“Io vado a votare: passaparola”

Andate e andiamo a votare ai 4 referendum nazionali e ai 5 referendum milanesi!

Io vado a votare: passaparola

Elogio dell’imbecille

In e-mail, come inoltro, il 5 Aprile 2011 dc:

Poiché in questo testo si viola un buon numero di articoli del Codice (dalla diffamazione a mezzo stampa all’incitamento a impiccare si può immaginare chi), nel momento in cui mi accingo anch’io (oltre a Pino Bertelli) ad aiutare il novello Spartaco per farlo circolare, dichiaro di assumermi la corresponsabilità (penale, ovviamente) per tutto ciò che vi è scritto. Spero solo che ci mettano nella stessa cella o almeno in celle contingue, in modo da tirar insieme sassi alla luna, come viene detto teneramente alla fine di questo antipanegirico.

Una richiesta, caro Spartaco, però voglio fartela a nome di vari altri compagni e compagne: a quando un tuo Elogio dell’Imbecille di sinistra? Mi riferisco a quella strana figura antropologica (il BES, il Buon elettore di sinistra, come fu definito in uno dei primi libri della collana Utopia rossa) che ha fatto di tutto per spianare la strada all’Imbecille di destra (dall’interno o dall’esterno del governo), mentre si sgolava a parlarne male.

Nel caso, mi assumerei la corresponsabilità anche di questo secondo antipanegirico, sperando sempre in una comunanza cellulare (e qui può affiorare un terzo tipo di Imbecille, né di destra né di sinistra, che penserà subito a un nuovo modello di telefonino…).

Affinché non si levi un movimento di popolo a dichiarare corresponsabilità con l’Antimbecille di Spartaco, ricordo lo stato di penoso sovraffollamento in cui versano i carceri italiani…

Invito a leggere, a pubblicare e a far circolare questo testo inviato da Spartaco a Pino Bertelli e da Pino a me, nel quadro delle celebrazioni per il 2525° anniversario dell’epico gesto di Armodio e Aristogitone.

(r.m.)   

Riceviamo e volentieri allarghiamo la diffusione di questa favola veridica di un imbecille che si fece primo ministro di un Paese di voltagabbana… chi è fornito di una salutare ironia o intelligenza belligerante potrà comprendere le metafore in modo appropriato… la pregevolezza del testo contiene il delitto di indiscrezione… tuttavia per chi scrive a un certo grado di qualità il disprezzo contro ogni forma di potere  è qualcosa di raffinato che ispira rispetto e dignità… questa forse è la ragione per cui solo i pazzi, i poeti o i bambini vanno presi in considerazione… il sorriso scanzonatorio che fuoriesce da questa favola passa di smarrimento in smarrimento e mostra che non è grazie alla politica, ma alla sofferenza,  e solo grazie ad essa, che la facciamo finita di essere marionette legate ai fili di un burattinaio senza nessuna qualità… la fine dello spaventamento è nella nascita dello stupore e della meraviglia troppo a lungo calpestate…

Pino Bertelli

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro

Favola veridica di un burattinaio ai tempi della società dello spettacolo

di Spartaco

A mia nonna partigiana,
perché mi ha insegnato a non baciare mai la mano ai padroni o ai preti,
semmai bisogna prenderli a calci in culo e brindare sulle loro zucche rotte…
per ritrovare il rispetto e la dignità che ogni uomo e ogni donna si meritano…

“Volevo scrostare le pareti del traballante edificio della giustizia
e mi sono accorto che era meglio buttarlo giù e — al di là del pregiudizio, della colpevolezza,
del merito, del demerito, della pena — ricostruirlo su relazioni che siano
quelle di un senso umano finalmente privilegiato… lo Stato è niente, noi siamo tutto!”.
Raoul Vaneigem

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro.

C’era una volta e una volta non c’era… un burattinaio che ai tempi della società dello spettacolo riuscì a farsi credere l’ultimo dei profeti di una casta che fece del profitto indiscriminato e dell’appropriazione indebita la sua fortuna e quella dei burattini che si abbeveravano ai liquami della sua vanesia cialtroneria…l’imbecille con la faccia da piazzista di apparecchi televisivi si trasformò in vorace palazzinaro alle porte del feudo di Milano… s’infiltrò alla corte di un bestione con il garofano rosso in mano, prese la tessera della P2, si pregiò pubblicamente di connivenze con la mafia, divenne capo del consiglio di un parlamento di figli di troia, stupratore di minorenni e instaurò un impietoso regime neo-fascista nel Paese dei coglioni (specie di sinistra) che lo amarono come presidente di una squadra di calcio, lo servirono come padrone di giornali e televisioni a dire poco idioti e si genuflessero fino alla prostrazione come elettori. Vi è dell’imbecille in chiunque trionfi in qualsiasi campo della società spettacolare.

