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Elezioni e destre neofasciste

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Elezioni e destre neofasciste: daremo battaglia anche nella tribuna elettorale

Affrontare minacce e aggressioni con un programma anticapitalista e di classe e con l’autodifesa militante!

3 Gennaio 2018

caccapau

Mentre i governi del PD si adoperano a mettere in pratica le leggi “razziali” Minniti-Orlando, contro migranti e poveri, e le aggressioni imperialistiche in Medio Oriente e Africa, passate presenti e future (Iraq, Afghanistan, Bosnia, Kossovo, Libia, Niger), in territorio italiano si sviluppa su questo brodo di coltura il radicamento delle forze politiche neofasciste.

Radicamento che si lascia appresso una scia di misfatti, minacce, intimidazioni e aggressioni fisiche in continua crescita quantitativa e qualitativa, attivando peraltro una macabra spirale concorrenziale tra i vari soggetti in campo di questa galassia reazionaria: CasaPound, Forza Nuova, Lealtà e Azione, Fronte Veneto Skinhead, Generazione Identitaria, Fiamma Tricolore etc.

Come al solito si confermano, nella prassi degli obiettivi di questi atti, le finalità di queste organizzazioni. Così, colpendo migranti e profughi, fanno leva sulla concorrenza interna alla classe proletaria per ricostruire un irregimentazione delle masse sfruttate nella prospettiva nazionalistica, imperialistica, razzista che accompagna i timori e le aspirazioni di una piccola borghesia in difficoltà e di un ceto medio impoverito e terrorizzato, tanto dalla gran massa di povertà quanto dal grande capitale finanziario e industriale, a cui poi finisce per asservirsi.

Allo stesso tempo si colpiscono i sindacalisti più combattivi, i militanti della sinistra e in particolare di quella antagonista, anticapitalista, rivoluzionaria – come nel caso della nostra compagna e ex-candidata a sindaco per Genova Cinzia Ronzitti, attualmente RSU CGIL-FILCAMS impegnata nella vertenza contro la chiusura de La Rinascente – ossia le realtà che più di tutte possono incarnare la reale prospettiva per le masse sfruttate e oppresse, per la classe lavoratrice nel suo complesso e internazionalmente.

Le elezioni politiche si avvicinano, e queste organizzazioni neofasciste cominceranno – e in parte già hanno cominciato – a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni.

Una delle prime realtà ad annunciare la propria presenza elettorale sarà proprio Casa Pound Italia, con il proprio neosegretario e candidato premier Simone Di Stefano. La stessa CasaPound che ha già macinato notevoli risultati elettorali come il 9% a Ostia, il terzo posizionamento a Lucca, l’elezione di svariati consiglieri comunali e di municipio, l’adesione formale del sindaco del comune di Trenzano (Brescia). CPI è tra le realtà più attive e coinvolte nelle aggressioni – di CasaPound erano gli squadristi che tentarono l’atto intimidatorio alla festa genovese del PCL aggredendo la compagna Ronzitti, sempre di CasaPound era Gianluca Casseri, il militante che ammazzò a Firenze Samb Modou, Diop Mor e ferì gravemente Moustapha Dieng.

È ragione di maggior attenzione, decisione e determinazione la presenza alle elezioni di una forza coerentemente antifascista, nel pieno significato che assume quel termine, che deve riassumere in sé la necessità di contrastare le organizzazioni e le ideologie, così come quelle delle forze politiche dominanti che vi danno copertura e che se ne fanno strumento, accompagnando un’aspra battaglia e un duro lavoro per la costruzione di un programma che unisca tutta la classe lavoratrice, senza distinzioni di nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale e genere, in un fronte unico di classe e di massa contro i responsabili della macelleria sociale di cui siamo vittime: le borghesie nazionali e internazionali e i governi, espressione delle tendenze dominanti entro le prime.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, dentro il cartello della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, si candida a portare avanti questo programma e a contrastare queste organizzazioni su ogni terreno – nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri e anche nelle tribune elettorali – senza mediazioni o titubanze.

