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Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia

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Piccoli slittamenti amorali

Da Hic Rhodus il 15 Luglio 2015 dc:

Piccoli slittamenti amorali

di Bezzicante

signore-delle-mosche

Gli uomini fanno il male come le api il miele (Golding)

Con un certa sofferenza personale devo esplicitare – prima di tutti a me stesso – questa consapevolezza che prende forma nella mia coscienza: l’impossibilità di perseguire una verità, se volete utilizzare subito categorie importanti, o anche solo l’impossibilità della linearità della condotta, quella della semplicità della conciliazione fra pensiero e azione. Noi – questo il succo della mia riflessione – non solo non pensiamo sempre le stesse cose, non professiamo sempre gli stessi valori, cambiandoli invece con impressionante velocità in base alle circostanze e convenienze ma, di più, riteniamo di difendere valori fondamentali che sono costantemente traditi dai nostri comportamenti. Siamo dei concentrati di contraddizione solitamente non rilevata, non riconosciuta. Vorrei allora provare a farvela notare per fare una sorta di esperimento esistenziale: vorrei segnalare dei casi esemplari di tale contraddizione; ammesso che la rileviate anche voi – non è detto – cosa ne pensate? Vi lascia indifferenti? Anticipo che lo scopo non è di infastidirvi o farvi rammaricare per le vostre contraddizioni; nelle conclusioni cercherò di recuperare il senso profondamente umano di questa schizofrenia dell’esistere.

Esempio n° 1 – In America un pedofilo viene sorpreso in azione dal padre di una giovanissima vittima, viene gonfiato di botte e lasciato esanime a terra; la polizia e il sistema giudiziario americano appoggiano il padre, che non viene perseguito per le gravissime lesioni, mentre il pedofilo viene condannato a 25 anni. Vi invito non tanto a leggere l’articolo ma i commenti sull’HuffPost. Una quantità di persone appoggiano il padre e pochissimi sostengono tesi contro la giustizia-fai-da-te. Voi cosa ne pensate? Io credo due cose contemporaneamente: credo che se fossi stato il padre avrei fatto la stessa cosa e credo che – non essendolo – devo condannare il padre e il sistema di giustizia americano, dove il corsivo su ‘devo’ significa che escludo dal giudizio la mia soggettività emotiva, il mio senso di partecipazione come padre, la mia identificazione nella vittima dell’abuso. Quando, in questi casi, i giustizialisti ti chiedono “vorrei vedere come la penseresti se fosse stato tuo figlio ad essere molestato” sbagliano, perché cercano di sottrarre il tuo pensiero dalla sede di distaccata razionalità, di equilibrio e di tentativo di giudizio generalizzabile (per quel che si può) per farti precipitare nel buco nero dell’identificazione passionale, della rabbia emotiva, della difesa primordiale del proprio territorio e della propria tribù. Lo scostamento, fuori da immagini figurate, è quello fra morale e amoralità. La morale, essendo un costrutto complesso di asserti, è ovviamente sempre inadeguata ai contesti, deve sempre cercare di modellarsi e rimodellarsi e quindi si presta a critiche, a incompletezze, ad errori. L’amoralità (e quell’a- privativo chiarisce bene) non è regole, non è asserti, non è costrutti logici ma la loro assenza. L’assenza è sempre equilibrio, mentre la presenza è sempre condannata al disequilibrio. Io probabilmente a parità di condizioni avrei gonfiato di botte il pedofilo, così come avrei sparato ai ladri intrufolatisi in casa, ma ciò che individualmente e violentemente avrei fatto come individuo è giustamente sanzionato dalla società.

D’altronde non siamo noi che condanniamo le giustizie sommarie degli altri? L’adultera lapidata in seguito a una sentenza di un qualche tribunale tribale, la donna linciata e bruciata dalla folla inferocita perché avrebbe distrutto pagine del Corano e poi, guardate, aggiungo per sovramercato gli infedeli sgozzati dai tagliagole Isis: il fatto che facciano orrore a noi, ma sembrino atti giusti e addirittura santi a loro, non vi fa pensare che solo una presunzione etnocentrica piuttosto ingenua vi permette di giudicare? Sia chiaro, su queste stesse pagine anch’io l’ho fatto: io condanno i barbari islamisti che bruciano, tagliano gole, lapidano eccetera, ma proprio per questo, per ritenere legittimo il mio atto di condanna, devo avere un comportamento completamente differente. La differenza non può essere tribale (loro sozzi primitivi, noi legittimi custodi di ciò che ci pare e piace) ma morale: una morale costruita nei secoli in Occidente basata su giustizia e tolleranza, morale fallace, come ho già detto, difficile da praticare ma necessariamente universale: non ci si fa giustizia da soli. L’altro tipico argomento che “tanto in Italia il pedofilo se la cavava con un anno di domiciliari mentre il padre violento sarebbe finito in galera e avrebbe dovuto spendere un sacco di soldi in risarcimenti” (o altre critiche analoghe) non deve ingannarvi: questo genere di critiche afferisce al sistema giudiziario italiano, non alla morale. Che in Italia la giustizia sia un disastro non significa che allora ne approfitto per farmi giustizia da me. La giustizia da riformare è un problema politico. L’idea di una giustizia guidata da principi universali è una questione di etica. I due ambiti concettuali sono interconnessi ma separati.

la-morale-e-lanimale-L-Ytw5wmEsempio n° 2 – Senza bisogno di circostanziare nomi e cognomi, mettetene voi uno a caso, sono seriamente convinto che una percentuale di politici chiacchierati o addirittura indagati o condannati per corruzione siano partiti con onesta convinzione di far qualcosa di buono per il prossimo e si siano trovati invischiati in un meccanismo subdolo e poco identificabile all’inizio che li ha lentamente trascinati in un gorgo. Provate a immaginarvi potenti, con leve di comando nelle vostre mani, pronti a fare Il Bene Del Popolo. Avete le idee chiare, l’appoggio degli elettori, vi sostiene la stampa ma c’è un particolare: vi manca una manciata di voti in Parlamento. Un altro politico, non così di primo piano ma abbastanza credibilmente vicino alla vostra orbita vi dice che ci può pensare lui, quei pochi voti ve li può assicurare ma, certo, dovete ricambiargli il favore (una prebenda, un sottosegretariato, una particina in tv per l’amante…). Allora il dilemma che vi si pone è semplice:

  1. A) fare il bene del popolo facendo passare il provvedimento in cambio di un peccatuccio veniale, non illegale, politicamente non significativo

oppure

  1. B) non cedere di un millimetro, non macchiarsi della più piccola colpa, questa davvero trascurabile, ma rinunciare al bene del popolo oggi e – probabilmente – anche domani.

Mi sembra un bellissimo problema di etica pubblica: il bene di molti vale un piccolo “male” relativo, senza danneggiare nessuno, che neppure si saprà? Vediamo cosa succede se rispondete ‘Sì’ oppure ‘No’. Nel primo caso credo che siate fritti; cedere su una piccola e innocua cosa vi sottopone ad altre e maggiori pressioni, nonché a ricatti. Avete fatto un “favore”, non potete non farne un secondo, probabilmente più impegnativo e grave; avete ricevuto un vantaggio, ma ve ne serviranno altri; incomincia a esserci gente in giro che sa che non siete incorruttibili, che favorite il clientelismo, il nepotismo, lo scambio, la turbativa politica… Il piano inclinato è inizialmente inavvertibile ma presto diventa una china pericolosa, dove ogni azione che volete intraprendere viene sottoposta a trattative con i molteplici che si possono mettere di traverso. Ma se rispondete ‘No’ che razza di politici siete? Tutti Robespierre incorruttibili, capaci certo di grandi denunce ma di nessuna azione. Non contate nulla. Non servite. Tutti vi volteranno le spalle. Naturalmente ho ridotto all’essenziale il problema, spero che ne vogliate cogliere la sua rappresentazione esemplificativa. Qual è il corretto bilanciamento fra agire pagando un certo prezzo morale (nel senso di venire a patti con la propria etica, con i roboanti discorsi fatti nelle piazze) e non agire affatto perché qualunque azione ci sporca, ci può sporcare, deve scendere a compromessi?

etica3Esempio n° 3 – Tempo fa conobbi un importante esponente locale (di quale località non dirò) di un partito di sinistra (tacerò anche su quale sinistra fosse); era un capopopolo nato, guidava un partito che andava bene alle elezioni e aveva incarichi locali di governo, successi ottenuti ovviamente con le parole d’ordine tipiche di quell’area politica: giustizia, uguaglianza, fratellanza, lavoro etc. Quest’uomo di successo era ovviamente amato, o quantomeno stimato, da una discreta fetta di elettorato che gli riconosceva una leadership politica. Pochi di codesti sostenitori conosceva però un particolare privato nella vita di quest’uomo. Maltrattava la moglie. La picchiava. Quest’uomo che difendeva i diritti delle masse oppresse picchiava la moglie. Io credo che il gesto violento verso la donna sia intollerabile e spero la pensiate così anche voi, ma quello che intendo sottolineare è l’incongruenza apparente fra il ruolo sociale e il comportamento privato. Il picchiatore di donne io lo immagino rozzo, semi-analfabeta, manovale ubriacone… invece questo è laureato, colto, socialmente integrato. Gli stereotipi non funzionano principalmente perché tendono a collocare in classi distinte (i buoni e i cattivi, i probi e i picchiatori di donne…) mentre la realtà è indistinta, sfumata. Tutti i buoni hanno lati oscuri. Tutti i cattivi hanno lati amabili.

Tutte le verità sono parziali, tutti i mostri sono stati bambini, tutte le tragedie si sono compiute a partire da premesse nobili, tutti i potenti hanno pensato giusto il loro potere, tutti gli assassini ritengono in qualche modo giustificabile le loro azioni dato il contesto, date le condizioni, data l’infanzia infelice il padre severo la società ingiusta, così ingiusta! Ed eccoci arrivato sul bordo dell’orrido: siamo tutti colpevoli e quindi nessuno, in fondo, è colpevole? Tutti peccatori, tutti disponibili al delitto, tutti uguali quindi nelle nostre debolezze e quindi consoliamoci, teniamoci per mano, dai, il politico briccone, lo stupratore, il corrotto alla fine siamo noi. Je suis una canaille. No, non è questa la conclusione. La conclusione può partire dal riconoscimento della nostra debolezza per andare oltre, verso una dimensione morale più avanzata. Una persona priva di tensione positiva verso orizzonti morali sempre più integrati, inclusivi e aperti al mondo non serve alla società. Interrogarsi sull’orizzonte etico, sforzarsi di migliorare pur sapendo di cadere e sbagliare, questo è il senso del nostro posto nel mondo. Faccio (e sbaglio) cercando di far bene (per quel che posso capire), rammaricandomi del male e combattendolo, a partire da quello che inevitabilmente faccio e farò io. Io faccio il male. Ma non è che debba continuare, che non possa pentirmi, che non possa smettere. Vedo che anche tu fai il male. Non devo fingere di non vederlo, non devo necessariamente accettarlo, anche se posso comprenderlo.

10 miti-e 10 verità-sull’ateismo

Dal sito Nuovi Mondi Media http://www.nuovimondimedia.com , nella rubrica Cultura e Storia

10 miti-e 10 verità-sull’ateismo

di Sam Harris (The Los Angeles Times) (La parte scritta in rosso è mia, a penna di Jàdawin)

Spesso gli atei vengono visti come intolleranti, immorali, depressi, ciechi di fronte alla bellezza della natura e dogmaticamente insensibili all’evidenza del soprannaturale. Diventa importante allora, considerato come non di rado essi finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali.
Alcuni studi indicano come il termine “ateismo” negli Stati Uniti abbia acquisito oggi più che mai una connotazione dispregiativa; ad esempio, essere atei negli Usa attualmente rappresenta un perfetto impedimento a chi vuol far carriera in politica (in misura persino maggiore rispetto agli ostacoli che incontrano i neri, i musulmani e gli omosessuali). Secondo un recente sondaggio condotto dal settimanale Newsweek, solo il 37% degli americani voterebbe per un Presidente ateo.

Perfino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo fosse “non tollerabile”, perché, ribadiva, “le promesse, gli accordi solenni, i giuramenti, in sostanza tutto ciò su cui si fondano le società, non hanno presa su un ateo”.

Questo più di trecento anni fa. Ma oggi, negli Stati Uniti, poco sembra essere cambiato. L’87% dei cittadini Usa sostiene “senza ombra di dubbio” l’esistenza di Dio; solo un 10% scarso si definisce ateo, e vede la propria reputazione deteriorarsi sempre più.

Tuttavia, considerato come non di rado gli atei finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, diventa importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali.

1) Gli atei credono che la vita non abbia significato.

Al contrario, spesso sono i religiosi a preoccuparsi che la vita non abbia senso e a immaginare che essa possa essere redenta solo con la promessa della felicità eterna oltre la tomba. Gli atei tendono a considerare la vita un bene prezioso, a ritenerla impregnata di contenuti reali e degna di essere vissuta fino in fondo. I nostri rapporti con coloro a cui teniamo sono importanti ora, la nostra stima in merito non deve essere condizionata da chissà quale giudizio futuro. Gli atei reputano questa paura del non-significato… insignificante.

2) L’ateismo è responsabile dei più efferati crimini nella storia dell’umanità.

I fedeli sovente sostengono che le atrocità di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot sono state l’inevitabile conseguenza della non-fede. Tuttavia, la questione non è lo scetticismo di fascismo e comunismo nei confronti della religione; il problema è che essi alle religioni sono fin troppo simili. Tali regimi vivono di dogmi, e sostanzialmente venerano personalità in modo analogo ai culti religiosi. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio in generale non sono stati la conseguenza dell’abbandono delle verità di fede da parte degli esseri umani, bensì dimostrazioni di una politica, razziale e nazionalistica follia dogmatica. Non è mai esistita nella storia umana una società che abbia sofferto perché la sua gente è diventata troppo ragionevole.

3) L’ateismo è dogmatico

Gli ebrei, i cristiani e i musulmani sostengono che i loro testi sacri sono talmente preveggenti dei bisogni dell’umanità che è impossibile non siano stati scritti sotto la guida di una divinità onnisciente. Ateo è semplicemente chi ha considerato questa tesi, ha letto le scritture e ha trovato quanto di cui sopra ridicolo. Rifiutare i dogmi religiosi ingiustificati non significa per forza essere miscredenti. Lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71) in un’occasione dichiarò: “Affermo che siamo entrambi atei. Solo abbiamo un’idea diversa del divino. Quando capirai perché rigetti tutte le altre possibilità divinità, realizzerai perché io non riconosco le tue”.

4) Gli atei credono che tutto nell’universo sia nato per caso.

Nessuno sa perché dall’universo sia nata la razza umana. Infatti, non è ancora completamente chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di “inizio” o di “creazione” dell’universo, dal momento che questi concetti chiamano in causa la nozione di tempo, e qui si sta discutendo dell’origine della stessa dimensione spazio-temporale. L’idea secondo cui gli atei credono che ogni cosa sia casuale è nata fra l’altro come critica alle teorie di Darwin. Come Richard Dawkins spiega nel suo ottimo libro, “The God Delusion”, ciò rappresenta un totale fraintendimento della tesi evoluzionista. Sebbene non abbiamo conoscenza esatta della struttura chimica primordiale della Terra, sappiamo che la diversità e la complessità che osserviamo oggi nel mondo non sono il prodotto di casualità. L’evoluzione è una combinazione di mutazioni impreviste e selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” degli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, il processo selettivo esercita un preciso effetto non casuale sullo sviluppo di ogni specie.

5) L’ateismo non ha rapporti con la scienza.

Nonostante sia possibile contemporaneamente essere scienziati e credere in Dio – come sembra sia successo in alcuni casi – è indubbio che il pensiero scientifico tende a erodere, piuttosto che sostenere, la fede religiosa. Prendiamo ad esempio la popolazione statunitense: numerosi sondaggi mostrano come circa il 90% degli intervistati creda in un Dio personale; il 93% dei membri della National Academy of Sciences, al contrario, non vi crede. Poche altre discipline divergono dalla religione come la scienza.

6) Gli atei sono arroganti.

Quando gli scienziati non sanno qualcosa – ad esempio come dall’universo è nato il genere umano o come le prime molecole autoreplicanti si sono formate – lo ammettono. Pretendere di conoscere ciò che non si conosce è una grave responsabilità nella scienza. Ed è la linfa vitale delle religioni. Uno dei monumentali paradossi delle religioni è quello incarnato dalla frequenza con cui le persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre sostengono di conoscere nozioni di cosmologia, chimica e biologia che nessun scienziato conosce. Quando prendono in considerazione questioni sulla natura del cosmo e altre analoghe, gli atei separano i fatti dalle opinioni. Questa non è arroganza, piuttosto onestà intellettuale.

7) Gli atei rifiutano l’esperienza spirituale. (Continuo a non capire perché si usino questi termini – spirito e spirituale – per manifestazioni e sentimenti tangibili della personalità umana….)

Non esiste nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, abbandono, meraviglia; gli atei sanno apprezzare queste esperienze e le ricercano di continuo. Ciò che gli atei evitano è, in base a queste stesse esperienze, rendersi protagonisti di ingiustificate (e ingiustificabili) rivendicazioni sulla natura della realtà. Non c’è dubbio che alcuni cristiani abbiano trasformato in meglio la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Questo cosa prova? Prova che alcune discipline fondate sul rigore e sul rispetto di determinati codici comportamentali possono aver un notevole effetto sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani consentono di dire che Gesù è l’unico salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente – perché gli hindù, i buddisti, i musulmani e persino gli atei provano le stesse esperienze di cui sopra. Infatti, non c’è un cristiano sulla Terra che sia certo che Gesù avesse la barba, o che fosse nato da una vergine o che fosse resuscitato. Non è questa la tipologia di asserzioni che che l’esperienza spirituale può autenticare.
8) Gli atei credono che non ci sia nulla al di là della vita e della ragione umane.

Gli atei, contrariamente ai religiosi, sono liberi di riconoscere i limiti dell’intelletto. È ovvio che gli uomini non comprendano appieno l’universo; ma è ancora più ovvio che né la Bibbia né il Corano riflettono di ciò le migliori interpretazioni. Noi non sappiamo se da qualche parte nel cosmo esistano forme complesse di vita, ma questo non significa escluderne la possibilità. Se così fosse, altrove potrebbero essersi sviluppate determinate conoscenze delle leggi della natura più sofisticate delle nostre. Gli atei sono liberamente in grado di considerare questa possibilità. Inoltre, possono convenire che nel caso esistessero brillanti extraterrestri, i contenuti di Bibbia e Corano ad essi potrebbero risultare ancor meno toccanti di quanto non lo siano per gli esseri umani atei. Secondo gli atei, dunque, le religioni banalizzano completamente le reale bellezza e l’immensità dell’universo.

9) Gli atei ignorano il fatto che la religione è estremamente benefica per le società.

Coloro che enfatizzano gli effetti positivi della religione non sembrano capire che questi stessi effetti falliscono nel dimostrare la verità delle dottrine religiose. Per questo esistono espressioni come “pio desiderio” o “auto-inganno”. Esiste una profonda distinzione tra una delusione consolante e la verità vera e propria. In ogni caso, sui buoni effetti di una religione si può dibattere. In molti casi, sembra proprio che i dogmi religiosi forniscano alle persone cattive ragioni per comportarsi bene, quando in realtà le buone ragioni sarebbero disponibili. Chiedete a voi stessi cosa è più morale: aiutare i poveri in modo disinteressato, o farlo perché il creatore dell’universo vuole che lo facciate, perché vi premierà per averlo fatto o vi punirà per non averlo fatto?

10) L’ateismo non fornisce basi morali.

Se una persona non capisce di per sé che la crudeltà è sbagliata, non lo capirà leggendo la Bibbia o il Corano; questi testi, infatti, esplodono di agiografie della crudeltà, sia terrena sia divina. Non costruiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa è giusto ricorrendo a istituzioni morali estremamente radicate in noi stessi e ridefinite da millenni di pensieri e riflessioni sulle cause e le possibilità della felicità umana. Negli anni abbiamo conosciuto notevoli progressi morali, e questi non li abbiamo realizzati perché abbiamo letto la Bibbia o il Corano con più attenzione. Entrambe le scritture condonano la schiavitù, mentre ogni essere umano civilizzato sa che essa è abominevole. Qualsiasi buona cosa contenuta nelle scritture – come la “Golden Rule” – può essere apprezzata per la sua saggezza etica, senza necessariamente dover credere che sia stata tramandata a noi dal creatore dell’universo.

Sam Harris è l’autore del Best Seller del New York Times “The End of Faith: Religion, Terror, and the Future of Reason”, pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo La fine della fede – Religione, terrore e il futuro della ragione. Laureato in Filosofia alla Stanford University, per oltre vent’anni Sam Harris ha studiato le tradizioni religiose occidentali e orientali, e diverse discipline contemplative. Harris ha conseguito anche un dottorato in neuroscienze. La sua opera ha acceso un aspro dibattito su diversi organi di informazione, tra cui il New York Times, il Los Angeles Times, il San Francisco Chronicle, l’Economist, il Guardian, il New Scientist e molti altri. Sam Harris vive a New York City.

Fonte: The Los Angeles Times
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media