Scuola medievale

da Democrazia Atea il 28 Agosto 2014 dc:

Scuola medievale

La riforma della scuola, preannunciata nelle linee essenziali, si prospetta in linea con le precedenti riforme berlusconiane.

Colpisce il sistema premiale previsto per gli insegnanti virtuosi.

Il virtuosismo preteso dagli insegnanti è di certo una qualità che merita di essere approfondita.

La scuola pubblica, che nel dettato costituzionale avrebbe dovuto essere laica e autonoma, è stata progressivamente trasformata da Berlusconi in confessionale e dirigistica, con la complicità di certa magistratura amministrativa più che compiacente.

Renzi, delfino di Berlusconi, si pone in perfetta continuità con il suo mentore, continuando a smantellare ogni ipotesi di autonomia, in una gerarchizzazione e burocratizzazione penalizzante per gli insegnanti e, di riflesso, per gli studenti.

Il virtuosismo preteso dagli insegnanti si declina, inevitabilmente, con una valenza moralistica posto che la terminologia usata, inserita nel contesto scolastico ormai confessionale, si risolve in una sottomissione ai vertici e in una repressione delle eventuali posizioni di dissenso.

Affidare ai dirigenti scolastici la valutazione degli insegnanti virtuosi, e mettere nella loro disponibilità la possibilità di ricompensare gli insegnanti con somme di denaro, significherà medievalizzare la scuola in un sistema in cui la dirigenza, grazie alle precedenti riforme, è già interpretata come feudo e dove gli insegnanti dovranno comportarsi da valvassori idioti proni alle angherie del feudatario di turno.

Cosa diversa sarebbe stata, ad esempio, una riforma volta alla autonomia degli istituti, con una dirigenza elettiva espressa da un collegio di docenti e personale ATA, a tempo determinato, fino a nuova elezione.

Il rapporto tra dirigente e insegnanti sarebbe stato costruito su una premessa certamente democratica, che oggi invece è negata.

Se la scuola pubblica nel dettato costituzionale doveva essere espressione della democrazia inclusiva, oltre che del merito derivante dalle competenze, oggi viene smantellata da un Presidente del Consiglio che si è formato come boy scout.

Lo scoutismo è una delle tante organizzazioni giovanili cattoliche nelle quali si opera nella negazione dei principi costituzionali.

Tra gli scouts non c’è democrazia inclusiva perché chi non è cattolico ed eterosessuale non può farne parte.

Tra gli scouts matura il convincimento che la competenza che si acquisisce attraverso lo studio è secondaria rispetto all’apprendimento che si attua attraverso l’esaltazione delle esperienze pratiche.

Non c’è parità di genere tra gli scouts e non è difficile incontrare orde di ragazzotti sessuofobici, pronti a farsi paladini di una religiosità fondamentalista.

Pensare che queste devianze non abbiano influito sullo scout Renzi è pura illusione.

C’è da augurarsi uno protesta estesa ed articolata e Democrazia Atea non si sottrarrà all’impegno di difendere un sistema scolastico che sia aderente alla Costituzione.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Verso l’Apocalisse? No, se basta ignorare la Storia

da Lucio Manisco, Considerazioni Inattuali n.58, 20 Agosto 2014 dc:

Verso l’Apocalisse? No, se basta ignorare la Storia

Adunque.   L’Italia e l’Europa tutta in recessione. Guerre e stragi in Ucraina, in Siria, a Gaza, in Irak, in Libia e ovunque un marine USA abbia lasciato le sue impronte: persino Don Camillo Bergoglio dall’alto soglio pontificio intravede il terzo conflitto mondiale. Epperò nessuno sul convoglio che deraglia pensa a frenare, a cambiare binario, a sostituire il conducente, visto che non si può saltar giù su un pianeta devastato dai cambiamenti climatici. Ma Gaia, il pianeta vivente, sopravviverà – ha scritto Kurt Vannegut – perché eliminerà le sue tossine, gli esseri umani. Che è una gran bella soddisfazione.

Davanti all’apocalisse è d’uopo tornare al latino di Cicerone per smentirlo. “Mendaci neque quum vera dicit creditor.” Non è vero, perché il mentitore ormai non può essere creduto a prescindere, in quanto la verità non la dice neppure per sbaglio.