In questo quindi, invitiamo tutte le organizzazioni della sinistra, tutte le organizzazioni sindacali, tutti i centri sociali, le associazioni locali e nazionali – come l’ANPI e l’ARCI – tutti i militanti e gli attivisti sinceramente antifascisti alla massima attenzione e alla salvaguardia di tutti i compagni e le compagne che in questa campagna elettorale si esporranno sotto le insegne dell’antifascismo e dell’anticapitalismo.

Farlo costruendo mobilitazioni, organizzando l’autodifesa militante di scioperi, cortei e comizi, e sviluppando un piano di propaganda e intervento che riduca gli spazi di agibilità di queste organizzazioni dando slancio all’unica reale alternativa per gli sfruttati e gli oppressi: la rivoluzione per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici e l’instaurazione del socialismo su scala internazionale, partendo dagli Stati uniti socialisti d’Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

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Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

In e-mail il 14 luglio 2016 dc:

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

LA NATURA REAZIONARIA DELLA BREXIT. PER UNA ALTERNATIVA DI CLASSE E SOCIALISTA ALLA UNIONE EUROPEA

La vittoria della Brexit, riflesso della crisi dell’Unione Europea, ha un segno reazionario.

Il No greco alla troika del luglio del 2015 era espressione di un’opposizione sociale di massa, segnata da rivendicazioni di classe e democratiche, poi tradite da Tsipras. La Brexit ha una valenza non solo diversa ma opposta. La campagna pro-Brexit è stata ispirata e diretta da forze reazionarie, apertamente antioperaie e antipopolari, attorno a una campagna centrata sulla contrapposizione ai migranti e sullo sciovinismo britannico. Una campagna che è riuscita a dirottare contro la UE un blocco sociale composito (settori di classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne, ampie fasce di piccola borghesia impoverita) capitalizzando la rabbia sociale prodotta da decenni di austerità e privazioni. La crisi del movimento operaio inglese, dentro la crisi più generale del movimento operaio europeo, ha favorito questo sbocco. Le forze diverse della sinistra che in nome di ragioni progressive o addirittura anticapitaliste hanno sostenuto la Brexit, si sono di fatto subordinate a questa dinamica reazionaria, commettendo un grave errore politico.

L’Unione Europea degli stati capitalisti è irriformabile da un punto di vita sociale e democratico. Le illusioni dell’europeismo riformista (Partito della Sinistra Europea) sono state smentite una volta di più dalla capitolazione di Tsipras alla troika. Ma un’alternativa alla UE può avere carattere progressivo solo a partire da una mobilitazione di classe e di massa che nei diversi paesi e su scala continentale metta in questione le politiche, i partiti, i governi della borghesia. La mobilitazione prolungata e di massa che a partire da marzo ha percorso la Francia contro la Loi Travail di Hollande, incidendo nel profondo sullo scenario sociale e politico francese, indica la possibile alternativa di classe alle soluzioni nazionaliste, reazionarie, xenofobe. La parola d’ordine strategica degli Stati Uniti socialisti d’Europa è la sola che può dare una prospettiva storica progressiva alla necessaria ripresa dell’iniziativa di classe in Europa, contro i governi borghesi e la loro Unione.

I RIFLESSI POLITICI DELLA BREXIT IN EUROPA

La Brexit ha aperto di fatto una fase politica nuova in Europa.

In Gran Bretagna contribuisce a riproporre, per reazione, le questioni nazionali irrisolte di Scozia e Irlanda. Nel continente alimenta tendenze contrastanti. Da un lato sospinge le iniziative composite del fronte reazionario e nazionalista in diversi paesi (Francia, Olanda, Danimarca, Austria) con analoghi contenuti xenofobi e sciovinisti. Ma dall’altro può favorire tendenze alla stabilizzazione politica conservatrice nel nome della “sicurezza contro il caos”, a fronte delle ricadute di crisi economica e bancaria che la Brexit ha alimentato: una campagna che può fare presa in ampi settori popolari e di piccola borghesia in particolare attorno alla difesa del risparmio. Il risultato delle elezioni spagnole, con l’ampia vittoria del Partito Popolare e il mancato sorpasso del PSOE da parte di Podemos, è stato segnato anche dalla reazione alla Brexit. Hollande e Renzi si propongono a loro volta di cavalcare la campagna “sicurezza” nei rispettivi Paesi.

