La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

su Hic Rhodus  il 5 Settembre 2016 dc:

La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

di Bezzicante

Ogni volta che cerco di approfondire concetti religiosi, cercando lumi ovviamente in accreditati siti cattolici, ne esco più confuso di prima, era già successo indagando il significato di ‘preghiera’ e ora sono d’accapo con ‘santità’.

Segno che io sono refrattario a capire questi concetti, oppure che questi concetti sono refrattari all’essere indagati. Comunque, leggendo qua e là, rilevo che la santità è

  • assomigliare a Gesù Cristo in tutto: pensieri, sentimenti, parole e azioni. L’essenza della santità è la carità (amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stessi), che modella tutte le virtù: umiltà, giustizia, laboriosità, castità, obbedienza, allegria… E’ una meta cui sono chiamati tutti i battezzati e che si raggiunge solo in Cielo, dopo “aver combattuto la buona battaglia”, per tutta la vita con l’aiuto di Dio (Opus Dei);
  • La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti (Araldi del Vangelo);
  • “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40]. Tutti sono chiamati alla santità: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48) (Catechismo della Chiesa Cattolica).

Letto così, e capito come posso, la santità cristiana non sembra opera di eroi straordinari ma di umili servitori di una vita giusta all’insegna della carità, che per i cristiani è un altissimo e nobile sentimento (di più: è una virtù teologale) che riguarda l’amare

Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1822).

Poiché come idea astratta mi pare chiara, ma cosa significhi in pratica lo è molto meno, volgo il mio interesse alla logica domanda successiva: “chi sono i santi?” Per non fare un discorso troppo lungo mi affido alle parole di Papa Francesco:

“I santi non sono super uomini”. Papa Francesco lo ha ricordato prima della recita dell’Angelus dalla finestra del Palazzo Apostolico vaticano, proprio nella ricorrenza della festa di Ognissanti. “I santi non sono nati perfetti – ha sottolineato il Papa – sono come noi, come ognuno di noi, persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze”. La differenza con il resto dell’umanità consiste nel fatto che “quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni o ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità, senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace”. Proprio in tal senso, ha osservato Jorge Mario Bergoglio, “i santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”. Quindi, il Papa ha esortato che “essere santi non è un privilegio di pochi ma è una vocazione per tutti” (fonte: Avvenire.it).

Sono sicuro che per cattolici di fede sincera tutto questo non ha bisogno di molte altre spiegazioni perché sentono, capiscono col cuore, là dove un laicaccio come me, che utilizza principalmente la ragione, non può arrivare. Mi potrebbe andare anche bene così ma allora non capisco perché la Chiesa si affanni a proporre, anziché modelli di umiltà e carità normali (e credo ce ne siano non pochi per il mondo), figure tendenzialmente soprannaturali, eroiche, inimitabili. E a volte anche discutibili.

Nella realtà i santi sono persone in qualche modo straordinarie; se non altro perché riescono a far guarire miracolosamente qualche caso disperato. Ecco, questa è una delle cose più difficili da mandar giù: i santi sono praticamente tutti i battezzati che praticano una vita caritatevole, ma per considerarli Santi (notate la maiuscola) devono essere artefici di miracoli che, di regola, non riguardano il tramutare l’acqua in vino o il resuscitare i morti ma il guarire “inspiegabilmente” un malato grave (QUI un articolo che spiega come diventar santi, nel caso vogliate provarci). Vi invito a fare due chiacchiere col vostro medico di base: vi racconterà decide di guarigioni (e di morti) incomprensibili, dove l’incomprensibilità riguarda i limiti della pratica medica (che non è una scienza), i limiti della reale conoscenza delle condizioni dei pazienti, il contesto e mille fattori intervenienti in gran parte ignoti. Ogni giorno un sacco di persone muore per cause sconosciute e qualche altro po’ guarisce quando ormai lo si dava per spacciato.

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Ma al di là di questo aspetto che fa parte del folklore cattolico, quello che dovrebbe far riflettere di più ancora è l’eventuale eccezionalità della vita del santo.

