Forti interessi, poche idee

da il Manifesto del 19 Agosto 2014 dc:

Forti interessi, poche idee

di Giorgio Lunghini

«In Italia il 5% dei contribuenti ricchi concentra il 22,7% del reddito.
Perché abbassare salari e tagliare pensioni non ha prodotto (né produrrà) ripresa della nostra disastrata economia».

Illustrazione ineccepibile di un economista che pensa e spiega.
Torna l’idea di promuovere la crescita tagliando i salari e le pensioni “d’oro”.
Tagliando i salari e liberalizzando il mercato del lavoro– si dice – aumenterebbe la domanda di lavoro, dunque l’occupazione, dunque il prodotto.
È ancora la ricetta della Treasury View del ’29, che viene argomentata nel modo seguente.

Le imprese assumeranno nuovi lavoratori se e soltanto se il salario non è maggiore della produttività del lavoro.
Dal punto di vista della singola impresa ciò è ragionevole: la singola impresa contabilizza il salario soltanto come un costo, e se c’è disoccupazione, è perché il salario è troppo alto rispetto alla produttività del lavoro.

Segue: se non ci fossero impedimenti giuridici o sindacali, cioè se il mercato del lavoro fosse flessibile come il mercato del pesce, sul mercato del lavoro si stabilirebbe un livello di equilibrio del salario, tale che non ci sarebbe disoccupazione involontaria.

Risulterebbero non occupati soltanto quei lavoratori che pretendono un salario più alto della loro produttività, le imprese produrrebbero tutto quanto sono in grado di produrre, e tutto quanto venderebbero, poiché tutta la moneta disponibile verrebbe impiegata per comperare merci e giammai trattenuta in forma liquida o a fini speculativi.

L’argomentazione sembra convincente, e lo è tanto che ha ispirato e ispira tutte le cosiddette riforme “strutturali” del mercato del lavoro.

Però è una tesi che non regge, a meno che non si dia per scontato che tutte le merci prodotte possano essere vendute, che conti soltanto l’offerta e non anche la domanda.

La domanda aggregata di merci è costituita dalla domanda per consumi, dalla domanda per investimenti, e dalla domanda estera.

La domanda per consumi, a sua volta, è costituita dalla domanda di quanti hanno un reddito da lavoro e dalla domanda di beni di lusso da parte di quanti vivono di rendita o di profitti.

In una situazione di disoccupazione e di bassi salari, aumenta la quota — sul prodotto sociale — delle rendite e dei profitti.
Si può pensare che i maggiori consumi di lusso bastino a compensare i minori consumi dei lavoratori?

Ovviamente no.

Si può tuttavia pensare che gli alti profitti indurranno le imprese a aumentare la produzione di beni di consumo, dunque l’offerta, dunque l’occupazione?
No, perché le loro aspettative di vendita di beni di consumo saranno pessimistiche e liquideranno le scorte.
Compenseranno forse la minor domanda per consumi con loro nuovi investimenti?
No: perché mai aumentare la capacità produttiva, se le prospettive
di vendita sono pessimistiche?
Dunque l’unico effetto di bassi salari saranno alte rendite e alti profitti, e l’impiego di questi e di quelle nella speculazione finanziaria.

Speculazione finanziaria che nel migliore dei casi è un gioco a somma zero, in cui Tizio guadagna e Caio perde – ma talvolta, come oggi, un gioco in cui perde anche Sempronio.

Resta la terza componente della domanda aggregata, le esportazioni.
La capacità di esportare dipende forse da un basso prezzo delle merci offerte sul mercato internazionale?

Per un lungo periodo così è stato, per le imprese italiane: fino a quando hanno potuto godere di svalutazioni competitive, ma su cui non potranno più contare, nemmeno se l’Unione europea e dunque l’euro si sgretolassero.

La capacità di esportare dipende anche dal costo del lavoro, ma sopratutto dal contenuto tecnologico delle merci prodotte.

Quanti prodotti a alto contenuto tecnologico abbiamo in casa, di produzione nazionale delle imprese nazionali?

Circa il taglio delle pensioni “d’oro”, giustificato soltanto con una lamentosa mozione degli affetti, con l’invocazione alla “solidarietà intergenerazionale”, va detto che esso ha la natura di una imposta di scopo e che dunque nel nostro ordinamento è inammissibile; e va ricordato che la Corte Costituzionale si è già pronunciata,  giudicando tale prelievo in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione, rispettivamente sul principio di uguaglianza e sul sistema tributario:
«L’intervento riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito, attraverso una irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi».

Quanto alla “solidarietà intergenerazionale”, come avevano spiegato Keynes e Solow (che non sono i gufi di Matteo Renzi e di Giuseppe Giusti: «Gufi dottissimi che predicate e al vostro simile nulla insegnate», ma due grandi economisti) è molto difficile decidere se sia corretto e ragionevole chiamare la generazione vivente a restringere il suo consumo in modo da stabilire, nel corso del tempo, uno stato di benessere per le generazioni future, e d’altra parte coloro che ritengono prioritario non infliggere povertà al futuro dovrebbero spiegare perché non attribuiscono analoga priorità alla riduzione della povertà oggi.

Resta, naturalmente, la grave questione del bilancio pubblico.

Sotto i vincoli oggi imposti dall’Unione Europea, diventa cruciale la revisione della spesa – sopratutto della composizione della spesa: non va ridimensionato — come sinora si è fatto — ma va accresciuto il peso delle voci di spesa più idonee a alimentare la domanda, e vanno salvaguardate sanità, istruzione e pensioni.

Al tempo stesso, è il peso delle uscite che in minor misura influenzano la domanda a doversi ridurre, nella misura necessaria a raggiungere il pareggio e a fare spazio nel bilancio alle spese da espandere e alla pressione tributaria da limare.

Con una simile, articolata manovra di finanza pubblica, la domanda globale, anziché contrarsi, riceverebbe sostegno.

Della revisione della spesa, tuttavia, molto si parla ma nulla si fa o si fa poco e male.

Oltre alla revisione della spesa, si deve pensare a una revisione delle entrate: in primo luogo al contrasto all’evasione, e anche qui molto si parla ma nulla si fa o si fa poco e male.

E si deve pensare a una revisione delle aliquote dell’Irpef, secondo il dettato della Costituzione al già citato articolo 53:
«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Tuttavia l’aliquota marginale massima dell’Irpef è oggi pari al 43% per i redditi oltre i 75.000 euro, mentre è noto a tutti che molti e di molto sono i redditi più elevati: il 5% dei contribuenti più ricchi concentra il 22,7% del reddito complessivo.

Si potrebbero dunque ridurre le aliquote per i redditi più bassi e aumentarle per i redditi più elevati, per ovvie ragioni di giustizia sociale e perché così aumenterebbe la spesa per consumi, e molto di più di quanto non siano aumentati con la beneficenza degli 80 euro.

Di ciò, tuttavia, non si parla affatto.

Perché di tutto ciò non si parla e semmai si fa poco e male?

L’unica risposta plausibile è che a ciò si oppongono interessi costituiti che non si vogliono o non si sanno contrastare.

Scriveva Keynes, nel 1936: «Il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee», qui però si sbagliava.

Quando gli schiavi si ribellano e la loro rabbia spaventa la borghesia

Gennaio 2010 dc:

Quando gli schiavi si ribellano e la loro rabbia spaventa la borghesia

La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.

Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.

La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell’ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe.

Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.

Per comprendere tali  fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.

In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.

Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.

Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.

Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.

Lucio Garofalo