Le conseguenze della Brexit sul piano della crisi capitalista e delle relazioni statuali interne all’Unione sono altrettanto complesse e andranno verificate nel tempo.

È presto per valutare se la Brexit potrà aprire una nuova fase di aggravamento della crisi economica internazionale. Di certo, nell’immediato, l’annunciato distacco della Gran Bretagna dalla UE minaccia il sistema bancario europeo, segnato da diversi punti di crisi (crisi delle banche italiane e portoghesi, difficoltà delle banche tedesche e francesi). Il contenzioso sulla Unione bancaria e sulla sua regolazione interna occupa dunque una volta di più il negoziato tra i principali stati capitalisti, sotto il segno di una nuova emergenza economica.

A sua volta il negoziato sulla Unione bancaria ripropone di fatto tutti i nodi irrisolti della crisi della Unione Europea: il fallimento del fiscal compact, le contraddizioni paralizzanti del suo quadro istituzionale, i contrasti tra gli interessi nazionali (come analizzati dall’ultimo CC).

Anche su questo piano il fattore Brexit sembra agire in forme contraddittorie. Da un lato la Brexit è essa stessa un effetto esplosivo delle contraddizioni europee. E per alcuni aspetti le approfondisce. Dall’altro lato proprio l’emergenza prodotta, e l’allontanamento della Gran Bretagna, possono sospingere la ricerca di nuovi equilibri pattizi tra i principali Stati imperialisti europei. Che saranno tuttavia condizionati nel loro esito non solo dai rapporti di forza interstatuali, ma anche dal ristretto margine di manovra dei governi borghesi sul fronte del proprio consenso interno, alla vigilia di appuntamenti elettorali di grande rilevanza (elezioni presidenziali in Francia, elezioni legislative in Germania, referendum istituzionale italiano).

LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA. LA CRISI DEL RENZISMO. LE ELEZIONI DI GIUGNO

La situazione politica italiana si pone in questo quadro generale.

Il renzismo è in aperta crisi. Il progetto del partito della nazione, mirato allo sfondamento elettorale del nuovo corso renziano, ha registrato una sconfitta. I risultati elettorali delle elezioni comunali segnano una perdita consistente del PD in larga parte d’Italia, con una flessione più accentuata nelle periferie metropolitane e nel Mezzogiorno. Il significato politico è chiaro: il renzismo ha esaurito da tempo la spinta propulsiva di quel populismo sociale di governo (operazione ’80 euro’) che ne aveva accompagnato l’ascesa nelle elezioni europee del 2014. Già le elezioni regionali del 2015 registravano la dispersione di quel patrimonio di consenso. Le elezioni comunali di giugno confermano e aggravano il dato.

La sconfitta del renzismo non è solo elettorale, ma politica. Il renzismo si era offerto alla borghesia italiana ed europea come l’argine vincente contro il populismo di opposizione. La vittoria del M5S a Roma e Torino contraddice esattamente quella funzione di contenimento. La stessa legge elettorale (Italicum) coniata da Renzi a misura delle proprie ambizioni di sfondamento rischia di trasformarsi oggi in un possibile strumento dei suoi rivali.

Il Movimento 5 Stelle è il vincitore politico delle elezioni del 5 giugno, al di là del suo stesso risultato elettorale, contraddittorio. Il M5S capitalizza diversi elementi della situazione politica, tra loro connessi. Non solo l’appannamento del renzismo, ma anche la frantumazione politica del centrodestra, con la sua contraddizione irrisolta tra berlusconismo in declino e un asse lepenista che segna il passo. Soprattutto capitalizza la crisi perdurante della sinistra politica, sullo sfondo della crisi sociale e dell’arretramento della lotta di classe. Da qui la sua straordinaria capacità di richiamo trasversale su elettorati di diversa matrice e provenienza, la sua diffusione nazionale (a differenza del salvinismo), il suo consenso concentrato presso la giovane generazione, in particolare tra operai, precari, disoccupati. Ciò che rende il M5S un vincitore naturale nei ballottaggi.

A partire dalla conquista di Roma e Torino, e a fronte della crisi del renzismo, il M5S accelera la propria candidatura al governo nazionale, moltiplicando la ricerca di una propria legittimazione presso gli ambienti dominanti, interni e internazionali. Anche da qui l’importanza della controinformazione classista sulla natura reazionaria di massa del M5S. Una denuncia tanto più essenziale di fronte al moltiplicarsi delle aperture verso il grillismo da parte di settori della sinistra riformista o centrista.

La sinistra politica conferma il proprio stato di crisi. Pur in presenza della crisi del renzismo, Sinistra Italiana ha registrato un arretramento rispetto ai risultati delle liste Tsipras nelle elezioni europee del 2014. Il processo costituente del nuovo soggetto della sinistra è dunque ulteriormente zavorrato dal voto. Persistono tutti i fattori che ostacolano il suo decollo: non solo il peso delle disfatte passate, ma l’assenza di un progetto nazionale dotato di una ragione sociale decifrabile, la mancanza di una leadership riconoscibile a livello popolare, la crisi dei livelli di mobilitazione sociale cui quella stessa sinistra (politica e sindacale) concorre. In questo quadro il rafforzamento del M5S come soggetto attrattivo dell’elettorato in uscita dal PD oltre a rappresentare uno degli effetti della crisi della sinistra concorre ulteriormente ad aggravarla. A tutto ciò si aggiungono la lotta interna di cordate per l’egemonia sul processo costituente del nuovo soggetto (che attraversa la stessa SEL) e i contrasti politici sui nodi irrisolti nel rapporto col PD ed oggi anche con i Cinque Stelle.

In questo quadro generale, marcato dalla crisi congiunta del movimento operaio e della sinistra politica, dall’arretramento della coscienza e dalla espansione populista, il risultato complessivo riportato dal nostro partito, certo molto modesto, non è negativo. A Torino e Napoli abbiamo subito la concorrenza penalizzante della formazione di Rizzo (con l’aggiunta a Napoli dell’effetto particolarissimo del fenomeno “peronista” di De Magistris), ciò che ha determinato risultati negativi. Positivo il dato di Milano (con l’ampio recupero sul 2011), e molto positivo quello di Bologna e Savona (col superamento di ogni risultato precedente). Apprezzabili infine i risultati registrati nei comuni minori.

Complessivamente, si conferma la positività della presentazione elettorale del partito ai fini della propaganda del nostro programma classista e anticapitalista e in funzione della nostra costruzione.

IL REFERENDUM ISTITUZIONALE COME SPARTIACQUE

I risultati elettorali di giugno, insieme al fenomeno Brexit, si riverberano sullo scenario politico nazionale di prospettiva. La crisi del renzismo è precipitata alla vigilia del referendum istituzionale (presumibilmente in ottobre) nel quale il capo del governo ha investito le fortune decisive del proprio progetto bonapartista. Da qui l’incertezza accresciuta del suo esito, tanto più in un quadro di crisi economica e di relazioni europee che non favoriscono nuovi margini di finanziamento di misure di populismo sociale (aumento delle pensioni minime, riduzione Irpef…). Al tempo stesso gli effetti di destabilizzazione prodotti dalla vicenda Brexit possono riconfigurare in parte, a determinate condizioni, il profilo della posta in gioco nella percezione popolare (un “voto per la sicurezza” vs l'”avventura dell’ignoto”). Questa è la nuova impostazione che il renzismo tenderà a dare alla prova per cercare di rimontare la china. Un passaggio che in ogni caso acquista oggi obiettivamente una rilevanza internazionale molto maggiore.

L’esito del referendum può costituire, per diversi aspetti, uno spartiacque nella situazione politica italiana, con diverse incognite.

