Meno è meglio!

Dal sito del Gruppo Società e Ambiente di Senigallia http://www.gsa-senigallia.it , articolo del 29 settembre 2011 dc. Dopo avere visto in televisione, su un canale Rai, lo scrittore Maurizio Pallante spiegare le sue idee a quel gaglioffo di Corrado Augias, mi sono interessato all’argomento della “decrescita felice”, che mi trova sostanzialmente d’accordo. Manca di verificare se il Movimento per la Decrescita Felice preveda o meno l’ineludibile scelta di di un drastico decremento demografico in tutto il mondo….

Meno è meglio!

di Giorgio Cattaneo

Meno é meglio: è l’unica soluzione, per uscire dalla spirale del debito. Che non è un incidente di percorso, tutt’altro: il debito è stato incoraggiato a tavolino per indurre i consumatori a comprare merci che non si sarebbero potuti permettere. Obiettivo: smaltire la marea di nuove merci prodotte a ritmo vorticoso da tecnologie industriali sempre più avanzate e diffuse in tutto il mondo grazie alla globalizzazione. Il debito serviva a questo: ad assorbire l’enorme valanga planetaria di merci, evitando una “crisi di sovrapproduzione”. Il peccato originale ha un nome sulla bocca di tutti:

crescita. Non è la soluzione, è il problema: la crescita è cieca, perché si basa solo sulla quantità, trascurando di selezionare beni e servizi realmente utili. La crescita vive di sprechi e genera Pil inutile, gonfiato dalla droga pericolosa del debito.

Ne è convinto Maurizio Pallante, teorico italiano della decrescita: «Il debito pubblico non è un problema di cui è stata sottovalutata la gravità», sostiene in un intervento presto disponibile sul blog di Mdf, il Movimento per la Decrescita Felice. Il debito, spiega Pallante, è addirittura «il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica», perché il ricorso al credito «è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci». Si tratta di una scelta «consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i Paesi industrializzati: non a caso – continua Pallante – la crescita dei debiti pubblici ha avuto una forte accelerazione in seguito alle misure di politica economica adottate dai governi dopo la crisi del 2008 per rilanciare la domanda attraverso le opere pubbliche e il sostegno ai consumi privati».

Diversamente, osserva Pallante, non si capirebbe come mai negli ultimi anni tutti i Paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere i valori record del 2010: dall’80% del Pil nel caso del Regno Unito, fino al 225% del Giappone. Se negli Usa il debito pubblico sfiora il tetto del prodotto interno lordo, Francia e Germania superano di poco l’80% mentre il debito dell’Italia rappresenta il 119% del Pil: peggio di noi c’è solo la Grecia, col suo drammatico 142%. A fine anno, il debito italiano raggiungerà i 2.000 miliardi di euro, a fronte di un Pil 2010 fermo a 1.500 miliardi. Il nostro debito pubblico è pari alla somma di quelli di Grecia, Spagna, Portogallo e Islanda.

Per capirci: il deficit greco, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria, è di soli 340 miliardi di euro. Ben diversi i volumi di casa nostra: «Per pagare gli interessi sul debito, ogni anno l’Italia emette nuovi titoli per un valore di 75 miliardi di euro, pari al 10% della spesa pubblica e al 5% per cento del Pil». Per contro, aggiunge Pallante, il quadro completo lo si ottiene solo sommando il debito pubblico a quello privato, delle famiglie e delle aziende. Sulla base di questo mix realistico, col 218% del rapporto debito-Pil, l’Italia non sfigura rispetto al 286% dell’Irlanda, al 250 del Portogallo, al 230 di Spagna e Olanda e persino al potente Regno Unito, il cui debito aggregato raggiunge il 245% del Pil. A fronte di queste cifre, conclude Pallante, non si può escludere la possibilità che gli Stati più indebitati decidano di troncare la spirale degli interessi passivi decidendo di fallire, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli e alla rovina i risparmiatori che hanno depositato il loro denaro nelle banche.

Ma perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi, magari con consigli interessati e specifiche linee di credito al consumo? «La risposta è intuitiva: perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi di sovrapproduzione in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci». Secondo gli economisti, per ridurre il debito pubblico occorre stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta anche il gettito fiscale. Per favorire la crescita, lo Stato ha due strade: ridurre le tasse, per incoraggiare i consumi, o incrementare la spesa pubblica. «Ma in entrambi i casi, il debito pubblico aumenta: per ridurlo, attraverso la crescita, bisogna aumentarlo!».

In realtà l’Europa punta su un’altra strada, quella che avrà un impatto durissimo sulla società: il taglio della spesa pubblica, fino alla prospettiva dell’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio. Problema: tartassando i consumatori, il Pil non potrà certo crescere. Secondo Pallante, neppure il Fondo Monetario Internazionale ha più soluzioni: basti pensare che la direttrice, Cristine Lagarde, ha appena proposto di schiacciare contemporaneamente il pedale del freno e quello dell’acceleratore: ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, e al tempo stesso favorire l’aumento della domanda mediante l’aumento della spesa pubblica e/o la diminuzione delle tasse. «Il fatto è che la crisi in corso non è congiunturale, ma di sistema, e gli strumenti tradizionali di politica economica non funzionano più».

In virtù della recente globalizzazione dei mercati e della concorrenza internazionale, lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: «Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci, con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto». Si tratta di tecnologie che richiedono costi d’investimento molto alti, alla portata solo di grandi società in grado di operare sul mercato mondiale: multinazionali che non possono rimanere ferme perché subirebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni: per cui «devono lavorare a pieno regime, e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno».

Se l’offerta in crescita esplosiva supera di gran lunga la domanda, la prima conseguenza è la disoccupazione, che a sua volta riduce ulteriormente la domanda. Oltre a gonfiare i debiti pubblici, continua Pallante, proprio la crescita ha seminato il panico sul fronte occupazionale: in Spagna, dove dal 2007 al 2010 la percentuale dei disoccupati è cresciuta dall’8,3 al 20% e quasi un giovane su due è senza lavoro, secondo calcoli prudenziali ci sono 765.000 immobili invenduti. E nella piccola Irlanda, dove negli stessi anni la disoccupazione è galoppata dal 4,6 al 13,7%, gli immobili invenduti sono 300.000. Se le nuove tecnologie tagliano i posti di lavoro e i redditi non bastano ad acquistare le merci, ecco che «l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento».

La scienza del debito, dunque, per tenere in piedi ancora per un po’ una economia totalmente drogata, dal destino ormai segnato. Da una parte gli incentivi alle famiglie verso carte di credito, rate e mutui, e dell’altra il via libera al deficit pubblico truffaldino: in cima alla lista le cosiddette grandi opere, faraoniche e devastanti, per lo più inutili o comunque bocciate da qualsiasi rapporto costi-benefici, ma comodissime per spartire denari all’interno della casta di potere che accomuna politici, imprenditori e banchieri. Prima grandi cantieri, e poi grandi cattedrali nel deserto finanziate a spese dei cittadini e poi magari cedute a società “amiche”. Nasce anche da lì la privatizzazione selvaggia delle aziende pubbliche preposte alla gestione dei servizi sociali come acqua, energia e trasporti: si svendono i “gioielli di famiglia” proprio per ridurre l’entità colossale dei debiti contratti per realizzare le grandi opere.

Altra voce decisiva nel debito iniquo: la spesa militare. Già abnorme, si è gonfiata a dismisura dopo il crollo del Muro di Berlino con la nuova strategia “imperiale” statunitense che ha sparso eserciti e seminato guerre in tutto il mondo. Strategia ulteriormente accelerata dalla propaganda securitaria dopo l’attentato dell’11 Settembre. Un pretesto, per mettere le mani sulle regioni-chiave del pianeta, come quelle petrolifere. Peccato che l’aumento esponenziale delle spese per gli armamenti abbia progressivamente ridotto i vantaggi economici iniziali apportati dal controllo dei flussi di petrolio. Secondo Pallante, si comincia a delineare «una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano, quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono ad essere superiori al valore delle risorse che se ne ricavavano».

Come bloccare la spirale dei debiti pubblici? «Bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica». In realtà sono tre aspetti dello stesso problema, insiste Pallante: «Non bisogna essere particolarmente intuitivi per capire che il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra partiti politici otto-novecenteschi e grandi imprese non prenderà queste decisioni perché ne verrebbe travolto e nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua». Problema: ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare l’alleanza che ha prodotto la catastrofe della crescita, «quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso».

Sempre secondo Pallante, tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile: ormai sembra solo una questione di tempo. «Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie». La via d’uscita? «Occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono». La chiave? Lavoro utile. «La decrescita abbatte il Pil ma produce occupazione qualificata, per produrre beni e servizi selezionati, realmente necessari». Ristrutturazione energetica dell’edilizia, energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti, filiere corte alimentari e industriali, in un’ottica territoriale, distrettuale. Meno trasporti, meno costi, meno sprechi. Diminuirà il Pil? Ne saremo felici. E lavoreremo tutti.

Non c’è più religione? Invitiamoli a cena

Dal blog del Windows Live Spaces dell’amico sestante, articolo del 3 giugno 2009 dc

http://se-stante.spaces.live.com/blog/cns!D0747DFB64EDEC00!698.entry 

Si parla tanto del ritorno del sacro, di sconfitta dell’ateismo e dell’agnosticismo… E allora perché per diffondere la religione, e perdipiù in una terra notoriamente cattolica, escogitare tanti mezzi che non fanno riferimento allo spirito, ma allo spettacolo e ai sensi meno nobili del corpo: non alla vista o all’udito, quanto piuttosto al gusto, o per meglio dire alla gola, e alla pancia. Forse, per parafrasare un famoso detto: “a pancia piena ci si converte meglio”? Ma che razza di religiosità potrebbe scaturire da questi rozzi espedienti? E poi, perché questi allettanti inviti verrebbero rivolti ai credenti dormienti e non agli atei? Ma la parola di Dio non è già il mezzo più efficace a svegliarli? C’è qualcosa che non mi torna. Ad ogni modo ecco cosa dice Jenner Meletti su la Repubblica di oggi:

Le Sentinelle del Mattino: commandos cattolici con la missione di risvegliare la fede a tavola

 Happy hour e cena per scoprire Gesù

Cene da gourmet e happy hour così la Chiesa cerca nuovi fedeli

Da Londra all´Italia, l´evangelizzazione si fa glamour

Con i corsi Alpha le Sentinelle del Mattino e altri si sono ispirati agli anglicani

Hanno inventato la messa in autogrill, le confessioni in spiaggia, la chiesa gonfiabile e anche “Mission possible con un drink” che sarebbe un´evangelizzazione fashion. Come potevano restare indifferenti alla proposta di un “annuncio cristiano in dieci cene”?

“Non vogliamo conquistare gli atei ma chi è cristiano e non sa che Gesù è in mezzo a noi” . Buon cibo, «come in un ristorante a costo medio alto» e tutto gratis. Alla fine della prima cena, la domanda: «Conosci Gesù? Lo sai che ti sta aspettando?». Sono i commandos della nuova Chiesa, sono le duemila Sentinelle del Mattino (così le chiamò Giovanni Paolo II). Con l´obiettivo di conquistare non tanto atei o agnostici ma «i giovani che dormono nelle nostre parrocchie», ragazzi che con un paradosso vengono chiamati «praticanti non credenti». «Sono cristiani per tradizione – dice don Andrea Brugnoli, il fondatore delle Sentinelle – e pensano che Cristo sia morto e risorto duemila anni fa. Non sanno che è vivo e chiede a ogni giovane cristiano di diventare evangelizzatore».

