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La Scuola e i Libri

In e-mail da Lucio Garofalo l’8 Settembre 2015 dc:

La Scuola e i Libri

Alla luce della mia esperienza professionale ho avuto modo di riscontrare come i libri scolastici siano in genere (non sempre) di un tedio mortale, in quanto aridi, se non addirittura vuoti, spesso banali, convenzionali o stereotipati, per cui non agevolano affatto l’opera dell’insegnante, ma al massimo servono quali noiosi eserciziari e testi di verifica.

Ne consegue che la passione per i libri e la cultura non si potrà mai accendere in seguito ad uno studio acritico, cioè meccanico e mnemonico, condotto sui testi adottati a scuola, che rischiano di sortire l’effetto esattamente contrario, ossia il disamore e la disaffezione verso lo studio, i libri e la scuola.

La ripetitività e la prevedibilità sono le più acerrime ed antitetiche avversarie della passione e dell’immaginazione creativa.

Le prime provocano la morte spirituale, la cessazione del “viaggio intellettuale” che un buon libro riesce a stimolare. Viaggio inteso e vissuto come incessante avventura dello spirito e dell’immaginazione.

Le seconde suscitano quegli input utili e necessari all’opera della ricerca e della scoperta del sapere, da vivere come un piacere ludico, un divertimento. Voce che, non a caso, discende dall’etimo latino “di-vertere”, che sta per variare, deviare, cambiare e diversificare. Vale a dire l’esatto contrario della ripetitività, della prevedibilità e della monotonia, che generano noia ed uccidono il desiderio della conoscenza, spegnendo la fiamma che spinge ad impossessarsi del sapere e della cultura.

È questo il fine primario della scuola: accompagnare i ragazzi nel viaggio “avventuroso” che li conduce alla vera mèta, ossia il piacere della scoperta e del sapere, non certo il voto scritto sulla pagella.

Gli alunni (ed i loro genitori) dovrebbero comprendere che lo studio e l’istruzione scolastica servono alla loro maturazione culturale ed al loro avvenire, e non a conseguire buoni voti, come invece accade nella stragrande maggioranza dei casi e nella migliore delle ipotesi, ben sapendo che numerosi allievi non amano affatto lo studio.

In tal senso il compito precipuo dell’insegnante meritevole è proprio quello di saper motivare ed incentivare gli allievi allo studio, non tanto fine a se stesso, bensì per imparare a godere il piacere di apprendere, per nutrire la passione verso la cultura, intesa e vissuta come una “avventura interminabile”, una ricerca incessante ed una scoperta interiore, non certo per ottenere dei voti positivi e la promozione.

Il maestro meritevole, capace e brillante, dunque da premiare e valorizzare, è colui che sa “contagiare” i propri allievi attraverso il “virus” dell’amore per i libri, lo studio e la conoscenza, la vita ed il mondo.

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La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

Dal mio sito Jàdawin di Atheia 4 Novembre 2012 dc:

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

A mio modo di vedere già l’esistenza della moda è una forma di stupidità, una sorta di suggestione, o autosuggestione, irrazionale. È solo grazie a dei preconcetti pre-esistenti, o indotti, che una data foggia di un vestito, di un paio di scarpe o di un accessorio ci possono sembrare diversi, opposti, controcorrente, anticonformisti, belli, brutti, antiquati, moderni etc. rispetto a qualcosa d’altro. Io sono nato nel 1954, e verso la fine degli anni Sessanta iniziò, e si protrasse per gran parte degli anni Settanta, la moda dei pantaloni “scampanati”, o “a zampa di elefante”.

Mi ricordo benissimo quanto faticai per “adeguarmi”, io che ero figlio di un sarto che non si adeguava alle mode e giudicava questa, e oggettivamente aveva anche ragione, una pura follia. Con qualche soldo, e la complicità di mia madre, sarta anche lei ma più comprensiva, riuscii ad avere qualche pantalone o jeans fatti in quel modo assurdo. Per fortuna, ora che io stavo adeguando, la moda “cambiò”, guarda caso per ritornare al classico pantalone a “tubo” o, addirittura, a quello a “imbuto” che tanto destavano orrore, e così non dovetti sprecare altri soldi per comprare pantaloni che nel giro di pochi anni non avrei più “potuto” indossare.

Perché dunque era nata questa moda? Semplicemente a qualche stilista (o magari a qualche semplice sarto di paese a cui qualcuno rubò l’idea, chi lo sa?) era venuto in mente di inventare qualcosa di diverso, di dirompente, di alternativo. E con un implicito fondo di contestazione. E nel giro di pochissimo tempo chi non si adeguava veniva deriso, guardato con commiserazione, considerato un poveretto, succube di una moda da matusa.

La stessa cosa successe per i capelli, per camicie e giacche strette fino all’inverosimile, per le scarpe (ah già, per i compagni era quasi obbligatorio portare le scarpe di camoscio con suola in gomma, per i camerati le scarpe a punta o le Clark), per  i giacconi (se portavi l’eskimo e giravi intorno a piazza (San) Babila rischiavi le botte, e lo stesso ti facevi vedere in montgomery nei pressi della Statale), addirittura per gli occhiali da sole (finché il “compagno” Venditti non li sdoganò – e sarebbe ora che li cambiasse, che caspita! – se portavi i costosi Ray-Ban eri sicuramente un fascista….!)

Arrivando ai giorni nostri, la moda dei pantaloni a vita bassa, per uomini e donne, è più che stupida, è assolutamente idiota, oltre che proprio scomoda. Non c’è alcun senso in questa tendenza, proprio nessuno: chi ha la responsabilità di averla inventata andrebbe solo preso a calci nel posteriore per qualche chilometro. Ma la responsabilità del suo successo è, ovviamente, di chi l’ha sostenuta: I COMPRATORI!

A tal proposito, tra le mie cartacce, è spuntato un articolo comparso su la Repubblica del 26 Maggio 2005 dc: è rimasto lì tutti questi anni perché lo volevo pubblicare, e finalmente (meglio tardi che mai!) è venuto il suo momento. C’era anche la foto di due ragazze, per fortuna almeno carine, sedute per terra e ritratte di spalle, con le mutande belle in vista. Già, perché questa moda la ostenta anche chi è meglio che indossi il burka: grassone che dovrebbero coprire invece che mostrare (e magari fare una dieta e un po’ di attività fisica). E anche per tutte le altre, affette in massa oltre che dalla cellulite fin dai tredici anni anche da queste adiposità ai fianchi che fino a qualche anno fa non erano così comuni, questa moda infausta rende evidente ciò che, con un normale pantalone, non si vedrebbe, sarebbe mascherato, e la cui rotondità, come è sempre stato prima, sarebbe attraente invece che, lasciatemelo dire anche se so di esagerare, ributtante.

Quei poveri studenti ossessionati dalle mode

di Marco Lodoli

A volte mi domando: ma come ero vestito quando avevo otto o dieci  o dodici anni? Che camicie indossavo, che tipo di pantaloni, com’erano le scarpe, e i capelli, com’erano tagliati?Non so se si tratta di amnesia totale, di precoce spappolamento delle cellule della memoria, ma non ricordo quasi nulla. Forse all’epoca non dedicavo alla questione tutta l’attenzione che oggi pare necessaria e inevitabile. Avevo, come tutti i miei coetanei, un grembiule blu e un fiocco bianco che spesso si scioglieva e pendeva malinconicamente sul petto. Avevo calze dagli elastici poco robusti che mi calavano sempre sulle caviglie. E  i miei amici li ricordo solo per i visi, Dado paffuto e Stefano magro come un cerbiato, e per quello che facevamo assieme, per come ridevano o piangevano.

I vestiti erano pesanti d’inverno e leggeri d’estate, punto e basta. Li comprava la mamma e andavano bene. L’importante era correre, leggere giornaletti, giocare a pallone, prendersi a spinte, cantare e fare amicizia e studiare almeno un poco.

Tutto avveniva in un corpo spettinato e nervoso, coperto da un anonimo grembiule o da abiti senza firme né prezzi. Solo un ragazzino portava nella “bella” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) stagione le magliette con il coccodrillino, ma quello sgorbietto per me valeva quanto il timone o il delfino cuciti sulle mie.

Oggi tutto è cambiato. Tutto cambia sempre e non bisogna irrigidirsi nella nostalgia. Però devo ammettere che non mi fanno alcuna simpatia questi ragazzini ossessionati dagli indumenti, che sbraitano se non hanno il cappelletto con la virgola e pantaloni bragaloni che vogliono loro. A dieci anni sono già vestiti come ridicoli manichini, hanno gli occhiali da sole e i capelli sagomati ciuffo a ciuffo, e le femmine le pancine scoperte e le canottierine sexy. La colpa non è loro, ovviamente, loro sono solo il debole terminale di un processo marpionissimo che parte dal mondo degli adulti, da gente che sa cosa vendere e come.

È così difficile cominciare a capire cosa si è, cosa si desidera, dove si vuole andare: è un percorso doloroso che coinvolge da subito tutto l’essere, “anima” (anche queste virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo. Molto più semplice è acquistare un simulacro di personalità in un negozio, agghindarsi come dettano lo spirito e l’economia del tempo. Anche a scuola, e tra gli amici, è troppo complicato farsi apprezzare per quello che si è realmente, ansie e insicurezze incluse.

Oggi basta il vestito per fare il monaco o il ragazzino vincente. Insomma, forse tornare al tempo dei grembiuli è assurdo, ma quanto è triste vedere i bambini vestiti come poveri deficienti, come penose miniature dell’altrettanto penoso mondo degli adulti impacchettati dalla moda.

Rivoluzionari e conservatori

In e-mail il 5 Gennaio 2011 dc:

Rivoluzionari e conservatori

di Lucio Garofalo

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati  addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo Paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro) “rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un “conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo.

E’ giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

E’ possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

19 Dicembre 2010 dc

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali

di Lucio Garofalo

Il nuovo movimento studentesco, che ha assunto le dimensioni di una rivolta sociale di massa, è stato demonizzato non tanto per gli atti di devastazione commessi (sempre deprecabili, ma su questo punto conviene ragionare meglio), quanto perché ha osato sfidare il Palazzo, dichiarando esplicitamente di voler sfiduciare il governo dal basso, mentre le congiure e gli intrighi del Palazzo non hanno ottenuto lo scopo di defenestrare Berlusconi e la sua cricca di affaristi, faccendieri e massoni che controlla il Paese.

Si dice che “le vie della politica sono infinite”, ma sarebbe più corretto parafrasare: “le anomalie della politica sono infinite”. In Italia, da almeno quindici anni, le anomalie infinite sono la regola, non l’eccezione. Il maestro dei conflitti di interesse e delle anomalie italiche è un monopolista senza scrupoli che si è impossessato del governo della nazione e lo gestisce come se fosse un’azienda privata. E’ “sceso in campo” nel 1994 annunciando di voler compiere una “rivoluzione liberale” con la gente meno liberale e meno democratica in circolazione, dai fascio-leghisti agli esperti prezzolati dello squadrismo e del fango mediatico. Il “campione del liberalismo” di cosa nostra ha messo in piedi una coalizione sedicente “moderata” aggregando i reduci dell’estremismo neofascista (qualsiasi delinquente da strada sarebbe stato più civile e mansueto del ministro guerrafondaio La Russa visto nell’ultima puntata di Anno Zero) con gli esemplari del leghismo razzista e secessionista, ex squadristi e piduisti, impostori e ciarlatani, urlatori arroganti, squilibrati e sguaiati con i sicari professionisti della disinformazione.

Per quanto concerne la violenza politica, il discorso si fa più vasto e complesso e non può essere ridotto al problema delle molotov o delle vetrine rotte, né conviene chiamare in causa gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse ed altro, che anzi rischia di essere un’operazione criminale e mistificante. La situazione politica e sociale odierna è assai diversa, per molti versi peggiore. Oggi gli studenti non godono di alcuna collocazione sociale ed economica stabile, né nutrono speranze di miglioramento futuro. Non hanno neppure una rappresentanza politica come negli anni ’70. In pratica sono orfani e si pretende che si rassegnino ad una vita precaria, senza nemmeno protestare.

