Per la fine del PD in Umbria stappiamo le bottiglie…

Inoltrato in e-mail il 28 Aprile 2019 dc:

Per la fine del PD in Umbria stappiamo le bottiglie…i vuoti li teniamo per quelli che vengono dopo!!!

Ci fa sempre decisamente schifo la lettura politica attraverso le
inchieste giudiziarie, inchieste nelle quali spesso sono i nostri nomi e
le nostre conversazioni a venire spiate ed esposte al pubblico ludibrio
da sbirri e giornalisti. Inchieste i cui mandanti sono stati proprio
quei politici oggi sotto attacco.

Eppure quello che sta succedendo in Umbria solo accidentalmente nasce da
 un’inchiesta, ma è un fatto di portata storica: la fine di un regimetto
 durato ottanta anni di governo incontrastato su questa cosiddetta
 regione da parte della stessa famiglia politica.


Certo, pure un ragazzino che vende due grammi di fumo lo sa che certe
 cose al telefono non si dicono! I nostri governanti invece, spassosamente, parlavano al telefono di Logge massoniche e servizi
 segreti, di posti di prestigio negli ospedali e di affari da fare con la 
Legacoop.

Ma non è questo che ci interessa. Queste cose il PD qui da noi le ha 
sempre fatte.

Il punto è che fino a qualche anno fa in galera ci finiva
 chi le denunciava certe storie.

Che la Procura di Perugia sia 
improvvisamente rinsavita? Che i giudici siano diventati improvvisamente 
buoni?

Ma nemmeno per sogno!

Quello che è davvero storico è il mutamento
 dello spirito del tempo. Un’ipotesi politica, incontrastata fino a questo
 momento, volge al tramonto.
 Il dominio di questo clan politico-familiare si reggeva su un
 compromesso storico alla norcina: il compromesso fra i contadini e gli
 operai di queste terre – da ammansire e tenere buoni – con i poteri 
forti di Perugia (la Curia, l’Università, la Massoneria) e la grande
 industria post-fascista (le Acciaierie in primis, ma anche la storica
 industria del cioccolato di proprietà dell’ex potestà di Perugia).

L’imperativo di questa fase quasi secolare di compromesso e pace
 sociale, in pieno stile umbro, non poteva che essere eminentemente 
culinario: far mangiare tutti!!!


Ricordate il “ma anche…” con cui Walter Veltroni fece il manifesto 
ideologico per la nascita del PD, imitato magistralmente da Maurizio
 Crozza? Immodestamente, la cosa non ci fa un gran piacere, potremmo dire
 che il “ma anche…” nasce in Umbria: far mangiare i padroni ma anche gli
operai; governare con i Verdi ma anche con i cacciatori; avere 
università, città d’arte, parchi e fiumi, ma anche la grande industria 
(ma anche dei fantastici reparti di oncologia… con i primari, che sono
 sì luminari della medicina, ma anche amici dei politici).


Il popolino che oggi grida allo scandalo e si appresta a votare Lega non 
è immune da responsabilità: sono gli stessi villani che, prima, votavano
 socialista perché ambivano alla redistribuzione delle terre, poi, la
 generazione successiva, continuava a votare le giunte di centro-sinistra 
perché, devastando il territorio, rendevano le loro terre edificabili.

Quello che è davvero finito è quel mondo.

Sembra che i grandi processi
 storici abbiano raggiunto anche queste terre distanti dai confini e non
 bagnate da alcun mare. Oggi il capitalismo non è più in grado di far
 mangiare i padroni ma anche gli operai. Oggi devono mangiare solo i
 padroni. Oggi lo Stato sta messo male e non può più permettersi
 assunzioni clientelari. La magistratura, sempre al soldo dei padroni, è
 a servizio di questo mutamento dei tempi.

Questo spiega l’incredibile
 operazione giudiziaria che colpisce un fenomeno che fino a ieri era 
tollerato come forma di cultura locale.

