Il potere occulto della mafia e della massoneria

In e-mail il 6 Marzo 2011 dc:

Il potere occulto della mafia e della massoneria

di Lucio Garofalo

Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia: “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di “mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre “risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan famigliare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione  e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

E’ ufficiale: Dio non esiste


Da http://lavocedelpadrone.net/565/e-ufficiale-dio-non-esiste (ora, 11 Marzo 2011 dc, il dominio non esiste più)

E’ ufficiale: Dio non esiste

di Gregorij 19 Gennaio 2008 dc

Fischio finale. Caro Ratzinger, ragazzi di Comunione e Liberazione, parrocchiani tutti: è il momento che vi rassegniate. Non una diconsi, ma bensì due prove ufficiali del fatto che Dio NON esiste sono arrivate nella giornata di ieri. Due prove incontrovertibili, che distruggono tutto il lavoro di filosofi nell’arco dei secoli e spazzano via anche la dimostrazione di Godel sull’esistenza dell’Altissimo. Si può quindi anche cominciare a sbaraccare chiese, santuari, idoli, e trovare per gli edifici una riconversione ad attività più socialmente utili: pregare d’ora in poi è inutile. Ma andiamo nel dettaglio.

La prima prova dell’inesistenza di Dio ce la fornisce Stampa Rassegnata: come tutti sapete, ieri Totò Cuffaro è stato condannato. Ma a qualcuno sarà sfuggito che la notte prima, per Totò Vasa-Vasa è stata effettuata una veglia di preghiera di grandi proporzioni, alla quale hanno partecipato parenti, amici e semplici associati a delinquere (ops!) del Governatore della Sicilia. Ma, nonostante la compunzione, la transustanziazione non è andata bene: il verbo non si è fatto carne e nemmeno sentenza favorevole. Certo, dovevano essere otto anni invece di cinque, e si doveva scrivere in evidenza la parola mafia: ma questo non può certo essere attribuito all’Altissimo, il quale si è guadagnato la fama di fare le cose per bene, quando le fa. Uno che spacca le acque non si ferma certo di fronte a un primo grado, e l’ipotesi che intervenga in Cassazione pare implausibile. Indipercui, ecco la prima prova.

La seconda prova è più sottile, e per raffinatezza logica verrebbe accettata sia da Tommaso l’Aquinate che da Anselmo d’Aosta. Ce la fornisce, in un post insolitamente serioso, Lia di Haramlik su Macchia Nera. Dice ieri che il sindaco cattolico e di centrosinistra Rosa Russo Iervolino, in ossequio alle tradizioni cattoliche e di centrosinistra delle quali lei è alfiere e portavalori (nonché bella donna, ma questo è altro discorso) ha inaugurato in quel di Napoli nientepopodimeno che un busto monumentale al noto benefattore Muccioli Vincenzo – detto “buttatelo-in-discarica-quel-tossico-dimmerda“, e in tutto ciò non possiamo che vedere un collegamento ideale con l’emergenza munnezza del capoluogo campano – in un tripudio di miccette e tricchettracche che fanno onore al personaggio e alle sua abitudini bombarole.

Per tutti coloro che non sapessero chi è Muccioli Vincenzo in arte “buttatelo-in-discarica-quel-tossico-dimmerda“, rimando alla voce di Wikipedia e riassumo brevemente: egli era un benefattore, uno che ha aperto una comunità per il recupero dei tossicodipendenti, e che solo per la malizia di alcuni magistrati fi otto processo per i suoi metodi coercitivi. Poi, nel ’93, si cominciò a indagare sulle parole di un ex ospite della comunità, il quale aveva dichiarato che  un ragazzo napoletano, Roberto Maranzano, dato per disperso dal 1989 dopo essersi allontanato in circostanze mai chiarite dalla Comunità, in realtà era stato ucciso dagli eccessi di un pestaggio subito nella porcilaia della struttura.

Siam seri, come si può credere a un drogato? Vi pare che quel sant’uomo di Muccioli? Se non che, scavando in’da’discarica – come direbbero nella città della Rosa Russo – si trovò in effetti il cadavere del Maranzano. Muccioli venne beccato a dire in una registrazione che quel Maranzano là “bisognava fargli un’overdose“, visto quanto era cagacazzi. Vennero pure allo scoperto tre strani suicidi, avvenuti 4 anni prima: il benefattore fu condannato a un anno e otto mesi per favoreggiamento, i suoi assistenti a 6 e 10 anni ma con la facoltà degli arresti domiciliari (!!!) da scontare indovinate dove? Proprio a San Patrignano, la comunità di Muccioli.