Se Renzi perde lo scontro referendario, sarà il tracollo definitivo del renzismo come progetto populista bonapartista. Ciò determinerebbe una dinamica nuova, presumibilmente convulsa, di riorganizzazione degli equilibri politici e degli schieramenti, capace di investire formule di governo, legge elettorale, rapporti interni ai partiti (a partire dal PD). Si riproporrebbe, in altre forme, quel quadro di crisi di direzione politica della borghesia italiana che il renzismo ha provato a superare. Il M5S sarebbe nell’immediato il principale beneficiario di quell’esito, anche se paradossalmente privato in quel caso della legge elettorale più idonea per la sua ambizione di potere. Una contraddizione non secondaria.

Se Renzi vincerà lo scontro referendario si affermerà un nuovo modello istituzionale reazionario, con nuove pesanti ricadute sociali (salto della governabilità antioperaia).

Renzi farà leva sulla vittoria plebiscitaria per stabilizzare il proprio corso politico, cercando di sviluppare i suoi aspetti di regime. Al tempo stesso la fluidità dei flussi elettorali, sullo sfondo della crisi sociale, potrebbe ostacolare anche in quel caso l’ambita stabilizzazione politica, a favore di un M5S che uscito sconfitto dal referendum potrebbe beneficiare dell’Italicum che il referendum stesso sancisce. L’ipotesi di una affermazione del M5S alle prossime elezioni politiche, per quanto oggi prematura, non può più essere esclusa dalle prospettive possibili. Ciò porrebbe nuove incognite non solo al movimento operaio, ma alla stessa borghesia italiana circa la stabilizzazione del proprio quadro politico.

LA CENTRALITÀ DELLA BATTAGLIA CLASSISTA

Su tutto lo scenario politico e sulla variabilità delle prospettive grava la crisi perdurante del movimento operaio italiano. Nessuna variante progressiva è possibile, quale che sia l’esito del referendum, senza una ripresa della mobilitazione sociale, di classe e di massa.

Da qui la necessità di ricondurre la nostra battaglia per il No al referendum ad una ragione di classe riconoscibile: combinando la valorizzazione del fronte unico per il No a sinistra (contro ogni logica di separatismo minoritario), con la netta differenziazione politica sia dalle impostazioni puramente accademico-costituzionaliste, sia dalle torsioni populiste (il No “filo-Brexit”). Più in generale l’intero scenario nazionale ed europeo conferma la centralità della battaglia classista, in particolare tra i lavoratori e i giovani, contro tutte le varianti di populismo interclassista, e contro ogni forma di subalternità a sinistra verso il populismo.

Partito Comunista dei Lavoratori – Comitato Centrale

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Comunicato del PCL Partico Comunista dei Lavoratori 12 Novembre 2015 dc:

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Sciopero generale in Grecia 12 Novembre 2015 dc

12 novembre. Milioni di lavoratori e lavoratrici in Grecia sono oggi in sciopero generale contro le politiche del governo Tsipras. Lo sciopero è stato indetto congiuntamente dai sindacati del settore pubblico e privato.

A due mesi dalla vittoria elettorale di Tsipras il governo Syriza-Anel sta fedelmente applicando le politiche di lacrime e sangue concordate con la troika. Taglio ai sussidi per le pensioni minime, colpi alla contrattazione collettiva, aumento dell’Iva sui beni di prima necessità, tagli drastici alla spesa sanitaria e aumento dei tickets per le cure, sviluppo delle privatizzazioni nei trasporti e servizi. Una valanga che nuovamente si abbatte sulle condizioni sociali di una popolazione povera già saccheggiata da anni e anni di memorandum.

Il governo Syriza-Anel sta continuando la politica dei suoi predecessori. Se possibile in termini ancor più pesanti, a fronte di una crisi sociale ulteriormente aggravata.

Emerge in tutto il suo cinismo il vero volto della politica di Tsipras. Altro che stella dell’opposizione alla troika, come continuano a presentarlo i Vendola e i Ferrero di casa nostra!

Dopo la clamorosa capitolazione alla troika in luglio, Tsipras ha scelto di andare subito al voto prima che le masse popolari potessero sperimentare le conseguenze sociali dell’accordo stipulato. In questo modo Tsipras ha potuto incassare un voto di fiducia alla propria persona e alla propria popolarità da parte di masse stremate da anni di lotta e sfiduciate nella propria forza.

Ma la ruota gira. Gli inganni hanno le gambe corte. A soli due mesi dalle elezioni politiche grandi masse iniziano a capire e vedere con i propri occhi, e a sperimentare sulla propria pelle, la continuità della dittatura del capitale finanziario europeo, di cui il governo Syriza-Anel è leale esecutore.

Lo sciopero generale di oggi può segnare l’apertura di una fase nuova. Quella della ricostruzione di una opposizione di massa alle politiche di austerità, alla troika che le comanda, al governo che le gestisce.

Si conferma una volta di più che il “riformismo” non solo è una truffa ma è una maschera dell’austerità. Solo una rottura anticapitalista (abolizione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio dei grandi gruppi capitalistici a partire dagli armatori) può avviare una vera svolta sociale in Grecia. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può realizzare questa rottura.

I nostri compagni del Partito Operaio Rivoluzionario greco (EEK) sono oggi in piazza con i lavoratori in sciopero sulla base di questo programma anticapitalista. Il PCL è al fianco dei lavoratori greci in lotta contro Tsipras, in piena solidarietà con i compagni di EEK.

La vostra lotta è la nostra lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini

Ricevuto in e-mail il 25 Marzo 2015 dc il comunicato del PCL:

La “coalizione sociale” di Maurizio Landini: fronte unico di lotta o specchietto riformista per allodole?

Maurizio Landini e la FIOM hanno promosso l’iniziativa della coalizione sociale: “una iniziativa rivolta a unire tutti i lavoratori e i soggetti colpiti contro l’alleanza fra Governo e Confindustria”. Messa così, chi potrebbe essere in disaccordo? Da anni il PCL rivendica l’esigenza del più vasto fronte unico di classe contro governo e padronato. L’avvento del governo Renzi, il suo progetto reazionario bonapartista, il salto dell’offensiva dominante contro lavoro e diritti, rendono ancor più necessaria e urgente la costruzione del fronte di classe di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento. Gli ammiccamenti verso il renzismo da parte dei vertici FIOM nei primi sei mesi del governo Renzi avevano rappresentato una enormità, che ha provocato danni, paralizzato lotte, confuso coscienze. Il fatto che l’aggressione frontale da parte di Renzi ai lavoratori e al sindacato abbia successivamente costretto Landini a collocarsi all’opposizione del renzismo, è in sé positivo. La “coalizione sociale” antigovernativa vuole formalizzare e consolidare , dopo le lotte d’autunno,questa ricollocazione? Ben venga.

Ma non è tutto oro ciò che brilla.

In primo luogo una coalizione sociale ha senso se è un fronte unico d’azione. E l’azione unitaria deve essere tanto radicale quanto radicale è l’offensiva del governo. Così non è stato e non è. La scelta di CGIL e FIOM al piede di partenza dell’autunno di opporsi all’attacco all’articolo 18 fu naturalmente positiva. Ma il bilancio dell’opposizione è stato disastroso. Nessuna svolta radicale delle forme di lotta. Rinuncia all’occupazione delle fabbriche persino nelle condizioni più favorevoli (AST Terni). Assenza di una reale piattaforma di lotta unificante del movimento. Convocazione di uno sciopero generale (12 Dicembre) non per dare continuità alla lotta ma per chiuderla con un atto simbolico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha proseguito la sua strada come un rullo compressore senza incontrare resistenza, se non verbale.

Il licenziamento arbitrario per nuovi assunti è passato, persino nella forma del licenziamento collettivo. Una sconfitta pesante. Sia in sé, sia per gli effetti sul morale delle masse. Il fatto che i generali della campagna d’autunno (Camusso e Landini) non traggano alcun bilancio del proprio operato conferma e aggrava le loro responsabilità. Basta l’ invenzione della “coalizione sociale” per rimuoverle? Ma soprattutto: coalizione sociale per cosa? Non basta elencare diritti e ragioni, se non si indica e promuove con chiarezza una svolta generale nell’azione di lotta. Convegni, incontri, manifestazioni, seppur in sé positive, non spostano di una virgola i rapporti di forza reali fra le classi sul piano generale e nei luoghi di lavoro. Nè li sposta una proiezione di cartello del sindacato verso l’associazionismo civico ( Libera, Emergency, Arci).

