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Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo!

In e-mail il 17 Giugno 2017 dc:

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo! Rimpe le uova nel paniere a padroni, politicanti e sindacalisti di regime

Il 16 giugno, lo sciopero dei lavoratori dei trasporti (aeroportuali, portuali, ferrovie, autoferrotranvieri, logistica e autostrade) ha avuto un esito complessivamente buono, ove più ove meno (sotto, un breve resoconto). Sicuramente, il successo è stato maggiore alle aspettative dei promotori, alcuni sindacati di base (Cub Trasporti, Sgb, SiCobas, con l’adesione del SolCobas e, in parte, dell’Usb). Nel successo ha pesato il grande malcontento dei lavoratori che, solo a stento, la triade Cgil-Cisl-Uil ha potuto contenere in alcune situazioni dove pesa invece il loro ruolo clientelare. Quindi, non sono in questione le tessere sindacali, bensì è in questione l’unità di lotta dei lavoratori, un’unità trasversale che si sta generalizzando. E spaventa sindacalisti e politicanti di regime.

Lo sciopero è stato proclamato contro l’incombente privatizzazione del trasporto pubblico, in particolare il trasporto di passeggeri (urbano e ferroviario). Il trasporto è tra i pochi settori che vantano ancora una prevalente partecipazione dello Stato o delle amministrazioni locali. E fa gola alle multinazionali del trasporto privato, nonché ai lupi della finanza. Il governo Gentiloni sta facendo di tutto per regalare a costoro questa gallina dalle uova d’oro. Dando un calcio in culo ai lavoratori del settore e agli «utenti» del servizio.

Le male conseguenze della privatizzazione ricadranno infatti su TUTTI: i lavoratori del settore saranno sottoposti a peggiori condizioni di lavoro, i passeggeri, i pendolari in primis, dovranno ingoiare maggiori disagi e tariffe più alte.

La posta in gioco è alta, e spiega l’acido livore scatenato dallo sciopero tra politicanti e sindacalisti, con in testa Renzi, Del Rio, Furlan. E questo livore nonostante lo sciopero si sia svolto nel completo rispetto delle «regole» (sotto, commenti a caldo).

Lor signori, le «regole» le dettano ma le rispettano finché conviene loro. O vi sono costretti.

Sappiamo per brutta esperienza che, tra le conseguenze delle privatizzazioni, c’è la flessibilizzazione del lavoro: l’outsourcing, l’esternalizzazione, ovvero il lavoro in appalto. Un altro bell’affare, dove si sono buttate le cooperative che il lavoro lo gestiscono con criteri mafiosi e con la connivenza della triade Cgil-Cisl-Uil, come si è visto nella logistica e le lotte dei facchini.

Di fronte a questa prospettiva, fa piacere che allo sciopero abbiano partecipato molti facchini, in particolare a Modena e a Piacenza, che affrontano tutt’oggi le gioie del lavoro in appalto [vedi: Si Cobas Lavoratori Autorganizzati].

E fa piacere che a Milano siano scese in piazza (del Duomo!) anche le cameriere di alcuni grandi alberghi, anch’esse sottoposte a condizioni di lavoro schiavistiche, gestite dalle solite cooperative [vedi: SOL Cobas – Sindacato degli Operai in Lotta Cobas].
Un vento nuovo comincia a soffiare. Il vento caldo delle lotte.
Dino Erba, Milano, 17 giugno 2017.

Resoconto

A Roma chiusa la metropolitana, la linea ferroviaria Roma-Lido e la linea urbana Roma-Viterbo. Funziona invece, ma con forti riduzioni di corse la Termini-Centocelle. Sospese le limitazioni al traffico nella ztl centrale. Particolari disagi al traffico nel quadrante sud della Capitale a causa di alcuni incidenti. La situazione all’aeroporto di Fiumicino è regolare perché, in vista dello sciopero indetto da alcuni sindacati autonomi, Alitalia, “per limitare i disagi”, ha preventivamente cancellato oppure anticipato o posticipato l’orario di partenza di alcuni voli, informando peraltro per tempo i passeggeri delle modifiche attuate.

