1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

Dal sito http://www.italynews.it/ 9 dicembre 2010 dc:

1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

di Riccardo Cacelli

– Nel 2011 l’Unità d’Italia festeggia i suoi primi 150 anni.
La storia del risorgimento italiano, i suoi protagonisti, gli ideali di unità, di patria che hanno riscaldato i cuori di tanti italiani è un momento che deve essere sempre ricordato, non solo nelle grandi ricorrenze, ma anche nelle ricorreze minori.

E’ uscito nelle librerie un libro che spiega il Risorgimento e non solo quello. Si tratta di “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia”, scritto da Giovanni Fasanella ed Antonella Grippo, che illustra nei minimi dettagli il Risorgimento non conosciuto e forse quello vero e reale. Gli intrallazzi tra potenze europee e politici italiani. Ma spiega anche un’altra cosa: la questione meridionale.

I libri di storia che ci fanno studiare a scuola descrivono il periodo post 1861 come il periodo dei briganti senza approfondire l’argomento che porterebbe ad indignarsi su come il Regno di Sardegna ovvero il Regno d’Italia risolvette il problema meridionale.
Tanto che oggi non è ancora stato risolto.
Ecco i fatti.

Nel marzo 1861 il ministro dell’Interno, Marco Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo.
Di fatto però il progetto Minghetti non superò l’esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato “temporaneamente” dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo. In realtà, le istanze dei Federalisti – che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali – vennero completamente abbandonate e l’applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d’Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocerà nel corso forzoso della lira (1866). Il 6 giugno morì Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli infatti estese a tutta Italia l’ordinamento locale piemontese.

La politica del nuovo Regno d’Italia favorì la nascita di una disparità fra le due parti del Paese, assente prima dell’Unità. Si cita ad esempio la tassa sull’emigrazione verso le Americhe, che colpiva gli emigranti meridionali che sceglievano quella come principale destinazione. Gli introiti di questa tassa venivano poi usati per finanziare l’emigrazione verso l’Europa: quattro quinti delle persone che emigravano in Europa erano del Nord.

Nell’agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio.
Egli seppe rafforzare il partito sabaudo arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti.

In una seconda fase comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all’ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l’unità italiana dall’aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell’agosto 1861.

Nell’agosto 1863 venne emanata la “famigerata” legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni “ufficiali” del nuovo Regno d’Italia, dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono nell’ex Regno delle Due Sicilie:

8.964 fucilati,
10.604 feriti,
6.112 prigionieri,
64 sacerdoti uccisi,
22 frati uccisi,
60 ragazzi uccisi,
50 donne uccise,
13.529 arrestati,
918 case incendiate,
6 paesi dati a fuoco,
3.000 famiglie perquisite,
12 chiese saccheggiate,
1.428 comuni sollevati;
poiché ufficiali c’è da considerare che come tali queste cifre furono sicuramente sottostimate dal ministero della guerra, nonostante si riferissero ad un solo anno.

Credo che per risolvere oggi la questione meridionale dobbiamo partire da quei giorni.

Uno Stato che ripercorre la sua storia, che riconosce i suoi errori e le sue tragedie, è in grado di vedere e sperare nel futuro.
Ed è quello che auspico. Ma non credo che si farà niente per risolvere una volta per tutte la secolare questione meridionale.

Siamo certi che nel 1861 si sia realizzata l’unità d’Italia?

In e-mail il 2 Dicembre 2010 dc:

Siamo certi che nel 1861 si sia realizzata l’unità d’Italia?

Prima dell'unità d'Italia

Non voglio essere frainteso e tanto meno ho l’intenzione di modificare la storia, perché la storia rimane tale, casomai la si può interpretare in modi diversi, ma mai cambiare.

Perché dico ciò?  Per il fatto che per quanto attiene l’unità d’Italia ovvero l’affermazione del Risorgimento, ci sono diverse scuole di pensiero, principalmente in riferimento al processo politico istituzionale ed anche geografico della Nazione Italiana.

Ne voglio parlare non solo come italiano, ma anche come romagnolo, perché molti romagnoli sono stati fautori di quel processo di rinnovamento e progresso che ha portato all’unità della Nazione.

Se l’unità d’Italia corrisponde all’unità nazionale allora, la datazione convenzionale del 1861 non è esatta. E’ invece più verosimile la datazione al 1870 che equivale all’episodio di Porta Pia con l’annessione dei restanti territori della chiesa al Regno d’Italia.

Il 1861 segna la proclamazione del Regno d’Italia e non l’Unità, poiché a tal data e dopo l’impresa dei mille del 1860  (vedi cartina n.1)  non erano ancora annessi il Veneto (sotto la dominazione austriaca) ed il Lazio, compresa Roma (sotto lo Stato Pontificio).  Se due territori così importanti dell’Italia, ed addirittura la sua futura capitale, non erano ancora stati inclusi, di che tipo di unità si trattava, se non la sola affermazione del Regno d’Italia?

L'impresa dei MilleSe la risposta di Garibaldi al Re con il famoso“obbedisco”, se la morte dei fratelli Bandiera e se la terza guerra di indipendenza fanno parte del Risorgimento e se il Risorgimento ha portato all’unità d’Italia, allora la data più consona è il 1870.  Con l’armistizio di Cormons del 12 agosto 1866 ed il successivo plebiscito del 22 ottobre, veniva annesso il Veneto e parte del Friuli. Dopo questa data rimanevano ancora fuori dal Regno il Lazio, il Trentino – Alto Adige e la Venezia Giulia, la cui annessione era necessaria per completare il processo di unificazione. Dobbiamo attendere   il 20 settembre 1870  quando i Bersaglieri ed i Carabinieri entrarono a Roma dalla breccia di Porta Pia,  sancendosi poi con il plebiscito del 2 ottobre 1870 l’annessione di Roma al Regno d’Italia con la fine del potere temporale della chiesa sul territorio italiano (Cartina n. 2)

Si potrebbe quindi datare al settembre del 1870 l’Unità d’Italia, ma volendo essere ancor più precisi c’è da dire che il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia e l’Istria, entreranno a far parte del Regno d’Italia dopo la vittoria della Prima guerra mondiale (1918).

Se dovessi dare un parere proporrei le seguenti ricorrenze con o senza festività: 1861 proclamazione del regno d’Italia (che personalmente non festeggerei), 1870 Unità d’Italia (che personalmente festeggerei), 1918 consolidamento dell’Unità d’Italia (che sto ancora pensando se festeggerei o meno).

Perché fu scelta la data convenzionale del 1861? Stante i tempi, forse la data del 20 settembre 1870 sarebbe stata troppo indigesta per qualcuno e quindi, per non creare dissapori si è preferito il 1861.  Non me lo so spiegare in altro modo se non con un significato diplomatico più che storico.

Ugo Cortesi – Alfonsine (Dicembre 2010)

Il proletariato non ha patria

In e-mail il 17 Marzo 2011 dc:

Il proletariato non ha patria

di Lucio Garofalo

Da comunista internazionalista sono convinto che l’idea stessa di patria o nazione sia un anacronismo storico, come anacronistici e superati sono gli assetti economici e politici in cui si configurano gli Stati nazionali, che non servono più neanche come “involucro protettivo” del capitalismo, che ormai si muove ed opera in un’ottica globalizzata.

Nel contempo, da meridionalista confesso che mi sta letteralmente nauseando questo clima di finta esaltazione “patriottica”, così come mi infastidisce l’approccio aprioristico di chi affronta il processo “risorgimentale” con uno spirito acritico e apologetico e, nel contempo, con un pregiudizio mentale nei confronti dei “vinti”, cioè con la convinzione (assolutamente errata) che il Sud fosse arretrato economicamente e socialmente prima della cosiddetta “unità”, cioè all’epoca dei Borbone. L’idea per cui il Meridione fosse una realtà da colonizzare militarmente, politicamente e culturalmente, come di fatto è accaduto con l’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte della monarchia sabauda.

Ricordo che i Savoia aprirono a Finestrelle, come altrove, diversi campi di concentramento e di sterminio in cui vennero deportati ed uccisi migliaia di soldati borbonici e di briganti (anche donne e persino bambini) all’indomani della cosiddetta “unità d’Italia”, perpetrando una vera e propria pulizia etnica che anticipava la politica di genocidio praticata nei lager nazisti dal regime hitleriano. E questo aspetto costituisce un’altra tessera totalmente rimossa dalla memoria e dagli archivi storici, che serve a svelare il vero volto (sanguinario) della cosiddetta “epopea risorgimentale”.

