Cronaca, Politica e Società

Barbarie e fanatismo

da Lucio Garofalo 26 Agosto 2016 dc (pubblicato anche sul mio sito Jàdawin di Atheia alla pagina “Politica e Società-13 2016”)

Barbarie e fanatismo

Tra le abitazioni private e gli edifici pubblici che sono crollati a causa del sisma dell’altra notte, rientra addirittura una scuola costruita nel 2012, per cui dovrebbe essere stata, almeno in teoria, una struttura antisismica. In ogni caso, alcuni giorni fa si è verificata in Giappone una scossa della stessa entità (magnitudo 6 scala Richter), ma non si sono registrati danni alle persone.

Da noi si verificano ancora disastri inauditi, come se vivessimo ancora prima del 1980 (quando ci fu il terremoto in Irpinia e Lucania), o addirittura nel 1600, in un’epoca oscurantista, in cui non era ancora sorta la sismologia come scienza, non si sapeva assolutamente nulla di fenomeni tellurici, delle loro cause, e non si disponeva dei mezzi scientifico-tecnologici e degli strumenti legislativi per predisporre un’efficace opera di prevenzione.

I soldi per rimettere in sicurezza il territorio della nostra penisola vengono dirottati altrove, destinati ad opere inutili e dispendiose come la TAV, a progetti faraonici come il ponte sullo stretto di Messina, a rimpinguare gli affari che interessano le mafie e le cricche politico-economiche che imperversano e dettano legge in Italia.

Quando si verifica l’ennesima tragedia collettiva come quella a cui stiamo assistendo in queste ore, si levano cori di farisei indignati, si versano fiumi di lacrime di coccodrillo, e si invoca un concetto che dovrebbe suonare del tutto anacronistico ed irrazionale alle nostre orecchie: la “fatalità”. Ma di “fatale” non c’è nulla tranne la stupidità e l’ignoranza delle persone. I terremoti non si possono prevedere, ma si può evitare che arrechino disastri come quelli del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Aquila e di oggi.

Non siamo attrezzati come il Giappone, ma ciò non è dovuto al “fato”, bensì ad una carenza di volontà politica, a condizioni antropologico-culturali che pregiudicano in modo grave il progresso civile di questo “sventurato” Paese.

Politica e Società

Priorità USA ad Haiti: blocco aeronavale e occupazione militare per impedire l’esodo verso la Florida

Priorità USA ad Haiti:  blocco aeronavale e occupazione militare per impedire l’esodo verso la Florida

Incapacità degli Stati Uniti d’America di gestire l’assistenza umanitaria ad Haiti? A questo interrogativo si rifanno le critiche mosse dai mass media al governo di Washington per il caos del dopo terremoto che in due settimane ha aggiunto qualche decina di migliaia di morti ai 200.000 del sisma.

I fatti, non le opinioni, dimostrano che le priorità degli Stati Uniti sono ben diverse, sacrificano anche se non azzerano gli intenti umanitari e si articolano su una mobilitazione di mezzi bellici senza precedenti in tempi di pace.

Al 24 gennaio erano 12.000 i militari statunitensi sbarcati nella seconda più antica repubblica indipendente del continente americano: a fine mese saranno 15.000 e entro la prima metà di febbraio si arriverà a 20.000.

Non si tratta di riservisti della Guardia nazionale, agenti di polizia o altri corpi della difesa civile, bensì di truppe da combattimento e di pronto impiego: “marines”, 82ma aero trasportata, paracadutisti, corpi speciali come i “sea bees”, marinai e corpi da sbarco.

Tutti militari addestrati ad uccidere e non a distribuire medicinali, viveri ed acqua potabile.

Basta guardare all’imponente armada navale e aeronavale che entro il 21 gennaio aveva raggiunto le acque di Haiti: portaerei Carl Wilson, due porta-elicotteri – la Bataan e la Nassau -, due incrociatori lanciamissili – la Normandy e la Bunker Hill -, il cacciatorpediniere lanciamissili Higgins, cinque unità per il trasporto di mezzi da sbarco – la Mesa Verde, la Ashland, la Gunston Hall, la Fort McHenry, la Carter Hall -, la fregata Underwood, tre navi porta contenitori di materiali militari che non richiedono moli di attracco, unità appoggio sommergibili e recuperi sottomarini, navi cisterna e da rifornimento, altre undici unità minori. Ed infine una nave ospedale da 1.000 letti.

Tutto quanto serve, secondo i materiali del Pentagono, per mantenere sul piede di guerra e in combattimento per 90 giorni un corpo di spedizione di 20.000 uomini.

Sotto questo aspetto non ci sono state disorganizzazioni, situazioni caotiche, interruzioni della catena di comando, carenze di altro tipo: tutto ha funzionato a meraviglia anche se ha richiesto di bloccare o dirottare 1.340 voli umanitari dall’Europa, ritardare l’arrivo di 5.800 uomini delle ONG dall’America Latina, la distribuzione di generi di prima necessità, l’allestimento della sua struttura logistica su un suo territorio di 27.000 chilometri quadrati (2.000 in più del Piemonte) con 9 milioni di abitanti (600.000 meno della Lombardia).

Le priorità sottaciute di una sì vasta operazione militare sono altre. Prima tra tutte rendere impenetrabile un blocco aero-navale che impedisca l’esodo in massa dei sopravvissuti al terremoto dell’11 gennaio ed alla fame ed allo spietato sfruttamento economico di due secoli. E’ un fenomeno ricorrente degli ultimi settanta anni: l’ultima volta alla fine del secolo scorso questa politica dei respingimenti, applicata con un certo ritardo, portò alla deportazione temporanea a Guantanamo ed al rimpatrio coercitivo ad Haiti di 21.000 profughi, approdati con mezzi di fortuna e con centinaia di vittime in mare sulle spiagge della Florida. Sotto traccia i pregiudizi razziali, sociali e storici: gli haitiani hanno la pelle più scura degli afro-americani, un livello intellettivo uguale se non più alto (sono altamente competitivi come ogni altra minoranza etnica). E poi ci sono le realtà e i miti storici dei cosiddetti “giacobini neri”, guidati nel 1791 da Toussaint Louverture e da Jean-Jacques Dessalines, che portarono al successo una rivolta di schiavi, la difesero dalla guerra scatenata da Napoleone con 30.000 soldati francesi guidati dal famoso generale Leclerc e proclamarono nel 1804 l’indipendenza della prima repubblica nera  del continente americano e forse del mondo intero.

Non c’è dubbio che delle atrocità contro i bianchi vennero perpetrate in  quei tredici anni e subito dopo, ma quelle atrocità vennero elevate all’ennesima potenza da una propaganda accanita di chi vedeva nell’abolizione della schiavitù un colpo mortale all’economia americana ed europea. Selvagge e senza fine le rappresaglie degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna e degli altri Paesi Europei: sanzioni economiche ammontanti a risarcimenti per 98 milioni di dollari di quei tempi, pari all’incirca al debito pubblico dell’Italia di oggi (l’ultima quota è stata pagata dalla Repubblica di Haiti nel 1947), blocco delle esportazioni agricole e quattro protratte invasioni militari.

E poi altre priorità: il controllo di un Paese troppo vicino alla Cuba di Fidel Castro (1.200 i medici cubani che operano da anni ad Haiti i cui abitanti non sono certo insensibili ai fermenti progressisti dell’America Latina – come dimostrato dal duplice avvento al potere del teologo della liberazione Aristide,, due volte vittima dei colpi di Stato allestiti dai servizi segreti USA). Ed infine il pericolo di una rivolta popolare contro condizioni di vita inaccettabili in qualsiasi altro Paese del mondo, una rivolta che nelle fantasie dei dottor Stranamore di Washington potrebbe seguire la falsariga di quella guidata dai leggendari Toussaint Louverture e Jean-Jaques Dessalines.

di Lucio Manisco www.luciomanisco.com

Politica e Società

Lisbona e Haiti, Voltaire e Ratzinger

Lisbona e Haiti, Voltaire e Ratzinger

Il terremoto che rase al suolo Lisbona nel 1775 ispirò la satira di Francois Marie Arouet Voltaire sulla divina provvidenza nel “Poema sul terremoto” e in “Candide”: Pangloss non dice a Candide, come asserisce John Leibnitz, che il nostro è il migliore dei mondi possibili (un inferno secondo lo stesso Voltaire in altri suoi scritti) ma che tutto va per il meglio secondo la divina provvidenza, che in un’altra vita ci regalerà misericordiosamente il bene di cui ci ha privato su questa Terra in base a una imperscrutabile giustizia. La Chiesa di Roma, teocrazia delle più assolute nel regno di Dio, ogni tanto qualche correttivo all’imperscrutabile giustizia della provvidenza divina lo ha applicato, in seguito ai disastri naturali e non sempre per aiutare le loro vittime. Molto prima della catastrofe di Lisbona un papa, divenuto famoso come ispiratore del neo-barocco architettonico, reagì ad un altro sisma  che aveva devastato l’intera Italia meridionale raccogliendo tra i fedeli contributi astronomici per ricostruire le chiese distrutte ed assicurare così l’assistenza ai fedeli stessi non su questa terra ma nell’aldilà.

Joseph Ratzinger sul terremoto di Haiti è stato più cauto: domenica 17 gennaio ha invitato i fedeli a devolvere la questua durante la messa alle vittime del sisma nella repubblica dei Carabi, forse a beneficio del clero o dei luoghi di culto ridotti in macerie.

E pensare che con un piccolo sforzo in più avrebbe potuto superare gli stanziamenti-prestiti del Fondo Monetario Internazionale devolvendo l’uno dell’otto per mille, qualcosa come 125 milioni di euro, ai superstiti del terremoto magari attingendo qualche altro spicciolo dal suo fondo personale segreto che dovrebbe aggirarsi sui settanta milioni.

di Lucio Manisco www.luciomanisco.com