Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.

Una religione pagana di massa

Dal sito http://www.jadawin.info una e-mail giunta l’11 giugno 2010 dc:

Una religione pagana di massa

di Lucio Garofalo

“La religione è l’oppio dei popoli”, scriveva oltre un secolo fa Karl Marx. Ormai la religione esprime un significato blando e secondario per le masse del mondo occidentale, tranne poche minoranze integraliste (nota mia: non sono d’accordo. In maniera ipocrita e opportunista, come sempre, la religione ha però un seguito di massa notevolissimo, altro che secondario!). Malgrado il vento di restaurazione che soffia dagli Usa e che ha trovato nel papa tedesco e nel cardinale Ruini i massimi esponenti dentro le gerarchie vaticane, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è destinata ad essere un punto di riferimento sempre più marginale rispetto alle epoche trascorse.

Oggi la religione non occupa più il posto centrale e pervasivo che ricopriva nell’esistenza degli uomini del passato, fatta eccezione per alcune ristrette frange conservatrici e tradizionaliste dei Paesi occidentali e le masse islamiche. Il valore ossessivo, supremo e onnipresente che la religione esprimeva in passato è stato assunto dal calcio, il vero surrogato della religione. Se qualcuno nutrisse dubbi a riguardo, credo che le manifestazioni di isteria collettiva cui abbiamo assistito durante i mondiali disputati in Germania nel 2006 abbiano sgombrato il campo (non di calcio) da qualsiasi perplessità.

Allo stesso modo in cui le divinità religiose del passato simboleggiavano le priorità assolute dell’esistenza, oggi i calciatori costituiscono le divinità terrene di un culto secolarizzato, i totem sacri e inviolabili per vaste moltitudini di persone, ormai espropriate di autentici valori spirituali (nota mia: ancora questo uso di termini come “valori spirituali” e “spirito” invece di “valori culturali, intellettuali…” e “cultura”, “intelletto”: è ora che i laici, gli atei e gli agnostici la smettano di usare termini la cui origine è irrazionale, sovrannaturale e ultraterrena – anche se perfino Marx, Engles, Lenin e Trotzky, tra gli altri, li hanno usati nel loro tempo). Il calcio è diventato il culto pagano per antonomasia in un’epoca senza divinità, né idoli, senza riferimenti culturali e principi etici, senza passioni estetiche, artistiche o politiche in grado di impreziosire la vita degli individui, strozzati da una brutale alienazione economica. In tal senso il calcio è diventato una valvola di sfogo, una via di scampo dal soffocante grigiore del vivere quotidiano. Il calcio è una sorta di acquavite spirituale in cui le masse annegano le angosce, i dolori e le inquietudini che le affliggono, come un tempo faceva la religione.

I calciatori sono i nuovi eroi, i moderni gladiatori, i miti incarnati del nostro tempo, la metafora dei cavalieri medievali: belli, onesti e coraggiosi, temuti, ricchi e potenti, senza macchia e senza paura. Ma si tratta di una mitologia falsa ed estetizzante. Infatti, come in passato si combattevano le guerre di religione, oggi negli stadi di calcio si combattono conflitti bellici sublimati, al punto che il calcio è definito, a ragione, una “metafora della guerra”. Non a caso il gergo calcistico, abitualmente usato dagli addetti ai lavori e dai semplici tifosi di calcio, scimmiotta lo stile tipico del lessico militare.

Non è un caso che la retorica celebrativa dopo il “trionfo berlinese”, culminata nell’apoteosi del Circo Massimo, è stata una retorica sciovinista, militarista e populista. Fu impressionante l’orgia nazionalista che invase la nazione in seguito al trionfo calcistico in Germania, davvero senza precedenti. Penso al mondiale spagnolo vinto nel 1982, che vide in Pertini il protagonista istituzionale della campagna di strumentalizzazione orchestrata nell’occasione. Penso alla propaganda del regime mussoliniano dopo le vittorie della nazionale di Pozzo ai mondiali del 1934 in Italia, alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 e ai mondiali del 1938 in Francia. Si trattò di “trionfi sportivi” che furono utili alla retorica nazionalista ed imperialista impiegata dal regime fascista. Il quale, non a caso, in quegli anni era impegnato in campagne coloniali e nel 1940 si adoperò per giustificare l’intervento (rovinoso) nella seconda guerra mondiale.

Penso ad esempi storici che hanno coinvolto altre nazioni. Rammento la propaganda nazionalista in Germania dopo la vittoria ai mondiali di calcio disputati in Italia nel 1990: si trattò di celebrazioni che per dimensioni ed effetti mediatici superarono addirittura l’esaltazione della riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. I casi citati impallidiscono di fronte all’imponente strumentalizzazione compiuta nel 2006, sfruttando in modo cinico e opportunistico l’ondata di euforia collettiva. In tale circostanza gli artefici istituzionali furono Giorgio Napolitano, Romano Prodi e il ministro dello sport Giovanna Melandri, seguiti dall’intera stampa di regime, incluso il quotidiano “Liberazione”. Sinceramente mi nauseò vedere come la sinistra al governo si sia rivelata più nazionalista dei nazionalisti, più sciovinista dei fascisti, più realista del re.

La rinnovata vocazione militarista dell’Italia non è una novità. La storia degli ultimi 30 anni lo dimostra ampiamente. Tuttavia, mentre nel 1982 il neoimperialismo italiano si presentava a livello embrionale, oggi è giunto a maturità ed è pronto a nuove imprese espansioniste e coloniali. In questa ottica si inquadra la questione del voto parlamentare per il rinnovo dei finanziamenti alla “missione di pace” in Afghanistan. Si pensi che l’Italia è il Paese con più presenze militari nel mondo dopo Usa e Gran Bretagna.

Il calcio è da tempo un fenomeno non più solo sportivo, ma rappresenta qualcosa di più complesso. Il calcio, non solo in Italia ma nel resto del mondo, è ormai diventato una ricca e imponente industria dominata da sponsor multinazionali e da potenti società per azioni quotate in borsa. Nel nostro Paese il calcio è tra le voci più rilevanti dell’economia nazionale ed è così in altre nazioni. Il potere finanziario del calcio ha assunto dimensioni colossali. In Italia è diventato un potente fenomeno di corruzione affaristica e politica, come si evince dallo scandalo di “calciopoli”, esploso nel 2006.

Si può ribadire, senza tema di smentita, che il calcio è tutto tranne uno sport, essendo capace di suscitare una sbornia popolare di proporzioni mai viste, scatenando effetti irrazionali e deliranti che oltrepassano la soglia del fanatismo e l’isteria collettiva più folle e contagiosa. Ovviamente, quando le cose vanno bene le conseguenze sono di euforia e tripudio nazionale, come abbiamo visto dopo la vittoria del 2006. Tuttavia, l’irrazionalità e il morboso feticismo del tifo calcistico trovano riscontri solo nel fanatismo religioso e nel misticismo più acceso di chi non ama che sia messa in dubbio la propria fede. Diversamente dal tifoso di altri sport (nota mia: a mio parere anche i tifosi di altri sport si stanno avvicinando al comportamento di quelli del calcio), il tifoso di calcio è in genere aggressivo, delirante, isterico e violento alla stregua di chi professa un credo religioso. Tale fenomeno non è solo italiano, ma planetario. Nel 1950 in Brasile, dopo la finale persa contro l’Uruguay, si ebbero numerosi suicidi e casi di depressione (nota mia: successe anche nel 1982 quando l’Italia sconfisse il Brasile). Cito questo dato estremo per sottolineare i comportamenti patologici di massa connessi al calcio.

È un’enorme ingenuità pensare che il calcio sia solo uno sport. Se così fosse non assisteremmo alle forme di isterismo e teppismo collettivo, alle violenze di massa cui siamo assuefatti e che nulla hanno a che spartire con lo sport, mentre appartengono ad un fenomeno alienante e ad un business mondiale. Il calcio appassiona, travolge, emoziona, trascina e mobilita vaste moltitudini come se non più delle religioni e delle guerre medesime. Si pensi che la finale dei mondiali del 2006 venne seguita in televisione anche nei territori palestinesi occupati dall’esercito israeliano e che sono teatro di un massacro ignorato dai media e dall’opinione pubblica internazionale. A tale proposito, durante lo svolgimento dei mondiali nel 2006 mi chiedevo che fine avesse fatto il movimento pacifista. Invece di scendere in piazza per denunciare i crimini israeliani, esso si mescolava ai festeggiamenti per il “trionfo azzurro”, assistendo con colpevole inerzia e senso d’impotenza a quanto accadeva in Medio Oriente.