Chi non salta negativo è! È!

Su Hic Rhodus il 12 Giugno 2020 dc:

Chi non salta negativo è! È!

di Claudio Bezzi

Senza fare nomi, diciamo che svariate decine di anni fa (ho un’età che mi consente di misurare il passato in decenni, pensa te…) mi sono lasciato convincere da amici a fare un’esperienza di marketing multilivello. Quelle cose per cui vendi prodotti a gente che vende prodotti ad altra gente, a alla fine tu guadagni anche dalle loro vendite, e da quelle dei loro “sottoposti”, in una catena assolutamente legale e funzionante (ce ne sono di truffaldine, state attenti; questa di cui vi parlo io, notissima e diffusa in tutto il mondo è invece correttissima sotto tutti i profili, e guadagnai anche qualche soldino).

Questa organizzazione si basava sulla costante motivazione di ogni elemento della piramide che doveva vendere e trovare nuovi venditori, e in maniera molto americana faceva incontri settimanali, mensili e uno importantissimo, annuale, che all’epoca si teneva addirittura in una località straniera (adesso non so). Non c’era obbligo di partecipazione ma, insomma, se volevi scalare posizioni dovevi farlo. E io lo feci; c’erano degli amici, era un’esperienza nuova, perché no? Autobus dalla mia città zeppa di persone, lungo viaggio allegro tipo gita scolastica, arrivo, e a un certo punto raduno ufficiale, assieme ai partecipanti di decine di altre città italiane, in un maxi tendone dove ci saranno state diverse migliaia di persone. Nell’attesa dei big che ci dovevano concionare e motivare, il vocìo fu interrotto da una qualche figura di secondo piano che dal palco, dopo avere fatto alcune comunicazioni di servizio, si mise a saltellare urlando, ritmicamente: “Chi non salta negativo è – è”. Usano più queste cose? Immaginatevi un assembramento davvero imponente di persone tutte a saltare ritmicamente scandendo, con la voce di mille voci “CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È”. Prima saltano in piedi i 1.000 più addestrati e proni, poi dopo qualche istante altri 1.000, un po’ più vergognosi ma arrendevoli, poi via via tutti, ma proprio tutti, si mettono a saltare nel tendone scandendo

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

E tutti guardano me.

Perché io resto seduto sulla mia panca, con un sorriso tiratissimo in volto, guardando anche i miei stessi amici, al mio tavolo, che si sono arresi e saltano, e scandiscono, e mi guardano.

Il tempo si ferma. Tutti saltano, migliaia di occhi mi guardano, e io sono quello negativo, quello che rovina la festa, il Giona, e non smettono, e non smettono, e il senso d’oppressione tremendo che provai lo ricordo benissimo. C’è una forza psichica imponente in una massa urlante all’unisono, un magnete ipnotico che ti attrae e ti svuota, non riesci più a pensare se non i pensieri della folla. Anzi: IL pensiero, perché la massa ha un solo pensiero per volta, e quel pensiero ti pervade, ti percuote. O pensi anche tu quel medesimo pensiero o, semplicemente, stai male.

Lo ricordo come un interessantissimo esperimento sociologico. Poi finì, ricordo pochissimo di quel che si fece e si disse, tornammo a casa giocando a carte sull’autobus e facendo credere a un compagno di viaggio che aveva straordinari poteri telepatici e niente, dopo poco mi stancai della cosa e abbandonai quell’organizzazione. Dopotutto non era il mio mestiere. Ho amici che lo fanno ancora, e ci campano…

Credo che pochi abbiano sperimentato quella forza terribile. O che siano, comunque, riusciti a mantenersi lucidi e a viverla anche se terribile, e anzi in quanto terribile. Io che partecipai, in anni gloriosi e tragici, a manifestazioni di piazza, contestazioni, occupazioni e quelle cose che si facevano negli anni ’70, non ho affatto memoria di una potenza simile. Si andava ai cortei (chi ci andava), o alle manifestazioni di piazza (anche recenti, le sardine per esempio) con uno spirito enormemente più libero. Con la forza di un’ideologia, o con l’allegria di una comunità, o con la convinzione di una qualche logica, ma non con il cervello totalmente svuotato di ogni idea e pieno solo di una cosa: essere la massa. Non con la massa, non nella massa. Essere massa; pensare massa; urlare massa; guardare massa.

Immagino che si sentisse così la folla sotto il balcone di Piazza Venezia all’annuncio della dichiarazione della guerra. Si sente così la folla – non importa se di minor consistenza – che lincia rabbiosamente il presunto reo. Qualcosa di simile è il panico collettivo, quando arriva il terremoto e tutti all’unisono ci alziamo dalle poltrone del teatro, o dello stadio, e ci calpestiamo bestialmente accecati dalla sola volontà di fuggire.

Adesso distacchiamoci da situazioni estreme, o particolari. Senza questa così totale sospensione della volontà, con una possibile (ma limitata) possibilità di scegliere fra alcune opzioni, con un residuo di lucidità, quest’uomo-massa ha da tempo invaso le cronache fomentando un oscuro fenomeno secondario: i leader (in senso lato) vedono la massa e desiderano cavalcarla, illudendosi di poterla possedere, e quindi la sobillano, cercano di sedurla, di indirizzarla, e ne finiscono il più delle volte rivoltati come calzini. Però la stessa interlocuzione ha offerto una legittimità alle atrocità della massa, fosse anche solo un’atrocità di pensiero. La massa viene considerata soggetto, semmai anche nella critica, e diventa addirittura interlocutrice del Potere. E se anche quella massa è minoranza numerica, così legittimata diventa arrogante, pretende, e il Potere non sa cosa fare se non concedere. Perché con la massa urlante non si argomenta, non si discute, non si negozia. Non ci si può nemmeno provare.

Adesso considerate sotto questa luce ciò che accade nel mondo, e in Italia, e nelle nostra città. Dalle reazioni al virus alla lotta contro le malefatte di un commerciante vissuto quattro secoli fa, al revisionismo iconoclasta, al rapido mutare del rapporto fra i sessi (non in senso di una maggiore uguaglianza, ma di una forma esteriore di discorso vuoto e fanatico), alle diverse facce del populismo, ai capipopolo d’élite (quelli che mobilitano milioni di sguardi) a quelli straccioni che ci provano nel loro piccolo, semmai urlando un po’ di più. Guardate il passeggio nel corso principale, la gente al mare, al supermercato. Leggete i post su Facebook in gruppi lontani dal vostro pensiero, avventuratevi in quelle zone oscure. Leggete i commenti ai blog e agli articoli di quei giornali che – per ovvie ragioni di traffico – concedono spazio ai lettori. Guardate un talk show, guardate uno di quegli spettacoli dove il pubblico “partecipa”. Guardate gli ultimi sondaggi e provate a parlare, al bar sotto casa, di distanziamento sociale, caporalato e sfruttamento degli immigrati. Provate a dire “Colao”, tanto per vedere l’effetto che fa. Osservate che provvedimenti prende o non prende questo governo, quali diritti sono invocati e pretesi, con quali motivi e forme. 

E ripetete, tutti in coro:

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

Dal sito Hic Rhodus, pubblicato il 15 Settembre 2019 dc:

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

 

Non qui sul plumbeo Hic Rhodus, ma sul frivolissimo Facebook, molte mie lapidarie e assertive affermazioni (come il mezzo permette, perché per i ragionamenti complessi nulla è meglio di questo blog) vengono rigettate da amici (di Facebook) di lunga data con affermazioni tipo: “Io sono renziano, quindi…” (“Io sono bersaniano, io sono qualcun-ano”) oppure “Io sono riformista, quindi…” (“io sono socialista, io sono qualcos-ista”). Un’etichetta, e un ‘quindi’ (esplicito o implicito) a significare che in quanto qualcun-ano o qualcos-ista sono vincolati, hanno le mani legate, non possono che pensare e dire in un certo modo.

Cari amici tutti, ovviamente ognuno di noi ha simpatie e antipatie politiche, si sente più rappresentato da un certo leader, da un certo partito, ma state attenti con le etichette; state attenti a dichiarare le appartenenze; e soprattutto state attenti agli E QUINDI impliciti.

Nell’epoca dei legami deboli le appartenenze a figure simboliche stanno sostituendo le ideologie; ormai in pochi si dichiarano ‘comunisti’ o ‘liberali’ e, più spesso, ci si richiama a Renzi o Salvini, per dire i due più popolari. Ma non cambia il risultato: essere dichiaratamente qualcun-ani significa rinunciare al pensiero critico, libero, sospeso nel giudizio e capace di leggere una realtà mutevole. Parliamo un attimo dei renziani (dato che amici salviniani non ne ho); cosa significa dichiararsi ‘renziani’? Che Renzi ha sempre ragione? Che tutte le sue riforme erano giuste e ben concepite? Che ha fatto bene a fare una giravolta di 180° (con figura di tolla per renziani doc come Giachetti e Ascani) lanciando il governo PD-5Stelle? Ora, supponiamo per un momento che a me la visione liberalsocialista di Renzi sembri interessante, ma che la giravolta mi sembri un grave errore dettato da tatticismo politico; supponiamo. Che etichetta dovrei appiccicarmi addosso?

Ecco allora che la rinuncia alle etichette fa di me qualcosa che assomiglia a un uomo libero. Se vedo del buono in Renzi lo dico e lo scrivo (e ne abbiamo scritto qui su HR), ma se sono critico su altri aspetti, ugualmente lo dico e lo scrivo, generalmente con dovizia di argomentazioni. E a proposito di queste ultime: se io argomento i perché e i percome dei miei pareri, chiunque può controargomentare, che dovrebbe essere il sale del dibattito, mentre se io giustifico una posizione con “sono renziano” (bersaniano, salviniano…) asserisco qualcosa che rinvia al pensiero del leader (reale o supposto) e non ci può essere seguito al nostro incontro, alla crescita, al progresso.

Essere qualcun-ano o qualcos-ista è una forma di omologazione che ci rassicura, ci consola, ma ci priva del nostro pensiero.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia

Ricordando Pasolini

da Lucio Garofalo il 2 Novembre 2015 dc:

Ricordando Pasolini

Una circostanza commemorativa, solo apparentemente rituale, si offre agli avvoltoi ed agli sciacalli della disinformazione di regime, come occasione utile per compiere l’ennesima operazione di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pasolini.

Alludo ad alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale, a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma.

In quella circostanza Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, essendo di estrazione proletaria, mentre criticò apertamente la “massa informe” degli studenti, figli della borghesia che egli detestava profondamente.

Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o disdegnato i movimenti di contestazione quali, ad esempio, Lotta Continua oppure altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato in importanti esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12 dicembre”, uscito nel 1972, incentrato sulla strage di Piazza Fontana.

Fu un impegno che coinvolse in modo diretto Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.

La disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione dominante, in evidente mala fede, risiedono soprattutto in un elemento: essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, ovvero omettono o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene e non interessa raccontare.

In tal senso credo che, sulla vertenza della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti delle mobilitazioni di massa e delle lotte popolari sorte in Val di Susa. Affermo ciò in quanto conosco il rispetto sacrale e la passione viscerale che egli nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità culturale ed antropologica particolaristica. Da intendersi in un’accezione che è tutt’altro nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’essere umano.

Valori essenziali che sono stati spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”. In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio del progresso dei popoli, ma del dio denaro e dei profitti ad esclusivo vantaggio di quelle forze economiche egemoni nel mondo capitalista.

Una vicenda esemplare, che smaschera il vero volto ipocrita, autoritario ed affarista dei presunti, sedicenti “stati democratici”, che dirottano i soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di benefici sociali, discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi.

Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, ritenute di minor rilievo, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.

In questa ottica la TAV è una testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima prova che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e ciniche del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio, della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.

Di fronte ad un ingranaggio così folle e mostruoso si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali che oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e dall’estero.

Non è un caso che questa vertenza “locale” si allacci saldamente con le proteste e le rivolte di mezzo mondo. D’altronde, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una sorta di posizione di retroguardia, quindi di conservazione.

E in un certo senso lo è.

A riguardo rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 40 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica” del suo genio immenso: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni”ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”.

I mutamenti innescati nel quadro dell’economia capitalista contemporanea sono di chiara matrice liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico. In ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”.

Il ricorso ad un tale ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza politica di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti. Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante causata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neo-capitalistica sferrata contro le conquiste dei lavoratori, o per resistere agli assalti della destra più agguerrita ed oltranzista (che non è soltanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie finanziarie che fanno capo al governo Renzi), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica, i principi e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.

Essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso ed aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”.

Gli esiti rovinosi e squallidi di una modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un fenomeno di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, che è la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire o proporre alle nuove generazioni.

Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che è pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti. L’imposizione di una visione  della vita perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di oppressione e coercizione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione strisciante, solo apparentemente democratici e pacifici, ma che in effetti si rivelano più repressivi di qualsiasi dittatura fascista.

Il controllo degli Stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge più tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento e manipolazione ideologica svolto dalla televisione.

Vale, dunque, la pena di richiamare la tesi espressa da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette e non concede possibilità di replica.

In tal senso, la televisione incarna il nuovo totalitarismo fascista, il vero Leviatano della modernità.