Comunicati, Economia, Politica e Società, Scienza e Natura

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

In e-mail l’1 Aprile 2019 dc:

Il capitalismo uccide la natura. L’alternativa o è anticapitalista o non è

1 Aprile 2019

Testo del volantino nazionale

volantino_clima

Il futuro dell’umanità è in pericolo.

La temperatura del pianeta continua a crescere, l’aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l’inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica.

Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c’entra. Ipocriti! È vero l’opposto.

Alla base di tutto sta proprio un’organizzazione della società e dell’economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili.

È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi.

E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l’intera organizzazione della società. Un’organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni Paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile.

Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell’umanità. Una riconversione ecologica dell’economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile.

Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni Paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell’economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni Paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l’ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare.

Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.

Partito Comunista dei Lavoratori
Politica e Società

Gli scienziati: “Stop ai Terminator, con i robot-killer l’umanità è a rischio” – Repubblica.it

Hawking, Wozniak e Chomsky firmano un appello contro le armi che uccidono da sole: “Al bando prima che diventino realtà”

Sorgente: Gli scienziati: “Stop ai Terminator, con i robot-killer l’umanità è a rischio” – Repubblica.it 29 Luglio 2015 dc

Politica e Società

La guerra “umanitaria”

In e-mail il 26 Marzo 2011 dc:

La guerra “umanitaria”

di Lucio Garofalo

L’idea di una “guerra umanitaria” o “guerra per la pace”, come quella che viene propagandata dai mass-media in questi giorni, costituisce un orrendo ossimoro concettuale che tuttavia riesce a riscuotere ampi consensi e simpatie presso l’opinione pubblica mondiale. I concetti di guerra e pace sono un’evidente contraddizione terminologica che nessuno può negare.

Anche in passato si ricorreva ad ossimori concettuali per giustificare le guerre come, ad esempio, le “guerre sante” (si pensi solo alle crociate in Palestina). Oggi le “guerre umanitarie” o “guerre per la pace” sono il più sofisticato e, nel contempo, controverso stratagemma lessicale e ideologico inventato dall’imperialismo per ripararsi dietro un volto più ‘umano’ e più accettabile, perché abilmente camuffato, per coprire i crimini commessi in nome di un ideale assolutamente ipocrita.

Che la causa “nobile” consista poi nella fede religiosa, nella democrazia o nella libertà, nella pace o nell’umanitarismo, è irrilevante in quanto l’intervento bellico è in ogni caso brutale e sanguinoso, ma soprattutto l’ipocrisia che si traveste sotto il falso ideale è la stessa, nella misura in cui gli interessi sono ignobili e disonesti, riconducibili facilmente agli affari delle potenze occidentali che mirano ad impossessarsi delle ricchezze altrui. Quindi, anche questa è un’altra (l’ennesima) guerra compiuta in nome della voracità consumistica dell’occidente.

Non è banalmente una questione di pacifismo. La storia dimostra che le guerre non costituiscono la giusta soluzione per questo tipo di problemi, non sono uno strumento utile per salvaguardare i diritti umani, nella misura in cui le guerre non risolvono i problemi ma rischiano di aggravarli e moltiplicarli.

Infatti, il principale pericolo che si corre è di incendiare l’intero fronte dei Paesi arabi, incentivando e fomentando le spinte oltranziste ed islamico-integraliste che, almeno finora, erano parse inesistenti o comunque marginali nelle rivolte sociali del Maghreb, causando una pericolosa escalation militare in Medio Oriente, che è una polveriera ad alto rischio di esplosione.

Sgombrando il campo  da ogni ipocrisia bisognerebbe porsi almeno un paio di interrogativi. Anzitutto, perché la risoluzione dell’Onu n. 1973 non viene applicata in tutte le circostanze in cui i diritti umani sono violati? Perché si interviene militarmente in Libia ma non si interviene per bloccare, ad esempio, la repressione delle rivolte in Bahrein, nello Yemen e negli altri Paesi della penisola arabica e del Golfo persico, oppure non si è intervenuto quando Israele commetteva atti di violenza contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza?

Oltretutto non si può fingere di non sapere che Gheddafi è stato fino ad ieri il principale alleato degli interessi occidentali e un ottimo socio in affari del governo Berlusconi e di altre cancellerie europee, in quanto è più facile e conveniente stringere patti scellerati e stipulare intese poco pulite con i regimi tirannici e dittatoriali piuttosto che con governi democratici.

Detto ciò, non bisogna sottovalutare le ragioni riconducibili al controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è uno dei principali produttori, né si può dimenticare, o fingere di non sapere che la Libia del colonnello Gheddafi costituisce da sempre un acquirente importante di armamenti occidentali, in particolare italiani. Ricordiamo che l’Italia risulta tra i primi cinque Paesi al mondo nell’esportazione di armi da guerra. Non a caso la resistenza delle truppe libiche si sta rivelando più tenace del previsto anche perché le armi in dotazione all’esercito di Gheddafi sono tecnologicamente avanzate e soprattutto di fabbricazione italiana.

Sulla base del ragionamento esposto, si può asserire che l’intervento bellico in Libia non abbia nulla a che spartire con esigenze di natura “umanitaria” o “pacifista”, né con altre motivazioni più “nobili”, ma c’entra solo il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza di un sistema economico scellerato, sprovvisto di umanità e di un minimo di razionalità, mosso da una logica ferrea basata sulle leggi perverse e disumane del business economico.

Resta un’amara constatazione circa il senso racchiuso nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Ad esempio l’articolo 11, benché sulla carta sia inviolabile, è stato tradito e vilipeso talmente tante volte da essere diventato lettera morta.

Politica e Società

Il mito dell'”universalità” dei diritti umani

Dal sito http://www.jadawin.info una e-mail giunta il 21 aprile 2010 dc:

Il mito dell'”universalità” dei diritti umani

“IMPERIALISMO” O “PLURALISMO” CULTURALE (E MORALE)?
QUAL’E’ FONDAMENTO PER I DIRITTI DELL’UOMO?

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 (cd. Dudu) enuncia una lunga serie di diritti umani senza mai indicarne, però, il fondamento ultimo (o la ragion d’essere).

Perché mai, allora, riconoscere tali diritti come “universali” (spettanti all’intera Umanità)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti umani (ossia il loro essere “fondamentali”, “universali”, “inviolabili” e “indivisibili”)?

DIO COME FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distinse tre possibili fondamenti dei diritti umani:

1- l’autorità divina;

2- la legge di natura;

3- e la ratifica internazionale dei trattati (ossia l’accordo o “consenso” degli Stati).

Molti autori così, tra cui Michael Perry, rintracciarono il fondamento dei diritti umani direttamente in Dio: solo pensando agli uomini come opera di Dio (e, per ciò stesso, “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” di tali diritti, volti a proteggere proprio la dignità di tale essere sacro.

In tale ottica non stupisce più di tanto leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali;

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili;

3- e che tra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Ancor oggi, del resto, nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994, ma non ancora in vigore) si legge: “premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

Nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri), inoltre, si afferma che:

1-                  il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica;

2- e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “sharia” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Il limite principale di questa tesi, però, è quello:

1- da un lato, di condurre a una sorta di “idolatria dei diritti umani” (fatti coincidere, per lo più, con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste del mondo);

2- dall’altro, di far perdere di validità universale gli stessi (risultando difficile che diritti strettamente legati ad una specifica e parziale visione religiosa possano rivolgersi all’intera umanità!).

Il pericolo maggiore, dunque, è quello:

1- di considerare i diritti umani come una sorta di “nuova religione dell’umanità”;

2- e di trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata”, possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, di manifestazioni di intolleranza e di conflitti tra civiltà!

LA LEGGE DI NATURA COME FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

Le principali teorie sulla fondazione dei diritti dell’uomo si basano, allora, sull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui i diritti umani rappresenterebbero un’espressione, un elemento “intrinseco”.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’idea dell’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo:

sia dalla credenza o meno nell’esistenza di un Dio e nel creazionismo;

sia dall’esistenza o meno di un dato diritto positivo (dunque, dalla volontà degli Stati).

I “diritti umani”, così, diverrebbero sinonimo di “diritti naturali”, concetto di origine ben più antica: furono i filosofi greci (Aristotele e gli stoici su tutti) ad affermare per primi l’esistenza di un “diritto naturale” come insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricava dallo studio delle leggi naturali  (cd. “giusnaturalismo”).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionalistica e moderna, individuò nella “dignità della persona” (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che della persona altrui: “il rispetto che ho per gli altri -scrive Kant- è il riconoscimento della dignità che è negli altri”.

Il limite principale delle teorie giusnaturaliste, però, è:

1- in primo luogo, l’assoluta incontrovertibilità di ogni assunzione metafisica. Questa, infatti, presupporrebbero una definizione univoca almeno dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona, definizione ancor oggi problematica da realizzare a livello universale;

2- in secondo, il rischio di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

NESSUN “FONDAMENTO ASSOLUTO” E’ POSSIBILE PER I DIRITTI DELL’UOMO!

Date queste premesse, molti autori giungono a negare alcun fondamento “metafisico” (o “assoluto”) dei diritti dell’uomo!

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani” (Feltrinelli, Milano, 2003) Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana: in un certo senso, anzi, sono contro natura!

La moralità umana e i diritti umani, infatti, rappresenterebbero un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali che abbiamo scoperto in quanto esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani -sostiene Ignatief-, niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significa, dunque, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico, ma che “non hanno nessun valore teorico”.

Ogni ricerca di fondamento assoluto, dunque, è infondata!

Come è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti:

  • di cui non si ha una nozione precisa (la stessa espressione “diritti dell’uomo” è di per sé molto vaga)
  • e così eterogenei e in conflitto tra loro (essendo molti in concorrenza, ad esempio il diritto a non essere torturati e quello alla sicurezza)?

Due diritti antinomici, infatti, non possano avere un fondamento assoluto: un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi inconfutabili!

I diritti umani, inoltre, rappresentano una “classe variabile”, ovvero mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche.

Diritti considerati assoluti nel passato (come la proprietà nella Dichiarazione francese del 1789) sono stati assai limitati dalle dichiarazioni contemporanee, a dimostrazione dell’inesistenza di diritti per loro natura “fondamentali”.

Allo stesso modo, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti (come quello all’ambiente o alla vita animale) che tali oggi non sono!

Ciò, dunque, rende difficile rintracciare un “fondamento assoluto” in diritti storicamente “relativi”!

IL “CONSENSO DEGLI STATI” UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

Secondo autori come Bobbio o Ignitieff, in conclusione, l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello “storico” (e politico) del “consenso” tra i principali soggetti della Comunità internazionale, ossia gli Stati (manifestato attraverso la ratifica di trattati internazionali, nella specie sui diritti dell’uomo).

Sostiene Ignatieff: occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare” e, piuttosto, bisognerebbe interrogarsi su ciò a cui servono tali diritti.

I diritti umani vanno ridotti a mere norme giuridiche: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, però, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni pretesa di “universalità” degli stessi (essendo il loro fondamento legato alle esigenze ed agli interessi degli Stati, per loro natura mutevoli).

Ed è questo l’aspetto più delicato e rivoluzionario, ma pragmatico e realistico, di questa prospettiva.

“UNIVERSALITA’” DEI DIRITTI UMANI: COSTRUZIONE DI UN MITO…

Il diritto internazionale, dalla Dudu in avanti, ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Questi diritti, dunque:

a- si rivolgerebbero all’intera Umanità (che dovrebbe beneficiare degli stessi);

b- e imporrebbero agli Stati precisi parametri di valutazione della legittimità internazionale della propria condotta (questi, nell’esercizio dei propri poteri sovrani, dovrebbero garantire la non ingerenza statale nell’esercizio individuale di tali diritti).

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” dei diritti dell’uomo?

Quanto è “reale” (o, meglio, “possibile”) questa pretesa “universalità”?

Questi parametri di condotta per gli Stati, in altri termini, sono interpretati e applicati uniformemente in ogni parte del mondo?

Profonde e radicate appaiono, piuttosto, le differenze nell’interpretazione e nell’attuazione dei diritti umani nel mondo.

Da un punto di vista filosofico:

a- mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalistica” dei diritti umani, in base alla quale questi sono connaturati alla persona umana e prescindono dalle leggi statuali (ogni Stato è tenuto al loro rispetto e lo Stato che li viola può legittimamente essere contestato dai suoi cittadini);

b- i paesi di tradizione socialista (la Cina su tutti) sono legati a una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, ritenuti esistenti solo nella misura in cui riconosciuti da leggi dello Stato (non preesistendo allo stesso, ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia eventualmente nel limitarli o circoscriverli in ragione di interessi pubblici o superindividuali).

Da un punto di vista politico:

a- mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici, rivendicati originariamente come risposta allo strapotere dello Stato assoluto;

b- nei paesi in via di sviluppo si presta per evidenti ragioni maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali, ritenuti intrinsecamente primari rispetto a quelli civili e politici (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono per loro natura prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali).

Da un punto di vista religioso:

a- mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto;

b- in molti paesi islamici (e tendenzialmente teocratici), invece, è il rispetto dei principi religiosi (della “sharia”) precondizione essenziale per il rispetto della persona. Solo un buon fedele musulmano, in pratica, può legittimamente vantare per sé tali diritti!

Ciò spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma che il fondamento dei diritti umani va individuato nella religione islamica, alla luce della quale vanno interpretati i diritti umani.

Tali differenti visioni dei diritti dell’uomo spingono a ritenere un “mito” parlare di “universalità” di tali diritti: l’universalità non si è affatto realizzata e, tutt’al più, può porsi come un possibile traguardo futuro!

La pretesa di “uniformare” universalmente le culture dei diritti umani, piuttosto, può nascondere in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (ricordiamo, di matrice “occidentale” e “giusnaturalistica”):

a. in una forma di “imperialismo culturale” con cui ambire ad imporre nel mondo una sola cultura e morale (come in una sorta di “tirannia di una maggioranza etica”);

b. e in un pretesto utile finanche per giustificare il ricorso alla guerra (o, più in generale, all’uso della forza) come strumento di difesa dei diritti umani ovunque siano minacciati e di esportazione del modello di libertà e democrazia occidentale in ogni parte del mondo (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé a rappresentare la più grande violazione della dignità umana!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umani, del resto, è che essa poggia le propria fondamenta ideologiche su una Carta, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, tutt’altro che espressione di valori “universali”, bensì palesemente messaggera di una visione etica e culturale prettamente occidentale.

I diritti sanciti nella Dudu, difatti, hanno un’indiscussa matrice cristiana e illuministica, trovando in S. Paolo e in alcuni filosofi europei gli immaginari precursori ideali.

La Dichiarazione del ’48 rappresenta, anzi, proprio il prodotto dell’“individualismo liberale” (solo in parte mitigato da qualche influenza sovietica), non a caso frutto del lavoro di un Comitato incaricato di redigere il testo della Carta composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati del mondo, così, non essendo ancora nemmeno stati costituiti all’epoca, non hanno partecipato a tali lavori).

Per questo il professore Andrea Rigon arrivò a definire i diritti umani sanciti nella Dudu “un regalo della cristianità e della razionalità illuminista al mondo”!

La Dudu, in conclusione, non rappresenta valori comuni mondiali bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia l’espressione di una limitata parte dell’umanità”, concluse Rigon.

Come può, dunque, rappresentare un “ethos globale” una Carta, più che rispettosa della pluralità di culture e dei popoli, sorta da un compromesso raggiunto tra poche potenze mondiali (Stati Uniti, Europa e Urss)?

L’ “UNIVERSALISMO MINIMALISTA” UNICA ALTERNATIVA ALL’UNIVERSALITA’ ASSOLUTA DEI DIRITTI UMANI

Una ragionevole alternativa sia all’universalità assoluta dei diritti umani sia al contrapposto “relativismo etico globale” appare la teoria dell’“universalismo minimalista”, prospettata da Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard).

Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani (incapace di fornire una definizione universalmente condivisa dei diritti umani), Ignatieff propone la rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca comune di un “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti umani essenziali più universalmente possibile condivisibili.

Lo studioso americano suggerisce di superare l’empasse attuale ricercando alcuni minimi ed essenziali punti di convergenza della Comunità internazionali nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, infatti, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture diverse dalla nostra un’intrusione “neoimperialista”: un’imposizione dello stile di vita, dei valori e della visione del mondo tipicamente occidentale.

I diritti umani assumerebbero un carattere meno “imperiale” se diventassero più “politici”, se fossero percepiti non come un linguaggio per proclamare “verità assolute” bensì come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi di potere.

Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti minimi individuati dagli Stati, risulterebbe universalmente condiviso se al contempo:

a- compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e di pensare (col “pluralismo” cui abbiamo fatto cenno);

b- senza, al contempo, rinunciare a apprestare una tutela ai fondamenti essenziali della dignità umana ovunque nel mondo.

Più concretamente, risponderebbero a questi requisiti solo quei diritti che si limitassero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

Filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo può rappresentare l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà senza per questo giungere ad alcuno “scontro di Civiltà”!

Lo sforzo apprezzabile dell’universalismo minimalista è quello di tentare di conciliare:

a. l’universalità dei diritti umani;

b. con l’ineliminabile “pluralismo culturale e morale” che contraddistingue la Comunità internazionale.

Ignatieff, infatti, non abbandona affatto la prospettiva universalistica, indicata però solo come un traguardo possibile.

Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale dei diritti umani potrebbe pacificamente farsi coincidere con le più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampio e unanime è la condanna internazionale, quali:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie, l’apartheid);

3- la tortura e i trattamenti inumani o degradanti;

4- e il mancato riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Intorno a questi valori sarebbe possibile formare un accordo tendenzialmente tra tutti gli stati del mondo.

Nulla impedirebbe, inoltre, la maturazione nel tempo (a cui possono contribuire, al contempo, processi sia di “regionalizzazione” che di “settorializzazione” dei diritti umani) di una convergenza sul riconoscimento su scala universale di un nucleo sempre più ampio di diritti, quali quello alla vita, all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero o alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…

Da tali premesse, il filosofo Alessandro Ferrara è arrivato a proporre una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale risponda pienamente alla funzione di identificare quei pochissimi diritti “genuinamente fondamentali”, formulati in un “linguaggio neutrale” rispettoso delle diversità culturali tra i popoli.

Un traguardo forse ancora troppo prematuro e ambizioso per essere perseguito, ma verso il quale -c’è da scommettere- la Comunità internazionale prima o poi dovrà rivolgersi…

Gaspare Serra

(Università degli Studi di Palermo – Giurisprudenza):

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Blog “Spazio Libero”:

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Ateoagnosticismo

10 miti-e 10 verità-sull’ateismo

Dal sito Nuovi Mondi Media http://www.nuovimondimedia.com , nella rubrica Cultura e Storia

10 miti-e 10 verità-sull’ateismo

di Sam Harris (The Los Angeles Times) (La parte scritta in rosso è mia, a penna di Jàdawin)

Spesso gli atei vengono visti come intolleranti, immorali, depressi, ciechi di fronte alla bellezza della natura e dogmaticamente insensibili all’evidenza del soprannaturale. Diventa importante allora, considerato come non di rado essi finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali.
Alcuni studi indicano come il termine “ateismo” negli Stati Uniti abbia acquisito oggi più che mai una connotazione dispregiativa; ad esempio, essere atei negli Usa attualmente rappresenta un perfetto impedimento a chi vuol far carriera in politica (in misura persino maggiore rispetto agli ostacoli che incontrano i neri, i musulmani e gli omosessuali). Secondo un recente sondaggio condotto dal settimanale Newsweek, solo il 37% degli americani voterebbe per un Presidente ateo.

Perfino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo fosse “non tollerabile”, perché, ribadiva, “le promesse, gli accordi solenni, i giuramenti, in sostanza tutto ciò su cui si fondano le società, non hanno presa su un ateo”.

Questo più di trecento anni fa. Ma oggi, negli Stati Uniti, poco sembra essere cambiato. L’87% dei cittadini Usa sostiene “senza ombra di dubbio” l’esistenza di Dio; solo un 10% scarso si definisce ateo, e vede la propria reputazione deteriorarsi sempre più.

Tuttavia, considerato come non di rado gli atei finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, diventa importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali.

1) Gli atei credono che la vita non abbia significato.

Al contrario, spesso sono i religiosi a preoccuparsi che la vita non abbia senso e a immaginare che essa possa essere redenta solo con la promessa della felicità eterna oltre la tomba. Gli atei tendono a considerare la vita un bene prezioso, a ritenerla impregnata di contenuti reali e degna di essere vissuta fino in fondo. I nostri rapporti con coloro a cui teniamo sono importanti ora, la nostra stima in merito non deve essere condizionata da chissà quale giudizio futuro. Gli atei reputano questa paura del non-significato… insignificante.

2) L’ateismo è responsabile dei più efferati crimini nella storia dell’umanità.

I fedeli sovente sostengono che le atrocità di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot sono state l’inevitabile conseguenza della non-fede. Tuttavia, la questione non è lo scetticismo di fascismo e comunismo nei confronti della religione; il problema è che essi alle religioni sono fin troppo simili. Tali regimi vivono di dogmi, e sostanzialmente venerano personalità in modo analogo ai culti religiosi. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio in generale non sono stati la conseguenza dell’abbandono delle verità di fede da parte degli esseri umani, bensì dimostrazioni di una politica, razziale e nazionalistica follia dogmatica. Non è mai esistita nella storia umana una società che abbia sofferto perché la sua gente è diventata troppo ragionevole.

3) L’ateismo è dogmatico

Gli ebrei, i cristiani e i musulmani sostengono che i loro testi sacri sono talmente preveggenti dei bisogni dell’umanità che è impossibile non siano stati scritti sotto la guida di una divinità onnisciente. Ateo è semplicemente chi ha considerato questa tesi, ha letto le scritture e ha trovato quanto di cui sopra ridicolo. Rifiutare i dogmi religiosi ingiustificati non significa per forza essere miscredenti. Lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71) in un’occasione dichiarò: “Affermo che siamo entrambi atei. Solo abbiamo un’idea diversa del divino. Quando capirai perché rigetti tutte le altre possibilità divinità, realizzerai perché io non riconosco le tue”.

4) Gli atei credono che tutto nell’universo sia nato per caso.

Nessuno sa perché dall’universo sia nata la razza umana. Infatti, non è ancora completamente chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di “inizio” o di “creazione” dell’universo, dal momento che questi concetti chiamano in causa la nozione di tempo, e qui si sta discutendo dell’origine della stessa dimensione spazio-temporale. L’idea secondo cui gli atei credono che ogni cosa sia casuale è nata fra l’altro come critica alle teorie di Darwin. Come Richard Dawkins spiega nel suo ottimo libro, “The God Delusion”, ciò rappresenta un totale fraintendimento della tesi evoluzionista. Sebbene non abbiamo conoscenza esatta della struttura chimica primordiale della Terra, sappiamo che la diversità e la complessità che osserviamo oggi nel mondo non sono il prodotto di casualità. L’evoluzione è una combinazione di mutazioni impreviste e selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” degli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, il processo selettivo esercita un preciso effetto non casuale sullo sviluppo di ogni specie.

5) L’ateismo non ha rapporti con la scienza.

Nonostante sia possibile contemporaneamente essere scienziati e credere in Dio – come sembra sia successo in alcuni casi – è indubbio che il pensiero scientifico tende a erodere, piuttosto che sostenere, la fede religiosa. Prendiamo ad esempio la popolazione statunitense: numerosi sondaggi mostrano come circa il 90% degli intervistati creda in un Dio personale; il 93% dei membri della National Academy of Sciences, al contrario, non vi crede. Poche altre discipline divergono dalla religione come la scienza.

6) Gli atei sono arroganti.

Quando gli scienziati non sanno qualcosa – ad esempio come dall’universo è nato il genere umano o come le prime molecole autoreplicanti si sono formate – lo ammettono. Pretendere di conoscere ciò che non si conosce è una grave responsabilità nella scienza. Ed è la linfa vitale delle religioni. Uno dei monumentali paradossi delle religioni è quello incarnato dalla frequenza con cui le persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre sostengono di conoscere nozioni di cosmologia, chimica e biologia che nessun scienziato conosce. Quando prendono in considerazione questioni sulla natura del cosmo e altre analoghe, gli atei separano i fatti dalle opinioni. Questa non è arroganza, piuttosto onestà intellettuale.

7) Gli atei rifiutano l’esperienza spirituale. (Continuo a non capire perché si usino questi termini – spirito e spirituale – per manifestazioni e sentimenti tangibili della personalità umana….)

Non esiste nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, abbandono, meraviglia; gli atei sanno apprezzare queste esperienze e le ricercano di continuo. Ciò che gli atei evitano è, in base a queste stesse esperienze, rendersi protagonisti di ingiustificate (e ingiustificabili) rivendicazioni sulla natura della realtà. Non c’è dubbio che alcuni cristiani abbiano trasformato in meglio la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Questo cosa prova? Prova che alcune discipline fondate sul rigore e sul rispetto di determinati codici comportamentali possono aver un notevole effetto sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani consentono di dire che Gesù è l’unico salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente – perché gli hindù, i buddisti, i musulmani e persino gli atei provano le stesse esperienze di cui sopra. Infatti, non c’è un cristiano sulla Terra che sia certo che Gesù avesse la barba, o che fosse nato da una vergine o che fosse resuscitato. Non è questa la tipologia di asserzioni che che l’esperienza spirituale può autenticare.
8) Gli atei credono che non ci sia nulla al di là della vita e della ragione umane.

Gli atei, contrariamente ai religiosi, sono liberi di riconoscere i limiti dell’intelletto. È ovvio che gli uomini non comprendano appieno l’universo; ma è ancora più ovvio che né la Bibbia né il Corano riflettono di ciò le migliori interpretazioni. Noi non sappiamo se da qualche parte nel cosmo esistano forme complesse di vita, ma questo non significa escluderne la possibilità. Se così fosse, altrove potrebbero essersi sviluppate determinate conoscenze delle leggi della natura più sofisticate delle nostre. Gli atei sono liberamente in grado di considerare questa possibilità. Inoltre, possono convenire che nel caso esistessero brillanti extraterrestri, i contenuti di Bibbia e Corano ad essi potrebbero risultare ancor meno toccanti di quanto non lo siano per gli esseri umani atei. Secondo gli atei, dunque, le religioni banalizzano completamente le reale bellezza e l’immensità dell’universo.

9) Gli atei ignorano il fatto che la religione è estremamente benefica per le società.

Coloro che enfatizzano gli effetti positivi della religione non sembrano capire che questi stessi effetti falliscono nel dimostrare la verità delle dottrine religiose. Per questo esistono espressioni come “pio desiderio” o “auto-inganno”. Esiste una profonda distinzione tra una delusione consolante e la verità vera e propria. In ogni caso, sui buoni effetti di una religione si può dibattere. In molti casi, sembra proprio che i dogmi religiosi forniscano alle persone cattive ragioni per comportarsi bene, quando in realtà le buone ragioni sarebbero disponibili. Chiedete a voi stessi cosa è più morale: aiutare i poveri in modo disinteressato, o farlo perché il creatore dell’universo vuole che lo facciate, perché vi premierà per averlo fatto o vi punirà per non averlo fatto?

10) L’ateismo non fornisce basi morali.

Se una persona non capisce di per sé che la crudeltà è sbagliata, non lo capirà leggendo la Bibbia o il Corano; questi testi, infatti, esplodono di agiografie della crudeltà, sia terrena sia divina. Non costruiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa è giusto ricorrendo a istituzioni morali estremamente radicate in noi stessi e ridefinite da millenni di pensieri e riflessioni sulle cause e le possibilità della felicità umana. Negli anni abbiamo conosciuto notevoli progressi morali, e questi non li abbiamo realizzati perché abbiamo letto la Bibbia o il Corano con più attenzione. Entrambe le scritture condonano la schiavitù, mentre ogni essere umano civilizzato sa che essa è abominevole. Qualsiasi buona cosa contenuta nelle scritture – come la “Golden Rule” – può essere apprezzata per la sua saggezza etica, senza necessariamente dover credere che sia stata tramandata a noi dal creatore dell’universo.

Sam Harris è l’autore del Best Seller del New York Times “The End of Faith: Religion, Terror, and the Future of Reason”, pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo La fine della fede – Religione, terrore e il futuro della ragione. Laureato in Filosofia alla Stanford University, per oltre vent’anni Sam Harris ha studiato le tradizioni religiose occidentali e orientali, e diverse discipline contemplative. Harris ha conseguito anche un dottorato in neuroscienze. La sua opera ha acceso un aspro dibattito su diversi organi di informazione, tra cui il New York Times, il Los Angeles Times, il San Francisco Chronicle, l’Economist, il Guardian, il New Scientist e molti altri. Sam Harris vive a New York City.

Fonte: The Los Angeles Times
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media