Politica e Società, Storia

La mitologia bolscevica

Inoltrata in e-mail il 7 Agosto 2018 dc:

La mitologia bolscevica

LA MITOLOGIA BOLSCEVICA DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI

A PROPOSITO DI UN BUON LIBRO: CHRISTIAN SALMON, Il progetto Blumkin, Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 263. € 18.

Era un cekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka (p. 256).

NEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare.

In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che suscitarono la rivoluzione e che essa, poi, suscito, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato (Nota 1) ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici … l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.

GUERRA, FAME, STRAGI … ECLISSI DELLA RAGIONE

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest-Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apocalisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

Nota 1 Ne accenno in La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, p. 7. Oltre a questo aspetto, nel libro affronto altre questioni, congruenti con le tematiche proposte da Salmon.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia militare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingiganti, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con, sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bolscevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.

ASSALTO AL CIELO E DISCESA AGLI INFERI

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zelez- njakov dichiarò:

«Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione» (Nota 2).

Nota 2 Ettore Cinnella, La Russia verso l’abisso. La storia della rivoluzione che sconvolse il mondo, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2017 (nuova edizione), p. 199.

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti come La scheggia di Vladimir Zazubrin (Nota 3). Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzione a un’affermazione di Salmon:

« […] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

Nota 3 Vladimir Zazubrin, La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei, A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 1990. Scritto nel 1923, Lenin lo giudicò un «libro terribile». Nel 1992, è stato girato il film Il cekista, con la regia di Aleksandr Rogozhkin. Argomento, le esecuzioni sommarie. La Lei del titolo è la rivoluzione. L’asettica descrizione degli orrori si inscrive nel medesimo filone letterario, sorto con la guerra, in cui rientra Nelle tempeste d’acciaio, di Ernst Jünger.

 

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Salmon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindicennio, o poco piu, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.

ANGELI E DEMONI DI UNA TRAGICA MITOLOGIA

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzionaria lo vide aderire al Partito Socialista Rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sinistra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Ceka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche. Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Ceka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipo, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβρις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkul’t ispirato da Aleksandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fondati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanita, protese verso uno sviluppo senza limiti.

 

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, da cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente – in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si dovrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.

IL PATHOS DEL RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mistico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bul- gakov.

IN LUCE GLI INTELLETTUALI, IN OMBRA I PROLETARI

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben sviluppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronstadt … nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una storiografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

DINO ERBA, MILANO, 3 agosto 2018.

Blumkin fu il primo bolscevico fucilato perché simpatizzante dell’opposizione. Non fu mai riabilitato.

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Politica e Società

Le rivoluzioni si fanno o si dirigono?

In e-mail il 30 Settembre 2016 dc:

Le rivoluzioni si fanno o si dirigono?

Russia 17, Spagna 36, Ungheria 56…

Le rivoluzioni non si fanno ma si dirigono. È un’affermazione attribuita ad Amadeo Bordiga che, ancor oggi, alcuni nostalgici del bel partito che fu ripetono come un mantra. Ma, a onor del vero, la frase esatta era:

«Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali»[1].

Con questa affermazione, Bordiga intendeva sottolineare il carattere sociale di una rivoluzione, la cui direzione politica deve essere impressa dalle capacità dirigenti di un partito rivoluzionario che, a sua volta, è frutto di una determinata situazione storia. Allo stesso tempo, la sua affermazione era una netta critica della concezione militarista, putschista (come si diceva allora) o golpista (come ai dice oggi) che già stava serpeggiando nei partiti dell’Internazionale comunista. Suggestione che, a onor del vero, è presente anche in ambienti anarchici, ma questa è un’altra storia.

Ciò premesso, ritengo che col passare del tempo l’affermazione di Bordiga abbia comunque alimentato un’acritica sovrastima del modello partitico bolscevico-leninista.

La sovrastima di quel modello di partito è riconducibile all’impronta mistica che il Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) traeva sia dalla tradizione millenaristica diffusa nella cultura slavo-orientale sia dal messianismo chassidico, presente in molti militanti di origine ebraica[2]. In Europa Occidentale, il modello partitico bolscevico-leninista si è sposato a sua volta con la teologia cattolica che affida le sorti dei popoli alla divina provvidenza. Ma sempre sotto il controllo di una Chiesa infallibile, affidato a preti/apparatčiki.

La visione ideologica che ne è derivata ha finito per offuscare altre esperienze proletarie, in particolare la Spagna 36 e l’Ungheria 56, in cui sono prevalse forme organizzative orizzontali, dal basso. Mentre, contestualmente, l’impronta mistica dei partiti bolscevico-leninisti favorì dapprima l’indirizzo manageriale e infine la degenerazione settaria degli organismi residuali.

Rivoluzione o colpo di Stato?

La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 ebbe in realtà le caratteristiche di un colpo di Stato, dal momento che fu un’azione condotta da un piccolo gruppo, in cui prevaleva la connotazione militare. Ben diversa è l’insurrezione armata, condotta da un movimento di massa, in cui, ovviamente, sorgono «generali» e «caporali» che danno all’azione la direzione sia politica che militare.