Come sanguinaria fu anche la cosiddetta “epopea western”, cioè la conquista del West americano compiuta attraverso lo sterminio dei pellerossa, che prima dell’arrivo dei bianchi si contavano a milioni mentre oggi sono meno di 50 mila, emarginati e rinchiusi nelle riserve. Da tale analogia nasce l’idea di un destino parallelo tra Indiani d’America e briganti meridionali, tra l’“epopea western” e l’“epopea risorgimentale”, entrambe mitizzate dalla storiografia ufficiale che ha cancellato completamente la verità storica.

La rilettura storiografica del Risorgimento è un serio tentativo di controinformazione storica, da non confondere con il revisionismo, e comporta una fatica intellettuale notevole, esige un impegno critico costante, come ogni battaglia di controinformazione. Anzitutto, occorre comprendere che i popoli oppressi non si affrancano mai grazie all’intervento “provvidenziale” compiuto da “eroici liberatori” esterni, che si tratti di Giuseppe Garibaldi, dei Savoia o degli Americani (vedi il caso dell’Iraq). Al contrario, i popoli oppressi possono conquistare un livello superiore di progresso e di emancipazione solo attraverso la lotta rivoluzionaria, altrimenti restano in uno stato di sottomissione.

Io non provo alcuna nostalgia sentimentale per il passato, specie per un passato dispotico e feudale, segnato dalla barbarie, dall’oscurantismo, dallo sfruttamento e dall’oppressione delle plebi rurali del Sud. Non ho mai nascosto, anzi ho sempre ammesso la natura reazionaria della causa borbonica, pur riconoscendo una certa dose di legittimità nelle rivendicazioni sociali rispetto alle violenze, ai soprusi e ai massacri commessi dalle truppe occupanti. Pur riconoscendo il carattere antiprogressista e sanfedista del brigantaggio post-unitario, ciò non mi impedisce di indagare meglio le ragioni che spinsero i contadini meridionali a resistere contro gli invasori piemontesi.

Io sono comunista e non credo negli Stati nazionali, ma nell’internazionalismo. Io non propugno affatto uno “Stato meridionale indipendente”. Solo un pazzo o uno stolto può immaginare una simile prospettiva. Preferisco ipotizzare un’altra situazione, cioè una prospettiva transnazionale o, come si diceva una volta, internazionalista, vale a dire l’idea dell’abbandono e del superamento definitivo degli Stati-nazione, nella misura in cui lo stesso capitalismo è da tempo proiettato in una dimensione transnazionale. Ormai il capitalismo sta letteralmente impazzendo. Basta osservare il terremoto economico e sociale che comincia appena a manifestarsi nelle rivolte sociali e politiche dei popoli arabi e magrebini. I sommovimenti tellurici e sociali si estendono a livello planetario, per cui richiedono prese di posizione nette e coraggiose rispetto ad eventi epocali che stanno sconvolgendo la fisionomia economica, politica e sociale del mondo capitalistico.

In quanto comunista internazionalista il patriottismo non mi interessa affatto. So che il nazionalismo e lo sciovinismo appartengono all’epopea ormai superata della borghesia ottocentesca ed hanno già mietuto milioni di morti nei due tragici conflitti mondiali. L’unico “patriottismo” che dobbiamo riconoscere ed appoggiare è l’internazionalismo proletario, cioè la lotta rivoluzionaria delle masse proletarie, ben sapendo che il proletariato non ha una “patria”. Concludo citando una frase, sempre attuale, di Karl Marx: “Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.”

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

Dal sito Blogstoria http://www.blogstoria.it 18 Ottobre 2010 dc:

L’Unità d’Italia e il fenomeno del Brigantaggio. Limiti e possibilità dell’ipotesi federalista

di Claudia Covelli

Il Risorgimento italiano è l’argomento storico che, come è prevedibile in questo biennio di celebrazioni, domina sui quotidiani. In concomitanza con la travagliata questione dell’opzione federalista che riemerge – e si risommerge – nella scena politica italiana, il dibattito sull’Unità d’Italia si sta spostando sempre più sull’analisi della possibilità di un’opzione federalista fin dalle origini dello Stato Italiano.