L’imbecille non diventò mai principe, restò sempre un imbecille incensato dai partiti di opposizione, dalla chiesa, dai vassalli addomesticati (per mezzo della dittatura dei media) che gli conferirono il consenso e il successo… al mercato del tempio comprava i voti dei farisei/parlamentari allo stesso modo che comprava la dignità delle puttane di strada o d’alto bordo, da magnaccia di bassa lega, nemmeno capace di metterlo nel culo a qualcuno senza un filo di grazia… si vedeva che era un ignorante che parlava milanese e non conosceva la bellezza amorosa, insolente, libertaria dei grandi filosofi libertini, ma praticava solo la pornografia delinquenziale… insieme a marchettari/burattini cresciuti nel teatrino televisivo dell’indecenza… suscitava fascino e repellenza, un farabutto da non rimpiangere, semmai da eliminare all’istante o poco dopo un suo qualsiasi discorso sul popolo e sulla libertà.

Era l’imbecille più ricco del Paese dei tarocchi, divorato dalla nostalgia di ascendere al trono del Paradiso, senza avere avuto una sola contaminazione purulenta di vera fede… voleva anche salire alla presidenza di quel Paese di voltagabbana che lo sostennero in tutta la sua carriera politica e nella gestione totalitaria del malaffare… insieme alla sua cosca di bravacci allevati alle rapine, saccheggi, violenze inaudite a danno di chi non aveva voce, ammucchiava i tesori (insieme ai magi della finanza pubblica e privata) nei conti segreti delle banche internazionali… intrepido smantellatore di fabbriche da delocalizzare, esperto in espropriazioni di fondi per i terremotati, trafficante di armi in guerre umanitarie… inquisitore maldestro di operai, disoccupati, precari e delle giovani generazioni in rivolta che chiedevano il diritto di avere diritti e un’esistenza più giusta e più umana… il burattinaio trascorse un’intera vita baciata dall’ottimismo, senza sapere che l’ottimismo, come è noto, è una patologia degli imbecilli in agonia.

Alcuni uomini togati dell’epoca, ma senza cappuccio, forse… cercarono di processarlo, buttarlo in galera insieme alle sue famiglie, le sue puttane, i suoi servi sciocchi e anche i suoi cani da cortile mediatico… l’imbecille con la bandana da pirata che cantava canzoni napoletane da ritardati mentali (scritte da lui medesimo e da un altro deficiente)… la fece franca per molte lune… i senatori, i deputati , i papponi (compresi quelli non meno cretini della sinistra) del Paese degli stupidi che volavano come le oche, a colpi di euro e posti di potere, votarono leggi di protezione a persona e con la disinvoltura degli struzzi nelle camere del governo, lo eressero a simulacro (intoccabile) dell’efficienza dei tagliagole.

L’imbecille che si fece primo ministro non faceva mistero di essere complice di crimini contro l’umanità commessi insieme ai compari/amici di bagordi (dittatori sovietici, africani, cinesi o mafiosi italo-americani)… bisognerebbe essere fuori dalla realtà come un politico di professione o come un idiota per credere che le bande criminali che albergano nei parlamenti possano occuparsi del bene comune… non abbiamo incontrato una sola persona disturbata che non sia stata in adorazione di questo imbecille.

Non c’è Elogio della follia che tenga… al quale questo nano di fogna diceva di ispirarsi… Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 — 1536) era un gigante della politica eversiva (contro la demenza del mondo), questo barbaro con la protervia da nazista in gita, sosteneva un branco di tangheri, frequentatori di bordelli, spacciatori e consumatori di polvere degli angeli, terroristi della Borsa, profittatori della protezione civile, assassini impuniti e poeti dell’impiccagione mediatica… il confine tra il cretinismo e il genio è labile e la storia dei suoi misfatti poi mostrò che l’imbecille che si fece primo ministro non era un genio ma un cretino che molti avevano confuso come genio… l’imbarazzo della sacralità idolatrica era già stato vissuto con Cristo (contraffatto dalla santa romana chiesa), Hitler, Mussolini o Stalin… per dire dei più famelici imbecilli adorati — fino alla nausea — nei secoli da masse sterminate… — Chi conosce la forca non sempre sa scrivere la storia e chi scrive la storia non sempre conosce la forca, anche se qualche volta lo meriterebbe —, diceva l’ultimo boia di Londra, forse.