Nonostante tutte le loro «buone» intenzioni, con il loro «colpo di Stato», i bolscevichi finirono per soffocare il movimento rivoluzionario che, dall’inizio dell’an-no, vedeva l’enorme mobilitazione di milioni di contadini, operai e soldati (in gran parte contadini), creando, con i soviet, una situazione di contropotere che nessun governo borghese era in grado di controllare. I soviet avevano avuto il loro esordio in Russia nel 1905, schiudendo per il movimento operaio e contadino una prospettiva nuova, sotto il profilo dell’organizzazione e della gestione dell’esistente[3].

Nel 1917, l’effervescenza rivoluzionaria russa si ripercuoteva in tutti i Paesi europei impegnati nella guerra. Per milioni di soldati che marcivano nelle trincee, la Russia fu un faro di luce, che accendeva la possibilità di por fine al massacro e, forse, di por fine a regimi di oppressione e sfruttamento.

L’evoluzione di questa situazione era imprevedibile, per cui sarebbe aleatorio fare ipotesi in merito a un’evoluzione che prescindesse dall’intervento bolscevico. Atteniamoci ai fatti.

Nella fase iniziale della rivoluzione, i bolscevichi ebbero un ruolo del tutto secondario che mutò solo con l’arrivo di Lenin e di Trotsky (aprile-maggio 1917). Dopo di che, essi iniziarono ad avere un ruolo significativo. Tuttavia, benché finalmente fossero riusciti a stabilire contatti con i movimenti di massa – contatti che, fino ad allora, erano stati assai superficiali –, i bolscevichi restavano diffidenti verso movimenti sociali che sfuggivano ai loro schemi teorico-politici (di stampo tipicamente eurocentrico), svelando poca (se non alcuna) fiducia nelle azioni spontanee degli operai e dei contadini russi. Fu questa sfiducia il movente che indusse i bolscevichi a tentare di prendere il potere, per colmare ciò che a loro sembrava un «vuoto di potere» (ai loro occhi assai pericoloso!) e stabilire un «ordine», in nome di un governo presunto rivoluzionario.

Tuttavia, in seno ai bolscevichi furono forti sia i dubbi sul successo di tale iniziativa sia l’opposizione alle tesi che la sorreggevano. Il colpo di mano bolscevico era infatti un azzardo.

Il successo fu assicurato solo  grazie alla proclamazione di due rivendicazioni che, ben presto, si sarebbero rivelate truffaldine: tutto il potere ai soviet (suggerita da Trotsky) e la terra ai contadini (scippata ai Socialisti rivoluzionari di sinistra)[4].

Come sappiamo, i soviet furono svuotati e la terra fu statizzata (non collettivizzata come si disse).

Nonostante la vulgata celebrativa, la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre si ridusse all’assalto al Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, creando un modello di rivoluzione che sarebbe diventato un articolo di esportazione, soprattutto in Germania, con l’Ottobre tedesco (1923), e in Cina, con i tentativi insurrezionali di Canton e di Shanghai (1927). Sullo sfondo, restano tanti piccoli esempi, altrettanto disgraziati, soprattutto per le devastanti conseguenze che ebbero per i proletari e per i contadini dei Paesi che ne furono teatro, quasi sempre ai soli fini della politica estera sovietica[5].

Sono sciagurate avventure che, con l’Ottobre 17, hanno snaturato il concetto stesso di rivoluzione proletaria, offuscando altre esperienze di cui la Spagna 36 e l’Ungheria 56 sono gli esempi più noti. Prima, ci sarebbe anche la Comune di Parigi …

Sulla Spagna, la letteratura è vasta, anche in Italia[6]. Assai meno consistente è quella sull’Ungheria, a causa dell’estrema brevità di quel tentativo rivoluzionario.

L’Ottobre ungherese

La rivoluzione ungherese[7] si consumò nel giro di 13 giorni (23 ottobre – 4 novembre 1956). Essa ebbe una prevalente connotazione operaia in cui, tuttavia, conviveva una spinta nazionalista, determinata dalla repressiva presenza dell’Unione Sovietica. Una contraddizione che, per il rapido succedersi degli aventi, non fu superata, anzi si incistò nella successiva evoluzione politica ungherese.

Un libro, non recentissimo, ci fa rivivere il clima dell’ottobre ungherese: Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello [I ricordi di Sándor Kopácsi questore di Budapest nel 1956, Testimonianza raccolta da Tybor, Postfazione di Aldo Natoli, Edizioni e/o, Roma, 2006][8].

L’autore apparteneva a una famiglia operaia di tradizioni socialiste. Dopo aver partecipato alla lotta contro i nazisti, fece carriera nel partito comunista e nelle istituzioni militari della Repubblica popolare. Nonostante la giovane età, nel 1953 fu nominato questore di Budapest, per dare significato alla svolta antistalinista che, in realtà, fu più di facciata che di sostanza. Grazie alle possibilità offerte dalla sua carica, Kopácsi venne in contatto con una realtà che strideva drammaticamente con l’immagine dello Stato popolare degli operai e dei contadini. Le galere erano piene di operai che non rispettavano le ferree norme di produzione e di contadini che non rispettavano la «proprietà» socialista dei prodotti della terra.