Siamo certamente entusiasti che questi buffoni finiscano nella 
pattumiera della storia. È una vita che aspettiamo questo momento. 
Quelli che arriveranno dopo, però, non saranno meglio.
 Morta la generazione di politici di professione, una burocrazia di cui 
la Lorenzetti fu in un certo senso la matriarca, oggi entriamo in una
 fase nella quale i padroni prendono direttamente nelle loro mani il
 governo del territorio. Lo vediamo a Spoleto, dove abbiamo nella giunta
 leghista al potere direttamente imprenditori, feudatari, commercianti.

Il progetto che vogliono realizzare è già evidente: la plastificazione
 dell’Umbria, la sua prostituzione turistica, la trasformazione dei 
borghi e delle montagne.

Una piccola Toscana ancora incontaminata, in 
cui l’Umbria non esiste più ma esiste un suo surrogato in cartolina.
 Un processo nel quale i nuovi governanti si candidano ad essere porta
bandiera, se è vero che Salvini, volato a Perugia come un avvoltoio 
all’indomani dell’inchiesta, ha fatto sapere che la sua candidata in
 Umbria sarà la sindaca di Montefalco, Donatella Tesei.

Il “modello 
Montefalco” è il modello di un’Umbria fighetta e folcloristica, con 
l’hipster che viene da Firenze o da Roma a sorseggiare il calice di vino 
a prezzi da mutuo nello scorcio medievale. Mentre intorno cresce la 
miseria e lo sfruttamento delle persone e della natura.

Questo nuovo corso (che ha già preso piede a Perugia, Terni e Spoleto) 
avrà quanto meno il vantaggio di rendere le cose chiare: fine di ogni
 compromesso, fine del potere mediatore e onnicomprensivo del PD, scontro
 diretto, immediato, antagonista con i padroni al potere.

Oggi come ieri, noi saremo qui a combatterli.

Gli anarchici di Spoleto

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

In e-mail il 12 Dicembre 2018 dc:

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all’articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l’avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell’Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.

Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell’ IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoratori precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l’anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”.

Infine l’annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l’ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l’offerta di un simile Bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L’Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe… Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall’incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi, e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l’80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.

Sino a quando reggerà questa truffa?

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo!

In e-mail il 17 Giugno 2017 dc:

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo! Rimpe le uova nel paniere a padroni, politicanti e sindacalisti di regime

Il 16 giugno, lo sciopero dei lavoratori dei trasporti (aeroportuali, portuali, ferrovie, autoferrotranvieri, logistica e autostrade) ha avuto un esito complessivamente buono, ove più ove meno (sotto, un breve resoconto). Sicuramente, il successo è stato maggiore alle aspettative dei promotori, alcuni sindacati di base (Cub Trasporti, Sgb, SiCobas, con l’adesione del SolCobas e, in parte, dell’Usb). Nel successo ha pesato il grande malcontento dei lavoratori che, solo a stento, la triade Cgil-Cisl-Uil ha potuto contenere in alcune situazioni dove pesa invece il loro ruolo clientelare. Quindi, non sono in questione le tessere sindacali, bensì è in questione l’unità di lotta dei lavoratori, un’unità trasversale che si sta generalizzando. E spaventa sindacalisti e politicanti di regime.

Lo sciopero è stato proclamato contro l’incombente privatizzazione del trasporto pubblico, in particolare il trasporto di passeggeri (urbano e ferroviario). Il trasporto è tra i pochi settori che vantano ancora una prevalente partecipazione dello Stato o delle amministrazioni locali. E fa gola alle multinazionali del trasporto privato, nonché ai lupi della finanza. Il governo Gentiloni sta facendo di tutto per regalare a costoro questa gallina dalle uova d’oro. Dando un calcio in culo ai lavoratori del settore e agli «utenti» del servizio.

Le male conseguenze della privatizzazione ricadranno infatti su TUTTI: i lavoratori del settore saranno sottoposti a peggiori condizioni di lavoro, i passeggeri, i pendolari in primis, dovranno ingoiare maggiori disagi e tariffe più alte.

La posta in gioco è alta, e spiega l’acido livore scatenato dallo sciopero tra politicanti e sindacalisti, con in testa Renzi, Del Rio, Furlan. E questo livore nonostante lo sciopero si sia svolto nel completo rispetto delle «regole» (sotto, commenti a caldo).

Lor signori, le «regole» le dettano ma le rispettano finché conviene loro. O vi sono costretti.

Sappiamo per brutta esperienza che, tra le conseguenze delle privatizzazioni, c’è la flessibilizzazione del lavoro: l’outsourcing, l’esternalizzazione, ovvero il lavoro in appalto. Un altro bell’affare, dove si sono buttate le cooperative che il lavoro lo gestiscono con criteri mafiosi e con la connivenza della triade Cgil-Cisl-Uil, come si è visto nella logistica e le lotte dei facchini.

Di fronte a questa prospettiva, fa piacere che allo sciopero abbiano partecipato molti facchini, in particolare a Modena e a Piacenza, che affrontano tutt’oggi le gioie del lavoro in appalto [vedi: Si Cobas Lavoratori Autorganizzati].

E fa piacere che a Milano siano scese in piazza (del Duomo!) anche le cameriere di alcuni grandi alberghi, anch’esse sottoposte a condizioni di lavoro schiavistiche, gestite dalle solite cooperative [vedi: SOL Cobas – Sindacato degli Operai in Lotta Cobas].
Un vento nuovo comincia a soffiare. Il vento caldo delle lotte.
Dino Erba, Milano, 17 giugno 2017.

Resoconto

A Roma chiusa la metropolitana, la linea ferroviaria Roma-Lido e la linea urbana Roma-Viterbo. Funziona invece, ma con forti riduzioni di corse la Termini-Centocelle. Sospese le limitazioni al traffico nella ztl centrale. Particolari disagi al traffico nel quadrante sud della Capitale a causa di alcuni incidenti. La situazione all’aeroporto di Fiumicino è regolare perché, in vista dello sciopero indetto da alcuni sindacati autonomi, Alitalia, “per limitare i disagi”, ha preventivamente cancellato oppure anticipato o posticipato l’orario di partenza di alcuni voli, informando peraltro per tempo i passeggeri delle modifiche attuate.

A Milano, secondo quanto riferito dall’Atm, le linee metropolitane 1, 2 e 3 dovrebbero continuare a funzionare, mentre la 5 sul sito della municipalizzata risulta interrotta. La situazione nelle stazioni è di affollamento, ma non si segnalano problemi di rilievo, probabilmente anche grazie all’utenza parzialmente diminuita per la fine delle scuole.

Caos a Venezia con Piazzale Roma invaso dalle auto di chi è costretto per ragioni di lavoro a raggiungere con questo mezzo il centro storico, presi d’assalto i taxi.

A Torino, invece, oggi il trasporto pubblico funziona regolarmente: uno sciopero è in calendario per il 6 luglio.

Disagi contenuti a Napoli. La protesta, indetta da alcune single sindacali minori, non coinvolge l’Anm, che gestisce bus, funicolari e il Metrò linea 1, né l’Eav, da cui dipendono le ferrovie Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea. Sciopero in corso, invece, sulla linea 2 del Metrò, gestita da Trenitalia.

Il Gruppo FS ha confermato il regolare funzionamento delle Frecce Rosse.

Lievi disagi solo per i voli in Puglia a causa dello sciopero di 24 ore del trasporto pubblico. I bus dell’Amtab a Bari circolano regolarmente.

Pochi disagi anche a Palermo: nell’azienda degli autobus del capoluogo, l’Amat, sono 230 su 1700 gli autisti che hanno incrociato le braccia. Un bilancio delle corse soppresse sarà disponibile solo dalle 14, ma al momento il traffico non sembra risentire particolarmente dell’astensione. Qualche difficoltà si è registrata nei voli.

[http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html]

Commenti a caldo …

Il gangster Renzi contro lo sciopero

Dopo lo sciopero riuscito del 16 giugno, la rabbia del capo del partito dei padroni, Pd, è esplosa. Per Renzi il diritto allo sciopero va regolamentato. Cioè per il gangster Renzi il diritto di sciopero va eliminato. Per Renzi vanno bene solo le processioni organizzate il sabato e la domenica. Processioni rigorosamente fuori dall’orario di lavoro.

Durante i 1000 giorni in cui il gangster ha fatto tutto ciò che poteva a favore dei padroni, si è dimenticato del diritto di sciopero. In questi anni sono state fatte leggi e leggine contro lo sciopero.  Nessuna legge può fermare i lavoratori stanchi di subire la miseria in cui li costringono i padroni. Renzi siamo solo all’inizio.

 [Un lavoratore – da Operai Contro]

Allora fatemi capire: lo sciopero una volta era uno strumento di lotta in mano ai lavoratori (in Italia, altrove lo è ancora), oggi è regolamentato da leggi fatte dal governo, oggi è diventato uno strumento dei governi e dei padroni, ho sentito la signora a capo della Cisl criticare lo sciopero di oggi dei trasporti, ho sentito un uomo del governo (commissione di garanzia: Giuseppe Santoro Passarelli – vedi http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html) affermare che in Francia ad esempio non c’è una legge sullo sciopero, quando hanno provato a farla c’è stato uno sciopero a oltranza (“selvaggio”, si dice qui) e l’hanno respinta, “ma qui da noi non è possibile” ha aggiunto con convinzione. Beh, in effetti ha ragione lui, non appare proprio possibile. Perché ci siamo fatti portare via tutto, perfino l’unico prezioso strumento di lotta dei lavoratori. Pensiamoci però un momento. Ribaltare tutta questa situazione, invece, è ancora e sempre possibile. Basta volerlo. E farlo. [Silvia Ferbi]

Sul populismo

In e-mail il 28 Maggio 2017 dc:

Diffondo la bella precisazione di Franco Piperno sul concetto di populismo, su cui circolano immani bestialità… Nell’articolo, c’è un prezioso riferimento a Marx e ai narodniki (i populisti …), con brevi cenni ad alcune questioni assai cruciali che affronto nel mio recente libro: Il Sole non sorge più a Ovest. E mi fa molto piacere, poiché sono argomenti che, nella provincia italiana, sono quasi sempre «negletti e derisi».

Dino Erba

Sul populismo, ovvero della lotta per riappropriarsi di parole rubate dal nemico

di Franco Piperno

‘Populismo’ è uno di quei termini il cui uso mediatico ha finito col stravolgerne e mistificarne il significato originario. È una parola semanticamente frantumata, monca, perché privata della sua origine. Certo non è facile definire una parola d’uso comune – perché, a vero dire, può essere logicamente determinato, in modo coerente e completo, solo ciò che non ha storia, che risulta semanticamente povero, es. il triangolo rettangolo. Per i concetti del senso comune, ridondanti di significati, l’unico metodo adeguato è quello logico-storico: ricostruire la biografia di un’idea, di un evento, di una parola.

Ora, con ogni evidenza, il populismo è un movimento etico-politico che nasce nella seconda metà dell’Ottocento, più o meno contemporaneamente, nella Russia imperiale e negli Stati centro-occidentali degli USA. Qui ci limiteremo a ricordare per sommi capi il populismo russo – i narodniki – per via della influenza diretta e indiretta esercitata da questi ultimi sulla cultura europea e massimamente sul movimento operaio. Quanto al populismo americano, di gran lunga meno incisivo sul vecchio continente, basterà annotare, per le considerazioni che svilupperemo nel seguito, la sua origine economica-sociale: la lotta dei farmers contro lo sconvolgimento del mercato delle derrate agricole introdotto dalla rete ferroviaria.

Ma anche risalendo all’origine, non si riesce a sottrarsi ad una sostanziosa dose di indeterminazione: in russo la parola ‘populista’ ha uno spettro di significati che comprendono qualsiasi condotta etico-politica, da quella di un terrorista rivoluzionario a quella di un mite filantropo slavofilo. In verità, quel che rende l’indeterminazione irreversibile è l’assenza di eredi intellettuali capaci di richiamarsi al populismo e difenderne l’esperienza – il populismo è stato sconfitto e i vincitori hanno imposto, come d’uso, nei media e addirittura nei libri, l’accezione spregiativa del termine.

Perfino la relazione introduttiva a questo seminario partecipa del main stream mediatico – nel senso di assimilare al populismo le strategie e le condotte, spesso deprecabili, dei soggetti politici che agiscono sulla scena nazionale come su quella occidentale. Così il trasformismo, la demagogia, il qualunquismo, il parlamentarismo, il fallimento della rappresentanza; insomma le tare caratteristiche – ab initio, dalla unificazione della penisola – della vita morale e civile del nostro paese vengono attribuite all’onnivoro populismo, svuotando il termine di ogni potenza esplicativa, rendendolo una mera astrazione gergale, un frammento della chiacchiera pubblica, un coriandolo del «cielo della politica», dove il “buon senso” ha scacciato il senso comune. Viene in mente che, forse, la critica del modo di produzione capitalistico contemporaneo dovrebbe farsi carico, preliminarmente, di una resistenza alla degenerazione semantica, tornando all’origine, ricostituendo la memoria autentica del populismo, l’esperienza dei narodnki.

Per il pensiero critico, il populismo russo ha compiuto una grande impresa teoretica ha avuto un esito decisivo, ha comportato una rottura epistemologica nella ricerca di Marx, il Marx maturo, quello della Critica al programma di Gotha; e questo con ragione, perché i narodnki, al contrario dei socialdemocratici, rifuggono dalle utopie donchisciottesche, quelle che puntano ad una società socialista tramite la costruzione dell’uomo del futuro, homo novus; nei populisti russi pulsa una sorta di “immediatismo”: le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani corrispondenti ad una società senza classi, più equa, esistono di già – anche se spesso in forma latente – nelle sterminate campagne russe: si tratta del modo di produzione asiatico, del comunismo primitivo dei contadini organizzati attorno al Mir, l’istituzione di democrazia diretta la cui invenzione collettiva affonda nella notte dei tempi, in epoche arcaiche.

L’incontro con i narodniki comporterà la svolta anti-socialdemocratica di Marx; e il successivo suo ripudio dello sviluppo storico concepito in termini deterministici e lineari – così come teorizzato nel primo libro del Capitale – sviluppo che dal feudalesimo portava al capitalismo e da lì, finalmente, al socialismo. Da questo punto di vista, la dottrina politica dei narodnki può apparire una sorta di anticipazione ottocentesca di quegli studi post-coloniali a noi contemporanei.

Conviene aggiungere che non bisogna confondere la grande trasformazione sociale in corso, lo smarrimento sentimentale che essa induce, con l’emergere nel senso comune del ‘populismo’ volgarmente inteso, questa regressione di destra o di sinistra che sia, dove una sorta di primitivismo culturale mescola il trasformismo al qualunquismo: in altri termini, alla radice di questa regressione che chiamiamo populismo non c’è, primariamente, la crisi dei partiti e della rappresentanza. Ciò che è in gioco è altro e di più. Viviamo in un tempo nel quale la parabola descritta dalla sostituzione della macchina intelligente al lavoro umano tocca il suo apice. Infatti, non è il processo di globalizzazione a provocare le strazianti doglie della governance capitalistica nonché della democrazia rappresentativa. Certo l’unificazione del mercato mondiale è ancora in corso ed è destinata ad affermarsi attraverso resistenze, arresti bruschi e perfino, in qualche caso, dei ritorni all’indietro, ad esempio il sovranismo.

E tuttavia, nel medio periodo, l’unificazione capitalistica del mercato mondiale va data come se fosse interamente compiuta. Questo vuol dire che la capacità di invadere nuovi mercati, essenziale per sfuggire alla trappola della saturazione produttiva, sarà quella di inventarli “ex novo”, consegnando le sorti del progresso alla innovazione forsennata di procedure e di prodotti. In altri termini, l’innovazione avviene a risparmio di lavoro umano, quindi sempre di più estranea e nemica della cooperazione lavorativa e in fatale dipendenza dalla applicazione, del tutto contro-intuitiva, della tecno-scienza alla produzione. Già oggi si è creata una «sproporzione enorme tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, tra il lavoro salariato evaporato in astrazione alienante e la potenza della produzione che esso stesso sorveglia».

Il rifiuto del lavoro salariato da prassi sovversiva operaia ha subito un stravolgimento ed una successiva trasmutazione, riapparendo come uno dei dispositivi della governance capitalistica. Del resto, solo ieri, già era accaduto tutto questo ai cavalli: il loro numero si è contratto drasticamente – erano centinaia di milioni – con l’invenzione del motore a scoppio: così oggi l’automazione, la cosiddetta intelligenza artificiale, rende via via marginale il lavoro vivo e con esso quelle passioni tristi che sempre lo accompagnano. Come è avvenuto con i contadini, i salariati diverranno una modesta anzi insignificante frazione della popolazione attiva. E paradossalmente, padroni e sindacalisti, si affanneranno a inventare lavori, non già per ragioni produttive, dal momento che risultano in gran parte parassitari, ma per garantirsi il consenso ovvero per questioni di ordine pubblico.

Se questo è l’orizzonte degli eventi, se le cose stanno così, il pensiero critico deve abbandonare ogni ricerca di una classe, definita dalla centralità produttiva, alla quale affidare le sorti della rivoluzione, e ancor più lasciar cadere ogni prassi di gradualità nella trasformazione sociale, ogni residua tentazione di usare le istituzioni della rappresentanza, di prendere il potere per far del bene per forza, per compiere la rivoluzione tramite i dispositivi statuali.

I compiti davanti ai quali siamo gettati sono radicalmente diversi: per esempio, come usare questo immenso tempo già liberato dal lavoro salariato per svolgere un “lavoro attraente”, o meglio una attività gratificante, di auto-realizzazione, che racchiuda in sé il suo scopo, dove mezzo e fine finalmente si convertano l’uno nell’altro. Insomma, fare emergere le comunità elettive, i variegati modi di produzione di valori d’uso, spesso inconsapevoli, che dormono latenti nel capitalismo della tecno-scienza.

Forse conviene fare un passo indietro per meglio saltare: dare una torsione al seminario di giugno sul populismo per introdurre a ottobre un seminario sul comunismo.

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

In e-mail il 16 Ottobre 2016 dc:

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

A Milano, il 15 ottobre 2016, con Dario Fo è stata sepolta la sinistra del tempo che fu. Ovvero, quella sinistra sorta nel corso del Novecento sull’onda, ma spesso ai margini (almeno in Italia), dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Senza mai metterlo in discussione.

La sinistra rappresenta, o meglio ha rappresentato, una corrente politica che cercò di conciliare gli interessi degli operai e dei ceti medi, in breve, del popolo, riconducendoli all’interesse generale, nazionale. Il suo punto di riferimento fu lo Stato, cui delegò le politiche sociali a favore dei «lavoratori» (del braccio e della mente), con il cosiddetto  Welfare State.

Con la crisi economica globale, anche la prospettiva della sinistra entrava in crisi, dal momento che venivano meno i suoi presupposti, ovvero: non c’è più trippa per gatti. La prospettiva di giustizia ed equità sociale (l’equa ripartizione del reddito) subiva una lenta ma inesorabile metamorfosi, lasciando il posto all’equa ripartizione dei sacrifici. Sempre in nome dell’interesse nazionale. In Italia, questa logica di sacrifici aveva i suoi precedenti nella politica di ricostruzione nazionale, sostenuta dal Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti nel dopoguerra. Dopo una breve parentesi negli anni del boom economico, la logica  dei sacrifici fu rilanciata nel gennaio 1977 da Enrico Berlinguer (austerità, diceva lui). E da allora la sinistra ha iniziato a scivolare lungo una china che la sta conducendo alla disgregazione.

Nel corso degli anni, in seno al popolo della sinistra, si sono manifestati atteggiamenti divergenti, e a volte anche contrastanti, seppur riconducibili a una comune visione politica di fondo. Dario Fo è stato l’espressione più emblematica di queste diverse anime e, al tempo stesso, ha rappresentato il tessuto connettivo che ha consentito di tenerle unite. Nel bene e nel male.

Il vero esordio politico di Dario Fo avvenne in occasione della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969). In tali circostanze, la sinistra (Pci e Psi) restò attonita, anzi, inizialmente, condivise la tesi della «bomba anarchica» [vedi: http://www.vbtv.it/2015/12/12/12-dicembre-1969-strage-piazza-fontana-milano/], diffusa da governo e questure. E partecipò implicitamente al linciaggio morale di Pietro Valpreda. Peggio, lo definì fascista.

Controcorrente ci furono solo le poche voci dei sovversivi di nome e di fatto: anarchici e comunisti. A queste voci, Dario dette fiato e contribuì a rafforzarle, grazie anche al successivo concorso di Lotta Continua e di qualche giornalista.

Via via che la tesi della «bomba anarchica» mostrava la corda, la denuncia contro la manovra forcaiola del governo acquistò forza. Le manifestazioni e le proteste dilagarono. Anche il Pci rientrò in scena. E riuscì cavalcare la tigre della protesta, imprimendole quella svolta moderata antifascista che avrebbe insabbiato le inchieste. Con buona pace delle istituzioni.

Negli anni Settanta, con Franca Rame (e altri), Dario dette vita al Soccorso Rosso, un importante punto di riferimento contro un’ondata repressiva che aveva nel Pci di Berlinguer la sua punta di lancia. Nello stesso periodo, Franca e Dario sostennero le campagne per il divorzio e l’aborto, che videro il Pci assai tiepido. Erano gli anni del compromesso storico, e il Pci non voleva turbare i rapporti con la Democrazia cristiana.

In seguito, Dario si barcamenò nei flutti di una sinistra sempre più alla deriva, di cui, con maggiore o minore coerenza, cercò sempre di essere la coscienza critica. E lo fu, molto di più di tanti illustri (e pallosi) maîtres à penser.

Con la sua morte, la disgregazione della sinistra non avrà più freni. Come mostra la contrapposizione tra coloro che difendono (con settori della destra) i cascami di una malnata costituzione borghese e coloro che la vogliono riformare, per rendere più forte lo Stato dei padroni.

Poer nano, direbbe Dario.

Dino Erba, Milano, 16 ottobre 2016.

Addenda

È noto che Dario Fo fece parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Aveva 18 anni. Nel 1946/1947 Enrico Berlinguer, segretario della Federazione giovanile comunista italiana, su direttive di Palmiro Togliatti, aprì le porte della Federazione (e del Partito) a un’infornata di giovani ex repubblichini, alcuni dei quali fecero carriera nel Pci, mentre ex partigiani venivano emarginati [vedi: Pietro Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 1998]. Tra questi «fascisti rossi», non mi sembra che ci fosse Dario Fo che, probabilmente, si vergognò sempre dei suoi trascorsi repubblichini e cercò di nasconderli. Nell’esercito di Salò, tra gli attori, ci furono anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Costoro erano soldati semplici, mentre Giorgio Albertazzi era ufficiale ed ebbe responsabilità di comando. E non se ne vergognò mai.

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia

La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia. 28 gennaio 2014 dc