L’insegnamento come “vocazione”

In e-mail il 16 Settembre 2019 dc:

L’insegnamento come “vocazione”

di Lucio Garofalo

Ogni tanto si riaffaccia la teoria dell’insegnamento come una “vocazione”.

A fasi alterne riemerge l’antica disputa tra chi reputa gli insegnanti una sorta di “fannulloni” ed una categoria privilegiata, e chi li concepisce come “missionari”.

Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia a noi docenti.

Per cui c’è chi ha l’ardire di ipotizzare ulteriori incrementi dell’orario di servizio, a parità di retribuzione salariale. Sorvolo sul fatto (da molti ignorato) che un notevole carico di lavoro e di studio è già sopportato ogni giorno da qualsiasi insegnante scrupoloso, nei tempi extra-scolastici ed in forma gratuita.

Mi riferisco agli adempimenti individuali aggiuntivi e volontari, un lavoro che si presenta oltre l’orario di lezione, necessario e funzionale all’attività didattica quotidiana: preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, compilazione dei registri ed altri documenti burocratici, cartacei e digitali, e via discorrendo.

Mi preme evidenziare un aspetto essenziale della professione docente, vilipesa da campagne ideologiche infamanti. In base alla mia memoria, ed alle mie esperienze professionali, ho avuto modo di riscontrare come nella scuola italiana prevalga una corrente di pensiero e di prassi clericaleggiante: è una visione quasi religiosa che, con malcelata ipocrisia, concepisce la funzione pedagogica nei termini di una “missione”.

In base ad una simile congettura, i docenti dovrebbero lavorare di più, animati da una “vocazione”, offrendo  prestazioni di lavoro a titolo gratuito.

Ma quale strana e bizzarra visione, inerente solo agli insegnanti, bensì non, ad esempio, ai presidi o ai bidelli. Pardon, dirigenti e collaboratori scolastici. Idem per gli avvocati, i notai, o i medici, e tutti gli altri professionisti.

Insomma, a tutti i lavoratori del comparto sia pubblico che privato, tranne gli insegnanti, le ore eccedenti (gli straordinari) vengono retribuite in modo decente. Gli unici ad essere offesi, bistrattati e derisi sono proprio i “missionari” della scuola, che per altri sarebbero dei “lavativi privilegiati”. Ebbene, si mettano d’accordo tra di loro: sono missionari o nullafacenti? Né l’uno, né l’altro. Molto più laicamente, dovremmo essere qualificati come professionisti, da onorare e retribuire in quanto tali, cioè in termini più dignitosi!

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

da Il Fatto Quotidiano del 10 Novembre 2010 dc:

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

di Giorgio Meletti

Oggi è il terzo giorno. Da lunedì scorso, infatti, 29.204 dipendenti di Telecom Italia (su un totale di oltre 50 mila) sperimentano il più grande tentativo di contratto di solidarietà mai tentato in Italia.

IL CONTRATTO di solidarietà funziona così: quando un’azienda ha problemi e dovrebbe licenziare, si salvano i posti di lavoro spalmando l’eccedenza di personale su tutti i dipendenti, con una riduzione parallela di orario di lavoro e retribuzione. E’ la soluzione che i sindacati preferiscono: consente di superare i momenti neri e poi di ripartire a pieno organico.

Il caso di Telecom Italia però è molto particolare. “I due anni che ci aspettano saranno di contrattazione permanente”, avverte Alessandro Genovesi del sindacato di categoria Slc-Cgil. Al di là delle complicate discussioni tecniche sull’attuazione del piano, il sospetto dei sindacati è che la solidarietà, contrariamente al suo nome,   sia un ammortizzatore sociale in favore degli azionisti di Telecom Italia anziché dei suoi dipendenti. Vediamo perché. Tutto nasce dall’annuncio dato nel luglio scorso dal numero uno di Telecom, Franco Bernabé, che ha aperto la procedura di licenziamento per 3.700 persone. Era la prima tranche di complessivi 6.800 esuberi previsti per il piano 2010-2012.

Dalla vertenza sindacale che ne è nata, con robusto intervento del governo, preoccupato dalla ricaduta politico-sociale di una simile dose di licenziamenti di massa, è scaturito l’accordo sulla solidarietà. Che si articola così. I 6.800 esuberi sono diventati 5 mila, di questi 3.900 persone sono destinate all’uscita volontaria entro il 2012, altri 1.100 sono rimasti in esubero. Anziché licenziare   si è deciso di spalmare l’eccedenza su 29.204 dipendenti. I quali vedono ridotto l’orario di lavoro secondo tre categorie: alcuni lavoreranno il 15 per cento in meno, altri dell’8,08 per cento in meno, altri ancora del 3,27 per cento.

Non è chiaro, e la Telecom non   lo spiega, come mai – se dividendo 1.100 per 29.204 risulta che l’eccedenza media è del 3,7 per cento – ci siano così tante persone che subiscono una riduzione d’orario nettamente più alta. In ogni caso per i lavoratori il danno è limitato: l’80 per cento della retribuzione perduta viene reintegrato dall’Inps, cioè dallo Stato. Così i più penalizzati, quelli con taglio del 15 per cento, percepiranno almeno il 95 per cento dello stipendio.

E’ PIÙ COMPLICATO capire perché la Telecom abbia messo in piedi questo astruso meccanismo per risparmiare una cifra valutabile (in mancanza di informazioni ufficiali, perché la Telecom non ne fornisce) tra i 60 e i 90 milioni all’anno. Stiamo infatti parlando di un’azienda che ha chiuso l’ultimo bilancio con un utile netto di un miliardo e 580 milioni, distribuendo agli azionisti dividendi per oltre un miliardo e cento milioni. Una cedola pari al 4,63 per cento del valore corrente dell’azione. Si tratta di un risultato per il quale Bernabè   ha percepito un premio di un milione e 348 mila euro. Lo stesso Bernabè che ha promesso agli azionisti (quelli che contano sono Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Telefonica) un ulteriore aumento del dividendo, anche grazie al contratto di solidarietà.

TELECOM ITALIA si vanta nel suo sito ufficiale di aver distribuito negli ultimi dieci anni dividendi agli azionisti per 24 miliardi di euro. Tenendo in cassa quei soldi avrebbe oggi azzerato lo spaventoso indebitamento che ne limita le capacità operative e di investimento. In questo scenario non è facile comprendere quale strategia di sviluppo imponga il ricorso al contratto di solidarietà, che i sindacati hanno accettato e il governo finanziato, con l’esplicita alternativa di migliaia di licenziamenti. Alla firma dell’intesa Bernabè dichiarò: “L’accordo testimonia la volontà di proseguire con determinazione   nel percorso verso la piena affermazione di Telecom Italia come modello di azienda tra le più efficienti nel settore”.

Da parte sindacale, e anche da parte di numerosi dipendenti di Telecom, la parola efficienza suscita qualche perplessità. Per legge, in presenza del contratto di solidarietà nessun dipendente coinvolto può lavorare un solo minuto in più dell’orario (ridotto) fissato. Sono bloccati tutti gli straordinari (e per qualcuno si tratta di una perdita secca di retribuzione, che l’Inps non compenserà). Sono vietate le assunzioni temporanee. Sono vietati gli aggiustamenti degli orari.

Per chi gestisce il personale sarà una partita complicata: il contratto di solidarietà impone alla struttura una rigidità senza precedenti, e può contribuire non poco alla demotivazione dei singoli. Anche perché continueranno a vedere i manager prendere i loro ricchi premi di fine anno. Addirittura i dirigenti del personale saranno premiati per aver tagliato il monte salari. Per loro la solidarietà non scatta mai.