Per quanto «fedele al partito», in quelle circostanze egli maturò uno spirito fortemente critico nei confronti delle istituzioni «socialiste» e, con questa predisposizione, affrontò la rivoluzione del ’56. Dopo una breve esitazione, non esitò a schierarsi con gli insorti, sostenendo il governo riformatore di Imre Nagy.

Con questa orientamento, Kopácsi svolse un ruolo di moderazione verso le tendenze più radicali[9], che non lo salvarono dalla sanguinaria repressione sovietica: condannato dapprima a morte, la pena fu commutata in ergastolo e, nel 1963, fu amnistiato, dopo di che visse emarginato in una sorta di limbo fino al 1975, quando riuscì a emigrare in Canada.

Proprio perché fu un «moderato», la sua testimonianza assume una particolare rilevanza. Non c’è alcuna enfasi, solo una sconsolata riflessione sugli eventi.

Dopo anni di privazioni e di repressione, inevitabilmente il fuoco covava sotto la cenere. Eppure, l’inizio della rivoluzione ungherese fu assolutamente spontaneo. Non ci fu alcun partito che dirigesse la musica.

All’improvviso, il 23 ottobre 1956, le strade e le piazze di Budapest furono invase da centinaia di migliaia di operai e di studenti (quasi tutti figli di operai).

Gli interventi repressivi furono subito respinti. Le armi apparvero per «miracolo»: dapprima furono gli stessi soldati a cederle, invece di usarle contro i «sediziosi»; poi, provvidero gli operai delle fabbriche di armi. E non furono solo armi leggere, ci furono cannoni e carri armati …

Nel giro di poche ore, la rivoluzione «creò» i propri capi: moltissimi erano giovani che avevano preso l’iniziativa durante i combattimenti di piazza, e operai che sempre erano stati al fianco dei loro compagni di lavoro, scontando magari la galera per qualche parola fuori dal coro. Gli intellettuali, tranne le solite apprezzabili eccezioni, furono quasi sempre in seconda fila. La maggior parte degli insorti aveva la tessera del Partito comunista.

I consigli operai

La rivoluzione ungherese avvenne tre anni dopo la rivolta operaia di Berlino Est (giugno 1953) che coinvolse altre grandi città industriali della Germania Orientale (l’ex Ddr), tra cui Lipsia e Dresda. Per evitare che l’esempio potesse dilagare nei Paesi vicini. l’esercito russo la schiacciò immediatamente. Benché durata solo un paio di giorni, la rivolta tedesca ci lascia un segnale importante di autonomia politica proletaria[10].

A metà dell’ottobre 1956, ci fu la rivolta polacca, in cui, pur con una preponderante partecipazione operaia, l’aspetto dominante fu la lotta contro l’oppres-siva ingerenza dell’Unione Sovietica. Fattore che, mettendo in secondo piano il protagonismo operaio, favorì una soluzione di compromesso tra Mosca e Varsavia[11]. Soluzione che, di lì a pochi giorni, alimentò tra gli insorti ungheresi l’illusione di un’analoga possibilità. Come ho accennato, anche in Ungheria allignavano sentimenti nazionalisti. Tuttavia, a prevalere, era la connotazione operaia, con rivendicazioni nelle quali si richiamava la gran parte dei contadini. Questo sostanziale aspetto fu sommerso sia dalle feroci calunnie nazionalcomuniste[12] sia dall’ipocrita incenso democratico. Entrambi interessati a spegnere un possibile focolaio rivoluzionario proletario nel cuore dell’Europa.

Le calunnie nazionalcomuniste traevano pretesto dalla presenza in Ungheria, durante la guerra, di un movimento fascista terribilmente violento, le Croci Frecciate, il cui viscerale razzismo preoccupò anche i nazisti.

Oltre al ruolo operaio, venne nascosta anche l’organizzazione assunta dagli operai, i consigli (i soviet). Malgrado le manfrine, l’Onu dovette riconoscere che:

«I Consigli Operai emersero dalla Rivoluzione come le uniche organizzazioni fornite dell’appoggio della stragrande maggioranza della gente ed in grado di pretendere che il governo negoziasse con essi, perché costituivano una forza capace di ottenere la ripresa del lavoro»[13].

Testimonianze sull’attività dei Consigli Operai trapelarono comunque fin dall’inizio dell’insurrezione, grazie alle Radio Libere che, in quei giorni, trasmisero da varie località dell’Ungheria; assolutamente esplicite furono le emittenti dei centri industriali, come Miskolc, Nyiregyhaza, Győr[14].

La repressione non doma gli operai

Il 7 novembre 1956, l’Unione Sovietica decise di reprimere la rivolta, occupando l’Ungheria con un esercito di oltre 150mila soldati, accompagnati da 6mila mezzi corazzati. L’invasione provocò migliaia di morti, enormi distruzioni e costrinse 200mila ungheresi all’esilio.