Fu così che un maggio fantastico scoppiò una primavera di bellezza come non se ne erano mai viste da anni… ritornarono le lucciole nei campi di grano e il profumo del biancospino mutò il corso delle costellazioni… dalle periferie invisibili del Paese dei nidi di ragno uscirono gli uomini della foresta (con uno straccetto rosso al collo, Pasolini diceva) e si armarono con tutti i mezzi necessari per riconquistare la felicità e la gioia di tutti gli uomini e tutte le donne…assaltarono i palazzi del potere e impiccarono i gerarchi della politica ai cancelli dei giardini pubblici… l’imbecille che si fece primo ministro venne impalato vivo su una spiaggia privata di paradisi fiscali ed esposto al pubblico ludibrio… nemmeno i cani randagi vollero pisciare sui suoi resti.

Questa favola veridica me l’ha raccontata mia nonna partigiana in quel vicolo di una città-fabbrica dove i gatti in amore giocavano con i bambini che tiravano i sassi alla luna e mentre buttava le sardine sul fuoco diceva che — “un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall’alto soltanto per aiutarlo ad alzarsi!” —… l’aveva ricevuta in sorte dal padre suo e il padre dal padre del padre…finiva sempre con un appello accorato… — “finché vi sarà un imbecille— in piedi — in parlamento, il compito dei potatori di rami secchi non sarà finito —… a proposito dell’abate di campagna, Jean Meslier (1664-1729), ricordava le sue parole sante — “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo padrone!… che la festa cominci!”… formidabili quegli anni!

30 volte marzo 2011

Riti inutili e significati rimossi

In e-mail l’8 Marzo 2011 dc:

Riti inutili e significati rimossi

di Lucio Garofalo

Come ogni anno il giorno dell’8 marzo si ripete (sempre più stancamente) la festa della donna, che nel 2011 coincide con un’altra ricorrenza molto celebrata, il Carnevale, con cui condivide forme rituali e modalità gestuali di segno squisitamente edonistico e commerciale, frutto di un processo di totale svuotamento, rimozione o travisamento del valore più autentico e profondo dell’idea di partenza, cioè del senso più antico di una festa laica come l’8 marzo, o di una tradizione pagana e popolare come il Carnevale.

Il valore storico, religioso, laico o politico di una ricorrenza, se non è stato definitivamente azzerato, volgarizzato o frainteso, rappresenta semplicemente la cornice esteriore, un elemento effimero e pletorico, mentre ciò che conta è il primato del dio denaro e della merce, la prassi consumistica standardizzata che annienta ogni capacità di giudizio e riflessione critica, alienando e mistificando la vita delle persone.

Nella società consumista tali ricorrenze, siano esse di origine religiosa come il Natale e la Pasqua, di chiara provenienza pagana come il Martedì grasso, o di matrice politica come il 25 aprile e il 1° maggio, costituiscono una serie interminabile di consuetudini esclusivamente commerciali, prive di ogni altro valore se non quello relativo alla più stolta e volgare mercificazione e all’estrazione del profitto economico individuale.

Si tratta di una sequenza monotona e reiterata di cerimonie ridotte a gesti rituali, consunti e abitudinari che sanciscono la supremazia del mercato e della logica del profitto, l’affermazione dell’edonismo e del cretinismo di massa, che si ripetono con l’acquisto dei regali, la consumazione del pranzo o del cenone, l’alienazione del ballo e dello sballo, in un contesto di conformismo di massa e intorpidimento delle coscienze all’insegna della sfrenatezza e della frivolezza assoluta, nell’esaltazione del disimpegno e del riflusso nella sfera egoistica, futile e meschina dell’individualismo borghese.

Soffermiamoci a riflettere sul senso autentico (ormai rimosso) dell’8 marzo. Mi riferisco al significato politico, intellettuale e sociale che diede luogo a tale manifestazione, non a caso introdotta nello scenario e nell’habitat del movimento socialista, cioè sul terreno fertile delle lotte e delle ragioni della classe operaia internazionale grazie ad un’idea di Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, due donne di grande pensiero e personalità che furono militanti comuniste del proletariato rivoluzionario. Serve quindi una breve ricostruzione storica della cosiddetta “Giornata internazionale della donna” per comprendere il senso originario che nel corso del tempo è stato smarrito, cancellato, svilito o banalizzato.

Durante il VII Congresso della Seconda Internazionale nel 1907, a cui parteciparono delegati provenienti da varie nazioni, tra cui i massimi dirigenti socialisti dell’epoca come Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Lenin, si discusse anche della rivendicazione del suffragio universale esteso alle donne. Su questo tema il Congresso votò una mozione in cui i partiti socialisti si impegnavano per l’applicazione del suffragio universale femminile. La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l’8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l’8 marzo del 1917 sancì l’inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l’8 marzo si celebrasse la “Giornata internazionale dell’operaia”.

Tenendo dunque presente le ragioni e gli avvenimenti che ispirarono l’istituzione di tale giornata, occorre ribadire e rilanciare con forza l’idea che l’emancipazione femminile sarà possibile solo in una società totalmente affrancata dal bisogno e dallo sfruttamento materiale dell’uomo (e quindi della donna) da parte di altri uomini, vale a dire in una società di liberi ed eguali, in un sistema che sia effettivamente egualitario e comunista.

La festa della donna, così come venne concepita e creata cent’anni fa, è oggi completamente priva di senso, ridotta ad essere un rito vuoto e pleonastico, è la conferma inequivocabile del trionfo capitalista, l’esaltazione dell’ideologia mercantilista borghese e delle sue liturgie sociali, l’estasi del dio denaro e il feticismo della merce, un culto massificato che celebra l’apoteosi dell’edonismo più alienante e dissennato.

Il sistema capitalista esercita un potere diabolico in grado di assorbire e neutralizzare ogni valore ed ogni sentimento, il significato di qualsiasi avvenimento, azione o idea, anche l’iniziativa o il movimento più audace e sovversivo. In altri termini, il sistema consumista di massa costituisce il vero totalitarismo e il vero fascismo, un mostro onnivoro capace di assimilare e divorare tutto, come sosteneva Pasolini oltre 35 anni fa.

Il potere occulto della mafia e della massoneria

In e-mail il 6 Marzo 2011 dc:

Il potere occulto della mafia e della massoneria

di Lucio Garofalo

Cosa Nostra non è stata debellata con la cattura di Riina e Provenzano, braccati per anni e arrestati all’improvviso quando hanno dimostrato di essere antiquati. Quella che è definitivamente morta e sepolta in Sicilia è la mafia rurale e primitiva che è stata processata e condannata dalle inchieste di Falcone e Borsellino, uccisi dai sicari della cosca più sanguinaria, i Corleonesi. Oggi la mafia è più viva e potente che mai, non si è volatilizzata solo perché non terrorizza e non compie stragi per eliminare i suoi nemici.

La mafia evita di ammazzare perché ha scelto di non esporsi ad eventuali ritorsioni dello Stato, non vuole essere visibile per dare l’impressione di non esistere più, ma in realtà preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese. Ciò vuol dire che Cosa Nostra non esiste più? No. La mafia ha solo imparato a dissimularsi ma continua ad agire indisturbata. L’assetto mafioso si è riciclato in una veste nuova. La mafia arcaica ha subito una rivoluzione che ha prodotto una profonda mutazione antropologica, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito della società consumistica.

Dunque, la mafia si è adeguata alla globalizzazione, trasformandosi in una holding company, un’impresa multinazionale che comanda un impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del capitalismo italiano, una compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese. La mafia è una potente società finanziaria che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Ma si tratta di azioni criminali, come criminale è l’apparato capitalistico nel suo insieme, le cui ricchezze sono di origine dubbia: “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa dotta citazione serve a chiarire come la matrice originaria della proprietà privata, del grande capitale insito nelle rendite finanziarie, sia sempre illecita, sospetta e delittuosa, in quanto scaturisce da un misfatto precedente che è sempre iniquo e violento, un atto di espropriazione violenta del prodotto sociale, cioè del valore creato dal lavoro collettivo. La sostanza del capitalismo è di per sé criminale.

“Gli affari sono affari” per tutti gli affaristi, sia che si tratti di figure approvate socialmente, o di individui loschi e famigerati, cioè noti criminali. Belve sanguinarie o meno, delinquenti pregiudicati o meno, gli uomini d’affari sono sempre poco retti ed onesti, molto astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, indole o vocazione.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue operazioni illecite con uno scopo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a servirsi dei mezzi più disonesti, ricorrendo anche al delitto più atroce e criminale. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare, a minacciare e corrompere, eliminando fisicamente i suoi avversari, alla stregua di altri gruppi imprenditoriali come le multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono alla loro ingerenza affaristica ed imperialistica.

In altri termini, il delitto appartiene all’intima natura dell’economia borghese in quanto componente intrinseca ad un ordine retto sul “libero mercato” e sulle ingiuste sperequazioni che ne derivano. La logica mafiosa è insita nella struttura del sistema dominante ovunque riesca ad insinuarsi il capitalismo. Ciò che eventualmente varia è il differente grado di “mafiosità”, cioè di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente i propri nemici, come nel caso delle “onorate società”, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, ma altrettanto cinici e pericolosi.

Nel 2008 uscirono nelle sale cinematografiche due film che riscossero un notevole successo di critica e di pubblico: Gomorra e Il Divo. Cito questi film non per fare una recensione critica, ma per sollecitare una riflessione sugli aspetti assurdi e grotteschi insiti nella storia e nella struttura del potere in Italia. Un’intenzione ardita e forse velleitaria, che provo a spiegare con una domanda apparentemente provocatoria: qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e Il Divo? La risposta è facile: lo Stato, non lo Stato tout court, ma lo Stato italiano. Ma com’è nato storicamente lo Stato italiano?

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della “unità d’Italia”. Ebbene, se pensiamo che il processo di unificazione nazionale si è realizzato nel corso delle guerre “risorgimentali” che furono imprese di annessione e conquista coloniale e che tale processo si deve essenzialmente all’iniziativa di tendenze cospirative che fanno capo alla massoneria e alla mafia, è inevitabile dedurre che lo Stato italiano è nato sotto l’egida di poteri occulti e malavitosi. Lo Stato italiano si regge tuttora sul connubio tra centri affaristici ed eversivi come mafia e massoneria. Lo Stato italiano è lo Stato massonico e mafioso per antonomasia. Esso è ufficialmente l’involucro che protegge il capitalismo di matrice massonica e mafiosa. Il capitalismo italiano è un sistema di accumulazione finanziaria che fa capo alle forze più occulte e reazionarie appartenenti alla borghesia nazionale e internazionale in grado di condizionare il destino della nostra società. Non è un caso che l’intreccio tra criminalità mafiosa e criminalità massonica sia sempre ricorrente nella nostra storia contemporanea. Non è un caso che riscuotano un notevole successo commerciale film come Gomorra o altri prodotti del genere “gangster movie” quali Romanzo criminale e Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido.

Infine, voglio dedicare un ragionamento al tema dell’omertà sociale a partire dalla definizione tratta da un comune vocabolario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine è di origine incerta, forse riconducibile al latino humilitas, adottato poi nei dialetti meridionali e modificato in umirtà. Nel gergo mafioso chiunque infranga il principio dell’omertà è condannato come “infame”. Il codice dell’omertà costituisce dal punto di vista psicologico la difesa dell’onore del clan famigliare, che impartisce ai suoi membri il culto della reticenza in quanto requisito della virilità. Dunque, la catena omertosa è una delle basi culturali su cui si regge il potere mafioso. Per estensione il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà mafiosa nella sua accezione più ampia, nel senso di un potere coercitivo e terroristico.

L’uso intelligente della parola può generare una rivolta contro l’omertà, ispirando un modello culturale retto su codici di comportamento non oscurantistici, ma antiautoritari. Personalmente credo nel diritto e nel potere della parola, inteso ed esercitato non solo come mezzo di comunicazione e denuncia, ma altresì come strumento di interpretazione  e trasformazione rivoluzionaria del mondo. La parola racchiude in sé la forza per migliorare la nostra vita. Potenzialmente essa vale più di un pugno e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza insite nel codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare alla causa della libertà e della giustizia sociale, violando situazioni o atteggiamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola che testimonia un altro modo di vivere i rapporti umani improntati ai valori della solidarietà e della giustizia sociale, della libertà e della democrazia, è una modalità alternativa ed eversiva rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia.

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

14 Febbraio 2010 dc:

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

Mi capita a volte di pensare a un paradosso universale, in quanto colpisce direttamente l’intera compagine umana. Mi riferisco ad un’assurda e insanabile contraddizione tra il crescente progresso tecnologico e scientifico avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere in condizioni decisamente migliori, e la realtà concreta che denota un sensibile peggioramento dello stato in cui versa gran parte dell’umanità, in particolare i produttori, cioè le classi lavoratrici salariate. Questa assurda incongruenza opprime anche i lavoratori che vivono nel mondo occidentale.

Ebbene, grazie alle più recenti e avanzate conquiste ottenute nel campo tecnico e scientifico, la nobile ed antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità dal bisogno di lavorare, inteso come prestazione di tempo alienato e mercificato, cioè sottoposto a condizioni di servitù e sfruttamento economico, è virtualmente realizzabile oggi di ieri.

Ciò significa che tale ipotesi sarebbe oggettivamente possibile e necessaria, ma nel contempo è impraticabile nel quadro dei rapporti giuridici ed economici vigenti, imperniati su leggi e strutture classiste insite nel modo di produzione capitalistico, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi ideologica e sistemica di portata globale.

Pertanto, l’idea dell’affrancamento dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si verificano durante il tempo di lavoro, potrebbe dirsi prossima alla sua attuazione. Tuttavia, una simile meta non si potrebbe conseguire senza una rottura rivoluzionaria compiuta a livello planetario nel quadro del dominio capitalistico tuttora vigente. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economica, che controlla e detiene l’alta borghesia industriale e finanziaria.

Così come gli antichi greci si occupavano liberamente e amabilmente di politica, filosofia, poesia e belle arti, godendo dei piaceri concessi dalla vita, essendo esonerati dal lavoro manuale svolto dagli schiavi, parimenti gli uomini e le donne del mondo odierno potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro assegnato alle macchine e condotto grazie ai processi di automazione ed informatizzazione della produzione dei beni di consumo.

Questo traguardo rivoluzionario è già raggiungibile, almeno in teoria, grazie alle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” fornite dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

Lucio Garofalo

L’azienduola

La Lega Nord, vero e proprio “cane da guardia” del padrone di Arcore, un partito da sempre aduso ad oltraggiare e demonizzare i propri avversari, o chi non fa parte del proprio elettorato, oppure chi semplicemente non si piega e non si conforma agli schemi dogmatici del “pensiero unico”, questa volta attacca ed insulta i precari della scuola definendoli addirittura come “disadattati sociali”. Si legga, infatti, il seguente articolo: http://www.territorioscuola.com/interazioni_2/2009/07/18/2226-180709-italiani-imbecilli-la-lega-attacca-i-precari-della-scuola-disadattati-sociali/

Di fronte alle scellerate e incessanti offese inflitte alle istituzioni della Scuola Pubblica e alla professionalità docente, che spesso ha saputo e dovuto supplire alle inadempienze e alle mancanze dello Stato, non si può fare a meno di reagire con sdegno e decisione. Simili aggressioni, vigliacche e vergognose, provenienti da “autorevoli” ambienti legati alle forze di governo, vanno immediatamente esecrate e respinte con fermezza. Nel contempo, credo che a simili attacchi vandalici si debba replicare facendo ricorso soprattutto alle “armi”, efficacissime in questi casi, del sarcasmo e dell’ironia.

Pertanto, se mi è consentito replicare, mi piacerebbe postare un breve intervento, a sfondo satirico, che scrissi qualche tempo fa, esattamente all’epoca – non molto remota – del ministro Mor-Attila. La quale, col senno di poi, si è rivelata davvero una dilettante, persino maldestra, rispetto all’attuale ministro, molto più abile, esperta e specializzata nel devastare e cancellare quanto di buono esiste nella scuola italiana. Segue l’articolo.

L’azienduola

Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda!…

Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro.

A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera – ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”…

Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”. Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono.

Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione.

Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente (prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”.

In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci).

E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato.

La Mor-Attila (oggi la Gelmini) e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti.

Perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”. Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto!

Lucio Garofalo