Dopo aver affrontato il tema dell’identità e aver privilegiato un approccio legato alla storia culturale del paese, si sono intensificati gli interventi sugli aspetti politico-istituzionali della nascita dello stato italiano. Il dibattito sulla mancata realizzazione dell’ipotesi federale si è concentrato domenica 17 ottobre sull’aspetto più sanguinoso dell’Unità nazionale: la conquista del sud-Italia e il correlato fenomeno del brigantaggio.

Occasione l’uscita, quasi contemporanea, di tre volumi: uno di ricerca storiografica, Guardie e ladri. L’Unità d’Italia e la lotta al brigantaggio di Massimo Lunardelli (Blu Edizioni,p. 228 , 14 euro, compralo su Amazon.it a 8,82 euro), l’ultima opera di interesse storico di Arrigo Petacco, O Roma o morte. 1861-1870: la tormentata conquista dell’Unità d’Italia (Mondadori, p.160, 19 euro, compralo su Amazon.it a 13,30 euro) e il romanzo storico di Giancarlo De Cataldo, I traditori, (Einaudi, p. 584, 21 euro, compralo su Amazon.it a 13,23 euro).

Del volume di Lunardelli parla Massimo Novelli su “La repubblica” del 17 ottobre nell’articolo, Dispacci da una guerra sporca:

Massimo Lunardelli fa riemergere i verbali delle lettere, dei telegrammi e delle informazioni che gli ufficiali degli oltre centomila militari impiegati nella repressione inviarono ai loro superiori.

Fonte principale del volume sono i documenti conservati presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito. Ne emerge il quadro di una “guerra sporca”, violenta e sanguinosa:

contrassegnata da eccidi efferati, fucilazioni e massacri effettuati da tutte e due le parti, fu la nostra Vandea, il nostro Vietnam.

Immagine non nuova di quella che fu la campagna nel meridione d’Italia, quella suffragata dal volume di Lunardelli con metodo  storiografio e grazie all’analisi rigorosa dei documenti. Un’episodio importante di questa, il massacro di Bronte, fu messo in scena nel 1972 nel film (spesso dimenticato, nonostante la riedizione del 2001) di Florestano Vancini, con la sceneggiatura di Leonardo Sciascia, N. Badalucco e F. Carpi e ispirato alla novella di Giovanni verga, Libertà, Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato.

Giancarlo De Cataldo firma l’articolo correlato pubblicato sempre su “La repubblica”, Quei terroni barbari da “abbruciare vivi”. L’articolo si apre con una citazione di Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, estratta da una lettera che scrive al padre nell’inverno del 1860:

Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato.

Ne segue un’altra dello stesso Nievo: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbrucciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!».

In luce dunque tutta la retorica razzista e aggressiva dei “conquistatori” piemontesi che si tradusse presto in azioni punitive come quelle di Bronte e in una politica orientata a soffocare nel sangue il fenomeno del brigantaggio. Una pagina della storia nazionale già riportata alla luce negli anni’70 (il film di Vancini è del ’72), in anni di profonda critica nei confronti del mito nazionale, ma anche di altrettanto radicata spinta ideologica il cui tema centrale era il racconto della storia di  soprusi e violenze subiti dalle classi subalterne e in primo luogo quello della mancata distribuzione di terra ai contadini (l’argomento lo ritroviamo in almeno altri due celebri pellicole del decennio dalla forte connotazione storica: Novecento di Bertolucci del 1976 e L’albero degli zoccoli di Olmi del 1978).

La critica di Giancarlo de Cataldo nei confronti del Risorgimento e che emerge nell’intervista di Guido Caldiron pubblicata su “Liberazione” del 16 ottobre per presentare il nuovo libro dello scrittore, L’epica del Risorgimento è nelle sue contraddizioni trova infatti ispirazione nei grandi nomi della cultura della sinistra italiana:

L’idea che il Risorgimento sia stato “tradito” caratterizza un filone nobile del pensiero italiano, da Salvemini a Gramsci

La violenza, sottolinea De Cataldo, fu uno degli elementi connaturati all’impresa risorgimentale chee la rende un fenomeno complesso e contraddittorio di cui però l’autore salva, senza remore, il valore nazionale

[…] il Risorgimento fu soprattutto una lotta di liberazione nazionale, fatta da un popolo che non sopportava più di essere governato dallo straniero e dai suoi alleati italiani.

Un approccio che rivela, dietro alla forzatura anacronistica dell’idea di “lotta di liberazione nazionale” (come è possibile compiere una lotta di liberazione “nazionale” quando lo Stato-nazione italiano non esiste ancora? Quale idea di nazione esiste nel 1860? Difficilmente un’idea capace di mobilitare il “popolo”) la volontà di salvaguardare il Risorgimento come mito originario dell’identità nazionale.

“La Padania” e “Il Giorno” del 17 ottobre dedicano invece spazio al volume di Arrigo Petacco, la prima con un’intervista all’autore di Roberto Brusadelli , Solo Cavour avrebbe vinto il centralismo, il secondo con la pubblicazione di una parte del primo capitolo del libro di Petacco, Quel Risorgimento incompiuto.

Incompiuta e non tradita è secondo Petacco l’impresa Risorgimentale, ma il problema resta quello del meridione. Su “Il Giorno” Petacco riporta una lettera del 2 agosto 1861 di Massimo d’Azeglio all’allora ministro Carlo Matteucci:

Caro amico, la questione di tenerci Napoli o di non tenercela mi pare dovrebbe dipendere più di tutto dai napoletani, a meno che non si voglia, per comodo di circostanze, ripudiare quei principi che abbiamo fin qui proclamati. Sinora siamo andati avanti dicendo che i Governi non eletti dai popoli erano illegittimi e da Napoli abbiamo cacciato il vecchio Sovrano per stabilirvi un governo legittimo col consenso universale…

Torna l’ipotesi plebiscitaria in cui l’opzione di appartenere allo Stato italiano sarebbe rimasta aperta per quei territori che erano stati parte del Regno delle due Sicilie e che, se realizzata, avrebbe portato il nascente Stato italiano ad avere una struttura federalista .

Non stupisce che questo tema venga ripreso con forza da Roberto Brusadelli su “la Padania”:

Petacco, lei fa riferimento subito nelle prime pagine al progetto cavouriano di federalismo, di decentramento che avrebbe modificato sostanzialmente la storia politico-amministrativa del Paese. Pensa che se il Conte fosse rimasto in vita, quel disegno di riorganizzazione sarebbe andato in porto?

Senz’altro. Cavour era l’unico uomo politico dotato del carisma e dell’autorevolezza necessari per portare a termine questa grande riforma. Morto lui, la burocrazia e tutto l’apparato di potere del vecchio Regno sabaudo ebbero buon gioco nell’affossarlo, oerseguendo nel loro progetto che prevedeva puramente e semplicemente di “piemontesizzare” l’Italia.

Un altro esperimento di storia controfattuale finalizzata a sottolineare come l’ipotesi federalista fosse concreta al momento della realizzazione dell’Unità nazionale. Quanto questo abbia reale fondamento storico e quanto invece rappresenti la proiezione dell’aspirazioni attuali rimane un nodo interessante per il dibattito storiografico.

Chiudiamo con la citazione dell’articolo di Tommy Cappellini su “Il Giornale” del 16 ottobre, Quando l’Italia baciò tutti per «risorgere» libera e unita, dedicato alla mostra “Vittorio Emanuele II. Il re galantuomo” in corso al Palazzo Reale di Torino e al Castello di Racconigi fino al 13 marzo prossimo. L’esposizione dal 2 ottobre esporrà Il Bacio di Hayez accanto a Odalisca dello stesso autore:

Due quadri che, letti simbolicamente, sono un po’ il riassunto del Risorgimento: il «bacio»tra la donna in blu (l’Italia) e il giovane in rosso (la Francia) è allegoria di un’alleanza che fu un passo importante sul cammino della nostra Unità nazionale, mentre l’Odalisca richiama subito alla mente l’osservazione dantesca sull’Italia «non donna di provincia ma bordello». Questo «trittico» si chiuderebbe idealmente, […] con la visita a La meditazione […].

Ma Il bacio è certo, fra i tre, il quadro più amato dal popolo, che lo interpretò come la raffigurazione del volontario che saluta la propria donna per andare a combattere. E furono giusto i volontari a fare il successo della Seconda guerra di indipendenza.