L’entità delle stragi e dell’esodo dimostrano che l’enorme potenza di fuoco russa incontrò una forte resistenza che, soprattutto nelle zone operaie di Budapest (come Csepel) e in altri centri industriali e minerari, si protrasse per almeno un anno.

Nonostante il clima di terrore, a Budapest, il 14 novembre, sorse il Consiglio operaio centrale che proclamò uno sciopero generale di due giorni contro il nuovo governo collaborazionista di Janós Kádár e l’occupazione sovietica.

La risposta governativa fu la reintroduzione della pena di morte per chi scioperava. La minaccia non spaventò i proletari: scioperi e agitazioni operaie sarebbero scoppiati per altri tre anni. Finché esecuzioni e arresti ristabilirono l’«ordine del lavoro». E sullo sfondo, apparivano blande concessioni. Nel frattempo, i Consigli operai erano stati sciolti o erano stati svuotati di ogni funzione: nel settembre 1957, quelli che erano sopravvissuti furono sottoposti al controllo dei sindacati di Stato. In dicembre, furono definitivamente aboliti.

«La stessa definizione di “Consiglio Operaio” ora imbarazzava e irritava il regime. La burocrazia tentò l’impossibile: cancellare con un colpo di spugna, dalla memoria del popolo ungherese e dalla storia stessa, la grande e positiva esperienza di autoamministrazione della classe operaia»[15].

Dopo aver stabilito l’ordine del lavoro, il regime di Kádár, nel timore di una ripresa delle lotte operaie, nel 1962 promulgò un’amnistia per i detenuti politici e, successivamente,  varò moderate riforme che migliorarono il tenore di vita generale. Di pari passo, fece concessioni al libero mercato che favorirono la formazione di un ceto medio imprenditoriale, fu il cosiddetto comunismo al goulash.

Questo ambiguo epilogo è frutto della irrisolta contraddizione tra la connotazione operaia e il nazionalismo che, come dicevo, caratterizzò la rivolta ungherese.

A questo punto, qualche bello spirito potrebbe dire che la rivoluzione ungherese del 1956, come la rivoluzione spagnola del 1936, è finita male.

Secondo me, ben peggiori sono state le conseguenze del colpo di Stato bolscevico, sia per gli operai e i contadini russi sia per i disastri che colpirono il movimento operaio e contadino di quei Paesi in cui fu significativa la presenza di partiti di ispirazione bolscevico-leninista made in Urss. In primis la Germania di Weimar.

In controtendenza con questo scenario desolante, la Spagna ’36 e l’Ungheria ’56 hanno tenuto alta la bandiera della rivoluzione sociale e del comunismo, mostrando la possibilità di un’altra via.

E oggi?

Finora ho usato l’espressione «movimento operaio e contadino». Ritengo che negli ultimi decenni del Novecento, la «questione contadina» sia stata brutalmente risolta dal capitale stesso, rovinando ed espropriando le popolazioni rurali dell’Asia, dell’Africa e dell’Ame-rica Latina. Anche la popolazione operaia ha mutato la propria configurazione rispetto alla prima metà del Novecento, sempre di più assume la connotazione di forza lavoro flessibile o meglio di esercito industriale di riserva. Ragione per cui, riguardo agli attuali movimenti sociali, parlo di proletariato o di senza risorse.

Questa premessa mi consente di accennare alle «primavere arabe».

 Le «primavere» del 2011 hanno avuto un importante precedente, nel 1979, in Iran, con la cacciata dello scià. Nel giro di poco tempo, un enorme apparato militare crollò come un castello di carte. Gli insorti non avevano alcun santo in paradiso e, quando il santo apparve, aveva il truce volto dell’ayatollah Khomeyni che scatenò una sanguinaria normalizzazione di stampo islamista. La violenza della sua azione testimonia l’irruenza delle tensioni sociali che la classe dirigente iraniana dovette soffocare e che, periodicamente, riaffiorano.

Altrettanto è avvenuto nel 2011 in Tunisia e in Egitto, dove movimenti spontanei hanno rapidamente abbattuto regimi dittatoriali ben «blindati».

Dopo di che, in Tunisia, si è determinata una precaria situazione di stallo tra le varie componenti sociali che attenua le tensioni.

In Egitto, invece, il proletariato si trova a dover affrontare sia la potente «casta» militare – al centro di forti interessi economici (pari a un quinto del Pil nazionale) – sia i Fratelli Musulmani, espressione di un pletorico ceto medio che è sempre più insofferente per la condizione di emarginazione economica in cui è tenuto dai militari.

Ben più drammatica è la situazione siriana, dove la rivolta contro al-Asad ha provocato l’intervento di Paesi interessati a mantenere il controllo  della zona, in primis Turchia, Usa e Russia. Nessuno di loro riesce a prevalere – non ne hanno la forza militare né tantomeno politica –; sono riusciti solo a disgregare ulteriormente le forze sociali e a creare uno stato di permanente e diffusa conflittualità, in cui ha trovato fertile terreno la nascita (2014) dello Stato islamico.

In questo disastrato scenario, l’unico barlume di luce è oggi rappresentato dal Rojava – il Kurdistan Occidentale – , dove, dal 2012, è sorta una zona autonoma dalla Siria, che si fonda sui principi del confederalismo democratico elaborati da Abdullah Öcalan  e così sintetizzati:

«Il confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema di Stato, è il sistema democratico di un popolo senza Stato … Prende il potere dal popolo e lo adotta per raggiungere l’autosufficienza in ogni campo compresa l’economia»[16].

Come è noto, Öcalan si richiama alle teorie di Murray Bookchin su «ecologismo sociale» e «comunalismo democratico». Sono teorie che non avendo nulla a che vedere col «marxismo» hanno il merito di evitare quelle fuorvianti contaminazioni ideologiche che tanta confusione hanno creato nel Novecento, a partire dal leninismo per finire con il chavismo.

D’altro canto, Marx, riguardo alla Russia, aveva espresso positivi apprezzamenti sui populisti, giudizi che implicavano, viceversa, forti riserve sull’orto-dossia marxista dei suoi presunti seguaci, a partire da Georgij Plechanov[17].

Molti aspetti della proposta politica di Öcalan- Bookchin restano sicuramente da chiarire, ma ritengo che solo gli sviluppi della situazione mediorientale (e, ovviamente, mondiale) potranno dare una risposta.

Comunque sia, l’esperienza del Rojava è sicuramente in controtendenza, rispetto agli orientamenti politici finora prevalenti nei Paesi con una background socio-politico differente da quello occidentale. E non mi riferisco solo al Medio Oriente e al Maghreb, dove convivono nostalgie nazional-comuniste (socialismo di Stato) e fondamentalismo islamico, bensì anche all’America Latina, dove gli ultimi avvenimenti, in Brasile e in Venezuela, denunciano la fine del populismo di sinistra, altrettanto improntato a nostalgie nazional-comuniste e teologia della liberazione.

Caratteristica di tutti i recenti sommovimenti sociali sono le forme organizzative orizzontali, dal basso (le «piazze»), in cui convergono, si incontrano, si scontrano e si separano le diverse tendenze presenti nel movimento complessivo.

La conseguente evoluzione o involuzione è soggetta a dinamiche sociali che nessun piccolo «comitato rivoluzionario» (o «partito») può influenzare né tantomeno dirigere. I fatti ricordati lo dimostrano.

Dino Erba, Milano, 30 settembre 2016.

Piccola bibliografia sulla rivoluzione ungherese del 1956

– Aa Vv., La rivoluzione ungherese. Una documentazione cronologica degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1957.

– Aa. Vv., Ungheria 1956. Necessità di un bilancio, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2006 (2a edizione).

– Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest. I Consigli Operai, Prefazione dell’edizione italiana di Porosz Tibor per il gruppo «Autonomia», Zero in Condotta, Milano, 1990.

– Hanna Arendt, Imperialismo totalitario. Riflessioni sulla rivoluzione ungherese, seguito da: Cornelius Castoriadis, La sorgente ungherese, Il Sottovoce, Genova, 2006.

– Federigo Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Prefazione di Giancarlo Bosetti, Marsilio, Venezia, 2006.

– Tibor Fischer, Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone, Mondadori, Milano, 1997 (romanzo).

– Peter Fryer, La tragedia ungherese, Opere Nuove, Roma, 1957.

– Miklós Haraszti, A cottimo. Operaio in un paese socialista. Prefazione di Heinrich Böll, Feltrinelli, Milano, 1978.

– David Irving, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest, Mondadori, Milano, 1982.

– Sándor Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello. I ricordi di Sándor Kopácsi questore di Budapest nel 1956, Testimonianza raccolta da Tybor, Postfazione di Aldo Natoli, Edizioni e/o, Roma, 2006 (2a edizione).

[1] Amadeo Bordiga, Partito e azione di classe, «Rassegna Comunista», a. I, n. 4, 31 maggio 1921. Il concetto fu ribadito nelle Tesi di Roma (1922). Entrambi i testi sono stati più volte riediti e sono disponibili in alcuni siti web.

[2] Nicola Fumagalli, Cultura politica e cultura esoterica nella sinistra russa (1880-1917), Con una presentazione di Giorgio Galli, Società Editrice Barbarossa, Milano, 1996.

[3] Ettore Cinnella, 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008.

[4] Vedi Dino Erba, Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014, pp. 45, 63 e ss.

* Come ho precisato in altre occasione, il riferimento ai miei testi ha solo lo scopo di indicare le complessive fonti bibliografiche cui mi richiamo. Senza doverle citare per l’ennesima volta.

[5] Ne accenno in: Dino Erba, Dalla Comune alla caserma. C’era una volta l’internazionalismo proletario (Cosa lega William Haywood a Sultan-Galiev …? e Dal Komintern all’Nkvd), All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.

