La “coalizione sociale” di Maurizio Landini

Ricevuto in e-mail il 25 Marzo 2015 dc il comunicato del PCL:

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini: fronte unico di lotta o specchietto riformista per allodole?

Maurizio Landini e la FIOM hanno promosso l’iniziativa della coalizione sociale: “una iniziativa rivolta a unire tutti i lavoratori e i soggetti colpiti contro l’alleanza fra Governo e Confindustria”. Messa così, chi potrebbe essere in disaccordo? Da anni il PCL rivendica l’esigenza del più vasto fronte unico di classe contro governo e padronato. L’avvento del governo Renzi, il suo progetto reazionario bonapartista, il salto dell’offensiva dominante contro lavoro e diritti, rendono ancor più necessaria e urgente la costruzione del fronte di classe di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento. Gli ammiccamenti verso il renzismo da parte dei vertici FIOM nei primi sei mesi del governo Renzi avevano rappresentato una enormità, che ha provocato danni, paralizzato lotte, confuso coscienze. Il fatto che l’aggressione frontale da parte di Renzi ai lavoratori e al sindacato abbia successivamente costretto Landini a collocarsi all’opposizione del renzismo, è in sé positivo. La “coalizione sociale” antigovernativa vuole formalizzare e consolidare , dopo le lotte d’autunno,questa ricollocazione? Ben venga.

Ma non è tutto oro ciò che brilla.

In primo luogo una coalizione sociale ha senso se è un fronte unico d’azione. E l’azione unitaria deve essere tanto radicale quanto radicale è l’offensiva del governo. Così non è stato e non è. La scelta di CGIL e FIOM al piede di partenza dell’autunno di opporsi all’attacco all’articolo 18 fu naturalmente positiva. Ma il bilancio dell’opposizione è stato disastroso. Nessuna svolta radicale delle forme di lotta. Rinuncia all’occupazione delle fabbriche persino nelle condizioni più favorevoli (AST Terni). Assenza di una reale piattaforma di lotta unificante del movimento. Convocazione di uno sciopero generale (12 Dicembre) non per dare continuità alla lotta ma per chiuderla con un atto simbolico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha proseguito la sua strada come un rullo compressore senza incontrare resistenza, se non verbale.

Il licenziamento arbitrario per nuovi assunti è passato, persino nella forma del licenziamento collettivo. Una sconfitta pesante. Sia in sé, sia per gli effetti sul morale delle masse. Il fatto che i generali della campagna d’autunno (Camusso e Landini) non traggano alcun bilancio del proprio operato conferma e aggrava le loro responsabilità. Basta l’ invenzione della “coalizione sociale” per rimuoverle? Ma soprattutto: coalizione sociale per cosa? Non basta elencare diritti e ragioni, se non si indica e promuove con chiarezza una svolta generale nell’azione di lotta. Convegni, incontri, manifestazioni, seppur in sé positive, non spostano di una virgola i rapporti di forza reali fra le classi sul piano generale e nei luoghi di lavoro. Nè li sposta una proiezione di cartello del sindacato verso l’associazionismo civico ( Libera, Emergency, Arci).

Non c’è surrogato possibile della necessaria azione di lotta-continuativa, concentrata, radicale- di milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati. La battaglia democratica contro i progetti istituzionali reazionari del governo è importantissima. Ma solo la mobilitazione centrale della classe può darle forza d’urto e prospettiva. Aprire un confronto unitario sulle condizioni e premesse di una vera svolta di lotta è e resta la prima necessità. Senza svolta reale di mobilitazione la “coalizione sociale” diventa la copertura di una ritirata e di una sconfitta.

In secondo luogo, si pone un nodo politico.

Landini precisa che la “coalizione sociale” non è né un partito, né una lista elettorale. Ma parallelamente abbondano i riferimenti a Syriza, Podemos, o alle origini del partito laburista. Poichè a pensar male ci si azzecca, mettiamola così: Maurizio Landini prende tempo per vedere se entrerà la carta di una sua possibile successione ai vertici della CGIL, riservandosi in caso contrario un proprio investimento politico. L’ambiguità voluta di oggi copre un’incertezza di futuro. Comprensibile e legittimo. Tuttavia, al netto di questa considerazione, ci permettiamo due osservazioni.

La prima, minore, è che le fortune di Syriza e Podemos sono dovute non ad alchimie politiche ma alla radicalizzazione sociale di massa che ha percorso Grecia e Spagna negli anni di crisi: una radicalizzazione sociale che ha cercato e trovato l’espressione elettorale in sinistre non compromesse nelle politiche di austerità. In Italia abbiamo una situazione capovolta: da un lato sinistre politiche suicidatesi con le politiche dei sacrifici e dall’altro pesante arretramento dei livelli di mobilitazione di massa. Renzismo e Grillismo ne sono l’effetto. Non c’è scorciatoia e trovata “politica” che possa aggirare questa realtà. Pensare di forgiare in laboratorio una sinistra politico/elettorale di successo senza una svolta di lotta di milioni di proletari e di giovani significa coltivare l’ennesima illusione.

La seconda osservazione è sostanziale. Quale soggetto politico di rappresentanza? Non saremo certo noi a negare l’assenza in Italia di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio e degli sfruttati, e dunque di una direzione politica delle loro lotte. Ma l’assenza di questa rappresentanza non è forse il prodotto cumulativo del fallimento pregresso di tutte le forme ed esperienze di “compromesso riformatore” col centrosinistra e il capitalismo italiano? Riproporre in forme diverse quel canovaccio fallito non può essere la risposta al fallimento. Si indica il faro di Syriza, si promuovono brigate Kalimera in terra greca, si presenta Tsipras come la nuova terra promessa e leva di riscatto della sinistra italiana. Ma paradossalmente lo si fa nel momento stesso in cui la realtà si vendica della finzione. Nel momento stesso in cui la pretesa di Syriza di “un compromesso riformatore” con gli Stati (imperialisti) strozzini si conclude nella resa obbligata ai creditori, nella cancellazione di fatto delle solenne promesse elettorali, nel tradimento delle aspettative di cambiamento. C’è in questa sequenza la lezione profonda dei fatti, che hanno la testa dura: non c’è uno spazio reale riformista nella crisi capitalistica europea e nella camicia di forza dell’Unione. Una sinistra che voglia ricomporsi attorno a questa illusione fallita non avrà davanti a sé alcun futuro storico. Persino se avesse un immediato futuro politico.

La costruzione del partito di classe rivoluzionario è e resterà la bussola del nostro lavoro. In ogni fronte unico di lotta, in ogni battaglia di massa, in ogni occasione di incontro, confronto, manifestazione. 28 Marzo incluso.

Partito Comunista dei Lavoratori, 15 marzo 2015

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

da Il Fatto Quotidiano del 10 Novembre 2010 dc:

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

di Giorgio Meletti

Oggi è il terzo giorno. Da lunedì scorso, infatti, 29.204 dipendenti di Telecom Italia (su un totale di oltre 50 mila) sperimentano il più grande tentativo di contratto di solidarietà mai tentato in Italia.

IL CONTRATTO di solidarietà funziona così: quando un’azienda ha problemi e dovrebbe licenziare, si salvano i posti di lavoro spalmando l’eccedenza di personale su tutti i dipendenti, con una riduzione parallela di orario di lavoro e retribuzione. E’ la soluzione che i sindacati preferiscono: consente di superare i momenti neri e poi di ripartire a pieno organico.

Il caso di Telecom Italia però è molto particolare. “I due anni che ci aspettano saranno di contrattazione permanente”, avverte Alessandro Genovesi del sindacato di categoria Slc-Cgil. Al di là delle complicate discussioni tecniche sull’attuazione del piano, il sospetto dei sindacati è che la solidarietà, contrariamente al suo nome,   sia un ammortizzatore sociale in favore degli azionisti di Telecom Italia anziché dei suoi dipendenti. Vediamo perché. Tutto nasce dall’annuncio dato nel luglio scorso dal numero uno di Telecom, Franco Bernabé, che ha aperto la procedura di licenziamento per 3.700 persone. Era la prima tranche di complessivi 6.800 esuberi previsti per il piano 2010-2012.

