le galere erano piene di operai che non rispettavano le ferree norme di produzione e di contadini che non rispettavano la «proprietà» socialista dei prodotti della terra.

Per quanto «fedele al partito», in quelle circostanze egli maturò uno spirito fortemente critico nei confronti delle istituzioni «socialiste» e, con questa predisposizione, affrontò la rivoluzione del ’56. Dopo una breve esitazione, non esitò a schierarsi con gli insorti, sostenendo il governo riformatore di Imre Nagy.

Con questa orientamento, Kopácsi svolse un ruolo di moderazione verso le tendenze più radicali[9], che non lo salvarono dalla sanguinaria repressione sovietica: condannato dapprima a morte, la pena fu commutata in ergastolo e, nel 1963, fu amnistiato, dopo di che visse emarginato in una sorta di limbo fino al 1975, quando riuscì a emigrare in Canada.

Proprio perché fu un «moderato», la sua testimonianza assume una particolare rilevanza. Non c’è alcuna enfasi, solo una sconsolata riflessione sugli eventi.

Dopo anni di privazioni e di repressione, inevitabilmente il fuoco covava sotto la cenere. Eppure, l’inizio della rivoluzione ungherese fu assolutamente spontaneo. Non ci fu alcun partito che dirigesse la musica.

All’improvviso, il 23 ottobre 1956, le strade e le piazze di Budapest furono invase da centinaia di migliaia di operai e di studenti (quasi tutti figli di operai).

Gli interventi repressivi furono subito respinti. Le armi apparvero per «miracolo»: dapprima furono gli stessi soldati a cederle, invece di usarle contro i «sediziosi»; poi, provvidero gli operai delle fabbriche di armi. E non furono solo armi leggere, ci furono cannoni e carri armati …

Nel giro di poche ore, la rivoluzione «creò» i propri capi: moltissimi erano giovani che avevano preso l’iniziativa durante i combattimenti di piazza, e operai che sempre erano stati al fianco dei loro compagni di lavoro, scontando magari la galera per qualche parola fuori dal coro. Gli intellettuali, tranne le solite apprezzabili eccezioni, furono quasi sempre in seconda fila. La maggior parte degli insorti aveva la tessera del Partito comunista.

I consigli operai

La rivoluzione ungherese avvenne tre anni dopo la rivolta operaia di Berlino Est (giugno 1953) che coinvolse altre grandi città industriali della Germania Orientale (l’ex Ddr), tra cui Lipsia e Dresda. Per evitare che l’esempio potesse dilagare nei Paesi vicini. l’esercito russo la schiacciò immediatamente. Benché durata solo un paio di giorni, la rivolta tedesca ci lascia un segnale importante di autonomia politica proletaria[10].

A metà dell’ottobre 1956, ci fu la rivolta polacca, in cui, pur con una preponderante partecipazione operaia, l’aspetto dominante fu la lotta contro l’oppres-siva ingerenza dell’Unione Sovietica. Fattore che, mettendo in secondo piano il protagonismo operaio, favorì una soluzione di compromesso tra Mosca e Varsavia[11]. Soluzione che, di lì a pochi giorni, alimentò tra gli insorti ungheresi l’illusione di un’analoga possibilità. Come ho accennato, anche in Ungheria allignavano sentimenti nazionalisti. Tuttavia, a prevalere, era la connotazione operaia, con rivendicazioni nelle quali si richiamava la gran parte dei contadini. Questo sostanziale aspetto fu sommerso sia dalle feroci calunnie nazionalcomuniste[12] sia dall’ipocrita incenso democratico. Entrambi interessati a spegnere un possibile focolaio rivoluzionario proletario nel cuore dell’Europa.

Le calunnie nazionalcomuniste traevano pretesto dalla presenza in Ungheria, durante la guerra, di un movimento fascista terribilmente violento, le Croci Frecciate, il cui viscerale razzismo preoccupò anche i nazisti.

Oltre al ruolo operaio, venne nascosta anche l’organizzazione assunta dagli operai, i consigli (i soviet). Malgrado le manfrine, l’Onu dovette riconoscere che:

«I Consigli Operai emersero dalla Rivoluzione come le uniche organizzazioni fornite dell’appoggio della stragrande maggioranza della gente ed in grado di pretendere che il governo negoziasse con essi, perché costituivano una forza capace di ottenere la ripresa del lavoro»[13].

Testimonianze sull’attività dei Consigli Operai trapelarono comunque fin dall’inizio dell’insurrezione, grazie alle Radio Libere che, in quei giorni, trasmisero da varie località dell’Ungheria; assolutamente esplicite furono le emittenti dei centri industriali, come Miskolc, Nyiregyhaza, Győr[14].

La repressione non doma gli operai

Il 7 novembre 1956, l’Unione Sovietica decise di reprimere la rivolta, occupando l’Ungheria con un esercito di oltre 150mila soldati, accompagnati da 6mila mezzi corazzati. L’invasione provocò migliaia di morti, enormi distruzioni e costrinse 200mila ungheresi all’esilio.

L’entità delle stragi e dell’esodo dimostrano che l’enorme potenza di fuoco russa incontrò una forte resistenza che, soprattutto nelle zone operaie di Budapest (come Csepel) e in altri centri industriali e minerari, si protrasse per almeno un anno.

Nonostante il clima di terrore, a Budapest, il 14 novembre, sorse il Consiglio operaio centrale che proclamò uno sciopero generale di due giorni contro il nuovo governo collaborazionista di Janós Kádár e l’occupazione sovietica.

La risposta governativa fu la reintroduzione della pena di morte per chi scioperava. La minaccia non spaventò i proletari: scioperi e agitazioni operaie sarebbero scoppiati per altri tre anni. Finché esecuzioni e arresti ristabilirono l’«ordine del lavoro». E sullo sfondo, apparivano blande concessioni. Nel frattempo, i Consigli operai erano stati sciolti o erano stati svuotati di ogni funzione: nel settembre 1957, quelli che erano sopravvissuti furono sottoposti al controllo dei sindacati di Stato. In dicembre, furono definitivamente aboliti.

«La stessa definizione di “Consiglio Operaio” ora imbarazzava e irritava il regime. La burocrazia tentò l’impossibile: cancellare con un colpo di spugna, dalla memoria del popolo ungherese e dalla storia stessa, la grande e positiva esperienza di autoamministrazione della classe operaia»[15].

Dopo aver stabilito l’ordine del lavoro, il regime di Kádár, nel timore di una ripresa delle lotte operaie, nel 1962 promulgò un’amnistia per i detenuti politici e, successivamente,  varò moderate riforme che migliorarono il tenore di vita generale. Di pari passo, fece concessioni al libero mercato che favorirono la formazione di un ceto medio imprenditoriale, fu il cosiddetto comunismo al goulash.

Questo ambiguo epilogo è frutto della irrisolta contraddizione tra la connotazione operaia e il nazionalismo che, come dicevo, caratterizzò la rivolta ungherese.

A questo punto, qualche bello spirito potrebbe dire che la rivoluzione ungherese del 1956, come la rivoluzione spagnola del 1936, è finita male.

Secondo me, ben peggiori sono state le conseguenze del colpo di Stato bolscevico, sia per gli operai e i contadini russi sia per i disastri che colpirono il movimento operaio e contadino di quei Paesi in cui fu significativa la presenza di partiti di ispirazione bolscevico-leninista made in Urss. In primis la Germania di Weimar.

In controtendenza con questo scenario desolante, la Spagna ’36 e l’Ungheria ’56 hanno tenuto alta la bandiera della rivoluzione sociale e del comunismo, mostrando la possibilità di un’altra via.

E oggi?

Finora ho usato l’espressione «movimento operaio e contadino». Ritengo che negli ultimi decenni del Novecento, la «questione contadina» sia stata brutalmente risolta dal capitale stesso, rovinando ed espropriando le popolazioni rurali dell’Asia, dell’Africa e dell’Ame-rica Latina. Anche la popolazione operaia ha mutato la propria configurazione rispetto alla prima metà del Novecento, sempre di più assume la connotazione di forza lavoro flessibile o meglio di esercito industriale di riserva. Ragione per cui, riguardo agli attuali movimenti sociali, parlo di proletariato o di senza risorse.

Questa premessa mi consente di accennare alle «primavere arabe».

 Le «primavere» del 2011 hanno avuto un importante precedente, nel 1979, in Iran, con la cacciata dello scià. Nel giro di poco tempo, un enorme apparato militare crollò come un castello di carte. Gli insorti non avevano alcun santo in paradiso e, quando il santo apparve, aveva il truce volto dell’ayatollah Khomeyni che scatenò una sanguinaria normalizzazione di stampo islamista. La violenza della sua azione testimonia l’irruenza delle tensioni sociali che la classe dirigente iraniana dovette soffocare e che, periodicamente, riaffiorano.

Altrettanto è avvenuto nel 2011 in Tunisia e in Egitto, dove movimenti spontanei hanno rapidamente abbattuto regimi dittatoriali ben «blindati».

Dopo di che, in Tunisia, si è determinata una precaria situazione di stallo tra le varie componenti sociali che attenua le tensioni.

In Egitto, invece, il proletariato si trova a dover affrontare sia la potente «casta» militare – al centro di forti interessi economici (pari a un quinto del Pil nazionale) – sia i Fratelli Musulmani, espressione di un pletorico ceto medio che è sempre più insofferente per la condizione di emarginazione economica in cui è tenuto dai militari.

Ben più drammatica è la situazione siriana, dove la rivolta contro al-Asad ha provocato l’intervento di Paesi interessati a mantenere il controllo  della zona, in primis Turchia, Usa e Russia. Nessuno di loro riesce a prevalere – non ne hanno la forza militare né tantomeno politica –; sono riusciti solo a disgregare ulteriormente le forze sociali e a creare uno stato di permanente e diffusa conflittualità, in cui ha trovato fertile terreno la nascita (2014) dello Stato islamico.

In questo disastrato scenario, l’unico barlume di luce è oggi rappresentato dal Rojava – il Kurdistan Occidentale – , dove, dal 2012, è sorta una zona autonoma dalla Siria, che si fonda sui principi del confederalismo democratico elaborati da Abdullah Öcalan  e così sintetizzati:

«Il confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema di Stato, è il sistema democratico di un popolo senza Stato … Prende il potere dal popolo e lo adotta per raggiungere l’autosufficienza in ogni campo compresa l’economia»[16].

Come è noto, Öcalan si richiama alle teorie di Murray Bookchin su «ecologismo sociale» e «comunalismo democratico». Sono teorie che non avendo nulla a che vedere col «marxismo» hanno il merito di evitare quelle fuorvianti contaminazioni ideologiche che tanta confusione hanno creato nel Novecento, a partire dal leninismo per finire con il chavismo.

D’altro canto, Marx, riguardo alla Russia, aveva espresso positivi apprezzamenti sui populisti, giudizi che implicavano, viceversa, forti riserve sull’orto-dossia marxista dei suoi presunti seguaci, a partire da Georgij Plechanov[17].

Molti aspetti della proposta politica di Öcalan- Bookchin restano sicuramente da chiarire, ma ritengo che solo gli sviluppi della situazione mediorientale (e, ovviamente, mondiale) potranno dare una risposta.

Comunque sia, l’esperienza del Rojava è sicuramente in controtendenza, rispetto agli orientamenti politici finora prevalenti nei Paesi con una background socio-politico differente da quello occidentale. E non mi riferisco solo al Medio Oriente e al Maghreb, dove convivono nostalgie nazional-comuniste (socialismo di Stato) e fondamentalismo islamico, bensì anche all’America Latina, dove gli ultimi avvenimenti, in Brasile e in Venezuela, denunciano la fine del populismo di sinistra, altrettanto improntato a nostalgie nazional-comuniste e teologia della liberazione.

Caratteristica di tutti i recenti sommovimenti sociali sono le forme organizzative orizzontali, dal basso (le «piazze»), in cui convergono, si incontrano, si scontrano e si separano le diverse tendenze presenti nel movimento complessivo.

La conseguente evoluzione o involuzione è soggetta a dinamiche sociali che nessun piccolo «comitato rivoluzionario» (o «partito») può influenzare né tantomeno dirigere. I fatti ricordati lo dimostrano.

Dino Erba, Milano, 30 settembre 2016.

Piccola bibliografia sulla rivoluzione ungherese del 1956

– Aa Vv., La rivoluzione ungherese. Una documentazione cronologica degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1957.

– Aa. Vv., Ungheria 1956. Necessità di un bilancio, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2006 (2a edizione).

– Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest. I Consigli Operai, Prefazione dell’edizione italiana di Porosz Tibor per il gruppo «Autonomia», Zero in Condotta, Milano, 1990.

– Hanna Arendt, Imperialismo totalitario. Riflessioni sulla rivoluzione ungherese, seguito da: Cornelius Castoriadis, La sorgente ungherese, Il Sottovoce, Genova, 2006.

– Federigo Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Prefazione di Giancarlo Bosetti, Marsilio, Venezia, 2006.

– Tibor Fischer, Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone, Mondadori, Milano, 1997 (romanzo).

– Peter Fryer, La tragedia ungherese, Opere Nuove, Roma, 1957.

– Miklós Haraszti, A cottimo. Operaio in un paese socialista. Prefazione di Heinrich Böll, Feltrinelli, Milano, 1978.

– David Irving, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest, Mondadori, Milano, 1982.

– Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello. I ricordi di Sándor Kopácsi questore di Budapest nel 1956, Testimonianza raccolta da Tybor, Postfazione di Aldo Natoli, Edizioni e/o, Roma, 2006 (2a edizione).

[1] Amadeo Bordiga, Partito e azione di classe, «Rassegna Comunista», a. I, n. 4, 31 maggio 1921. Il concetto fu ribadito nelle Tesi di Roma (1922). Entrambi i testi sono stati più volte riediti e sono disponibili in alcuni siti web.

[2] Nicola Fumagalli, Cultura politica e cultura esoterica nella sinistra russa (1880-1917), Con una presentazione di Giorgio Galli, Società Editrice Barbarossa, Milano, 1996.

[3] Ettore Cinnella, 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008.

[4] Vedi Dino Erba, Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014, pp. 45, 63 e ss.

* Come ho precisato in altre occasione, il riferimento ai miei testi ha solo lo scopo di indicare le complessive fonti bibliografiche cui mi richiamo. Senza doverle citare per l’ennesima volta.

[5] Ne accenno in: Dino Erba, Dalla Comune alla caserma. C’era una volta l’internazionalismo proletario (Cosa lega William Haywood a Sultan-Galiev …? e Dal Komintern all’Nkvd), All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.

[6] Ho raccolto in un opuscolo (Spagna 36. Qualcosa di nuovo, anzi d’antico) le recenti pubblicazioni italiane sulla Guerra di Spagna, cui ho aggiunto i numerosi e fondamentali libri di Agustín Guillamón in castigliano. L’opuscolo è disponibile in versione Pdf.

[7] Il termine «rivoluzione» potrebbe sembrare eccessivo, considerando la brevità dell’evento. Tuttavia, nel corso di quelle due settimane, emersero iniziative proletarie – i consigli – che ebbero la connotazione tipica di una rivoluzione sociale.

[8] La prima edizione del libro apparve in Italia nel 1979, col titolo: In nome della classe operaia. La nuova edizione ammicca scioccamente all’imperante moda giallistica, sulla fascetta di copertina leggiamo: «Budapest 1956: la rivolta diventa thriller».

[9] Vedi: Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest. I Consigli Operai, Prefazione dell’edizione italiana di Porosz Tibor per il gruppo «Autonomia», Zero in Condotta, Milano, 1990. Il libro meriterebbe una nuova edizione, con una migliore veste editoriale e con la correzione alcune imprecisioni

[10] Vedi: Cajo Brendel, La Comune di Berlino, L’insurrezione operaia nella Germania dell’Est – giugno 1953. La lotta di classe contro il bolscevismo, in Aa Vv., Un omaggio a Paul Mattick. Contributi per una critica marxiana radicale. Dalla critica alle teorie della crisi ad una nuova organizzazione economica e sociale, Connessioni, Bologna, 2012, p. 219.

[11] François Fejtö, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi Editore, Firenze, 1971, p. 117 e ss.

[12] Sulle calunnie del Pci, vedi: Federigo Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Prefazione di Giancarlo Bosetti, Marsilio, Venezia, 2006.

[13] Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest, op. cit., p. 142, nota 69.

[14] Vedi: Aa Vv., La rivoluzione ungherese. Una documentazione cronologica degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1957.

[15] Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest, op. cit., p. 190.

[16] Il concetto di «confederalismo democratico» è stato più volte espresso, vedi in particolare: Abdullah Öcalan, Confederalismo democratico, in: http:// www.uikionlus.com/wp-content/uploads/Confederalismo_de-mocratico.pdf/.

[17] Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014, p. 126 e ss.

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

Marx e la Russia

da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul sito www.jadawin.info , pagina “Politica e Società-11):

Marx e la Russia

Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.

Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].

Non sono marxista!

Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].

Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.

Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.

Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!

Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.

Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».

Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.

La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.

Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).

Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].

Quali ricadute teorico-politiche?

In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.

Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.

Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.

Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).

Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari…

E oggi …

Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia… ancora tutta da scrivere.

Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.

 

[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.