Le manifestazioni del 14 dicembre hanno visto partecipare oltre centomila persone. Non è dato sapere quanti fossero i poliziotti in piazza, ma non è corretto affermare che dall’altra parte gli “aggressori” fossero migliaia. Altrimenti potrebbero creare un esercito, per cui potrebbero organizzare un’insurrezione di massa. In questi casi il numero è determinante. Si dice che 10 teppisti sono una banda, mentre 10 mila formano un esercito. Inoltre, occorre precisare che in mezzo agli scontri s’infiltra sempre qualche provocatore addestrato dalle forze di polizia, per cui la situazione diventa più caotica.

Una cosa è certa: nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi, nessuno può prescrivere ricette e soluzioni precostituite, o almeno questo movimento di massa non crede più ai parolai e ai pifferai magici. Si tratta di un movimento che è sorto spontaneamente ed ha assunto connotazioni ed istanze sempre più decise e radicali, espresse in una maniera sempre più dura ed energica. Probabilmente anche a causa delle esperienze negative trascorse ed in seguito a circostanze che hanno visto tali istanze inascoltate e non recepite da nessuno all’interno dei palazzi istituzionali.

In passato, ad esempio negli anni ’70, il PCI tentava di filtrare e rappresentare (a modo suo, in base a logiche e convenienze elettorali) le istanze provenienti dal basso, anche dai movimenti più estremi e radicali. Oggi si contempla il deserto e forse è meglio, nel senso che i movimenti sono costretti ad auto-organizzarsi in modo da rappresentare e rivendicare fino in fondo le proprie istanze sociali e politiche. Ed è normale che in un vuoto di rappresentanza politica ci possa essere qualcuno che decida di urlare per farsi ascoltare e magari qualcun altro scelga di adottare metodi più aggressivi e veementi. Se poi si aggiunge qualche balordo e qualche provocatore infiltrato, il gioco è fatto. Ma è indubitabile che la violenza, fine a se stessa, non risolve i problemi, dato che a questo scopo dovrebbe servire la politica, intesa come risposta equa e democratica (non autoritaria, non clientelistica, non paternalistica) ai bisogni e alle richieste dei cittadini.

Il punto è che la politica istituzionale è ridotta ormai ad un ruolo autoreferenziale e non si occupa della vita reale della gente, ma si adopera solo al fine di preservare i propri privilegi e il proprio potere, che è subordinato ai centri di dominio sovranazionale che fanno capo alla finanza e al capitalismo globale. Il Palazzo non si prodiga affatto per risolvere i problemi concreti della gente, non ascolta e non accoglie le istanze avanzate dai movimenti. Perciò, è inevitabile che questi movimenti tendano a radicalizzarsi.

Occorre comprendere che le violenze sono un parto degenere di un sistema violento e corrotto, sempre più marcio ed incancrenito, capace di produrre soprattutto “merci” putride come l’odio e la violenza, di cui si serve per legittimare la propria esistenza. Una metastasi favorita dalla manipolazione delle notizie e dal terrorismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa attuano per costringere l’opinione pubblica in uno stato di tensione e ricatto permanente. La violenza è parte integrante di una società che la vitupera solo quando a praticarla sono gli altri, mentre è autorizzata ed esercitata legalmente in termini di diritto e potere istituzionale quando è opera del sistema stesso, come gestione armata a tutela dell’ordine sia all’interno, cioè in termini di repressione poliziesca, che all’esterno, ossia in termini di guerra e gendarmeria internazionale.

E’ stata messa in moto una sorta di mostruosa fabbrica della violenza e dell’odio, che genera comodi capri espiatori per suscitare e giustificare il bisogno di interventi repressivi da compiere all’interno e all’esterno delle società affaristiche e guerrafondaie. In questo meccanismo perverso e criminale trovano una loro ragion d’essere i vari Bin Laden ed affini, i violenti e i terroristi che rappresentano uno spauracchio utile ad una logica di riproduzione perenne della violenza istituzionalizzata che serve a perpetuare i rapporti di forza, di comando e subordinazione, sia all’interno, cioè sul piano nazionale, che all’esterno delle società imperialistiche ormai in fase di decomposizione avanzata.

I professori bravi meritano un premio. Ma non quello improvvisato dal governo

da Il Fatto Quotidiano di sabato  20 novembre 2010 dc

I professori bravi meritano un premio. Ma non quello improvvisato dal governo

di Marina Boscaino

È mancanza di rispetto verso i docenti spacciare la resistenza che parte della scuola democratica e attiva sta esprimendo nei confronti del piano-valutazione Gelmini-Brunetta-Aprea come tentativo di sottrarsi al giudizio.

Le molte persone serie, in nome delle quali mi sento di poter parlare, non hanno questa intenzione. Ma criticano le soluzioni improvvisate: siamo docenti e conosciamo il valore di ricerca e di riflessione. Nella consueta medietà dei toni – dopo “la riforma epocale” ecco “un giorno storico per la scuola italiana: si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica” – la meritevolissima Gelmini (quale cursus honorum le avrà garantito la poltrona di ministro?) ha annunciato la fase 2 della strategia. Dopo aver delegittimato i docenti in ogni modo, amplificato il dramma del precariato, ridotto le scuole in ginocchio   e alienato agli studenti il diritto allo studio, con una scrematura che ha fruttato allo Stato 8 miliardi di euro e alla scuola 140.000 posti di lavoro tagliati, ecco il premio.

Si tratta di due diversi progetti: il primo, rivolto alle scuole medie (per ora delle province di Pisa e Siracusa), prevede di valutare gli istituti. Considererà i risultati dei test Invalsi e una serie di indicatori (tassi di abbandono, rapporto scuola-famiglia, scuola-territorio, virtuosità nella gestione delle risorse). Valutatori: un ispettore ministeriale e due esperti indipendenti (perché, ci sono quelli dipendenti?). Le relazioni finali definiranno una graduatoria.

ALLE SCUOLE MIGLIORI premi fino a 70 mila euro. Un secondo progetto – che riguarderà i docenti di Napoli e Torino – prevede di individuare quelli che si “distinguono per le capacità e le professionalità dimostrate”. Dirigente, due docenti eletti dai colleghi e, come osservatore, il presidente del Consiglio di Istituto (un genitore) valuteranno. Il curriculum e un misterioso “documento di valutazione”, nonché l’indice di gradimento presso studenti e genitori, costituiranno gli elementi   di giudizio.

Quali i finanziamenti? La sperimentazione sarà pagata con parte del 30% dei risparmi ottenuti grazie a “razionalizzazioni” di spesa, al netto delle risorse per il recupero degli scatti biennali   (questa la buona notizia). Di tale somma si parla già dall’inaugurazione della “cura da cavallo” per la scuola (i tagli) che avrebbe da tempo consentito il “premio” ai meritevoli. In questa strana politica in cui tagli, fannullonismo, inefficienza, semplificazione e razionalizzazione sono artatamente finiti in un solo calderone, assestando un colpo definitivo alla credibilità sociale di scuola e docenti, in questo strano Paese che non è ancora in grado – a 3 anni da un documento di Fioroni in merito – di certificare seriamente e oggettivamente le competenze degli alunni, come l’Europa chiede di fare e fa da anni – la rincorsa a misurazione che non transiti attraverso una seria cultura della valutazione (inaugurata nei sistemi scolastici di alcuni Paesi UE più di 30 anni fa attraverso studio e finanziamenti) appare un re-styling frettoloso e pericoloso.

COME TENER CONTO della differenza abissale che implica l’insegnare in una zona o nell’altra del Paese? Come non trasformare le scuole in meccanici progettifici, per essere più concorrenziali sul mercato della premialità? Come ponderare i risultati di un test Invalsi a Scampia o ai Parioli a Roma? Come evitare la costituzione di cordate di potere nelle scuole, e il diffondersi di competizione senza competitività? Non ci s’interroga, infine, sul fatto che l’“utenza”, talvolta, potrebbe non avere ragione? Basta pensare alle ristrettezze in cui gli istituti versano e ai salari degli insegnanti per intuire che la lotta sarà tra dediti al volontariato o seguaci del neoliberismo. Comunque una guerra tra poveri. La tanto decantata Finlandia non ha mai riformato la propria scuola, che fornisce performance eccezionali. Ha solo mantenuto alta la considerazione sociale dei propri docenti.