[6] Ho raccolto in un opuscolo (Spagna 36. Qualcosa di nuovo, anzi d’antico) le recenti pubblicazioni italiane sulla Guerra di Spagna, cui ho aggiunto i numerosi e fondamentali libri di Agustín Guillamón in castigliano. L’opuscolo è disponibile in versione Pdf.

[7] Il termine «rivoluzione» potrebbe sembrare eccessivo, considerando la brevità dell’evento. Tuttavia, nel corso di quelle due settimane, emersero iniziative proletarie – i consigli – che ebbero la connotazione tipica di una rivoluzione sociale.

[8] La prima edizione del libro apparve in Italia nel 1979, col titolo: In nome della classe operaia. La nuova edizione ammicca scioccamente all’imperante moda giallistica, sulla fascetta di copertina leggiamo: «Budapest 1956: la rivolta diventa thriller».

[9] Vedi: Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest. I Consigli Operai, Prefazione dell’edizione italiana di Porosz Tibor per il gruppo «Autonomia», Zero in Condotta, Milano, 1990. Il libro meriterebbe una nuova edizione, con una migliore veste editoriale e con la correzione alcune imprecisioni

[10] Vedi: Cajo Brendel, La Comune di Berlino, L’insurrezione operaia nella Germania dell’Est – giugno 1953. La lotta di classe contro il bolscevismo, in Aa Vv., Un omaggio a Paul Mattick. Contributi per una critica marxiana radicale. Dalla critica alle teorie della crisi ad una nuova organizzazione economica e sociale, Connessioni, Bologna, 2012, p. 219.

[11] François Fejtö, Storia delle democrazie popolari dopo Stalin, Vallecchi Editore, Firenze, 1971, p. 117 e ss.

[12] Sulle calunnie del Pci, vedi: Federigo Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Prefazione di Giancarlo Bosetti, Marsilio, Venezia, 2006.

[13] Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest, op. cit., p. 142, nota 69.

[14] Vedi: Aa Vv., La rivoluzione ungherese. Una documentazione cronologica degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1957.

[15] Andy Anderson, Ungheria ’56. La Comune di Budapest, op. cit., p. 190.

[16] Il concetto di «confederalismo democratico» è stato più volte espresso, vedi in particolare: Abdullah Öcalan, Confederalismo democratico, in: http:// www.uikionlus.com/wp-content/uploads/Confederalismo_de-mocratico.pdf/.

[17] Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014, p. 126 e ss.

Politica e Società

L’attualità del trotskismo

Dal sito della Lit-Quarta Internazionale Partito di Alternativa Comunista 26 Agosto 2016 dc (pubblicato anche su jadawin.info alla pagina “Trotsky”):

A 76 anni dall’assassinio di Trotsky
L’attualità del trotskismo

Trotsky a Mosca

di Alejandro Iturbe (*)

Il 21 agosto 1940, in Messico, moriva assassinato Leon Trotsky, leader con Lenin della rivoluzione russa del 1917. Il giorno precedente, Ramon Mercader, un agente di Stalin che fingeva di essere un militante trotskista, aveva scaricato sulla sua testa un colpo di picozza a tradimento. Ciò avvenne nella casa in cui Trotsky viveva, a Città del Messico, nel quartiere di Coyoacán.

Trotsky aveva ottenuto asilo politico in Messico nel 1937, otto anni dopo la sua espulsione dall’URSS e dopo che i governi di vari Paesi europei gli avevano negato ospitalità.

Al momento della sua uccisione, molti dei principali dirigenti del Partito bolscevico che con Lenin avevano guidato la Rivoluzione d’Ottobre, erano stati sterminati da Stalin a conclusione dei vergognosi “processi di Mosca”, nel corso dei quali furono condannati (incluso Trotsky, che non era presente) per crimini e tradimenti inesistenti, sulla base di mostruose falsificazioni e di “confessioni” forzate.

Culminava così il processo di burocratizzazione – rafforzatosi dopo la morte di Lenin – del primo Stato operaio, con l’ascesa al potere di una casta burocratica controrivoluzionaria, portatrice della falsa teoria del “socialismo in un solo Paese”, che nel giro di cinque decenni finirà col ripristinare il capitalismo nel primo Paese in cui era stato espropriato.

Migliaia di militanti dell’opposizione di sinistra, guidata da Trotsky in Unione Sovietica, furono perseguitati, imprigionati e uccisi. La classe lavoratrice in Cina, Germania, Spagna subì pesanti sconfitte per la responsabilità dei partiti comunisti diretti dalla Comintern (III Internazionale o Internazionale Comunista), controllata dall stalinismo. Così come la morte durante la guerra civile di gran parte dell’avanguardia operaia rivoluzionaria e la sconfitta della rivoluzione tedesca favorirono l’ascesa dello stalinismo in URSS, le nuove sconfitte a loro volta spianarono la strada a Hitler e allo scoppio della seconda guerra mondiale. I militanti trotskisti erano pochi, eppure Stalin vedeva in Trotsky il suo peggior nemico, e ucciderlo era diventata la sua ossessione.