Dalla vertenza sindacale che ne è nata, con robusto intervento del governo, preoccupato dalla ricaduta politico-sociale di una simile dose di licenziamenti di massa, è scaturito l’accordo sulla solidarietà. Che si articola così. I 6.800 esuberi sono diventati 5 mila, di questi 3.900 persone sono destinate all’uscita volontaria entro il 2012, altri 1.100 sono rimasti in esubero. Anziché licenziare   si è deciso di spalmare l’eccedenza su 29.204 dipendenti. I quali vedono ridotto l’orario di lavoro secondo tre categorie: alcuni lavoreranno il 15 per cento in meno, altri dell’8,08 per cento in meno, altri ancora del 3,27 per cento.

Non è chiaro, e la Telecom non   lo spiega, come mai – se dividendo 1.100 per 29.204 risulta che l’eccedenza media è del 3,7 per cento – ci siano così tante persone che subiscono una riduzione d’orario nettamente più alta. In ogni caso per i lavoratori il danno è limitato: l’80 per cento della retribuzione perduta viene reintegrato dall’Inps, cioè dallo Stato. Così i più penalizzati, quelli con taglio del 15 per cento, percepiranno almeno il 95 per cento dello stipendio.

E’ PIÙ COMPLICATO capire perché la Telecom abbia messo in piedi questo astruso meccanismo per risparmiare una cifra valutabile (in mancanza di informazioni ufficiali, perché la Telecom non ne fornisce) tra i 60 e i 90 milioni all’anno. Stiamo infatti parlando di un’azienda che ha chiuso l’ultimo bilancio con un utile netto di un miliardo e 580 milioni, distribuendo agli azionisti dividendi per oltre un miliardo e cento milioni. Una cedola pari al 4,63 per cento del valore corrente dell’azione. Si tratta di un risultato per il quale Bernabè   ha percepito un premio di un milione e 348 mila euro. Lo stesso Bernabè che ha promesso agli azionisti (quelli che contano sono Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Telefonica) un ulteriore aumento del dividendo, anche grazie al contratto di solidarietà.

TELECOM ITALIA si vanta nel suo sito ufficiale di aver distribuito negli ultimi dieci anni dividendi agli azionisti per 24 miliardi di euro. Tenendo in cassa quei soldi avrebbe oggi azzerato lo spaventoso indebitamento che ne limita le capacità operative e di investimento. In questo scenario non è facile comprendere quale strategia di sviluppo imponga il ricorso al contratto di solidarietà, che i sindacati hanno accettato e il governo finanziato, con l’esplicita alternativa di migliaia di licenziamenti. Alla firma dell’intesa Bernabè dichiarò: “L’accordo testimonia la volontà di proseguire con determinazione   nel percorso verso la piena affermazione di Telecom Italia come modello di azienda tra le più efficienti nel settore”.

Da parte sindacale, e anche da parte di numerosi dipendenti di Telecom, la parola efficienza suscita qualche perplessità. Per legge, in presenza del contratto di solidarietà nessun dipendente coinvolto può lavorare un solo minuto in più dell’orario (ridotto) fissato. Sono bloccati tutti gli straordinari (e per qualcuno si tratta di una perdita secca di retribuzione, che l’Inps non compenserà). Sono vietate le assunzioni temporanee. Sono vietati gli aggiustamenti degli orari.

Per chi gestisce il personale sarà una partita complicata: il contratto di solidarietà impone alla struttura una rigidità senza precedenti, e può contribuire non poco alla demotivazione dei singoli. Anche perché continueranno a vedere i manager prendere i loro ricchi premi di fine anno. Addirittura i dirigenti del personale saranno premiati per aver tagliato il monte salari. Per loro la solidarietà non scatta mai.