Politica e Società

La sinistra fa da ignaro bersaglio fisso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

NEWSCOMIDAD

Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce “Commentario”.

La sinistra fa da ignaro bersaglio fisso

La “sinistra” è oggi in predicato di arruolarsi nella campagna contro il presunto pericolo fascista costituito dal cosiddetto populismo.

Il problema è che si andrebbe alla guerra con armi spuntate, poiché la stessa “sinistra” ha subito passivamente nel recente passato delle campagne tese a screditare proprio l’antifascismo.

Nel 2003 la pubblicazione del libro di Giampaolo Pansa “Il Sangue dei Vinti”, con la relativa campagna mediatica a supporto, ha fatto sì che si passasse direttamente dalla mitizzazione acritica della Resistenza (il “Secondo Risorgimento”) ad una altrettanto acritica, quanto pretestuosa, criminalizzazione.

Non si tratterebbe di una questione di incoerenza, in quanto purtroppo una coerenza della “sinistra” ci sarebbe, poiché ora, come quindici anni fa, la costante è sempre quella della dipendenza dalla comunicazione mainstream.

Molti hanno notato che queste campagne tese a screditare l’antifascismo coincidevano con le tesi, esplicitamente enunciate da documenti di JP Morgan, secondo cui i problemi economici dell’Europa deriverebbero dalle “Costituzioni antifasciste”.

Dagli stessi ambiti della finanza globale erano provenute quaranta anni prima le lamentele di marca Trilateral circa presunti “eccessi di democrazia”, cioè l’eccesso di una cosa che non esiste.

Il documento commissionato nel 1975 dalla Trilateral sulla crisi delle democrazie ripercorreva i soliti schemi del lamento dei ricchi per il presunto assalto dei poveri alla cassa.

Il punto è che qualsiasi mediazione sociale, o semplice gestione sociale, ha comunque un costo.

Anche se si decidesse di eliminare i poverissimi ed i pensionati nei campi di concentramento o in forni crematori condominiali, ciò comporterebbe inevitabilmente una spesa che, nel loro eterno vittimismo, i ricchi interpreterebbero come assistenzialismo per poveri.(1)

Il documento di JP Morgan era del 2013 e segnalava che dal 1975 la linea della finanza globale non è cambiata.

Nel 2007 infatti era stato lanciato un altro best-seller, “La Casta”, dei giornalisti Stella e Rizzo.

In questo caso il bersaglio era costituito dai costi e dai privilegi del ceto politico, in altri termini dai costi della “democrazia reale”.

Manco a dirlo, la “sinistra” non reagì anche in quel caso, andando completamente in braccio alla retorica dei “vincoli esterni” necessari per tenere a freno un ceto politico spendaccione.

La delegittimazione si completava così in un’auto-delegittimazione.

A far le spese di questo clima ostile alla politica fu il secondo governo Prodi, quotidianamente attaccato dai media e dalla Confindustria.

Ma negli attacchi alla “sinistra” ed alle amministrazioni locali da essa gestite, si era distinto già all’epoca della prima esperienza di governo di centrosinistra degli anni ‘90 anche il quotidiano “La Repubblica”, pur considerato il massimo referente mediatico della stessa “sinistra”.

L’alibi invocato per questa incongruenza era quello dell’imparzialità, ma gli sviluppi successivi dimostrarono che si trattava d’altro.

Nel febbraio 2001, a ridosso della campagna elettorale per il rinnovo del parlamento, “la Repubblica” avviò lo scandalo Telekom Serbia, con un’inchiesta di Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini che riguardava presunte tangenti versate nel 1997 durante il primo governo Prodi.

Si trattava di un mega-affare tra la italiana Telecom e l’omologa azienda di Stato serba.

L’affare aveva disturbato potentati economici sia statunitensi che europei.

Il successivo governo D’Alema rientrò all’ovile, non solo partecipando al bombardamento della Serbia, ma anche privatizzando la Telecom che sino ad allora era stata al 60% di proprietà del Tesoro.

Rientrare all’ovile però non servì a nulla, poiché nel 2001 lo scandalo scoppiò lo stesso ad opera del quotidiano “amico”; uno scandalo che fu usato dalla propaganda di destra finché non si sgonfiò sul piano giudiziario, quando però ormai i danni erano fatti.

In parlamento l’allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, osservò che il dossier presentato da D’Avanzo e Bonini non era alla portata di due semplici giornalisti, perciò ipotizzò un’imbeccata da parte della CIA; cosa che comportò anche un contenzioso giudiziario tra i giornalisti e Dini.

Il procedimento si concluse con una più che prevedibile non autorizzazione a procedere da parte del Senato.(2)

Strano che la “sinistra” non si sia mai accorta di questa subdola ostilità dei quotidiani “amici”.

Nelle elezioni del 2006 il “Corriere della Sera” diretto da Paolo Mieli prese esplicitamente posizione a favore della coalizione di centrosinistra diretta da Prodi, che poi vinse di misura.

Ma nel 2007 fu proprio la casa editrice Rizzoli-Corriere della Sera a pubblicare “La Casta”.

Ci si è sorpresi poi della nascita e della crescita improvvisa della “antipolitica”, cioè del Movimento 5 Stelle (avrebbe dovuto chiamarsi “5 Stelle e 5 Rizzi”, visto che i veri teorici erano stati loro e non Grillo).

I 5 Stelle si sono ampiamente giovati del fatto di non avere un passato che potesse essere loro rinfacciato, come accade invece alla “sinistra”.

Il passato senza consapevolezza non diventa Storia ma mera coazione a ripetere, così una “sinistra” che non ha superato il trauma della destalinizzazione è caduta in una sorta di smania del parricidio: prima D’Alema ha fatto fuori Occhetto, poi D’Alema è stato criminalizzato da Renzi, poi il PD in parlamento ha ammazzato il padre fondatore Prodi non votandolo per la Presidenza della Repubblica.

