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Dall’indignazione all’antipolitica

Da Hic Rhodus il 07 Aprile 2014 dc, ripubblicato il 07 Gennaio 2018 dc:

Dall’indignazione all’antipolitica

di Bezzicante

Il futuro appartiene alla nonviolenza, alla conciliazione tra le culture differenti. È per questa via che l’umanità dovrà superare il suo prossimo traguardo.

Stephane Hessel, Indignatevi!

Dal punto di vista politico questa è l’epoca dell’indignazione. Il popolo è stanco, vede le malefatte e s’indigna. I suoi rappresentati politici hanno tradito e il popolo s’indigna. Le ruberie, le malversazioni e le prepotenze non sono più tollerabili, e il popolo giustamente s’indigna. E poi? Questa energia sociale collettiva, queste dita puntate sul Male, che fine fanno? L’indignazione è una nobile forma di partecipazione politica o piuttosto un deposito di rabbia prepolitica a disposizione di chi la sa manovrare?
Per discuterne adeguatamente devo introdurre alcuni concetti importanti per distinguere ciò che è propriamente ‘politico’ da ciò che non lo è, proponendo questi aggettivi:

    • a-politico: indifferente alla politica (non necessariamente contrario o ostile); non interessato, apatico, non informato e non interessato a tale informazione; probabilmente non va a votare per disinteresse (e forse ignoranza);
    • impolitico: politicamente inopportuno e poco accorto (Gabrielli), e quindi ingenuo (o stupido, o malevolo) e dannoso (niente a che vedere con Le considerazioni di un impolitico di Thomas Mann); sono impolitici gli esagitati che a una manifestazione spaccano d’impulso un parabrezza o una vetrina, come i senatori che inscenarono la gazzarra dello spumante e della mortadella alla caduta del Governo Prodi; a livello popolare sono ‘impolitici’ per esempio gli atteggiamenti di astensione dal voto “perché tanto non cambia niente, sono tutti uguali, comandano sempre loro”;
Guglielmo Giannini, Fronte dell’Uomo Qualunque
  • prepolitico: concetto nato con Locke (‘600) che nei significati attuali ha a che fare con una riflessione politica senza prassi conseguente (nei suoi significati positivi, più rari) oppure con una riflessione politica inconsistente o incompiuta (nei suoi significati negativi, più usuali); per esempio votare per appartenenza (“la mia famiglia è sempre stata di sinistra quindi anch’io voto a sinistra”), oppure condurre analisi politiche vincolate a un’ideologia e quindi con sintesi scontate, o anche utilizzare un linguaggio stereotipato e ricco di cliché;

  • politico: l’unico concetto positivo di questa serie, rispetto al quale gli altri in elenco sono caratterizzati da una carenza. La politica altro non è che l’organizzazione della vita pubblica, e quindi il confronto di idee sui diversi modi in cui tale organizzazione debba essere messa in pratica, sugli obiettivi da perseguire, loro priorità etc., in ragione di un ipotetico “interesse collettivo”, o “nazionale”, o di determinate categorie (le minoranze, per esempio). Come tutto ciò sia in realtà complicato, contraddittorio e non semplice da mettere in pratica è facilmente verificabile (si veda la voce “Politica” della Treccani suggerita in fondo a questo post). Difficoltà a parte – di cui non tratto qui – è politico l’atteggiamento costruttivo di riflessione e messa in atto di soluzioni ai problemi della collettività, compiuto secondo regole condivise, di cui si rende conto e ci si assume responsabilità;
  • antipolitico: anche se il termine ha molteplici significati, anche positivi, assumo qui il significato prevalente nel dibattito di questo periodo intendendolo secondo la definizione di Carlo Galli:

Avversione e disprezzo per le forme e le attività della politica, e per i suoi protagonisti singoli (i politici), collettivi (i partiti), e istituzionali (i poteri pubblici). […] Questa antipolitica nasce dallo sdegno morale per gli scandali e la corruzione che coinvolgono i politici; dalla rabbia e dalla protesta per le promesse non mantenute dalla politica, e per l’ingiustizia con cui la politica calpesta i diritti dei cittadini; dall’idea qualunquistica che non vi sia differenza fra i partiti, che siano tutti uguali;  e che con un po’ d’onestà personale e di buon senso ogni problema verrebbe risolto.

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Naturalmente l’antipolitica è una forma di politica, offre un’analisi (generalmente stereotipata) e una conseguente azione che spesso sfrutta le regole tipiche della politica (per esempio la forma partito, le elezioni e la presenza parlamentare…), ma con uno scopo eminentemente eversivo (anche se qui ‘eversivo’ è utilizzato in un’accezione ristretta – ma legittima – del termine). Forse non c’è bisogno di tutte queste sfumature. Diciamo che le ultime tre sono le più interessanti e mi limito a queste.

Per parlare ora dell’indignazione farò esplicito riferimento al pamphlet di Stephane Hessel, dal titolo Indignatevi!, uscito nel 2010, ispiratore degli Indignados spagnoli e di Occupy Wall Street, citatissimo nel blog di Beppe Grillo. Hessel parla dell’indignazione come forza di cambiamento degli egoismi del mondo (in sostanza: del capitalismo) e si fonda sulla responsabilità individuale e la non violenza. Hessel ha avuto maestri di straordinario valore e una storia ricchissima di esperienze, e il suo libretto era esortativo, un messaggio per l’impegno dei giovani contro le ingiustizie; non a caso subito dopo Indignatevi! Hessel ha scritto Impegnatevi!. Questo messaggio di Hessel è positivo e propositivo, e qui utilizzerò questo suo concetto di ‘Indignazione’. A mio modo di vedere questo slancio propositivo dell’indignazione dovrebbe portare a una politica migliore (controllata dal basso, con obiettivi trasparenti, valutata…) e, specialmente, dovrebbe smuovere l’apatia e la sterilità della prepolitica, e temperare quella dell’antipolitica. indignazione 1 Naturalmente molti hanno letto e compreso il libello di Hessel, molti – anche senza averlo letto – sono sanamente indignati e impegnati, proprio come reazione individuale e responsabilizzante, nel sociale, nella politica, nell’educazione e così via. Sono assolutamente certo di questo. Come sono certo che c’è un succedaneo dell’indignazione che invece premia la prepolitica e l’antipolitica, che si fossilizza nella denuncia stereotipata senza prassi, o negli eccessi dell’antipolitica sfascista. indignazione 2 Il disimpegno indignato, populista, rancoroso quanto disinformato, verbalmente violento quanto preda di cliché e stereotipi è estremamente forte in Italia. Anche se presenta dei caratteri di trasversalità che evidentemente hanno a che fare con l’intelligenza e la cultura delle persone, gli indignati prepolitici e antipolitici sono con abbastanza chiarezza concentrati in alcuni settori politici.

La concentrazione in alcuni gruppi politici è favorita da una banale relazione fra il livello “macro” e quello “micro” ben studiato nelle scienze sociali. Avere un contenitore (partito o movimento), ricevere parole d’ordine, vedere tali parole d’ordine rimbalzare sui mass media (specie la tv) con continuazione, entrare nel gruppo e sentirsene parte (con senso di protezione, di inclusione, di verità) sono evidentemente tutti elementi che favoriscono l’aggregazione. Di contro, fare aggregare attorno a poche parole d’ordine, mantenere l’indignazione come condizione di coesione, secernere in continuazione malumore, indicare nemici, aggredire verbalmente, sono gli strumenti della leadership necessari per mantenere e manovrare masse considerevoli di individui: per vincere le elezioni, imporre una legge, scendere in piazza minacciosamente se non soddisfatti…

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Ma questa indignazione pre- o anti- politica, per essere politicamente utilizzabile, deve continuamente rinnovarsi. Il climax antagonistico e battagliero deve costantemente essere mantenuto alto, cosa che – in mancanza di una ideologia netta e chiara – diventa impresa complessa. Ecco allora un lavorìo continuo di iniziative eclatanti (salire sui tetti ieri, chiedere l’impeachment di Napolitano oggi, far cadere il governo domani), tutte rigorosamente inessenziali rispetto all’agenda dei problemi economici e sociali italiani, tutte destinate al fallimento ma tutte, rigorosamente tutte, lanciate nell’arena politica come questioni essenziali, delitti da vendicare, pietre miliari per la costituzione di un nuovo ordine. Ecco il linguaggio sempre e soltanto iperbolico, con aggettivazioni al vetriolo, con l’annullamento degli avversari; sempre quello, attentamente ripreso da epigoni e seguaci. Ecco l’isolamento (il M5S che non si allea con nessuno, Forza Italia che esce dal governo scontando la scissione…) pur di restare puri, distinti, fedeli ai cliché. Ecco l’Amato Leader. Ecco il populismo…

Il paradosso è questo: da un lato gli indignati populisti, prepolitici e antipolitici sono facilissimamente individuabili: dicono sempre le stesse cose (solitamente quelle del leader), usano lo stesso linguaggio, reagiscono pavlovianamente a quelle che chiamano provocazioni, non deflettono, non discutono. Strillano. D’altra parte, non riuscendo a entrare in comunicazione con loro, non si riesce a farli recedere di un passo: inutile mostrare dati che sconfermano l’ennesima bufala anti-sistema che hanno messo in giro; inutile spiegar loro che certe teorie economiche, più che bizzarre, sono fantascientifiche; inutile provare a dire che “politica” vuol dire discutere per realizzare assieme un qualche beneficio pubblico. Inutile. L’unica speranza rimane quella dell’agire politico concreto e fattivo, onesto e disinteressato, che nel nostro Paese manca da troppi decenni. La riduzione della disoccupazione, il ritorno del benessere delle classi medie, il reale sostegno alle famiglie in difficoltà, servizi che funzionino davvero… Solo questo sconfiggerà il populismo, e l’indignazione che rimarrà sarà quella propositiva di Hessel. tabella Insomma: solo una sperabile, ipotetica, futura buona politica scaccerà la prepolitica e specialmente l’antipolitica. Ma se interpretiamo correttamente Hessel, ciascuno di noi è chiamato, da subito, a fare la propria parte. Meno indignazione. Più partecipazione.

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Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

In e-mail il 26 Aprile 2011 dc:

Considerazioni inattuali n.27

26/4/2011

Tripoli bel suol d’orrore…al rombo del cannon

di Lucio Manisco

Doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Berlusconi: quindi l’Italia bombarda l’ex colonia. Entente cordiale tra un Sarkozy “voyou” e “une bande italienne de cons et de casse-couilles” sul cambio di regime in Libia che va bene al di là del mandato ONU e pertanto viola l’art.11 della Costituzione.

Non bombarderemo mai la Libia… non ho telefonato a Gheddafi per non disturbarlo… i nostri aerei si limiteranno a identificare l’ubicazione degli impianti radar, ma quelli li spengono, e poi faranno solo voli di addestramento… abbiamo posto a disposizione della NATO più di sette basi aeree e la nostra marina…

Era metà marzo: cinque settimane dopo, un ruvido incontro tra il segretario USA alla difesa Gates e quello italiano La Russa che fa lo gnorri e induce il presidente Obama a richiamare telefonicamente all’ordine il capo del governo a Roma. Et voilà: doppio salto carpiato con avvitamento multiplo di Silvio Berlusconi che dà il via ai bombardamenti italiani della Libia; venticinque tornado IDS, AMX e AV-88-plus che lanceranno non bombe a grappolo ma razzi “precisi, precisissimi” contro mezzi e basi missilistiche fuori dai centri urbani per non colpire ma proteggere le vite dei civili, in applicazione, all’insegna di una maggiore flessibilità, della risoluzione 1975 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il giorno dopo l’intesa sottaciuta con il presidente francese Sarkozy (e con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) sulla necessità di un cambiamento di regime a Tripoli da perseguire con ogni mezzo dalle più grandi potenze militari dell’occidente, qualcosa che va bene al di là della risoluzione ONU e checche’ ne dica il nostro presidente della repubblica viola platealmente l’art.11 della Costituzione.

La nuova entente cordiale tra Sarkozy “voyou” (canaglia) e il capo di una “bande italienne de cons et de casse-couilles” (una banda italiana di idioti e di rompicoglioni – definizioni de “Le canard  enchaîné”) viene celebrata in una conferenza stampa che a parte un più che meritato calamento di brache del nostro governo in materia di immigrati registra livelli di ipocrisia, ad uso e consumo delle rispettive politiche interne, raramente raggiunti dalla diplomazia internazionale. Sarkò modula le sue battute per arginare le brecce aperte nel suo elettorato dalla signora Le Pen e Berlusconi fa altrettanto per blandire la Lega insorta contro i bombardamenti: non gli basta il soccorso ex-rosso del PD pronto a votare a favore dei bombardamenti stessi, ma esclude in termini categorici la necessità di sottoporre la questione all’approvazione parlamentare.

Nel centenario dell’impresa coloniale in Libia riprenderemo così a bombardarla. L’Italia registra in questo settore un sinistro primato: siamo stati i primi nel mondo ad effettuare lanci di esplosivi dal cielo. Nel settembre del 1911 il pilota Giulio Gavotti a bordo di un monoplano Taube innescò e lanciò quattro granate contro i militari turchi nei pressi di Tripoli. I bombardamenti aerei divennero sempre più intensi e “sofisticati” con il passare degli anni, ad esempio con il lancio di quintali di gas asfissianti all’iprite sulle tribù libiche non ancora chiuse nei campi di concentramento e di sterminio.

Ora sono in molti ad augurarsi che i nostri piloti, grazie allo “addestramento” degli ultimi trentacinque giorni non incorrano negli stessi errori del pilota Giammarco Bellini e del capitano Maurizio Coccolone il cui Tornado venne abbattuto dalla contraerea irachena il 18 gennaio 1991 durante la prima guerra del Golfo: se la cavarono con il paracadute e vennero malmenati dalle truppe di Saddam per poi venire rilasciati alla fine del conflitto.

La guerra umanitaria che secondo le sballate previsioni dei Sarkò, Obama e Cameron avrebbe dovuto concludersi in sette o dieci giorni, sta assumendo gli aspetti di un conflitto tutt’altro che umanitario, di lunga durata e dall’esito incerto. “Momento critico in Libia” è il titolo di copertina dell’Economist di questa settimana che raffigura i tre leaders su tre cammelli nelle uniformi del deserto e della Legione straniera. “Lo sdegno che unificò il mondo per la minacciata macelleria a Bengasi – scrive il settimanale – si sta spegnendo mentre i diversi interessi della coalizione stanno riemergendo”. Un’analisi pessimista che non si spinge fino a una condivisione delle tesi degli “anti-interventisti” che peraltro vengono citate e documentate: il pericolo che truppe occidentali affondino in un pantano simile a quelli afgano e iracheno (c’è già un centinaio di “consiglieri e addestratori militari” francesi, inglesi, italiani e statunitensi a Bengasi e dintorni), le dubbie e variegate motivazioni degli insorti che includono alcuni “jihadisti” tra i quali Hamuda bin Qumu già detenuto a Guantanamo come sospetto dirigente di Al Quaeda, lo spirito combattivo delle tribù fedeli a Gheddafi che sarà anche un clown cruento e feroce e non può certo essere paragonato al Leone del deserto Omar Mukhtar catturato e impiccato dagli italiani nel 1935, ma che sta dimostrando una fierezza e un coraggio mai prima riconosciutigli dai suoi denigratori. Né va dimenticato che quattro delle sue brigate si battono bene in quanto addestrate in terra d’America dai marines di Camp Lejeune nella Carolina del Nord. Altre considerazioni sui due pesi e due misure nei comportamenti del terzetto Sarlozy-Obama-Cameron non vengono menzionate dall’Economist: perché al regime change perseguito in Libia non corrisponde alcun pronunciamento critico sull’Arabia Saudita che interviene militarmente nel Bahrein per sopprimere la rivolta del suo popolo? Perché ingabbiare altre rivolte nello Yemen, in Marocco e prima ancora in Tunisia e in Egitto con le cosiddette formule delle transizioni gestite da despoti sostenuti e finanziati dagli Stati Uniti? Perché alle critiche sia pure aspre rivolte a Assad Bashar nessuna ritorsione diplomatica o economica è stata adottata contro il Governo di Damasco che impiega i carri armati contro i dimostranti che vogliono democrazia e diritti civili?

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.com

N.B. Non divulghiamo i presunti verbali degli scambi tra “Ignacio La Rusa” e Robert Gates per il tramite inusuale impiegato, per la fonte più che sospetta e per il linguaggio da carrettiere attribuito al Segretario della Difesa Statunitense. Es: “What the f… is your government doing with Libya?”.

Elogio dell’imbecille

In e-mail, come inoltro, il 5 Aprile 2011 dc:

Poiché in questo testo si viola un buon numero di articoli del Codice (dalla diffamazione a mezzo stampa all’incitamento a impiccare si può immaginare chi), nel momento in cui mi accingo anch’io (oltre a Pino Bertelli) ad aiutare il novello Spartaco per farlo circolare, dichiaro di assumermi la corresponsabilità (penale, ovviamente) per tutto ciò che vi è scritto. Spero solo che ci mettano nella stessa cella o almeno in celle contingue, in modo da tirar insieme sassi alla luna, come viene detto teneramente alla fine di questo antipanegirico.

Una richiesta, caro Spartaco, però voglio fartela a nome di vari altri compagni e compagne: a quando un tuo Elogio dell’Imbecille di sinistra? Mi riferisco a quella strana figura antropologica (il BES, il Buon elettore di sinistra, come fu definito in uno dei primi libri della collana Utopia rossa) che ha fatto di tutto per spianare la strada all’Imbecille di destra (dall’interno o dall’esterno del governo), mentre si sgolava a parlarne male.

Nel caso, mi assumerei la corresponsabilità anche di questo secondo antipanegirico, sperando sempre in una comunanza cellulare (e qui può affiorare un terzo tipo di Imbecille, né di destra né di sinistra, che penserà subito a un nuovo modello di telefonino…).

Affinché non si levi un movimento di popolo a dichiarare corresponsabilità con l’Antimbecille di Spartaco, ricordo lo stato di penoso sovraffollamento in cui versano i carceri italiani…

Invito a leggere, a pubblicare e a far circolare questo testo inviato da Spartaco a Pino Bertelli e da Pino a me, nel quadro delle celebrazioni per il 2525° anniversario dell’epico gesto di Armodio e Aristogitone.

(r.m.)   

Riceviamo e volentieri allarghiamo la diffusione di questa favola veridica di un imbecille che si fece primo ministro di un Paese di voltagabbana… chi è fornito di una salutare ironia o intelligenza belligerante potrà comprendere le metafore in modo appropriato… la pregevolezza del testo contiene il delitto di indiscrezione… tuttavia per chi scrive a un certo grado di qualità il disprezzo contro ogni forma di potere  è qualcosa di raffinato che ispira rispetto e dignità… questa forse è la ragione per cui solo i pazzi, i poeti o i bambini vanno presi in considerazione… il sorriso scanzonatorio che fuoriesce da questa favola passa di smarrimento in smarrimento e mostra che non è grazie alla politica, ma alla sofferenza,  e solo grazie ad essa, che la facciamo finita di essere marionette legate ai fili di un burattinaio senza nessuna qualità… la fine dello spaventamento è nella nascita dello stupore e della meraviglia troppo a lungo calpestate…

Pino Bertelli

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro

Favola veridica di un burattinaio ai tempi della società dello spettacolo

di Spartaco

A mia nonna partigiana,
perché mi ha insegnato a non baciare mai la mano ai padroni o ai preti,
semmai bisogna prenderli a calci in culo e brindare sulle loro zucche rotte…
per ritrovare il rispetto e la dignità che ogni uomo e ogni donna si meritano…

“Volevo scrostare le pareti del traballante edificio della giustizia
e mi sono accorto che era meglio buttarlo giù e — al di là del pregiudizio, della colpevolezza,
del merito, del demerito, della pena — ricostruirlo su relazioni che siano
quelle di un senso umano finalmente privilegiato… lo Stato è niente, noi siamo tutto!”.
Raoul Vaneigem

Elogio dell’imbecille che si fece primo ministro.

C’era una volta e una volta non c’era… un burattinaio che ai tempi della società dello spettacolo riuscì a farsi credere l’ultimo dei profeti di una casta che fece del profitto indiscriminato e dell’appropriazione indebita la sua fortuna e quella dei burattini che si abbeveravano ai liquami della sua vanesia cialtroneria…l’imbecille con la faccia da piazzista di apparecchi televisivi si trasformò in vorace palazzinaro alle porte del feudo di Milano… s’infiltrò alla corte di un bestione con il garofano rosso in mano, prese la tessera della P2, si pregiò pubblicamente di connivenze con la mafia, divenne capo del consiglio di un parlamento di figli di troia, stupratore di minorenni e instaurò un impietoso regime neo-fascista nel Paese dei coglioni (specie di sinistra) che lo amarono come presidente di una squadra di calcio, lo servirono come padrone di giornali e televisioni a dire poco idioti e si genuflessero fino alla prostrazione come elettori. Vi è dell’imbecille in chiunque trionfi in qualsiasi campo della società spettacolare.

L’imbecille non diventò mai principe, restò sempre un imbecille incensato dai partiti di opposizione, dalla chiesa, dai vassalli addomesticati (per mezzo della dittatura dei media) che gli conferirono il consenso e il successo… al mercato del tempio comprava i voti dei farisei/parlamentari allo stesso modo che comprava la dignità delle puttane di strada o d’alto bordo, da magnaccia di bassa lega, nemmeno capace di metterlo nel culo a qualcuno senza un filo di grazia… si vedeva che era un ignorante che parlava milanese e non conosceva la bellezza amorosa, insolente, libertaria dei grandi filosofi libertini, ma praticava solo la pornografia delinquenziale… insieme a marchettari/burattini cresciuti nel teatrino televisivo dell’indecenza… suscitava fascino e repellenza, un farabutto da non rimpiangere, semmai da eliminare all’istante o poco dopo un suo qualsiasi discorso sul popolo e sulla libertà.

Era l’imbecille più ricco del Paese dei tarocchi, divorato dalla nostalgia di ascendere al trono del Paradiso, senza avere avuto una sola contaminazione purulenta di vera fede… voleva anche salire alla presidenza di quel Paese di voltagabbana che lo sostennero in tutta la sua carriera politica e nella gestione totalitaria del malaffare… insieme alla sua cosca di bravacci allevati alle rapine, saccheggi, violenze inaudite a danno di chi non aveva voce, ammucchiava i tesori (insieme ai magi della finanza pubblica e privata) nei conti segreti delle banche internazionali… intrepido smantellatore di fabbriche da delocalizzare, esperto in espropriazioni di fondi per i terremotati, trafficante di armi in guerre umanitarie… inquisitore maldestro di operai, disoccupati, precari e delle giovani generazioni in rivolta che chiedevano il diritto di avere diritti e un’esistenza più giusta e più umana… il burattinaio trascorse un’intera vita baciata dall’ottimismo, senza sapere che l’ottimismo, come è noto, è una patologia degli imbecilli in agonia.

Alcuni uomini togati dell’epoca, ma senza cappuccio, forse… cercarono di processarlo, buttarlo in galera insieme alle sue famiglie, le sue puttane, i suoi servi sciocchi e anche i suoi cani da cortile mediatico… l’imbecille con la bandana da pirata che cantava canzoni napoletane da ritardati mentali (scritte da lui medesimo e da un altro deficiente)… la fece franca per molte lune… i senatori, i deputati , i papponi (compresi quelli non meno cretini della sinistra) del Paese degli stupidi che volavano come le oche, a colpi di euro e posti di potere, votarono leggi di protezione a persona e con la disinvoltura degli struzzi nelle camere del governo, lo eressero a simulacro (intoccabile) dell’efficienza dei tagliagole.

L’imbecille che si fece primo ministro non faceva mistero di essere complice di crimini contro l’umanità commessi insieme ai compari/amici di bagordi (dittatori sovietici, africani, cinesi o mafiosi italo-americani)… bisognerebbe essere fuori dalla realtà come un politico di professione o come un idiota per credere che le bande criminali che albergano nei parlamenti possano occuparsi del bene comune… non abbiamo incontrato una sola persona disturbata che non sia stata in adorazione di questo imbecille.

Non c’è Elogio della follia che tenga… al quale questo nano di fogna diceva di ispirarsi… Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469 — 1536) era un gigante della politica eversiva (contro la demenza del mondo), questo barbaro con la protervia da nazista in gita, sosteneva un branco di tangheri, frequentatori di bordelli, spacciatori e consumatori di polvere degli angeli, terroristi della Borsa, profittatori della protezione civile, assassini impuniti e poeti dell’impiccagione mediatica… il confine tra il cretinismo e il genio è labile e la storia dei suoi misfatti poi mostrò che l’imbecille che si fece primo ministro non era un genio ma un cretino che molti avevano confuso come genio… l’imbarazzo della sacralità idolatrica era già stato vissuto con Cristo (contraffatto dalla santa romana chiesa), Hitler, Mussolini o Stalin… per dire dei più famelici imbecilli adorati — fino alla nausea — nei secoli da masse sterminate… — Chi conosce la forca non sempre sa scrivere la storia e chi scrive la storia non sempre conosce la forca, anche se qualche volta lo meriterebbe —, diceva l’ultimo boia di Londra, forse.

Fu così che un maggio fantastico scoppiò una primavera di bellezza come non se ne erano mai viste da anni… ritornarono le lucciole nei campi di grano e il profumo del biancospino mutò il corso delle costellazioni… dalle periferie invisibili del Paese dei nidi di ragno uscirono gli uomini della foresta (con uno straccetto rosso al collo, Pasolini diceva) e si armarono con tutti i mezzi necessari per riconquistare la felicità e la gioia di tutti gli uomini e tutte le donne…assaltarono i palazzi del potere e impiccarono i gerarchi della politica ai cancelli dei giardini pubblici… l’imbecille che si fece primo ministro venne impalato vivo su una spiaggia privata di paradisi fiscali ed esposto al pubblico ludibrio… nemmeno i cani randagi vollero pisciare sui suoi resti.

Questa favola veridica me l’ha raccontata mia nonna partigiana in quel vicolo di una città-fabbrica dove i gatti in amore giocavano con i bambini che tiravano i sassi alla luna e mentre buttava le sardine sul fuoco diceva che — “un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall’alto soltanto per aiutarlo ad alzarsi!” —… l’aveva ricevuta in sorte dal padre suo e il padre dal padre del padre…finiva sempre con un appello accorato… — “finché vi sarà un imbecille— in piedi — in parlamento, il compito dei potatori di rami secchi non sarà finito —… a proposito dell’abate di campagna, Jean Meslier (1664-1729), ricordava le sue parole sante — “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo padrone!… che la festa cominci!”… formidabili quegli anni!

30 volte marzo 2011

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della “sinistra radicale”

In e-mail il 9 Gennaio 2011 dc:

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della “sinistra radicale”

di Lucio Garofalo

Il giorno in cui cadrà la Seconda Repubblica saranno in pochi a rimpiangerla. Con ogni probabilità è stato il periodo più buio ed infausto della storia repubblicana, non solo perché ha coinciso con il lungo e vergognoso ciclo berlusconiano, bensì perché ha rappresentato una iattura per la partecipazione delle masse popolari alla vita politica nazionale e una maledizione per la stessa democrazia rappresentativa borghese.

In questo senso la Seconda Repubblica è stata devastante, nella misura in cui ha eroso i diritti e gli interessi delle classi subalterne, sempre più estranee e distanti dai teatrini del Palazzo, e minato le basi, incompiute e vulnerabili, dello Stato sociale italiano.

Inoltre, i vantaggi promessi, cioè la stabilità di governo, non hanno avuto alcun effetto e il Palazzo si è rivelato più ingovernabile di prima. La corruzione della politica è persino più dilagante rispetto al regime precedente. Per non parlare del trasformismo, un male atavico e irriducibile. Basti pensare all’ignobile mercato delle vacche (senza offesa per le vacche) a cui si è assistito in occasione del voto di fiducia del 14 dicembre scorso.

Ma torniamo al tema della libertà politica. Il sistema elettorale vigente, basato sulla legge denominata “Porcellum” riunisce i peggiori difetti del sistema maggioritario e di quello proporzionale. Oltretutto è stato annientato ciò che un tempo il regime proporzionale garantiva in termini di libertà di scelta e di rappresentatività politica ed elettorale, vale a dire il “piacere” di frequentare i propri simili o chi si preferiva, eleggendo chi ci rappresentava realmente, ovvero i referenti politici più attendibili.

Il sistema proporzionale puro, malgrado i limiti e i difetti, consentiva a tutti (o quasi) di essere rappresentati politicamente, mentre oggi la maggioranza reale della popolazione non è e non si sente rappresentata all’interno delle istituzioni. Non a caso è in netta crescita il tasso di astensionismo elettorale consapevole. E ciò è senza dubbio un bene.

A dirla tutta, questo fenomeno non dipende tanto dalla legge elettorale, quanto dal fatto che in un regime capitalistico come quello attuale, le libertà democratiche sono oggettivamente ridotte e mortificate dall’ingerenza delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie sovranazionali, vale a dire dai centri di controllo della finanza globalizzata.

La politica ufficiale ha perso la sua credibilità in quanto la gente si rende conto di non riuscire ad incidere in alcun modo sul proprio destino, a meno che non si organizza autonomamente in un movimento di massa. Sta crescendo la consapevolezza che l’intervento nella vita istituzionale non paga come pagano le mobilitazioni di massa.

Lo scollamento tra società e palazzo è un dato fin troppo evidente e scaturisce da molteplici ragioni, soprattutto dalla chiusura autoreferenziale delle istituzioni rappresentative borghesi, che non devono dar conto al popolo che le “elegge”, ma alle oligarchie tecnocratiche che sovrastano il livello degli organismi parlamentari e liberali.

La separazione tra politica e “società civile” ha investito anche e soprattutto la sinistra. Infatti, il divorzio tra le masse popolari, storicamente collocate a sinistra, e i partiti tradizionali della sinistra, o i loro eredi ufficiali, è un discorso più vasto e complesso. Tale frattura ha avuto origine in una serie di eventi che risalgono agli anni ’80 e successivamente gli anni ’90, quando i partiti di massa che rappresentavano la sinistra, a cominciare dal PCI, si sono progressivamente imborghesiti, estraniandosi sempre più dall’immaginario collettivo e dal sentimento popolare che animano le classi subalterne.

Il vuoto che si è creato, in parte è stato occupato e riempito dal “populismo” della Lega Nord, ma in gran parte si esprime attraverso posizioni di protesta e di astensionismo elettorale, che di fatto rappresentano un fenomeno sempre più cosciente e di massa.

Nel panorama politico odierno si presenta senza veli chi tenta di colmare, o quantomeno ridurre, la distanza che separa il “popolo” dalle formazioni politiche di sinistra. Si pensi al caso di Nichi Vendola, il quale dichiara esplicitamente di voler stabilire una “connessione sentimentale” con il suo “popolo”. Per scopi palesemente elettoralistici.

A parte i settori che nel Partito Democratico sono conniventi con gli interessi del capitalismo bancario e confindustriale, si pensi alla ambiguità che fanno capo alla cosiddetta “sinistra radicale”, in particolare la Federazione della Sinistra, i cui dirigenti nazionali si attestano su posizioni incerte e poco trasparenti, adiacenti al governismo, che suscitano l’imbarazzo di numerosi elettori e militanti della base. Sorge il fondato sospetto di un appiattimento su una linea priva di una coerente identità classista, distante rispetto ad una scelta di campo apertamente proletaria ed anticapitalista.

Mi riferisco esplicitamente ai quadri dirigenti del PRC, o come diamine si chiama il nuovo soggetto politico nato a sinistra, a quanti hanno abbandonato alla deriva (ideologica e politica) migliaia di compagni e militanti che affollavano i circoli territoriali di base, che non hanno più un’identità culturale precisa, non sanno più come definirsi e non hanno più valori di riferimento teorici e  pratici ai quali aggrapparsi.

L’interrogativo cruciale da porsi è il seguente: cos’è questa Federazione della Sinistra? Un’organizzazione di stampo comunista, o aristo-comunista, un movimento radical-chic e democratico borghese? Un partito riformista? O semplicemente un cartello elettorale?

E’ evidente che si tratta solo di una forzatura dettata dall’attuale contingenza politica, cioè da una ristrutturazione dello scenario parlamentare allo scopo di eliminare i partiti minori. Partitini che alla prova dei fatti si sono rivelati assolutamente deboli, subalterni e impotenti rispetto ai condizionamenti esercitati dai poteri forti: il capitalismo bancario e finanziario, l’establishment militare nordamericano, il Vaticano e via dicendo.

E’ evidente che un rinnovamento effettivo è impossibile se viene concepito come sostituzione dei vertici della nomenclatura, mentre occorre rimediare a problemi più seri, come sconfiggere il “male” dell’opportunismo e del carrierismo che assale burocrati e funzionari di partito, eliminare le contraddizioni insite in una forza politica corrotta dall’ideologia borghese. Non serve rinnovare il personale dirigente se poi i metodi di gestione, di organizzazione e conduzione sono praticamente gli stessi del passato.