Prendiamo Giovanni Paolo II, proclamato santo a furor di popolo (anzi: di papa boy) quando era ancora nel letto d’agonia: ah, indubbiamente è stato un gigante a livello storico! Papa in un momento molto particolare è stato interlocutore di rilievo dei Grandi della Terra, abile comunicatore, elemento di rottura dopo secoli di grigia curia romana. Ma basta questo per dire che è un Santo? O è diventato tale per accontentare un chiassoso popolo di fedeli? Le critiche all’operato terreno di Wojtyla non mancano (QUI quelle di Odifreddi, noto ateo blasfemo e quindi probabilmente poco attendibile per diversi lettori) e per esempio, a confronto con l’attuale azione di Papa Francesco, quella di Giovanni Paolo II è stata certamente una vita pirotecnica ma forse non proprio santissima. Critiche assai maggiori e ben circostanziate a Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa il 4 Settembre. La sua vita è, per alcuni critici, molto più densa di zone buie di quanto una Santa potrebbe permettersi, e vi invito a leggere quanto scrive l’indiana Krithika Varaur oppure Adam Taylor sul Washington Post, che non sono Odifreddi ma, semplicemente, testimonianze terze.

Queste proclamazioni di santi, insomma, sono a mio avviso una grande operazione di marketing: seguono l’umore della folla devota (e spesso devozionista) per blandirla, scovano santi in paesi dove occorre far presa e radunare le fila dei credenti. Creano identità ispirando un certo modello di cristianità. Molte ragioni inducono a più di una perplessità ed è utile, a questo punto, capire le ragioni per le quali i protestanti rifiutano questa idea di santità. Poiché il testo è breve vi riproduco le quattro ragioni spiegate dal teologo valdese Paolo Ricca (fonte):

La chiesa non sa

“Ogni volta che le Chiesa canonizza una persona – qualunque essa sia – si arroga un diritto che non ha, svolge un compito che non le compete perché appartiene a Dio soltanto”, ha affermato Ricca. “La Chiesa non è padrona del cielo: può legiferare sulla terra, ma non in cielo”. Anche perché, ha precisato il teologo: “Il Regno è di Dio, non della Chiesa. Per di più Gesù ci ha avvertito che nel Regno ci saranno delle sorprese: “Molti primi saranno ultimi, e molti ultimi primi” (Matteo 19,30), cioè molti nostri giudizi saranno capovolti da Dio”.

Solo Dio conosce

La seconda ragione dell’avversione protestante per ogni tipo e rito di beatificazione, ha proseguito Ricca, “è che nessuno conosce il cuore dell’uomo, tranne Dio, e per questo Dio solo può giudicare le persone, sia i buoni che i malvagi. Noi giudichiamo in base a ciò che vediamo, Dio giudica in base a ciò che non si vede: il cuore non si vede”. Questo vuol dire che i santi non ci sono? No, sostiene Ricca, ci sono, “ma sono nascosti agli occhi degli uomini che, a differenza di Dio, non possono vedere il cuore”. E dunque, in una prospettiva evangelica, la verità è che “non sappiamo chi siamo e tanto meno lo sanno altri, compresi i tribunali incaricati di vagliare le cause di beatificazione. Solo Dio ci conosce – lui che in Cristo si è fatto nostro affinché potessimo diventare suoi”.

Cristo e i santi

Ma per il teologo valdese esiste anche un terzo motivo di avversione: “tutti questi santi e beati popolano non solo il cielo, ma anche l’anima dei fedeli togliendo spazio a Cristo e alla centralità che gli è dovuta”. Ricca ricorda che il Concilio di Trento ha stabilito “che i santi possono e devono essere “invocati”, ricorrendo “alle loro preghiere, al loro potere e aiuto per ottenere benefici da Dio”, mentre sono “dichiarati empi coloro che negano il dovere di invocare i santi”, cioè i protestanti”. Che dire di tutto ciò? “Qualunque sia il tipo di culto reso ai santi”, osserva il teologo, “la centralità di Cristo ne risulta menomata. È vero che egli non è dimenticato né ignorato e che in qualche modo è tenuto presente, ma non è in primo piano, e questo contraddice la natura stessa della fede cristiana”.

Comunione dei santi

Un ulteriore motivo dell’avversione protestante alle beatificazioni, citato da Paolo Ricca, è che il “culto dei santi” diffonde un’idea di “santità” fuorviante rispetto a quella del Nuovo Testamento dove sono “santi” tutti i credenti e “santo” è sinonimo di cristiano. I santi, cioè, non sono una categoria speciale, diversa dai semplici credenti. La Chiesa è tutta quanta “un sacerdozio santo”, “una gente santa” (I Pietro 2,5.9). E quando il Credo apostolico parla di “comunione dei santi”, intende appunto la Chiesa come comunione dei credenti, vivi e defunti. Ma una cosa è la “comunione dei santi”, un’altra completamente diversa è il “culto dei santi”. “Quello che la Scrittura autorizza e raccomanda è di seguire l’esempio dei testimoni di Cristo che ci hanno preceduto: “Imitate la loro fede” (Ebrei 13,7)”, conclude Ricca. “Quello che invece la Scrittura non autorizza in alcun modo, né esplicito né implicito, è il loro culto”.

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La non storia che diventa storia

La non storia che diventa storia

di Luca Immordino

Questa breve trattazione della figura di Luigi IX prende per base esclusivamente l’opera di Le Goff intitolata San Luigi, quindi sono oggetto della presente solo i fatti che l’autore descrive e così come li descrive (lui è decisamente a favore della Chiesa): non si entra nel merito dell’analisi storica di quel dato periodo e di quel dato personaggio, ma si vuol mettere in risalto che certe modalità di far storia, e quindi di tramandare i fatti, non solo non rispecchiano la verità ma anche formano una cultura artificiale che viene utilizzata in funzione strumentalizzante ancor oggi.

San Luigi è solo un pretesto per mettere in luce le costruzioni e le legittimazioni di un potere arbitrario e dogmatico, qual è quello religioso.

Le Goff compie una confusione nella sua ricerca storica tra la ricostruzione del personaggio di Luigi IX, re di Francia, e la sua santità. Una cosa è l’analisi dei fatti, un’altra è la legittimazione dei miracoli avvalorati da elementi non oggettivi, pregiudizi e credenze.

La condizione che permise la santificazione di Luigi IX consistette essenzialmente nel riconoscimento dei miracoli (ben sessantacinque). Le testimonianze dei presunti miracoli sono selezionate senza alcun criterio di verità storica ma prendendo per buone, scevre da ogni critica, presunti fatti miracolosi, considerando verità assolute le dichiarazioni dei vari testimoni appositamente scelti, senza verificarne la fondatezza.

Ecco due esempi tra i miracoli riportati nel testo di Le Goff: “Un cistercense di Chaalis guarisce di un dolore che dalla testa gli si irradiava sino alle reni, indossando un mantello donato da da san Luigi all’abbazia (miracolo XII); le tre cantine parigine inondate sono miracolosamente prosciugate perché, dopo che è stato fatto il segno della croce, è immerso nell’acqua un cappello adorno di piume di pavone che san Luigi aveva portato e aveva poi regalato a uno dei suoi scudieri, di cui la proprietaria delle cantine era vedova (miracolo XLVI)” pagina 715, Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

Anche se al termine della sua opera San Luigi l’autore aggiunge che “furono le virtù ancor più che i miracoli a fare di Luigi IX un santo”, le virtù erano sempre quelle considerate tali dalla mentalità dominante del tempo. Ecco alcune testimonianze delle sue virtù: non ridere il venerdì, non mangiare molto e cibi non di suo gusto, digiunare, astensione dai rapporti sessuali, rispettare le feste religiose, esercitare l’esperienza della crociata come penitenza e pellegrinaggio, punire i bestemmiatori, costringere i marinai della crociata a pregare forzatamente.

Oggi come nel passato vi sono situazioni nelle quali si deve apparire ufficialmente in determinati modi e seguendo certi comportamenti: queste circostanze dettate dall’opportunità sono evidenti in San Luigi, così come il caso della lavanda dei piedi. In occasione dell’incontro con i magnates i suoi consiglieri gli suggerirono di non procedervi, perché ciò sarebbe stato lesivo dell’autorità regale mentre, nel senso diametralmente opposto, in certe circostanze e rappresentazioni, soprattutto quelle legate alla santificazione, si mettono in risalto determinati comportamenti considerati pii o giusti. Mostrare il sovrano intento a ripetere la lavanda dei piedi per associarlo al Cristo rafforzava la sua figura in prospettiva delle alleanze col clero e col papato.

La ricostruzione del personaggio è compiuta da Le Goff su testimonianze per lo più rese da uomini di chiesa. La testimonianza scritta della vita di san Luigi dell’unico laico (che era siniscalco del re e fervido credente) era quella di Joinville. In merito alla bontà delle dichiarazioni tutte quelle testimonianze non sono state analizzate astraendosi dalla mentalità di quel tempo e dai condizionamenti di un potere feroce e monarchico: è chiaro che in un’epoca dove per un nonnulla si poteva essere torturati e uccisi, i più erano molto cauti nell’esternare le proprie opinioni su un potente.