Eppure c’è qualcuno che gli crede, magari per disperazione, perché non sa più a quale santo votarsi, perché il falso è sempre meglio del vuoto spinto dove è scomparsa la sinistra. Già. Parliamo del Bel Paese che sta rapidamente diventando brutto a sua insaputa, sempre più piccolo ogni qual volta viene definito grande dalla sua classe cosiddetta dirigente. Parliamo del Bimbo di Pontassieve, come viene chiamato alle ‘ascine e a San Frediano, mezzo bischero e mezzo becero, reincarnazione di Michele di Lando del tumulto de’ Ciompi, che andò a ciompare, a rottamare le grandi corporazioni, finì con l’accordarsi con esse e venne “ciompato”. Nulla di male che cianci dalla mattina alla sera, che faccia promesse da realizzare in 60 giorni, poi in sei mesi, poi in tre anni.

Ha avuto predecessori più famosi ed infausti, come l’altro cavaliere del ventennio che parlava di otto milioni di baionette mentre non si arrivava a quella cifra con le forchette e i coltelli da tavola. Ma gli italiani sconfitti con quei coltelli da cobelligeranti si convinsero di aver vinto la guerra. Fino a due mesi fa avevano creduto agli ottanta sghei di Renzi, che poi sono scesi a sessanta e, tra quattro mesi, non lasceranno traccia nelle loro tasche o nell’economia nazionale perché privi di copertura. (Sì, meniamo gran vanto di appartenere a quella specie di uccelli della saggezza che sono i gufi).

I problemi veri per la nostra gente non sono le promesse mancate del consocio di Berlusconi, i problemi veri sono quelli dei guasti già apportati al sistema Italia, alla sua democrazia, al suo futuro.

Dalle riforme istituzionali, prima fra tutte quella del pasticciaccio brutto del senato, all’Italicum che con le modifiche in fieri al Nazareno va peggiorando di giorno in giorno, a quella della giustizia che già si delinea pro domo sua, e cioè di Silvio. E dopo mesi e mesi di silenzio sulla politica estera assistiamo ad un improvviso, vorticoso presenzialismo del Presidente del Consiglio su tutte le piazze; due ore a Bruxelles, dieci minuti al Cairo, venti minuti a Bagdad. Certo dal primo luglio dovrebbe rappresentare – andiamoci piano – anche l’Europa, ma cosa ci sta mettendo di suo Matteo Renzi? Poco o nulla che si discosti di un millimetro dal mattinale dello Italian Desk, State Department, USA: migliaia di vecchi mitragliatori sovietici confiscati nell’ex-Jugoslavia ai Kurdi, aviogetti da addestramento e da combattimento Aer-Macchi ad Israele, un contributo tutto italiano alle stragi dei civili a Gaza (nessuna risposta in parlamento all’interpellanza SEL sulla necessità di sospendere queste ed altre forniture di armi per un valore di ottocento milioni di dollari al governo di Tel Aviv). E poi un’adesione incondizionata alla guerra finanziaria e commerciale scatenata dagli Stati Uniti contro la Russia che costerà al nostro Paese decine di migliaia di posti di lavoro. Gran Bretagna e Germania hanno aderito a queste sanzioni, ma dilazionandole nel tempo e dopo dibattiti ai Comuni e al Bundestag sui loro costi reali che diventeranno astronomici se colpiranno il settore energetico.

Silenzio invece nel nostro parlamento su questo tema, lo stesso silenzio che sta accompagnando una apparente preliminare adesione italiana al TTIP, il trattatato commerciale transatlantico discusso in questi giorni a Bruxelles, fortemente voluto dagli Stati Uniti, e destinato ad apportare il colpo di grazia alla vacillante economia del nostro Paese.

Basta tutto questo ad evocare incubi da apocalisse? Lo temiamo, perché se si ripete in farsa, la storia, ignorata, si trasforma in tragedia. Alla fine dell’ottocento il neo-liberismo, l’abbattimento delle tariffe, il prepotere delle importazioni dagli USA, gli accordi sottoscritti da primi ministri britannici, da Bismark e da Cavour – “Jesus Christ is free trade, and Free Trade is Jesus Christ” – portarono alla disoccupazione di massa, alla recessione ed alla prima guerra mondiale. Negli anni venti l’ossessione per il pareggio dei bilanci, e non le guerre commerciali, produsse il crash del 1929 – 1930 e il tardivo ricorso a Keynes non bastò a risollevare completamente l’America di Roosevelt dalla recessione. Bastò invece lo sforzo bellico che accompagnò l’entrata in guerra degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale.

