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I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

In e-mail il 25 Gennaio 2011 dc:

I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

di Lucio Garofalo

Alla fine degli anni ‘70, in Gran Bretagna e negli Usa la bufera del punk settantasettesco era ormai passata come una meteora. Dalla tempesta emersero soprattutto due gruppi, i Clash e gli Stranglers, che operarono una svolta decisiva sotto il profilo musicale e poetico, significativa anche sul piano dell’impegno politico. Il punk si evolveva in quella temperie artistica che sprigionava le sonorità della musica dark e post-punk, dell’elettronica e della new wave. Gli artisti di riferimento divennero i Bauhaus, i Gang of Four, i Joy Division, i Killing Joke, i Police, i Ruts, i Simple Minds, i Tuxedomoon, ma anche personaggi eclettici come David Bowie e la cantautrice statunitense Patti Smith.

In quegli anni Firenze stava per diventare una delle capitali europee del clima culturale ed artistico legato alla New Wave. D’altro canto, quella non fu la prima volta in cui il capoluogo toscano ebbe modo di rappresentare un crocevia dell’arte e della cultura, in Italia e in Europa. Già in altri momenti storici Firenze era stata al centro di formidabili esperienze di risveglio e di trasformazione artistica e culturale in Italia e nel mondo. Si pensi al periodo assolutamente unico e irripetibile in cui Firenze fu la culla della civiltà umanistica e rinascimentale europea, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Si perdoni il paragone che potrà apparire azzardato e irriverente.

Nei primi anni ’80 la scena musicale europea fu attraversata dalle avanguardie dark,  post-punk e new wave. In quegli anni Firenze pullulava di locali alternativi (new wave o post-punk) e stavano emergendo band che segneranno il corso successivo del rock in Italia. Basta citare il caso dei Diaframma e dei Litfiba, senza dimenticare i Neon, i Pankow ed altre band fiorentine che hanno calcato la scena underground di quegli anni. I Diaframma e i Litfiba furono gli alfieri e i precursori di una corrente musicale alternativa e innovativa che fu assorbita e sfruttata dall’industria discografica e culturale. Le due band fiorentine anticiparono i fermenti di un profondo rinnovamento musicale, influenzando anche la sfera del costume, tanto che a Firenze e dintorni la new wave si impose come una tendenza culturale e sociale di massa, assumendo i contorni di una moda commerciale che procurò un’immensa fortuna all’industria tessile di Prato.

Il nome dei Litfiba fu scelto prendendo spunto dall’indirizzo telex della sala prove usata all’inizio della loro carriera: “Località ITalia FIrenze via dei BArdi”. In arte Litfiba. La composizione del gruppo è mutata più volte nel corso degli anni a causa dei frequenti avvicendamenti, ma la formazione originaria, quella del periodo d’oro compreso tra il 1980 e il 1989, riuniva cinque elementi storici: Gianni Maroccolo al basso, Federico Renzulli alla chitarra, Francesco Calamai alla batteria (a cui subentrò nel 1984 Ringo De Palma), Antonio Aiazzi alle tastiere e Piero Pelù alla voce. In seguito a divergenze artistiche e personali sorte all’interno della band, in particolare con il manager Alberto Pirelli, Gianni Maroccolo e Ringo De Palma si congedarono definitivamente dai Litfiba per unirsi al gruppo punk emiliano CCCP Fedeli alla linea, ribattezzato in seguito CSI.

A differenza dei Diaframma, che prediligevano le tonalità dark più cupe ed ossessive, i Litfiba ne inventarono di proprie ed originali, aggiornando il sound della new wave in chiave mediterranea e creando una versione latina dell’hard rock e dell’heavy metal.

Il primo brano dei Litfiba, intitolato A Satana, era un pezzo solo strumentale in quanto la band non aveva ancora trovato un cantante. Fu il tastierista Antonio Aiazzi ad ingaggiare come vocalist un giovane liceale: Pietro Pelù. Nel luglio dell’82 i Litfiba vinsero la seconda edizione dell’Italian Festival Rock di Bologna e, nello stesso anno, uscì l’Ep Guerra, contenente brani assai significativi non tanto a livello musicale quanto poetico. Lo stile rievoca le sonorità dark/post-punk tipiche dei primi anni ’80. Infatti, il pentametro musicale adottato dai Litfiba ai loro esordi era quello tipico di David Bowie, Killing Joke, Stranglers, Tuxedomoon, assecondando il gusto estetico del momento. Nel 1983 uscì per la casa discografica Fonit Cetra il 45 giri Luna/La preda e nella compilation Body Section apparve il bellissimo pezzo Transea. Sempre nello stesso anno i Litfiba realizzarono la colonna sonora dello spettacolo teatrale Eneide dei Krypton.

Il 1984 fu l’anno della svolta per i Litfiba. Venne fondata la casa discografica IRA, ovvero “Immortal Rock Alliance”, che divenne ben presto l’etichetta indipendente italiana più importante, per la quale uscì anche l’album Siberia dei Diaframma. Nello stesso anno si unì al gruppo il batterista Luca De Benedictis, in arte Ringo De Palma, il migliore amico ed ex-compagno di Liceo di Pier Pelù. Nel 1984 uscì l’Ep Yassassin, con Electrica danza, una canzone d’amore bohemienne in cui è palese l’influsso esercitato da David Bowie. Sempre nell’84 uscì la prima antologia dei Litfiba, Catalogne Issue, con altri due classici del loro repertorio: Onda araba e Versante est, in cui il linguaggio della new wave è rivisitato in chiave mediterranea. Sempre per l’IRA uscì nell’86 l’Ep Transea, ispirato da atmosfere e suggestioni orientali che saranno una fissazione di Pelù: gli zingari dell’est.

In ogni caso il ciclo più originale e significativo della produzione artistica dei Litfiba è costituito dalla cosiddetta “trilogia del potere”, di cui Litfiba 3 (del 1988) rappresenta l’ultimo atto, il seguito di Desaparecido (del 1985) e 17 Re (del 1986). Questi tre dischi, incisi per la solita IRA, sono accomunati dall’avversione per i regimi totalitari. Dal tour successivo all’uscita di 17 Re fu estratto il live 12/5/87, il primo album dal vivo dei Litfiba. Nel 1989 uscì Pirata, il disco che sancì la consacrazione definitiva al grande pubblico. I Litfiba iniziarono a riscuotere una popolarità impensabile per un gruppo rock italiano, che da band di culto e di nicchia si trasformarono in un fenomeno di massa. Intanto crescevano le rivalità artistiche e personali tra Maroccolo e Renzulli, che causarono l’abbandono definitivo del gruppo da parte del bassista. Il quale nutriva una passione per le tonalità cupe, rese dalla dominanza del basso e delle tastiere elettriche sugli altri strumenti, mentre Ghigo seguiva una concezione più hard rock, all’insegna dei Led Zeppelin per intenderci, privilegiando gli assoli e le sonorità della chitarra elettrica.

La fase compresa tra il 1990 e il 1999 è legata alla cosiddetta “tetralogia degli elementi”, che annovera quattro dischi di indubbio successo commerciale: El diablo (inciso per la CGD nel 1990), Sogno ribelle (sempre per la CGD nel 1992), Terremoto (ancora per la CGD nel 1993) e Spirito (inciso per la EMI nel 1994). L’assenza di Maroccolo si avverte. Lo spirito new wave dei Litfiba era incarnato proprio da Gianni Maroccolo: la sua geniale vena creativa aveva ispirato la produzione artistica più originale e valida della band. Senza di lui i Litfiba non potevano più essere gli stessi. L’album di questo periodo che merita di essere segnalato è Terremoto, che proiettò per la prima volta in cima alle classifiche un gruppo rock italiano. Cavalcando l’onda della protesta emotiva suscitata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, in alcuni brani (ad esempio Dimmi il nome, Maudit e Soldi) Piero Pelù si lancia in polemiche un po’ facili e qualunquistiche: i bersagli sono la Chiesa, la classe politica corrotta, la mafia.

In conclusione, i Litfiba hanno compiuto uno dei più clamorosi “tradimenti” nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010.

Politica e Società

Voglia di maggioranza!

Voglia di maggioranza!

Devo confessarlo: sono esausto! Sono proprio stanco di essere sempre parte di una minoranza, e a volte di una minoranza della minoranza!

Naturalmente questa condizione non riguarda soltanto l’ambito della religione e della laicità, ma viene da lontano.

Tra i dodici ed i quindici anni, indubbiamente condizionato da ciò che diceva mio padre, stavo cercando di rendere razionale un ateismo che avevo assorbito fin da tenera età. E avevo cominciato alcune letture che avrebbero dovuto chiarirmi le idee, ed indubbiamente lo fecero. Ma lo fecero talmente bene che mi inorgoglii del mio ateismo nei confronti di tutti gli amici di infanzia e del quartiere, col risultato di isolarmi completamente e, soprattutto nel primo annuo diurno delle superiori, non avevo amici e passavo le domeniche pomeriggio, da solo, al cinema. Ed eccomi subito minoranza!

Anche quando frequentavo l’oratorio, come molti facevano, per giocare soprattutto nel campetto di calcio lì vicino, ero tra i pochi che riuscivano a sfuggire alle grinfie del prete che, ad una certa ora del pomeriggio, rastrellava i ragazzi presenti per portarli a messa. Minoranza!

Pur nella eccezionale stagione degli anni ’70 e nella sinistra rivoluzionaria, ad un certo punto diventai trotzkista e quindi, ancora una volta, minoranza!

Anche nei comportamenti di tutti i giorni sono stato e sono minoranza: ambisco alla pulizia ed al senso civico e metto i rifiuti, anche quelli degli altri, nei cestini invece che abbandonarli un po’ dappertutto; in autostrada nella corsia di sorpasso non tengo la freccia a sinistra perennemente funzionante e quando rientro dal sorpasso metto la freccia a destra, oltre che mantenere sempre la distanza di sicurezza; quando un ambulanza soccorre un infortunato non mi metto insieme agli altri curiosi tutti intorno al malcapitato dando solo disturbo e fastidio a lui ed ai soccorritori; pur fumatore, alla fermata del tram spingo col piede sui binari i mozziconi che altri incivili hanno sparpagliato intorno e perfino nell’erba; nel vano rifiuti del mio palazzo metto ordine nella raccolta differenziata di cui altri si infischiano schiacciando bottiglie di plastica e flaconi, facendo a pezzi scatoloni che altri infilano interi nei bidoni e facendo sacchi che invece altri gonfiano all’inverosimile; se per strada non trovo un cestino per i rifiuti me li tengo in tasca finché non lo trovo, e via di questo passo.

In internet trovo decine di siti e blog fatti veramente male e pieni di errori, e lo segnalo: minoranza!

Non parliamo della politica e della religione: considero i principali esponenti dei due campi, viventi e defunti, degli autentici malfattori, il beato pugliese un impostore ed un esaltato e la missionaria kosovara una fascista mascherata da benefattrice: minoranza!

Nella musica reputo un noto cantante italiano, con un fastidioso difetto di pronuncia e che parla di un’ unica grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, poco più di un cretino ed il rap come il gradino più basso raggiunto dalla musica in generale: minoranza!

Ora che ho superato la cinquantina e che vedo con ansia l’avvicinarsi del decadimento fisico e della morte non ho un credo consolatorio ad aiutarmi irrazionalmente a tirare avanti: minoranza!

In campo sportivo considero il tifo, specialmente quello calcistico, una malattia e mi trovo, pur cercando di non esserlo più, ad essere comunque tifoso di una squadra che non vince coppe internazionali da più di quarant’anni e aspramente antipatizzante della sua squadra cugina, che invece ha vinto l’inimmaginabile ed è pure la squadra dell’odiatissimo premier!

Ma ora basta! Ho deciso: non voglio essere più minoranza, voglio essere finalmente maggioranza! Andrò a messa (ovviamente con la Chiesa Cattolica, vado sul sicuro!), e mi sforzerò di convincermi che la sequela di idiozie che mi tocca sentire abbiano un minimo senso compiuto. Prometterò morigeratezza e poi farò il contrario, così finalmente farò parte della maggior parte dei cattolici! Andrò a confessarmi tutte le settimane, così poi sarò libero di compiere le peggiori nefandezze: più maggioranza di così! Ah, se almeno fossi medico, potrei fare l’obiettore di coscienza negli ospedali pubblici e poi praticare l’aborto nella mia clinica privata!

Che bella sensazione essere finalmente maggioranza! Cambierò anche squadra di calcio, così potrò vantarmi dei suoi successi in tutti i bar.

Nel mio palazzo smetterò di occuparmi della pulizia e mi comporterò incivilmente come la maggioranza di tutti gli altri!

Anche sulle strade me ne infischierò ed, anzi, in presenza di una coda sfreccerò allegramente nella corsia di emergenza come non ho mai fatto finora!

Ed io che avevo deciso di farmi cremare! Giammai! Mi farò la mia bella tomba come tutti gli altri, con una gigantesca croce e magari una statua in marmo di Carrara, e chi se ne frega se per far posto ai cimiteri, prima o poi, dovranno occupare i parchi e i terreni agricoli!

Che respiro di sollievo essere maggioranza! Ero contrario a fare figli, non me ne importava nulla e predicavo la denatalità perché ritenevo cha al mondo, anche in Italia, eravamo pericolosamente in troppi! Quante balle! Bisogna fare più figli, chi se ne frega se anche saremo in troppi, ci penseranno le generazioni future!

Un vero peccato che anni fa mi sia sottoposto a vasectomia….

I figli sono un dono della Provvidenza!

Però ora posso davvero consolarmi: finalmente faccio parte della maggioranza!

Jàdawin di Atheia

Cultura

Fabrizio De Andrè. La mostra

Fabrizio de Andrè. La mostra

dal sito http://www.palazzoducale.genova.it/

31 dicembre 2008 dc – 3 maggio 2009 dc

Palazzo Ducale, Sottoporticato

Orario: Dalle ore 09.00 alle ore 20.00
Chiusura: lunedì

Genova rende omaggio a Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa con una grande mostra a Palazzo Ducale, organizzata in collaborazione con la Fondazione Fabrizio De Andrè e curata da Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, che si presenta come un vero e proprio viaggio multimediale nella musica, nelle parole e nella vita di Faber. Megaschermi, installazioni video e speciali postazioni interattive permettono non solo di esplorare e approfondire le sue tematiche, quali l’amore e le donne, la guerra, l’anarchia, la libertà, gli ultimi, e naturalmente Genova, ma anche di ricostruire il mosaico della sua vita attraverso videointerviste allo stesso Fabrizio e testimonianze della moglie Dori Ghezzi e dei suoi più stretti collaboratori e amici. Attraverso sale ricche di suggestioni visive e acustiche, tra fotografie, manostritti, libri annotati e oggetti unici, grazie alla sofisticata tecnologia ideata e realizzata da Studio Azzurro, il visitatore interagisce con le immagini e i suoni e può comporre, all’interno della vita e dell`opera del poeta e cantautore, il proprio personale percorso emozionale.