Comunicati, Economia, Politica e Società

Il bilancio di Tsipras

In e-mail l’11 Luglio 2019 dc:

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l’avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell’esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo.

Il crollo dell’economia greca, il lungo calvario dei memorandum e l’esperienza della crudele austerità dettata dalla troika avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L’ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa.

Il trionfo dell’oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative.

Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell’accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C’è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa.

Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l’alternativa c’era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista: solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere.

Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito?

Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l’affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l’unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto.

La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l’hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s’era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall’inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori.

Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci a cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l’enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne.

Ha ragione.

Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell’unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all’umiliazione del debitore.

Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati.

E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell’Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza.

Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l’esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Comunicato del PCL Partico Comunista dei Lavoratori 12 Novembre 2015 dc:

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Sciopero generale in Grecia 12 Novembre 2015 dc

12 novembre. Milioni di lavoratori e lavoratrici in Grecia sono oggi in sciopero generale contro le politiche del governo Tsipras. Lo sciopero è stato indetto congiuntamente dai sindacati del settore pubblico e privato.

A due mesi dalla vittoria elettorale di Tsipras il governo Syriza-Anel sta fedelmente applicando le politiche di lacrime e sangue concordate con la troika. Taglio ai sussidi per le pensioni minime, colpi alla contrattazione collettiva, aumento dell’Iva sui beni di prima necessità, tagli drastici alla spesa sanitaria e aumento dei tickets per le cure, sviluppo delle privatizzazioni nei trasporti e servizi. Una valanga che nuovamente si abbatte sulle condizioni sociali di una popolazione povera già saccheggiata da anni e anni di memorandum.

Il governo Syriza-Anel sta continuando la politica dei suoi predecessori. Se possibile in termini ancor più pesanti, a fronte di una crisi sociale ulteriormente aggravata.

Emerge in tutto il suo cinismo il vero volto della politica di Tsipras. Altro che stella dell’opposizione alla troika, come continuano a presentarlo i Vendola e i Ferrero di casa nostra!

Dopo la clamorosa capitolazione alla troika in luglio, Tsipras ha scelto di andare subito al voto prima che le masse popolari potessero sperimentare le conseguenze sociali dell’accordo stipulato. In questo modo Tsipras ha potuto incassare un voto di fiducia alla propria persona e alla propria popolarità da parte di masse stremate da anni di lotta e sfiduciate nella propria forza.

Ma la ruota gira. Gli inganni hanno le gambe corte. A soli due mesi dalle elezioni politiche grandi masse iniziano a capire e vedere con i propri occhi, e a sperimentare sulla propria pelle, la continuità della dittatura del capitale finanziario europeo, di cui il governo Syriza-Anel è leale esecutore.

Lo sciopero generale di oggi può segnare l’apertura di una fase nuova. Quella della ricostruzione di una opposizione di massa alle politiche di austerità, alla troika che le comanda, al governo che le gestisce.

Si conferma una volta di più che il “riformismo” non solo è una truffa ma è una maschera dell’austerità. Solo una rottura anticapitalista (abolizione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio dei grandi gruppi capitalistici a partire dagli armatori) può avviare una vera svolta sociale in Grecia. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può realizzare questa rottura.

I nostri compagni del Partito Operaio Rivoluzionario greco (EEK) sono oggi in piazza con i lavoratori in sciopero sulla base di questo programma anticapitalista. Il PCL è al fianco dei lavoratori greci in lotta contro Tsipras, in piena solidarietà con i compagni di EEK.

La vostra lotta è la nostra lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori

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Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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La “coalizione sociale” di Maurizio Landini

Ricevuto in e-mail il 25 Marzo 2015 dc il comunicato del PCL:

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini: fronte unico di lotta o specchietto riformista per allodole?

Maurizio Landini e la FIOM hanno promosso l’iniziativa della coalizione sociale: “una iniziativa rivolta a unire tutti i lavoratori e i soggetti colpiti contro l’alleanza fra Governo e Confindustria”. Messa così, chi potrebbe essere in disaccordo? Da anni il PCL rivendica l’esigenza del più vasto fronte unico di classe contro governo e padronato. L’avvento del governo Renzi, il suo progetto reazionario bonapartista, il salto dell’offensiva dominante contro lavoro e diritti, rendono ancor più necessaria e urgente la costruzione del fronte di classe di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento. Gli ammiccamenti verso il renzismo da parte dei vertici FIOM nei primi sei mesi del governo Renzi avevano rappresentato una enormità, che ha provocato danni, paralizzato lotte, confuso coscienze. Il fatto che l’aggressione frontale da parte di Renzi ai lavoratori e al sindacato abbia successivamente costretto Landini a collocarsi all’opposizione del renzismo, è in sé positivo. La “coalizione sociale” antigovernativa vuole formalizzare e consolidare , dopo le lotte d’autunno,questa ricollocazione? Ben venga.

Ma non è tutto oro ciò che brilla.

In primo luogo una coalizione sociale ha senso se è un fronte unico d’azione. E l’azione unitaria deve essere tanto radicale quanto radicale è l’offensiva del governo. Così non è stato e non è. La scelta di CGIL e FIOM al piede di partenza dell’autunno di opporsi all’attacco all’articolo 18 fu naturalmente positiva. Ma il bilancio dell’opposizione è stato disastroso. Nessuna svolta radicale delle forme di lotta. Rinuncia all’occupazione delle fabbriche persino nelle condizioni più favorevoli (AST Terni). Assenza di una reale piattaforma di lotta unificante del movimento. Convocazione di uno sciopero generale (12 Dicembre) non per dare continuità alla lotta ma per chiuderla con un atto simbolico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha proseguito la sua strada come un rullo compressore senza incontrare resistenza, se non verbale.

Il licenziamento arbitrario per nuovi assunti è passato, persino nella forma del licenziamento collettivo. Una sconfitta pesante. Sia in sé, sia per gli effetti sul morale delle masse. Il fatto che i generali della campagna d’autunno (Camusso e Landini) non traggano alcun bilancio del proprio operato conferma e aggrava le loro responsabilità. Basta l’ invenzione della “coalizione sociale” per rimuoverle? Ma soprattutto: coalizione sociale per cosa? Non basta elencare diritti e ragioni, se non si indica e promuove con chiarezza una svolta generale nell’azione di lotta. Convegni, incontri, manifestazioni, seppur in sé positive, non spostano di una virgola i rapporti di forza reali fra le classi sul piano generale e nei luoghi di lavoro. Nè li sposta una proiezione di cartello del sindacato verso l’associazionismo civico ( Libera, Emergency, Arci).

Non c’è surrogato possibile della necessaria azione di lotta-continuativa, concentrata, radicale- di milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati. La battaglia democratica contro i progetti istituzionali reazionari del governo è importantissima. Ma solo la mobilitazione centrale della classe può darle forza d’urto e prospettiva. Aprire un confronto unitario sulle condizioni e premesse di una vera svolta di lotta è e resta la prima necessità. Senza svolta reale di mobilitazione la “coalizione sociale” diventa la copertura di una ritirata e di una sconfitta.

In secondo luogo, si pone un nodo politico.

Landini precisa che la “coalizione sociale” non è né un partito, né una lista elettorale. Ma parallelamente abbondano i riferimenti a Syriza, Podemos, o alle origini del partito laburista. Poichè a pensar male ci si azzecca, mettiamola così: Maurizio Landini prende tempo per vedere se entrerà la carta di una sua possibile successione ai vertici della CGIL, riservandosi in caso contrario un proprio investimento politico. L’ambiguità voluta di oggi copre un’incertezza di futuro. Comprensibile e legittimo. Tuttavia, al netto di questa considerazione, ci permettiamo due osservazioni.

La prima, minore, è che le fortune di Syriza e Podemos sono dovute non ad alchimie politiche ma alla radicalizzazione sociale di massa che ha percorso Grecia e Spagna negli anni di crisi: una radicalizzazione sociale che ha cercato e trovato l’espressione elettorale in sinistre non compromesse nelle politiche di austerità. In Italia abbiamo una situazione capovolta: da un lato sinistre politiche suicidatesi con le politiche dei sacrifici e dall’altro pesante arretramento dei livelli di mobilitazione di massa. Renzismo e Grillismo ne sono l’effetto. Non c’è scorciatoia e trovata “politica” che possa aggirare questa realtà. Pensare di forgiare in laboratorio una sinistra politico/elettorale di successo senza una svolta di lotta di milioni di proletari e di giovani significa coltivare l’ennesima illusione.

La seconda osservazione è sostanziale. Quale soggetto politico di rappresentanza? Non saremo certo noi a negare l’assenza in Italia di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio e degli sfruttati, e dunque di una direzione politica delle loro lotte. Ma l’assenza di questa rappresentanza non è forse il prodotto cumulativo del fallimento pregresso di tutte le forme ed esperienze di “compromesso riformatore” col centrosinistra e il capitalismo italiano? Riproporre in forme diverse quel canovaccio fallito non può essere la risposta al fallimento. Si indica il faro di Syriza, si promuovono brigate Kalimera in terra greca, si presenta Tsipras come la nuova terra promessa e leva di riscatto della sinistra italiana. Ma paradossalmente lo si fa nel momento stesso in cui la realtà si vendica della finzione. Nel momento stesso in cui la pretesa di Syriza di “un compromesso riformatore” con gli Stati (imperialisti) strozzini si conclude nella resa obbligata ai creditori, nella cancellazione di fatto delle solenne promesse elettorali, nel tradimento delle aspettative di cambiamento. C’è in questa sequenza la lezione profonda dei fatti, che hanno la testa dura: non c’è uno spazio reale riformista nella crisi capitalistica europea e nella camicia di forza dell’Unione. Una sinistra che voglia ricomporsi attorno a questa illusione fallita non avrà davanti a sé alcun futuro storico. Persino se avesse un immediato futuro politico.

La costruzione del partito di classe rivoluzionario è e resterà la bussola del nostro lavoro. In ogni fronte unico di lotta, in ogni battaglia di massa, in ogni occasione di incontro, confronto, manifestazione. 28 Marzo incluso.

Partito Comunista dei Lavoratori, 15 marzo 2015

Economia, Politica e Società

Da “Mitiko” a “Radical choc”.

da Considerazioni inattuali n.ro 61 27 Gennaio 2015 dc:

Da “Mitiko” a “Radical choc”.

Premature ma in parte fondate le critiche all’allenaza Tsipras-Kammenos

Anche se la rinegoziazione del debito e il rigetto dell’austerità troveranno il valido supporto dell’ipernazionalista e xenofobo consocio, le prime riprove della validità degli impegni pre-elettorali di Syriza si avranno sulle misure fiscali di emergenza volte a finanziare gli interventi sociali del governo: la tassazione sui beni e le ricchezze del clero ortodosso – la più improbabile – quelle certe sugli armatori fino alla confisca dei loro cantieri navali, sulle sontuose magioni e sulle proprietà terriere dei super ricchi.

di Lucio Manisco

Diametralmente opposti i titoli de il Manifesto del 26 e del 27 gennaio: dal “Mitiko” sul trionfo elettorale di Tsipras al “Radical choc” sull’alleanza governativa con l’ultraconservatore e xenofobo Kammenos. Intendiamoci: questi e tutti gli altri geniali titoli di testa del piccolo-grande quotidiano sono sardonici, satirici, a volte autocritici. I due titoli contrastano comunque con il tono delle numerose corrispondenze da Atene, entusiastico per la vittoria di Tsipras e giustificativo per la sua anomala scelta del consocio.

Una scelta attribuita dai maldicenti ad un quid pro quo preelettorale con chi aveva prima indebolito con la scissione il partito al potere e poi provocato le elezioni anticipate rendendo impossibile la nomina di un nuovo presidente.

Premature, ma non del tutto immotivate, le critiche della sinistra radicale o estrema alla scelta dell’alleato di governo, che anche se da tempo si era schierato contro l’austerità strangolatoria dell’Unione Europea fino a sposare la causa dell’uscita dall’euro, aveva propugnato direttive ultra conservatrici, anti-sociali, contro l’immigrazione, direttive non certo condivise ma fieramente contrastate da Alexis Tsipras. E poi il nuovo capo di governo ha affidato al capo del partito alleato il dicastero della difesa. Una riaffermazione dell’allineamento Nato della Grecia indirizzata agli Stati Uniti? La risposta, dopo un diplomatico battibecco procedurale, nel comportamento del neo ministro della difesa alla conferenza della Nato che con più pesanti sanzioni contro la Russia di Putin ribadirà il suo appoggio al governo nazista di Kiev.

Ripetiamo, i dubbi, le riserve, le critiche mosse ad Alexis Tsipras, dopo la embrassade universelle delle sinistre e non solo delle sinistre europee, sono premature: se infondate lo sapremo solo dall’azione del suo governo nei primi 100 giorni e forsanco prima, perché è più che probabile un rinvio dell’ultima tranche multimiliardaria del prestito europeo (la quota greca della BCE, se concessa, andrà alle banche sull’orlo del collasso). Dove troverà il nuovo governo i fondi necessari, non solo all’attuazione dei suoi programmi sociali, ma al mantenimento delle istituzioni se il precedente governo ha vuotato le casse dello Stato con pagamenti anticipati di impegni già assunti? Ovviamente con prelievi fiscali d’emergenza dai ceti privilegiati.

Prima tra tutte la gerarchia della Chiesa Ortodossa, detentrice di beni e ricchezze considerevoli finora esenti da qualsiasi contributo all’erario. Dopo il giuramento laico di Tsipras, abbiamo visto la riconversione ultrareligiosa dell’insediamento del nuovo governo con la contro firma del Pope, il che rende improbabile l’abrogazione dei privilegi della Chiesa. Rimane una tassazione degli armatori – che hanno già trasferito i loro capitali all’estero, ma che dovrebbero pagare ingenti contributi per i loro cantieri navali soggetti in caso di resistenza e ricorsi a confische e nazionalizzazioni.

E poi la tassazione dei ricchi e dei superricchi, arcinoti evasori fiscali, soprattutto sulle loro sontuose dimore e sui loro latifondi che non hanno potuto essere trasferiti altrove.

Saranno 100 giorni essenziali, prima della realizzazione quadriennale dell’intero programma, per sciogliere qualsiasi riserva su questo nuovo governo. I meriti di Alexis Tsipras non sono stati intaccati da un esordio così anomalo: gli ostacoli che dovrà affrontare sono formidabili. Se non bastasse l’intransigenza di Angela Merkel e di Wolfgang Schäuble, sono in gioco gli orientamenti decisamente ostili del popolo tedesco, rispecchiati dalle tre reti televisive nazionali e da quelle dei lander. La sera del 26 gennaio un dibattito di tre ore su Das Erste ha posto in luce più che un risentimento politico il livore antigreco dei partecipanti, CDU e SPD: l’unica a difendere Tsipras è stata Sahra Wagenknecht, ex esponente di Kommunistische Plattform ed ora compagna di Oskar Lafontaine di Linke.  É rimasta schiacciata  da una valanga di contestazioni al vetriolo, fenomeno inconsueto sulla televisione tedesca.

Contro queste espressioni di odio teutonico contro un popolo ridotto alla fame, a cui è stata restituita la speranza, non ci rimane che ribadire gli auguri più fervidi di successo ad Alexis Tsipras ed a Syriza, anche per le ripercussioni positive che quel successo avrebbe sull’intera Europa.

Lucio Manisco
http://www.luciomanisco.eu