Sarebbe bello, da smemorati di Collegno, affidarsi alla farsa e non credere alla tragedia

Manifestazione nazionale

Purtroppo pubblico in ritardo, a manifestazione già avvenuta, per impedimenti tecnici, quanto pervenuto dal PCL-Partito Comunista dei Lavoratori:

IL 28 GIUGNO TUTTI A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI CLASSE CONTRO IL GOVERNO RENZI CONTRO L’UNIONE EUROPEA DEI CAPITALISTI

 28 giugno

16 Giugno 2014

Per il 28 Giugno, a Roma , un fronte unitario di forze politiche e sindacali della sinistra di ispirazione classista ( PCL, PDCI, PRC, Rossa, “Il Sindacato è un’altra cosa-Cgil”, USB…) ha indetto una manifestazione nazionale contro il governo Renzi e le politiche di austerità italiane ed europee, a difesa del lavoro.

La manifestazione segnerà l’avvio del Controsemestre europeo operaio e popolare, a fronte del semestre di Presidenza italiana della UE. Un semestre che vedrà l’Italia in prima fila nella contrattazione e gestione delle politiche di austerità sospinte dal capitale finanziario europeo, contro i lavoratori, i precari, i disoccupati. Un semestre che vedrà impegnati Renzi e il suo governo a recitare la parte pubblica dei “riformatori” delle politiche di austerità in Europa al solo fine di consentirne la continuità in Italia con un mascheramento populista e truffaldino (v. le 80 Euro.. a carico di chi le riceve).

Il governo Renzi non è la semplice continuità dei governi precedenti, ma il tentativo di risolvere la lunga paralisi politico istituzionale della borghesia italiana in direzione di uno sbocco reazionario. La torsione “bonapartista” di Renzi, il suo rivolgersi direttamente al “popolo” scavalcando i corpi intermedi, la sua recita di generoso elemosiniere sociale, il suo presentarsi come uomo della “resurrezione dell’Italia nel mondo”, sono la cifra di un populismo di governo che cerca il consenso del “popolo” per governare contro il popolo, ed in particolare contro i lavoratori: sul piano sociale, a partire dall’impatto devastante del decreto Poletti , con l’infamia di contratti a termine senza limiti e tutele. Sul piano politico e istituzionale, con il progetto di un’abnorme legge elettorale truffa e del pieno controllo dell’esecutivo, e di Renzi stesso, sul Parlamento.

La manifestazione del 28 Giugno è innanzitutto pertanto una manifestazione contro il governo, le sue misure, i suoi progetti. E contro la latitanza e/o complicità col governo delle direzioni del movimento operaio italiano ( in primis della CGIL): che negli anni, col tradimento dei lavoratori, hanno spianato la strada al populismo anti operaio sia di governo( Renzi) che di opposizione (Grillo), e che per di più oggi subiscono contemporaneamente, senza reagire, l’aggressione al lavoro e la propria stessa umiliazione e marginalizzazione.

Il PCL sarà presente in forma organizzata alla manifestazione unitaria del 28 Giugno, portandovi attivamente le proprie parole d’ordine e proposte coerentemente anticapitaliste:

La centralità della classe operaia come polo di ricomposizione del blocco sociale alternativo.

La necessità di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, a partire dalla rivendicazione della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, della cancellazione del decreto Poletti e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di un salario garantito di almeno 1200 euro netti per i disoccupati che cercano lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione.

La necessità di una svolta unitaria e radicale del movimento operaio e dei diversi movimenti sul terreno delle forme di lotta di massa, al fine di immettere sul campo la forza materiale di milioni di salariati e di tutti gli sfruttati.

La necessità di ricondurre l’opposizione al governo Renzi e le battaglie quotidiane di resistenza sociale alla prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, quale unica vera alternativa.

La necessità di ricondurre l’opposizione di classe in Italia alle lotte del movimento operaio in Europa , nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti del vecchio continente. Contro le illusioni di un’”Europa sociale” capitalistica, e contro le mitologie “sovraniste” comunque declinate. Perchè in Italia e in tutta Europa l’alternativa non è fra le monete ma tra le classi; non è tra euro e monete nazionali, ma tra capitale e lavoro.

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CONCENTRAMENTO PIAZZA DELLA REPUBBLICA, ORE 14,00

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI