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La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

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Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.

In e-mail il 4 Giugno 2016 dc:

Ricevo, condivido e diffondo. Forse, qualche anima bella cresciuta nei salotti politicanti della sinistra (magari estrema) potrebbe sollevare qualche sciocca illazione, gli ricordo che il suo mondo (il modo di produzione capitalistico) sta andando a fondo. E noi, proletari, vorremmo salvare la ghirba. E, possibilmente, dar vita a un altro mondo, dove vivere (e sognare).

Dino Erba

Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.

Sala ha vinto le primarie, come ha vinto Expo, così come sta vincendo il partito della nazione, un progetto politico che mira ad unire le personalità e i gruppi di potere progressisti e dinamici dell’Italia sotto la bandiera del nuovo partito del neo-liberalismo italiano, il Pd. Le conseguenze su larga scala le stiamo vedendo con l’eliminazione degli ultimi residui di welfare sociale, con una zona di indistinzione sempre più palese tra politica, polizia e magistratura, con il governo dei commissariamenti che attuano di fatto gli interessi di una classe politica ed economica che cerca di mantenere i propri privilegi sulla pelle di tutti.

Chi sta dall’altra parte della barricata, chi dal basso cerca un cambiamento reale, dove si posiziona in questo momento? C’è bisogno di autocritica e di cambiamenti radicali per poter fare piazza pulita degli errori collettivi fatti negli ultimi decenni e per dissipare la confusione generale di un non-movimento disgregato  in parrocchie impegnate più a mantenere la propria schiera di fedeli in disfacimento che a costruire comunità, pensieri e pratiche di autodeterminazione e un immaginario rivoluzionario.

Il Primo Maggio milanese ha segnato un momento di rottura e dopo un anno bisogna riflettere sul divenire: non tanto per trovare colpevoli o innocenti, né tanto meno per misurare i muscoli, ma per trovare alla radice il problema di un fallimento collettivo nato tanto tempo dietro lo smarrimento generale dopo la Mayday del 2015  ha solo mostrato l’inconsistenza di un modo di concepire la lotta privo di idee, proposte e pratiche di cambiamento reali, poco coraggioso e troppo ingenuo, debole credendosi furbo, poco proletario e molto borghese. Un movimento non si sviluppa né muore in quattro incroci e quattro vie vittima di qualche vetrina rotta e qualche macchina incendiata. Il primo maggio non è stato ne l’inizio né la fine di qualcosa, ma l’affermazione di una debolezza e di una contraddizione collettiva. Soffiamo su queste ceneri, e ci apparirà sotto un mondo che palpita.

Perché un non-movimento?

Un movimento è l’espressione dei percorsi, delle lotte, del conflitto locale e nazionale. Un movimento ragiona in termini di avanzamento e non di auto-rappresentanza, mette insieme esperienze, risorse, idee, ipotesi e le mette in pratica. Ma soprattutto questi percorsi dovrebbero avere una prospettiva territoriale, essere  in grado di far nascere forme di vita  e di creare una forza collettiva che agisce nel territorio in termini di costruzione di comunità solidali e conflittuali. Questo vuol dire gettarsi nella mischia a partire dai luoghi in cui siamo, ascoltare e discutere in modo orizzontale e collettivo, rompere le barriere della diffidenza e della paura. Non pensare a sé stessi ma alla potenza comune di un movimento rivoluzionario.

I movimenti di lotta per la casa negli ultimi anni nonostante abbiano portato in piazza, davanti ai picchetti contro sfratti e sgomberi, migliaia di persone, nella maggior parte migranti, nonostante in certe occasioni fossero dei veri e propri movimenti di massa, ora si trovano intrappolati tra la debolezza della prospettiva collettiva e l’accelerazione sfrenata a livello legislativo e repressivo che se non impediscono di certo riducono di tanto la riproducibilità di pratiche di massa come l’occupazione e addirittura colpiscono con leggi come l’art.5 le fondamenta di una vita in lotta.  Di pari passo c’è la difficoltà di inserire percorsi di riappropriazione nel tessuto territoriale e di rompere le barriere tra occupanti e non occupanti, tra italiani e stranieri.

Pensiamo all’eccezionale lotta che i facchini combattono davanti a centinaia di stabilimenti e magazzini. A parte la partecipazione e la solidarietà espressa da tanti compagni generosi, quel blocco conflittuale e di classe non fa parte di quello che si intende tradizionalmente come movimento. Nonostante ciò la questione dell’agibilità e del rapporto di forza è la regola in tanti magazzini e stabilimenti della logistica dove centinaia di lavoratori iscritti al Si Cobas esprimono una resistenza ed un attacco che mettono in difficoltà le politiche criminali delle aziende a volte superando il sindacato stesso.

Allo stesso modo tanti occupanti di casa e sfrattati fanno fatica a comprendere l’agenda di movimento soprattutto quando manca quel sentire comune che permette di agire come forza collettiva e non come atomi disgregati. É anche successo che si chiedesse una moratoria degli spazi sociali e non degli sfratti e degli sgomberi palesando di fatto una separazione tra un ambito di lotta e uno spazio di autoriproduzione. Quando questa separazione invece si riduce, la contaminazione e l’amicizia creata nella lotta permettono lo svilupparsi di tutt’altre prospettive.

E poi ci sono i sindacati impegnati più ai numeri degli iscritti che alla potenza collettiva, più alla vertenza che a preservare l’autonomia conquistata. Accordi su accordi, giochi di potere interni e una competizione infinita tra sigle ci descrivono un panorama sindacale disgregato e incapace di creare avanzamento al di fuori della rappresentanza e dell’auto celebrazione.

Detto ciò tutti i settori  si trovano a dover subire forti attacchi da parte del governo intenzionato ad eliminare ogni forma di dissenso che metta in pericolo gli interessi e gli affari del partito della nazione. Davanti a questi attacchi non c’è un movimento di studenti, operai, migranti, occupanti, sindacati o assemblee di quartiere che si mobilitano compatte, così come non c’era durante la riforma del lavoro, della scuola e delle pensioni.

Gli  errori sono normali. Nessuno ha la già la ricetta pronta a meno di non essere abbastanza umile o sincero con sé stessi. Fraintendimenti e scazzi, se si è nell’ottica di una potenza collettiva, andrebbero  risolti nelle sedi adeguate lontane dagli occhi dei nostri nemici, a costo di pigliarci a sediate e di creare rotture, per avanzare nelle possibilità rivoluzionarie che sono in gioco, non guardando alle nostre identità politiche, ai nostri calcoli e ai nostri egoismi.

Il non-movimento invece può permettersi di prescindere da necessità etiche e strategiche, non ponendosi il problema della solidarietà davanti alla repressione, perché la solidarietà si dà solo ai propri amici, anche se di mezzo ci va l’agibilità di tutti (e la vita di alcuni).

Forse allora il problema non è il movimento, ma la sua assenza. Bisogna ripartire da questo vuoto e questa assenza, rimettendosi in discussione e sciogliendosi nel movimento reale, quello che può abolire per davvero lo stato di cose presenti. Per questo è fondamentale stare in mezzo alle contraddizioni per capirle e superarle. I rivoluzionari oggi devono avere la capacità di  trovarsi nel luogo giusto al momento giusto.

Abbiamo bisogno di comunità di quartiere, di gruppi di studenti, di lavoratori combattivi, di migranti in lotta: forme collettive reali che si pongono la questione dell’auto-organizzarsi, la questione della vita a partire dalla lotta che portano avanti. Quello che non serve più sono i contenitori politici, sigle vuote ed esclusivamente rappresentative, i centri sociali che rappresentano se stessi e che al massimo soffocano le istanze politiche in dinamiche identitarie parrocchiali, i maestri di radicalismo tutti tesi a seguire le proprie pulsioni soggettive.

Dicotomia movimenti-istituzioni, forza popolare-governo.

Torniamo indietro di 5 anni,  a Milano, quando Pisapia era l’anti Moratti, la nuova speranza per la sinistra cittadina.

Quando il movimento milanese era diviso tra chi non ne voleva sapere niente della politica istituzionale e chi invece era in attesa di quella “vittoria” che mettesse fuori gioco la destra che da anni governava Milano.

Qualcuno la poteva chiamare ai tempi strategia, ma il problema è sempre la stessa modalità ambigua e confusa di confondere il patrimonio delle lotte dal basso con ciò che si decide nei piani superiori, come se Pisapia fosse stato il risultato di anni di lotte che in quel momento si stessero ponendo la questione della rappresentanza e del governo. C’è chi crede in questo percorso politico e prende ispirazione cercando ridicolamente di replicare in Italia le esperienze dei governi di sinistra dell’America Latina o di Siryza in Grecia o di Podemos in Spagna.

L’appartenenza ai residui di un’ideologia, più che la ricerca di pratiche rivoluzionarie e emancipatrici ha fatto in modo che tanti non riuscissero a vedere i limiti di questi modelli.

Abbiamo visto in America Latina, la distanza che si è venuta a creare negli anni tra la classe dirigente e la base militante, il tradimento dei governi nei confronti dei movimenti indigeni e sociali. Perché in mancanza di idee su come creare un mondo nuovo, di cosa farcene della potenza e della forza materiale autonoma accumulata nei territori, la questione del governo prende sempre il posto della rivoluzione e in Latino America a parte le esperienze collettive di riappropriazione, di autogoverno e autogestione dei territori dei vari movimenti indigeni, rurali e urbani, dai piani alti non si è mai vista nessuna proposta che mettesse in discussione il modello neo liberalista di sviluppo capitalista.

La politica dell’estrattivismo petrolifero e minerario e dello sfruttamento delle risorse naturali è ancora oggi il modello di vita che i governi progressisti propongono come alternativa al mondo vecchio. In nome dello sviluppo la “Pachamama”[1] è stata violentata e calpestata nonostante fosse il pilastro delle nuove costituzioni andine e chi ha osato sfidare i governi per difenderla è stato duramente represso e in alcuni casi accusato addirittura di terrorismo.

La stessa cosa l’abbiamo vista in Grecia dopo la vittoria di Tsipras, una dirigenza politica che addirittura butta nell’immondizia  la forza di un “No” collettivo per cedere ai poteri forti, dopo aver  pacificato e frammentato quella forza che si era creata nelle lotte, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle università, nelle scuole e nei quartieri della Grecia con la scusa del cambiamento.

Ora qualcuno vorrà aspettare di vedere cosa combina Podemos.

Ma forse qui non si tratta di tradimento. É necessario capire effettivamente di cosa parliamo quando diciamo “sinistra”. Cominciamo a considerare come la politica nell’accezione moderna designi sostanzialmente un ambito di gestione di un sistema economico e sociale inamovibile. Il capitalismo ha da un lato le sue strutture economiche (lavoro, valore, merce, denaro) e dall’altro ciò che è necessario al suo funzionamento e ad una riproduzione dinamica (governo, diritto, esercito, polizia), che nell’accezione comune si chiama politica. L’idea di sinistra per quanto voglia attaccare il capitalismo non rompe mai questo schema. Cerca spasmodicamente una gestione “alternativa” di un sistema del quale non mette in questione le fondamenta. Non  vuole rompere con il lavoro salariato, il mondo della merce, del valore o del denaro, con il Mercato, il Partito o lo Stato,  che spaccia come “orizzonti insuperabili” (quando dovremmo ricordarci che esistono da non più di qualche secolo).

Forse il problema è qui, ogni volta che sono scoppiate delle rivolte incontrollabili in giro per il mondo, la rappresentanza ha aperto la strada alla pace sociale e ha disgregato in mille particelle quella rabbia e quella massa di persone che erano state capaci di mettere in questione un intero modo di vivere. Con il voto si smette di pensare collettivamente come si fa quando bisogna organizzare un’assemblea, uno sciopero, una barricata, un’azione e torniamo ad essere individui soli. Si elimina un tiranno e si invitano i rivoltosi a tornare a casa davanti alla tv per poi andare alle urne a votare il prossimo politico, la nuova maschera sopra il vecchio cadavere.

É la lotta a permettere ciò che prima sembrava impossibile, il buttarsi nelle contraddizioni, il lavoro di base quotidiano, quel lavoro che crea teoria, immaginario e apre delle possibilità. La potenza cresce quando smettiamo di essere spettatori del nostro destino e decidiamo di essere protagonisti. La catastrofe si trasforma in possibilità quando si trova un contatto con il mondo, quando ci accorgiamo di non essere soli e che il cambiamento può partire solo da ciò che dal basso riusciamo a costruire per rovesciare il mondo di sopra.

Quindi la domanda è ci interessa costruire dei territori in grado di organizzarsi e autogovernarsi o avere dei territori da governare? Ci interessa porci il problema di come creare forme di vita rivoluzionarie o elettori disposti a salire sul carrozzone della speranza? Vogliamo forse una Repubblica socialista, un Capitalismo verde o di Stato, un auto-sfruttamento gestito collettivamente?  O cerchiamo piuttosto un autorganizzazione delle nostre vite, uno sviluppo autonomo dei nostri mondi?

Milano tra promesse tradite e rappresentanza borghese.

Dove  sono rimaste le promesse della giunta arancione e quanto il movimento é stato rallentato da chi aveva  i piedi in due scarpe? Abbiamo visto la politica sociale dell’alternativa al PD  a Palazzo Marino. Il conto degli spazi sociali  sgomberati lo abbiamo perso, gli sfratti e gli sgomberi di famiglie sono aumentati. Nella memoria collettiva rimarrà impresso quel tentativo di sgomberare 200 famiglie in nome di Expo nel novembre del 2014 e lo vediamo oggi con il piano regionale che smantellerà definitivamente l’edilizia pubblica o con  i piani di intervento nelle periferie.

Un esempio della confusione che regna sono i piani speculativi che il governo cittadino e regionale hanno sul quartiere Giambellino.  Rappresentanti di associazioni e di progetti finanziati dalle istituzioni (e quindi ricattabili) che siedono a tavoli con rappresentanti del governo locale e prendono decisioni al posto degli abitanti del quartiere. Associazioni e personaggi con i piedi in due scarpe che arrivano a fare patti con Renzo Piano spacciandoli per riqualificazione partecipata e dal basso.

Nella storia i movimenti si sono posti sempre il problema del rapporto con le istituzioni e con i governi. Quando si picchetta davanti a una fabbrica lo si fa per ottenere degli obiettivi che a volte passano per dei tavoli di trattativa, lo stesso fanno a volte i movimenti di lotta per la casa, ma ciò ha senso se si punta sempre a mettere davanti il  rapporto di forza  e a preservare l’autonomia conquistata con la lotta. Quell’autonomia che distingue i politicanti da chi lotta per costruire mondi nuovi e non per essere riconosciuti e assorbiti dal mondo vecchio.  Come se le istituzioni a priori fossero amiche delle lotte.

Gli ultimi si devono auto-organizzare, il mondo di sotto deve tornare a fare tremare questa città e questo paese. Solo questo potrebbe cambiare i rapporti di forza attuali e porre fine alla borghesia dei ceti politici di sinistra e di movimento, ma soprattutto al modo coloniale di vedere la lotta e la rivoluzione. Il mondo vecchio non può essere riformato, la nostra sfida riguarda la secessione verso ciò che fu e la scoperta di ciò che può e deve essere. Chi non ha paura di perdere qualcosa perché non ha niente, chi non pensa a un domani perché un presente non ce l’ha,  chi il problema della violenza non se lo pone perché la violenza la subisce tutti i giorni, ecco chi fa paura alla borghesia.

Rompere con l’esistente, abitare le rotture.

I tempi che stiamo vivendo ci parlano chiaro, è finito il tempo delle mediazioni, il potere vorrebbe chiudere ogni spazio di agibilità che abbiamo conquistato. Tanto si è detto sul significato e la declinazione della parola conflitto. Si può chiamare conflitto un corteo in cui si manifesta senza scontri, una Street parade, il lanciare delle uova, l’occupare una sede. O per conflitto si può intendere lo scontro con la polizia, i picchetti davanti alle fabbriche, il gesto di occupare una casa. In realtà è poco interessante il dibattito sulla pratica più o meno rivoluzionaria, il vero nodo è se ciò che mettiamo in campo agisce in termini di rottura con l’esistente e i suoi poteri o serve a perpetuare un’auto-narrazione dentro agli stessi meccanismi di sfruttamento. Esistono fattori come il rapporto tra le forze in campo, la percezione nel e del territorio, la puntualità nel dibattito che ovviamente influiscono sulla recezione collettiva di un’azione o un gesto, sul sentirsi parte di qualcosa.

Ciò che oggi è possibile molto probabilmente prima non lo era, così come ciò che ora non è assumibile domani lo potrà essere, se sarà cresciuta l’intensità delle lotte. Perché ciò che è in questione sono quei gesti che ci fanno passare alla tappa successiva, con i quali tutti assieme superiamo paure e incrostazioni del passato.

La differenza sta negli obiettivi, nella strategia. Se lottiamo per colmare i vuoti dello Stato e non per esplicitare la vita che vorremmo la rottura non può avvenire e per quanto ci possa essere lo scontro e anche la vittoria, questa tante volte sacrifica l’autonomia e l’organizzazione che si è stati in grado di mettere in campo. I nostri nemici quando concedono qualcosa lo fanno per evitare il peggio, per fare calmare le acque in vista della prossima mossa. Le istituzioni sanno mettere in campo una strategia che mira a recuperare consensi, a dividere i buoni dai cattivi e a eliminare i processi di autorganizzazione che nascono.

Poi c’è il nodo del consenso, su cui si fa sempre appello quando si vuole nascondere la propria debolezza o vigliaccheria. Il consenso serve, i nostri gesti devono essere raggiungibili, desiderabili, la gente deve avere voglia di fare lo stesso, di venire con noi. Il problema è quale consenso ci interessa, quello della borghesia o quello dei proletari? Il consenso che ci interessa è quello delle persone con cui costruiamo o potremo costruire giorno dopo giorno un’idea diversa di gioia/felicità. Nessuno si è mai chiesto quale fosse l’opinione della gente dei quartieri dopo gli scontri del Primo Maggio milanese, tutte le valutazioni partivano dall’opinione “politica” di chi era stato colpito a livello materiale o morale, il racconto del giorno dopo rifletteva il modo di vedere e pensare della borghesia milanese preoccupata di difendere i propri privilegi o del cittadino medio legalitario e perbenista.

Allo stesso modo la discussione in  rete che è avvenuta (l’unica che c’è stata) è stata influenzata dal racconto maggioritario, di chi ha in mano il monopolio dei mezzi di comunicazione. Cosa ne pensavano gli abitanti del Giambellino, di Corvetto, di San Siro, di Quarto Oggiaro, di Cimiano, di Barona, del Ticinese o degli altri quartieri popolari, vedi occupazioni, in giro per l’Italia? Nelle discussioni a voce in periferia i termini del discorso erano meno imbarazzanti di quelli ufficiali, sia del nostro non-movimento, sia del potere.

Qualunque sia il giudizio su ciò che è successo, quando i compagni parlano come parla il potere, bisogna preoccuparsi.

Quando difendiamo uno sfratto, quando picchettiamo davanti ai cancelli di una fabbrica, quando facciamo i collettivi a scuola l’obiettivo non è semplicemente l’affermare una mancanza o una ingiustizia ma affermare una possibilità, il ricompattare un sentire e una presenza in termini collettivi e conflittuali. Fare la lotta agli sfratti senza occupare una casa, vincere una vertenza sindacale senza cambiare i rapporti di forza dentro il magazzino, chiedere la libertà di movimento dei migranti senza farsi carico dell’illegalità che comporta il rendere reale la solidarietà, limitarsi a fare appello alla scuola e all’università pubblica senza interrogarsi  sul modello di istruzione che ci interessa, sono tanti modi di mantenere e migliorare lo stato di cose presenti e non di rompere con i processi e i meccanismi di pacificazione e di riproduzione sociale che impediscono lo svilupparsi dei divenire e dei possibili rivoluzionari.

Una strategia rivoluzionaria si deve scontrare di continuo con ogni ostacolo gli si presenti davanti, per aprire nuovi possibili deve essere in grado di farla finita con gli automatismi, l’auto-rappresentanza. Deve sviluppare processi organizzativi in grado di mettere in difficoltà la contro parte, fargli paura, rendere difficile il loro lavoro di mediazione politica.

Dobbiamo tornare ad essere imprevedibili.

Bisogna però essere in grado di abitare gli spazi che si aprono con le rotture, essere in grado di riempire i vuoti che si creano, di creare proposta politica in grado di superare ciò con cui si è rotto. Se questo non avviene, le rotture vengono abitate e gli spazi chiusi dal potere che si ristruttura, che cambia forma, che rovescia a suo favore la rottura, riassorbendo tutta la potenza che non è riuscita a dispiegarsi. Uno dei problemi e degli errori più grandi di chi oggi agisce in termini conflittuali è  l’incapacità di abitare le rotture che si producono, perché il limite del conflitto vengono a gala quando non si ha la capacità di leggere i cambiamenti, di fare nascere qualcosa in grado di seppellire ciò che c’era prima. Se questo non avviene il conflitto e la rottura rimangono immortalati e chiusi in una giornata, in poche ore e non si dispiegano nel territorio, nell’immaginario collettivo. Se non si riescono ad abitare le rotture indirettamente si finisce per mantenere intatto lo stato di cose presenti. I compagni zapatisti ci suggeriscono: “Sapete? Uno degli inganni di quelli che stanno sopra è convincere quelli in basso che quello che non si ottiene rapidamente e facilmente, non si otterrà mai. Convincerci che le lotte lunghe e difficili stancano e non arrivano a niente. Truccano il calendario del basso sovrapponendo il calendario di sopra: elezioni, apparizione, riunioni, appuntamenti con la storia, date commemorative che occultano solo il dolore e la rabbia.”

Il coraggio dei migranti, una nuova lotta di classe.

Se pensiamo alla risposta che i movimenti stanno mettendo in campo davanti agli attacchi del governo il morale scende subito. L’ultima volta che si sono visti gli studenti incazzati era nel 2010 ma quella mobilitazione fu cavalcata dal “Partito di Repubblica” intenzionato a far cadere Berlusconi. É più facile ricordare l’ultimo comizio della Camuso che il conflitto operaio in piazza. Se 40 anni fa qualcuno avesse descritto la situazione attuale sarebbe stato preso per pazzo.

Le piazze sono vuote, come vuota è la politica e l’interesse generale per ciò che ci accade intorno. La televisione e gli smartphones insieme a trent’anni di contro insurrezione hanno distrutto ogni comunità e senso d’appartenenza  e prosciugato il mare in cui i movimenti nuotavano. Attraverso un uso strategico della scuola, della fabbrica e del quotidiano, il potere ha costruito, orientato e addomesticato le proprie soggettività impedendo di fatto la possibilità di prendere parte al mondo se no come soggetti disgregati, privi di relazioni sociali reali e collettive.

É da qui che partiamo e senza ritrovare affluenti in grado di impedire al fiume della rivoluzione di prosciugarsi definitivamente, saremo dei pesci fuori acqua destinati a una dura e triste sconfitta.

La parola guerra è tornata a far paura negli ultimi 15 anni. Con la scusa della guerra al terrorismo si bombardano e saccheggiano intere zone del pianeta.  Allo stesso tempo l’Italia ha visto crescere l’ingresso di persone provenienti da ogni dove negli ultimi anni.

All’inizio i padroni si leccavano i baffi, mano d’opera a basso costo e un nemico interno da esporre per nascondere malaffari, corruzione e giochi di potere.

Ora la situazione è distinta perché la guerra in Medio Oriente ha scatenato una diaspora verso l’Europa che nessun Paese è in grado di sostenere a livello economico e politico. I flussi migratori continuano ad aumentare e nonostante “gli sforzi” dell’occidente per tenere lontani i “barbari” nei prossimi mesi e anni i profughi da non-soggetti, ignorati, lasciati a morire di fame, potrebbero diventare  i protagonisti della messa in discussione del modello Europeo e occidentale.

Il profugo è un soggetto creato dal potere coloniale, quando emigra si porta dietro questo ruolo, sia nella sofferenza e sacrificio del viaggio, sia nella richiesta di accoglienza. Forse è proprio quando le condizioni materiali che lui si aspetta di trovare vengono tradite che si mette a lottare. Sicuramente su di loro giocano meno le convinzioni morali che frenano gli italiani, come la legalità, la violenza, la disciplina del lavoro. Forse sarebbero gli unici in grado di fare realmente in occidente la guerra alla guerra.

Chi scappa dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, chi lavora in condizioni al limite dello schiavismo non ha niente da perdere e la rassegnazione è l’unica cosa che queste persone hanno dimenticato cosa sia. É per questo che i magazzini di mezza Italia scioperano sommersi da mille lingue e dalla determinazione e il coraggio di tanti operai quasi tutti stranieri. É per questo che i movimenti di lotta per la casa sono composti maggiormente da migranti. É per questo che Ventimiglia e la lotta alle frontiere fa  paura al potere, perché non si parla più soltanto di diritti, di documenti, ma di libertà di circolazione, di vita, e si lotta per tutto questo.

Una nuova guerra di classe si combatte sulla pelle dei migranti, chi non ha subito la sconfitta degli anni 70, 80 e 90, chi ha rischiato la vita lasciando affetti e sogni per cercare di costruirsi un futuro migliore è meno propenso ad abbassare la testa. Di questo magistrati, poliziotti e politici hanno paura, per questo cercano di ricattare i migranti attraverso mille procedure prima di arrivare alla regolarizzazione vera e propria. Arrivare ad essere un cittadino Italiano per un migrante vuol dire sopravvivere ad anni di sfruttamento e percorsi a ostacoli.

La cittadinanza stessa è poi posta sotto ricatto: può sempre essere revocata se viene ritenuto che la condotta mette in discussione la sicurezza dello Stato. Un recinto disposto ad inculcare la rassegnazione. Anche per questo le frontiere sono tornate. Per questo bisogna lottare al fianco dei migranti, imparando da ogni comunità, mettendo a disposizioni mezzi e saperi, contaminandosi a vicenda, distruggendo definitivamente ogni visione coloniale della lotta.

Essere presenti dove le lotte dei migranti nascono, fare inchiesta per capire e imparare dalle comunità straniere, studiare i bisogni, creare incontri, sviluppare solidarietà, intrecciare mondi e culture, contaminare e lasciarsi contaminare.

Senza sinistra alla ricerca di mondi nuovi

Non è il dibattito intorno a sterili giochi elettorali ad interessarci, bensì la riflessione ed il confronto intorno ai territori che viviamo, i percorsi che scegliamo di intraprendere, le nostre difficoltà ed invece i punti di forza.   É questo il dibattito che ci dovrebbe interessare e che va costruito partendo dal vuoto e dalle difficoltà materiali che ci troviamo ad affrontare nel presente.

Il panorama politico mondiale è sconvolto da guerre e dalla violenza del capitalismo, ma in tanti posti del mondo il problema della costruzione di infrastrutture partigiane, di forza popolare, di comunità, di autonomia, di autogoverno e di forme di vita come nel Rojava e nelle comunità zapatiste, è pratica quotidiana.  Allo stesso modo ci sono tante comunità indigene del Sudamerica che dopo il tradimento di quella sinistra che hanno portato al potere, ora ricominciano ad organizzarsi e a coordinarsi anche con i movimenti sociali metropolitani, così come le esperienze di autorganizzazione delle periferie di tante metropoli del “continente perdido”  e anche forme di comunità in Mexico che combattono quotidianamente contro il narcotraffico creando delle vere e proprie zone di autogoverno autodifese.

I nostri modelli vanno cercati nelle pratiche resistenti del ventunesimo secolo.

Il dibattito sulla forza materiale autonoma va rilanciato perché a livello strategico è qualcosa di fondamentale. La costruzione di comunità solidali non è qualcosa di scontato, è qualcosa su cui bisogna scrivere, creare momenti di discussione. A Bologna durante un anno di occupazione dell’ex Telecom decine di famiglie mettevano in comune, per risolverli insieme, problemi quotidiani che solitamente rimangono confinati alle quattro mura domestiche: come iscrivere i figli all’asilo o come ottenere la tessera sanitaria. Perché è questa la base per qualsiasi possibilità di discorso politico. Senza comunità, senza relazioni, senza un sentire comune la politica rimane ai margini, al di fuori della riproduzione della vita di chi abita in un determinato luogo. Forzare questo vuoto, le condizioni sfavorevoli, fare parte della vita che in un territorio si sviluppa, ecco il nostro compito.

Come costruiamo qui e ora una forza in grado di creare autonomia, potenza popolare e solidarietà, come diffondiamo mondi nuovi in ogni angolo delle penisola? Come teniamo lontani gli sciacalli, gli sbirri, gli speculatori, i politici facendo parte di un tessuto sociale reale e non di un ceto politico? Come ci posizioniamo dentro l’attuale scontro di classe?

Cominciamo a riflettere sulla nostra incapacità di organizzarci, saccheggiamo tutto ciò che si muove in giro per il mondo, riscoprendo la curiosità e complicità per lotte ed esperienze geograficamente lontane da noi, una curiosità che abbiamo perso negli anni.

Passo dopo passo, granello di sabbia dopo granello di sabbia, sarà un processo lento e lungo, ma bisogna cominciare perché questo è molto meglio che vivere aggrappati ai cadaveri degli Iglesias , dei Tsipras, dei Correa, dei Morales e dei Pisapia di turno e che buttare via sogni e desideri alla ricerca eterna di una “Nuova Sinistra” che meno male non tornerà mai più.

Vogliamo abolire la “politica” solo per poterla realizzare. Vogliamo abolirla come sfera separata dalla vita quotidiana. Vogliamo costruire un autonomia che afferma la sua pratica e la sua etica. Dobbiamo rinunciare ad una concezione del politico fondata sulla potenza di entità astratte e unificanti e abitare nella molteplicità concreta degli spazi e dei momenti, ridando alla politica le sue proprietà originarie: un tempo, un luogo, degli esseri, una vita che si fa e si disfa al presente.

Compagni e compagne per l’autonomia diffusa
autonomiadiffusa@inventati.org

Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

Dal sito di Democrazia Atea, giugno 2012 dc:

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

“Caro xxxxx, nella doverosa premessa che non siamo un esercito, il cui termine fa presupporre normalmente battaglie di aggressione, ti sottolineo che siamo un gruppo di cittadini che ancora distingue il piano delle libertà individuali da quello dei doveri istituzionali. Se credi che quella di Milano sia stata una semplice visita di un Capo di Stato estero forse attribuiamo a questo evento una valenza totalmente differente. Lo Stato del Vaticano si comporta con lo Stato italiano come se fosse una sua colonia.

Se Pisapia avesse voluto mantenere il rigore istituzionale che la carica gli imponeva, dopo il cerimoniale dei saluti non doveva restare ad ascoltare le scempiaggini del dittatore vaticano ma avrebbe dovuto lasciare la manifestazione al “godimento” dei cattolici.

Se rivestendo la carica di sindaco partecipo ad una manifestazione di Casa Pound contro la legge 194 vuol dire che condivido i contenuti di quella manifestazione.

Se partecipo come sindaco ad un raduno di omofobi senza fare o dire nulla contro quanto è stato pronunciato in mia presenza, sto legittimando quanto viene detto.

Pisapia è un uomo che stimo e ammiro ma non santifico e in questa circostanza ha perso una occasione di civiltà. Se solo avesse deliberato di spostare di una settimana questo raduno avrebbe contribuito alla emancipazione di questo Paese riaffermando simbolicamente il primato della Repubblica sullo Stato confinante. Aggiungo che la partecipazione di Pisapia al rituale religioso e non istituzionale della messa nel corso della quale il dittatore vaticano ha pronunciato parole di condanna morale nei confronti di quei cittadini che hanno liberamente scelto di vivere in modo difforme dalle limitazioni cattoliche, non lo ha visto pronunciare parole pubbliche e contestuali di difesa della libertà di scelta in dissonanza e contrasto con quanto veniva detto in sua presenza. Comprendo che se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di laicismo, parola tanto cara agli atei devoti. Noi non siamo atei devoti e sappiamo che sono queste grandi manifestazioni che rinsaldano il potere di sottomissione degli italiani verso la monarchia vaticana, anche di coloro che non sono cattolici.

Se Pisapia avesse voluto mandare un messaggio di non sottomissione, ad esempio, avrebbe potuto far presiedere l’evento dal vicesindaco e senza turbare la rappresentanza istituzionale non avrebbe legittimato, con la sua presenza, i contenuti diffusi senza replica da Ratzinger.

Se come sostieni si fosse trattato della visita ufficiale di un Capo di Stato, le convenzioni internazionali vogliono che agli incontri si faccia seguire una conferenza stampa con domande e risposte di chi riceve e di chi è ricevuto. Ma non era una visita istituzionale, era un cerimoniale religioso.

Se noi di DA siamo più critici con Pisapia è perché, a torto, gli abbiamo attribuito una capacità di autonomia dal potere clericale che evidentemente non ha.

Continuo a chiedermi cosa abbia di istituzionale per la Repubblica Italiana, nel giorno del 2 giugno, la celebrazione di una messa nella quale si attaccano dal pulpito delle autorità, le scelte di altri cittadini che non partecipano e che non hanno possibilità di replicare in difesa dei diritti riconosciuti dall’ordinamento cui appartengono. La presenza delle istituzioni mentre venivano pronunciate quelle corbellerie è una forma di legittimazione istituzionale a quanto viene detto proprio perché quel rituale privato è stato trasferito su un piano pubblicistico.

Se pensi che questo sia integralismo sono lieta di essere definita integralista. Ritengo piuttosto di saper ancora riconoscere una sottomissione istituzionale dal libero esercizio della religione. La prima vorrò continuare a criticarla e combatterla e il secondo a difenderlo.”

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Da parte mia aggiungo che l'”uomo con le castagne in bocca” ha osato salutare quell’individuo anche da parte dei non credenti! Ma come si è permesso? Chi gliene ha dato il diritto?

Jàdawin di Atheia

Le lezioni del dittatore tedesco

2 giugno 2012 dc

Le lezioni del dittatore tedesco

Le lezioni del dittatore tedesco.  

Il 2 giugno 1946 l’Italia si liberava della monarchia sabauda e della dittatura fascista e con un referendum popolare decideva di essere una repubblica democratica.

Le donne votarono per la prima volta iniziando da lì un difficile percorso di emancipazione.
Oggi avremmo dovuto celebrare quella ricorrenza per rinnovare idealmente un processo unitario nato nel 1861 e approdato alla nascita della Repubblica.
Il 2 giugno per gli italiani è una delle festività dal significato politico più rilevante.
Ma la monarchia dittatoriale vaticana, attraverso il suo attuale dittatore Ratzinger, ha deciso, con la complicità della nostra classe politica, di oscurare con le loro pantomime tutte le nostre feste cosiddette laiche.
Ha cominciato lo scorso anno con la beatificazione di Karol Wojtyla, uno dei dittatori vaticani più nefasti per la storia dell’umanità, e proprio per questo più amato.
Ebbene per compiere questo rituale tribale attraverso il quale i preti decidono che un tale morto diventa più importante degli altri morti, hanno scelto una ricorrenza civile festeggiata in tutto il mondo, ovvero il 1° maggio Festa del Lavoro.
Con la cosiddetta beatificazione di Wojtyla tutti i telegiornali hanno oscurato la festività civile del 1°maggio facendola diventare marginale rispetto agli effetti speciali del grande spettacolo che si stava mettendo in scena in Vaticano.
Oggi il dittatore Ratzinger ha volutamente e colpevolmente oscurato la ricorrenza del 2 giugno e con un vergognoso spreco di denaro pubblico è andato a Milano a celebrare il suo oscurantismo sottraendo 13 milioni di euro che avremmo potuto destinare ai nostri connazionali in Emilia, senza dover sopportare, invece, lo scempio di un dittatore vanesio nello sfarzo degli omaggi della Scala di Milano.
Ha dato ordini ai politici cattolici, ha rinnovato le sue convinzioni omofobe, il suo razzismo e la sua insopportabile vigliaccheria nei confronti delle donne.
Dal sindaco Pisapia al presidente della Regione Formigoni, tutti si sono mostrati proni nell’omaggiare un uomo che vanta una competenza senza pari sull’aria fritta, detta anche teologia.
Non ci sarà da meravigliarsi se qualcuno, con lucida analisi, potrà lasciarsi andare a reazioni emetiche.
Per noi di Democrazia Atea Joseph Ratzinger resta e resterà sempre un protettore di pedofili e un parassita del nostro Stato, e da certi soggetti non prendiamo lezioni di un bel niente.
Ad maiora Milano.
Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea