Pasolini e il movimento No TAV

Pasolini e il movimento No TAV

di Lucio Garofalo, 14 Marzo 2012 dc

Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente.

Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12
dicembre”, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.

In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.

Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.

In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti “stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.

In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.

Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.

Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.

Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.

Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.

Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.

L’imposizione di una visione  della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica.

In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.

Lezioni sospese per il Papa

dalle “Lettere” a il manifesto, del 24 Novembre 2011 dc:

Lezioni sospese per il Papa

Il Sen. Guido Viceconte, già sottosegretario al Miur dello Stato italiano (non del Vaticano) ha diramato la nota n. 310/11 del 10 ottobre, di cui siamo venuti ora a conoscenza, con cui si invitano le scuole anche statali, nell’esercizio della loro autonomia (!), ad interrompere le lezioni per partecipare il 28 novembre p.v. ad un’udienza del Pontefice organizzata dalla Fondazione Sorella Natura. Detta nota è stata inviata ai Dirigenti generali con preghiera di «informare dell’iniziativa le dipendenti Istituzioni scolastiche statali e paritarie affinché possano valutare, nella loro autonomia, se aderire o meno». L’udienza si terrà alle ore 12 e quindi in orario scolastico: si tratta quindi di un invito rivolto alle scuole di sospendere l’attività didattica per partecipare ad un incontro, senza dubbio, di natura confessionale.

È evidente anzitutto che né l’ex sottosegretario, né i dirigenti né la stessa autonomia scolastica possono invitare e/o decidere di sospendere un’attività scolastica per partecipare ad un’iniziativa non extrascolastica, ma addirittura di natura confessionale, come l’udienza del Pontefice. Non solo si configura un’arbitraria interruzione di un pubblico servizio per finalità di natura confessionale e quindi private, ma si mette in atto un’attività discriminatoria che è anzitutto in contrasto con il principio della laicità delIo Stato che nella scuola preclude in modo assoluto iniziative che per la loro natura confessionale creano ingiuste distinzioni tra gli alunni a seconda della loro credenza religiosa.

È auspicabile che il neo Ministro all’Istruzione intervenga subito per revocare tale invito e che le forze laiche sia in Parlamento sia nel Paese si facciano promotrici di tutte le opportune iniziative per impedire l’uso privatistico e discriminatorio della scuola statale. Restiamo in attesa di conoscere le iniziative delle forze laiche ed in primo luogo delle forze parlamentari e sin da ora siamo a disposizione per dare la nostra collaborazione.

Per la scuola della Repubblica

Equitalia: i giusti commenti di Grillo fanno scatenare gli ipocriti e i lacché del regime

Equitalia: i giusti commenti di Grillo fanno scatenare gli ipocriti e i lacché del regime

di Jàdawin di Atheia

Su repubblica.it  ompare un titolo, che si riferisce ai commenti di Grillo, sul suo blog, sugli attentati alle sedi Equitalia: “Grillo su Equitalia, un caso sul web-“Capire le ragioni della violenza””. L’articolo è di Tiziano Toniutti.

Il giornalista scrive “…Beppe Grillo scrive ancora una volta di Equitalia, tema già affrontato molte volte sul suo seguitissimo blog…Grillo usa toni moderati, prendendo le distanze dagli atti intimidatori, ma chiedendo analisi e interventi (“Non basta condannare la violenza, ne vanno capiti i motivi”). Ma alla Rete non basta, gli utenti del blog non condividono. E i commenti al post si infiammano, tra casi personali e denunce sulle modalità operative di Equitalia, che viene denunciata come un ente che “opera al di fuori della legalità”…”Se Equitalia è diventata un bersaglio, bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze”, scrive il performer genovese, leader del Movimento Cinque Stelle. “Un avviso di pagamento di Equitalia è diventato il terrore di ogni italiano. Se non paga l’ingiunzione ‘entro e non oltre’ non sa più cosa può succedergli. Non c’è umanità in tutto questo e neppure buon senso”. Grillo invita poi il presidente del consiglio Mario Monti a rivedere “immediatamente il funzionamento di Equitalia. Se non ci riesce la chiuda. Nessuno ne sentirà la mancanza”. Grillo poi osserva: “continuano gli attentati contro gli uffici di Equitalia, nelle ultime ore sono avvenuti a Foggia e Modena. Si può dire tranquillamente che stiano per sostituire i tradizionali botti di San Silvestro con la differenza però che durano tutto l’anno”. Ma alle parole moderate di Grillo rispondono i lettori del blog, molti con casi personali con Equitalia. E i toni cambiano, denunciando una tensione sociale esplosiva. E se il web fa da campione tornasole per la popolazione intera, in questo caso rivela un Paese inferocito con il “braccio operativo” dell’Agenzia delle entrate. Il denominatore comune di molti interventi è il “regime di illegalità in cui Equitalia si muove”, e la conoscenza perfetta di casi di cronaca eclatanti  con protagonisti funzionari di Equitalia, ai danni dei cittadini. Spesso mutuati dal “terrore” che il nome Equitalia evoca, fino ad uscire dalle possibilità di intervento dell’ente. Una realtà fatta di cartelle dagli interessi esorbitanti, economie soffocate, imprese che chiudono, suicidi. Una valanga di rabbia che non trova sfogo. In uno scenario che tocca profondamente il tessuto produttivo del Paese, come denunciato dal sindaco di Bari, che ha sospeso la convenzione di riscossione con Equitalia, perché l’ente “distrugge le imprese”.

…A Grillo risponde il presidente di Equitalia, Attilio Befera: “In un momento di difficoltà bisognerebbe avere tutti il massimo senso di responsabilità e occorrerebbe difendere gli uomini che fanno il loro dovere al servizio della collettività. Questa volta la battuta non fa ridere nessuno”, ha detto.”

Dal presidente di quella congrega di vampiri non c’era da aspettarsi, ovviamente, nulla di diverso da quanto ha detto. E’ ovvio che da parte mia, e da parte di chi non ha gli idoli del “dovere”, del “rispetto” e del “senso dello Stato” sul proprio comodino, ci sarebbe perlomeno da obiettare che sull’operato dell’ente ci sono talmente tante testimonianze che non credo siano tutte dovute al rancore e alla rabbia.

L’articolo prosegue: “…al post di Grillo, che anche ad una lettura sommaria appare tanto moderato quanto fermo nei contenuti, risponde una società esasperata dall’atteggiamento di Equitalia. E da quella che viene vissuta come l’impossibilità per il comune cittadino contribuente di far valere i propri eventuali diritti. …si vede tutta la tensione sociale accumulata nel Paese al tempo della crisi, la faccia operaia e precaria dei suicidi degli imprenditori. “Solo chi evade le tasse può pagare gli avvocati che servono per difendersi da Equitalia”, recita un commento. I cittadini “normali” sono quindi costretti a pagare anche magari ciò che non è dovuto, e avere a che fare con meccanismi di esazione kafkiani che aggiungono problemi a problemi. Se le parole di Grillo aprono vecchie ferite in più di un contribuente, per l’europarlamentare del Pd Deborah Serracchiani il performer genovese non fa altro che “cavalcare il malcontento”. “E’ estremamente pericoloso associare gli attentati alle sedi di Equitalia a un giudizio di disumanità nei confronti del sistema esattoriale””.

Eh già, perché dire le cose come stanno significa essere fomentatori!

“Anche l’ex ministro Gianfranco Rotondi”, conclude l’articolo, “non scusa Grillo per la sua presa di posizione, assicura che non sarà il comico a “dare la linea” ma riconosce anche che il suo intervento “non è peregrino””.

Bontà sua, anche uno degli scherani del regime riesce ad ammettere la verità!

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

di Lucio Garofalo, 30 Novembre 2011 dc

I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ’68: Stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del  lavoro, ecc.

Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.

Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse.

A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.

Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo.

Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di Stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale  finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio.

Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?

Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “Stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.

Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.

Al punto in cui siamo urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

Dal gruppo Democrazia Atea di Facebook, intervento del 14 Novembre 2011 dc:

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

di Carla Corsetti, segretaria nazionale

Lo squallore del predecessore ha offuscato un giudizio obiettivo su Monti, un uomo che all’etica dei diritti umani e dei diritti costituzionali antepone i privilegi bancari e finanziari, senza tralasciare quelli vaticani.

Ha avuto il coraggio di elogiare la Gelmini per le riforme con le quali ha distrutto la scuola pubblica, in assoluta antitesi rispetto alle finalità costituzionali.

Ha elogiato Marchionne ovvero colui che si è fatto beffa dei diritti costituzionali delle classi lavoratrici.

Monti incarna il potere economico che non accetta più di essere rappresentato dal potere politico, ma si fa esso stesso potere politico in una commistione subdolamente antidemocratica.

Il nuovo governo mistificherà la parola “privilegio” e mediaticamente indurrà il popolo ad associare questo termine ai diritti acquisiti in tema di pensioni e di diritti sociali.

Il mantenimento dello Stato extracomunitario del Vaticano, a causa del suo cattolicesimo politico, resterà intatto.

Con Mario Draghi alla BCE e con Mario Monti in Italia gli speculatori finanziari internazionali avranno corsie preferenziali per rapinare le nostre ricchezze, privatizzando ciò che ancora non è stato privatizzato e acquisendo il controllo diretto delle banche italiane.

Monti è un uomo della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale, del Bilderberg, luoghi dove si consuma il disprezzo dell’umanità.

Mario Monti ha una idea della democrazia discutibile e pericolosa, ma se è riuscito ad essere incaricato per la Presidenza del Consiglio non ha fatto tutto da solo, deve il suo incarico alla inqualificabile pochezza dei nostri politici, beoti e conniventi.

Quando la politica “marcia” all’attacco dei magistrati

Da LM MAGAZINE n. 16, 15 aprile 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 64, aprile 2011 http://www.lucidamente.com

Quando la politica “marcia” all’attacco dei magistrati

Nel libro Assalto al pm Luigi De Magistris racconta per le edizioni Chiarelettere il proprio impegno “deluso”
di Francesca Gavio

La vicenda personale e professionale di un ex pubblico ministero, appassionato di legalità, raccontata in un’autobiografia, Assalto al pm. Storia di un cattivo magistrato (Prefazione di Marco Travaglio, Chiarelettere, p. XXVI-296, € 14,00), da Luigi De Magistris. Il suo amore per la magistratura nasce il giorno dopo l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza, ma anche dal padre, anch’egli magistrato. Dai venticinque ai quarant’anni ha dedicato la propria vita al lavoro, compiuto in Calabria, luogo dal quale molti scappano… Nel libro racconta la lotta alla criminalità, la sua delegittimazione, fino alla decisione di lasciare la magistratura per la politica, non potendo più ricoprire le funzioni di pm.

Quella di cattivo magistrato è un’etichetta conferitagli quando De Magistris ha iniziato a indagare sulla pubblica amministrazione, locale e nazionale, scoprendo forti legami tra questa e le organizzazioni criminali, soprattutto rispetto all’assegnazione degli appalti e all’uso illecito e poco trasparente dei finanziamenti pubblici. Con le proprie inchieste, tra cui Poseidone, Why not, Toghe lucane, ha ricostruito un quadro degradato di colletti bianchi corrotti e un sistema di potere, da destra a sinistra, senza distinzioni di parte politica, colluso con la criminalità organizzata, soprattutto in Calabria, dove la malavita ha forti poteri. E sceglie Catanzaro come punto nevralgico, attorno al quale ruota la gestione dei finanziamenti pubblici. Biasima in tal senso quei magistrati che hanno sempre operato nei loro territori d’origine, in quanto «è indubbio che quando si indaga in certi settori si va ad aprire un osservatorio su ambienti e persone con cui può esserci vicinanza». Da qui anche quella «confusione inaccettabile fra controllori e controllati», di cui l’autore parla sempre a proposito di quella regione, definita come il «Sudamerica di una volta», governata da una classe di potere «intrisa anche di mafiosità». E perché scegliere di occuparsi della pubblica amministrazione? «Ho sempre pensato che questo sia il settore dove si può maggiormente incidere sulle illegalità, in quanto consente di comprendere gli elementi di contiguità, di interferenza e di rapporto con i rappresentanti della vita pubblica, di verificare come opera la criminalità economico-finanziaria».

L’assalto al pm viene ampiamente spiegato in varie parti del libro. Se ne ritrova una sintesi in queste parole: «Le interrogazioni parlamentari –unitamente alle ispezioni e ad altre forme di intimidazione istituzionale – si sono susseguite senza soluzione di continuità sino al 2008. Sono state una ventina, firmate complessivamente da un centinaio di parlamentari. L’assalto al pm». Viene tacciato di essere un “giudice protagonista”, nonostante prima degli attacchi alla sua persona non avesse mai rilasciato interviste e le poche foto che comparivano sui giornali fossero state scattate in occasione di dibattiti pubblici. Perché tale definizione? Anche a Falcone e Borsellino prima di lui era stata attribuita quell’etichetta, perché non tutti si rendevano disponibili a indagare su certi fatti politicamente pericolosi, ex colleghi che De Magistris definisce spesso «magistrati burocrati»: di conseguenza chi lo fa diventa “protagonista”. Spiega così le azioni perpetrate nei suoi confronti, a differenza di quelle prese verso i due magistrati assassinati dalla mafia: «Se i servitori dello Stato sono scomodi e non si riescono a neutralizzare si trasferiscono, si screditano, si delegittimano, si isolano, si mettono all’angolo».

Quando arriva la proposta di Antonio Di Pietro di impegnarsi nel partito dell’Italia dei Valori per un rinnovamento della classe dirigente, egli accetta non perché abbia abbandonato la sua passione e fame di giustizia, o perché non si senta di dover arrivare fino in fondo alle sue indagini, bensì perché gli avevano tolto la sua funzione di pubblico ministero e per questo motivo non avrebbe avuto più margine all’interno della magistratura. Perciò, invece di ritirarsi a vita privata, decide di dedicarsi alla politica, considerata dall’autore il luogo dove è possibile trasformare la società, con una spinta dal basso, perseguendo il bene pubblico. Si dimette, quindi, dalla magistratura con una lettera indirizzata al capo dello Stato Giorgio Napolitano, criticato dall’autore in quanto ha avuto, a suo dire, un ruolo decisivo nella sua vicenda, omettendo anche di rispondere alla sua lettera di dimissioni.

In molte interviste, a seguito della pubblicazione del libro, De Magistris ha spiegato i motivi che l’hanno spinto a scriverlo: in primis la frantumazione delle inchieste giudiziarie, dunque l’intento di ricostruirle meticolosamente, anche perché, secondo l’autore, la loro ricomposizione sarebbe stato un lavoro molto complesso da un punto di vista giornalistico. Naturalmente egli cerca di spiegare la propria visione e versione dei fatti, come uomo e come magistrato, sottolineando anche i rapporti umani che ha consolidato e quelli che si sono frantumati a seguito delle varie inchieste di cui, secondo qualcuno, non avrebbe dovuto occuparsi. È opinione dell’ex pm che la narrazione della sua storia potrebbe servire per evitare che si ripetano altri episodi che possano compromettere l’opinione che i cittadini hanno sullo Stato e sulla stessa magistratura.

L’immagine: lo slogan di un manifesto stampato dal Partito Democratico in occasione dell’approvazione dell’ennesima legge ad personam, contro lo Stato di diritto e il lavoro dei magistrati, da parte del governo berlusconiano.

Il proletariato non ha patria

In e-mail il 17 Marzo 2011 dc:

Il proletariato non ha patria

di Lucio Garofalo

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli Stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Finestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

Io sono comunista e non credo negli Stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “Stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli Stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale. Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: “Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

Il potere occulto della mafia e della massoneria

In e-mail il 6 Marzo 2011 dc:

Il potere occulto della mafia e della massoneria

di Lucio Garofalo

Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia: “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di “mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre “risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan famigliare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione  e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

Il mito dell'”universalità” dei diritti umani

Dal sito http://www.jadawin.info una e-mail giunta il 21 aprile 2010 dc:

Il mito dell'”universalità” dei diritti umani

“IMPERIALISMO” O “PLURALISMO” CULTURALE (E MORALE)?
QUAL’E’ FONDAMENTO PER I DIRITTI DELL’UOMO?

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 (cd. Dudu) enuncia una lunga serie di diritti umani senza mai indicarne, però, il fondamento ultimo (o la ragion d’essere).

Perché mai, allora, riconoscere tali diritti come “universali” (spettanti all’intera Umanità)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti umani (ossia il loro essere “fondamentali”, “universali”, “inviolabili” e “indivisibili”)?

DIO COME FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distinse tre possibili fondamenti dei diritti umani:

1- l’autorità divina;

2- la legge di natura;

3- e la ratifica internazionale dei trattati (ossia l’accordo o “consenso” degli Stati).

Molti autori così, tra cui Michael Perry, rintracciarono il fondamento dei diritti umani direttamente in Dio: solo pensando agli uomini come opera di Dio (e, per ciò stesso, “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” di tali diritti, volti a proteggere proprio la dignità di tale essere sacro.

In tale ottica non stupisce più di tanto leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1- che tutti gli uomini sono stati creati uguali;

2- che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili;

3- e che tra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Ancor oggi, del resto, nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994, ma non ancora in vigore) si legge: “premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

Nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri), inoltre, si afferma che:

1-                  il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica;

2- e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “sharia” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

Il limite principale di questa tesi, però, è quello:

1- da un lato, di condurre a una sorta di “idolatria dei diritti umani” (fatti coincidere, per lo più, con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste del mondo);

2- dall’altro, di far perdere di validità universale gli stessi (risultando difficile che diritti strettamente legati ad una specifica e parziale visione religiosa possano rivolgersi all’intera umanità!).

Il pericolo maggiore, dunque, è quello:

1- di considerare i diritti umani come una sorta di “nuova religione dell’umanità”;

2- e di trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata”, possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, di manifestazioni di intolleranza e di conflitti tra civiltà!

LA LEGGE DI NATURA COME FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

Le principali teorie sulla fondazione dei diritti dell’uomo si basano, allora, sull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui i diritti umani rappresenterebbero un’espressione, un elemento “intrinseco”.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’idea dell’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo:

sia dalla credenza o meno nell’esistenza di un Dio e nel creazionismo;

sia dall’esistenza o meno di un dato diritto positivo (dunque, dalla volontà degli Stati).

I “diritti umani”, così, diverrebbero sinonimo di “diritti naturali”, concetto di origine ben più antica: furono i filosofi greci (Aristotele e gli stoici su tutti) ad affermare per primi l’esistenza di un “diritto naturale” come insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricava dallo studio delle leggi naturali  (cd. “giusnaturalismo”).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionalistica e moderna, individuò nella “dignità della persona” (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che della persona altrui: “il rispetto che ho per gli altri -scrive Kant- è il riconoscimento della dignità che è negli altri”.

Il limite principale delle teorie giusnaturaliste, però, è:

1- in primo luogo, l’assoluta incontrovertibilità di ogni assunzione metafisica. Questa, infatti, presupporrebbero una definizione univoca almeno dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona, definizione ancor oggi problematica da realizzare a livello universale;

2- in secondo, il rischio di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

NESSUN “FONDAMENTO ASSOLUTO” E’ POSSIBILE PER I DIRITTI DELL’UOMO!

Date queste premesse, molti autori giungono a negare alcun fondamento “metafisico” (o “assoluto”) dei diritti dell’uomo!

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani” (Feltrinelli, Milano, 2003) Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana: in un certo senso, anzi, sono contro natura!

La moralità umana e i diritti umani, infatti, rappresenterebbero un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali che abbiamo scoperto in quanto esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani -sostiene Ignatief-, niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significa, dunque, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico, ma che “non hanno nessun valore teorico”.

Ogni ricerca di fondamento assoluto, dunque, è infondata!

Come è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti:

  • di cui non si ha una nozione precisa (la stessa espressione “diritti dell’uomo” è di per sé molto vaga)
  • e così eterogenei e in conflitto tra loro (essendo molti in concorrenza, ad esempio il diritto a non essere torturati e quello alla sicurezza)?

Due diritti antinomici, infatti, non possano avere un fondamento assoluto: un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi inconfutabili!

I diritti umani, inoltre, rappresentano una “classe variabile”, ovvero mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche.

Diritti considerati assoluti nel passato (come la proprietà nella Dichiarazione francese del 1789) sono stati assai limitati dalle dichiarazioni contemporanee, a dimostrazione dell’inesistenza di diritti per loro natura “fondamentali”.

Allo stesso modo, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti (come quello all’ambiente o alla vita animale) che tali oggi non sono!

Ciò, dunque, rende difficile rintracciare un “fondamento assoluto” in diritti storicamente “relativi”!

IL “CONSENSO DEGLI STATI” UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

Secondo autori come Bobbio o Ignitieff, in conclusione, l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello “storico” (e politico) del “consenso” tra i principali soggetti della Comunità internazionale, ossia gli Stati (manifestato attraverso la ratifica di trattati internazionali, nella specie sui diritti dell’uomo).

Sostiene Ignatieff: occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare” e, piuttosto, bisognerebbe interrogarsi su ciò a cui servono tali diritti.

I diritti umani vanno ridotti a mere norme giuridiche: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, però, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni pretesa di “universalità” degli stessi (essendo il loro fondamento legato alle esigenze ed agli interessi degli Stati, per loro natura mutevoli).

Ed è questo l’aspetto più delicato e rivoluzionario, ma pragmatico e realistico, di questa prospettiva.

“UNIVERSALITA’” DEI DIRITTI UMANI: COSTRUZIONE DI UN MITO…

Il diritto internazionale, dalla Dudu in avanti, ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Questi diritti, dunque:

a- si rivolgerebbero all’intera Umanità (che dovrebbe beneficiare degli stessi);

b- e imporrebbero agli Stati precisi parametri di valutazione della legittimità internazionale della propria condotta (questi, nell’esercizio dei propri poteri sovrani, dovrebbero garantire la non ingerenza statale nell’esercizio individuale di tali diritti).

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” dei diritti dell’uomo?

Quanto è “reale” (o, meglio, “possibile”) questa pretesa “universalità”?

Questi parametri di condotta per gli Stati, in altri termini, sono interpretati e applicati uniformemente in ogni parte del mondo?

Profonde e radicate appaiono, piuttosto, le differenze nell’interpretazione e nell’attuazione dei diritti umani nel mondo.

Da un punto di vista filosofico:

a- mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalistica” dei diritti umani, in base alla quale questi sono connaturati alla persona umana e prescindono dalle leggi statuali (ogni Stato è tenuto al loro rispetto e lo Stato che li viola può legittimamente essere contestato dai suoi cittadini);

b- i paesi di tradizione socialista (la Cina su tutti) sono legati a una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, ritenuti esistenti solo nella misura in cui riconosciuti da leggi dello Stato (non preesistendo allo stesso, ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia eventualmente nel limitarli o circoscriverli in ragione di interessi pubblici o superindividuali).

Da un punto di vista politico:

a- mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici, rivendicati originariamente come risposta allo strapotere dello Stato assoluto;

b- nei paesi in via di sviluppo si presta per evidenti ragioni maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali, ritenuti intrinsecamente primari rispetto a quelli civili e politici (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono per loro natura prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali).

Da un punto di vista religioso:

a- mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto;

b- in molti paesi islamici (e tendenzialmente teocratici), invece, è il rispetto dei principi religiosi (della “sharia”) precondizione essenziale per il rispetto della persona. Solo un buon fedele musulmano, in pratica, può legittimamente vantare per sé tali diritti!

Ciò spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma che il fondamento dei diritti umani va individuato nella religione islamica, alla luce della quale vanno interpretati i diritti umani.

Tali differenti visioni dei diritti dell’uomo spingono a ritenere un “mito” parlare di “universalità” di tali diritti: l’universalità non si è affatto realizzata e, tutt’al più, può porsi come un possibile traguardo futuro!

La pretesa di “uniformare” universalmente le culture dei diritti umani, piuttosto, può nascondere in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (ricordiamo, di matrice “occidentale” e “giusnaturalistica”):

a. in una forma di “imperialismo culturale” con cui ambire ad imporre nel mondo una sola cultura e morale (come in una sorta di “tirannia di una maggioranza etica”);

b. e in un pretesto utile finanche per giustificare il ricorso alla guerra (o, più in generale, all’uso della forza) come strumento di difesa dei diritti umani ovunque siano minacciati e di esportazione del modello di libertà e democrazia occidentale in ogni parte del mondo (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé a rappresentare la più grande violazione della dignità umana!).

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umani, del resto, è che essa poggia le propria fondamenta ideologiche su una Carta, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, tutt’altro che espressione di valori “universali”, bensì palesemente messaggera di una visione etica e culturale prettamente occidentale.

I diritti sanciti nella Dudu, difatti, hanno un’indiscussa matrice cristiana e illuministica, trovando in S. Paolo e in alcuni filosofi europei gli immaginari precursori ideali.

La Dichiarazione del ’48 rappresenta, anzi, proprio il prodotto dell’“individualismo liberale” (solo in parte mitigato da qualche influenza sovietica), non a caso frutto del lavoro di un Comitato incaricato di redigere il testo della Carta composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati del mondo, così, non essendo ancora nemmeno stati costituiti all’epoca, non hanno partecipato a tali lavori).

Per questo il professore Andrea Rigon arrivò a definire i diritti umani sanciti nella Dudu “un regalo della cristianità e della razionalità illuminista al mondo”!

La Dudu, in conclusione, non rappresenta valori comuni mondiali bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia l’espressione di una limitata parte dell’umanità”, concluse Rigon.

Come può, dunque, rappresentare un “ethos globale” una Carta, più che rispettosa della pluralità di culture e dei popoli, sorta da un compromesso raggiunto tra poche potenze mondiali (Stati Uniti, Europa e Urss)?

L’ “UNIVERSALISMO MINIMALISTA” UNICA ALTERNATIVA ALL’UNIVERSALITA’ ASSOLUTA DEI DIRITTI UMANI

Una ragionevole alternativa sia all’universalità assoluta dei diritti umani sia al contrapposto “relativismo etico globale” appare la teoria dell’“universalismo minimalista”, prospettata da Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard).

Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani (incapace di fornire una definizione universalmente condivisa dei diritti umani), Ignatieff propone la rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca comune di un “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti umani essenziali più universalmente possibile condivisibili.

Lo studioso americano suggerisce di superare l’empasse attuale ricercando alcuni minimi ed essenziali punti di convergenza della Comunità internazionali nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, infatti, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture diverse dalla nostra un’intrusione “neoimperialista”: un’imposizione dello stile di vita, dei valori e della visione del mondo tipicamente occidentale.

I diritti umani assumerebbero un carattere meno “imperiale” se diventassero più “politici”, se fossero percepiti non come un linguaggio per proclamare “verità assolute” bensì come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi di potere.

Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti minimi individuati dagli Stati, risulterebbe universalmente condiviso se al contempo:

a- compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e di pensare (col “pluralismo” cui abbiamo fatto cenno);

b- senza, al contempo, rinunciare a apprestare una tutela ai fondamenti essenziali della dignità umana ovunque nel mondo.

Più concretamente, risponderebbero a questi requisiti solo quei diritti che si limitassero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

Filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo può rappresentare l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà senza per questo giungere ad alcuno “scontro di Civiltà”!

Lo sforzo apprezzabile dell’universalismo minimalista è quello di tentare di conciliare:

a. l’universalità dei diritti umani;

b. con l’ineliminabile “pluralismo culturale e morale” che contraddistingue la Comunità internazionale.

Ignatieff, infatti, non abbandona affatto la prospettiva universalistica, indicata però solo come un traguardo possibile.

Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale dei diritti umani potrebbe pacificamente farsi coincidere con le più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampio e unanime è la condanna internazionale, quali:

1- il genocidio;

2- la discriminazione razziale (in specie, l’apartheid);

3- la tortura e i trattamenti inumani o degradanti;

4- e il mancato riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Intorno a questi valori sarebbe possibile formare un accordo tendenzialmente tra tutti gli stati del mondo.

Nulla impedirebbe, inoltre, la maturazione nel tempo (a cui possono contribuire, al contempo, processi sia di “regionalizzazione” che di “settorializzazione” dei diritti umani) di una convergenza sul riconoscimento su scala universale di un nucleo sempre più ampio di diritti, quali quello alla vita, all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero o alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…

Da tali premesse, il filosofo Alessandro Ferrara è arrivato a proporre una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale risponda pienamente alla funzione di identificare quei pochissimi diritti “genuinamente fondamentali”, formulati in un “linguaggio neutrale” rispettoso delle diversità culturali tra i popoli.

Un traguardo forse ancora troppo prematuro e ambizioso per essere perseguito, ma verso il quale -c’è da scommettere- la Comunità internazionale prima o poi dovrà rivolgersi…

Gaspare Serra

(Università degli Studi di Palermo – Giurisprudenza):

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Blog “Spazio Libero”:

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I misteri dell’Addaura

In e-mail l’8 Maggio 2010 dc:

I misteri dell’Addaura

ANTONINO AGOSTINO ED EMANUELE PIAZZA: “SERVITORI DELLO STATO” UCCISI DALLA MAFIA CON LA COMPLICITA’ DELLO STATO!

GLI “EROI SILENTI”…

Accostare la Sicilia alla Mafia è un’operazione molto semplice, spesso scontata, a volte doverosa…

Parlare di Cosa nostra, denunciare i suoi malaffari e le inevitabili collusioni con la politica, però, non significa affatto “diffamare” questo territorio, “gettar fango” su un’intera regione e sui suoi cittadini!

Vuol dire, piuttosto, denunciare “il male” alla radice affinché venga finalmente diagnosticato e curato dalle Istituzioni e dalla Società civile insieme.

La Sicilia non è solo terra di “boss, picciotti e colletti bianchi”.

Quest’Isola “maledetta”, piuttosto, è soprattutto terra di gente per bene che ha lottato contro l’arroganza mafiosa, spesso pagando a caro prezzo il proprio coraggio, orgoglio o senso dello Stato.

Scorrendo il lungo elenco di protagonisti dell’antimafia vittime della mafia, dunque, non a caso si scopre una verità di certo scontata ma spesso sottovalutata: a morire per mano mafiosa sono spesso siciliani, gente onesta che pagato al prezzo della vita il proprio rifiuto a sottostare al racket mafioso o il coraggio di denunciare certi malaffari o il semplice adempimento del proprio dovere al servizio delle Istituzioni!

Spesso a rimanere nella memoria collettiva, però, sono solo in pochi: i giudici Facole e Borsellino su tutti, ad esempio, certamente protagonisti di una lotta a viso aperto contro la Mafia “fuori” e “dentro” le Istituzioni.

Così ragionando, però, si rischia di fare un torto imperdonabile alla storia: quello di dimenticare o sminuire il ruolo di tutti quei semplici cittadini per bene, mai arrivati alla ribalta dei giornali o della televisione, che hanno comunque contribuito a loro modo e in determinante alla stessa lotta di Falcone e Borsellino!

QUAL’E’ LA VERITA’ SUI FATTI DELL’ADDAURA?

In questi giorni, in particolare, sta emergendo un’altra verità sul fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno 1989, la quale:

*smentirebbe tutte le ricostruzioni all’epoca alimentate ad arte con la probabile complicità di uomini dello Stato (della Magistratura e dei Servizi deviati);

*e, soprattutto, riabiliterebbe la memoria di Nino Agostino ed Emanuele Piazza.

Nino ed Emanuele erano due giovani poliziotti palermitani che -rivelano solo adesso nuovi pentiti- hanno avuto il merito di sventare per tempo l’attentato esplosivo progettato ai danni di Falcone nella villa dove il giudice trascorreva le sue vacanze estive.

Proprio per questo, allora:

*Nino è stato brutalmente ammazzato a colpi di pistola (assieme alla moglie incita) appena 2 mesi dopo i fatti di quel giugno;

*mentre Emanuele è stato rapito e strangolato 9 mesi dopo il fallito attentato!

Nino ed Emanuele, dunque, sono morti fuori servizio ma a causa dell’esemplare “servizio” da loro svolto!

In tutta questa vicenda, però, la cosa che più indigna e lascia esterrefatti è il comportamento tenuto dallo Stato nei confronti di questi suoi servitori, evidentemente finiti nel mirino di quelle “forze oscure” dello Stato che lavoravano per “altri interessi”.

Nino ed Emanuele, così, sono stati per questo oggetto della peggiore infamia possibile (e più comune in questi casi): la delegittimazione, l’isolamento e il discredito!

In un primo momento, allora, sono stati addirittura sospettati di aver partecipato alla preparazione dell’attentato dell’Addaura (ossia, di essere “talpe” dello Stato in mano a Cosa nostra!).

Dopo la loro morte (ad opera certamente della Mafia, non sappiamo se su ordine di uomini di Cosa nostra o dello stesso Stato), invece, si è tentato di mettere a tacere la loro memoria depistando le indagini sui loro omicidi spacciandoli per fantomatici e improponibili “delitti passionali”!

Questa è la nuova verità che sta lentamente emergendo grazie allo straordinario lavoro di altri uomini dello Stato come i pm di Palermo Antonio Ingroia ed Erminio Amenio, che hanno riaperto le indagini sull’attentato dell’Addaura col supporto di nuove dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Adesso, dunque, è venuto il momento che si faccia finalmente piena luce sulla vicenda!

Al sacrificio di Antonio ed Emanuele il nostro Paese deve “enorme riconoscenza”.

Ciò non per far mero sfoggio di “retorica”, bensì perché è loro merito quello di aver salvato la vita al giudice Falcone nell’89, consentendogli di proseguire ancora per qualche anno la propria preziosa attività antimafia.

Agostino e Piazza non sono degli eroi (e come tale, sono sicuri, non vorrebbero essere ricordati): sono soltanto un esempio di uomini dello Stato che hanno compiuto fino in fondo il proprio dovere, di uomini “di” e “con” valori!

Sul punto, invito a visionare:

*l’interessantissimo video-inchiesta realizzato da “la Repubblica” su: http://tv.repubblica.it/le-inchieste/la-verita-sull-attentato-a-falcone/46713?video

*e il sito costruito dal padre di Emanuele, Giustino Piazza, su: http://www.emanuelepiazza.it

PEPPINO NON E’ SOLO, PEPPINO NON E’ UNO!

In questi giorni, contestualmente, a Cinisi si riunisce il “Forum Sociale Antimafia” per ricordare:

*l’impegno antimafia di un altro giovane, Peppino Impastato

*e la lunga lotta per la verità della madre, Felicia Bartolotta.

Anche Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia, il 9 maggio del 1978, per ordine del boss Tano Badalamenti.

Anche intorno all’assassinio di Peppino, inoltre, non sono mancati i depistaggi e le collusioni Stato-Mafia:

*le forze dell’ordine, in un primo momento, hanno tentato di far passare l’omicidio per un suicidio o, addirittura, per un tentativo di attentato terroristico dalla stessa vittima orchestrato ma andato a male;

*e si sono dovuti attendere molti anni prima che le sentenze della Magistratura riconoscessero in Badalamenti il mandante del delitto.

Di Peppino Impastato, però, ce ne sono ancora tanti nel nostro Paese, spesso ignoti!

Di genitori come Felicia Impastato che da anni chiedono semplicemente verità e giustizia alle Istituzioni per i propri figli morti “ammazzati” apparentemente “senza un perché” ce ne sono ancora troppi!

Per questo il mio invito è quello di non perdere questa l’occasione di questa celebrazione (che si terrà a Cinisi dal 6 al 9 maggio):

*per ricordare tutti gli altri Peppino Impastato (noti e ignoti) che la storia siciliana ci ha lasciato;

*e per mostrare solidarietà e vicinanza ai familiari di Nino Agostino ed Emanuele Piazza (cosa che, credo, faccia più di ogni altra onore alla memoria di Felicia Impastato…).

Gaspare Serra
(Studente di Giurisprudenza – Palermo)

Blog “Spazio Libero”: http://spaziolibero.blogattivo.com Gruppi facebook “Insieme contro la Mafia”:
– (gruppo I) http://www.facebook.com/group.php?gid=60243290129&ref=mf
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L’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica

L’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica:

educazione o “indottrinamento”?

Quali nuovi e alternativi “sistemi educativi” sono possibili?

IN COSA CONSISTE L’I.R.C.?

L’I.R.C. è l’acronimo di “insegnamento della religione cattolica”.

Sulla natura di tale insegnamento il protocollo addizionale del Concordato tra lo Stato italiano e la Santa Sede stabilisce che “l’I.R.C. (…) è impartito in conformità della dottrina della Chiesa”.

L’ora di religione, dunque, si presenta a tutti gli effetti come:

– uno strumento educativo di cui la Chiesa Cattolica è l’unica autorità religiosa autorizzata a servirsene (in via privilegiata)

– finalizzato all’insegnamento della religione cattolica all’interno delle strutture scolastiche pubbliche (anche al di fuori delle parrocchie, per intendersi).

L’insegnamento di altre religioni (diverse dalla cattolica) nel corso dell’ora di religione non è previsto: il docente che si azzardasse a proporlo, anzi, rischierebbe perfino di perdere il posto!

Come prescrive il Codice di diritto canonico, infatti, “l’Ordinario del luogo si dia premura che coloro, i quali sono deputati come insegnanti della religione nelle scuole, anche non cattoliche, siano eccellenti:

– per retta dottrina,

– per testimonianza di vita cristiana

– e per abilità pedagogica”.

L’INSEGNAMENTO RELIGIOSO NEL RESTO D’EUROPA:

Ecco alcuni significativi esempi della realtà educativa religiosa che si presenta in altre realtà a noi vicine:

In Germania i cittadini berlinesi (a seguito di un referendum tenutesi appena lo scorso 26 aprile) hanno detto “no” al riconoscimento di pari dignità all’ora di religione rispetto alla lezione di etica.

Attualmente a Berlino (capitale tedesca ma anche Città­-Stato):

– l’etica è materia “obbligatoria”

– mentre la religione è disciplina “facoltativa” (chi la sceglie deve sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario!).

In Francia la religione è considerata una scelta privata: ogni ostentazione pubblica è generalmente ritenuta fuori luogo (ad esempio, gli ufficiali di stato francesi devono essere neutrali rispetto sia agli ideali politici che alla religione: ogni pubblica espressione di affiliazione religiosa è proibita).

Il termine “Laïcité” è un concetto chiave della Costituzione francese: secondo l’articolo I, “La France est une République, une, indivisible, laïque et sociale”.

Recentemente una controversa legge ha proibito l’ostentazione di simboli religiosi vistosi nelle scuole pubbliche (come grandi hijab, turbanti Sikh, vistose croci cristiane e Stelle di Davide):

– negli edifici pubblici è possibile indossare simboli religiosi solo se non assumono un carattere rivendicativo

– mentre è vietata espressamente l’esposizione di simboli o emblemi religiosi su monumenti e in spazi pubblici (ad eccezione di luoghi di culto, cimiteri, musei, ecc …).

La Costituzione prevede espressamente la forma laica dello Stato:

– non si prevede alcuna forma di finanziamento per nessuna chiesa

– né alcun “insegnamento religioso” scolastico.

In Belgio l’ora di religione e quella di etica sono:

– “alternative”

– ed entrambe “non obbligatorie”.

In Finlandia nelle scuole è previsto un insegnamento di etica “alternativo” a quello della religione.

In Lussemburgo nelle scuole pubbliche vi sono (in “alternativa”) lezioni di etica oppure di religione (cattolica).

In Danimarca l’ora di religione nelle scuole è impartita dai ministri della Chiesa Nazionale (luterana). Si può esserne dispensati qualora i genitori garantiscano un loro personale impegno pedagogico alternativo.

L’insegnamento, però, è neutro dal punto di vista confessionale.

In Spagna (analogamente all’Italia) l’’insegnamento della religione è “facoltativo” ed esercitato da professori selezionati dalla struttura ecclesiastica.

(per un’ulteriore approfondimento ed un’analisi più completa del rapporto Stato-religioni in Occidente, si consiglia il testo “Diritto e religione in Europa occidentale”, di Silvio Ferrari e Ivàn C. Ibàn)

L’I.R.C. IN ITALIA:

Nella legislazione post-unitaria l’I.R.C. era un insegnamento:

– facoltativo

– previsto solo per le scuole elementari

– e la cui gestione era affidata direttamente ai comuni.

Solo nel 1923 il primo governo fascista, con la riforma della scuola, lo rese per la prima volta “obbligatorio”.

Con il Concordato Stato-Chiesa del 1929 si introdusse l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, giudicandola “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica”.

Con le modifiche concordatarie del 1984 la formula concordataria venne così riformulata: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principî del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”.

In tal modo, di fatto, l’I.R.C. venne esteso anche alle scuole materne!

QUANTO COSTA L’I.R.C. AI CONTRIBUENTI ITALIANI?

L’ora di religione costa ai contribuenti italiani circa “1 MILIARO DI EURO” all’anno, tanto:

– da risultare la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato italiano alla confessione cattolica (di pochi milioni inferiore all’otto per mille)

– e da tendere (secondo le previsioni) a divenire la prima nel giro di pochi anni!

L’ultimo dato ufficiale del Ministero dell’Istruzione, in realtà, stima solo in 650 milioni di euro la spesa per gli stipendi degli insegnanti di religione.

Stima, però, inattendibile risalendo all’ormai lontano 2001, quando gli insegnanti di religione erano solo 22 mila (e tutti precari): oggi questi ultimi sono saliti a 25.679 (dei quali 14.670 passati di ruolo!).

L’I.R.C. E’ VERAMENTE FACOLTATIVO?

La C.e.i. (la “Conferenza episcopale italiana”: in pratica, l’assemblea dei vescovi in Italia) ha sempre sostenuto che l’ora di religione è un grande successo, raccogliendo il 92% di adesioni (enfatizzando tali numeri a riprova delle profonde radici cattoliche del nostro Paese).

Quello che, però, la pubblica opinione generalmente ignora è la profonda ostilità della Chiesa verso ogni tentativo di spostare l’I.R.C., nel corso dell’ordinaria attività scolastica mattutina:

– dalla metà mattinata (in cui normalmente, oggi, viene svolta)

– all’inizio o alla fine delle lezioni (come, invece, parrebbe più congeniale per un insegnamento “facoltativo”).

Se si ha fiducia nella partecipazione massiccia e convinta degli studenti all’ora di religione:

– perché la C.e.i. continua a rivendicare (e ad aver riconosciuto, di regola!) il diritto a che l’I.R.C. venga svolto in un orario più consono ad una materia obbligatoria?

– e perché la stessa C.e.i. continua ad osteggiare in ogni modo (di fatto conseguendo il risultato auspicato!) la predisposizione da parte delle scuole di corsi di insegnamento alternativi all’I.R.C.?

Per non avvalersi dell’I.R.C. (diritto formalmente riconosciuto a tutti gli studenti di tutte le scuole, di ogni ordine e grado) vi sono tre possibilità:

a. frequentare “attività alternative”. Ciò, ovviamente, possibile solo laddove previste dai piani di studio scolastici (ovvero in pochissimi casi, a causa dei costi aggiuntivi che per tal ragione graverebbero sui bilanci delle scuole e/o dell’impraticabilità logistica di accorpare più studenti di più classi!)

b. dedicare l’ora allo “studio di altre materie”. Ciò dovrebbe avvenire col supporto di altri insegnanti (di fatto, però, non disponibili perché impegnati in altre classi, visto la costante carenza di personale scolastico!)

c. “uscire dalla scuola”, non essendovi alcun obbligo di frequentare l’ora alternativa (come sancito nel 1989 dalla Corte Costituzionale con la sent. n. 203). Extrema ratio, però, giustamente osteggiata dalla generalità dei genitori per ovvie ragioni di sicurezza!

I problemi su esposti sarebbe facilmente risolvibili collocando l’I.R.C. all’inizio o alla fine delle lezioni, così da consentire agli alunni esenti da tale insegnamento:

– di recarsi a scuola a partire dalla seconda ora di lezione

– oppure di uscire dalla scuola un’ora prima dal termine delle lezioni rispetto ai frequentanti l’I.R.C. .

Soluzione, però, che ha sempre incontrato (in Italia) un ostacolo insormontabile: l’opposizione della Chiesa cattolica, preoccupata di una sensibile diminuzione del numero dei frequentanti l’ora di religione!

Occorre ricordare, difatti, un dato significativo: le gerarchie ecclesiastiche hanno in passato concesso (e di buon grado …) la collocazione dell’I.R.C. all’inizio delle lezioni. Questo, però, solo quando esso era ancora un insegnamento “obbligatorio”!

QUAL’E’ LO STATUS DEGLI INSEGNANTE DI RELIGIONE?

Oggi sono ben 14.670 gli insegnanti di religione passati di ruolo (grazie a una rapida serie di concorsi di massa, inaugurati dal governo Berlusconi con la legge n. 186 del 2003 e poi ripetuti con i governi di centrosinistra …).

Il “regalo” del posto fisso agli insegnanti di religione, però, pone almeno tre ordini di obiezioni:

1- l’I.R.C. è un insegnamento “facoltativo”. Come può, allora, prevedere docenti “di ruolo”?

2- lo Stato, assumendo a tempo indeterminato gli insegnanti di religione, mantiene “a libro paga” dei docenti formalmente propri dipendenti ma:

a. su cui non detiene il minimo potere di “selezione”, essendo questi scelti direttamente dai vescovi

b. su cui non detiene il minimo potere di “controllo”, essendo questi sottoposti (ogni dodici mesi) alla concessione del “nulla osta” da parte dell’autorità diocesana, in grado di revocare l’idoneità all’I.R.C. anche per ragioni che nulla hanno a che fare con le capacità d’insegnamento (per “condotta morale pubblica in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa”: come, ad esempio, nel caso di un docente separato o in stato di gravidanza al di fuori del matrimonio!)

c. e pagati per svolgere un insegnamento per definizione “di parte”, il più delle volte in contrasto con lo stesso principio di “laicità” dello Stato (più volte dichiarato dalla Corte Costituzionale costituzionalmente rilevante!).

3- infine, lo Stato realizza una irragionevole disparità di trattamento economico fra gli insegnanti di religione e tutti gli altri insegnanti pubblici (di materie “obbligatorie”): a parità di prestazioni, infatti, gli insegnanti di religione sono maggiormente retribuiti!

ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI:

E’ ragionevole spendere “un miliardo di euro l’anno” di risorse pubbliche (ancor di più in tempi di tagli notevoli ed indiscriminati all’Istruzione) per mantenere in vita l’I.R.C.?

E come può chiunque creda che la “laicità” sia un valore fondante per ogni democrazia moderna non chiedersi se sia opportuno trasformare la Scuola pubblica in luogo di formazione religiosa (dove, di fatto, fare “catechesi”)?

Perché l’insegnamento religioso non viene svolto “esclusivamente” nei luoghi e nei modi più opportuni, ossia:

– nelle parrocchie (o in altri locali adibiti all’esercizio di culto)

– con appositi corsi pomeridiani “su base volontaria” (rivolti, in primis, ai bambini ed ai ragazzi)

– finanziati col contributo dei fedeli (fruitori, direttamente o in qualità di genitori, di un servizio che dovrebbe da loro essere considerato “spiritualmente prezioso”)?

In uno Stato “laico” (non laicista!) e moderno, aperto nei confronti di tutte le culture e rispettoso delle libertà individuali di ognuno, non dovrebbe in nessun caso prevedersi l’insegnamento di una religione (qualsiasi essa sia!) nella Scuola pubblica: ciò equivarrebbe a considerare la stessa religione alla stregue di una “religione di Stato”!

L’unica soluzione per mantenere in vita l’insegnamento religioso nelle scuole, semmai, potrebbe essere solo quella di:

– rendere l’insegnamento della religione una disciplina realmente “facoltativa” per gli studenti (così che chi la scelga debba sostenere un’ora in più di lezione rispetto al piano di studi ordinario)

– aprire la Scuola pubblica non solo all’insegnamento della religione cattolica ma anche di ogni altra religione (ovviamente nei limiti in cui le istituzioni scolastiche ricevano una sufficiente domanda in tal senso da famiglie e studenti frequentanti)

– e caricare il costo dell’insegnamento alle stesse Comunità religiose interessate (non prevedendo alcun onere pubblico se non quello della concessione in uso dei locali scolastici).

NUOVI POSSIBILI “INSEGNAMENTI SOSTITUTIVI” DELL’I.R.C.:

I: ETICA E STORIA DELLE RELIGIONI

La scuola non può essere (in nessun modo ed in nessun caso) luogo di “catechismo”, in cui inculcare un pensiero unico (anche se dominante!). Dovrebbe, al contrario, aspirare a divenire luogo di incontro e dialogo tra diverse culture e concezioni del mondo e della vita, in cui insegnare la difficile arte di “ragionare” con la propria testa e secondo la propria “individualità” ed un autonomo “spirito critico”.

Nell’ottica di una formazione culturale completa e matura dei giovani, allora, sarebbe opportuno introdurre in tutte le scuole pubbliche (di ogni ordine e grado) un nuovo insegnamento “obbligatorio” (non “in alternativa” bensì “in sostituzione” dell’IRC): quello di “Etica e storia delle religioni”.

La cura di tale corso di studio dovrebbe essere affidata ad insegnanti:

– laureati in corsi di laurea appositi

– ed assunti secondo le normali procedure pubbliche concorsuali.

A testimonianza del fatto che la cancellazione dell’I.R.C. non dovrebbe assumere alcun intento persecutorio nei confronti degli attuali insegnanti di religione (svolgendo questi, in molti casi, un lavoro comunque ammirevole), sarebbe ragionevole, nell’assunzione dei nuovi docenti di tale corso di insegnamento (anche per ragioni di carattere sociale), attingere in gran parte dagli stessi (dopo che questi abbiamo seguito un apposito corso formativo e superato un idoneo concorso pubblico).

Alla libera ed insindacabile scelta di famiglie e studenti, in ogni caso, rimarrebbe la possibilità (fuori dall’ambito scolastico) di frequentare le parrocchie e seguire ogni forma di insegnamento religioso.

Educare i giovani si può, “si deve”: “indottrinare” no!

II: EDUCAZIONE CIVICA ED ALLA LEGALITA’

Un ulteriore corso di studi “obbligatorio” che sarebbe auspicabile introdurre nella Scuola pubblica è l’insegnamento della “Educazione civica ed alla legalità” (contrariamente all’ora di religione, infatti, attualmente l’educazione civica è una materia d’insegnamento largamente non presente o sottovalutata dalle scuole italiane!).

Tale corso di studi andrebbe finalizzato:

– a far conoscere ai giovani le “regolare basilari” della convivenza civile (dalla Costituzione -“carta madre” di tutti i nostri doveri e diritti- al Codice della strada …)

– e a far maturare il valore della vita, la cultura dell’ambiente, i principi di legalità … e la consapevolezza della “parità effettiva” tra uomo e donna!

Sarebbe a tal fine auspicabile un approccio metodologico:

– più “concreto” (meno teorico) alle problematiche della Società moderna (ad esempio, coinvolgendo gli alunni in prima persona in opere di volontariato ed assistenza sociale e mantenendo un filo tra la scuola e gli operatori del settore)

– e più “collaborativo” con le famiglie (che dovrebbero finalmente assumersi la “responsabilità” del delicato compito educativo loro attribuito).

III: EDUCAZIONE ALLA SESSUALITA’

Una riformulazione complessiva dei piani di studio scolastici, infine, sarebbe l’occasione migliore per far conseguire un’ulteriore crescita civile al livello dell’istruzione pubblica italiana introducendo in tutte le scuole l’insegnamento (anch’esso “obbligatorio”) della “educazione alla sessualità”.

L’introduzione di un simile ed innovativo corso di studi rappresenterebbe il segno più evidente della rinnovata volontà dello Stato di farsi carico del difficile impegno di accompagnare i giovani in una crescita matura della propria personalità (anche sessuale).

L’educazione è l’unica arma vincente in grado contrapporsi alla diseducazione morbosa e strisciante di giovani e ragazzi realizzata quotidianamente dal mondo della tv, dei mass media e di internet, capaci di trasmettere ossessivamente messaggi negativi come:

– la mercificazione della figura della donna

– la proposizione di modelli culturali aberranti (ad esempio, l’idea per cui “apparire” sia un valore di merito superiore all’“essere” per fare carriera)

– e l’istigazione ad una visione “morbosa” del sesso.

Come è possibile educare i giovani ad un rapporto “non traumatico” (o esagitato) col sesso se:

– in famiglia e nelle scuole questo aspetto integrante della vita di ogni individuo continua ad essere un “tabù”

– e la “pornografia virtuale”, il più delle volte, risulta essere l’unica vera lezione sessuale alla portata di tutti?!

PUOI LEGGERE L’ARTICOLO (e commentarlo) ANCHE:

SUL BLOG “SPAZIO LIBERO”:

– (parte I: l’educazione religiosa in Europa …)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-I-b1-p190.htm

– (parte II: l’I.R.C. nella Scuola pubblica: educazione o “indottrinamento”?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-II-b1-p189.htm

– (parte III: quali nuovi ed alternativi “sistemi educativi” sono possibili?)

http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/DALL-ORA-DI-RELIGIONE-ALLA-EDUCAZIONE-ALLA-SESSSUALITA-UN-PASSAGGIO-POSSIBILE-parte-III-b1-p188.htm

O SULLA PAGINA FACEBOOK:

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Gaspare Serra

“Religiolus”, un film coraggioso

“Religiolus”, un film coraggioso

USA, 2008. Documentario, titolo originale Religulous, durata 101′, regia di Larry Charles.
Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta “ateo no” e “vergogna” e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo….Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell’inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show “politicamente scorretti” negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull’esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l’articolo e l’intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
 In sala da domani. “Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede”

“Religiolus” contro tutti i fanatismi
 “Usate la ragione, non la religione”

“Gli attacchi delle chiese? C’è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico”
di Silvia Bizio

Los Angeles – “Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze”. Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un’allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L’obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all’attuale Real time with Bill Maher. “Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso – spiega Maher, 52 anni – Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere”.

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell’America “redneck” alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi “prova” dell’esistenza di Dio, toccando anche temi come l’omosessualità. “C’è un prete – racconta Maher – che per mezz’ora ha proclamato davanti alla cinepresa l’inesistenza dell’omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale…”.

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

“Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull’ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole”.

Nel film lei dichiara esplicitamente che l’Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

“Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L’Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi”.

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l’abbiano con me: c’è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po’ meglio, come fanno i religiosi” (Verrebbe da dire parole sante…).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

“Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell’altro: sono tutti aberranti”.

Lei è ateo?

“Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione”.

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

“Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s’è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione”.

(12 febbraio 2009)