Il moralismo/onestismo dei 5 Stelle aveva trovato ulteriore spinta in altre operazioni mediatiche, come quella del docu-romanzo “Gomorra”, del 2006.

Nel 2013 è arrivato anche il romanzo “Suburra”, un best seller, con annessa campagna mediatica, funzionale alla criminalizzazione/meridionalizzazione di Roma.

Il coautore di “Suburra” è quello stesso Bonini dello scandalo Telekom-Serbia.

A conferma dell’aforisma di Oscar Wilde, secondo cui è la vita ad imitare l’arte, nel 2014 arrivava l’inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, di cui faceva le spese l’ignaro e ingenuo sindaco del PD, Ignazio Marino, brutalmente spodestato da Renzi.

Il procedere della campagna di meridionalizzazione/criminalizzazione di Roma ha comportato che la tempesta giudiziaria colpisse anche il sindaco 5 Stelle Raggi, ma le sue peripezie sono nulla al confronto dell’entità delle accuse che avevano travolto Marino.

La “sinistra” è un bersaglio delle agenzie di disinformazione ma non sa di esserlo, poiché non ne capirebbe giustamente il motivo.

Il punto è che questi attacchi non partono da centrali europee, ben consapevoli che la sinistra non esiste più, bensì da centrali statunitensi che non conoscono la realtà europea e che agiscono ancora in base a schemi di guerra fredda.

Gli esecutori europei di queste operazioni di psicoguerra non sono probabilmente nelle condizioni di avvisare i propri mandanti della cantonata che prendono, poiché ciò comporterebbe il rischio di perderne la fiducia e quindi i finanziamenti.

Eppure i segnali concreti per la sinistra che la guerra fredda per gli USA non era mai finita non sono mancati.

Agli iscritti alla CGIL ancora dieci anni fa era infatti precluso di poter lavorare nella costruzione di basi NATO o di svolgervi attività di rappresentanza sindacale.(3)

8 novembre 2018

     1)  http://trilateral.org/download/doc/crisis_of_democracy.pdf

     2)  https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/657787.pdf

     3)  http://www.filcams.cgil.it/baseusa-la-nato-ancora-non-riabilita-la-cgil-2/

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Politica e Società

Un governo leghista… a cinque stelle

In e-mail il 24 Maggio 2018 dc:

Un governo leghista… a cinque stelle

 24 Maggio 2018

conte_mattarella

Il governo annunciato Di Maio-Salvini – Conte è solo un prestanome – è una minaccia reazionaria per i lavoratori, per le lavoratrici, per tutti gli sfruttati. Piccole elemosine sociali non riescono a nascondere questa verità.

Naturalmente la nostra denuncia non ha niente a che fare con le “critiche” del PD o dell’Unione Europea, unicamente preoccupati dei conti pubblici del capitale. La nostra denuncia muove dalle ragioni opposte: quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati.

Il nuovo governo tutela innanzitutto la peggiore eredità di Renzi.
Mentre gli operai muoiono sul lavoro anche perché ricattati dalla precarietà e dalla cancellazione dei diritti, il nuovo governo non solo conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, ma reintroduce i famigerati voucher.
Mentre salgono in Borsa i profitti di grandi imprese e banche, il nuovo governo abbassa la tassa sui profitti al 15%, nel quadro di una riforma fiscale in cui chi ha di più paga di meno. È il più grande regalo fiscale ai padroni dell’intero dopoguerra.

Si promettono concessioni su reddito di cittadinanza e pensioni.
Ma il reddito è condizionato all’accettazione di lavoro precario, e 41 anni di contributi sono un miraggio per i giovani dopo una vita di precariato. Intanto si mantiene l’automatismo delle aspettative di vita per l’età pensionabile, a tutela del capitale finanziario. Ma soprattutto queste stesse promesse non hanno copertura. Non è un caso. Se vuoi regalare una montagna di soldi ai padroni, se vuoi continuare a pagare il debito pubblico alle banche, non puoi finanziare neppure le elemosine che prometti. O le promesse resteranno tali o saranno messe sul conto dei “beneficiari” con nuovi tagli sociali.

Salvini e Di Maio hanno già pensato a una valvola di sfogo della delusione sociale: la campagna odiosa contro gli immigrati. Il piano di segregazione e cacciata di 500.000 immigrati cosiddetti clandestini (perché privati di diritti) si combina con la discriminazione persino degli immigrati “regolari” in fatto di asili e sussidi. Una discriminazione esplicitamente etnica. È un caso che CasaPound plauda al nuovo governo?

“Prima gli italiani” ha un sottotitolo: “prima i capitalisti”, a spese di tutti gli altri.
Nessuna fiducia può essere riposta nel M5S di Di Maio, che va a braccetto con lo xenofobo Salvini.

È ora di mettere in campo un programma di lotta indipendente che unifichi la classe lavoratrice:
Per la cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di salario, ripartendo il lavoro tra tutti.
Per la pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti.
Per un vero salario ai disoccupati che cercano lavoro, pagato dall’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private.

Solo una lotta generale per queste rivendicazioni può unificare 17 milioni di lavoratori salariati, e attorno ad essi l’esercito dei disoccupati.
Solo la lotta per un governo dei lavoratori può dare una prospettiva a questa mobilitazione: a partire dall’esproprio delle aziende che licenziano, dall’abolizione del debito pubblico verso le banche, dalla loro nazionalizzazione.

Cambiano i governi, ma sono tutti al servizio del capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori
Comunicati, Politica e Società

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori