Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

La non storia che diventa storia

La non storia che diventa storia

di Luca Immordino

Questa breve trattazione della figura di Luigi IX prende per base esclusivamente l’opera di Le Goff intitolata San Luigi, quindi sono oggetto della presente solo i fatti che l’autore descrive e così come li descrive (lui è decisamente a favore della Chiesa): non si entra nel merito dell’analisi storica di quel dato periodo e di quel dato personaggio, ma si vuol mettere in risalto che certe modalità di far storia, e quindi di tramandare i fatti, non solo non rispecchiano la verità ma anche formano una cultura artificiale che viene utilizzata in funzione strumentalizzante ancor oggi.

San Luigi è solo un pretesto per mettere in luce le costruzioni e le legittimazioni di un potere arbitrario e dogmatico, qual è quello religioso.

Le Goff compie una confusione nella sua ricerca storica tra la ricostruzione del personaggio di Luigi IX, re di Francia, e la sua santità. Una cosa è l’analisi dei fatti, un’altra è la legittimazione dei miracoli avvalorati da elementi non oggettivi, pregiudizi e credenze.

La condizione che permise la santificazione di Luigi IX consistette essenzialmente nel riconoscimento dei miracoli (ben sessantacinque). Le testimonianze dei presunti miracoli sono selezionate senza alcun criterio di verità storica ma prendendo per buone, scevre da ogni critica, presunti fatti miracolosi, considerando verità assolute le dichiarazioni dei vari testimoni appositamente scelti, senza verificarne la fondatezza.

Ecco due esempi tra i miracoli riportati nel testo di Le Goff: “Un cistercense di Chaalis guarisce di un dolore che dalla testa gli si irradiava sino alle reni, indossando un mantello donato da da san Luigi all’abbazia (miracolo XII); le tre cantine parigine inondate sono miracolosamente prosciugate perché, dopo che è stato fatto il segno della croce, è immerso nell’acqua un cappello adorno di piume di pavone che san Luigi aveva portato e aveva poi regalato a uno dei suoi scudieri, di cui la proprietaria delle cantine era vedova (miracolo XLVI)” pagina 715, Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

Anche se al termine della sua opera San Luigi l’autore aggiunge che “furono le virtù ancor più che i miracoli a fare di Luigi IX un santo”, le virtù erano sempre quelle considerate tali dalla mentalità dominante del tempo. Ecco alcune testimonianze delle sue virtù: non ridere il venerdì, non mangiare molto e cibi non di suo gusto, digiunare, astensione dai rapporti sessuali, rispettare le feste religiose, esercitare l’esperienza della crociata come penitenza e pellegrinaggio, punire i bestemmiatori, costringere i marinai della crociata a pregare forzatamente.

Oggi come nel passato vi sono situazioni nelle quali si deve apparire ufficialmente in determinati modi e seguendo certi comportamenti: queste circostanze dettate dall’opportunità sono evidenti in San Luigi, così come il caso della lavanda dei piedi. In occasione dell’incontro con i magnates i suoi consiglieri gli suggerirono di non procedervi, perché ciò sarebbe stato lesivo dell’autorità regale mentre, nel senso diametralmente opposto, in certe circostanze e rappresentazioni, soprattutto quelle legate alla santificazione, si mettono in risalto determinati comportamenti considerati pii o giusti. Mostrare il sovrano intento a ripetere la lavanda dei piedi per associarlo al Cristo rafforzava la sua figura in prospettiva delle alleanze col clero e col papato.

La ricostruzione del personaggio è compiuta da Le Goff su testimonianze per lo più rese da uomini di chiesa. La testimonianza scritta della vita di san Luigi dell’unico laico (che era siniscalco del re e fervido credente) era quella di Joinville. In merito alla bontà delle dichiarazioni tutte quelle testimonianze non sono state analizzate astraendosi dalla mentalità di quel tempo e dai condizionamenti di un potere feroce e monarchico: è chiaro che in un’epoca dove per un nonnulla si poteva essere torturati e uccisi, i più erano molto cauti nell’esternare le proprie opinioni su un potente.

Infatti la religione era intesa con i canoni di quel periodo: la natura della monarchia francese era dinastica e per concessione di dio (il re era incoronato tramite la cerimonia della consacrazione ed era ritenuto il tramite tra dio e i suoi sudditi), le paure medioevali erano intrise di superstizioni, come i mongoli rappresentati come le creature descritte nell’apocalisse biblica che, con i loro massacri e le rovine lasciate dopo il loro passaggio, annunciavano la fine del mondo, o le reliquie, la cui perdita poteva decretare la disgrazia di un regno o il cui possesso, viceversa, poteva portare prosperità. Luigi IX comprò importanti reliquie facendole custodire in lussuosi edifici ed esponendole e venerandole per invocare benefici divini, come la corona di spine di Cristo, il chiodo della passione con il quale era stato crocifisso Gesù, eccetera.

Da questo breve scritto gran parte dei lettori ne deducono che certe descrizioni di gesta virtuose erano esagerazioni del passato, che magari Luigi IX non era tutto questo stinco di santo e così via. Il problema è che tutt’oggi Luigi IX è considerato un santo ed in quanto tale venerato. Quindi le discutibili decisioni prese nel XIII secolo dal potere ecclesiastico sono valide ancor oggi, nonostante siano cambiati i canoni di valutazione, non solo dello stesso potere religioso, ma anche dei credenti.

Ciò che preme sottolineare in questo articolo non è il fornire un giudizio su questo presunto santo, ma evidenziare il fatto che la trasmissione culturale, imposta da una piccola ma potente fetta della società, viene utilizzata tutt’ora ed è legittimata a riconoscere certe figure storiche e non storiche come assolutamente positive in quanto sacre, e quindi presunte assolutamente buone.

La Chiesa muta al cambiare della società adeguando anche le sue idee, ma rimane fissa sui vecchi retaggi: per questo ancora oggi Luigi IX è considerato un santo e la Chiesa ancora non ha abolito tale suo status.

La Chiesa cambia idea a seconda dei periodi storici. I canoni del 1200 sono diversi da quelli odierni ed in gran parte condannati e condannabili nelle nostre società. Il papa era un monarca assoluto e si scagliava contro coloro che avevano una concezione diversa da quella che si voleva far passare per ufficiale: il risultato fu l’uccisione e la tortura legalizzata con l’istituzione dell’Inquisizione (1) e delle crociate. San Luigi fu il primo sovrano francese ad eseguire le condanne di tali tribunali religiosi, dopo che nel 1233 il papa Gregorio IX introdusse l’Inquisizione, e condurre la fase decisiva della crociata per reprimere gli Albigesi additati dal papa come eretici.

Quello che nel medioevo era considerato normale, degno di apprezzamento ed un valore oggi sarebbe condannato, ma a quei tempi era giusto e legittimo. Persone che potevano essere molto buone o avere interpretazioni migliori relative alla dottrina venivano considerate eretiche e sottoposte al metodo inquisitorio. Il risultato finale è che sono passate alla storia solo le persone che la Chiesa ha santificato, come San Luigi, e magari tante altre buone persone sono state descritte e tacciate come immorali e cattive. Spesso non vi sono le contro testimonianze di gente che parlava di questi personaggi considerati santi, non vi sono racconti diversi con eventi diversi, ma solo i racconti selezionati dalla Chiesa e tramandati nei secoli.

Sarebbe più giusto ora cancellare certe persone dai santi del calendario. La serena analisi delle vicissitudini storiche ha insegnato che la religione ha trasmesso la memoria dei personaggi che voleva tramandare e nel modo che voleva tramandare, chi era contro era considerato eretico e ucciso o condannato all’oblio.

(1) “Per estirpare i residui – assai vivaci – dell’eresia la Chiesa inventò allora un tribunale eccezionale, l’Inquisizione, introducendovi un nuovo e perverso tipo di procedimento, detto appunto inquisitorio. Esso è aperto da un giudice allertato da una denuncia, dalla voce pubblica o dalla scoperta di un elemento materiale che rivela l’esistenza di un crimine o di un delitto … Il procedimento inquisitorio … tende a ottenere la confessione del colpevole, prova considerata la più obiettiva e irrefutabile … il provvedimento inquisitorio praticato dall’inquisizione è segreto, si svolge senza testimoni e senza avvocati che intervengono in difesa dell’imputato, il quale, se vi è denuncia, ignora il nome dei suoi accusatori. La volontà di molti inquisitori di costringere alla confessione gli imputati di eresia, sospettati di essere dei dissimulatori e dei bugiardi, spinge all’uso della tortura, che tende a generalizzarsi nel corso del XIII secolo. Quando il tribunale dell’Inquisizione pronuncia, come avviene di frequente, una condanna grave (il carcere a vita o la morte sul rogo), la Chiesa, che vuole aver l’area di conservare le mani pulite, affida al potere laico il compito di eseguire la sentenza.” Pagine 29-30 Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

La guerra alle donne

La guerra alle donne, di Camilla Baresani, giugno 2012 dc

Politica e Società, Storia

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Dalla rivista on line LucidaMente http://www.lucidamente.com/

(LucidaMente MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011)

Sotto i riflettori

L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri (e di oggi)

Il processo di unificazione, con le sue ombre (troppe) e le sue luci (molto poche), simbolo del nostro Paese
di Rino Tripodi
Fattori: In vedetta

Afosa giornata estiva. Tutto è immobile, avvolto da un sole prepotente che con la propria luce assorbe persino i colori della natura. Un lungo muro, rappresentato secondo una straordinaria prospettiva trasversale. Una piccola pattuglia. Tre soldati a cavallo. Il primo ha già voltato l’angolo e ora è al centro della parete, calcinata dal sole, che richiama alla mente quelli che saranno gli scabri e aspri paesaggi mediterranei di Eugenio Montale di Ossi di seppia (1925) e, in particolare, la «muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» collocata alla fine di Meriggiare pallido e assorto. Gli altri due cavalieri si soffermano proprio all’angolo. Entro l’aria torrida, silenzio assoluto. Immobilità. Sospensione. Attesa, forse ansia, tensione.

Sul piano artistico, una geniale consonanza con le geometrie di Paul Cézanne, e persino un’anticipazione dei paesaggi stranianti e della dimensione quasi onirica della pittura metafisica, in primis di quella di Giorgio De Chirico.

Cosa stanno ispezionando quei soldati? Qual è il territorio che perlustrano? Di cosa sono in attesa? Qual è il loro nemico? Sono forse bloccati in un intervallo eterno, come i soldati della fortezza de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati? O, essendo militari italiani della seconda metà del secolo scorso, stanno setacciando un infido territorio “infestato” da “briganti” meridionali?

Un dipinto lungo un secolo e mezzo

Forzando un bel po’ le intenzioni di Giovanni Fattori, e quindi interpretando simbolicamente il suo bellissimo In vedetta (1872), possiamo ravvisare in tale quadro una sorta di allegoria dell’Italia, della sua nascita come Stato moderno, della sua unificazione.

Se i tre soldati di Fattori incarnassero gli italiani al momento dell’unione – e anche dopo –, cosa simboleggerebbe la loro “vicenda”, la loro storia? Svoltato lo “spigolo” dell’accorpamento dell’Italia in un unico Stato, cosa li attende? Uno compie qualche passo, e si arresta. Gli altri si bloccano appena voltato l’angolo. Su tutto incombe un sole troppo forte, troppo luminoso che, più che vivificare, stordisce, paralizza. Alla fine, la sensazione è di sospensione, ansia, incertezza, immobilismo.

È un po’ un’allegoria della storia dell’Unità d’Italia, ma anche della nostra penisola: prima e, ahimè, anche dopo l’unificazione. Delle vicende del nostro Paese, tra speranze, illusioni, ma, soprattutto, indecisioni, manchevolezze, inefficienze, meschinità, crimini “di Stato”.

L’unità nazionale non si discute, nonostante neoborbonici e leghisti

A scanso di equivoci, chiariamo subito che riteniamo valori assoluti gli ideali risorgimentali, fondamentale il principio dell’unità italiana e irreversibile l’unificazione politica della penisola, sebbene sia innegabile che si sia trattato più di un’annessione che di un’unificazione, tant’è vero che Vittorio Emanuele II di Savoia continuò a chiamarsi «II» e non assunse il titolo di «I» re d’Italia. (Intorno a quanto scrive sul processo di unificazione nazionale Pino Aprile nel suo libro Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, si legga, nel presente numero di LucidaMente, la recensione di Mariella Arcudi Perché i meridionali divennero Terroni).

Le due maggiori contestazioni al processo di unificazione nazionale, provenienti, guarda caso, da campi opposti – quanto, secondo il paradosso dell’attuale quadro politico italiano, alleati nella pasticciata maggioranza di governo –, vale a dire le obiezioni “neoborboniche” e leghiste, si contrappongono, forzando la realtà storica, e si elidono specularmente in maniera quasi perfetta. Il bello – il brutto – è, infatti, che l’uno accusa l’altro di essere rovina del proprio territorio con argomentazioni identiche (il Nord più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Sud; il Sud più avanzato pagherebbe ancora l’unione col Nord). In comune, il rancore per i Savoia e il disprezzo per il regno sabaudo, ritenuto, forse a ragione, il più arretrato e incolto d’Italia.

In realtà, però, non era aurea la situazione preunitaria sotto gli Asburgo in Lombardia e nel Veneto, così come non era luminosa l’età dei Borbone nell’Italia meridionale.

La Napoli-Portici e l’impresa dei Mille

Certo, molti luoghi comuni che – almeno un tempo – si insegnavano a scuola oggi non reggono più (e a un minimo di spirito critico non avrebbero retto neanche nel passato).
Due esempi per tutti. La vulgata afferma(va) che il Regno delle Due Sicilie era molto arretrato e che Garibaldi compì un’autentica impresa coi suoi Mille.

Come si concilia l’asserzione del sottosviluppo del regno borbonico col fatto – anch’esso riportato sui “vecchi” libri di testo – che la prima linea ferroviaria funzionante in Italia (inaugurata il 3 ottobre 1839) fu la Napoli-Portici? Come se in un paese africano arretrato sorgesse all’improvviso una sorta di nuova Silicon Valley. È pur vero che molte tecnologie per la realizzazione di tale ferrovia furono “importate”, tuttavia le rotaie furono costruite in Calabria e, comunque, è impensabile che uno stato sottosviluppato riuscisse a compiere l’opera, per quei tempi, molto avanzata.

Si potrebbe pensare che la Napoli-Portici sia stata una “cattedrale nel deserto”.

Ma non era così.

I dati del “revisionismo neoborbonico”

Per un’articolata esposizione della realtà economica, politica e sociale dello Stato borbonico, rimandiamo il lettore all’articolo di Antonio Nicoletta (Quando il Sud era più ricco del Nord) in questo stesso numero di LucidaMente, tuttavia non possiamo fare a meno di riportare qualche cifra, del resto ormai di dominio pubblico, da quando la tradizione vulgata sull’Unità d’Italia è andata in crisi.

Nel Regno delle Due Sicilie la riserva aurea a garanzia della moneta circolante (9 milioni di abitanti) assommava a due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) e la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita dello Stato borbonico al 120%, ossia la più alta di tutti.

Il Sud comprendeva quasi cinquemila fabbriche: cantieri navali (che avevano permesso al Regno borbonico di essere primo nel Mediterraneo per flotta mercantile e militare e al quarto posto come flotta mercantile nel mondo), industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Nel Meridione gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia a usufruire di una pensione statale, in quanto era stato istituito un sistema pensionistico; vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti della penisola: 9.390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7.087 su 13 milioni di abitanti.

Il Sud poteva contare su quattro università e gli studenti meridionali erano più numerosi di quelli di tutte le altre università italiane messe assieme (9.000 circa contro 7.000). La Marina da guerra del Regno delle Due Sicilie era la più potente del Mediterraneo e la prima accademia militare in Italia era stata creata a Napoli.

Dopo l’“annessione” sabauda i poli industriali e i cantieri duosiciliani furono chiusi o abbandonati e immense risorse trasferite verso il Settentrione, a far nascere il famoso “triangolo” Torino-Milano-Genova.

Veramente infame, pertanto, risulta la polemica leghista, col Nord che non solo deve ampia parte del proprio benessere alla “dislocazione” di risorse postunitaria, ma ora lamenta ipocritamente che il Sud è stato sempre un peso morto a carico del Settentrione.

La necessità della retorica e dei “miti fondativi”

Sul secondo episodio cui accennavamo sopra, l’impresa garibaldina, risulta sicuramente incredibile che meno di mille soldati, senza aiuti esterni, siano riusciti a sconfiggere un esercito numeroso e organizzato e a occupare un vastissimo territorio, senza che siano intervenute in loro aiuto “circostanze favorevoli”, che non è il caso di trattare in questa sede.

Del resto, ogni volta che sorge una nuova nazione, è normale che accompagnino/seguano l’evento l’invenzione di leggende, gesta eroiche, fatti mirabili e miracolosi, in una parola l’epica dei miti fondativi. Tutte le origini, tutte le nascite, come del resto quella umana, sono “sporche”, metaforicamente inter faeces et urinam. Pertanto, vanno nobilitate. Si pensi a Virgilio che con l’Eneide innalza la preistoria di Roma. Dunque, nulla di strano che tutti i personaggi e le imprese risorgimentali siano stati narrati come puri ed eroici. Senza macchia e senza paura, come si diceva un tempo.

Al di là del “mito Garibaldi” (e di quelli di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, di Mameli, dei Cairoli), le storie edificanti di Edmondo De Amicis, l’arruolamento forzato come patrioti italiani di Dante e Petrarca, del Balilla e di Ettore Fieramosca, e la fantasia narrativa di Massimo d’Azeglio e Tommaso Grossi hanno fatto il resto nel creare un’immaginaria identità nazionale e un’epopea italica, risorgimentale, con addentellati retrodatati anche a ben prima dell’Ottocento.

È altresì indubbio che sia tipica dell’“ideologia” del vincitore la vocazione a bollare i perdenti, accusandoli di ogni male. Così gli antichi Stati preunitari furono incolpati di ogni nefandezza.

Una delusione storica

La realtà è ben diversa.

Invero il nuovo regime si dimostrerà spesso peggiore di alcuni dei vecchi Stati e, in ogni caso, non recherà maggiore libertà, progresso e giustizia, né farà diminuire corruzione, arbitri e miseria preesistenti.

Il processo risorgimentale è davvero costellato di meschinità, compromessi, persino bassezze, umiliazioni e sconfitte. E veramente sembra miracoloso che, comunque, alla fine si sia approdati a uno Stato unitario e, dopo la Seconda guerra mondiale, democratico e repubblicano, ancorché messo in crisi dal berlusconismo, dal populismo, dal leghismo oggi imperanti.

L’affresco dell’inferno della cospirazione e delle manovre politiche, dell’andamento tutt’altro che lineare del processo di unificazione, bensì zigzagante, contorto, non unanimemente condiviso nelle scelte strategiche, è ben delineato nel recente film di Mario Martone Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti del 1967), peraltro non del tutto riuscito come opera cinematografica.

Molte meschinità, pochi eroismi

Di seguito ecco alcune “ombre” – tanto per usare un eufemismo – all’interno della storia del processo unificatore.

I tentennamenti di Carlo Alberto e l’umiliante sconfitta inflitta dagli Austriaci ai Piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza (1848-49).

Cavour, nei confronti di Napoleone III, sfrutta, oltre al fallito attentato del mazziniano Felice Orsini, anche le grazie della propria cugina Virginia Oldoini (la contessa di Castiglione) per persuadere l’imperatore (golpista) francese a sancire l’alleanza Francia-Savoia in vista della Seconda guerra d’indipendenza (1859): Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e le varie Ruby non appaiono così distanti, né nel tempo, né nei costumi… In ogni caso, la guerra viene vinta essenzialmente grazie ai Francesi ed è a loro che l’Austria cede la Lombardia, che andrà al Piemonte, insieme a Toscana, Emilia e Romagna, queste ultime in cambio di Nizza e proprio della Savoia.

Il 29 agosto 1862 sono proprio i militari sabaudi a ferire e arrestare Garibaldi presso Gambarie d’Aspromonte, per evitare che compisse il proprio progetto di raggiungere Roma con i suoi tremila uomini per annetterla all’Italia, dopo che il presidente del Consiglio Urbano Rattazzi lo aveva lasciato sbarcare in Sicilia. Alcuni “garibaldini” vennero fucilati! Nel 1867, in dissonanza con gli accordi stipulati nel 1864 tra Napoleone III e lo Stato italiano sull’intangibilità dello Stato pontificio, Garibaldi ritentò l’impresa, ma venne fermato dai Francesi a Mentana.

I massacri commessi dai sabaudi nei confronti della popolazione meridionale inerme, accusata di appoggiare il “brigantaggio” (anche per questo rimandiamo a un articolo presente in questo numero della nostra rivista: La strage rimossa del 14 agosto 1861 di Giuseppe Licandro), in una guerra civile segnata da un imponente, feroce e spietato esercito di invasione e costata complessivamente forse – i dati non sono mai stati accertati – centinaia di migliaia di vittime (1860-1870).

Nella Terza guerra d’indipendenza (1866), dopo le brucianti sconfitte di Custoza e Lissa, bisognerà attendere che la Prussia sconfigga l’Austria perché il neonato regno si accaparri il Veneto (anche in questo caso, sprezzantemente ceduto dagli Austriaci all’Italia attraverso i Francesi).

Così come, per annettersi lo Stato pontificio, occorrerà aspettare che il grande “protettore” del papa, la Francia di Napoleone III, le buschi dalla Prussia a Sedan (1870), sconfitta che segnerà la deposizione dell’imperatore e il via libera alla “Breccia di porta Pia”.

La vera “questione”, non “meridionale”, ma “italiana”

La tristezza che accompagna l’enumerazione precedente non si ferma ad essa, ma si rafforza nel considerare che le debolezze, i limiti, gli errori, che hanno caratterizzato la fase preunitaria e immediatamente successiva all’unificazione («Se questa è l’Italia, era meglio non averla fatta» affermava l’onesto ministro Sidney Sonnino), hanno costantemente e drammaticamente costellato e contrassegnato pure tutta la nostra storia seguente.

Ecco, quindi, tra fine Ottocento e inizi Novecento, una lista ancora più avvilente: le dispendiose, travagliate e assurde avventure coloniali con le sconfitte di Dogali (1887) e Adua (1896), la strage di popolo a Milano (1898) da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’attacco al morente Impero ottomano per togliergli la Libia (1911-12) e le successive stragi contro i “resistenti”, il voltafaccia nei confronti della Triplice Alleanza e l’entrata in ritardo nella Prima guerra mondiale a fianco della Triplice Intesa (1915), l’invio al massacro dei nostri soldati, Caporetto (1917), l’umiliazione subita durante la Conferenza di pace di Parigi (1919).

E, ancora, il fascismo: la lotta politica violenta, la fine dello Stato liberale, le uccisioni degli oppositori al regime mussoliniano, l’alleanza col Vaticano, il totalitarismo, l’ignominia dell’aggressione all’Etiopia e delle leggi razziali.

La Seconda guerra mondiale: nuovamente l’entrata in guerra in ritardo e con un esercito impreparato, la doppia occupazione, prima tedesca, poi “alleata”, con la vergogna dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la guerra civile, la macelleria di piazzale Loreto, la sostanziale impunità dei criminali fascisti.

La Repubblica: le violenze del ministro Scelba sui manifestanti, la corruzione diffusa del regime democristiano, la mafia, i tentati colpi di Stato, gli anni di piombo, ancora morti di piazza, il delitto Moro, le stragi, anche “di Stato”, la P2, Tangentopoli, camorra, ’ndrangheta, nuove mafie, gli attentati a Falcone e Borsellino, la trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni.

Siamo andati a memoria e, pertanto, molto ci sarà sfuggito.

Si può affermare che il nuovo Stato unitario ereditò e assommò il peggio degli Stati precedenti e dei vizi degli italiani senza alcuna “virtù civica”: l’autoritarismo, il clientelismo, il corporativismo, l’inefficienza, una burocrazia che s’incancrenì ulteriormente e che ancora oggi ci tormenta, una borghesia arretrata più parassitaria che produttiva.

Lo scoraggiante quadro attuale e una ancora più triste “nemesi”

Per quanto riguarda la situazione politica nazionale odierna, basta scorrere le pagine dei giornali: un presidente del Consiglio in perenne odore di illegalità e scandali sessuali (che poco hanno a vedere con la propria vita privata, in quanto riguardano la frequentazione di ricattatrici delinquenti), un parlamento che non legifera, con deputati dell’opposizione “acquistati” dalla traballante maggioranza e senza più alcun partito “storico” rappresentato al suo interno, una casta di privilegiati e una massa di precari e senza diritti, deficit di democrazia, escort come modello femminile per le giovani, uno Stato non più laico ma succube dell’integralismo vaticano, scuola, istruzione, università e cultura a pezzi, massacrate da volgarità e ignoranza pervasiva e dilagante attraverso i mass media, mancanza di rispetto di leggi e norme del vivere civile, ipocrisia, maleducazione e violenza come modus vivendi dell’italiano medio, razzismo diffuso, vuoto di valori, totale mancanza di virtù civiche (già rimproverata agli italiani da Giacomo Leopardi), spazzatura che invade intere regioni e non si sa come smaltirla, vittime dello Stato per lo più non risarcite, anzi umiliate.

Insomma, le modalità del processo di unificazione/annessione nazionale sono state anticipazione e sintesi della “questione Italia”.

Una ancora più triste nemesi: il Piemonte e il Nord, che hanno sfruttato e “scaricato” il Sud, si trovano oggi ad avere a che fare con un’arretratezza, una criminalità e soprattutto una mentalità “mafiosa” provocata proprio da 150 anni di politiche clientelari verso il Meridione, ma che ormai ha pervaso persino la Lombardia (Milano ha perso quasi completamente quella tensione verso la modernità e quel senso civico che la contraddistinguevano, rendendola “capitale morale” d’Italia, nonché i connotati solidaristici che le provenivano da una ricca storia cattolica e socialista), il Veneto, l’Emilia, e si diffonde a macchia d’olio.

Anche per i meridionali si tratta di una “vendetta” che non reca gioia, né è motivo di riscatto.