E veniamo al punto, e cioé alla prova provata dell’inesistenza di Dio. E’ chiaro che nel momento in cui a uno come lui dedicano un monumento, e il figlio – il legittimo erede dell’impresa di pompe funebri involontarie, ehm, della comunità – addirittura non è intervenuto alla cerimonia perché secondo lui un busto è troppo poco (voleva come minimo una via o una piazza), l’Altissimo non può che intervenire in un solo modo. Ovvero, lanciando un fulmine dalla potenza di almeno cento centrali nucleari che in un colpo solo riducesse a un cumulo di cenere
a) il sindaco
b) il monumento
c) tutti gli invitati, compresi i componenti di quella lobby della comunità di San Patrignano che vede i Moratti e i Tronchetti tra le loro punte di diamante.

Una cosa che per fare il funerale si doveva prima passare con scopa e paletta, insomma. E per dividere i resti ci voleva Grissom di CSI. Indipercui, non essendo successo nulla di tutto ciò, Dio non esiste. Quod erat demostrandum. Tana libera tutti. Godetevi la vita finché state qui, perché dall’altra parte non c’è niente di niente. Ma attenti a non girare in posti malfamati, come le discariche o i palazzi della Regione Sicilia. Potreste fare incontri ben poco raccomandabili.


I misteri dell’Addaura

In e-mail l’8 Maggio 2010 dc:

I misteri dell’Addaura

ANTONINO AGOSTINO ED EMANUELE PIAZZA: “SERVITORI DELLO STATO” UCCISI DALLA MAFIA CON LA COMPLICITA’ DELLO STATO!

GLI “EROI SILENTI”…

Accostare la Sicilia alla Mafia è un’operazione molto semplice, spesso scontata, a volte doverosa…

Parlare di Cosa nostra, denunciare i suoi malaffari e le inevitabili collusioni con la politica, però, non significa affatto “diffamare” questo territorio, “gettar fango” su un’intera regione e sui suoi cittadini!

Vuol dire, piuttosto, denunciare “il male” alla radice affinché venga finalmente diagnosticato e curato dalle Istituzioni e dalla Società civile insieme.

La Sicilia non è solo terra di “boss, picciotti e colletti bianchi”.

Quest’Isola “maledetta”, piuttosto, è soprattutto terra di gente per bene che ha lottato contro l’arroganza mafiosa, spesso pagando a caro prezzo il proprio coraggio, orgoglio o senso dello Stato.

Scorrendo il lungo elenco di protagonisti dell’antimafia vittime della mafia, dunque, non a caso si scopre una verità di certo scontata ma spesso sottovalutata: a morire per mano mafiosa sono spesso siciliani, gente onesta che pagato al prezzo della vita il proprio rifiuto a sottostare al racket mafioso o il coraggio di denunciare certi malaffari o il semplice adempimento del proprio dovere al servizio delle Istituzioni!

Spesso a rimanere nella memoria collettiva, però, sono solo in pochi: i giudici Facole e Borsellino su tutti, ad esempio, certamente protagonisti di una lotta a viso aperto contro la Mafia “fuori” e “dentro” le Istituzioni.

Così ragionando, però, si rischia di fare un torto imperdonabile alla storia: quello di dimenticare o sminuire il ruolo di tutti quei semplici cittadini per bene, mai arrivati alla ribalta dei giornali o della televisione, che hanno comunque contribuito a loro modo e in determinante alla stessa lotta di Falcone e Borsellino!

QUAL’E’ LA VERITA’ SUI FATTI DELL’ADDAURA?

In questi giorni, in particolare, sta emergendo un’altra verità sul fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno 1989, la quale:

*smentirebbe tutte le ricostruzioni all’epoca alimentate ad arte con la probabile complicità di uomini dello Stato (della Magistratura e dei Servizi deviati);

*e, soprattutto, riabiliterebbe la memoria di Nino Agostino ed Emanuele Piazza.

Nino ed Emanuele erano due giovani poliziotti palermitani che -rivelano solo adesso nuovi pentiti- hanno avuto il merito di sventare per tempo l’attentato esplosivo progettato ai danni di Falcone nella villa dove il giudice trascorreva le sue vacanze estive.

Proprio per questo, allora:

*Nino è stato brutalmente ammazzato a colpi di pistola (assieme alla moglie incita) appena 2 mesi dopo i fatti di quel giugno;

*mentre Emanuele è stato rapito e strangolato 9 mesi dopo il fallito attentato!

Nino ed Emanuele, dunque, sono morti fuori servizio ma a causa dell’esemplare “servizio” da loro svolto!

In tutta questa vicenda, però, la cosa che più indigna e lascia esterrefatti è il comportamento tenuto dallo Stato nei confronti di questi suoi servitori, evidentemente finiti nel mirino di quelle “forze oscure” dello Stato che lavoravano per “altri interessi”.

Nino ed Emanuele, così, sono stati per questo oggetto della peggiore infamia possibile (e più comune in questi casi): la delegittimazione, l’isolamento e il discredito!

In un primo momento, allora, sono stati addirittura sospettati di aver partecipato alla preparazione dell’attentato dell’Addaura (ossia, di essere “talpe” dello Stato in mano a Cosa nostra!).

Dopo la loro morte (ad opera certamente della Mafia, non sappiamo se su ordine di uomini di Cosa nostra o dello stesso Stato), invece, si è tentato di mettere a tacere la loro memoria depistando le indagini sui loro omicidi spacciandoli per fantomatici e improponibili “delitti passionali”!

Questa è la nuova verità che sta lentamente emergendo grazie allo straordinario lavoro di altri uomini dello Stato come i pm di Palermo Antonio Ingroia ed Erminio Amenio, che hanno riaperto le indagini sull’attentato dell’Addaura col supporto di nuove dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Adesso, dunque, è venuto il momento che si faccia finalmente piena luce sulla vicenda!

Al sacrificio di Antonio ed Emanuele il nostro Paese deve “enorme riconoscenza”.

Ciò non per far mero sfoggio di “retorica”, bensì perché è loro merito quello di aver salvato la vita al giudice Falcone nell’89, consentendogli di proseguire ancora per qualche anno la propria preziosa attività antimafia.

Agostino e Piazza non sono degli eroi (e come tale, sono sicuri, non vorrebbero essere ricordati): sono soltanto un esempio di uomini dello Stato che hanno compiuto fino in fondo il proprio dovere, di uomini “di” e “con” valori!

Sul punto, invito a visionare:

*l’interessantissimo video-inchiesta realizzato da “la Repubblica” su: http://tv.repubblica.it/le-inchieste/la-verita-sull-attentato-a-falcone/46713?video

*e il sito costruito dal padre di Emanuele, Giustino Piazza, su: http://www.emanuelepiazza.it

PEPPINO NON E’ SOLO, PEPPINO NON E’ UNO!

In questi giorni, contestualmente, a Cinisi si riunisce il “Forum Sociale Antimafia” per ricordare:

*l’impegno antimafia di un altro giovane, Peppino Impastato

*e la lunga lotta per la verità della madre, Felicia Bartolotta.

Anche Peppino Impastato è stato assassinato dalla mafia, il 9 maggio del 1978, per ordine del boss Tano Badalamenti.

Anche intorno all’assassinio di Peppino, inoltre, non sono mancati i depistaggi e le collusioni Stato-Mafia:

*le forze dell’ordine, in un primo momento, hanno tentato di far passare l’omicidio per un suicidio o, addirittura, per un tentativo di attentato terroristico dalla stessa vittima orchestrato ma andato a male;

*e si sono dovuti attendere molti anni prima che le sentenze della Magistratura riconoscessero in Badalamenti il mandante del delitto.

Di Peppino Impastato, però, ce ne sono ancora tanti nel nostro Paese, spesso ignoti!

Di genitori come Felicia Impastato che da anni chiedono semplicemente verità e giustizia alle Istituzioni per i propri figli morti “ammazzati” apparentemente “senza un perché” ce ne sono ancora troppi!

Per questo il mio invito è quello di non perdere questa l’occasione di questa celebrazione (che si terrà a Cinisi dal 6 al 9 maggio):

*per ricordare tutti gli altri Peppino Impastato (noti e ignoti) che la storia siciliana ci ha lasciato;

*e per mostrare solidarietà e vicinanza ai familiari di Nino Agostino ed Emanuele Piazza (cosa che, credo, faccia più di ogni altra onore alla memoria di Felicia Impastato…).

Gaspare Serra
(Studente di Giurisprudenza – Palermo)

Blog “Spazio Libero”: http://spaziolibero.blogattivo.com Gruppi facebook “Insieme contro la Mafia”:
– (gruppo I) http://www.facebook.com/group.php?gid=60243290129&ref=mf
– (gruppo II) http://www.facebook.com/group.php?gid=116611518368796