Non era il rancore personale la ragione principale di ciò, ma la fredda logica controrivoluzionaria. Trotsky incarnava in sé l’esperienza delle tre rivoluzioni russe (1905, febbraio e ottobre 1917) e le tradizioni rivoluzionarie del Partito bolscevico. Finché Trotsky era in vita, la nuova ascesa della mobilitazione di massa causata dagli stenti della nuova guerra avrebbe trovato in lui e nella IV Internazionale, di recente fondazione, una direzione rivoluzionaria alternativa.

La sua opera più importante

Trotsky, due volte presidente del Soviet di Pietrogrado, fondatore e organizzatore dell’Armata rossa, il grande teorico e leader del partito bolscevico e della Terza Internazionale, riteneva tuttavia che la sua opera più importante era stata la fondazione della Quarta internazionale. Dopo che la politica criminale dello stalinismo aveva permesso il trionfo del nazismo in Germania, Trotsky concluse che la Comintern era definitivamente passata dalla parte della controrivoluzione.

Era essenziale fondare una nuova internazionale per continuare la lotta per la costruzione di una direzione rivoluzionaria della classe operaia. La nuova internazionale raggruppava appena alcune centinaia di quadri rivoluzionari in tutto il mondo, ma era forte per la sua guida, la sua morale e i suoi principi rivoluzionari, e per la teoria e il programma che la cementavano: la teoria della rivoluzione permanente e il programma di transizione. Così, nonostante il duro colpo dovuto alla perdita del suo principale dirigente, la Quarta internazionale sopravvisse alla morte del suo fondatore. Trotsky aveva ragione, era riuscito a salvare la continuità del marxismo rivoluzionario per le nuove generazioni.

Un programma per la crisi attuale

La burocrazia stalinista portò alla restaurazione del capitalismo nell’ex Urss e negli altri Stati operai burocratizzati. Alla fine degli anni ’80 e ai primi anni ’90 le masse popolari dell’Urss e dell’Europa orientale misero in atto grandi mobilitazioni che liquidarono i regimi stalinisti, che ormai amministravano Stati capitalisti. Queste rivoluzioni liberarono i lavoratori del mondo dagli apparati controrivoluzionari dello stalinismo. È stata una grande vittoria che ha aperto una nuova fase della lotta di classe internazionale, e nel 2007 è scoppiata la più grande crisi del capitalismo dal 1929.

La crisi si approfondisce ogni settimana e nei Paesi imperialisti i governi varano finanziarie gigantesche di miliardi di dollari per salvare le banche e le imprese più importanti. Grecia e Spagna sono già in bancarotta, l’Italia e il Portogallo ne seguono i passi e tutta l’Unione europea è scossa. La ricetta dei governi per superare la crisi è la vecchia e amara medicina capitalista: attacchi selvaggi al mondo del lavoro, ai salari, alle pensioni, ai diritti, alla sanità e all’istruzione, con un brutale incremento dello sfruttamento. Come diceva Trotsky “la borghesia prende ogni volta con la mano destra il doppio di quanto dà con la sinistra”.

Questo ha innescato una risposta da parte dei lavoratori e dei settori popolari che non si vedeva da decenni. Milioni di lavoratori hanno organizzato scioperi generali combattivi in Grecia e Spagna. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza in Spagna contro le politiche di austerità e forniscono un supporto di massa all’eroico sciopero dei minatori.

Ma questo è anche il momento in cui il programma della Quarta internazionale mostri tutta la sua attualità e la sua validità storica come l’unica vera uscita dalla crisi per i lavoratori. Misure come la scala mobile dei salari in base all’inflazione, la distribuzione delle ore di lavoro con la stessa paga per garantire l’occupazione, la nazionalizzazione senza indennizzo delle banche e delle grandi imprese sotto il controllo dei lavoratori, contenute nel Programma di transizione, sono indispensabili per fornire al movimento operaio e popolare un piano alternativo per i lavoratori. E sono, come sosteneva Trotsky, il ponte attraverso il quale oggi il movimento operaio con la sua mobilitazione può avanzare per conquistare un proprio governo e aprire la strada ad una soluzione socialista.

Per la ricostruzione della Quarta Internazionale

La Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale, organizzazione internazionale fondata da Nahuel Moreno, ha compiuto 34 anni. È l’erede della corrente guidata da Moreno, che ha lottato per decenni all’interno della IV Internazionale contro l’abbandono dei principi rivoluzionari che ha portato alla crisi e alla dispersione del trotskismo. Dopo aver superato la grave crisi causata dalla morte del nostro principale dirigente, e l’“alluvione opportunistica” che ha travolto la sinistra negli anni ’90, la Lit-Qi ha ripreso la dura battaglia per la ricostruzione della IV Internazionale e il raggruppamento dei rivoluzionari.

Grazie all’intervento nella lotta di classe, al riarmo teorico, programmatico e politico degli ultimi anni siamo riusciti a fare dei passi avanti a livello mondiale.

Il Pstu è parte attiva delle principali mobilitazioni in Brasile ed ha un ruolo nella direzione di CSP-Conlutas, principale sindacato di base del Paese.

Corriente Roja, in Spagna, sta svolgendo un ruolo essenziale nello scontro col governo Rajoy, supportando la lotta dei minatori e lavorando al raggruppamento del sindacalismo conflittuale.

Il Mas ha una parte importante nelle lotte in Portogallo.

Il Partito di Alternativa Comunista ha un ruolo nella direzione del coordinamento No austerity, in Italia.

In Argentina, una riunificazione di organizzazioni rivoluzionarie ha portato alla fondazione del Pstu.

In Paraguay, i compagni del Pt costituiscono parte attiva della CCT.

In Colombia, il Pst guida il coordinamento delle lotte a Cartagena e Bogotà.

La Lit-Qi è cresciuta anche in nuovi Paesi in America latina, come Honduras, Costa Rica, El Salvador.

Più recentemente, abbiamo incorporato nelle nostre file la nostra prima sezione africana (Lps, Senegal) e abbiamo avviato il lavoro nel continente asiatico (attraverso la formazione del Comitato per le repubbliche socialiste dell’Asia), in India e Pachistan.

Le battaglie attuali

Quando Trotsky fondò la IV Internazionale, lo fece, come abbiamo detto, per difendere la teoria e il programma rivoluzionari di fronte alla deformazione e alla distruzione che essi subirono da parte dello stalinismo.

Una delle principali battaglie politiche affrontate dalla IV Internazionale è stata la dura lotta contro il riformismo e la collaborazione di classe con la borghesia, che lo stalinismo e la vecchia socialdemocrazia incoraggiavano in tutto il mondo. Sebbene le due tendenze abbiano giocato ruoli differenti e abbiano tenuto posizioni diverse, entrambe contribuirono a salvare il capitalismo e ad evitare il trionfo della Rivoluzione socialista nazionale ed internazionale.

Attualmente, la maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche (pagando il costo del sostegno incondizionato all’imperialismo) è in profonda decadenza. Lo stalinismo è entrato in una profonda crisi dopo la caduta dell’URSS, e una parte delle sue organizzazioni si è trasformata direttamente in partiti borghesi, mentre l’altra parte si è riciclata nella tendenza castro-chavista (quella che abbiamo combattuto in tutti questi anni), anch’essa duramente colpita dalla profonda crisi in Venezuela e dalla restaurazione del capitalismo a Cuba.

La realtà delle dinamiche sempre più regressive del capitalismo imperialista (intensificatesi pesantemente a partire dalla crisi apertasi nel 2007) non lascia spazio a concessioni o piccole riforme per ridurre i livelli di sfruttamento. Così, qualora dovessero arrivare al potere o pochi anni dopo, queste tendenze saranno costrette ad attuare rigidi piani di aggiustamento, che ne riveleranno il vero volto di agenti del capitalismo e dell’imperialismo.

Il chavismo in Venezuela e il Pt in Brasile avevano uno spazio di pochi anni, che ora è esaurito. Ma Alexis Tspiras e Syriza in Grecia non ne avevano, e fin dall’inizio dovevano attaccare duramente i lavoratori e le masse. Queste sono le ragioni che rafforzano la necessità dei rivoluzionari di opporsi a questi governi borghesi di sinistra, e di posizionarsi chiaramente accanto ai lavoratori e alle masse oppresse.

Un aspetto specifico della lotta in corso contro il neo-riformismo è il duro dibattito con quelle tendenze, provenienti dal movimento rivoluzionario e trotskista, che abbandonano la battaglia centrale di Trotsky e sostengono questi governi, apertamente o in silenzio, con argomentazioni secondo cui “essi riflettono l’attuale rapporto di forze e il livello di coscienza di massa”.

Questa è una falsa argomentazione che va contro la realtà, come la Grecia e il Brasile dimostrano, ad esempio. Ma anche se ciò avesse un fondamento reale, la necessità di lottare contro il riformismo, la collaborazione di classe e questo tipo di governi è una questione di principio per il trotskismo. In altre parole, questa lotta non può essere soggetta a considerazioni di circostanza. Chi ha abbandonato questi principi ha abbandonato anche le lezioni di Trotsky (sebbene, per nascondere la capitolazione, si rivendichi la figura del grande rivoluzionario).

Queste sono le battaglie che la Lit-Qi oggi affronta, e il modo concreto di sviluppare le lezioni di Trotsky. Siamo orgogliosi di rivendicare la sua eredità, e ancora una volta, facciamo nostro il suo grido di battaglia: Lavoratori di tutto il mondo, uniamoci sotto la bandiera della Quarta Internazionale, perché è la bandiera della nostra prossima vittoria!

* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: http://www.litci.org
(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

 

Politica e Società, Storia

Marx e la Russia

da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul sito www.jadawin.info , pagina “Politica e Società-11):

Marx e la Russia

Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.

Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].

Non sono marxista!

Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].

Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.

Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.

Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!

Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.

Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».

Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.

La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.

Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).

Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].

Quali ricadute teorico-politiche?

In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.

Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.

Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.

Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).

Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari…

E oggi …

Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia… ancora tutta da scrivere.

Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.

 

[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.