Il governo del banchiere taumaturgo


Il governo del banchiere taumaturgo

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo del banchiere taumaturgo

di Michele Castaldo

Non solo i racconti delle religioni, ma anche la storia laica è ricca di personaggi raccontati in modo mitologico, in genere dopo la loro morte, anzi nella stragrande maggioranza dei casi dopo che da moltissimi anni avevano abbandonato la grigia terra. Nel caso di Mario Draghi, ancora in vita, è già un mito, ovvero l’uomo dei miracoli in economia. E chi se no poteva essere chiamato a governare un paese in crisi? Sicché le speranze superano la fantasia e nel personaggio si ripongono le certezze di uscire dalla crisi e di riprendere il cammino fulgido del capitalismo italiano. Dunque da destra, da centro e da sinistra, tutti concordi nell’applaudire finalmente l’uomo giusto, quello che ci salverà dalla pandemia del Covid-19 con la vaccinazione di massa e ci rilancerà come paese nella nuova fase economica, politica, sociale, culturale e ambientale. Insomma un nuovo mondo di un nuovo benessere.

L’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Il tentativo di queste note è quello di cercare di ragionare con freddezza evitando stupidi proclami. Ce n’è già troppi in giro che vi si dedicano.

Partiamo da un primo dato di fatto: il banchiere Mario Draghi è stato chiamato (da Mattarella o dai grandi gruppi dell’economia?) perché, come dice il filosofo Cacciari, la politica ha fallito. Il che è vero, ma siamo alla constatazione del fatto, non alla sua spiegazione. Allora dovremmo cercare di spiegare perché la politica ha fallito. Se in meno di tre anni cadono due strani governi di segno “opposto” vuol dire che c’è qualcosa di grosso che si muove nelle viscere della terra che sobbalza poi in superficie.

Renzi, che aveva voluto e si era adoperato perché nascesse il governo Conte.2 di segno opposto al Conte.1, si scinde dal Pd e dopo che per alcuni mesi ha pungolato il nuovo esecutivo a aumentare il passo – perché la crisi è grave – annuncia il ritiro degli esponenti di Italia Viva dalla compagine governativa. È matto il Matteo o c’è di mezzo qualcosa di grosso? Come sempre, se il dito indica la luna, i fessi guardano il dito. In realtà Renzi era ed è la punta dell’iceberg di necessità oggettive del capitalismo italiano che andavano affrontate di petto e con coraggio. Altrimenti detto: tutto il can can sul Recovery Fund e Recovery Plan si deve sintetizzare in questa semplice domanda: in che modo devono essere distribuite le risorse del nuovo debito che la Bce concede all’Italia per aiutarla a uscire dalla doppia crisi, della pandemia Covid-19 e dell’economia? Tutto il resto sono parole da intrattenitori dei talk show che avvolgono in fumisterie misteriose una cosa semplice da capire, perché il popolo meno capisce e più è possibile prenderlo per i fondelli; una legge antica quanto è antico il mondo.

Non per fare dietrologia, o, peggio ancora, andare alla ricerca di complotti e complottisti, ma solo per informare il lettore di queste note, che il 26 gennaio si dimette Conte.2 e il 28 gennaio, edito da Solferino-Corriere della sera, viene pubblicato un testo molto piccante di un autore di tutto rispetto, Roger Abravanel, il cui titolo dovrebbe far rizzare i capelli ai moderni democratici: Aristocrazia 2.0. Un libro che si fa leggere allegramente, perché l’autore non ha remore, non si nasconde, non usa le mezze frasi dei mestieranti della politica o dei filosofi da strapazzo, ma chiama le cose per nome. Un libro che mette in guardia una certa quota dell’establishment italiano da seri rischi, perché zavorrato dal familismo e da valori tradizionali. Il che sembra aver ispirato Matteo Renzi nella sua azione degli ultimi anni e additato dai mediocri equilibristi della democrazia parlamentare come uno che ribalta il tavolo.

Il propugnatore di una moderna classe di aristocratici la dice chiara: il post-Covid colpirà le piccole imprese e le grandi sfrutteranno meglio l’economia della conoscenza. Ecco la posta in palio, ecco perché viene chiamato Mario Draghi a dirigere un’operazione economica e politica per conto del capitale italiano nei confronti della valanga della concorrenza asiatica che si approssima. E Matteo Renzi ben si presta a un’operazione di prospettiva strategica, altro che chiacchiere. Pertanto la domanda è: com’è possibile che il governo della repubblica sia appeso a un personaggio che conta il 2% nei sondaggi? È da falsi ingenui di costruttori di “moderni” sistemi rappresentativi. La risposta è semplice: la forza delle leggi dell’economia sovrasta di gran lunga la volontà di chi si propone di tarpare ad esse le ali, in modo particolare in una fase di grave crisi dell’insieme del modo di produzione capitalistico, come in questo momento. Questa è la verità nuda e cruda.

Che l’Italia, sul piano politico, ovvero della rappresentatività delle varie necessità economiche e sociali, fosse una baraonda lo abbiamo potuto verificare sì nei momenti più acuti della crisi pandemica del 2020 e tuttora in corso, ma dovremmo anche avere la decenza di dire che la confusione tra il governo centrale e le varie regioni ha origine nella cosiddetta distribuzione dei poteri e delle autonomie. In un momento di grandi difficoltà, il buon senso consiglierebbe di centralizzare tutto e di organizzare in modo piramidale ogni iniziativa. E se l’italianizzato R. Abravanel nel suo libro indica la Cina piuttosto che l’Italia, come modello da seguire in certi frangenti gravosi, e quello attuale certamente lo è, tutto gli si può rimproverare meno che di essere un idealista comunista.

Col rischio di scandalizzare una certa sinistra ipocrita e meschina, andrebbe detto che nel 2016 Renzi tentò il colpo gobbo col referendum sul «combinato disposto» di ridurre il peso delle autonomie regionali per avocare allo Stato centrale le decisioni più importanti sul piano economico e su quello delle opere pubbliche, e rendere più funzionali alcune strutture burocratiche che la nuova fase di crisi richiedeva. Premesso che in campo non c’era un movimento reale di mobilitazione di massa che si opponesse all’iniziativa renziana, confluirono nel No politico al referendum tanto la destra sovranista quanto la sinistra, anche quella cosiddetta estrema, in nome della democrazia rappresentativa e delle autonomie regionali. A distanza di qualche anno, qualche domanda andrebbe posta. Ma il popolo politico metabolizza tutto con grande celerità. Poi però la borghesia italica messa alle strette, per la famosa valanga che avanza, mette da parte la baraonda dei politici e chiama a scendere in campo, e fare il lavoro sporco, direttamente chi di economia se ne intende e sa come manovrare senza scrupolo le vere leve del potere, cioè quello economico.

Non ci si meravigli, peraltro, se nella formazione del nuovo governo della Repubblica compaiono ancora più politici che tecnici: saranno i politici ad obbedire ai tecnici e non viceversa, in quanto sono i tecnici che devono dirigere la barca in una certa direzione. Ma perché? Perché – dice Abravanel – «il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Ma perché? Perché – dice il moderno aristocratico Abravanel – « il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Dalla lettura del testo che sto citando emerge con chiarezza la necessità di uno sforzo ulteriore, un vero e proprio colpo di reni per contrastare la concorrenza – la famosa valanga asiatica – in Occidente, e per quel che da vicino ci riguarda, in Italia, senza precedenti. Non a caso si criticano le baronie universitarie e i salotti del capitalismo familista. L’autore di Aristocrazia 2.0 suona la sveglia per un capitalismo impigrito e zavorrato che alla lunga rischia di fare la fine dell’Argentina. Dunque, detto in modo brutale, certe pere cotte alla Conte.1 e Conte.2, non servono. Tanto meno servono certe prediche domenicali contro la selezione « darwiniana » della specie, che si impone come una assoluta necessità in questa fase. Sicché « I docenti che strombazzano a destra e a manca la diseguaglianza difendono un modello d’istruzione tipico di quelle società medioevali, pensato per chi non deve guadagnarsi da vivere grazie all’istruzione, ma studia per hobby e per fare bella figura nella società, tanto il lavoro non è necessario per produrre ricchezza perché la posizione o la ricchezza si ereditano », leggiamo a p. 210.

È certamente difficile digerire un linguaggio crudo come questo, che disegna certamente uno spaccato richiamando «il 6 politico, gli studenti fuori corso e i Mario Capanna alla Statale di Milano». È una rottura epocale dovuta alla pressione delle leggi oggettive del capitale che si innalzano verso un nuovo ciclo concorrenziale a una potenza superiore. Un ciclo nel quale invocare Spinoza per un diritto eguale o una fervida democrazia fra gli uomini equivale e perdere tempo. Abravanel, con la chiamata alla guerra per la costituzione di una nuova classe aristocratica che si ponga come missione, attraverso la ricchezza individuale, di produrre un nuovo sviluppo per l’umanità, in realtà chiama alla guerra tutte le classi sociali che il modo di produzione capitalistico ha sin qui prodotto per un nuovo balzo in avanti, una ristrutturazione “rivoluzionaria” al suo interno. L’idea che l’insieme del modo di produzione possa viaggiare dritto verso la catastrofe non lo sfiora minimamente.

Più di un autore occidentalizzato, come per esempio Parag Khanna, di origine indiana, oltre al nostro italianizzato Abravanel, ci invita a guardare all’Asia per come riesce a preparare la sua classe dirigente, la sua burocrazia, le sue istituzioni e la sua attività imprenditoriale, e in modo particolare ci indica l’isola-città di Singapore come esempio da seguire. Addirittura, ci viene riferito che «I più impegnati a studiare il modello meritocratico di Singapore sono stati i cinesi che da vent’anni vedono come obiettivo della loro burocrazia la crescita economica del Paese diventata il motore di una profonda meritocrazia nel settore pubblico cinese che riscopre i valori degli antichi mandarini». Chissà cosa penseranno certi orfani del maoismo che guardano ancora alla Cina come possibile modello del comunismo.

A certe esortazioni a fare come Singapore, almeno per quel che ci riguarda, si potrebbe facilmente aggiungere che l’Occidente ha fatto talmente schifo col suo liberismo, grazie ai super-profitti del colonialismo, che i popoli asiatici una volta conquistata la possibilità di uno sviluppo autoctono cercano di capitalizzare al meglio le proprie risorse.

Il dottor Abravanel ne ha per tutti e in modo particolare per quelle strutture, come le università, che dovrebbero formare, in una fase come quella attuale, l’Aristocrazia 2.0. «Forse con l’unica eccezione della Bocconi (privata), il sistema delle università pubbliche italiane, anche quello delle migliori, si è chiamato fuori” dalla corsa per la leadership intellettuale dei paesi avanzati. […] Hanno abbandonato la competizione per l’eccellenza. La classifica QS del 2020 dimostra che tra le prime cento non c’è nessuna italiana. La prima a comparire, il Politecnico di Milano, è al numero 149 ».

Insomma il quadro è chiaro, l’eccellenza universitaria dovrebbe avere queste caratteristiche: «I laureati al MIT hanno creato aziende come Intel, Qualcomm, Akamai, Bose, Raytheon, Dropbox con un fatturato stimato in 3 mila miliardi di dollari e tre milioni di high value jobs; studenti come Bill Gates e Mark Zuckerberg che hanno fondato Microsoft e Facebook». Dunque l’università italiana va ristrutturata da cima a fondo e lo deve fare in funzione di una nuova aristocrazia che faccia da volano per l’economia italiana chiamata ad affrontare una sfida epocale.

Non vogliamo intrattenere oltre il dovuto il lettore su questo argomento, i cui capisaldi sono chiari come la luce del sole, ma soltanto evidenziare il fatto che negli Usa, il Paese che viene citato come esempio per le sue università, Harvard e Oxford, giusto per dirne qualcuna cui guardare, bene, proprio in quel Paese, nel 2020, cioè in piena pandemia, si sono verificati fatti di un certo rilievo storico, anche se solo apparentemente di segno opposto, come le rivolte per l’uccisione di G. Floyd e l’occupazione di Capitol Hill da parte degli elettori di Trump, originati però dagli stessi fattori, cioè dalla crisi economica di sistema che ha ispirato il libro di Massimo Gaggi dal titolo Crack America. E c’è stato chi ha identificato le ragioni di quel crack in una causa precisa: nel blocco dell’ascensore sociale denunciato da Michel Sandel nel suo saggio The Tiranny of Merit (La tirannia del merito) che ancor prima di essere pubblicato in Italia (lo sarà nel prossimo aprile 2021 per la Feltrinelli) il nostro Abravanel ha già criticato in modo frontale per riaffermare che non esistono alternative a una legge naturale come quella della selezione darwiniana della specie umana, dunque avanti tutta con la costituzione anche in Italia di una moderna aristocrazia in missione storica per un nuovo sviluppo dell’economia, in vista di una sfida globale.

Vorremmo essere chiari su un punto qualificante: ogni tesi, la più razionale che possa sembrare, cammina sempre sul filo del rasoio e se viene assolutizzata presenta sempre i rischi di scivolare da una parte o dall’altra. A dimostrazione di non avere preconcetti riguardo alla tesi di Abravanel sulla meritocrazia, diciamo che in astratto essa è preferibile rispetto al clientelismo e alle raccomandazioni. Ma non avremmo risolto il problema, perché lavorare per merito o far carriera per lo stesso motivo, in una società di liberi e uguali in cui dovesse vigere il principio comunitario, non ci sarebbe nulla da obiettare, il merito si dimostrerebbe nei fatti. Ma viviamo da alcuni secoli in rapporti sociali dove vige il principio dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un principio che in partenza costituisce perciò il fattore discriminante di un uomo nei confronti del suo simile. Sicché il merito non si misura in astratto, ma commisurato a quella funzione prestabilita di meccanismi oggettivi per l’accumulazione e lo sfruttamento. In simili rapporti ha buon gioco la posizione di chi sostiene che l’applicazione della legge del merito è la più sana e corretta che si possa applicare nei rapporti sociali. Una “correttezza” – come dice lo stesso Abravanel – che va bene per la destra, in funzione dell’accumulazione capitalistica, e va bene alla sinistra perché esalta il merito, dunque l’eguaglianza del diritto eguale, di fronte alla discriminazione della raccomandazione e della corruzione.

Senza nasconderci dietro il dito, la tesi del filosofo Michael Sandel, che compare chiara e netta nell’intervista rilasciata a Corriere della sera del 6 dicembre 2020, è: « Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Si tratta di una posizione teorica debole, incapace cioè di affondare il bisturi alla radice del male per estirparlo, e per questa ragione ha buon gioco Abravanel nel criticarla, semplicemente perché la forza delle leggi dell’economia e dei rapporti impersonali dei ruoli dell’attuale sistema sociale non possono essere affrontati con l’arma della morale. Lo stesso Sandel dopo aver criticato la sinistra americana per aver accettato e fatto proprio il principio del merito, arriva alla conclusione che « La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico», figurarsi di fronte all’ipotesi dell’Aristocrazia 2.0 di Abravanel.

Ma resta il punto fermo: la questione non è merito sì merito no, ma la funzione del rapporto dell’uomo con i mezzi di produzione in funzione dell’accumulazione di capitale si o no. Questa è la questione che si comincia finalmente e seriamente a porre in questa fase storica. E che sia gravida di scenari preoccupanti lo dimostra ancora una volta proprio l’autore che stiamo esaminando, che paventa un pericolo Argentina per l’Italia: « I mercati stanno accettando che aumenti, come aumenterà il debito di altri Paesi (il nostro di più), e il Recovery Fund è una garanzia almeno nell’immediato, ma se il Paese non inizia a rendere credibile una vera inversione di tendenza sulla crescita, ferma da quarant’anni, non saremo debitori credibili e il default con controllo dei capitali dello “scenario Argentina” diventerà sempre più probabile (p.275) ».

Ora, chi sia stato o chi sia Mario Draghi non ci interessa un bel niente, perché le forze impersonali del capitale e dei riflessi sui meccanismi sociali si imporranno anche a lui come si sono imposte alla necessità di chiamarlo alla Bce prima e a dirigere l’attuale governo oggi. Non a caso la Lega sovranista e salviniana si è subito adeguata al nuovo ruolo, pronta ad applicare la massima ciceroniana: ubi bene ibi patria (Nota mia: dove sto bene li è la mia patria). Se l’Europa ci finanzia, viva l’Europa. E pazienza – saranno costretti a dire Georgetti e suoi seguaci – se a farne le spese saranno piccole aziende o aziende in difficoltà, perché la crisi pandemico-economica seleziona e non tutti potranno allo stesso modo sopravvivere, anzi mors tua vita mea. Un concetto che Ferruccio De Bortoli va ripetendo continuamente: la pandemia farà chiudere un bel po’ di aziende.

Stesso discorso per quanto riguarda personaggi della portata di Roberto Cingolani, il fisico posto al Ministero per la Transizione Ecologica come bandierina del nuovo corso, che il M5S metterà al petto come trofeo per il sostegno a questo governo. Contenti loro, attratti nella rete governativa del nuovo salvatore della patria, felici noi. Attenzione bene, però, che la campana suona proprio per un settore specifico di elettori 5Stelle, cioè di giovani diplomati e laureati che hanno riposto grandi speranze nel voto al grillismo e ai governi cui stanno partecipando e che pagheranno un prezzo molto alto perché la digitalizzazione, come sostiene Abravanel, è più selettiva che mai (e serviranno ancor meno i 30 e lode rilasciati nel sud italiano), anzi proprio con essa si dovrà procedere per riuscire a formare dei manager rampanti e aristocratici in funzione di una imprenditoria capace di reggere alla valanga in arrivo.

Per quanto riguarda l’ambientalismo la nostra diffidenza non è riferita al personaggio e tanto per essere chiari diciamo che a fine febbraio del 2020 un nome altisonante come Carlo Rovelli, anche lui fisico su Corriere della sera scriveva: « Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita ». Eravamo allora alle prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia. Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblicava sempre su Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno, risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza potesse creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: « Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi ».

Per concludere diciamo che il mondo capitalistico occidentale da alcuni anni si sta avvitando su sé stesso continuando a indebitarsi e scommette continuamente sulla possibilità di una nuova ripresa economica. L’Italia non fa eccezione, anzi è stretta nella morsa non solo di concorrenti asiatici spietati, ma anche dei paesi europei che sono al contempo alleati e concorrenti, e degli stessi Usa che la dovrebbero “proteggere”. Sicché il nuovo debito del Recovery Plan, che non è un nuovo piano Marshall come dicono gli imbonitori di professione, si presenta come una scure sull’insieme dell’economia italiana per due motivi: primo perché si tratta di una coperta fin troppo corta per poter coprire tutte le necessità dei settori sociali coinvolti nella crisi economica e in quella pandemica; e secondo motivo perché per pagare il nuovo debito in assenza di una robusta ripresa economica saranno dolori.

Non vorremmo apparire profeti di sventura, ma vediamo troppe spie rosse lampeggiare che ci dicono che il modo di produzione capitalistico è arrivato a un punto dove non è più possibile fare “miracoli”, perché il paradiso è diventato piccolo ed è pieno di santi che implorano il padreterno, che ormai è vecchio, stanco, stufo e anche rincoglionito e non sa più a chi dare retta, tanto è vero che sono in difficoltà anche i banchieri di Dio. Farà eccezione Mario Draghi? Sognare non costa niente e illudersi ancor meno. Gli Usa solo un anno fa pensavano di aver sistemato una questione internazionale con l’Iran con l’uccisione di Soleimani e si sono ritrovati con una destabilizzazione interna di un certo interesse storico. L’ondata arriverà inevitabilmente anche in Europa e l’Italia è certamente fra le prime candidate.

In ultimo una nota su Alessandro Di Battista.

Riccardo Cocciante negli anni ’70 cantava: «povero diavolo, che pena mi fai». Si, i personaggi del M5S fanno pena. E chi si erge da padreterno per condannarli sbaglia e non di poco, perché non ha la forza e la capacità di affrontare una questione molto complicata che sta sotto la tragedia di una generazione tradita da un sistema sociale che l’aveva illusa, contro cui si è scagliata rabbiosamente, così come poteva, illudendosi, da dilettante allo sbaraglio, che pensa di cambiare il mondo. Tutti i nuovi movimenti sociali nascono con le stesse caratteristiche, quelle di spaccare il mondo se riescono a prendere le redini in mano, poi le prendono e vengono imbrigliati dai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Il M5S non poteva fare eccezione, era un movimento composito e come tale doveva – alla prova delle dure leggi dell’economia – sbriciolarsi, non morire.

Ad Alessandro Di Battista va riconosciuto un solo merito, quello di aver denunciato, attraverso il libricino Politicamente scorretto, la forza di ingabbiamento delle stanze ovattate del potere politico e istituzionale. Lui però non sa che quel potere obbedisce agli ordini di leggi potenti come quelle del capitale. Questo è il suo limite. Un limite che può essere perdonato ad un giovane digiuno di teoria, di storia e di filosofia, che si presenta come ribelle, ma non a vecchi marpioni alla Grillo, abituato a rasentare in mille modi il potere economico e dunque anche a conoscere il potere politico. E se si pone come argine ai movimenti di piazza, come il Beppe andava continuamente ripetendo, è reazionario. E chi all’estrema sinistra si era illuso di cavalcare e utilizzare il M5S è servito. La decenza consiglierebbe il silenzio, ma chi ha le mani infarinate non riesce a tacere. Difatti Di Maio, il più scaltro e coerente di tutti gli altri, non tace, mentre Grillo inneggia al grillismo di Draghi. Poi ci sono gli illusi cresciuti alla scuola di Indro Montanelli che si appellano ai giudici, alle leggi e alla Costituzione e frignano per la caduta di Conte.2 dopo aver sostenuto vergognosamente il Conte.1 con Salvini ministro degli Interni.

Mentre Cocciante canta ancora: «Povero diavolo che pena mi fai, e quando a letto lui – il capitale – ti chiederà di più, glielo concederai perché tu fai così, come sai fingere se ti fa comodo! ».

 

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