Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

Inoltrato in e-mail il 21 Luglio 2020 dc:

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

MANO NELLA MANO, I DUE PRESIDENTI HANNO VOLUTO METTERE UNA PIETRA su vecchie beghe che, periodicamente, turbano i rapporti tra comunità italiana e comunità slovena, in una zona di confine, nevralgica per gli scambi di merci e lavoratori.

Recentemente, le beghe le aveva riaccese l’ex presidente Giorgio Napolitano quando, nel Giorno del ricordo [il 9 febbraio 2012], enfatizzò il vittimismo italiano, colpevolizzando, implicitamente, gli slavi (sloveni e croati), nei massacri delle foibe.

Il 13 luglio, il presidente italiano Mattarella e il presidente sloveno Pahor sono ricorsi al furbo espediente di far ricadere la colpa sui passasti regimi: il fascismo italiano e il titismo (comunismo) iugoslavo (di cui la Slovenia era parte integrante).

L’occasione è stata offerta dal centenario dell’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo della comunità slovena, per opera dei fascisti, senza dire che le squadracce nere erano protette da soldati, carabinieri e guardie regie, con il consenso del governo liberale di Giolitti.

Contestualmente, sono stati riabilitati come antifascisti – e non più come TERRORISTI –: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič, condannati a morte dal Tribunale Speciale e fucilati il 6 settembre 1930.

In realtà. i quattro fucilati erano militanti del TIGR (acronimo di: Trieste, Istria, Gorizia, Rivoluzione, o altre variazioni sul tema. Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/TIGR), orga- nizzazione irredentista sloveno-croata. Che fossero del TIGR non è un mistero, è detto chiaramente nel titolo di un recente articolo: PIERO TALANDINI, «I fucilati del Tigr riabilitati». Pahor accende la polemica, «Il Piccolo», 2 luglio 2020, p. 20.

I quattro patrioti sloveni furono fucilati a Basovizza dove, appunto, davanti alla foiba si è consumato il clou della sceneggiata italo-slovena. Con la moltiplicazione dei cadaveri infoibati, come fece Nostro Signore Gesù Cristo, con i pani e i pesci!

«Dopo i 400 infoibati quotati nel 1945 dal CLN giuliano, scesi a una decina in base alle esplorazioni effettuate dagli angloamericani, dopo le centinaia quotate dal vicesindaco di Trieste Paolo Polidori [leghista, ndr] nel 2017, la visita del presidente della Slovenia Borut Pahor al monumento alla presunta “foiba” di Basovizza hanno fatto schizzare le quotazioni a duemila infoibati secondo il “Corriere della Sera”» [vedi: https://www.facebook.com/pages/category/Journalist/Claudia-Cernigoi-154067661976583/].

A parte i pacchiani incidenti di percorso, l’espediente furbetto mostra la corda a partire dal suo stesso presupposto, che vorrebbe spalmare le responsabilità su entrambe le comunità/nazionalità. Nascondendo, maldestramente, l’esclusivo ruolo vessatorio che ebbe il nazionalismo italiano. Fin dall’inizio della Grande Guerra (dicembre 1915), quando il governo Salandra decise di deportare le popolazioni delle terre «redente», ovvero i giuliani.

Furono deportate migliaia di famiglie. Come documenta l’intervento parlamentare del deputato comunista Giuseppe Tuntar, pronunciato il 21 luglio 1921, e pubblicato col titolo: Il Martirio del Proletariato nella Venezia Giulia [Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia, 1921, disponibile in rete: https://www.international-communist-party.org/comunism/Comuni70.htm#Archivio].

In quel clima di esasperato sciovinismo i fascisti inaugurarono la turpe consuetudine di infoibare gli avversari, soprattutto se slavi. E quelli che reagivano finivano davanti ai plotoni di esecuzione italiani: su 31 condanne a morte, 26 colpirono patrioti sloveni e croati.

Sulla tribolata storia delle foibe, ho pubblicato l’opuscolo: Nella linea di faglia tra Est e Ovest. Venezia Giulia, Istria e Dalmazia: alle radici della violenza nazionalista [Milano, 2012].

Dino Erba, Milano, 14 luglio 2020.

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.