Non c’è surrogato possibile della necessaria azione di lotta-continuativa, concentrata, radicale- di milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati. La battaglia democratica contro i progetti istituzionali reazionari del governo è importantissima. Ma solo la mobilitazione centrale della classe può darle forza d’urto e prospettiva. Aprire un confronto unitario sulle condizioni e premesse di una vera svolta di lotta è e resta la prima necessità. Senza svolta reale di mobilitazione la “coalizione sociale” diventa la copertura di una ritirata e di una sconfitta.

In secondo luogo, si pone un nodo politico.

Landini precisa che la “coalizione sociale” non è né un partito, né una lista elettorale. Ma parallelamente abbondano i riferimenti a Syriza, Podemos, o alle origini del partito laburista. Poichè a pensar male ci si azzecca, mettiamola così: Maurizio Landini prende tempo per vedere se entrerà la carta di una sua possibile successione ai vertici della CGIL, riservandosi in caso contrario un proprio investimento politico. L’ambiguità voluta di oggi copre un’incertezza di futuro. Comprensibile e legittimo. Tuttavia, al netto di questa considerazione, ci permettiamo due osservazioni.

La prima, minore, è che le fortune di Syriza e Podemos sono dovute non ad alchimie politiche ma alla radicalizzazione sociale di massa che ha percorso Grecia e Spagna negli anni di crisi: una radicalizzazione sociale che ha cercato e trovato l’espressione elettorale in sinistre non compromesse nelle politiche di austerità. In Italia abbiamo una situazione capovolta: da un lato sinistre politiche suicidatesi con le politiche dei sacrifici e dall’altro pesante arretramento dei livelli di mobilitazione di massa. Renzismo e Grillismo ne sono l’effetto. Non c’è scorciatoia e trovata “politica” che possa aggirare questa realtà. Pensare di forgiare in laboratorio una sinistra politico/elettorale di successo senza una svolta di lotta di milioni di proletari e di giovani significa coltivare l’ennesima illusione.

La seconda osservazione è sostanziale. Quale soggetto politico di rappresentanza? Non saremo certo noi a negare l’assenza in Italia di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio e degli sfruttati, e dunque di una direzione politica delle loro lotte. Ma l’assenza di questa rappresentanza non è forse il prodotto cumulativo del fallimento pregresso di tutte le forme ed esperienze di “compromesso riformatore” col centrosinistra e il capitalismo italiano? Riproporre in forme diverse quel canovaccio fallito non può essere la risposta al fallimento. Si indica il faro di Syriza, si promuovono brigate Kalimera in terra greca, si presenta Tsipras come la nuova terra promessa e leva di riscatto della sinistra italiana. Ma paradossalmente lo si fa nel momento stesso in cui la realtà si vendica della finzione. Nel momento stesso in cui la pretesa di Syriza di “un compromesso riformatore” con gli Stati (imperialisti) strozzini si conclude nella resa obbligata ai creditori, nella cancellazione di fatto delle solenne promesse elettorali, nel tradimento delle aspettative di cambiamento. C’è in questa sequenza la lezione profonda dei fatti, che hanno la testa dura: non c’è uno spazio reale riformista nella crisi capitalistica europea e nella camicia di forza dell’Unione. Una sinistra che voglia ricomporsi attorno a questa illusione fallita non avrà davanti a sé alcun futuro storico. Persino se avesse un immediato futuro politico.

La costruzione del partito di classe rivoluzionario è e resterà la bussola del nostro lavoro. In ogni fronte unico di lotta, in ogni battaglia di massa, in ogni occasione di incontro, confronto, manifestazione. 28 Marzo incluso.

Partito Comunista dei Lavoratori, 15 marzo 2015