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L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

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Qualche riflessione sugli Stati Uniti

In e-mail il 2 Marzo 2017 dc:

Qualche riflessione sugli Stati Uniti

TANTO PER COMINCIARE, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale. Trump ha perso tutto il Northeast (Stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli USA, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli USA non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/unnecessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

 

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera elite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese, “La gente comune è nauseata dagli esperti”

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori, attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump. Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

 

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, che comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty Devos, che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri, un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa, un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere, un Segretario di Stato, Tillerson, che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo. Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi Musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli USA.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli USA. Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “Stati blu” (democratici) e gli “Stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative”, tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo USA per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac”, Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative” che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Trump: catastrofe ambientale certa, nucleare probabile

In e-mail l’8 febbraio 2017 dc

Considerazioni Inattuali n.100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

          Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio. Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

          Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

          Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze” di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

          Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C; è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

 

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

In e-mail il 13 Febbraio 2017 dc:

Riceviamo da Loren Goldner, traduciamo e volentieri diffondiamo.

Tom & Jerry

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

Tanto per cominciare, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato metodo del Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento, per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale.

Trump ha perso tutto il Northeast (stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli Usa, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli Usa non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al  voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/un necessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera élite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese “La gente comune è nauseata dagli esperti”.

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori,  attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump.  Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty DeVos che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri; un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa; un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere; un Segretario di Stato, Tillerson,  che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli Usa.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli Usa.  Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che il riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “stati blu” (democratici) e gli “stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative” tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo Usa per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac” Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative”, che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

In e-mail l’8 Febbraio 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio.

Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze”, di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C: è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

In e-mail, Considerazioni Inattuali n°96, 9 novembre 2016

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

TRUMP TRIONFA CON IL 25 PER CENTO DEGLI AVENTI DIRITTO AL VOTO.

Il gran finale della campagna elettorale richiama alla memoria l’ultima scena di Zabriskie Point, il film di Antonioni. Tremate, tremate Governanti inetti: populisti di tutto il mondo unitevi. Gli operatori dell’informazione fanno ammenda. Per poco. Hanno già iniziato conversioni e ad effettuare i primi salti sul carro del vincitore.

di Lucio Manisco

Trump… Trump… USA, USA! “È un trionfo, è anche uno shock!” intitola The New York Times. La kermesse post elettorale segue le procedure tradizionali. Il Presidente eletto elogia l’avversaria sconfitta che fino a due giorni fa voleva mandare in galera e invita tutti a rimarginare le ferite da lui stesso aperte con una campagna elettorale grondante di insulti e vilipendi degli avversari e dei dissidenti repubblicani. E naturalmente si appella all’unità della nazione tutta.

Più amarognolo il discorso di concessione dell’ex-first lady, ex senatrice, ex segretaria di Stato, parole e parole sui valori da preservare ma che rievocano sotto traccia l’italico destino cinico e baro.

Buon ultimo Barak Obama che insieme a Michelle aveva profuso impegno ed eloquenza per la signora che avrebbe dovuto affidare alla storia il suo primato politico perseguendo le stesse direttive da lui enunciate e male applicate per otto anni. Gran parte del discorsetto pronunziato nel giardino delle rose della Casa Bianca è stato così dedicato ad una difesa del suo operato ed alla negazione dei fallimenti che lo hanno contraddistinto. Fallimenti che hanno contribuito alla sconfitta della stessa signora.

Barak Obama potrebbe ora apporre a questi suoi fallimenti un minimo ma importante riparo con un atto di generosità: concedere un pardon, una grazia presidenziale ai detenuti politici negli Stati Uniti, primi fra tutti Mumia Abu-Jamal, il gionalista afro-americano in carcere dal 1982 ed ora in fin di vita, Leonard Peltier, il pellerossa incarcerato nel 1977, Chelsea (Bradley) Manning del Wikileaks in una prigione federale dal 2013 che ha tentato tre volte di suicidarsi. Dubitiamo che il Presidente sia capace di gesti generosi del genere alla fine del suo mandato.