Infatti la religione era intesa con i canoni di quel periodo: la natura della monarchia francese era dinastica e per concessione di dio (il re era incoronato tramite la cerimonia della consacrazione ed era ritenuto il tramite tra dio e i suoi sudditi), le paure medioevali erano intrise di superstizioni, come i mongoli rappresentati come le creature descritte nell’apocalisse biblica che, con i loro massacri e le rovine lasciate dopo il loro passaggio, annunciavano la fine del mondo, o le reliquie, la cui perdita poteva decretare la disgrazia di un regno o il cui possesso, viceversa, poteva portare prosperità. Luigi IX comprò importanti reliquie facendole custodire in lussuosi edifici ed esponendole e venerandole per invocare benefici divini, come la corona di spine di Cristo, il chiodo della passione con il quale era stato crocifisso Gesù, eccetera.

Da questo breve scritto gran parte dei lettori ne deducono che certe descrizioni di gesta virtuose erano esagerazioni del passato, che magari Luigi IX non era tutto questo stinco di santo e così via. Il problema è che tutt’oggi Luigi IX è considerato un santo ed in quanto tale venerato. Quindi le discutibili decisioni prese nel XIII secolo dal potere ecclesiastico sono valide ancor oggi, nonostante siano cambiati i canoni di valutazione, non solo dello stesso potere religioso, ma anche dei credenti.

Ciò che preme sottolineare in questo articolo non è il fornire un giudizio su questo presunto santo, ma evidenziare il fatto che la trasmissione culturale, imposta da una piccola ma potente fetta della società, viene utilizzata tutt’ora ed è legittimata a riconoscere certe figure storiche e non storiche come assolutamente positive in quanto sacre, e quindi presunte assolutamente buone.

La Chiesa muta al cambiare della società adeguando anche le sue idee, ma rimane fissa sui vecchi retaggi: per questo ancora oggi Luigi IX è considerato un santo e la Chiesa ancora non ha abolito tale suo status.

La Chiesa cambia idea a seconda dei periodi storici. I canoni del 1200 sono diversi da quelli odierni ed in gran parte condannati e condannabili nelle nostre società. Il papa era un monarca assoluto e si scagliava contro coloro che avevano una concezione diversa da quella che si voleva far passare per ufficiale: il risultato fu l’uccisione e la tortura legalizzata con l’istituzione dell’Inquisizione (1) e delle crociate. San Luigi fu il primo sovrano francese ad eseguire le condanne di tali tribunali religiosi, dopo che nel 1233 il papa Gregorio IX introdusse l’Inquisizione, e condurre la fase decisiva della crociata per reprimere gli Albigesi additati dal papa come eretici.

Quello che nel medioevo era considerato normale, degno di apprezzamento ed un valore oggi sarebbe condannato, ma a quei tempi era giusto e legittimo. Persone che potevano essere molto buone o avere interpretazioni migliori relative alla dottrina venivano considerate eretiche e sottoposte al metodo inquisitorio. Il risultato finale è che sono passate alla storia solo le persone che la Chiesa ha santificato, come San Luigi, e magari tante altre buone persone sono state descritte e tacciate come immorali e cattive. Spesso non vi sono le contro testimonianze di gente che parlava di questi personaggi considerati santi, non vi sono racconti diversi con eventi diversi, ma solo i racconti selezionati dalla Chiesa e tramandati nei secoli.

Sarebbe più giusto ora cancellare certe persone dai santi del calendario. La serena analisi delle vicissitudini storiche ha insegnato che la religione ha trasmesso la memoria dei personaggi che voleva tramandare e nel modo che voleva tramandare, chi era contro era considerato eretico e ucciso o condannato all’oblio.

(1) “Per estirpare i residui – assai vivaci – dell’eresia la Chiesa inventò allora un tribunale eccezionale, l’Inquisizione, introducendovi un nuovo e perverso tipo di procedimento, detto appunto inquisitorio. Esso è aperto da un giudice allertato da una denuncia, dalla voce pubblica o dalla scoperta di un elemento materiale che rivela l’esistenza di un crimine o di un delitto … Il procedimento inquisitorio … tende a ottenere la confessione del colpevole, prova considerata la più obiettiva e irrefutabile … il provvedimento inquisitorio praticato dall’inquisizione è segreto, si svolge senza testimoni e senza avvocati che intervengono in difesa dell’imputato, il quale, se vi è denuncia, ignora il nome dei suoi accusatori. La volontà di molti inquisitori di costringere alla confessione gli imputati di eresia, sospettati di essere dei dissimulatori e dei bugiardi, spinge all’uso della tortura, che tende a generalizzarsi nel corso del XIII secolo. Quando il tribunale dell’Inquisizione pronuncia, come avviene di frequente, una condanna grave (il carcere a vita o la morte sul rogo), la Chiesa, che vuole aver l’area di conservare le mani pulite, affida al potere laico il compito di eseguire la sentenza.” Pagine 29-30 Jacques Le Goff San Luigi, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.

Candele obbligatorie per il santo…altrimenti multa!

Candele obbligatorie per il santo…altrimenti multa!

Sul Corriere della sera di ieri si leggeva una sconcertante notizia a firma di Marco Gasperetti. A Pisa oggi si festeggerebbe il santo della versione locale della Menzogna Globale, ovvero (San)Ranieri, amatissimo patrono (a detta del giornalista). Sui palazzi dei lungarni si mettono sempre migliaia di lumini: e fin qui ci sarebbe solo da commentare tale abitudine. L’autore di questo articolo, del resto, scrive “santo” e “San” tra parentesi proprio perché come ateo e laico non riconosce nemmeno il concetto di “santità”, quindi si può ben immaginare cosa può pensare di una festa patronale.

Il punto, però, non è questo.

Un’ordinanza firmata dal sindaco Marco Filippeschi (Pd)…impone dall’alto ai cittadini lumini e «biancherie», le sagome di legno bianco con i cerchi di fil di fer­ro nelle quali sono collocati i picco­li ceri. Chi sgarra dovrà pagare una sanzione dai 200 ai 500 euro. Non solo, dal prossimo anno i pi­sani dovranno fornirsi di ceri e «biancherie» a spese proprie. In ca­so contrario: multa.

E così siamo arrivati finalmente al ripristino della religione di Stato e del culto obbligatorio, non contemplati nemmeno dallo scellerato Concordato. Alla faccia del presunto Stato laico, della Costituzione e di ogni comune buon senso.

Ancora più incredibili le motivazioni: l’asses­sore alle Manifestazioni storiche, Federico Eligi, spiega che si sarebbe applicato l’arti­colo che prevede interventi in caso di degrado urbano. Che faccia tosta! I lumini spenti nei palazzi dei lungarni per san Ranieri, secondo questo bel campione,  sono una vera e propria offesa all’estetica della città. In più, c’è anche un problema sicurezza. Il 16 notte in questa parte di Pisa si spegne completamente l’illumina­zione pubblica e a rischiarare le stra­de sono solo i ceri.

Ora i pisani devono anche ringraziare perché l’amministrazione comunale si preoccupa della loro sicurezza!

Tra le varie reazioni, per ragioni diverse, se ne distinguono due:  Alfonso Maurizio Iacono, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo pisano dice che è un’ordinanza sbagliata. Non si può imporre a qualcuno di festeggiare un santo con un lumino. E non si può negare a nessuno la libertà di non partecipare a una festa. Poi c’è anche di mezzo la religione. Chi non vuole festeggiare un santo, in questo caso san Ranieri, non può es­sere obbligato oltretutto con un’or­dinanza. Un provvedimento che avrebbe inorridito Hume e Voltai­re.

Ma il filosofo Remo Bodei, docente all’Università della California di Los Angeles, e già conosciuto per certe sue posizioni e per il conciliante libro I senza dio, non si scandalizza più di tanto: del resto lui i lumini li ha sempre accesi (manco a dirlo!). San Ranieri non è più una festa reli­giosa, ma laica, è la festa della città e una brutta ‘Luminara’ non è deco­rosa. Credo che l’ordinanza servirà a farla ancora più bella. E allo stesso tempo sono convinto che non ci sa­rà neppure una multa.

Costui evidentemente non ha dimestichezza con i principi e con la coerenza. Anche se fosse vero, come lui sostiene, che questa disposizione è una grida manzoniana, ovvero un editto che nessuno rispetterà e farà rispettare, resta pur sempre vero che queste anacronistiche disposizioni non sono solo ridicole, ma pericolose: per la logica, il buon senso, l’eguaglianza tra tutti i cittadini, la convivenza civile, la (presunta) laicità dello Stato.

Jàdawin di Atheia, su www.jadawin.info e su www.resistenzalaica.it