In una Chiesa dove quelli che vanno a messa tutte le domeniche, anche qui in Veneto, sono appena il 15% della popolazione battezzata, le Sentinelle organizzano un convegno chiamando da tutto il mondo chi ha inventato metodi nuovi per annunciare Cristo. «Già questa estate – dice don Brugnoli – cominceremo queste cene di evangelizzazione che si chiamano Alpha».

Josè Alberto Barrera Marchessi, capo di Alpha in Spagna, spiega che queste cene sono ispirate dal Vangelo, «perché Cristo ha evangelizzato anche a tavola». «Noi abbiamo iniziato sei anni fa e il successo è arrivato presto. Il corsi sono stati inventati da un pastore anglicano, il reverendo Nicky Gumbel, nella parrocchia londinese di Holy Trinity Brompton. Il reverendo vedeva che tanti passavano davanti alla chiesa senza entrare e allora lui li invitò a cena. Oltremanica i risultati sono stupendi: l´anno scorso nella Holy Trinity Brompton hanno cenato 800 persone e il 40% si sono convertite. In Spagna i risultati sono minori ma solo perché Madrid è meno agnostica di Londra. Dobbiamo lavorare soprattutto per fare riscoprire la fede a chi già si sente cattolico. Le soddisfazioni però non mancano: quasi tutti, dopo la prima cena, continuano il corso. Li trattiamo bene, anche dal punto di vista culinario. Se possibile, usiamo dei veri chef».

Alla seconda cena appare la cassetta per le offerte. «E noi avviamo il confronto. Le serate hanno temi precisi: chi è Gesù? Come posso essere sicuro della mia fede? Perché e come pregare? L´incontro si svolge una volta la settimana e dopo la sesta cena c´è un intero weekend che noi chiamiamo di incontro con lo Spirito Santo.

Dopo la decima cena si ricomincia, ma i partecipanti debbono invitare i loro amici. I corsi Alpha hanno un successo enorme. Un padre anglicano li sta svolgendo in Iraq, per i soldati. Le cene si preparano sul tavolo che fu di Saddam, nel suo palazzo. Alpha funziona e crea polemiche. Abbiamo fatto spot nei cinema, con uno slogan semplice: “C´è più di questo, nella vita”. Ma contro di noi è partita una contro-campagna, quella dell´autobus degli atei. Questo significa che stiamo lavorando bene».

Le Sentinelle studiano anche il metodo della Scuola di Sant´Andrea, inventato dal messicano Josè Prado Flores. «È un modo tutto nuovo – dice il capo delle Sentinelle – di fare catechismo. Si fa esperienza di Dio con tutti i cinque sensi. Si legge, ad esempio, che la parola di Dio è una spada ed ecco una spada che taglia un cocomero. Si dice che la parola divina è dolce come il miele ed ecco un barattolo di miele, per un assaggio. Racconta il Vangelo che Gesù, per guarire un cieco, sputò per terra, impastò la polvere e la mise sugli occhi di quell´uomo. Disse: “Ora vai alla piscina di Siloe a lavarti”. Chi partecipa al catechismo viene bendato e va alla ricerca di una fontana di cui sente lo scroscio. Un catechismo così si ricorda per sempre».

Al convegno delle Sentinelle partecipa anche don Piergiorgio Perini, il milanese che a Sant´Eustorgio ha inventato le “cellule parrocchiali”. «Essere nella cellula vuol dire convertirsi e convertire la moglie o il marito, gli amici, i compagni di lavoro. Con queste cellule le parrocchie morte sono diventate parrocchie in fiamme, per l´ardore di una fede che va alla testa». Tanti progetti sulla riga di partenza. Come l´ultima invenzione delle Sentinelle: l´Happy Hour. «Festa in un locale alla moda per annunciare Gesù a chi non entrerebbe mai in chiesa. Alcolici e musica cristiana d´ambiente. È come una grande rete gettata al largo». Almeno sono sinceri.

Verona, Jenner Meletti