Dureranno intanto ben poco i mea culpa dei commentatori politici e soprattutto dei mass media statunitensi per non aver valutato e previsto gli effetti della delusione e della rabbiosa ostilità di una parte dell’elettorato attivo contro l’establishment che ha prodotto il cataclisma Donald Trump – qualcosa di molto simile all’ultima scena di “Zabriskie Point”, il film di Michelangelo Antonioni.

(Un atto di immodestia: vedere “Considerazioni inattuali n. 88” del 3 marzo 2016 dal titolo “Trump alla Casa Bianca” dove si riteneva ancora improbabile ma più possibile di prima la vittoria del cialtrone repubblicano dovuta anche ad una Clinton “Giovanna d’Arco senza virtù e compromessa da trascorsi negativi e quanto mai equivoci”).

Perché dureranno poco le resipiscenze e le autocritiche? Perché prevarrà il vecchio adagio del malcostume giornalistico USA “If you can’t lick ‘em, join them”, se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro. Si sono già verificate le inversioni a 180 gradi: prima tra tutte quelle della CNN, da anni in rovinoso declino, che abbandona la sua asettica e fittizia neutralità e preannunzia un cambiamento di registro da parte di Trump già deciso e che diventerà radicale il 20 gennaio 2017 quando entrerà nell’ufficio ovale di Pennsylvania Avenue: il neo eletto verrà cioè condizionato dalle sane istituzioni democratiche del sistema e dall’assunzione di responsabilità finora ignorate per via di un’esasperata campagna elettorale.

Non è vero che le donne dovranno rinunziare ai loro diritti, tornare ai fornelli e rendersi più disponibili al machismo trionfante nella repubblica stellata. Qualche correzione forse alle unioni di fatto, ai matrimoni gay, all’aborto, alle pari opportunità, ma nulla di drastico e sostanziale. La politica estera e le aperture alla Federazione Russa di Putin? Ma il neo-presidente non è già impegnato ad aumentare a dismisura il bilancio della difesa? I ventinove milioni di nuovi posti di lavoro? Basterà mantenere bassi i salari e promuovere l’ammodernamento delle infrastrutture, ridurre con qualche dazio le importazioni senza guerre commerciali. Gli alleati della NATO possono tranquillizzarsi, basterà che aumentino i contributi finanziari alla difesa comune e via dicendo.

Per concludere alcuni dati sul voto dell’otto novembre di cui non si trova traccia sui mass media USA e su quelli europei. È saltato il mitico “balance of powers” del sistema tra poteri esecutivi, legislativi e giudiziari. Trump dominerà un Senato ed una Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana amica e sodale, ridurrà gli oneri fiscali con decreti esecutivi che aumenteranno il già astronomico debito pubblico, e nominerà un magistrato ultraconservatore al posto vacante della Corte suprema (avremo così cinque giudici dell’ultra destra e quattro di destra moderata).

Pochi dati sull’aritmetica dei risultati elettorali che a livello ufficiale minimizzano o ignorano del tutto il fenomeno dell’astensionismo, una peculiarità da primato del sistema USA.

Su una popolazione che supera i 321 milioni gli aventi diritto al voto sono 240 milioni, quelli che lo hanno esercitato per via della registrazione obbligatoria sono stati 122 milioni, 58 milioni e rotti per Trump, forse a conteggi ultimati qualche migliaio in più per la Clinton e 5 milioni 970 mila per gli indipendenti che dovranno attendere mesi prima di sapere a chi sono andati (è il Collegio Elettorale a trasformare un’eventuale maggioranza minima nei suffragi nazionali della candidata democratica in una vera e propria debacle: sono 290 i delegati del collegio che hanno assegnato la vittoria a Trump sui 228 concessi alla Clinton). Se si tiene presente l’alto numero degli astenuti che non esercitano il loro diritto di voto per ostilità allo establishment come gli afro-americani perché derivano questa ostilità dalla loro estraneità alla supremazia sistemica dei bianchi, il risultato vero è che il signor Donald Trump è stato eletto con il 25 per cento dei voti.

Nei prossimi giorni si farà un gran parlare dei flussi elettorali, della defezione in campo democratico dei giovani sostenitori del socialista Bernie Sanders, del voto ispanico, di quello dei bianchi anziani e acculturati. Non si parlerà o si parlerà ben poco della lobby ebraica anche se il Primo Ministro Netanyahu ha proclamato Trump un vero amico di Israele. È una lobby ovviamente legittima che esercita una notevole influenza grazie alla sua devozione alla causa ed alla sua grande abilità. Non indica le sue divergenze o ostilità per un candidato alla presidenza o assessore comunale perché indifferente o contrario alle repressioni sanguinose della nazione palestinese, ma estende un appoggio ufficiale o ufficioso a qualsiasi suo avversario politico anche se poco presentabile nel contesto elettorale americano.

Comunque sia siamo entrati in Europa e nel mondo nella nuova era trumpista: le turbolenze saranno certe ed inevitabili. Allacciamo le cinture.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

Ricordati di santificare il potere

In e-mail il 4 Settembre 2016 dc:

Ricordati di santificare il potere

di Piotr

Io credo – mi disse, e questo lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso 6 milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio.
Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei
”.

Intervista a padre Vladimir Felzmann, ex dirigente dell’Opus Dei, su Escrivá de Belaguer, 11 maggio 1984 (da Peter Hertel: “Opus Dei. Documenti e retroscena”. Claudiana 1997 –
Peter Hertel è un giornalista cattolico: meglio specificarlo, non si sa mai).

Queste dunque le  parole – “sante” pour cause – del fondatore dell’Opus Dei. Questo personaggio fu canonizzato nel corso di una cerimonia tenutasi il 6 ottobre 2002 alla presenza di politici, 400 vescovi e circa 300 000 pellegrini provenienti da tutto il mondo.

Tra gli illustri ospiti, indimenticabile fu l’ex premier ex comunista Massimo D’Alema.

Ricordate le sue parole?

Questa canonizzazione è un grandissimo evento che non può passare inosservato.
Ho accettato l’invito per questo e non solo.
Sono qui, infatti, anche per il rispetto che si deve alla Chiesa cattolica, alle sue istituzioni, alla sua storia, ai suoi testimoni, ai suoi simboli: ed il nuovo santo Escrivá de Balaguer è certamente uno di questi
”.

Si beccò le critiche di Gianni Vattimo, Paolo Flores D’Arcais e Antonio Tabucchi. Ma in fin dei conti, cosa non si fa per il potere!

Oggi Francesco I (notasi: “Francesco”, il santo dei poveri – sic!), completando il processo iniziato dal suo predecessore, canonizzerà madre Teresa di Calcutta.

Vado a Calcutta con regolarità da non so quanti anni e non ci ho messo molto a scoprire che i kolkatiani svicolavano come anguille quando gli chiedevo un parere su madre Teresa.

Alla fine ho messo le carte in tavola e ho ammesso che a me non piaceva.

Si è aperta allora una fiumana di critiche circostanziate e spesso durissime alla oggi neo santa e al suo operato.

Ho sentito testimonianze dirette, letteralmente raccapriccianti, di persone che avevano visitato le sue “cliniche”, ovvero le sue topaie (censurate senza mezzi termini dalle prestigiose riviste The Lancet e British Medical Journal), dove l’unica cura che i malati, lasciati praticamente a se stessi, ricevevano era il “tocco” della miracolante “madre”.

Chissà perché mi ricorda un po’ il Tibet sotto il regno di Sua Santità il Dalai Lama, dove l’unica cura ammessa era il santo piscio dei lama stessi (con buona pace degli “umanitaristi” e degli “antimperialisti antiautoritari” à la “Free Tibet”).

E non si venga a tirare in ballo la povertà dell’India.

A Calcutta ci sono ospedali pubblici  dignitosissimi, dove il paziente è curato da personale specializzato che si avvale di tecnologie mediche moderne.

L’unica stravaganza che potreste vedere sono le capre e gli altri animali che a volte i parenti in visita si portano con sé e lasciano nel cortile dell’ospedale.

Obnubilata dall’orrida ideologia della sofferenza (che per le menti bacate “avvicinerebbe a Dio”) la neo-santa negava antidolorifici ai malati terminali.

In compenso riservava le migliore cure a se stessa, in cliniche svizzere esclusive. Singolare quindi che, nel suo caso, il rifiuto della sofferenza l’abbia invece talmente avvicinata a Dio da diventare santa.

Misteri della fede.

Ci sono fondatissime inchieste che, con logica stringente basata anche sul confronto tra le entrate e lo stato indegno in cui erano lasciati i suoi “assistiti”, deducono che la santa si riservava oltre che le migliori cure anche la gran parte del cucuzzaro delle donazioni miliardarie che riceveva.

Amica e sostenitrice dei peggiori arnesi politici della sua epoca, dai criminali dittatori haitiani Papà Doc e Baby Doc (i famigerati Duvalier) al dittatore nicaraguense Somoza, c’è il sospetto fondato che una parte del cucuzzaro andasse a loro.

Noi aspettiamo con curiosità di vedere quali nuovi vip si succederanno a D’Alema nel tessere le lodi dei fondamentalisti e oscurantisti periodicamente esaltati dal Vaticano (non dimentichiamoci che, a seguito di un’inchiesta ordinata dalle alte sfere cattoliche, Padre Pio era stato definito da padre Agostino Gemelli, un medico e non propriamente un progressista, un “imbroglione psicopatico”, ma tant’è).

Nel frattempo faccio notare un’analogia mediatica.

Il TG2 (e siamo nel 2016!) dava per scontata la verità oggettiva della famosa “guarigione” su cui si basa la farsa della canonizzazione di madre Teresa.

Ne parlava come si può parlare del fatto che 2+2=4.

Un dato certo, ovvio.

Allo stesso modo lo stesso organo informativo pubblico, prendendo l’occasione della manifestazione “umanitarista” sulla Siria (alla quale hanno partecipato un numero risibile di stipendiati delle organizzazioni promotrici – veramente quattro gatti), dava per scontato l’altro giorno che i buoni sono i “ribelli” e il cattivo è “Assad”.

Insomma, la guerra contro Assad come atto di fede.

A seguito di questo assioma cosucce come la decapitazione di bambini venivano descritte come semplici marachelle da parte dei “ribelli”, su cui non valeva nemmeno la pena di soffermarsi più di tanto.

Ovviamente questi disinformatori pubblici nemmeno si ponevano il dubbio che magari queste cosucce, assieme a molte altre, riescono a spiegare come mai il 75% dei Siriani stia col loro Presidente, il 10% sia neutrale e solo uno stimato 15% stia coi “ribelli” (secondo l’ultima stima occidentale nota).

Mi ricorda un reporter più onesto del New York Times che un anno e mezzo fa scriveva all’incirca così: “Qui a Latakia le ragazze siriane fanno il bagno in bikini. A Raqqa se non portano il burqa rischiano la fustigazione.

Non sorprende che a Latakia siano tutti dalla parte di Assad”.

L’Occidente in fase terminale, alla ricerca di antidolorifici e di inesistenti cure miracolose, che fa un santo dietro l’altro perché non sa più a che santo votarsi, rivela così tutta la sua schizofrenia: da un polo iperlaicismo progressista come religione ufficiale e arma ideologica mirata (ad esempio da non utilizzare con l’Arabia Saudita) e dall’altro polo iperoscurantismo come religione occulta ma profonda, come sentimento e arma da scatenare contro i nemici dell’impero.

Una religione profonda perché insita negli strati psichici di chi fa della propria vita una ricerca del potere e del dominio sugli altri.

E tra poco si arriverà a un’altra boa di questo viaggio verso l’oscurità.

Perché se Donald Trump non è il verso giusto, la possibile elezione alla Casa Bianca della sanguinaria psicopatica Hillary Clinton è di sicuro il verso sbagliato dei prossimi eventi.

“Sanguinaria psicopatica”, chiederete voi?

Sì: ricordatevi il suo folle ghigno e le sue indegne parole alla notizia che Gheddafi era stato linciato.

Pensateci un po’ e poi discutiamo pure.

Piotr