A Milano, secondo quanto riferito dall’Atm, le linee metropolitane 1, 2 e 3 dovrebbero continuare a funzionare, mentre la 5 sul sito della municipalizzata risulta interrotta. La situazione nelle stazioni è di affollamento, ma non si segnalano problemi di rilievo, probabilmente anche grazie all’utenza parzialmente diminuita per la fine delle scuole.

Caos a Venezia con Piazzale Roma invaso dalle auto di chi è costretto per ragioni di lavoro a raggiungere con questo mezzo il centro storico, presi d’assalto i taxi.

A Torino, invece, oggi il trasporto pubblico funziona regolarmente: uno sciopero è in calendario per il 6 luglio.

Disagi contenuti a Napoli. La protesta, indetta da alcune single sindacali minori, non coinvolge l’Anm, che gestisce bus, funicolari e il Metrò linea 1, né l’Eav, da cui dipendono le ferrovie Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea. Sciopero in corso, invece, sulla linea 2 del Metrò, gestita da Trenitalia.

Il Gruppo FS ha confermato il regolare funzionamento delle Frecce Rosse.

Lievi disagi solo per i voli in Puglia a causa dello sciopero di 24 ore del trasporto pubblico. I bus dell’Amtab a Bari circolano regolarmente.

Pochi disagi anche a Palermo: nell’azienda degli autobus del capoluogo, l’Amat, sono 230 su 1700 gli autisti che hanno incrociato le braccia. Un bilancio delle corse soppresse sarà disponibile solo dalle 14, ma al momento il traffico non sembra risentire particolarmente dell’astensione. Qualche difficoltà si è registrata nei voli.

[http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html]

Commenti a caldo …

Il gangster Renzi contro lo sciopero

Dopo lo sciopero riuscito del 16 giugno, la rabbia del capo del partito dei padroni, Pd, è esplosa. Per Renzi il diritto allo sciopero va regolamentato. Cioè per il gangster Renzi il diritto di sciopero va eliminato. Per Renzi vanno bene solo le processioni organizzate il sabato e la domenica. Processioni rigorosamente fuori dall’orario di lavoro.

Durante i 1000 giorni in cui il gangster ha fatto tutto ciò che poteva a favore dei padroni, si è dimenticato del diritto di sciopero. In questi anni sono state fatte leggi e leggine contro lo sciopero.  Nessuna legge può fermare i lavoratori stanchi di subire la miseria in cui li costringono i padroni. Renzi siamo solo all’inizio.

 [Un lavoratore – da Operai Contro]

Allora fatemi capire: lo sciopero una volta era uno strumento di lotta in mano ai lavoratori (in Italia, altrove lo è ancora), oggi è regolamentato da leggi fatte dal governo, oggi è diventato uno strumento dei governi e dei padroni, ho sentito la signora a capo della Cisl criticare lo sciopero di oggi dei trasporti, ho sentito un uomo del governo (commissione di garanzia: Giuseppe Santoro Passarelli – vedi http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html) affermare che in Francia ad esempio non c’è una legge sullo sciopero, quando hanno provato a farla c’è stato uno sciopero a oltranza (“selvaggio”, si dice qui) e l’hanno respinta, “ma qui da noi non è possibile” ha aggiunto con convinzione. Beh, in effetti ha ragione lui, non appare proprio possibile. Perché ci siamo fatti portare via tutto, perfino l’unico prezioso strumento di lotta dei lavoratori. Pensiamoci però un momento. Ribaltare tutta questa situazione, invece, è ancora e sempre possibile. Basta volerlo. E farlo. [Silvia Ferbi]

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Sul populismo

In e-mail il 28 Maggio 2017 dc:

Diffondo la bella precisazione di Franco Piperno sul concetto di populismo, su cui circolano immani bestialità… Nell’articolo, c’è un prezioso riferimento a Marx e ai narodniki (i populisti …), con brevi cenni ad alcune questioni assai cruciali che affronto nel mio recente libro: Il Sole non sorge più a Ovest. E mi fa molto piacere, poiché sono argomenti che, nella provincia italiana, sono quasi sempre «negletti e derisi».

Dino Erba

Sul populismo, ovvero della lotta per riappropriarsi di parole rubate dal nemico

di Franco Piperno

‘Populismo’ è uno di quei termini il cui uso mediatico ha finito col stravolgerne e mistificarne il significato originario. È una parola semanticamente frantumata, monca, perché privata della sua origine. Certo non è facile definire una parola d’uso comune – perché, a vero dire, può essere logicamente determinato, in modo coerente e completo, solo ciò che non ha storia, che risulta semanticamente povero, es. il triangolo rettangolo. Per i concetti del senso comune, ridondanti di significati, l’unico metodo adeguato è quello logico-storico: ricostruire la biografia di un’idea, di un evento, di una parola.

Ora, con ogni evidenza, il populismo è un movimento etico-politico che nasce nella seconda metà dell’Ottocento, più o meno contemporaneamente, nella Russia imperiale e negli Stati centro-occidentali degli USA. Qui ci limiteremo a ricordare per sommi capi il populismo russo – i narodniki – per via della influenza diretta e indiretta esercitata da questi ultimi sulla cultura europea e massimamente sul movimento operaio. Quanto al populismo americano, di gran lunga meno incisivo sul vecchio continente, basterà annotare, per le considerazioni che svilupperemo nel seguito, la sua origine economica-sociale: la lotta dei farmers contro lo sconvolgimento del mercato delle derrate agricole introdotto dalla rete ferroviaria.

Ma anche risalendo all’origine, non si riesce a sottrarsi ad una sostanziosa dose di indeterminazione: in russo la parola ‘populista’ ha uno spettro di significati che comprendono qualsiasi condotta etico-politica, da quella di un terrorista rivoluzionario a quella di un mite filantropo slavofilo. In verità, quel che rende l’indeterminazione irreversibile è l’assenza di eredi intellettuali capaci di richiamarsi al populismo e difenderne l’esperienza – il populismo è stato sconfitto e i vincitori hanno imposto, come d’uso, nei media e addirittura nei libri, l’accezione spregiativa del termine.

Perfino la relazione introduttiva a questo seminario partecipa del main stream mediatico – nel senso di assimilare al populismo le strategie e le condotte, spesso deprecabili, dei soggetti politici che agiscono sulla scena nazionale come su quella occidentale. Così il trasformismo, la demagogia, il qualunquismo, il parlamentarismo, il fallimento della rappresentanza; insomma le tare caratteristiche – ab initio, dalla unificazione della penisola – della vita morale e civile del nostro paese vengono attribuite all’onnivoro populismo, svuotando il termine di ogni potenza esplicativa, rendendolo una mera astrazione gergale, un frammento della chiacchiera pubblica, un coriandolo del «cielo della politica», dove il “buon senso” ha scacciato il senso comune. Viene in mente che, forse, la critica del modo di produzione capitalistico contemporaneo dovrebbe farsi carico, preliminarmente, di una resistenza alla degenerazione semantica, tornando all’origine, ricostituendo la memoria autentica del populismo, l’esperienza dei narodnki.

Per il pensiero critico, il populismo russo ha compiuto una grande impresa teoretica ha avuto un esito decisivo, ha comportato una rottura epistemologica nella ricerca di Marx, il Marx maturo, quello della Critica al programma di Gotha; e questo con ragione, perché i narodnki, al contrario dei socialdemocratici, rifuggono dalle utopie donchisciottesche, quelle che puntano ad una società socialista tramite la costruzione dell’uomo del futuro, homo novus; nei populisti russi pulsa una sorta di “immediatismo”: le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani corrispondenti ad una società senza classi, più equa, esistono di già – anche se spesso in forma latente – nelle sterminate campagne russe: si tratta del modo di produzione asiatico, del comunismo primitivo dei contadini organizzati attorno al Mir, l’istituzione di democrazia diretta la cui invenzione collettiva affonda nella notte dei tempi, in epoche arcaiche.

L’incontro con i narodniki comporterà la svolta anti-socialdemocratica di Marx; e il successivo suo ripudio dello sviluppo storico concepito in termini deterministici e lineari – così come teorizzato nel primo libro del Capitale – sviluppo che dal feudalesimo portava al capitalismo e da lì, finalmente, al socialismo. Da questo punto di vista, la dottrina politica dei narodnki può apparire una sorta di anticipazione ottocentesca di quegli studi post-coloniali a noi contemporanei.

Conviene aggiungere che non bisogna confondere la grande trasformazione sociale in corso, lo smarrimento sentimentale che essa induce, con l’emergere nel senso comune del ‘populismo’ volgarmente inteso, questa regressione di destra o di sinistra che sia, dove una sorta di primitivismo culturale mescola il trasformismo al qualunquismo: in altri termini, alla radice di questa regressione che chiamiamo populismo non c’è, primariamente, la crisi dei partiti e della rappresentanza. Ciò che è in gioco è altro e di più. Viviamo in un tempo nel quale la parabola descritta dalla sostituzione della macchina intelligente al lavoro umano tocca il suo apice. Infatti, non è il processo di globalizzazione a provocare le strazianti doglie della governance capitalistica nonché della democrazia rappresentativa. Certo l’unificazione del mercato mondiale è ancora in corso ed è destinata ad affermarsi attraverso resistenze, arresti bruschi e perfino, in qualche caso, dei ritorni all’indietro, ad esempio il sovranismo.

E tuttavia, nel medio periodo, l’unificazione capitalistica del mercato mondiale va data come se fosse interamente compiuta. Questo vuol dire che la capacità di invadere nuovi mercati, essenziale per sfuggire alla trappola della saturazione produttiva, sarà quella di inventarli “ex novo”, consegnando le sorti del progresso alla innovazione forsennata di procedure e di prodotti. In altri termini, l’innovazione avviene a risparmio di lavoro umano, quindi sempre di più estranea e nemica della cooperazione lavorativa e in fatale dipendenza dalla applicazione, del tutto contro-intuitiva, della tecno-scienza alla produzione. Già oggi si è creata una «sproporzione enorme tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, tra il lavoro salariato evaporato in astrazione alienante e la potenza della produzione che esso stesso sorveglia».

Il rifiuto del lavoro salariato da prassi sovversiva operaia ha subito un stravolgimento ed una successiva trasmutazione, riapparendo come uno dei dispositivi della governance capitalistica. Del resto, solo ieri, già era accaduto tutto questo ai cavalli: il loro numero si è contratto drasticamente – erano centinaia di milioni – con l’invenzione del motore a scoppio: così oggi l’automazione, la cosiddetta intelligenza artificiale, rende via via marginale il lavoro vivo e con esso quelle passioni tristi che sempre lo accompagnano. Come è avvenuto con i contadini, i salariati diverranno una modesta anzi insignificante frazione della popolazione attiva. E paradossalmente, padroni e sindacalisti, si affanneranno a inventare lavori, non già per ragioni produttive, dal momento che risultano in gran parte parassitari, ma per garantirsi il consenso ovvero per questioni di ordine pubblico.

Se questo è l’orizzonte degli eventi, se le cose stanno così, il pensiero critico deve abbandonare ogni ricerca di una classe, definita dalla centralità produttiva, alla quale affidare le sorti della rivoluzione, e ancor più lasciar cadere ogni prassi di gradualità nella trasformazione sociale, ogni residua tentazione di usare le istituzioni della rappresentanza, di prendere il potere per far del bene per forza, per compiere la rivoluzione tramite i dispositivi statuali.

I compiti davanti ai quali siamo gettati sono radicalmente diversi: per esempio, come usare questo immenso tempo già liberato dal lavoro salariato per svolgere un “lavoro attraente”, o meglio una attività gratificante, di auto-realizzazione, che racchiuda in sé il suo scopo, dove mezzo e fine finalmente si convertano l’uno nell’altro. Insomma, fare emergere le comunità elettive, i variegati modi di produzione di valori d’uso, spesso inconsapevoli, che dormono latenti nel capitalismo della tecno-scienza.

Forse conviene fare un passo indietro per meglio saltare: dare una torsione al seminario di giugno sul populismo per introdurre a ottobre un seminario sul comunismo.

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

In e-mail il 16 Ottobre 2016 dc:

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

A Milano, il 15 ottobre 2016, con Dario Fo è stata sepolta la sinistra del tempo che fu. Ovvero, quella sinistra sorta nel corso del Novecento sull’onda, ma spesso ai margini (almeno in Italia), dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Senza mai metterlo in discussione.

La sinistra rappresenta, o meglio ha rappresentato, una corrente politica che cercò di conciliare gli interessi degli operai e dei ceti medi, in breve, del popolo, riconducendoli all’interesse generale, nazionale. Il suo punto di riferimento fu lo Stato, cui delegò le politiche sociali a favore dei «lavoratori» (del braccio e della mente), con il cosiddetto  Welfare State.

Con la crisi economica globale, anche la prospettiva della sinistra entrava in crisi, dal momento che venivano meno i suoi presupposti, ovvero: non c’è più trippa per gatti. La prospettiva di giustizia ed equità sociale (l’equa ripartizione del reddito) subiva una lenta ma inesorabile metamorfosi, lasciando il posto all’equa ripartizione dei sacrifici. Sempre in nome dell’interesse nazionale. In Italia, questa logica di sacrifici aveva i suoi precedenti nella politica di ricostruzione nazionale, sostenuta dal Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti nel dopoguerra. Dopo una breve parentesi negli anni del boom economico, la logica  dei sacrifici fu rilanciata nel gennaio 1977 da Enrico Berlinguer (austerità, diceva lui). E da allora la sinistra ha iniziato a scivolare lungo una china che la sta conducendo alla disgregazione.

Nel corso degli anni, in seno al popolo della sinistra, si sono manifestati atteggiamenti divergenti, e a volte anche contrastanti, seppur riconducibili a una comune visione politica di fondo. Dario Fo è stato l’espressione più emblematica di queste diverse anime e, al tempo stesso, ha rappresentato il tessuto connettivo che ha consentito di tenerle unite. Nel bene e nel male.

Il vero esordio politico di Dario Fo avvenne in occasione della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969). In tali circostanze, la sinistra (Pci e Psi) restò attonita, anzi, inizialmente, condivise la tesi della «bomba anarchica» [vedi: http://www.vbtv.it/2015/12/12/12-dicembre-1969-strage-piazza-fontana-milano/], diffusa da governo e questure. E partecipò implicitamente al linciaggio morale di Pietro Valpreda. Peggio, lo definì fascista.

Controcorrente ci furono solo le poche voci dei sovversivi di nome e di fatto: anarchici e comunisti. A queste voci, Dario dette fiato e contribuì a rafforzarle, grazie anche al successivo concorso di Lotta Continua e di qualche giornalista.

Via via che la tesi della «bomba anarchica» mostrava la corda, la denuncia contro la manovra forcaiola del governo acquistò forza. Le manifestazioni e le proteste dilagarono. Anche il Pci rientrò in scena. E riuscì cavalcare la tigre della protesta, imprimendole quella svolta moderata antifascista che avrebbe insabbiato le inchieste. Con buona pace delle istituzioni.

Negli anni Settanta, con Franca Rame (e altri), Dario dette vita al Soccorso Rosso, un importante punto di riferimento contro un’ondata repressiva che aveva nel Pci di Berlinguer la sua punta di lancia. Nello stesso periodo, Franca e Dario sostennero le campagne per il divorzio e l’aborto, che videro il Pci assai tiepido. Erano gli anni del compromesso storico, e il Pci non voleva turbare i rapporti con la Democrazia cristiana.

In seguito, Dario si barcamenò nei flutti di una sinistra sempre più alla deriva, di cui, con maggiore o minore coerenza, cercò sempre di essere la coscienza critica. E lo fu, molto di più di tanti illustri (e pallosi) maîtres à penser.

Con la sua morte, la disgregazione della sinistra non avrà più freni. Come mostra la contrapposizione tra coloro che difendono (con settori della destra) i cascami di una malnata costituzione borghese e coloro che la vogliono riformare, per rendere più forte lo Stato dei padroni.

Poer nano, direbbe Dario.

Dino Erba, Milano, 16 ottobre 2016.

Addenda

È noto che Dario Fo fece parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Aveva 18 anni. Nel 1946/1947 Enrico Berlinguer, segretario della Federazione giovanile comunista italiana, su direttive di Palmiro Togliatti, aprì le porte della Federazione (e del Partito) a un’infornata di giovani ex repubblichini, alcuni dei quali fecero carriera nel Pci, mentre ex partigiani venivano emarginati [vedi: Pietro Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 1998]. Tra questi «fascisti rossi», non mi sembra che ci fosse Dario Fo che, probabilmente, si vergognò sempre dei suoi trascorsi repubblichini e cercò di nasconderli. Nell’esercito di Salò, tra gli attori, ci furono anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Costoro erano soldati semplici, mentre Giorgio Albertazzi era ufficiale ed ebbe responsabilità di comando. E non se ne vergognò mai.

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia. 28 gennaio 2014 dc

Elogio dell’imbecille

In e-mail, come inoltro, il 5 Aprile 2011 dc:

Poiché in questo testo si viola un buon numero di articoli del Codice (dalla diffamazione a mezzo stampa all’incitamento a impiccare si può immaginare chi), nel momento in cui mi accingo anch’io (oltre a Pino Bertelli) ad aiutare il novello Spartaco per farlo circolare, dichiaro di assumermi la corresponsabilità (penale, ovviamente) per tutto ciò che vi è scritto. Spero solo che ci mettano nella stessa cella o almeno in celle contingue, in modo da tirar insieme sassi alla luna, come viene detto teneramente alla fine di questo antipanegirico.

Una richiesta, caro Spartaco, però voglio fartela a nome di vari altri compagni e compagne: a quando un tuo Elogio dell’Imbecille di sinistra? Mi riferisco a quella strana figura antropologica (il BES, il Buon elettore di sinistra, come fu definito in uno dei primi libri della collana Utopia rossa) che ha fatto di tutto per spianare la strada all’Imbecille di destra (dall’interno o dall’esterno del governo), mentre si sgolava a parlarne male.

Nel caso, mi assumerei la corresponsabilità anche di questo secondo antipanegirico, sperando sempre in una comunanza cellulare (e qui può affiorare un terzo tipo di Imbecille, né di destra né di sinistra, che penserà subito a un nuovo modello di telefonino…).

Affinché non si levi un movimento di popolo a dichiarare corresponsabilità con l’Antimbecille di Spartaco, ricordo lo stato di penoso sovraffollamento in cui versano i carceri italiani…

Invito a leggere, a pubblicare e a far circolare questo testo inviato da Spartaco a Pino Bertelli e da Pino a me, nel quadro delle celebrazioni per il 2525° anniversario dell’epico gesto di Armodio e Aristogitone.

(r.m.)   

Riceviamo e volentieri allarghiamo la diffusione di questa favola veridica di un imbecille che si fece primo ministro di un Paese di voltagabbana… chi è fornito di una salutare ironia o intelligenza belligerante potrà comprendere le metafore in modo appropriato… la pregevolezza del testo contiene il delitto di indiscrezione… tuttavia per chi scrive a un certo grado di qualità il disprezzo contro ogni forma di potere  è qualcosa di raffinato che ispira rispetto e dignità… questa forse è la ragione per cui solo i pazzi, i poeti o i bambini vanno presi in considerazione… il sorriso scanzonatorio che fuoriesce da questa favola passa di smarrimento in smarrimento e mostra che non è grazie alla politica, ma alla sofferenza,  e solo grazie ad essa, che la facciamo finita di essere marionette legate ai fili di un burattinaio senza nessuna qualità… la fine dello spaventamento è nella nascita dello stupore e della meraviglia troppo a lungo calpestate…

Pino Bertelli

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro

Favola veridica di un burattinaio ai tempi della società dello spettacolo

di Spartaco

A mia nonna partigiana,
perché mi ha insegnato a non baciare mai la mano ai padroni o ai preti,
semmai bisogna prenderli a calci in culo e brindare sulle loro zucche rotte…
per ritrovare il rispetto e la dignità che ogni uomo e ogni donna si meritano…

“Volevo scrostare le pareti del traballante edificio della giustizia
e mi sono accorto che era meglio buttarlo giù e — al di là del pregiudizio, della colpevolezza,
del merito, del demerito, della pena — ricostruirlo su relazioni che siano
quelle di un senso umano finalmente privilegiato… lo Stato è niente, noi siamo tutto!”.
Raoul Vaneigem

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro.

C’era una volta e una volta non c’era… un burattinaio che ai tempi della società dello spettacolo riuscì a farsi credere l’ultimo dei profeti di una casta che fece del profitto indiscriminato e dell’appropriazione indebita la sua fortuna e quella dei burattini che si abbeveravano ai liquami della sua vanesia cialtroneria…l’imbecille con la faccia da piazzista di apparecchi televisivi si trasformò in vorace palazzinaro alle porte del feudo di Milano… s’infiltrò alla corte di un bestione con il garofano rosso in mano, prese la tessera della P2, si pregiò pubblicamente di connivenze con la mafia, divenne capo del consiglio di un parlamento di figli di troia, stupratore di minorenni e instaurò un impietoso regime neo-fascista nel Paese dei coglioni (specie di sinistra) che lo amarono come presidente di una squadra di calcio, lo servirono come padrone di giornali e televisioni a dire poco idioti e si genuflessero fino alla prostrazione come elettori. Vi è dell’imbecille in chiunque trionfi in qualsiasi campo della società spettacolare.

L’imbecille non diventò mai principe, restò sempre un imbecille incensato dai partiti di opposizione, dalla chiesa, dai vassalli addomesticati (per mezzo della dittatura dei media) che gli conferirono il consenso e il successo… al mercato del tempio comprava i voti dei farisei/parlamentari allo stesso modo che comprava la dignità delle puttane di strada o d’alto bordo, da magnaccia di bassa lega, nemmeno capace di metterlo nel culo a qualcuno senza un filo di grazia… si vedeva che era un ignorante che parlava milanese e non conosceva la bellezza amorosa, insolente, libertaria dei grandi filosofi libertini, ma praticava solo la pornografia delinquenziale… insieme a marchettari/burattini cresciuti nel teatrino televisivo dell’indecenza… suscitava fascino e repellenza, un farabutto da non rimpiangere, semmai da eliminare all’istante o poco dopo un suo qualsiasi discorso sul popolo e sulla libertà.

Era l’imbecille più ricco del Paese dei tarocchi, divorato dalla nostalgia di ascendere al trono del Paradiso, senza avere avuto una sola contaminazione purulenta di vera fede… voleva anche salire alla presidenza di quel Paese di voltagabbana che lo sostennero in tutta la sua carriera politica e nella gestione totalitaria del malaffare… insieme alla sua cosca di bravacci allevati alle rapine, saccheggi, violenze inaudite a danno di chi non aveva voce, ammucchiava i tesori (insieme ai magi della finanza pubblica e privata) nei conti segreti delle banche internazionali… intrepido smantellatore di fabbriche da delocalizzare, esperto in espropriazioni di fondi per i terremotati, trafficante di armi in guerre umanitarie… inquisitore maldestro di operai, disoccupati, precari e delle giovani generazioni in rivolta che chiedevano il diritto di avere diritti e un’esistenza più giusta e più umana… il burattinaio trascorse un’intera vita baciata dall’ottimismo, senza sapere che l’ottimismo, come è noto, è una patologia degli imbecilli in agonia.

Alcuni uomini togati dell’epoca, ma senza cappuccio, forse… cercarono di processarlo, buttarlo in galera insieme alle sue famiglie, le sue puttane, i suoi servi sciocchi e anche i suoi cani da cortile mediatico… l’imbecille con la bandana da pirata che cantava canzoni napoletane da ritardati mentali (scritte da lui medesimo e da un altro deficiente)… la fece franca per molte lune… i senatori, i deputati , i papponi (compresi quelli non meno cretini della sinistra) del Paese degli stupidi che volavano come le oche, a colpi di euro e posti di potere, votarono leggi di protezione a persona e con la disinvoltura degli struzzi nelle camere del governo, lo eressero a simulacro (intoccabile) dell’efficienza dei tagliagole.

L’imbecille che si fece primo ministro non faceva mistero di essere complice di crimini contro l’umanità commessi insieme ai compari/amici di bagordi (dittatori sovietici, africani, cinesi o mafiosi italo-americani)… bisognerebbe essere fuori dalla realtà come un politico di professione o come un idiota per credere che le bande criminali che albergano nei parlamenti possano occuparsi del bene comune… non abbiamo incontrato una sola persona disturbata che non sia stata in adorazione di questo imbecille.

Non c’è Elogio della follia che tenga… al quale questo nano di fogna diceva di ispirarsi… Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 — 1536) era un gigante della politica eversiva (contro la demenza del mondo), questo barbaro con la protervia da nazista in gita, sosteneva un branco di tangheri, frequentatori di bordelli, spacciatori e consumatori di polvere degli angeli, terroristi della Borsa, profittatori della protezione civile, assassini impuniti e poeti dell’impiccagione mediatica… il confine tra il cretinismo e il genio è labile e la storia dei suoi misfatti poi mostrò che l’imbecille che si fece primo ministro non era un genio ma un cretino che molti avevano confuso come genio… l’imbarazzo della sacralità idolatrica era già stato vissuto con Cristo (contraffatto dalla santa romana chiesa), Hitler, Mussolini o Stalin… per dire dei più famelici imbecilli adorati — fino alla nausea — nei secoli da masse sterminate… — Chi conosce la forca non sempre sa scrivere la storia e chi scrive la storia non sempre conosce la forca, anche se qualche volta lo meriterebbe —, diceva l’ultimo boia di Londra, forse.

Fu così che un maggio fantastico scoppiò una primavera di bellezza come non se ne erano mai viste da anni… ritornarono le lucciole nei campi di grano e il profumo del biancospino mutò il corso delle costellazioni… dalle periferie invisibili del Paese dei nidi di ragno uscirono gli uomini della foresta (con uno straccetto rosso al collo, Pasolini diceva) e si armarono con tutti i mezzi necessari per riconquistare la felicità e la gioia di tutti gli uomini e tutte le donne…assaltarono i palazzi del potere e impiccarono i gerarchi della politica ai cancelli dei giardini pubblici… l’imbecille che si fece primo ministro venne impalato vivo su una spiaggia privata di paradisi fiscali ed esposto al pubblico ludibrio… nemmeno i cani randagi vollero pisciare sui suoi resti.

Questa favola veridica me l’ha raccontata mia nonna partigiana in quel vicolo di una città-fabbrica dove i gatti in amore giocavano con i bambini che tiravano i sassi alla luna e mentre buttava le sardine sul fuoco diceva che — “un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall’alto soltanto per aiutarlo ad alzarsi!” —… l’aveva ricevuta in sorte dal padre suo e il padre dal padre del padre…finiva sempre con un appello accorato… — “finché vi sarà un imbecille— in piedi — in parlamento, il compito dei potatori di rami secchi non sarà finito —… a proposito dell’abate di campagna, Jean Meslier (1664-1729), ricordava le sue parole sante — “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo padrone!… che la festa cominci!”… formidabili quegli anni!

30 volte marzo 2011

Solidarietà con le lavoratrici e lavoratori della Yamaha in presidio permanente!

Ricevuta in e-mail il 25 Dicembre 2010 dc:

Solidarietà con le lavoratrici e lavoratori della Yamaha in presidio permanente!

 

Presidio Yamaha